Metro 2033 – Capitolo 20

CAPITOLO 20 : LA LUCE NEL BUIO


Riprese fiato per un minuto e si mise in ascolto, cercando di captare l’ululato straziante dei Tetri. L’Orto botanico non era lontano da lì e Artyom non riusciva a capire come mai quelle bestie non avessero ancora raggiunto l’entrata della loro stazione dalla superficie. Era tutto tranquillo, sebbene in lontananza si udissero i mesti guaiti dei cani; il ragazzo non voleva incontrarli perché, se erano riusciti a sopravvivere in superficie per tutti quegli anni, dovevano avere qualcosa che li distingueva dai cani delle persone che vivevano nella Metro.
Lasciandosi alle spalle l’entrata della stazione, scoprì qualcosa di strano: il padiglione era circondato da una trincea circolare e poco profonda, scavata sommariamente e piena di un liquido scuro, come se fosse un minuscolo fossato. Saltandolo, Artyom si avvicinò a uno dei chioschi e sbirciò all’interno: era completamente vuoto. Sul pavimento c’erano dei vetri rotti, mentre tutto il resto era stato saccheggiato. Diede un’occhiata a diversi altri stand, finché non si imbatté in un casotto che prometteva essere più interessante degli altri. Dall’esterno pareva una piccola fortezza, era un cubo costruito con spesse lamiere di ferro saldate insieme, con una finestrella di vetro. Sopra di essa c’era il cartello “Cambiavalute”. La porta era chiusa con un lucchetto insolito, che non si apriva a chiave, ma usando la corretta combinazione digitale. Il ragazzo si avvicinò alla piccola finestra, cercò di aprirla, ma non ci riuscì. Notò delle scritte sbiadite sul davanzale. Dimenticando i pericoli in cui sarebbe potuto incorrere, Artyom accese la torcia. Chiunque avesse scritto quella frase, era di sicuro mancino, ma lui riuscì a decifrare le lettere irregolari: “Vorrei essere sepolta secondo l’usanza umana. Codice 767”. Non appena comprese ciò che avrebbe significato, udì uno stridio incollerito nel cielo e Artyom riconobbe subito il mostro volante che si aggirava sopra la Prospettiva Kalininskiy. Spense velocemente la torcia, ma ormai era già troppo tardi: udì di nuovo il grido, proprio sopra di lui.
Artyom, disperato, si guardò attorno, in cerca di un nascondiglio. Perciò decise di provare i numeri scritti sul davanzale; premette i pulsanti rispettando la sequenza indicata, poi tirò la maniglia verso di sé. Aveva ragione: nella serratura udì uno scatto sordo e la porta si spostò con difficoltà, stridendo sui cardini arrugginiti. Artyom strisciò all’interno, si chiuse dentro e accese di nuovo la luce. In un angolo, con la schiena appoggiata alla parete, era seduta la mummia raggrinzita di una donna. In una mano stringeva un pennarello, mentre nell’altra c’era una bottiglia di plastica. Le pareti, dall’alto in basso, erano ricoperte di una calligrafia femminile ordinata. Sul pavimento si trovavano una scatoletta vuota di pillole, incarti scintillanti di barrette di cioccolato e lattine di bibite, mentre in un angolo c’era una cassaforte semiaperta. Artyom non si sentì intimorito dal cadavere, provò solo una pietà infinita per quella ragazza sconosciuta. Per qualche ragione era sicuro che fosse una ragazza. Udì ancora l’urlo della bestia volante, mentre un colpo potentissimo scuoteva il tetto del chiosco. Artyom cadde a terra e si mise in attesa.
La creatura non rinnovò l’attacco e i suoi strilli si fecero più distanti, perciò il giovane decise di alzarsi in piedi. Rifletté che si sarebbe potuto nascondere in quel rifugio per tutto il tempo che desiderava: il cadavere della ragazza non era stato disturbato per tutto quel tempo, sebbene diversi cacciatori fossero riusciti a banchettare attorno alla piccola costruzione. Ovviamente, avrebbe potuto uccidere il mostro, ma per farlo sarebbe dovuto uscire all’aperto; inoltre, se l’avesse mancato o se la bestia si fosse rivelata immune ai proiettili, non avrebbe avuto una seconda possibilità. Sarebbe stato più ragionevole attendere Ulman lì dentro, sempre che l’uomo fosse ancora vivo.
Artyom si mise a leggere ciò che era stato scritto sulle pareti, giusto per passare il tempo. “Scrivo perché sono annoiata, così per lo meno non impazzisco. Sono seduta qui dentro da tre giorni e ho paura di uscire. Ho visto dieci persone che non sono riuscite a correre nella Metro, sono soffocate e giacciono ancora a terra, in mezzo alla strada. Per fortuna ho letto che il giornale consigliava di attaccare il nastro adesivo alle giunzioni. Attenderò finché il vento non si porterà via la nuvola. Hanno scritto che i pericoli dovrebbero sparire già dal giorno successivo. 9 luglio: Ho cercato di raggiungere la Metro, ma dopo la scala mobile ho trovato una sorta di parete di ferro; non sono riuscita ad alzarla e, per quanto abbia bussato, nessuno mi ha aperto. Dopo dieci minuti ho cominciato a sentirmi male, perciò sono tornata indietro. Qui attorno ci sono moltissimi cadaveri. È orribile, sono gonfi e puzzano tremendamente. Ho rotto il vetro di una bancarella di alimentari e ho rubato del cioccolato e dell’acqua minerale, almeno così non morirò di fame. Sono debolissima. Ho una cassaforte piena di dollari e di rubli, ma ormai non servono più a nulla. Che strano, ora sono solo dei pezzi di carta. 10 luglio: Hanno continuato a bombardare. Per tutto il giorno ho sentito dei terribili boati provenire da destra, dalla Prospekt Mira. Credevo non fosse rimasto nessuno, ma ieri è passato di qui un carro armato a tutta velocità. Volevo uscire e attirare l’attenzione, ma non ci sono riuscita. La mamma e Leva mi mancano moltissimo. Oggi ho vomitato per tutto il giorno, poi mi sono addormentata. 11 luglio: è passato di qui un uomo completamente ustionato. Non so dove possa essere rimasto nascosto fino ad ora. Urlava a più non posso e ansimava, è stato orribile. È sceso in direzione della Metro, poi ho sentito un rumore assordante; molto probabilmente anche lui ha cercato di bussare a quel muro, ma poi è tornata la calma. Domani andrò a dare un’occhiata per vedere se gli hanno aperto oppure no”.
