Metro 2033 – Capitolo 17

CAPITOLO 17 : I FIGLI DEL VERME


Passarono diversi minuti nella più totale oscurità e Artyom, credendo di essere rimasto solo, cercò di alzarsi, almeno per mettersi seduto. I cavi che gli cingevano gambe e mani erano stati annodati stretti e le estremità erano intorpidite e doloranti. Il ragazzo si ricordò le parole del patrigno che gli spiegava in che modo sulla pelle potesse formarsi una necrosi, se una fasciatura o un laccio emostatico rimanevano legati troppo a lungo. Ciononostante, gli pareva che ormai non avesse più alcuna rilevanza.
“Nemico, stai fermo!”, lo intimidì la voce. “Dron sparerà l’ago paralizzante!”
“Non è necessario”, Artyom si bloccò subito, obbediente. “Non devi sparare”. Aveva una flebile speranza. Forse sarebbe riuscito a convincere il suo carceriere ad aiutarli a fuggire. Ma come fare a parlare con un selvaggio che a malapena ti comprende?
“Chi è questo Grande verme?”, pose la prima domanda che gli venne in mente.
“Il Grande verme crea la Terra. Crea il mondo, crea l’uomo. Il Grande verme è tutto. Il Grande verme è la vita. I nemici del Grande verme, il popolo delle macchine, sono la morte”.
“Non ne ho mai sentito parlare”, ribatté Artyom, scegliendo con attenzione le parole. “Dove vive?”
“Il Grande verme vive qui. Vicino a noi. Attorno a noi. Il Grande verme scava tutti i passaggi. L’uomo dice che è lui. No. Il Grande verme. Dà la vita, prende la vita. Scava nuovi passaggi, il popolo li abita. I buoni onorano il Grande verme. I nemici del Grande verme vogliono ucciderlo. Lo dicono i sacerdoti”.
“Chi sono questi sacerdoti?”
“Uomini anziani, con capelli in testa. Solo loro possono. Loro sanno, ascoltano i desideri del Grande verme, poi li comunicano al popolo. I buoni fanno come dicono. I cattivi non obbediscono. I cattivi sono il nemico, noi li mangiamo”.
Richiamando alla mente la conversazione che aveva udito per caso, pian piano Artyom cominciò a capire: con tutta probabilità, il vecchio che aveva raccontato la leggenda del verme era uno di quei sacerdoti.
“Il sacerdote dice: è vietato mangiare la gente. Dice che il Grande verme piange quando un uomo ne mangia un altro”, gli rammentò Artyom, cercando di esprimersi allo stesso modo del selvaggio. “È contro il volere del Grande verme mangiare le persone. Se restiamo qui, ci mangeranno. Il Grande verme si dispererà e piangerà”, aggiunse, misurando le parole.
“Certo! Il Grande verme piangerà”, si udì una voce derisoria provenire dall’oscurità. “Ma le emozioni sono emozioni e le proteine non possono essere sostituite con nessuno di quegli alimenti confezionati”, ora era l’uomo anziano a parlare, Artyom riconobbe il timbro e l’intonazione. Non sapeva se fosse rimasto nella stanza per tutto il tempo oppure se si fosse appena intrufolato, passando inosservato. Ma ciò non era importante, perché lui non l’avrebbe mai liberato da quella cella. A quel punto, un altro pensiero si insinuò nella testa di Artyom e lo fece rabbrividire. Per fortuna Anton non aveva ancora ripreso conoscenza e non poteva sentire.
“E il bambino? I bambini che rapite? Mangiate anche loro? Il bambino? Oleg?”, domandò senza fare rumore, fissando l’oscurità con gli occhi spalancati dalla paura.
“Non mangiamo i piccoli”, rispose il selvaggio, anche se Artyom credette che fosse ancora il vecchio a parlare. “I piccoli non possono essere malvagi. Non possono essere nemici. Prendiamo i piccoli per spiegargli come vivere. Gli spieghiamo del Grande verme. Gli insegniamo a onorarlo”.
“Bravo, Dron”, si complimentò il sacerdote. “Studente modello”, aggiunse.
“Cos’è accaduto al bambino che avete rapito la notte scorsa? Dov’è? È stato il vostro mostro a trascinarlo via, lo so”, li accusò Artyom.
“Mostro? Chi ha dato vita a questi mostri?!”, esplose l’uomo. “Chi ha generato queste creature mute, con tre occhi, senza braccia e con sei dita, che sono morte mentre nascevano e non si possono riprodurre? Chi le ha private di un aspetto umano, gli ha promesso il paradiso e le ha mandate a morire nelle viscere senza uscita di questa città maledetta? Di chi è la colpa e chi è il vero mostro?”
Artyom non rispose. Anche il vecchio non disse più nulla, respirava rumorosamente per cercare di calmarsi.
Infine Anton riprese i sensi.
“Dov’è?”, la sua voce era rauca. “Dov’è mio figlio? Dov’è mio figlio? Ridatemi mio figlio!”, si mise a urlare e, cercando di liberarsi, si rotolò sul pavimento andando a colpire prima le sbarre della gabbia, poi la parete.
“Violento”, osservò il vecchio con lo stesso tono derisorio che aveva utilizzato fino a quel momento. “Dron, fallo calmare”.
Si udì un rumore strano, come se qualcuno avesse tossito, quindi qualcosa sibilò nell’aria e, dopo qualche secondo, Anton tornò a essere calmo.
“Molto educativo”, sottolineò il sacerdote. “Andrò a prendere il bambino, gli mostrerò il suo papà. Gli dovrà dire addio. A proposito, è molto bravo, il padre deve essere fiero di lui, resiste molto bene all’ipnosi...”
Si udirono dei passi strascicati, poi la porta stridette.
“Niente paura”, il carceriere pronunciò le parole in maniera sommessa. “I buoni non uccidono e non mangiano i bambini dei nemici. I piccoli non hanno peccato. Gli possiamo insegnare a vivere bene. Il Grande verme perdona i nemici giovani”.
“Mio Dio, ma che diamine è questo Grande verme? È totalmente assurdo! Peggio dei miscredenti e dei satanisti! Come puoi credere in lui? Qualcuno lo ha mai visto, questo tuo verme? Lo hai visto oppure no?”. Artyom provò la via del sarcasmo, ma stare sdraiato a terra con le braccia e le gambe legate rendeva le cose più difficili. Come quando era rimasto ad aspettare nella prigione dei fascisti, prima che lo impiccassero, dentro di lui crebbe l’indifferenza nei confronti del suo stesso destino. Poggiò la testa sul pavimento freddo e chiuse gli occhi, attendendo una risposta.
“È vietato guardare il Grande verme. Proibito!”, replicò seccamente il selvaggio.
“È impossibile”, ribatté Artyom riluttante. “Non esiste nessun verme... Le persone hanno costruito le gallerie, sono tutte annotate sulle mappe... Ce n’è anche una rotonda, dove si trova l’Hansa. Solo l’uomo può costruirne di rotonde. Non so nemmeno se hai idea di cosa sia una mappa...”
“Lo so”, rispose tranquillo Dron. “La studio con i sacerdoti, ce la mostrano. Sulla mappa non ci sono molti passaggi. Il Grande verme ne ha costruiti di nuovi e non sono ancora segnati. Anche qui, a casa nostra, ci sono nuovi passaggi, quelli sacri che non sono sulla mappa. Gli uomini delle macchine creano le mappe e pensano di poter scavare i passaggi. Sono stupidi, orgogliosi. Non sanno niente. Il Grande verme li punisce per questo”.
“Perché li punisce?”, Artyom non comprendeva.
“Per la loro arr... arr-o-ganza”, articolò attentamente il selvaggio.
