Metro 2033 – Capitolo 9

CAPITOLO 9 : DU STRIBST


“Condannato all’impiccagione”, concluse il comandante. Vi fu uno scroscio di applausi che tormentò senza pietà le orecchie del giovane.
Artyom alzò la testa con difficoltà e si guardò di lato. Riusciva ad aprire un solo occhio, perché l’altro era tumefatto: era stato brutalmente torturato dalle guardie che lo avevano interrogato. Inoltre, le percosse avevano avuto qualche conseguenza sul suo udito, poiché i rumori gli giungevano come se fossero attutiti da uno spesso strato di ovatta. Sembrava che i denti fossero ancora tutti al loro posto. Ma tanto a cosa gli sarebbero serviti?
Attorno, aveva il consueto marmo chiaro, le solite cose... Quella pietra bianca cominciava a dargli sui nervi. Appesi, sopra di lui, enormi candelabri di ferro che forse un tempo erano stati lampadari elettrici. Ora vi erano poggiate due candele e il soffitto era completamente nero. In tutta la stazione c’erano solo due candelabri, uno in corrispondenza con la grande scalinata in fondo e l’altro nel punto in cui si trovava Artyom, nel bel mezzo dell’atrio, sui gradini di un ponticello che si collegava a un passaggio laterale e conduceva a un’altra linea della Metro.
Vi erano diversi archi semicircolari e colonne pressoché invisibili e ciò dava l’impressione che vi fosse moltissimo spazio. Che razza di stazione era questa?
“Il colpevole verrà giustiziato alle cinque di domani mattina alla stazione Tverskaya”, specificò il grassone di fianco al comandante.
Come il suo superiore, non indossava la mimetica verde, ma un’uniforme nera, con bottoni dorati. Entrambi portavano berretti neri, ma non grezzi come quelli dei soldati nella galleria.
Numerosissime erano le rappresentazioni di aquile e di svastiche a tre punte, insieme a slogan e a motti in lettere gotiche, tracciate con grande attenzione. Concentrandosi sulle parole sfocate, Artyom riuscì a leggere: “La Metro è per i russi!”, “Neri in superficie!”, “A morte i mangiatori di ratti”. Ve n’erano delle altre, dai contenuti più astratti: “Marciamo verso l’ultima battaglia per innalzare lo spirito russo!”, “Con il fuoco e le armi fonderemo il vero ordine russo!”. Poi c’era una citazione di Hitler in tedesco e un relativamente neutro: “Mente sana in corpo sano!”. Inoltre, c’era un’iscrizione che lo impressionò particolarmente: si trovava sotto al ritratto perfetto di un soldato valoroso dalla mascella e dal mento pronunciati, insieme a una donna dall’aspetto risoluto. Erano rappresentati di profilo, in modo che l’uomo facesse da scudo alla donna. “Ogni uomo è un soldato e ogni donna è madre di un soldato!”, recitava lo slogan. Tutte queste epigrafi e immagini avevano assorbito l’attenzione di Artyom molto più delle parole del comandante.
Proprio davanti a lui, al di là di una recinzione, la folla era in fermento. Tuttavia, si era radunato un numero esiguo di persone, che indossavano tutte abiti alquanto insignificanti, giacche imbottite e tute da lavoro sporche. In giro non si vedevano molte donne e, se ciò rifletteva la realtà, in futuro non sarebbero nati molti soldati. La testa di Artyom cadde a penzoloni: non aveva più la forza di tenerla dritta e, se non fosse stato per i due energumeni in berretto che lo scortavano e lo sorreggevano da sotto le braccia, sarebbe già rovinato a terra.
Si sentì nuovamente svenire, la testa gli girava e non riusciva a venirgli in mente niente di ironico da dire. Il ragazzo aveva l’impressione che, da un momento all’altro, sarebbe stato fatto a pezzi di fronte a tutta quella gente.
Ciononostante, in Artyom si accumulava una sciocca indifferenza rispetto a ciò che gli sarebbe accaduto. Il suo era un interesse puramente astratto e concentrato su quello che lo circondava, come se le parole che aveva udito non fossero rivolte a lui, ma le stesse leggendo in un libro: il destino del protagonista lo appassionava, tuttavia se questo rimaneva ucciso, avrebbe potuto scegliere un altro libro tra quelli sullo scaffale, uno con un lieto fine.
Era stato picchiato a lungo e con estrema accuratezza da persone pazienti e forti, mentre altre gli ponevano domande intelligenti e assennate. Come da manuale, la stanza era stata ricoperta da piastrelle di un giallo irritante, così il sangue poteva essere lavato con più facilità. Malgrado ciò, era impossibile eliminare l’odore.
All’inizio, gli avevano insegnato a chiamare “Signor comandante” l’uomo smunto dai capelli chiari e lisci e i lineamenti delicati che conduceva l’interrogatorio. In seguito gli avevano ordinato di non porre alcuna domanda, perché lui avrebbe dovuto esclusivamente rispondere. Poi gli intimarono di dare risposte accurate e precise. Artyom non riusciva a comprendere come mai avesse ancora tutti i denti, anche se in effetti alcuni dondolavano e aveva in bocca un pungente sapore di sangue. Dapprima aveva provato a giustificarsi, ma poi gli spiegarono che tanto non ne sarebbe valsa la pena. Quindi era rimasto in silenzio, ma ben presto lo convinsero che anche questa era una reazione sbagliata. Fu dolorosissimo. Quando un uomo forte ti colpisce la testa... beh, si prova una sensazione particolare, non si tratta di un semplice dolore, ma di una sorta di uragano che cancella tutti i pensieri dalla mente e riduce a pezzi i sentimenti. Ma la vera tortura viene dopo.
Dopo un po’, Artyom riuscì a comprendere cosa fare. Era molto semplice: doveva gestire le aspettative del comandante nel miglior modo possibile. Quando gli veniva domandato se era stato inviato dalla Kuznetsky Most, doveva fare un cenno con il capo, in segno di assenso. Così il dispendio di forze da parte del ragazzo veniva dimezzato, il comandante non doveva corrugare il naso tipicamente slavo e i suoi assistenti non lo dovevano percuotere. Il capo presunse che Artyom fosse stato incaricato di raccogliere informazioni militari e di portare a termine una sorta di sabotaggio. Il giovane assentì con un nuovo movimento della testa, mentre i torturatori si fregavano le mani soddisfatti. Ma così era riuscito a salvarsi un occhio. Malgrado ciò, non si doveva limitare ad annuire, doveva anche ascoltare ciò che il comandante gli domandava, perché in caso contrario l’umore degli uomini sarebbe peggiorato e uno degli aiutanti avrebbe cercato di rompergli una costola. La conversazione durò un’ora e mezza e proseguì senza fretta.. Artyom non si sentiva più il corpo, non vedeva bene e non udiva quasi nulla. Perse conoscenza diverse volte, ma lo fecero rinvenire usando acqua gelata e ammoniaca. Doveva essere una persona molto interessante con cui fare conversazione.