Un nuovo colpo scosse il gabbiotto; il mostro non aveva intenzione di rinunciare alla sua preda. Artyom barcollò e per poco non cadde sul cadavere, riuscì a malapena ad appoggiarsi al bancone. Si piegò, attese un altro minuto, poi continuò a leggere.
“12 luglio: non sono uscita, perché continuo a tremare e non capisco se riesco a dormire oppure no. Oggi ho parlato per un’ora con Leva, che mi ha chiesto di sposarlo. Poi è arrivata la mamma, che piangeva a dirotto. Quindi sono rimasta di nuovo sola; mi sento abbandonata. Quando finirà tutto ciò? Quando ci salveranno? Oggi nei dintorni c’erano dei cani, che per fortuna si sono nutriti dei cadaveri qui attorno. Continuo a vomitare. 13 luglio: ho ancora del cibo in scatola, del cioccolato e dell’acqua minerale, ma non ho voglia né di mangiare né di bere. Ci vorrà un altro anno prima che la vita torni alla normalità. La Grande guerra patriottica è proseguita per 5 anni, niente può durare più a lungo. Andrà tutto bene. Mi troveranno. 14 luglio: non ce la faccio più. Non ce la faccio più! Vorrei essere sepolta secondo l’usanza umana, non in questa dannata scatola di metallo... è troppo stretta. Grazie al Phenazepam. Buona notte”.
Di fianco a questa ultima frase ve n’erano delle altre, ma sempre più incoerenti e incomplete, oltre a dei disegni: folletti, giovani donne con grandi cappelli o fiocchi, visi umani. Artyom rifletté: “Con tutta probabilità la ragazza sperava che quell’incubo a cui era riuscita a sopravvivere sarebbe terminato presto. Un anno o due e tutto sarebbe tornato al suo posto, così com’era prima; la vita sarebbe continuata e tutti si sarebbero dimenticati di ciò che era accaduto. Quanti anni erano passati da allora? In tutto quel tempo, l’umanità si era soltanto ulteriormente allontanata dalla prospettiva di tornare in superficie. La giovane aveva immaginato che solo coloro che erano riusciti a raggiungere la Metropolitana sarebbero riusciti a sopravvivere?”
Artyom pensò tra sé: aveva sempre desiderato credere che un giorno, quando l’uomo sarebbe potuto uscire dalla Metro per tornare a vivere come in passato, sarebbe stato in grado di restaurare i maestosi edifici eretti dai suoi antenati, per stabilirvisi, senza doversi riparare gli occhi al sorgere del sole e senza respirare la miscela insapore di ossigeno e azoto filtrata dalle maschere antigas, ma per inspirare la piacevole aria intrisa della fragranza delle piante... Non aveva idea del profumo che avevano avuto in passato, ma era sicuro che fosse meraviglioso. Sua madre rievocava spesso i fiori. Ma aveva cominciato a dubitare che l’umanità ci sarebbe riuscita proprio osservando il corpo raggrinzito della ragazza sconosciuta, che non era sopravvissuta per assistere al tanto sospirato giorno in cui il suo incubo sarebbe terminato. Le speranze di Artyom di tornare a una vita in superficie non erano poi così diverse da quelle che erano state della ragazza. Durante tutti quegli anni di vita nella Metro, gli uomini non avevano accumulato la forza necessaria per risalire la scala mobile lucente che conduceva al trionfo della gloria e dello splendore passati. Al contrario, si erano dovuti ridurre ad abituarsi all’oscurità. La maggior parte delle persone aveva già scordato l’autorità assoluta che, un tempo, l’umanità esercitava sul mondo, altri si struggevano e seguitavano a desiderarla, mentre un terzo gruppo la malediva.
Al di fuori del chiosco risuonò un clacson e con un balzo Artyom si avvicinò alla finestra. Parcheggiato fuori dal casotto c’era un veicolo insolito. Il ragazzo aveva già visto delle automobili, sia quando era bambino che nelle immagini e nelle fotografie, e infine durante la sua ultima ascesa in superficie; tuttavia, questo era completamente diverso: si trattava di un enorme camioncino rosso a sei ruote. L’abitacolo aveva due file di sedili, mentre la parte posteriore, tutta in metallo, era percorsa sui lati da una linea bianca; sul tetto c’erano dei tubi uno sopra l’altro e due luci blu che ruotavano. Invece di precipitarsi fuori dalla porta, usò la torcia per dare un segnale attraverso il vetro, quindi attese la risposta. Le luci blu si accesero a intermittenza diverse volte, ma in quel momento Artyom non poteva uscire dal chiosco perché sopra le loro teste stavano planando due enormi ombre, una dopo l’altra. La prima agguantò con gli artigli il tettuccio del mezzo, cercando di sollevarlo, ma invano perché il furgone era troppo pesante per lui; lo sollevò da terra per mezzo metro e staccò i tubi, strillò incollerito e lo lasciò ricadere a terra. La seconda creatura colpì il veicolo di lato, sperando di poterlo rovesciare. All’improvviso una portiera si aprì e un uomo in tuta protettiva saltò sull’asfalto, armato di un’enorme mitragliatrice; alzò la canna dell’arma, attese qualche secondo per fare in modo che il mostro si avvicinasse e quindi sparò una raffica di proiettili. Dal cielo si udirono stridii di dolore. In tutta fretta, Artyom spalancò la porta e corse fuori. Uno dei mostri alati era ancora sopra di loro, a circa trenta metri, e volava descrivendo enormi cerchi, in attesa di poter colpire di nuovo, mentre l’altro sembrava essere fuggito.