“Per l’arroganza”, confermò la voce del sacerdote. “Il Grande verme creò l’uomo per ultimo. Era la sua progenie preferita. Non aveva dotato nessun’altra creatura d’intelletto, solo l’uomo. Sapeva che l’intelligenza era una giocattolo pericoloso, perciò ordinò: ‘Vivete nel mondo con la terra, con la vita e tutte le creature. Onoratemi’. Dopodiché il Grande verme scese nelle profondità della Terra, ma prima disse ancora: ‘Verrà il giorno in cui io ritornerò. Comportatevi come se fossi qui con voi’. L’uomo obbedì al suo creatore e visse nel mondo che aveva creato, insieme ai suoi simili e alle altre creature. Tutti rispettavano il Grande verme. Generò dei figli e i suoi figli diedero la vita altri figli. Di padre in figlio, di madre in figlia tramandavano le parole del Grande verme. Ma coloro che avevano udito i suoi ordini con le loro stesse orecchie ben presto morirono e se ne andarono anche i loro figli, diverse generazioni si susseguirono e il Grande verme non era ancora tornato. Poi, uno dopo l’altro, gli uomini smisero di rispettare la sua volontà e si comportarono come più gli aggradava. Vi erano coloro che dichiaravano: ‘Non è mai esistito nessun Grande verme, men che meno adesso’. Altri si aspettavano che il Grande verme tornasse e li punisse. Li avrebbe ridotti in cenere con la luce dei suoi occhi, avrebbe divorato i loro corpi e fatto crollare i passaggi in cui vivevano. Ma il Grande verme non è tornato. Si è solo disperato per quelle persone. Le sue lacrime sono salite dalle profondità della terra e hanno inondato i passaggi inferiori. Ma coloro che hanno voltato le spalle al loro creatore hanno dichiarato: ‘Nessuno ci ha creati, noi siamo sempre esistiti. L’uomo è bellissimo e potente, non può essere stato creato da un verme qualunque!”. Dissero inoltre: ‘Tutta la Terra è nostra, è sempre stata nostra e lo sarà per l’eternità. Non è stato il Grande verme a rosicchiare i passaggi, ma li hanno costruiti i nostri antenati’. Così accesero un fuoco e cominciarono a uccidere le creazioni del Grande verme sostenendo un solo credo: ‘Tutta la vita che ci circonda è nostra e tutto esiste solo per soddisfare la nostra fame’. Crearono le macchine per uccidere più velocemente, per seminare morte e distruzione sulle vite create dal Grande verme e per soggiogare il suo mondo. Ma nemmeno allora Lui risalì dalle profondità più estreme in cui si era rifugiato. Loro risero e cominciarono a comportarsi ancora peggio, a contravvenire alle regole che Lui aveva dettato. Lo fecero per disonorarlo e costruirono macchine che potessero imitare le sue qualità. Crearono macchinari, vi entrarono e risero di nuovo: ‘Ecco! Ora possiamo governare come il Grande verme; ma noi non siamo un’unica creatura, bensì decine. I nostri occhi sparano fulmini e quando arriviamo noi risuona il tuono e le creature abbandonano i loro rifugi. Abbiamo generato il verme, non è stato Lui a partorire noi’. Tuttavia, nemmeno questo fu sufficiente. Il loro cuore si alimentava d’odio, così decisero di distruggere la terra su cui vivevano. Crearono migliaia di macchine diverse: che emettevano fuoco, che sputavano ferro, che affettavano la terra in piccole parti. Quindi presero a distruggere la Terra e tutti gli esseri viventi che la abitavano. Ma il Grande verme non riusciva a sopportare tutto ciò e li condannò. Gli confiscò il loro dono più importante, l’intelletto. La follia li pervase, rivolsero le macchine contro la loro stessa specie e cominciarono a uccidersi l’un l’altro. Non ricordavano più perché stessero facendo una cosa simile, ma non riuscivano a fermarsi. Fu così che il Grande verme punì l’uomo per la sua arroganza”.
“Ma non tutti gli uomini?”, domandò la voce di un bambino.
“No, vi erano anche coloro che ancora ricordavano il Grande verme e lo avevano sempre onorato. Avevano rinunciato alle macchine e alla luce per vivere in questo mondo, all’interno della Terra. Essi vennero salvati e il Grande verme non dimenticò mai la loro lealtà. Non li privò del loro intelletto e gli promise il mondo intero, non appena i nemici si fossero arresi. E così sarà”.
“Così sarà”, ripeterono insieme il selvaggio e il bambino.
“Oleg?”, lo richiamò Artyom, udendo una cadenza familiare nella voce del piccolo. Il bambino non rispose.
“Ancora oggi, i nemici del Grande verme vivono nei passaggi che hanno scavato perché non possono rifugiarsi da nessun’altra parte. Lì non venerano Lui, ma continuano a idolatrare le loro macchine. La pazienza del Grande verme è enorme, è stata sufficiente per diversi secoli di oltraggi umani. Però non sarà così in eterno: è stato predetto che quando Lui assesterà il colpo finale al cuore oscuro del paese del nemico, quest’ultimo verrà annientato e il mondo cadrà in mano al popolo dei buoni. È stato predetto che verrà il momento in cui il Grande verme invocherà l’aiuto dei fiumi, della terra e dell’acqua. La crosta terrestre affonderà, le correnti ribolliranno e scorreranno veloci, finché il cuore oscuro del nemico sprofonderà nell’oblio. Infine, Lui riuscirà a trionfare e i buoni saranno felici, non esisteranno più malattie e ci saranno funghi in abbondanza per tutti”.
Una fiamma si accese: Artyom era riuscito ad appoggiare la schiena contro la parete e ora non doveva più piegarsi in maniera dolorosa perché le persone al di là delle sbarre rimanessero all’interno del suo campo visivo. Nel bel mezzo della stanza, un bambino sedeva a terra a gambe incrociate e gli dava le spalle. Sopra di lui incombeva la sagoma avvizzita del sacerdote, illuminata dalla fiammella dell’accendino acceso che teneva in mano. Il selvaggio con la cerbottana in mano era di fianco a loro, appoggiato allo stipite della porta. I loro occhi erano fissi sul vecchio che aveva appena terminato il suo racconto. Artyom girò la testa con difficoltà e si mise a guardare Anton, che era rimasto immobile nella stessa posizione convulsa in cui lo aveva paralizzato l’ago. Fissava il soffitto e non riusciva a vedere il figlio, ma sicuramente era riuscito a sentire tutto.
“Alzati, ragazzo mio, e osserva questa gente”, ordinò il sacerdote. Il bambino si levò in piedi e si voltò verso Artyom. Era Oleg.
“Avvicinati. Li riconosci?”, domandò il vecchio.
“Sì”, il bambino annuì, osservando Artyom corrucciato.
“Lui è mio papà, mentre con lui ho ascoltato le vostre canzoni nei tubi”.
“Il tuo papà e il suo amico sono persone cattive. Usano le macchine e disprezzano il Grande verme. Ricordi quando hai detto a me e a zio Vartan cos’ha fatto tuo papà quando i cattivi hanno deciso di distruggere il mondo?”
“Sì”, Oleg annuì di nuovo.
“Ce lo vuoi raccontare di nuovo?”, il vecchio afferrò l’accendino con l’altra mano.
“Mio papà lavorava per le RVA, le forze missilistiche. Era un esperto di missili. Una volta, anche io sarei voluto diventare come lui”.
La gola di Artyom si inaridì. Come aveva fatto a non capire l’enigma, quando il bambino glielo aveva rivelato? Ecco dove aveva trovato quello strano stemma e perché aveva dichiarato di essere un esperto di missili, proprio come il povero Tretyak! Si trattava di una coincidenza incredibile. Nella Metro erano rimaste anche persone che servivano nelle forze missilistiche e due di loro si trovavano alla Kievskaya. Poteva essere un caso?
“Un esperto di missili... Persone come lui crearono il peggior male del mondo, ancor più di tutti gli altri messi insieme. Azionavano macchine ed equipaggiamenti che bruciarono e distrussero la Terra e tutte le forme di vita. Il Grande verme perdona coloro che si allontanano da lui, ma non quelli che distruggono il mondo e seminano la morte, non quelli che hanno attuato un tale progetto. Tuo padre ha causato un dolore intollerabile al Grande verme. Tuo padre ha distrutto il nostro mondo con le sue stesse mani. Sai che cosa merita?”, la voce del vecchio si era fatta severa.
“La morte?”, domandò il bambino esitante, osservando prima il sacerdote, poi suo padre, ripiegato su se stesso sul pavimento della gabbia.
“La morte”, confermò il sacerdote. “Deve morire. Prima moriranno quelli che hanno inflitto sofferenze al Grande verme, prima verrà esaudita la sua promessa; il mondo rinascerà e verrà riconsegnato nelle mani dei buoni”.
“Allora il papà deve morire”, convenne Oleg.
“Bravo, ragazzo!”, il vecchio diede qualche colpetto affettuoso sulla testa del bambino.