Alla fine, erano arrivati a farsi un’idea totalmente errata di chi fosse in realtà: lo credevano una spia nemica e un sabotatore, giunto fin lì per pugnalare il Quarto Reich alle spalle, decapitarne il comando, gettare al vento i semi del caos e preparare un’invasione. Il suo scopo finale? La diffusione, in tutta la Metropolitana, di un regime caucasico-zionista e anti-nazionalista. In generale, Artyom ne capiva ben poco di politica, ma un obiettivo così globale non poteva essere altro che molto nobile, perciò confermò: era tutto vero. E meno male! Infatti, aveva ancora tutti i denti. Qualche dettaglio ancora e il complotto era stato svelato; a quel punto permisero ad Artyom di svenire in santa pace.
Quando aveva aperto l’occhio l’ultima volta, il comandante stava già leggendo la sentenza. Poi, dopo che la data della sua dipartita da questo mondo venne annunciata al pubblico ed ebbero terminato di sbrigare le ultime formalità, gli infilarono un cappuccio nero sul viso e la vista peggiorò in maniera drastica. Non riusciva a vedere nulla e la testa gli girava ancora di più. Era a malapena riuscito a rimanere in piedi per un minuto, quando smise di lottare, uno spasmo prese il sopravvento sul suo corpo e si vomitò sugli stivali.
La guardia fece un passo indietro con cautela e il pubblico mormorò indignato. Artyom venne pervaso da un senso di vergogna, ma solo per un momento; poi fu colto nuovamente da un senso di nausea, mentre le ginocchia gli si mettevano a tremare.
Un uomo forte gli teneva alto il mento, quando udì una voce famigliare, che sembrava provenire da un mondo lontano, solo sognato: “Andiamo, vieni con me, Artyom! È tutto finito. Alzati!”, ma il ragazzo non riusciva a trovare la forza necessaria né per alzarsi né per sollevare la testa.
Era molto buio, probabilmente a causa del cappuccio. Ma come poteva levarselo se aveva le mani legate dietro la schiena? Doveva toglierselo a tutti i costi, solo così avrebbe potuto controllare se la persona che aveva sentito parlare era davvero lì oppure era stata frutto della sua immaginazione.
“Il cappuccio...”, riuscì ad articolare, sperando che l’uomo avrebbe compreso.
Il velo nero davanti ai suoi occhi scomparve e Artyom vide Hunter davanti a lui. Non era cambiato di una virgola dall’ultima volta in cui avevano parlato alla VDNKh, qualche tempo prima. Sembrava passata un’eternità. Com’era arrivato sin qui? Artyom, stanco, spostò il capo e si guardò intorno: si trovava sulla piattaforma della stessa stazione in cui avevano letto la sua sentenza di morte. Solo che c’erano cadaveri dappertutto; alcune delle candele di un candelabro bruciavano ancora, mentre le altre erano spente. Nella sua mano destra, Hunter impugnava la stessa pistola che l’ultima volta aveva tanto meravigliato Artyom perché gli era sembrata enorme, con un lungo silenziatore avvitato sulla canna e un incredibile mirino laser. Era una “Stechkin”. Il cacciatore osservava Artyom, ansioso e attento: “Stai bene? Riesci a camminare?”
“Sì. Almeno credo”. Artyom richiamò a sé tutto il coraggio che aveva in corpo. In quel momento c’era un altro particolare che attirava la sua attenzione: “Sei vivo? La tua missione è riuscita?”
“Come vedi...”, Hunter sorrise, distrutto. “Grazie per l’aiuto”.
“Ma io non sono riuscito a portare a termine l’incarico che mi avevi assegnato”, Artyom scosse la testa. Si sentì avvampare per l’imbarazzo.
“Hai fatto tutto quello che potevi”, Hunter gli diede un colpetto sulla spalla, come per consolarlo.
“Che succede a casa, alla VDNKh?”
“Va tutto bene, Artyom. È passato tutto. Sono riuscito a far crollare l’entrata e ora i Tetri non potranno più entrare nella Metro. Siamo salvi. Andiamo”.
“Qui cosa è successo?”. Artyom si guardò attorno e notò con orrore che l’atrio era zeppo di uomini e donne morti e, oltre alla sua voce e a quella di Hunter, non si sentiva altro.
“Non importa”, Hunter lo guardò deciso negli occhi. “Non te ne devi preoccupare”. Si piegò e sollevò la sua sacca da terra. All’interno c’era una mitragliatrice dell’esercito fumante, il cui caricatore era praticamente vuoto.
Il cacciatore si allontanò e Artyom cercò di stare al passo. Guardandosi attorno, notò un particolare a cui non aveva fatto caso in precedenza: diverse sagome nere penzolavano dal ponticello sul quale era stata letta la condanna a morte di Artyom.
Mentre procedeva a grandi passi, Hunter non parlava, come se si fosse scordato che il ragazzo riusciva a malapena a muoversi. Per quanto Artyom provasse, la distanza tra lui e l’uomo aumentava e temeva che Hunter potesse andarsene, lasciandolo in quella orribile stazione, col pavimento coperto di sangue scivoloso e ancora caldo e dei cadaveri come unici abitanti. “Me lo merito davvero?”, meditò Artyom. “La mia vita è più importante delle loro?”. Era felice che qualcuno fosse giunto in suo soccorso, ma tutte quelle persone erano sparpagliate qua e là come dei vecchi stracci sul granito della piattaforma, un corpo di fianco all’altro, sui binari, lasciati per sempre nella posizione in cui i proiettili di Hunter le avevano colpite. Erano tutti morti perché lui potesse vivere? Hunter aveva deciso a cuor leggero, come se durante una partita a scacchi avesse dovuto scarificare dei pedoni per salvare uno dei pezzi più importanti... Lui era solo un giocatore, la Metro era la scacchiera e tutte le pedine erano sue perché aveva cominciato una partita contro se stesso. Ma la domanda più importante che si poneva era un’altra: Artyom era talmente importante che tutte questa gente aveva dovuto morire perché lui si salvasse? Il sangue che scorreva sul freddo granito avrebbe pulsato anche nelle sue vene. Era come se l’avesse bevuto, spremuto dagli altri per risparmiare la sua esistenza. D’ora in avanti il suo sangue non sarebbe mai più stato caldo...
Facendo uno sforzo enorme, Artyom accelerò il passo per raggiungere Hunter e chiedergli cosa ne sarebbe stato del suo sangue, se almeno stando vicino al fuoco si sarebbe scaldato di nuovo oppure sarebbe rimasto freddo, melanconico, come una gelida notte d’inverno in una remota mezza stazione.