“Entra nel furgone!”, urlò l’uomo con la mitragliatrice. Artyom corse a perdifiato, si inerpicò all’interno dell’abitacolo e si sedette su uno dei lunghi sedili. Il mitragliere sparò ancora qualche colpo, poi saltò sulla pedana, scivolò nell’abitacolo e richiuse la portiera. Il motore del veicolo rombò e questo partì.
“Hai deciso di dare da mangiare ai piccioni?”, gridò Ulman guardando Artyom attraverso la maschera antigas. Artyom credeva che quelle bestie avrebbero continuato a inseguirli, ma al contrario, dopo un centinaio di metri, le creature tornarono verso la VDNKh.
“Stanno difendendo il loro nido”, affermò il soldato. “Ne avevamo già sentito parlare, solo che non credevamo che avrebbero attaccato il veicolo a quel modo, non sono abbastanza grossi. Chissà dove sono le uova...”
Improvvisamente, Artyom comprese dove quei due mostri avevano costruito il loro nido e perché nessun essere vivente, compresi i Tetri, osavano avvicinarsi dall’entrata della VDNKh.
“Si trova nell’atrio della stazione, sopra le scale mobili”, spiegò il ragazzo.
“Davvero? Strano, di solito nidificano sugli edifici, il più in alto possibile”, replicò il combattente. “È probabile che si tratti di un’altra razza. Proprio così... Beh, comunque scusa se siamo in ritardo”.
L’abitacolo del furgone si rivelò alquanto scomodo per ospitare tre uomini con indosso le tute protettive e armati fino ai denti. I sedili posteriori erano occupati da zaini e scatole; Ulman occupava il posto più all’esterno, Artyom era finito al centro, mentre alla sua sinistra, cioè alla guida del veicolo, sedeva Pavel, l’amico di Ulman della Prospekt Mira.
“Perché devi scusarti? Non l’abbiamo fatto apposta!”, puntualizzò il guidatore. “Ci siamo imbattuti in qualcosa di cui il Colonnello non ci aveva avvertito. Avevamo l’impressione che sulla strada dalla Prospekt Mira alla Rizhskaya fosse passato un rullo compressore... Chissà perché quel ponte non è crollato... In ogni caso, non c’era luogo in cui nascondersi e siamo riusciti a malapena a sfuggire dai cani”.
“Non li hai ancora visti, i cani?”, gli domandò Ulman.
“Li ho solo sentiti”, rispose Artyom.
“Beh, noi li abbiamo visti molto bene”, aggiunse Pavel girando il volante.
“E come sono?”, Artyom era interessato a carpire qualche informazione in più.
“Di sicuro non docili. Sono riusciti a staccare il paraurti e per poco non ci bucavano una gomma a morsi, nonostante fossimo in movimento. Si sono calmati solo quando il nostro amico animalista ha sparato al capobranco con il suo fucile da cecchino”, così dicendo indirizzò un cenno del capo verso Ulman.
Il viaggio a bordo del veicolo non fu per nulla facile: il terreno era pieno di fossati e buche; l’asfalto era crepato e bisognava procedere con estrema cautela. Rimasero persino bloccati in un punto e ci vollero quasi cinque minuti per riuscire a superare la montagna di detriti di cemento armato di un ponte distrutto. Artyom guardava fuori dal finestrino e stringeva la mitragliatrice tra le mani.
“Andrà tutto bene”, Pavel si riferiva al furgone.
“Dove lo hai trovato?”, gli domandò Artyom.
“Al deposito. Era completamente smontato e nessuno era in grado di rimetterlo insieme e farlo funzionare, per questo non è bruciato insieme agli altri quando Mosca venne distrutta. Ora lo usiamo di tanto in tanto, ovviamente non per lo stesso scopo per cui venne costruito”.
“Ho capito”, Artyom si voltò di nuovo verso il finestrino.
“Siamo stati fortunati con il tempo”, Pavel era molto loquace. “Il cielo è terso e ciò è senz’altro un buon segno. Dalla Torre godremo di un’ottima vista. Sempre che riusciremo ad arrivarci”.
“Io preferisco salire fin lassù che andare di casa in casa”, annuì Ulman.
“È vero, il Colonnello ci ha riferito che gli edifici sono ‘praticamente disabitati’, ma la parola ‘praticamente’ non mi piace proprio”.
Il veicolo girò a sinistra e proseguì su un’ampia strada dritta, divisa in due da un piccolo appezzamento erboso. A sinistra c’era una fila di case in mattoni quasi totalmente intatte, mentre a destra si estendeva una foresta oscura. Radici possenti ricoprivano il manto stradale e in alcuni punti dovettero aggirarle. Tuttavia, Artyom riuscì a scorgere tutto ciò solo per qualche istante.
“Guardate! Che bellezza!”, esclamò Pavel con ammirazione; davanti a loro si stagliava verso il cielo la Torre di Ostankino, che si ergeva come una gigantesca mazza e che minacciava i nemici sconfitti molto tempo prima. Era un struttura perfetta, fantastica. Artyom non aveva mai visto nulla del genere, nemmeno nelle immagini dei libri o dei giornali. Il patrigno gli aveva raccontato che, a un paio di chilometri dalla loro stazione, si trovava una struttura colossale, ma il ragazzo non era stato in grado di immaginare quanto sarebbe rimasto sorpreso. Durante il resto del tragitto, rimase a bocca aperta a fissare la grandiosa sagoma della torre, divorandola con gli occhi. La gioia di vedere una tale creazione umana era mista all’amarezza della consapevolezza che non sarebbe mai più stato creato nulla del genere.
“Ci ho vissuto così vicino per tutto questo tempo e non lo sapevo nemmeno”, cercò di comunicare ai due combattenti come si sentiva.