“Ora va’, torna a giocare con lo zio Vartan e gli altri bambini! Fa’ attenzione a non cadere nell’oscurità! Dron, accompagnalo. Io rimarrò ancora un po’ qui con gli uomini. Torna tra mezz’ora con gli altri e porta i sacchi. Noi saremo pronti”.
Venne spenta la luce. Il fruscio veloce dei passi del selvaggio, insieme a quelli leggeri del bambino, svanirono in lontananza. Il sacerdote tossì e si rivolse ad Artyom: “Vorrei fare quattro chiacchiere con voi, se non vi dispiace. Di solito non catturiamo nessuno, a meno che non si tratti di bambini, che sono sempre minuti e malaticci... Ma gli adulti che arrivano fin qui... Beh, mi piacerebbe poter parlare con loro, solo che... se li mangiano troppo velocemente...”
“Perché insegnate loro che è male mangiare le altre persone?”, domandò Artyom.
“Mi stai chiedendo il perché del verme che si dispera e tutto il resto? Beh, come posso spiegartelo? È per il loro futuro. Ovviamente, tu non li vedrai crescere e forse nemmeno io, ma ora stiamo gettando le basi per il futuro di una civiltà: una cultura che vivrà in armonia con la natura del mondo. Il cannibalismo è un male necessario per loro. Nulla sopravvive se non si sostenta di proteine animali. Ma le leggende rimarranno vive e quando il bisogno diretto di uccidere e di abbuffarsi della carne dei propri simili svanirà, loro non lo faranno più. Solo allora il Grande verme si ricorderà. Per voi è stata una sfortuna vivere in questo periodo tanto affascinante...”, il vecchio si mise a ridere in maniera sgradevole.
“Ho visto moltissime cose diverse nella Metropolitana”, ribatté Artyom. “In una stazione credevano che, se avessero scavato a sufficienza, sarebbero giunti all’inferno. In un’altra, sostenevano che fossimo già sulla soglia del Paradiso, perché la battaglia finale tra il bene e il male si era già svolta e coloro che erano riusciti a sopravvivere erano stati scelti per entrare nel Regno del Paradiso. Dopo tutto ciò la storia del tuo Grande verme non mi pare per nulla convincente. Almeno tu ci credi?”
“Che differenza fa? Cosa c’entra ciò che io o gli altri sacerdoti crediamo?”, ghignò il vecchio. “Tu non sopravvivrai molto a lungo, ti rimangono poche ore, perciò ti racconterò una cosa. Si può essere così onesti solo con quelli che si porteranno tutte le rivelazioni nella tomba. Ciò in cui io credo non è rilevante. L’importante è che la gente creda. È difficile credere in un dio che ho creato io stesso”, il sacerdote si interruppe per un istante, rifletté e continuò: “Come posso spiegartelo? Quando ero uno studente all’Università, seguii corsi di filosofia e di psicologia, anche se dubito che tu sappia di cosa si tratta. Avevo un professore che insegnava psicologia cognitiva; era un uomo estremamente colto, che strutturava i processi intellettuali in maniera sistematica. Era un vero piacere ascoltarlo. Un giorno gli posi una domanda, la stessa che, a quel tempo, ronzava in testa a tutti i ragazzi della mia età: ‘Dio esiste?’ Avevo letto diversi libri, ne avevo discusso con altri, come si è soliti fare in quell’ambiente; mi ero persuaso che Lui non esistesse. Non so perché, ma avevo deciso che quel professore in particolare, grande esperto dell’animo umano, potesse rispondere in modo dettagliato alla domanda che tanto mi affliggeva. Mi recai nel suo ufficio, con il pretesto di discutere di un componimento, quindi gli domandai: ‘Secondo lei, Ivan Mikhalych, Dio esiste davvero?’ La sua risposta mi sorprese alquanto. Mi disse: ‘Secondo la mia opinione non vale la pena rispondere a una domanda del genere. Io provengo da una famiglia di credenti, abituata all’idea che Lui esista. Dal punto di vista psicologico, non ho nemmeno provato ad analizzare la verità perché non ne trovavo l’utilità. In generale, non si tratta di una domanda cognitiva basata su un principio, come un comportamento quotidiano. La mia fede non mi dà la convinzione di un potere supremo, ma la spinta ad adempiere a dei comandamenti prestabiliti, a pregare prima di coricarmi e a recarmi in chiesa. Per me è meglio così, mi sento più in pace’. Questo è quanto”, così dicendo il vecchio ammutolì.
“E con ciò?”, Artyom non riuscì a trattenersi.
“Che io creda o meno nel Grande verme non è così importante. Ma i comandamenti pronunciati dalle labbra divine sopravvivono per secoli. Un’ultima cosa: crea un dio e insegna la sua parola. Credimi, il Grande verme non è peggiore di altri dèi, ed è riuscito a sopravvivere a molti di loro”.
Artyom chiuse gli occhi. Né Dron né il capo di questa sorprendente tribù e neppure strane creature come Vartan mettevano in dubbio l’esistenza del Grande verme. Per loro era qualcosa di prestabilito, l’unica spiegazione per ciò che vedevano attorno a loro, l’unica autorità per agire e il solo termine di paragone con cui giudicare il bene e il male. In cos’altro poteva credere un uomo che non aveva mai visto nient’altro che la Metro? Ma, tra le leggende riguardanti il verme, c’era ancora qualcosa che Artyom non riusciva a comprendere.
“Perché li istighi tanto contro le macchine? Cosa c’è di male nei nostri meccanismi? L’elettricità, la luce, le armi e il resto... Dai tuoi insegnamenti si evince che la gente deve vivere senza queste comodità”, fece notare al vecchio.
“Cosa c’è di male nelle macchine?!”, il tono dell’anziano cambiò in maniera drammatica: la gentilezza e la pazienza con cui aveva esposto i suoi pensieri fino ad allora si erano dissolte nel nulla. “Un’ora prima della tua morte vuoi insegnare a me i benefici delle macchine?! Beh, guardati attorno! Solo un cieco non noterebbe che, se l’umanità avesse avuto un po’ più di senno, non si sarebbe affidata alle macchine! Come osi propinarmi le tue chiacchiere sul ruolo degli equipaggiamenti, proprio qui alla mia stazione? Tu non sei nessuno!”
Artyom non si aspettava che la sua domanda, molto meno sediziosa della precedente riguardante la fede nel Grande verme, provocasse una tale reazione nel vecchio. Non sapendo cosa rispondere, rimase in silenzio. Il respiro affannato dell’anziano si sentiva nell’oscurità; sussurrava imprecazioni e cercava di calmarsi. Riprese a parlare solo dopo diversi minuti.
“Non sono abituato a parlare con i miscredenti”. A giudicare dalla voce, il vecchio era riuscito a ricomporsi. “Mi sono fatto prendere dall’impeto della conversazione. C’è qualcosa che sta trattenendo i piccoli. Non ci hanno ancora portato i sacchi”. Fece un’altra pausa significativa.
“Quali sacchi?”, il ragazzo rispose alla domanda strategica.
“Vi prepareranno: quando ho parlato di tortura, non sono stato preciso. L’inutile crudeltà va contro gli insegnamenti del Grande verme. Quando io e miei colleghi ci rendemmo conto che qui il cannibalismo aveva attecchito e non potevamo più fare nulla per impedirlo, decidemmo di occuparci del lato culinario della questione. Qualcuno si ricordò dei coreani che, quando mangiavano i cani, li catturavano vivi, li infilavano in sacchi e li uccidevano a bastonate. La carne ne trae un enorme beneficio. Diventa più morbida, più tenera. I molteplici ematomi di un uomo sono una leccornia per un altro. Perciò, ti chiedo di non giudicarci con severità. Anche io preferirei prima morire e poi essere preso a bastonate. Inevitabilmente vi saranno delle emorragie interne, ma una ricetta è una ricetta”. Il vecchio illuminò la stanzetta con l’accendino per vedere l’effetto che aveva prodotto la sua rivelazione. “Tuttavia, c’è qualcosa che li trattiene, non sarebbe dovuto accadere...”, aggiunse.
Un fischio lo interruppe. Artyom udì delle urla, delle corse, dei pianti di bambini, poi di nuovo quel fischio sinistro. Alla stazione era accaduto qualcosa. Anche il sacerdote ascoltava i rumori con apprensione, quindi spense l’accendino e non disse altro.