Hunter era ormai lontano. Forse, proprio perché Artyom non riusciva a stargli dietro, il cacciatore era sceso sui binari e si era infilato nella galleria con l’agilità di un animale. Sembrava si muovesse come... un cane, forse? No, un ratto... Dio mio!
“Tu sei un ratto?”. Artyom riuscì a malapena a pronunciare quelle parole, che lo spaventavano.
“No”, fu la risposta. “Sei tu il ratto. Sei un ratto! Un ratto codardo!”, gli ripeté qualcuno all’orecchio, sputando copiosamente.
Artyom scosse la testa ma se ne pentì subito dopo. Ora, a causa dei movimenti improvvisi, il dolore gli era esploso in corpo. Perse il controllo degli arti e cominciò a inciampare. Così rimase con la fronte appoggiata a qualcosa di freddo e metallico: la superficie era ondulata e per nulla comoda, ma per lo meno dava un po’ di sollievo alle sue carni in fiamme. Perciò rimase in quella posizione, senza avere le forze per fare la mossa successiva. Riprese il fiato e poi, con attenzione, cercò di aprire leggermente l’occhio sinistro.
Era seduto sul pavimento, con la fronte poggiata contro una specie di reticolo, che saliva fino al soffitto e riempiva lo spazio da entrambi i lati dell’arco basso e spazioso. Lui aveva il viso rivolto verso l’atrio, ma sapeva che alle sue spalle correvano i binari. Per quanto riuscisse a vedere, anche tutti gli archi vicini erano stati trasformati in celle e in ognuna di esse erano rinchiuse diverse persone. Questa stazione era l’esatto opposto di quella in cui era stato condannato a morte: la precedente era elegante, illuminata, spaziosa, con colonne traslucide, archi ampi e molto alti, malgrado le iscrizioni e i disegni che ricoprivano i muri. Paragonata a questa, sembrava la sala di un banchetto. Qui tutto era opprimente e spaventoso: il soffitto era basso e arrotondato, come nelle gallerie, e a malapena raggiungeva il doppio dell’altezza di un uomo. Inoltre, c’erano colonne enormi, grezze, ciascuna delle quali era molto più ampia degli archi che supportava, il cui soffitto era talmente vicino al pavimento che Artyom avrebbe potuto toccarlo se non avesse avuto le mani legate dietro la schiena. Oltre a lui, nella cella c’erano altri due uomini: uno era disteso a terra con il viso nascosto da una pila di stracci e gemeva, fiacco; l’altro aveva occhi scuri e capelli castani e non si radeva da un po’; era accucciato con la schiena appoggiata al muro di marmo e osservava Artyom pieno di curiosità. Due uomini corpulenti, in mimetica e berretto, facevano la guardia alle gabbie. Uno dei due teneva al guinzaglio un grosso cane, che di tanto in tanto richiamava a sé. Erano stati loro a svegliare Artyom.
Era stato tutto un sogno. Si era immaginato tutto.
Lo avrebbero impiccato.
“Che ore sono?”, borbottò muovendo un poco la lingua in fiamme e guardando di lato, verso l’uomo con gli occhi scuri.
“Le nove e mezza”, rispose l’altro di buon grado, con lo stesso accento che Artyom aveva udito alla Kitay-Gorod: anche lui pronunciava una o al posto della a. Poi aggiunse: “Di sera”.
Erano le nove e mezza. Ancora due ore e trenta minuti prima della mezzanotte, cinque ore prima... della fine. Sette ore e trenta minuti. Mentre pensava e contava, il tempo stava già volando via.
Una volta Artyom aveva provato a immaginare: cosa avrebbe pensato e provato una persona al cospetto della morte, la notte prima della sua esecuzione? Paura? Odio per i suoi carnefici? Rimpianto?
Lui si sentiva svuotato. Il cuore gli batteva forte nel petto, le tempie pulsavano, il sangue gli si accumulava in bocca, finché non era costretto a inghiottirlo: aveva lo stesso sapore del ferro arrugginito. Oppure era il ferro bagnato che aveva il sapore del sangue fresco?
Lo avrebbero impiccato. Lo avrebbero ucciso.
Non sarebbe più esistito.
Non riusciva a immaginarlo, non se ne faceva una ragione.
Tutti sanno che la morte è inevitabile. All’interno della Metro, la morte faceva parte della vita quotidiana. Tuttavia, sembrava che capitasse solo agli altri: lui era sempre riuscito a schivare le pallottole, a superare indenne le malattie. La morte di vecchiaia era comunque un processo molto lento, perciò non c’era bisogno di pensarci.
Non si può vivere continuando a meditare sulla propria mortalità. Bisogna dimenticarsela. Sebbene prima o poi il pensiero ritornerà, si deve sempre cercare di scacciarlo via, soffocarlo, altrimenti potrebbe radicarsi nella coscienza e rendere la vita una miseria. Non si può pensare al fatto che si deve morire, altrimenti si impazzisce. C’è solo una cosa che può salvare l’uomo dalla pazzia, ed è l’incertezza. La vita del condannato a morte è diversa da quella di una persona normale solo perché il primo sa con esattezza quando morirà, mentre il secondo ne è totalmente all’oscuro e perciò ha la percezione di poter vivere per sempre, anche se esiste sempre una piccola possibilità che potrebbe finire ucciso il giorno successivo, per una disgrazia. La morte non fa paura di per sé, ciò che si teme è l’attesa.
Tra sette ore.
Come avrebbero eseguito la sentenza? Artyom non riusciva a immaginare come le persone venivano impiccate. Una volta, alla loro stazione, era stato giustiziato un traditore, ma Artyom era ancora molto piccolo e non aveva compreso con esattezza cosa fosse accaduto. Inoltre, alla VDNKh, le esecuzioni non si svolgevano in pubblico. Molto probabilmente gli avrebbero cinto il collo con una corda, poi lo avrebbero attaccato al soffitto oppure avrebbero usato una sorta di sgabello... No, non poteva sopportare il pensiero.
Aveva sete.
Con uno sforzo immane si mise a pensare; così ritornò sui binari, nel momento in cui aveva sparato all’ufficiale, la prima persona che avesse mai ucciso. La scena gli si ripresentò davanti agli occhi, proiettili invisibili si infilavano nel petto robusto dell’uomo, lasciando segni neri di sangue coagulato. Non provava rammarico per il gesto compiuto e questo lo sorprese.
Un tempo riteneva che quando si uccide una persona, questa rimane come un peso sulla coscienza dell’assassino: appare nei suoi sogni, lo disturba finché non invecchia. Tuttavia, lui non aveva provato pietà o pentimento, solo un cupo compiacimento. Artyom sapeva che se la guardia uccisa fosse venuta a turbare i suoi sogni, lui si sarebbe voltato dall’altra parte e il fantasma sarebbe scomparso, senza lasciare alcuna traccia. Ma la vecchiaia...
Non sarebbe più invecchiato.