“Se non sali in superficie, ci sono moltissime cose che non comprenderai mai”, sottolineò Pavel. “Almeno sai perché la tua stazione è stata chiamata così, cioè VDNKh? Significa ‘i grandi risultati della nostra economia’. Lì si trovava un parco enorme, al cui interno vivevano moltissime specie di animali e piante. Te lo dico io, sei stato fortunato che quegli ‘uccellini’ abbiano deciso di fare il nido all’entrata della stazione, perché i raggi X hanno talmente indebolito alcune di queste costruzioni che ora, se gli lanci una granata, non rimangono in piedi”.
“Vuoi paragonare i suoi amici pennuti alle granate?”, aggiunse Ulman beffardo.
“Sì, i volatili sono molto peggio!”, i due uomini si misero a ridere e Artyom, a cui non interessava spiegare a Pavel il vero significato del nome della sua stazione, si mise di nuovo a fissare la torre. Notò che la gigantesca struttura pendeva vagamente da una parte, ma sembrava aver raggiunto un punto d’equilibrio, per questo non era crollata. Come diavolo poteva essere rimasta al suo posto? Le case nelle vicinanze erano state tutte spazzate via, ma la torre, altezzosa, si ergeva nel bel mezzo della devastazione, magicamente immune alle bombe e ai missili nemici.
“Che strano, è ancora tutta intera”, borbottò Artyom.
“Molto probabilmente non hanno voluto demolirla”, chiarì Pavel. “Si tratta pur sempre di una struttura di enorme valore. Prima era più alta del venticinque per cento, aveva anche una guglia appuntita, che si è staccata in prossimità dell’osservatorio”.
“Ma perché risparmiarla? Non gli interessava più? Beh, immagino che anche con il Cremlino sia stata più o meno la stessa cosa”, Ulman era dubbioso.
Attraversando il cancello che si apriva nel recinto, il veicolo si avvicinò alle fondamenta della Torre della televisione e si fermò. Ulman afferrò il dispositivo per la visione notturna, la mitragliatrice e scese dal furgone. Un minuto più tardi diede il via libera, tutto era tranquillo. Anche Pavel uscì dall’abitacolo, poi aprì la portiera posteriore e ne estrasse gli zaini con l’equipaggiamento.
“Dovrebbero trasmettere il segnale tra venti minuti”, affermò. “Cercheremo di captarlo da qui”.
Ulman prese la borsa contenente la radiotrasmittente e si mise a montare una lunga antenna da campo, che ben presto raggiunse i sei metri d’altezza e cominciò a oscillare nella brezza leggera. Seduto alla trasmittente, il soldato indossò la cuffia con il microfono e si mise in ascolto. I minuti trascorsero lenti. Sopra di loro, notarono per un istante l’ombra dello “pterodattilo”, ma dopo aver descritto qualche cerchio nell’aria, l’animale scomparve dietro le case; con tutta probabilità un incontro con degli uomini armati era stato più che sufficiente: li avrebbe ricordati come nemici pericolosi.
“Beh, ma che aspetto hanno questi Tetri? Sei tu lo specialista in materia”, Pavel domandò ad Artyom.
“Sono spaventosi. Sembrano degli uomini, ma... al rovescio”, Ulman cercò di descriverli all’amico. “L’opposto di un umano. Inoltre, il nome dice già tutto: Tetri. Sono completamente neri”.
“Ma non si sa da dove vengano? Nessuno li ha mai sentiti nominare prima. Cosa si sa a riguardo?”
“Non importa che tu non ne abbia mai sentito parlare all’interno della Metro”, Artyom si affrettò a cambiare argomento. “Chi poteva sapere che alla Parco della Vittoria vi fossero i cannibali?”
“Anche questo è vero”, il viso del pilota si illuminò. “Hanno trovato uomini con aghi conficcati nel collo, ma nessuno riusciva a capire chi potesse aver commesso un’atrocità del genere. Che sciocchezza, il Grande verme! Ma se sapessimo da dove arrivano i Tetri...”
“Io l’ho visto”, lo interruppe Artyom.
“Il verme?”, chiese Pavel incredulo.
“Beh, qualcosa che gli somigliava. Forse si trattava di un treno. È enorme ed emette un rumore talmente assordante che ti impedisce di sentire altro. Non sono riuscito a capire cosa sia successo, perché mi stava venendo incontro”.
“Era impossibile che fosse un treno... cosa avrebbe potuto alimentarlo? Funghi? I treni funzionano grazie all’elettricità. A me sai cosa ricorda il verme? Una trivella”.
“E perché?”. Artyom venne colto alla sprovvista: aveva già sentito parlare di trivelle, ma non gli era mai venuto in mente che il Grande verme, che aveva rosicchiato i nuovi passaggi di cui gli aveva parlato Dron, potesse rivelarsi una macchina di quel tipo. Inoltre, la fede nel Grande verme era stata istituita sul rifiuto delle macchine!
“Non nominare la trivella a Ulman e nemmeno al Colonnello. Penseranno che sono un folle”, gli rivelò Pavel. “Il problema è che ho raccolto un po’ di informazioni alla Polis. In breve, mi occupavo di sabotatori e minacce interne. Un giorno mi sono imbattuto in un vecchio, il quale era convinto che nei recessi di una galleria vicina alla Borovitskaya si udisse un rumore costante, come se dietro al muro ci fosse una trivella in azione. Ovviamente, avrei dovuto considerarlo subito un pazzo, ma in passato era stato un muratore e conosceva bene quel tipo di macchine”.
“Ma chi avrebbe bisogno di scavare laggiù?”