Diversi minuti più tardi, si udì il frastuono di scarponi sulla soglia della porta e una voce profonda mormorò: “Qualcuno è ancora vivo?”
“Sì, siamo qui! Artyom e Anton!”, urlò il ragazzo con tutta l’aria che aveva nei polmoni, sperando che il vecchio non fosse armato di cerbottana e aghi avvelenati.
“Eccoli qui! Coprite sia me che il bambino!”, gridò qualcun altro. La stanza venne rischiarata da una luce abbagliante, il vecchio si lanciò verso l’uscita, ma l’uomo che bloccava il passaggio lo colpì sul collo e il sacerdote cominciò ad ansimare e quindi cadde a terra.
“La porta, tenete la porta!”, qualcosa stava crollando; dell’intonaco si staccò dal soffitto e la polvere infastidì Artyom, che chiuse gli occhi. Quando li riaprì, c’erano due uomini nella stanza.
Non si trattava di soldati ordinari, in effetti Artyom non aveva mai visto niente del genere in vita sua. Indossavano lunghi e pesanti giubbotti antiproiettile sopra uniformi nere fatte su misura, erano entrambi armati di insolite mitragliatrici corte, con mirini laser e silenziatori. Inoltre, avevano enormi elmetti in titanio con copertura per il viso, come quelli degli Spetsnaz dell’Hansa, e grossi scudi, anch’essi in titanio con fori per gli occhi. Avevano un aspetto straordinario. Alle spalle di uno degli uomini era visibile un lanciafiamme. Ispezionarono velocemente la stanza, illuminandola con lunghe torce incredibilmente potenti, a forma di manganelli.
“Sono questi?”, chiese uno degli uomini.
“Sono loro”, confermò l’altro. Il primo soldato esaminò subito il lucchetto della gabbia, fece qualche passo indietro e saltò, colpendo le sbarre della cella con i suoi scarponi. I cardini arrugginiti si ruppero e la porta cadde a pochi centimetri da Artyom. L’uomo si abbassò su un ginocchio davanti al ragazzo e sollevò la maschera di protezione. A quel punto Artyom comprese: era Melnik, che lo guardava di traverso. Con il suo enorme coltello a serramanico spezzò i cavi che gli tenevano legate le gambe e le mani, quindi passò ad Anton.
“Sei vivo”, sottolineò Melnik soddisfatto. “Riesci a camminare?”
Artyom annuì, ma non riuscì a rialzarsi: il suo corpo era troppo intorpidito e non riusciva ancora a controllarlo del tutto. Altri uomini entrarono nella stanza e due di loro si misero alla porta e assunsero subito una posizione di difesa. In totale c’erano otto combattenti. Erano tutti vestiti ed equipaggiati come quello che aveva assaltato la stanza, ma molti di loro indossavano anche dei lunghi impermeabili di pelle, proprio come quello di Hunter. Uno di loro fece scendere a terra il bambino che teneva tra le braccia e lo coprì con lo scudo che portava al braccio. Il piccolo entrò immediatamente nella cella e si mise al capezzale di Anton.
“Papà! Papà! Ho mentito perché pensassero che fossi dalla loro parte! Ho mostrato ai soldati dove vi trovavate! Perdonami, papà! Papà, di’ qualcosa!”, il bambino non riuscì a trattenere le lacrime. Anton osservava il soffitto con occhi inespressivi. Artyom temeva che due aghi paralizzanti in un solo giorno potessero essere troppi per il comandante della guardia. Melnik toccò il collo di Anton con due dita.
“Sta bene”, concluse dopo qualche secondo. “È vivo. Portate una barella!”
Mentre Artyom spiegava allo stalker l’effetto degli aghi paralizzanti, due altri combattenti aprirono una barella di tela, la poggiarono a terra e vi sistemarono sopra Anton. A terra, il vecchio si agitava e si mise a borbottare qualcosa.
“Chi è questo?”, domandò Melnik e, dopo aver ascoltato la descrizione del ragazzo, ordinò agli altri: “Lo porteremo con noi e lo useremo come copertura. Com’è la situazione?”
“Tutto tranquillo”, riportò uno dei soldati alla guardia della porta.
“Torniamo nella galleria”, disse allora lo stalker. “Dobbiamo portare il ferito alla base, insieme all’ostaggio, così lo potremo interrogare. Forza, andiamo”. Così dicendo, lanciò ad Artyom una mitragliatrice e aggiunse: “Se tutto va come pianificato, non dovrai usarla. Non hai alcuna protezione, perciò faresti meglio a stare dietro di noi. Tieni d’occhio il piccolo”.
Artyom annuì e prese per mano Oleg, trascinando via il bambino dalla barella del padre.
“Posizioniamoci a tartaruga”, ordinò Melnik. Un attimo dopo i combattenti formarono un ovale, mettendo in avanti gli scudi in maniera tale che sembravano tutti collegati l’uno all’altro; oltre agli scudi, erano visibili solo gli elmetti. Quattro di loro portavano la barella con le mani libere. Il bambino e Artyom erano all’interno della formazione, completamente protetti dagli scudi. Imbavagliarono il vecchio, gli legarono le mani dietro la schiena e lo misero nella posizione di testa. Dopo diversi colpi ben assestati smise di cercare di liberarsi, si calmò e prese a fissare scontroso il pavimento. I primi due soldati, quelli che erano dotati di speciali strumenti per la visione notturna, erano gli occhi della tartaruga. I dispositivi erano fissati direttamente ai loro elmetti, perché avessero le mani libere. Al comando, la compagnia si chinò un poco, per fare in modo che anche le gambe venissero coperte dagli scudi, e si mise a procedere velocemente. Stretto tra i combattenti, Artyom teneva la mano di Oleg e lo trascinava in avanti. Non riusciva a vedere nulla e capiva ciò che succedeva al di fuori solo dalle frasi asciutte che carpiva.
“Tre a destra... Donne e un bambino”.
“A sinistra! Sotto l’arco, sotto l’arco! Stanno sparando!”, gli aghi cominciarono ad attaccare il metallo degli scudi.
“Abbatteteli!”, per tutta risposta si udì il rombo delle mitragliatrici.
“Eccone uno... Due... Continuate a muovervi, muovetevi!”
“Da dietro! Lomov!”
“Altri spari!”
“Dove, dove? Non andate laggiù!”
“Avanti, ho detto! Tenete l’ostaggio!”
“Dannazione, mi è volato davanti agli occhi...”
“Fermi! Fermi! Stop!”
“Che c’è lì davanti?”
“È tutto bloccato! Ci saranno almeno quaranta persone! Una barricata!”
“È lontana?”
“Venti metri. Non sparano”.
“Si stanno avvicinando dai lati!”
“Sono riusciti a costruire una barricata in così poco tempo?”
Una pioggia di aghi colpì gli scudi. Al segnale si abbassarono tutti su un ginocchio in modo che fossero completamente protetti. Anche Artyom si chinò per mettere al riparo il bambino. Misero a terra la barella con Anton, mentre la cascata di aghi si intensificava.
“Non rispondete! Non rispondete! Aspetteremo...”
“Uno mi ha colpito lo scarpone...”
“Preparate le torce... Al tre, luce e fuoco. Chiunque sia equipaggiato di visione notturna, scelga subito il suo obiettivo... Uno...”
“Come sparano...”
“Due! Tre!”. Diverse torce potentissime si accesero simultaneamente e le mitragliatrici presero a rombare. Provenienti da davanti a sé, Artyom udiva le urla e i lamenti dei morenti. Poi il fuoco cessò inaspettatamente e Artyom si mise in ascolto.
“Laggiù! Là! Con la bandiera bianca... si stanno arrendendo?”
“Cessate il fuoco! Negozieremo. Mettete davanti l’ostaggio!”
“Smettila, bastardo, stai fermo! Ce l’ho! Ce l’ho! Vecchio intelligentone...”
“Abbiamo il vostro sacerdote! Lasciateci uscire da qui!”, Melnik pronunciò le parole a gran voce. “Fateci tornare nella galleria! Ripeto: lasciateci uscire da qui!”
“Beh, che succede? Che succede?”
“Nessuna reazione. Non parlano”.
“Forse non ci comprendono?”
“Illuminatelo un po’ meglio...”