Il tempo a sua disposizione stava per scadere. Probabilmente avrebbero usato uno sgabello. Quando si ha così poco tempo, bisogna pensare a qualcosa di importante, al particolare più significativo, quello che si era tenuto da parte per occuparsene in un secondo momento... Al fatto che la vita non era stata vissuta nel modo corretto e, con una seconda possibilità, ci si sarebbe comportati in maniera diversa... No. In questo mondo avrebbe avuto solo questa vita e non avrebbe potuto fare nulla per migliorarla. Quando quella guardia aveva sparato in testa a Vanechka non avrebbe dovuto agguantare la mitragliatrice automatica? Sarebbe dovuto rimanere dov’era? Non avrebbe mai funzionato, anche perché non sarebbe mai riuscito a scacciare Vanechka e Mikhail Porfirevich dai suoi sogni. Cos’era successo al vecchio? Dannazione, quanto avrebbe desiderato una sorsata d’acqua!
Prima di tutto lo avrebbero condotto fuori dalla sua cella... poi, se fosse stato fortunato, lo avrebbero portato fino al passaggio. Ma ormai c’era poco tempo. Se non gli avessero infilato quel maledetto cappuccio avrebbe potuto vedere qualcosa di più, oltre alle sbarre dell’inferriata e la fila interminabile di celle.
“Da quale stazione vieni?”, chiese Artyom con le labbra secche, allontanandosi dalla rete e cercando di guardare il vicino negli occhi.
“Dalla Tverskaya”, rispose l’uomo, che poi domandò a sua volta: “Fratello, perché sei finito qui dentro?”
“Ho ucciso un ufficiale”, replicò lento Artyom; faceva molta fatica a parlare.
“Oh-oh...”, fece l’uomo con compassione. “Allora verrai impiccato?”
Artyom si strinse nelle spalle e si voltò di nuovo, poggiandosi contro il reticolato.
“Certo che sì!”, assicurò l’altro.
Certo, lo avrebbero impiccato. Tra poche ore. Proprio in questa stazione. Non lo avrebbero trasferito da nessun’altra parte.
Se solo avesse potuto bere un po’ d’acqua... per lavare via il sapore metallico che aveva in bocca e per placare la sete causata dalla gola secca; così avrebbe potuto discorrere con il suo vicino per più di un minuto. Non c’era acqua all’interno della cella; dall’altro lato intravvedeva solo un secchio di liquido fetido. Avrebbe potuto chiedere ai suoi carcerieri? Forse si sarebbero dimostrati indulgenti nei confronti dei condannati. Se solo avesse potuto spingere la mani al di là della recinzione e fare un cenno... Ma le mani erano legate dietro la schiena e il cavo era talmente stretto attorno ai suoi polsi che aveva perso la sensibilità nelle mani. Cercò di urlare, ma emise solo un rantolo, che si trasformò in una tosse proveniente dal fondo dei polmoni.
Quando notarono che stava cercando di attirare la loro attenzione, entrambe le guardie si avvicinarono alla cella.
“Il ratto si è svegliato”, grugnì l’uomo con il cane.
Artyom tirò indietro la testa per vedere il viso dell’uomo e sussurrò con estrema difficoltà: “Bere... Acqua”.
“Vuoi dell’acqua da bere?”, la guardia con il cane si finse sorpresa. “E a cosa ti serve? Tanto tra un po’ ti appenderanno! No, non te la diamo. Forse in questo modo morirai prima”.
La questione venne chiusa così e Artyom chiuse gli occhi, sfinito. Tuttavia, pareva che i due uomini volessero fare conversazione con lui.
“Sei riuscito a capire contro chi ti sei messo, lurida canaglia?”, gli domandò l’altra guardia.
“E sei russo, per giunta! È solo per gli idioti come quelli, che cercano di colpirti alle spalle...”, e indicò con un cenno del capo il compagno di cella di Artyom. “Ben presto la Metro sarà piena di gente come loro e i russi non riusciranno più nemmeno a respirare”.
Il prigioniero con la barba incolta abbassò lo sguardo. Artyom riuscì solo a trovare la forza di scuotere le spalle.
“Hanno sistemato per le feste quel bastardello che stava con te”, aggiunse la prima guardia. “Sidorov mi ha riferito che la galleria era un bagno di sangue. Meno male! Bestie! Devono essere distrutti! Non fanno parte del nostro genoma!”, riuscì a ricordare la parola specifica. “Rovinano il nostro mondo. Ah, poi è morto anche il vecchio”, concluse.
“Cosa?”, singhiozzò Artyom. Aveva temuto che accadesse, ma sperava che l’anziano si fosse salvato, che lo avessero rinchiuso in una cella poco più in là.
“Proprio così. È morto. Lo hanno riempito di piombo e ha tirato le cuoia”, affermò la guardia con il cane, con un tono soddisfatto, perché il ragazzo aveva cominciato a reagire alle loro provocazioni.
“Morirai. Tutti i tuoi parenti moriranno...”, vedeva ancora la sagoma di Mikhail Porfirevich che con assoluta disinvoltura si fermava nel bel mezzo della galleria, sfogliava il taccuino e ripeteva l’ultimo verso della poesia, pieno d’emozione. Cosa diceva? “Der Toten Tatenruhm?”. No, il poeta si sbagliava, non potevano più esistere atti di gloria. Ormai non esisteva più nulla.
Poi gli venne in mente che a Mikhail Porfirevich mancava il suo appartamento, specialmente il suo letto. I pensieri del giovane cominciarono a infittirsi, fluivano con maggiore difficoltà, finché non scomparvero del tutto. Per riposarsi, poggiò di nuovo la fronte contro la rete e con la mente annebbiata si mise a osservare la manica del suo carceriere. Un svastica a tre punte. Che strano simbolo. Sembrava una stella o un ragno zoppo.
“Perché solo tre?”, gli domandò. “Perché tre?”, dovette inclinare la testa verso la fascia che l’uomo portava al braccio per fargli comprendere cosa intendesse.
“A te quante ne servono?”, rispose indignato l’uomo con il cane. “Le stazioni sono tre, stupido! È un simbolo di unità. E quando conquisteremo la Polis, aggiungeremo anche la quarta...”
“Ma di che parli?”, lo interruppe l’altra guardia. “È un simbolo slavo antichissimo, primordiale! Si chiama solstizio ed è stato usato per la prima volta dai tedeschi; noi lo abbiamo acquisito da loro. Stazioni... deficiente!”
“Ma il sole non c’è più...”. Artyom si sforzò a pronunciare le parole. Gli pareva di avere un velo sugli occhi, mentre il senso dell’udito si affievoliva sempre più.
“Ci siamo. È ufficialmente impazzito”, annunciò soddisfatta la guardia con il cane. “Vieni, Senya, cerchiamoci qualcun altro con cui scambiare quattro chiacchiere”.