“Non ne ho idea. Il vecchio vaneggiava e sosteneva che vi fossero dei miscredenti che avevano intenzione di scavare una galleria attraverso il fiume cosicché tutta la Polis sarebbe stata inondata. Io diedi immediatamente l’allarme, ma nessuno mi ascoltò. Corsi a cercare quell’uomo per presentarlo alle autorità in qualità di testimone, ma lui era già scomparso. Forse era un agente segreto, un provocatore. E forse...”, Pavel osservò con attenzione Ulman e abbassò la voce, “... è probabile che quell’uomo fosse riuscito a origliare i militari, che avevano intenzione di scavare da qualche parte e già che c’erano questi ultimi gli tapparono la bocca. Da allora mi sono fatto una mia idea sulla trivella, ma loro mi hanno catalogato come un fuori di testa. Non ti dico quanto mi hanno preso in giro per questa storia della trivella”. Ammutolì e guardò sottecchi il ragazzo, immaginandosi cosa gli sarebbe parso di tutta quella storia.
Artyom scrollò le spalle.
“Porca miseria! Non si sente nulla da qui!”, gridò Ulman adirato. “Dov’è quel dannato segnale? Dobbiamo salire più in alto, può essere che Melnik sia troppo lontano”.
Artyom e Pavel si alzarono all’istante. Nessuno voleva pensare alla ragione per la quale la squadra dello stalker non stesse ancora trasmettendo. Ulman ripiegò l’antenna, ripose la radio nello zaino, si mise la mitragliatrice in spalla e fu il primo a dirigersi verso l’entrata di vetro della torre, nascosta dietro degli enormi pilastri.
Pavel passò una scatola ad Artyom, mentre tenne la sacca e il fucile per sé, chiuse le porte del veicolo e insieme seguirono Ulman.
L’interno era silenzioso, sporco e completamente vuoto: pareva che la gente fosse fuggita da lì in tutta fretta per non ritornarci mai più. La luce della luna filtrava attraverso i vetri rotti e polverosi e illuminava le panchine rovesciate, il bancone distrutto della biglietteria, il luogo dove stavano gli ufficiali di sicurezza, dove era rimasto il cappello di una guardia che probabilmente l’aveva dimenticato nella concitazione, e sui tornelli rotti all’entrata; inoltre, rischiarava i cartelli con le istruzioni e gli avvertimenti rivolti ai visitatori della Torre televisiva. Spensero le torce, si guardarono attorno per un po’, poi trovarono il modo di raggiungere le scale. L’inutile ascensore era stato in grado di fare salire le persone fino in alto in meno di un minuto e ora se ne stava al primo piano con le porte spalancate. Si stavano avvicinando a grandi passi alla parte più difficoltosa: Ulman spiegò loro che avrebbero dovuto salire a un’altezza di trecento metri e rotti. Artyom percorse i primi duecento gradini senza troppi problemi, poiché le settimane di viaggio all’interno della Metro gli avevano rafforzato le gambe. Cominciò a sentirsi un po’ stanco attorno al trecentocinquantesimo gradino. La scala a chiocciola saliva sempre più ripida e non vi era alcuna differenza percettibile tra un piano e l’altro. L’interno della torre era umido e freddo e, a parte le spoglie mura di cemento, attraverso le porte aperte si poteva scorgere solo qualche sala di comando.
Ulman decise di fare la prima pausa dopo cinquecento gradini, ma permise loro di riposare solo per cinque minuti, perché temeva di perdere il momento in cui lo stalker avesse cercato di comunicare con loro.
Artyom perse il conto degli scalini dopo l’ottocentesimo. Sembrava che le sue gambe fossero piene di piombo, ciascuna pesava tre volte di più rispetto all’inizio della salita. Persino alzare i piedi dal pavimento era diventata un’impresa, perché sembrava che il terreno fosse diventato un magnete. Il plexiglas della maschera antigas era appannato all’interno per il respiro affannoso e le pareti grigie fluttuavano, come avvolte da una nebbiolina, mentre i gradini insidiosi gli afferravano le caviglie. Non poteva nemmeno fermarsi a riposare, poiché dietro di lui c’era Pavel che, ansimante, trasportava il doppio della sua attrezzatura. Dopo un quarto d’ora circa, Ulman permise loro di fare un’altra pausa, anche lui sembrava stanco: il suo petto si alzava e si abbassava visibilmente sotto l’informe tuta protettiva, mentre le mani andavano a tentoni sulle pareti in cerca di un appoggio. Il soldato estrasse dalla sacca una borraccia con dell’acqua e la porse ad Artyom. La maschera antigas aveva una valvola speciale dalla quale, infilata una sorta di cannuccia, si poteva bere. Artyom era cosciente del fatto che anche gli altri due uomini avessero bisogno di assumere il liquido, ma non riuscì a staccarsi dal tubo di gomma finché la borraccia non fu mezza vuota. Dopodiché si appoggiò al suolo e chiuse gli occhi.
“Forza! Non manca molto!”, gridò Ulman. Sollevò Artyom da terra, gli prese la scatola, se la caricò sulle spalle e riprese la marcia.