“Date un’occhiata”. Le negoziazioni si interruppero all’improvviso. Sembrava che i combattenti fossero assorti nei loro pensieri. Cominciarono quelli nella prima fila, poi anche quelli nella retroguardia si acquietarono. Il silenzio era teso, non preannunciava nulla di buono.
“Che succede?”, domandò Artyom con apprensione. Nessuno gli rispose. I soldati avevano persino smesso di proseguire. Artyom sentì che il palmo della mano che teneva quella del bambino aveva cominciato a sudare. Il piccolo la scosse.
“Sento... che ci sta fissando...”, disse a bassa voce.
“Liberate l’ostaggio!”, ordinò Melnik all’improvviso.
“Liberate l’ostaggio!”, ripeté un altro combattente. Artyom non riuscì più a trattenersi e si raddrizzò per sbirciare al di là degli scudi e degli elmetti: davanti a loro, a una decina di metri, dove si incontravano tre accecanti raggi luminosi, si trovava un uomo alto che reggeva con la mano nodosa uno straccio bianco. I suoi occhi non erano infastiditi dalla luce e non cercava nemmeno di ripararli con le mani, il suo viso si riusciva a distinguere con chiarezza: era simile a Vartan, quello che lo aveva interrogato qualche ora prima. Artyom si rituffò dietro gli scudi e fece scattare la sicura della sua mitragliatrice, dopo aver preparato il caricatore. La scena a cui aveva appena assistito era rimasta tale: sia inquietante che affascinante, gli fece ricordare per un momento un vecchio libro, “Racconti e miti dell’Antica Grecia” che adorava guardare quando era bambino. Una delle leggende raccontava di una creatura mostruosa, semi umana, il cui sguardo aveva trasformato diversi valorosi guerrieri in pietra. Fece un sospiro, radunò tutta la sua forza di volontà per evitare di guardare il viso dell’ipnotizzatore, superò gli scudi come una scheggia e premette il grilletto. Dopo la strana, muta battaglia tra mitragliatrici con silenziatori e cerbottane, il rumore del Kalashnikov sembrò distruggere le volte della stazione. Sebbene Artyom fosse convinto che sarebbe stato impossibile mancarli da una tale distanza, accadde ciò che più temeva: la creatura aveva compreso le sue intenzioni e non appena la testa di Artyom apparve da sopra gli scudi, il suo sguardo si serrò su quegli occhi senza vita. Riuscì a mettere in azione la mitragliatrice, ma una mano invisibile riuscì abilmente a spostare di lato la canna dell’arma. Sparò praticamente a vuoto, solo un proiettile andò a segno e colpì alla spalla la creatura, che emise un assordante suono gutturale e poi, con un movimento elusivo, scomparve nell’oscurità. “Abbiamo pochi secondi”, pensò Artyom. Solo qualche secondo. Quando la squadra di Melnik aveva fatto irruzione nella Parco della Vittoria, dalla loro avevano avuto l’elemento sorpresa. Ma ora i selvaggi erano riusciti a organizzare una forza di difesa e sembrava non vi fosse alcuna possibilità di superare quella barricata. L’unica soluzione che rimaneva era dirigersi dalla parte opposta. Le parole del suo carceriere gli risuonarono nella mente: le gallerie che non sono sulla mappa della Metro permettono di uscire dalla stazione.
“Ci sono altre gallerie qui?”, domandò a Oleg.
“C’è un’altra stazione, oltre il passaggio. È proprio come questa, come fosse riflessa in uno specchio”, il bambino indicò con la mano. “Siamo andati a giocare laggiù, ci sono gallerie come queste, ma ci hanno detto che era proibito andarci”.
“Torniamo indietro! Verso il passaggio!”, urlò Artyom a squarciagola, cercando di imitare la voce profonda e autoritaria di Melnik.
“Ma che diavolo...?”, lo stalker ringhiò con disprezzo. Era ritornato in sé.
Artyom lo prese per una spalla.
“Presto, hanno un ipnotizzatore”, farfugliò. “Non possiamo superare quello sbarramento! C’è un’altra uscita laggiù, oltre quel passaggio!”
“È vero, questa stazione ha una gemella... Andiamo!”, lo stalker accettò la decisione. “Mantenete la formazione! Indietro, piano!”
Gli altri cominciarono a spostarsi lentamente, come controvoglia. Impartendo nuovi ordini, Melnik riuscì a fare in modo che la squadra si ricomponesse e battesse la ritirata prima che altri aghi potessero raggiungerli dall’oscurità. Quando si rimisero in piedi si trovavano sui gradini del passaggio, poi il combattente che si trovava all’estremità posteriore della formazione strillò e si afferrò lo stinco. Continuò a salire gli scalini, ma era palese che le gambe gli si stessero irrigidendo; infatti, dopo pochi secondi ebbe un crampo che lo atterrò e lo fece contorcere come un panno strizzato. Quindi rimase immobile a terra. Il gruppo si fermò. Dietro la copertura di scudi, due soldati si adoperarono per fare alzare il loro compagno, ma ormai era tutto finito. Il suo corpo stava diventando completamente blu davanti ai loro occhi, mentre dalla bocca fuoriusciva una spessa schiuma. Sia Artyom che Melnik sapevano cosa significava.
“Prendi il suo scudo, l’elmetto e la mitragliatrice. Veloce!”, ordinò ad Artyom. “Andiamo, forza!”, urlò agli altri.
L’elmetto in titanio che avrebbe dovuto sfilare dalla testa dell’uomo era ricoperto di quella terribile schiuma e Artyom non riuscì proprio a eseguire l’ordine dello stalker. Si limitò a raccogliere la mitragliatrice e lo scudo, prese posizione nella retroguardia della formazione, si protesse con lo scudo e cominciò a procedere dietro agli altri. Ormai stavano quasi correndo. A quel punto qualcuno lanciò un fumogeno e, approfittando della confusione, la squadra scese sui binari. Un altro combattente lanciò un urlo e cadde a terra. Erano rimasti in tre a trasportare la barella con Anton. Artyom cercò di non mostrarsi da dietro lo scudo e, diverse volte, sparò dietro di sé senza nemmeno guardare cosa colpisse. Quindi la situazione divenne improvvisamente calma: non veniva più sparato alcun ago sebbene, a giudicare dal rumore dei passi e dalle voci attorno, l’inseguimento non fosse ancora terminato. Con tutto il coraggio che aveva in corpo, Artyom decise di guardare oltre lo scudo: il gruppo si trovava a dieci metri dall’entrata della galleria. I primi soldati ci erano già entrati. Altri due, girandosi, illuminarono la strada e coprirono gli altri. Ma non ve ne fu alcun bisogno: sembrava che i selvaggi non avessero intenzione di inseguirli dentro quel tunnel, al contrario si radunarono a semicerchio, abbassarono le cerbottane e si coprirono gli occhi per proteggerli dalla luce accecante delle torce, poi si misero in attesa di qualcosa, in silenzio.
“Nemici del Grande verme, ascoltate!”, il capo con la barba apparve tra la folla. “Nemici: state mettendo piede nei passaggi sacri al Grande verme. I buoni non vi inseguiranno. Oggi è vietato percorrerli. Enorme pericolo. Morte e dannazione. Nemici: riconsegnateci il vecchio sacerdote e andatevene”.
“Non lasciatelo andare, non ascoltateli”, intimò lentamente Melnik. “Andiamocene”.
Proseguirono con cautela. Artyom e diversi altri combattenti si spostavano all’indietro e non distoglievano lo sguardo dalla stazione che stavano abbandonando. All’inizio nessuno li seguì, ma poi si udì qualcuno: stava discutendo, dapprima non ad alta voce, ma poi con un tono sempre più concitato.
“Dron non può! Dron deve andare! Per il maestro!”
“Vietato andare! Stop! Stop!”, una sagoma oscura si rivelò dall’oscurità ai raggi delle torce a una tale velocità che fu impossibile colpirla. Dietro di lei ne apparvero altre in lontananza. Non riuscendo a colpire il primo selvaggio, uno dei combattenti lanciò qualcosa davanti a sé.