Artyom non sapeva quanto tempo fosse trascorso da quando lo avevano messo a sedere in quel luogo, in cui non riusciva né a pensare né a vedere. Di tanto in tanto riacquistava conoscenza e intravvedeva immagini vaghe. Ma tutto era saturo del sapore e dell’odore del sangue. Tuttavia, era sollevato dal fatto che il corpo avesse avuto pietà della mente e avesse distrutto i pensieri: aveva liberato la ragione dal senso di malinconia.
“Ehi, fratello!”, il vicino gli scosse la spalla. “Non dormire. Sei rimasto assopito troppo a lungo! Sono quasi le quattro!”
Artyom cercò di riemergere dall’abisso dell’inconsapevolezza, ma era complicato: gli pareva di avere dei pesi legati alle caviglie. La realtà riaffiorò lenta, come le sagome indistinte che appaiono su una pellicola appena immersa nella soluzione chimica che le permette di svilupparsi.
“Che ore sono?”, gracchiò.
“Le quattro meno dieci”, lo informò l’uomo dagli occhi scuri.
Dieci minuti alle quattro... Con tutta probabilità sarebbero venuti a prenderlo tra quaranta minuti e tra un’ora e dieci... un’ora e nove... un’ora e otto minuti. Sette minuti.
“Come ti chiami?”, volle sapere il suo vicino.
“Artyom”.
“Io sono Ruslan. Mio fratello si chiamava Ahmed, perciò lo hanno ucciso subito. Ma non sanno cosa farsene di me. Ho un nome russo e probabilmente non si vogliono sbagliare”, l’uomo era felice di essere riuscito a intavolare una conversazione.
“Di dove sei?”
Ad Artyom non interessava, ma le poche parole scambiate con il vicino barbuto, in qualche modo, gli riempivano la testa. Non voleva pensare alla VDNKh o alla missione che gli era stata assegnata. Non voleva riflettere su ciò che stava accadendo nella Metro. Non ne aveva le forze. Non voleva!
“Io vengo dalla Kievskaya. La conosci? Per noi è il sole di Kiev...”. Ruslan sorrise, mostrando una fila di denti bianchi. “Molti di noi vivono laggiù. Sono sposato e ho dei bambini... tre. Il più grande ha sei dita in entrambe le mani!”, aggiunse fiero.
Qualcosa da bere. Solo una sorsata, anche se d’acqua tiepida. Non gli sarebbe dispiaciuta comunque. Acqua non filtrata. Qualsiasi tipo di acqua. Ne bastava una sorsata. Poi si sarebbe acquietato, finché le sentinelle non fossero venute a prelevarlo. Desiderava che la sua mente si svuotasse di nuovo. Non voleva più essere disturbato. Aveva bisogno che la testa smettesse di girargli, di prudergli, di indicargli che aveva commesso un errore. Non aveva alcun diritto sul gesto che aveva fatto. Avrebbe dovuto andarsene. Girare le spalle. Coprirsi le orecchie. Marciare in avanti. Procedere dalla Pushkinskaya alla Chekhovskaya. Da lì mancava un solo passaggio. Sarebbe stato così facile. Un solo passaggio e ce l’avrebbe fatta, avrebbe portato a termine il suo compito. Sarebbe stato vivo. Qualcosa da bere. Le mani erano talmente intorpidite che non le sentiva più.
Morire è così semplice per quelli che credono in qualcosa, per coloro che sostengono che la morte non sia la fine di tutto. Quelli per cui esiste solo il bianco e il nero, che sanno esattamente cosa devono fare e perché, che sventolano lo stendardo di un’idea, o di ciò in cui credono; lo trattengono nelle loro mani e tutto ciò che vedono ne è illuminato. Coloro che non hanno dubbi o rimpianti. Per loro morire deve essere facile. Se ne vanno con il sorriso sulle labbra.
“Prima c’erano frutti talmente grossi! E fiori meravigliosi! Li regalavo a una ragazza e lei mi sorrideva...”, le parole raggiunsero Artyom ma non riuscivano più a distrarlo.
Si udirono dei passi provenienti dall’androne. Si stava avvicinando un gruppo di persone, mentre il cuore di Artyom si strinse e si trasformò in un piccolo ammasso di nervi. Stavano venendo a prenderlo? Così presto? Pensava che quaranta minuti sarebbero trascorsi più lentamente. Oppure il suo diabolico vicino gli aveva riferito che mancava più tempo, solo perché voleva dargli una falsa speranza? No, non poteva essere...
Tre paia di scarponi si fermarono davanti alla sua cella. Due degli uomini indossavano pantaloni militari, mentre quelli del terzo erano neri. Il lucchetto emise un rumore stridulo e Artyom riuscì a non cadere quando la porta contro cui era poggiato si aprì.
“Prendetelo”, ordinò uno degli uomini.
Venne afferrato da sotto le braccia e fatto alzare in piedi.
“In bocca al lupo!”, gli augurò Ruslan in segno d’addio.
Vi erano anche altre due guardie con le mitragliatrici, ma non erano le stesse con cui aveva parlato in precedenza, sebbene avessero lo stesso aspetto anonimo. Un terzo uomo con un paio di baffi ispidi e vacui occhi azzurri indossava un’uniforme nera e un piccolo berretto.
“Seguitemi!”, ordinò e Artyom venne trascinato verso la parte opposta della piattaforma. Cercò di camminare da solo. Non voleva farsi condurre a forza, come fosse un fantoccio indifeso... Voleva vivere la sua vita fino in fondo e lo voleva fare con orgoglio. Ma le gambe non gli obbedivano, si piegavano... Riuscì goffamente a poggiarle sul pavimento, ma in quel modo ostacolava il movimento dell’uomo con l’uniforme nera, che gli lanciò un’occhiata severa.
Le celle non continuavano fino alla fine dell’atrio: la fila era interrotta al centro dove si trovavano le scale mobili che conducevano al piano inferiore. Laggiù, in profondità, bruciavano delle fiaccole e la sinistra luce color porpora si rifletteva sul soffitto. Si udivano urla di dolore provenire da là sotto.
Artyom immaginò gli inferi e provò un certo sollievo quando superarono quella zona. Qualcuno, dall’ultima gabbia, gli urlò: “Addio, amico mio!”, ma Artyom non gli prestò alcuna attenzione. L’unica immagine che vagava davanti ai suoi occhi era quella di un bicchiere d’acqua.
Sul muro opposto si trovavano un posto di guardia e un tavolo mal assemblato con due sedie, sopra il quale era appeso il cartello con il simbolo che vietava l’accesso alle persone di colore. Non riuscì a scorgere la forca in nessun luogo, perciò, per un momento, provò un impeto di speranza: lo volevano solo spaventare, non stavano per impiccarlo, ma lo avrebbero semplicemente condotto dall’altro lato della stazione, in modo che potesse fuggire senza che gli altri lo vedessero.