Artyom non ricordò quanto durò la parte finale della scalata: i gradini e le pareti si fusero e andarono a formare un tutt’uno sfocato. I raggi e i cerchi luminosi parevano nuvole sfolgoranti al di là dei vetri macchiati e per alcuni istanti il ragazzo venne distratto dalle loro tinte iridescenti. Il sangue gli pulsava nelle tempie, l’aria fredda gli lacerava i polmoni e la scala proseguiva all’infinito. Artyom si sedette sul pavimento per diverse volte, ma gli altri lo fecero rialzare e lo obbligarono a proseguire. Perché stava facendo tutto ciò? Per fare in modo che la vita all’interno della Metropolitana potesse continuare? Sì, esatto. Perché in futuro si potessero coltivare funghi e allevare maiali alla VDNKh, cosicché il suo patrigno e la famiglia di Zhenka continuassero a viverci in pace; perché gente che lui non conosceva si potesse stabilire all’Alekseevskaya e alla Rizhskaya; perché l’irrequieto andirivieni commerciale della Belorusskaya non scomparisse; per fare in modo che i Bramini continuassero ad aggirarsi per i corridoi della Polis con indosso le loro tuniche e a sfogliare le pagine dei libri per comprenderne l’antica saggezza e per trasmetterla alle generazioni future; perché i fascisti potessero costruire il loro Reich, arrestare i loro nemici, colpevoli solo di essere di una razza diversa, per torturarli; perché i devoti al Grande verme potessero far sparire dei bambini e nutrirsi degli adulti; perché in futuro la donna alla Mayakovskaya potesse vendere ancora il corpo del figlioletto per guadagnare da vivere sia per sé che per il piccolo; perché le corse dei ratti alla Paveletskaya non terminassero; perché i combattenti della Brigata rivoluzionaria potessero continuare ad attaccare i fascisti e a condurre le loro bizzarre argomentazioni dialettiche... per fare in modo che migliaia di persone in tutta la Metropolitana potessero continuare a respirare, mangiare, amarsi, dare la vita ai loro bambini, defecare e dormire, sognare, combattere, uccidere, essere violentate e tradite, discorrere di filosofia, odiare... perché ogni uomo potesse continuare a credere nel proprio paradiso e nel proprio inferno... Perché la vita nella Metro, inutile, senza senso, elevata e piena di luce, sporca e gorgogliante, sempre diversa, così bella e miracolosa potesse perdurare. Ci pensò per un istante e gli sembrò di avere un’enorme molla nella schiena che lo obbligava a fare un passo dopo l’altro. Solo in questo modo riuscì a muovere i piedi. All’improvviso tutto finì. Giunsero in un’area spaziosa, un corridoio ampio e circolare, come un anello. La parete interna era ricoperta di marmo; vedendolo, Artyom si sentì a casa. Vi era anche una parete esterna, oltre la quale cominciava subito il cielo, dato che era completamente trasparente. In lontananza si scorgevano piccolissime case sparpagliate, divise in quartieri da strade e parchi, oltre a enormi crateri neri e ai rettangoli degli edifici più alti che erano rimasti intatti... Da qui si poteva vedere tutta la città sconfinata, che pareva una massa grigia in movimento verso l’orizzonte oscuro. Artyom si sedette a terra, si appoggiò al muro interno e rimase a lungo in contemplazione, osservando Mosca e il cielo, che si tingeva gradualmente di rosa.
“Artyom! Alzati! Ti sei riposato abbastanza! Vieni a darci una mano”, Ulman lo scosse per la spalla. Il combattente gli passò un enorme fascio di cavi e il ragazzo si mise a fissarlo, attonito.
“Questa dannata antenna non riceve alcun segnale!”, gli fece notare Ulman riferendosi ai pezzi della sonda di sei metri sparsi al suolo. “Proveremo a metterla all’esterno. Laggiù c’è una porta che conduce sul balcone tecnico, che si trova un piano sotto di noi e che è rivolto in direzione dell’Orto botanico. Io starò qui con la radio, tu esci con Pashka: lui srotolerà l’antenna e tu la fisserai. Sbrigatevi perché ben presto comincerà a fare giorno”.
Artyom annuì. Rammentò la ragione per la quale si trovava in quel luogo e si sentì più carico: qualcuno aveva fatto scattare nuovamente la molla invisibile nella sua schiena. Mancava pochissimo e avrebbe raggiunto il suo obiettivo. Afferrò la grossa bobina e si incamminò verso la porta del balcone, la quale non si voleva aprire. Ulman dovette colpirla con una scarica di proiettili, così il vetro, crivellato di pallottole, si ruppe e cedette del tutto. Una potente folata di vento per poco non li atterrò; Artyom uscì, il balcone era circondato da una rete alta quanto un uomo.
“Ci siamo, adesso guardali!”
Pavel gli passò il cannocchiale e fece un segno con la mano nella direzione giusta. Artyom premette il binocolo agli occhi e si mise a osservare la città, finché Pavel non gli indicò dove doveva guardare. L’Orto botanico e l’immensa costruzione del VDNKh si fondevano in un’unica oscura e impenetrabile boscaglia, nella quale si intravvedevano le cupole bianche e scrostate, e i tetti dei padiglioni della fiera. Nella fitta foresta erano rimasti solo due spazi liberi: un sentiero stretto tra i padiglioni principali (Pavel sussurrò timidamente che si trattava del “Glavnaya Alleya”) della fiera e un altro, enorme, nel bel mezzo dell’Orto botanico, come se gli alberi si fossero allontanati disgustati da quel male invisibile. Era un vista strana e ripugnante; una grande città che poteva essere paragonata a un enorme organo riproduttivo, che pulsava e tremava, e che si estendeva per diversi chilometri quadrati. Gradatamente, il cielo si tingeva dei toni del mattino e quel terribile tumore era sempre più visibile. Era una membrana vivente, con vene intricate, dal cui pozzo fuoriuscivano piccole sagome nere, che scorrazzavano attorno indaffarate, come fossero delle formiche. Vista sotto questa luce, gli ricordò un immenso formicaio. Una delle figure, riusciva a distinguerla alla perfezione, si stava allontanando dal sentiero e si dirigeva verso una struttura bianca, tonda e solitaria: l’esatta copia dell’edificio d’entrata alla stazione della VDNKh. Le creature nere raggiungevano le porte e scomparivano. Artyom conosceva quel percorso fin troppo bene: erano sempre stati a pochi passi da loro, non provenivano da una zona remota di Mosca. Sarebbe davvero stato possibile distruggerli, annientarli. Ora l’importante era che Melnik non fallisse. Il ragazzo fece un sospiro di sollievo. Per una ragione a lui ignota, in quel momento gli ritornò alla mente la galleria oscura dei suoi sogni, ma scosse il capo e si mise a srotolare il cavo. Il balcone circondava l’intera torre, ma il filo elettrico di quaranta metri non fu sufficiente per farlo girare tutt’attorno alla costruzione. Fissarono la cima alla rete ed entrarono di nuovo.