“Giù! Granata!”. Artyom si lanciò sulle traversine con il viso rivolto verso il terreno, si coprì la testa con le mani e aprì la bocca, proprio come il patrigno gli aveva insegnato. L’incredibile rumore e la forza assordante dell’onda d’urto colpirono le sue orecchie e lo schiacciarono a terra. Rimase fermo per diversi minuti, ad aprire e chiudere gli occhi, cercando di ritornare in sé. Il frastuono gli martellava ancora in testa e vedeva cerchi colorati davanti agli occhi. Dopo aver ripreso il controllo, la prima cosa che udì furono parole disarticolate, ripetute all’infinito: “No, no, non sparare, non sparare, non sparare, Dron non è armato, non sparare!”, voltò il capo e si guardò attorno. Nel punto in cui si intersecavano i raggi delle torce, con le mani alzate, si trovava il selvaggio che gli aveva fatto la guardia mentre era imprigionato. Due soldati lo tenevano sotto fuoco, attendendo ulteriori ordini; nel frattempo gli altri si alzavano e si ripulivano, scuotendosi di dosso la densa polvere sospesa nell’aria, mentre il fumo giungeva fin lì dalla stazione.
“Cosa? È crollato?”, domandò qualcuno.
“Con un’unica granata... Tutta la Metro rimane in piedi per un pelo...”
“Beh, per lo meno non cercheranno più di raggiungerci. Almeno finché non liberano la strada...”
“Così dovrebbero essere sistemati per un po’. Andiamo, non c’è tempo, non sappiamo quanto ci metteranno a rimettersi in piedi”, ordinò Melnik.
Fecero una pausa solo un’ora dopo. Durante la loro marcia, la galleria si era divisa in due e lo stalker, che conduceva il gruppo, scelse da che parte andare. In un punto videro degli enormi cerchi in ferro battuto, che con tutta probabilità erano serviti ad azionare dei portelloni. A fianco si intravvedevano i detriti di una porta a pressione. Oltre a questo, non trovarono nulla di interessante: la galleria era completamente vuota, buia e senza vita.
Camminavano lenti, il vecchio inciampava a ogni passo e cadde diverse volte. Dron procedeva controvoglia e borbottava tra sé frasi riguardo i divieti e la dannazione, finché non lo imbavagliarono. Quando finalmente lo stalker gli permise di fermarsi e schierò le sentinelle dotate di dispositivi per la visione notturna a cinquanta metri in entrambe le direzioni, il sacerdote, ormai esausto, crollò al suolo. Il selvaggio continuava a implorare qualcosa di indistinto attraverso il bavaglio, fino a che le guardie non gli permisero di avvicinarsi al vecchio. A quel punto si mise in ginocchio e carezzò la testa del sacerdote con entrambe le mani legate. Il piccolo Oleg si precipitò vicino alla barella dove si trovava il padre e prese a singhiozzare. La paralisi era passata, ma Anton era ancora privo di sensi, come quando lo aveva colpito il primo ago. Nel frattempo, lo stalker richiamò Artyom al suo fianco. Il ragazzo non riusciva più a contenere la curiosità.
“Come ci avete trovato? Ormai ero convinto che ci avrebbero mangiato”, ammise.
“Pensi fosse difficile? Avete lasciato il carrello sotto alla botola. Le guardie lo hanno notato quando Anton non è tornato per il tè. Non si sono voluti avventurare all’interno da soli, perciò hanno lasciato una sentinella di guardia e hanno fatto rapporto al capo. Tu non mi hai aspettato nemmeno per un istante! Io sono ripartito per tornare alla Smolenskaya, alla base, per radunare dei rinforzi. Ho trovato subito degli uomini, ma avevamo bisogno di tempo per equipaggiarci. Nel frattempo mi sono messo a riflettere su quello che era accaduto alla Mayakovskaya. Laggiù la situazione è simile a qui: una galleria crollata, dove io e Tretyak ci siamo separati. Stavamo cercando l’entrata della D-6 dalla mappa. Ci trovavamo a cinquanta metri l’uno dall’altro. Molto probabilmente lui si era avvicinato di più. Sono passati tre minuti, l’ho chiamato a gran voce, ma non ha risposto. Sono corso da lui e l’ho trovato a terra, completamente blu, gonfio, con la bocca piena di quella schifezza. L’ho preso per le gambe e l’ho trascinato fino in stazione. Poi mi sono ricordato del racconto di Semyonovich sulla sentinella avvelenata; ho illuminato il corpo di Tretyak e gli ho trovato un ago piantato nella gamba. A quel punto ho cominciato a comprendere. Ti ho mandato un messo per comunicarti di rimanere alla stazione, che avrei sistemato un paio di cose e poi sarei tornato da te. Ma non ci sono riuscito”.
“Allora sono anche alla Mayakovskaya?”, Artyom era sorpreso. “Ma come sono riusciti a giungere fin lì dalla Parco della Vittoria?”
“Ecco come ci sono arrivati”, lo stalker si tolse il pesante elmetto e lo mise a terra. “Spero che mi perdonerai se non sono venuto fin qui solo per salvarti ma anche per portare avanti una ricognizione. Ritengo vi sia un’altra uscita che conduce alla Metro-2. Questi cannibali sono riusciti anche ad arrivare alla Mayakovskaya. A proposito, laggiù la situazione è la medesima: anche lì di notte scompaiono i bambini. Chissà dove diavolo li portano, perché non ne rimane più traccia”.
“Significa che... vuole dire...”, il pensiero era sembrato talmente incredibile che Artyom stesso non osava pronunciare le parole ad alta voce: “Secondo lei, l’entrata che conduce alla Metro-2 è qui da qualche parte?”
La porta della D-6, il misterioso fantasma della Metropolitana, era davvero nelle immediate vicinanze. Tutte le voci, le storie, le leggende e le teorie sulla Metro-2 che aveva sentito raccontare durante la sua vita cominciarono a vorticargli nella testa.
“Lascia che ti dica anche un’altra cosa”, lo stalker gli fece l’occhiolino. “Io credo che siamo già entrati. Solo che per il momento mi è stato impossibile verificarlo”.
Chiedendo una torcia a uno dei soldati, Artyom si mise a controllare le pareti della galleria. Notò lo sguardo sorpreso degli altri: di sicuro doveva sembrare uno stupido, ma non riuscì a farne a meno. Inoltre, riusciva solo in parte a comprendere cosa aspettarsi una volta raggiunta la Metro-2. Binari d’oro, forse? Gente che viveva come nel passato, in un’abbondanza fiabesca e che non conosceva gli orrori della loro vita quotidiana? Dèi? Passò da una sentinella all’altra e, non trovando niente, si rivolse di nuovo a Melnik, il quale discuteva con il combattente che sorvegliava i selvaggi.
“Che ne dobbiamo fare degli ostaggi? Li finiamo?”, domandò il soldato con naturalezza.
“Prima di tutto, voglio fare una chiacchierata con loro”, rispose lo stalker. Piegandosi in avanti, rimosse il bavaglio dalla bocca del vecchio, poi fece lo stesso anche con il secondo prigioniero.
“Maestro! Maestro! Dron viene con te. Vengo con te, Maestro!”, si lamentò il selvaggio oscillando da una parte all’altra sopra il sacerdote gemente. “Dron sta violando il divieto di entrare nei passaggi sacri, Dron è pronto a morire per mano dei nemici del Grande verme, ma Dron viene con te, fino alla fine!”
“Cos’altro c’è? Cos’è questo Grande verme? Cosa sono i passaggi sacri?”, domandò Melnik.
Il vecchio non rispose.
Osservando con timore i soldati, Dron spiegò in tutta fretta: “I passaggi sacri del Grande verme sono proibiti ai buoni. Il Grande verme potrebbe rivelarsi lì dentro. L’uomo può vedere. È vietato guardare! Solo i sacerdoti possono. Dron ha paura, ma viene lo stesso. Dron viene con il maestro”.
“Quale verme?”, lo stalker arricciò il naso.
“Il Grande verme... il creatore della vita”, spiegò Dron. “I passaggi sacri sono più avanti. Non ci si può andare tutti i giorni, ci sono giorni vietati. Oggi è un giorno vietato. Se vedi il Grande verme, diventi cenere. Se lo senti, verrai maledetto e morirai in fretta. Tutti lo sanno. Gli anziani ce lo insegnano”.
“Laggiù sono tutti deficienti come questo?”, lo stalker guardò Artyom.
“No”, il ragazzo scosse la testa. “Parli con il sacerdote”.