L’uomo con i baffi in prima posizione svoltò all’ultimo arco, verso il sentiero, e Artyom si ritrovò a credere alla sua fantasia con ancora più convinzione.
Sui binari si trovava una piccola piattaforma su ruote; era sistemata in modo che il pianale fosse allo stesso livello del pavimento della stazione, sul quale si trovava un uomo tarchiato, in uniforme mimetica: stava controllando il nodo di una corda che pendeva da un uncino avvitato nel soffitto. L’unica differenza tra quest’uomo e gli altri era che lui aveva le maniche arrotolate, che lasciavano in bella vista i possenti avambracci. In testa aveva un passamontagna fatto a maglia, sul quale erano stati lasciati due fori, in corrispondenza degli occhi.
“È tutto pronto?”, domandò l’uomo in uniforme nera e il boia annuì.
“Questo marchingegno non mi piace”, lo informò. “Perché non possiamo tornare al caro, vecchio sgabello? Un attimo e... bum!”. Colpì con il pugno il palmo dell’altra mano. “Il collo si rompe! Ma con questo... mentre si strozza, si contorce come un verme sull’amo. Poi, quando si è soffocato, bisogna ripulire tutto intorno, c’è schifezza ovunque!”
“Basta!”, gli ordinò l’uomo in uniforme nera. Poi prese da parte il boia e lo redarguì in tono furioso. Non appena il loro superiore si era allontanato, i soldati avevano ripreso la conversazione interrotta: “Quindi?”, chiese impaziente il militare di destra a quello di sinistra.
“Beh, quindi”, sussurrò quello a destra “l’ho spinta contro la colonna, le ho ficcato la mano sotto la gonna, quella si è sciolta e mi ha detto...”, ma non riuscì a terminare la frase che il superiore tornò.
“Non ci importa che sia russo! Ha trasgredito la legge! È un traditore! I voltagabbana, i pervertiti e i traditori devono essere puniti nel modo più doloroso possibile!”, incoraggiò il boia.
Gli slegarono le mani, gli tolsero la giacca e il maglione. Artyom rimase solo con la canottiera sporca. Poi spezzarono lo spago con il quale aveva legato al collo il bossolo che gli aveva consegnato Hunter. “Un talismano?”, si domandò il boia. “Te lo metterò in tasca, potrebbe sempre tornarti utile”.
La sua voce non era per nulla malevola, anzi, era curiosamente confortante.
Poi gli presero le mani, gliele misero di nuovo dietro la schiena e lo spinsero sul patibolo. I soldati rimasero sulla piattaforma perché il loro compito era terminato; il ragazzo non avrebbe comunque potuto fuggire perché gli ci voleva tutta la forza che gli era rimasta solo per stare in piedi mentre il boia gli sistemava la corda attorno al collo. Stare in piedi. Non cadere. Non fare rumore. Qualcosa da bere. Pensava solo a questo. Acqua. Acqua!
“Acqua...”, gracchiò.
“Acqua?”, il boia alzò le mani con disappunto. “E ora dove vado a trovarti dell’acqua? Non è possibile, mio caro, siamo già indietro sulla tabella di marcia. Devi solo essere paziente per un momento, non ci vorrà molto...”
Saltò sui binari con un tonfo e si sputò sulle mani prima di afferrare la corda attaccata al patibolo. I soldati erano in fila e il loro comandante aveva assunto un’espressione grave, quasi solenne.
“Sei una spia nemica, che ha tradito brutalmente il suo popolo”, cominciò.
Nella testa di Artyom danzavano frammenti di pensieri e immagini che imploravano: “Aspetta, è troppo presto! Non sono riuscito ancora a portare a termine la mia missione!”. Inoltre, all’improvviso gli apparve il viso severo di Hunter che scomparve subito dopo nella penombra color porpora della stazione. Poi vide lo sguardo amorevole di Sukhoi e anch’esso sparì dopo poco. Mikhail Porfirevich... “Morirai”... i Tetri... non possono...
Aspettate! Sopra tutto ciò, i suoi ricordi intermittenti, le parole, i desideri ricoperti da una foschia densa e soffocante, pesava una sete incolmabile. Qualcosa da bere...
“... pervertiti, che screditano la loro nazione...”, continuava a brontolare la voce.
Ma all’improvviso nella galleria si udirono delle urla e la scarica di una mitragliatrice, seguita da un fragore assordante; poi la stazione ripiombò nel silenzio. Il superiore in nero si voltò nervoso e pronunciò velocemente le parole: “Condannato a morte. Procedi!”, e diede il segnale.
Il boia grugnì e tirò la corta, facendo forza con i piedi sulle traversine. Le tavole scivolavano da sotto le suole di Artyom, sebbene lui si sforzasse di toccarle per riuscire a rimanere sul patibolo; ma queste si spostavano sempre di più. Riuscire a rimanere in piedi era difficilissimo. La corda lo trascinava indietro, verso la morte e lui non voleva, non voleva morire...
A quel punto, il terreno slittò via da sotto i piedi e il cappio gli si strinse attorno, a causa del peso del suo corpo. Il collo era costretto dentro la corda, che impediva all’aria di entrare nella trachea. La sua gola emise un rantolo. Non vedeva quasi più nulla, mentre dentro di lui tutto si contorceva. Il suo corpo implorava un po’ d’aria, ma non riusciva a inspirare, per quanto ci provasse. Quindi il corpo del ragazzo cominciò a contorcersi in maniera convulsa, mentre lo stomaco pungeva in modo terribile. La stazione si annuvolò e venne pervasa da un fumo tossico giallo, mentre colpi di pistola esplodevano di fianco a lui. Poi perse conoscenza.

“Ehi, impiccato! Forza, dai! Ora non fingere. Ti abbiamo sentito il battito, perciò non puoi fare finta di essere morto!”, qualcuno lo colpì sulle guance, facendolo rinvenire.
“Mi rifiuto di fargli di nuovo la respirazione bocca a bocca!”, annunciò un’altra persona.
Questa volta Artyom era sicurissimo che si trattasse di un sogno, i suoi ultimi secondi di incoscienza prima della fine, così vicina. Il momento in cui il pugno d’acciaio della morte si era serrato attorno al suo collo era indiscutibile quanto il carrello che si era spostato da sotto i suoi piedi: era stato impiccato sopra i binari.
“Smettila di sbattere le palpebre, andrà tutto bene!”, insistette la prima voce. “Ti abbiamo liberato dal cappio in modo che tu possa tornare a goderti la vita e invece te ne stai li a rotolarti per terra!”