“Ci siamo! Ecco il segnale!”, Ulman prese a urlare allegro non appena li vide. “Siamo connessi! Il Colonnello è andato su tutte le furie, mi ha chiesto dove diavolo siamo stati finora”. Teneva le cuffie premute sulle orecchie, ascoltò ancora per qualche istante, poi aggiunse: “Mi ha spiegato che va tutto bene, ancora meglio di quanto ci aspettassimo. Hanno trovato quattro impianti, tutti in condizioni eccellenti. Sono stati conservati... ben oliati e ricoperti da teloni... Dice che Anton è un eroe, che conosce questo tipo di missili. Presto saranno pronti. Dobbiamo riferirgli le coordinate. Ti manda i suoi saluti, Artyom!”
Pavel spiegò la grossa mappa della zona, che era stata divisa in quadrati e, aiutandosi con il binocolo, si mise a dettare le coordinate. Ulman le ripeté nel microfono della radio.
“Per essere più sicuri, dovremo sigillare anche la stazione”, il soldato consultò la mappa e enunciò qualche altro numero. “È tutto, hanno le coordinate, ora mireranno”. Ulman si tolse le cuffie e si sfregò la fronte. “Ci vorrà ancora un po’ di tempo, l’esperto di missili è l’unico che sa come fare. Ma non importa, noi aspetteremo”.
Artyom afferrò nuovamente il cannocchiale e uscì sul balcone. C’era qualcosa che lo attirava verso quel disgustoso formicaio, una sensazione opprimente, un’angoscia intangibile e impossibile da esprimere, come se avesse qualcosa che gli pesava sul petto e non gli permetteva di respirare a fondo. La galleria buia si ripresentò davanti ai suoi occhi: all’improvviso era chiara, distinta, come mai Artyom era riuscito a vederla negli incubi che lo avevano inesorabilmente perseguitato. Tuttavia, ora non aveva più paura, perché quei demoni non avrebbero più preso il sopravvento sui suoi sogni.
“Ci siamo! È partito! Il Colonnello dice di aspettare un attimo, poi vedremo... Faremo saltare in aria quei demoni oscuri!”, gridò Ulman.
In quello stesso istante, la città ai loro piedi sparì e il cielo sprofondò in un abisso buio, le urla felici alle sue spalle si calmarono e davanti a lui si ritrovò il solito tunnel vuoto, nero, che Artyom aveva percorso così tante volte... ma per quale motivo? Il tempo si ispessì e si coagulò. Estrasse dalla tasca il suo accendino di plastica e fece scattare la pietra focaia; ne fuoriuscì una fiamma flebile ma vivace che cominciò a danzare, illuminando lo spazio attorno a sé. Il giovane sapeva cosa si sarebbe trovato davanti e comprese che non avrebbe dovuto temerlo, perciò alzò il capo e diresse lo sguardo verso quegli enormi occhi neri, senza sclera né pupille. Fu allora che lo sentì.
“Tu sei il prescelto!”. Il mondo si capovolse. Improvvisamente e per una frazione di secondo, in quegli occhi impenetrabili scorse la risposta a tutto ciò che per lui era rimasto incomprensibile e inspiegabile. La risposta a tutti i dubbi, alle esitazioni e alle ricerche. Ma quella risposta non si rivelò essere ciò che Artyom si era aspettato.
Si perse nello sguardo del Tetro e con quegli occhi vide tutto l’universo. Stava rinascendo una nuova vita e centinaia di migliaia di menti singole si fondevano in un tutto unico... L’elastica pelle nera permetteva ai Tetri di sopportare sia il sole più cocente che il gelo di gennaio, i morbidi tentacoli telepatici gli consentivano di carezzare qualsiasi creatura e persino di infliggere il colpo di grazia al nemico, inoltre non provavano alcun tipo di dolore... I Tetri erano i veri eredi di quel disgraziato universo, rappresentavano la fenice rinata dalle ceneri dell’umanità. Inoltre, erano provvisti di un intelletto, curioso, vivace, ma completamente diverso da quello umano.
In qualche modo, la loro mente si era connessa a quella di Artyom. Riuscì a vedere gli uomini attraverso gli occhi dei Tetri: per loro erano creature inaridite, che vivevano sotto la superficie terreste, che rispondevano con il fuoco e il piombo e distruggevano anche coloro che gli sventolavano davanti agli occhi una bandiera bianca, annunciati da una canzone di pace. Ma gli uomini avevano strappato la bandiera e li avevano uccisi conficcandogli l’asta nella carotide. Artyom comprese la disperazione più assoluta delle creature all’impossibilità di stabilire un contatto con gli umani per raggiungere la reciproca comprensione, perché nelle profondità, nei passaggi più reconditi, si erano rintanate delle creature infuriate che avevano distrutto il loro mondo, che continuavano a bisticciare tra loro e che ben presto si sarebbero estinte se nessuno si fosse preso la briga di rieducarle. I Tetri stavano offrendo una mano all’uomo, ma lui l’aveva afferrata con tutto l’odio di cui era capace. Riuscì a provare lo stesso desiderio dei Tetri, che volevano liberarsi di quelle creature inacidite, ma comunque molto intelligenti; tuttavia, assistette anche alla ricerca disperata di qualcuno che potesse fare da ponte tra i due mondi, che potesse spiegare alle persone che non c’era nulla da temere, e che potesse aiutarli a comunicare tra loro.