“Sua Eminenza”, Melnik si rivolse al vecchio in tono ironico. “Spero che mi perdonerà, ma io sono solo un vecchio soldato... Come posso esprimermi al meglio... Io non conosco parole forbite. Ma c’è un luogo che vi appartiene, che noi stiamo cercando. Supponiamo ci si possa arrivare... Vi sono custoditi degli oggetti... Frecce lucenti? Lance distruttive?”, e guardò il viso del vecchio, sperando che reagisse a una delle sue metafore, ma il sacerdote testardo non diceva una parola e lo osservava corrucciato. “Le bollenti lacrime degli dèi?”, provò nuovamente lo stalker, sebbene sia Artyom che gli altri fossero rimasti a bocca aperta. “I fulmini di Zeus?”
“Smettila di prendermi in giro”, lo interruppe il vecchio, sprezzante. “I tuoi sporchi scarponi da soldato non calpesteranno nulla di divino”.
“Missili”, Melnik si fece subito risoluto. “L’unità missilistica appena fuori Mosca. C’è un’uscita in una galleria della Mayakovskaya. Deve ricordarsi di cosa sto parlando. Dobbiamo arrivarci subito e lei farebbe meglio ad aiutarci”.
“Missili...”, il vecchio ripeté lentamente, come se stesse assaporando la parola sulla lingua.
“Missili... Quanti anni ha, una cinquantina, vero? Allora se lo deve ricordare per forza. Nel mondo occidentale li chiamavano SS-18 ‘Satan’. Fu l’unica illuminazione di una civiltà ormai cieca dalla nascita”.
“Sei sicuro di essere invincibile come credi?! Avete distrutto il mondo intero! Siete davvero invincibili?”
“Ascolti, Sua Eminenza, non abbiamo molto tempo”, lo interruppe Melnik. “Le do cinque minuti”, mentre gli mostrava le cinque dita della mano, le fece scrocchiare.
Il vecchio fece una smorfia: sembrava che né l’abbigliamento da combattente dello stalker e dei suoi soldati né la minaccia così poco velata nella voce di Melnik avessero avuto il benché minimo impatto su di lui.
“Voi cosa potreste farmi?”, sorrise. “Torturarmi? Uccidermi? Forza, tanto sono già vecchio e nella nostra religione non ci sono abbastanza martiri. Fatevi avanti, uccidetemi! Così come avete ucciso centinaia di milioni di altre persone! Come avete sterminato il mondo intero! Il nostro mondo! Premete il grilletto delle vostre dannate mitragliatrici, allo stesso modo in cui avete premuto i grilletti e i pulsanti di decine di migliaia di dispositivi letali!”, la voce del vecchio, dapprima debole e rauca, si fece subito dura.
Nonostante i capelli grigi impiastricciati, le mani legate e la bassa statura, non aveva più un aspetto patetico, al contrario emanava una forza incredibile, ogni nuova parole sembrava più convincente e minacciosa della precedente.
“Non c’è bisogno che mi strangoliate con le vostre mani, non vedrete la mia agonia... Voi e tutte le vostre macchine sarete dannati! Avete sminuito sia la vita che la morte... Mi considerate un pazzo? Ma i veri folli siete voi, i vostri padri e i vostri figli! Non è stata una rischiosissima pazzia cercare di soggiogare tutta la Terra sotto il vostro dominio, imbrigliare la natura fino a causarle crampi e convulsioni? Dove eravate quando il mondo è stato distrutto? Avete assistito alla sua fine? Avete visto tutto quello che ho visto io? Il cielo, che dapprima pareva si sarebbe sciolto, è stato inghiottito da nuvole inanimate! I fiumi e i mari ribollivano, riportando a riva creature senza vita, e in seguito si sono trasformati in materia congelata! Il sole, che era scomparso dal cielo, non è riapparso per anni interi! Case ridotte a brandelli in un secondo, mentre le persone che le abitavano venivano incenerite! Avete udito le loro grida d’aiuto?! E coloro che morirono a causa delle epidemie e delle radiazioni? Avete udito i loro spergiuri pieni di dolore?! Guardate lui!”, disse, indicando Dron. “Guardate tutti coloro che non hanno braccia, non hanno occhi, hanno sei dita! Persino coloro che sono riusciti a sviluppare nuove abilità!”
Il selvaggio si inginocchiò vicino al vecchio e accolse tutte le sue parole con riverenza. Tuttavia, anche Artyom provava una sensazione molto simile e persino i soldati fecero un riluttante passo indietro. Solo Melnik continuò intento a fissare gli occhi del sacerdote.
“Avete assistito alla morte di questo mondo?”, seguitò il vecchio. “Sapete di chi è la colpa? Chi ha trasformato immense distese di foreste vergini in deserti bruciati? Che avete fatto al mondo? Al mio mondo? La Terra non aveva mai vissuto niente di più malvagio della vostra dannata civiltà meccanica, che è un cancro, un’enorme ameba che risucchia avidamente tutte le sostanze nutritive e utili, per liberarsi di quelle di scarto, fetide e avvelenate. E ora mi dite che avete ancora bisogno di missili?! Necessitate delle armi più tremende create da una civiltà di criminali! Perché? Per completare ciò che avete iniziato? Assassini! Vi odio, vi odio tutti!”, urlò rabbioso, poi si mise a tossire e ammutolì. Nessun altro osò proferire parola finché il vecchio non smise di tossire e poi riprese il suo sermone: “Ma il vostro tempo è giunto alla fine... e, anche se non riuscirò a sopravvivere fino ad allora, altri mi sostituiranno. Verranno coloro che comprenderanno la perniciosità della tecnologia, coloro che riusciranno a farne a meno! Le vostre fila si stanno riducendo e non riuscirete a sopravvivere molto a lungo. Mi dispiace non poter essere presente alla vostra completa distruzione! Tuttavia, i figli che abbiamo allevato ci saranno! L’uomo si pentirà di aver raso al suolo tutto ciò a cui teneva, in nome della sua arroganza! Dopo secoli di morte e illusione, finalmente imparerà a distinguere il bene dal male, la verità dalle menzogne! Noi stiamo educando coloro che popoleranno la Terra dopo di voi e, per fare in modo che la vostra agonia non venga protratta troppo a lungo, ben presto trafiggeremo il vostro cuore con il pugnale della nostra misericordia! Il fiacco cuore della vostra civiltà corrotta... Quel giorno è vicino!”, e così dicendo sputò ai piedi di Melnik.
Passò qualche minuto prima che lo stalker si decidesse a rispondergli. Lanciò un’occhiataccia al vecchio ancora tremante di rabbia, poi si mise a braccia conserte e domandò, interessato: “E allora lei che ha fatto? Ha concepito una sorte di verme e inventato una storia che ispirasse i suoi cannibali a odiare la tecnologia e il progresso?”
“Zitto! Che ne sai tu del mio odio per la vostra dannata, diabolica tecnologia?! Che ne capisci tu della gente, delle loro speranze, dei loro obiettivi e delle loro necessità? Se gli antichi dèi hanno permesso che l’uomo andasse all’inferno e lo hanno voluto seguire insieme al resto del mondo, non ha senso richiamarli alla vita... Nelle tue parole sento la più terribile arroganza, il disprezzo, l’orgoglio che hanno condotto l’umanità sull’orlo del disastro. Perciò, anche se non esiste nessun Grande verme, anche se l’ho creato io, ben presto vi convincerete che questo dio sotterraneo totalmente inventato è molto più potente dei vostri esseri celestiali, quegli idoli che sono caduti dai loro troni e si sono ridotti in mille pezzi! Vi prendete gioco del Grande verme! Continuate pure! Ma ride bene chi ride ultimo!”
“Ne ho abbastanza. Il bavaglio!”, ordinò lo stalker. “Per ora non toccatelo, potrebbe tornarci utile”.
Imbavagliarono di nuovo il vecchio ostinato, mentre lui cercava di urlare altre oscenità. Al contrario, il selvaggio non disse nulla, sembrava disperato, se ne stava con le spalle penzoloni e non distoglieva lo sguardo spento dal sacerdote.
“Maestro! Che significa che non esiste il Grande verme?”, si decise infine, e pronunciò le parole con tono grave. Il vecchio non si degnò nemmeno di guardarlo. “Che significa? Il maestro ha inventato il Grande verme?”. Dron parlava con voce monotona, scuotendo il capo.