Qualcuno lo scosse forte. Artyom aprì timido un occhio, poi lo richiuse: era convinto di essersi spento prima del previsto, mentre la vita nell’aldilà era già cominciata. Un essere, che sembrava umano, era chino sopra di lui, ma aveva un aspetto talmente insolito che ad Artyom tornarono alla mente i calcoli di Khan sul luogo in cui si recassero le anime che venivano separate dai loro corpi transitori. La pelle della creatura era giallognola, lo si vedeva anche alla luce della lanterna vicina, mentre al posto degli occhi aveva due strette fessure, come se lo scultore che stava lavorando sulla statua di una persona avesse ne quasi terminato il viso, ma avesse solo abbozzato gli occhi e si fosse dimenticato di terminarli per far sì che la persona potesse vedere il mondo con chiarezza. Il viso era tondo, gli zigomi altissimi. Artyom non aveva mai visto niente del genere.
“No, così non funziona”, dichiarò qualcuno con risolutezza; a quel punto gli spruzzarono dell’acqua in viso.
Artyom la inghiottì in maniera convulsa e allungò le mani per afferrare la bottiglia. All’inizio si limitò a tenerne in mano il collo, ma poi si alzò e si guardò intorno.
Si stava muovendo alla velocità della luce in una galleria oscura. Si trovava su un carrello lungo all’incirca due metri. Nell’aria si sentiva un vago odore di bruciato e Artyom si meravigliò quando capì che il mezzo era alimentato a benzina. Su quella parte del carrello, oltre a lui, c’erano altre quattro persone insieme a un enorme cane dal manto marrone con sfumature nere. Uno degli uomini era quello che aveva colpito Artyom sulle guance. Poi c’era un tizio con la barba, che indossava una giacca imbottita e un cappello con paraorecchie, sul quale era applicata una stella rossa. Dalla schiena gli penzolava un lungo mitra, del tutto simile all’aggeggio che era appartenuto ad Artyom, solo che aveva una baionetta avvitata sulla canna. La terza persona era un uomo enorme, il cui viso Artyom non riuscì a distinguere subito, ma quando ci riuscì fece quasi per saltare giù dal carrello. Aveva la pelle nera. Il giovane lo osservò con più attenzione, poi si calmò. Non era un Tetro, il colore della sua pelle non era come quella dei mostri. Inoltre, aveva un normale viso umano, le labbra leggermente pronunciate e il naso schiacciato, come quello di un pugile. L’ultimo aveva un aspetto ordinario, un bel viso forte con il mento pronunciato, che ricordò al ragazzo un poster che aveva intravisto alla Pushkinskaya. Indossava un giaccone di pelle di ottima fattura, sul quale portava un cinturone con due file di buchi, oltre a una cintura da spada, alla quale era appesa una fondina di enormi dimensioni. Nella parte posteriore del carrello si trovava una mitragliatrice Degtyaryov e sventolava una bandiera rossa. Quando il raggio della lanterna illuminò per caso lo stendardo, il ragazzo non riuscì a capire subito di cosa si trattasse: sembrava solo un cencio rosso con la stampa nera di un uomo barbuto. Tutta questa scena gli pareva ancora più delirante di quella che aveva visto quando Hunter lo aveva salvato miracolosamente facendosi terra bruciata attorno, all’interno della Pushkinskaya.
“Ha ripresto conoscenza!”, disse con gioia l’uomo dagli occhi a mandorla. “Impiccato, per quale crimine ti avevano condannato?”, parlava senza alcun tipo di accento, la sua pronuncia era identica a quella di Artyom o di Sukhoi. Era molto strano sentire parlare un russo tanto perfetto da un essere così particolare. Il ragazzo non riusciva a scacciare la convinzione che si trattasse di una farsa e che l’uomo dagli occhi a mandorla muoveva le labbra mentre quello con la barba o quello con la giacca di pelle parlavano per lui.
“Ho ucciso uno dei loro ufficiali”, ammise restio.
“Beh, buon per te! Sei proprio il tipo di persona di cui abbiamo bisogno! Gli hai dato ciò che si meritano!”. L’uomo dagli zigomi alti era entusiasta, mentre il tizio con la pelle scura seduto davanti si voltò verso Artyom e abbassò il capo in segno di rispetto. Artyom considerò la possibilità che avessero frainteso le sue parole.
“Ciò significa che non abbiamo messo in piedi tutta questa scenata per niente”, e sfoggiò un enorme sorriso. Anche lui parlava con un accento impeccabile. Artyom era talmente confuso che non sapeva più cosa pensare.
“Come ti chiami, eroe?”, gli domandò il bell’uomo con il giaccone in pelle e il ragazzo si presentò.
“Io sono il compagno Rusakov, questo è il compagno Banzai”, e indicò l’uomo con gli occhi a mandorla. “Lui è il compagno Maxim”, l’uomo dalla pelle scura sogghignò di nuovo “mentre questo è il compagno Fyodor”.
Per ultimo, fece anche la conoscenza del cane. Artyom non sarebbe rimasto sorpreso di sentire che chiamavano compagno anche l’animale, il nome del quale, invece, era soltanto Karatsyupa.
Artyom strinse la mano a tutti, uno per uno: quella secca del compagno Rusakov, quella piccola ma forte del compagno Banzai, quella di Maxim, che sembrava un badile nero e quella carnosa del compagno Fyodor. Cercò seriamente di ricordare tutti i nomi, in particolar modo “Karatsyupa”, così difficile da pronunciare. Tuttavia, sembrava che tra di loro usassero appellativi diversi. L’uomo al comando era il “compagno commissario”, quello dalla pelle scura era “Maximka” o “Lumumba”, quello dagli occhi a mandorla era solo “Banzai” mentre quello con la barba e il cappello era lo “Zio Fyodor”.
“Benvenuto alla Prima Brigata Rossa Internazionale Combattente della Metropolitana di Mosca, nel nome di Ernesto Che Guevara!”, annunciò trionfante il compagno Rusakov. Artyom lo ringraziò e non disse più nulla, guardandosi attorno. Il nome era lunghissimo e la sua parte iniziale aveva risvegliato nel ragazzo un sentimento controverso: per un periodo, il colore rosso aveva avuto su di lui lo stesso effetto che fa su un toro; al contrario, aveva sempre associato il termine brigata alle storie sulla malavita illegale della Shabolovskaya che gli raccontava Zhenya. Ma più che altro era incuriosito dal viso che svolazzava sulla bandiera, perciò chiese schivo: “Chi è quello sulla vostra bandiera?”, all’ultimo secondo aveva deciso di utilizzare il termine bandiera, sebbene stesse per dire straccio.
“Quello, amico mio, è Che Guevara”, gli spiegò Banzai.
“Ceghe... che?”. Artyom non aveva compreso, ma vedendo la rabbia riempire gli occhi di Rusakov e il sorriso beffardo stampato sul viso di Maximka, si rese subito conto di aver detto una stupidaggine.
“Il compagno. Ernesto. Che. Guevara”, il commissario scandì le parole. “Il grande. Rivoluzionario. Cubano”.