Comprese che non c’era nulla che divideva gli umani e i Tetri, capì che non erano in competizione per la sopravvivenza ma che si trattava di due organismi che la natura desiderava fare collaborare. Insieme, con le conoscenze tecniche dell’uomo e l’abilità dei Tetri nel superare i pericoli, avrebbero potuto portare l’umanità a un nuovo livello. Il mondo stava sempre più rallentando e ben presto si sarebbe fermato, ma in questo modo avrebbe avuto la possibilità di continuare a ruotare sul suo asse. Questo perché anche i Tetri facevano parte dell’umanità, ne erano una nuova specie, nata tra le rovine di una megalopoli cancellata dalla faccia della terra a causa di una guerra; erano la conseguenza della guerra finale, erano i figli di questo mondo, si erano adattati alle nuove regole del gioco. Non percepivano l’uomo solo tramite i loro normali organi, ma anche grazie ai tentacoli della coscienza. Ad Artyom tornò in mente il misterioso rumore nei tubi, si ricordò dei selvaggi che potevano lanciare un incantesimo con uno sguardo, alla massa rivoltante nel cuore del Cremlino, che poteva assalire il cervello delle persone... L’uomo non era stato in grado di reagire all’influsso che questi avevano avuto sulla sua consapevolezza, al contrario pareva che i Tetri fossero stati creati appositamente. Solo che necessitavano di un compagno, di un alleato... di un amico. Di qualcuno che potesse aiutarli a comunicare con i loro fratelli più grandi, sordi e ciechi. Con gli umani. Così, era cominciata la loro lunga e paziente ricerca di un intermediario, che era stata piacevole e fruttifera, perché quell’interprete, il prescelto, era stato trovato. Ma, prima ancora di riuscire a stabilire un contatto con il ragazzo, lui era scomparso. I Tentacoli Comuni lo avevano cercato dappertutto, alle volte erano riusciti ad afferrarlo per aprire la comunicazione, ma lui era troppo spaventato e fuggiva via. Il giovane doveva essere aiutato e salvato, fermato, avvisato dei pericoli, incitato e poi riportato a casa, dove sarebbe stato più facile parlare con lui. A quel punto, il contatto poteva essere stabilito e il prescelto avrebbe potuto fare un altro timido passo in avanti, per comprendere la sua missione. Il suo destino. Era stato scelto perché aveva aperto la porta che conduceva alla Metropolitana che avrebbe riunito gli uomini e i Tetri.
Per un istante, Artyom pensò di chiedere cosa fosse accaduto ad Hunter, ma questo pensiero si mise a vorticare tra nuove e improbabili sensazioni, per poi svanire nel gorgogliante contenitore dentro il quale si trovavano tutte le sue esperienze, quindi scomparve senza lasciare traccia. Ora niente poteva più distrarlo dal suo obiettivo primario, perciò aprì di nuovo la sua mente alle loro. A quel punto si trovava sul punto di fare qualcosa di incredibilmente importante: aveva già provato questa stessa sensazione all’inizio della sua odissea, quando era seduto al fuoco dell’Alekseevskaya. Grazie a questa chiara consapevolezza, nel corso di diverse settimane aveva percorso chilometri di gallerie che lo avevano condotto a una porta segreta; era consapevole che, spalancando quell’uscio avrebbe avuto accesso a tutti i segreti dell’universo, si sarebbe elevato al di sopra degli altri sventurati che scavavano il loro mondo nella rigida terra gelida. Il lungo viaggio aveva obbligato Artyom a spalancare la porta e ad aprire gli occhi alla luce della conoscenza assoluta che avrebbe dovuto accogliere. Quella luce lo avrebbe accecato: gli occhi erano organi sgraziati e inutili, adatti a coloro che nella loro vita non avevano visto altro che gli archi fuligginosi delle gallerie e i graniti sporchi delle stazioni. Artyom doveva porgere la mano a coloro che gliela avevano offerta. Sebbene tutto ciò lo spaventasse, non v’era dubbio alcuno che le loro intenzioni fossero pacifiche: la porta si sarebbe aperta e tutto sarebbe cambiato. Nuovi orizzonti invisibili, bellissimi e maestosi si stagliarono davanti a lui. La felicità e la determinazione colmarono il suo cuore; aveva solo un piccolo rimorso e cioè quello di non averlo compreso prima, poiché aveva continuato ad allontanare i suoi amici e i suoi fratelli.
Afferrò la maniglia della porta e la abbassò. I cuori di migliaia di Tetri si illuminarono di gioia e speranza. L’oscurità che permeava i suoi occhi si dissipò e, quando guardò attraverso il binocolo, scorse centinaia di sagome nere, ferme immobili. Gli parve che lo stessero fissando, perché non riuscivano a credere di aver atteso tanto a lungo un miracolo che finalmente si era avverato: l’insensata ostilità fratricida era terminata.
In quell’istante, il primo missile descrisse una parabola di fumo nel cielo e si diresse come un lampo sopra il centro della città. Subito dopo, altri tre meteoriti identici solcarono il cielo che stava divenendo rossastro. Artyom fece un balzo all’indietro, sperando che le armi potessero ancora essere fermate, ma poi comprese che tutto era già finito. Una fiamma arancione si levò dal formicaio e una nuvola nero-pece si riversò nel cielo. Nuove esplosioni lo circondarono da tutte le parti e la città si arrese, emettendo un lamento stanco, morente. Era ricoperta dallo spesso fumo della foresta in fiamme. Dal cielo caddero nuovi missili e ogni morte rimbombò come un dolore malinconico nell’animo di Artyom.
Cercò disperatamente di scoprire nella sua consapevolezza se era rimasta una traccia di quella presenza che poco prima lo aveva riempito e rincuorato, che aveva promesso la salvezza sia a lui che a tutta l’umanità, che aveva arricchito la sua esistenza, conferendole un nuovo significato. Ma era scomparsa. La sua coscienza era paragonabile a una galleria deserta della Metropolitana. Artyom sentì dentro di sé che la luce che sarebbe stata in grado di illuminare la sua vita e gli avrebbe permesso di trovare la sua strada non sarebbe più ricomparsa.
“Gli abbiamo fatto vedere chi siamo, eh? Ora non ci verranno più a infastidire!”, Ulman si sfregava le mani.
“Ehi! Artyom? Artyom!”
L’Orto botanico e il VDNKh erano divenuti un’unica massa infuocata. Enormi sbuffi di fumo nero e grasso si alzarono pigramente verso il cielo autunnale, mentre il bagliore cremisi del tremendo incendio si mescolava con i delicati raggi del sole che sorgeva. Artyom non riusciva quasi più a respirare, perciò afferrò la maschera antigas, se la levò e inspirò avido l’aria fredda e amara. Quindi si asciugò le lacrime e, senza prestare attenzione alle urla dietro di lui, si mise a scendere la scala. Stava tornando nella Metro. Stava tornando a casa.