Il sacerdote non rispose. Ad Artyom parve che l’anziano uomo avesse consumato tutta la sua energia vitale durante il discorso precedente e che ora fosse esausto.
“Maestro! Maestro... Il Grande verme esiste... Li sta ingannando! Perché? Sta mentendo per confondere i nemici? Lui esiste... esiste!”. Dron cominciò inaspettatamente a ululare: la sua voce, metà lamento e metà pianto, era talmente disperata che Artyom fu sul punto di avvicinarsi a lui per consolarlo. Al contrario, pareva che il vecchio si fosse già accomiatato dalla vita e avesse perso interesse nel suo discepolo, il quale era tormentato da nuovi dilemmi.
“Esiste! Esiste! Esiste! Noi siamo i suoi figli! Siamo tutti suoi figli! Lui esiste, è sempre esistito e sempre esisterà! Esiste! Se il Grande verme non esiste... significa che... siamo completamente soli...”
Al selvaggio, che ormai si sentiva abbandonato, stava accadendo qualcosa di terribile: Dron andò in trance; continuava a scuotere la testa, come se sperasse di dimenticarsi ciò che aveva appena udito, ed emetteva lo stesso suono costante. Le lacrime che gli scendevano dagli occhi si mischiavano con la bava che gli usciva dalla bocca. Non cercò nemmeno si asciugarsi il viso e con le mani si teneva il cranio rasato. I soldati lo liberarono, lui cadde a terra, si coprì le orecchie e poi si colpì ripetutamente il capo. Iniziò a rotolarsi a terra, in maniera selvaggia e incontrollata, mentre le sue grida riempivano l’intera galleria. I combattenti cercarono di calmarlo, ma nemmeno i calci e i pugni riuscivano a farlo smettere di ululare.
Melnik guardò il cannibale con disapprovazione, quindi sbottonò la fondina che teneva al fianco, estrasse la sua Stechkin con il silenziatore, mirò a Dron e premette il grilletto. Il silenziatore risuonò piano e il selvaggio si afflosciò all’istante. Le sue urla disarticolate si fermarono subito, ma per diversi secondi l’eco ripeté le ultime sillabe che aveva pronunciato, tanto che parve allungare di un momento la vita di Dron: “ooooooooooolooooo...”
Dopo averci pensato un po’ su, Artyom comprese che l’ultima parola urlata dal selvaggio prima della sua morte era stata: “Solo!”
Lo stalker fece scivolare la pistola al suo posto. Artyom non riusciva a sollevare lo sguardo verso di lui perché continuava a fissare Dron che era stato ammutolito con la forza e il sacerdote, seduto poco lontano da lui, che non aveva reagito in alcun modo alla morte del suo discepolo. Quando il cane della pistola era scattato, il viso del vecchio si era a malapena contratto, si era girato di sfuggita per guardare il corpo del selvaggio e si era di nuovo voltato, nella più totale indifferenza.
“Andiamo”, ordinò Melnik. “Altrimenti, con tutto questo rumore, potrebbe raggiungerci metà della popolazione della Metropolitana”.
La squadra si rimise in posizione. Misero Artyom nella retroguardia, con la potente torcia e il giubbotto antiproiettile di uno dei combattenti che trasportava Anton. Un minuto più tardi, entrarono nelle profondità della galleria. Artyom non era la persona più adatta per stare dietro al gruppo, poiché le sue gambe si muovevano ancora con difficoltà, inciampava sulle traversine e rivolgeva uno sguardo impotente al combattente davanti a lui. I rantoli morenti di Dron rimbombavano ancora nelle sue orecchie: aveva assorbito la sua disperazione, la disillusione e la riluttanza a credere che l’uomo fosse rimasto completamente solo in questo terribile mondo oscuro. Era una sensazione bizzarra, ma solo dopo aver udito gli ululati del selvaggio e la sua nostalgia disperata per un essere divino inventato, comprese appieno il sentimento universale di solitudine che nutriva la fede dell’intera umanità.
Se lo stalker avesse avuto ragione e se, già da un’ora, avessero imboccato le gallerie della Metro-2, allora la misteriosa struttura si sarebbe rivelata solo un progetto ingegneristico, fatto costruire molto tempo prima dai suoi proprietari, sul quale aveva preso il sopravvento un gruppo di cannibali semi pensanti e di sacerdoti fanatici. I combattenti si misero a parlare a voce bassissima: la squadra entrò in una stazione vuota, dall’aspetto inusuale. La piattaforma era corta, il soffitto basso, le colonne enormi erano in cemento armato, mentre le pareti erano ricoperte da piastrelle invece che dal solito marmo. Tutto ciò indicava che la stazione non dovesse fare nessuna buona impressione, al contrario doveva semplicemente proteggere al meglio tutti coloro che la utilizzavano. Lettere di bronzo avvitate al muro e ossidate con il passare del tempo formavano una parola incomprensibile: “Sovmin”, mentre in un altro luogo componevano i termini: “Casa del Governo della Federazione Russa”. Artyom sapeva che non esistevano stazioni con quel nome all’interno Metropolitana.
Pareva che Melnik non avesse alcuna intenzione di rimanere lì; si guardò attorno velocemente, scambiò qualche battuta rapida con i suoi combattenti e la squadra proseguì. Artyom era pervaso da una strana sensazione che non fu in grado di esprimere in alcun modo. Nella sua testa, gli Osservatori invisibili non erano più una forza minacciosa, saggia e incomprensibile, ma antiche sculture fantasmagoriche che illustravano antichi miti e che sarebbero crollati a causa dell’umidità e dell’aria che percorreva le gallerie. Le altre credenze che gli erano state rivelate durante il suo viaggio si perdevano come sciocchezze nella sua coscienza. Uno dei segreti mai svelati di tutta la Metropolitana si stava rivelando davanti a lui: stava percorrendo la D-6, già denominata la leggenda più importante della Metropolitana da una delle persone che aveva incontrato nella sua missione. Tuttavia, anziché essere felice, Artyom si ritrovò stranamente amareggiato. Stava cominciando a comprendere che alcuni segreti dovrebbero rimanere tali perché non hanno spiegazioni; inoltre, esistono delle domande le cui risposte sarebbe sempre meglio non conoscere. Artyom sentiva l’alito gelido della galleria tagliargli le guance, proprio nei punti in cui erano state bagnate dalle lacrime. Scosse il capo proprio come Dron e cominciò a tremare a causa della corrente umida e fredda, che portava con sé l’odore del marcio e della desolazione, causa della solitudine e della vacuità. Per un secondo gli parve che nulla al mondo avesse più senso. La sua missione e i tentativi umani di sopravvivere in un mondo tanto diverso erano inutili. Non c’era nulla: solo una galleria vuota e oscura nella quale avrebbe dovuto arrancare per percorrerla dalla stazione della “Nascita” a quella della “Morte”. Coloro che ricercavano la fede dovevano andare a perlustrare le ramificazioni della linea. Ciononostante, le stazioni erano sempre due e la galleria che le collegava rimaneva una sola.
Quando Artyom raccolse i suoi pensieri e tornò in sé, si accorse di essere rimasto indietro diverse decine di metri dal resto del gruppo. All’inizio non comprese cosa lo aveva fatto risvegliare, ma poi controllando le pareti e ascoltando con più attenzione, capì: su uno dei muri c’era una porta semi chiusa, attraverso la quale si udiva un rumore che stava aumentando di intensità. Si trattava di un mormorio monotono, di un brontolio insoddisfatto. Probabilmente, quando gli altri erano passati nelle vicinanze della porta non era ancora del tutto udibile, ma ora era difficile non notarlo.
La squadra aveva superato il punto già di un centinaio di metri. Artyom riuscì a resistere al desiderio di mettersi a correre e di raggiungerli, trattenne il respiro, si avvicinò alla porta e la spalancò. Davanti a lui si rivelò un lungo e ampio corridoio, che terminava con un quadrato nero, un’uscita. Il mormorio giungeva proprio da lì e stava diventando sempre più insistente, proprio come il ruggito di un enorme animale. Il ragazzo non osò entrarci. Rimase, come stregato, a fissare la vuota oscurità e ad ascoltare, finché il rumore non diventò fragoroso e, al bagliore della sua torcia, intravvide qualcosa di enorme che si precipitava verso di lui. Indietreggiò, sbatté con forza la porta e corse a perdifiato, finché non raggiunse gli altri.