I rumori erano divenuti più udibili, sebbene fossero ancora quasi del tutto intelligibili per Artyom. Tuttavia, il giovane decise di mostrare entusiasmo con lo sguardo e non disse altro. Dopotutto, questa gente gli aveva salvato la vita e sarebbe stato molto scortese irritarli con la sua ignoranza.
Superavano le sezioni saldate della galleria a tutta velocità e, durante la loro conversazione, erano riusciti a passare una stazione semivuota, poi si erano fermati nella penombra della galleria successiva. Qui, su un lato, si trovava una breve diramazione con un binario morto sul quale potevano sostare.
“Vediamo se quegli sporchi fascisti osano inseguirci”, annunciò il compagno Rusakov. Si dovevano limitare a sussurrare perché il compagno Rusakov e Karatsyupa dovevano stare all’erta per percepire tutti i rumori provenienti dall’oscurità.
“Perché lo avete fatto? Salvarmi, intendo”, domandò loro Artyom, scegliendo le parole che gli parevano più appropriate.
“Avevamo già pianificato l’incursione, abbiamo ricevuto una soffiata”, spiegò Banzai, sorridendo misterioso.
“Una soffiata... su di me?”, chiese Artyom, con la speranza di poter credere alle parole di Khan riguardo la sua missione speciale.
“No, in generale”, Banzai fece un gesto indistinto. “Siamo venuti a sapere che avevano in programma di compiere delle atrocità. Perciò il compagno commissario ha deciso che era nostro compito fermarli. Inoltre, questa è la nostra missione: li importuniamo di continuo”.
“Da questa parte non hanno piazzato posti di blocco sui sentieri, nemmeno una fiaccola, solo qualche avamposto con semplici fuochi da campo”, aggiunse Maximka. “Li abbiamo superati in un batter d’occhio. Peccato che abbiamo dovuto usare le mitragliatrici. Abbiamo lanciato un fumogeno, avevamo le maschere antigas e siamo riusciti a prendere te, il nostro eroe nazionale, poi ce la siamo svignata”.
Zio Fyodor era zitto e fumava una sorta di droga da una pipa, il cui fumo cominciò a fargli lacrimare gli occhi. All’improvviso parlò: “Sì, mio giovane amico, per fortuna eri l’uomo giusto. Vuoi un goccetto?”
Da una scatola di ferro, estrasse una bottiglia mezza vuota di un intruglio torbido, lo scosse e lo offrì ad Artyom.
Ci voleva molto coraggio per fare un sorso di quella roba: gli fece lo stesso effetto della carta vetrata, ma permise a quella morsa che gli stritolava le interiora già da ventiquattro ore di dissolversi.
“Voi siete... Rossi?”, domandò cauto.
“Amico mio, noi siamo comunisti! Rivoluzionari!”, rispose fiero Banzai.
“Venite dalla linea Rossa?”, volle sapere Artyom.
“No, siamo semplici comunisti”, l’uomo era esitante e aggiunse subito: “Il compagno commissario ti spiegherà tutto, è lui il responsabile dell’ideologia, qui”.
Il compagno Rusakov, tornato dopo qualche minuto d’assenza, li informò: “È tutto tranquillo”. Il suo bel viso emanava un senso di calma. “Possiamo fare una pausa”.
Non avevano nulla con cui accendere il fuoco, perciò appesero un bollitore su un piccolo fornello da campeggio e tagliarono del salame di maiale. Il fatto che dei rivoluzionari mangiassero cibi così prelibati lo insospettì un poco.
“No, compagno Artyom, non veniamo dalla linea Rossa”, dichiarò deciso Rusakov quando Banzai gli riferì la domanda del ragazzo. “Il compagno Moskvin ha assunto la posizione di Stalin, ma si è rifiutato di continuare la rivoluzione organizzata in tutta la Metro, denunciando ufficialmente l’Interstazionale e tagliando tutti i fondi preposti alle azioni rivoluzionarie. È un rinnegato e il tipo di persona che scende a compromessi. Noi compagni siamo fedeli al pensiero di Trotsky. Sarebbe come fare un parallelismo tra Castro ed Ernesto Guevara: è per questo motivo che il Che è sul nostro stendardo di guerra”, e indicò il triste straccio con un gesto trionfale. “Siamo rimasti fedeli al vero ideale rivoluzionario, al contrario dei collaborazionisti come il compagno Moskvin. Noi compagni condanniamo loro e la loro linea”.
“Ah ah! E chi vi fornisce il carburante?”, aggiunse lo Zio Fyodor, facendo un tiro della sigaretta che aveva preparato poco prima.
Il compagno Rusakov avvampò e lanciò un’occhiata brutale allo Zio Fyodor, che assunse una beffarda smorfia di disgusto e ispirò profondamente dalla sua sigaretta.
Artyom capì poco della spiegazione del commissario, eccezion fatta per il dettaglio più importante: questa gente aveva poco a che fare con i Rossi che avevano intenzione di trafiggere le membra di Mikhail Porfirevich e di sparargli allo stesso tempo. Ciò lo rincuorò e, cercando di fare buona impressione, ammiccò: “Stalin, è colui che sta nel Mausoleo, vero?”
Ma questa volta l’aveva detta grossa. Uno spasmo di rabbia deformò il bel viso coraggioso del compagno Rusakov, Banzai si voltò e persino lo Zio Fyodor si accigliò.
“No, no! È vero! C’è Lenin nel Mausoleo!”, Artyom si corresse frettoloso.
Le rughe arcigne sulla fronte del compagno Rusakov si rilassarono e poi affermò severo: “Hai ancora molto da imparare, compagno Artyom!”
Artyom non desiderava che il compagno Rusakov gli insegnasse qualcosa, ma si trattenne e non rispose altro. Ne capiva veramente poco di politica, ma la materia stava cominciando a interessarlo, così attese che la tempesta si placasse e poi azzardò: “Allora perché combattete contro i fascisti? Intendo dire, anche io sono contro di loro, ma dopotutto voi siete dei rivoluzionari...”
“Quei cani! A causa della Spagna, di Ernst Thälmann e della Seconda Guerra Mondiale!”, il compagno Rusakov sputò tra i denti serrati e, malgrado Artyom non avesse capito una parola, non aveva intenzione di dare una nuova dimostrazione della sua ignoranza.
Quando versarono l’acqua bollente nelle tazze si ravvivarono un po’. Banzai continuò a porre domande stupide allo Zio Fyodor, fino a portarlo all’esasperazione, ovviamente solo per punzecchiarlo, mentre Maximka, che si era seduto vicino al compagno Rusakov, chiese a bassa voce: “Dimmi, compagno commissario, che ne pensano il marxismo e il leninismo dei mutanti senza testa? È una domanda che mi pongo da un po’. Voglio essere ideologicamente forte, ma su questo punto non ho trovato alcun appiglio”. I suoi denti splendenti brillarono quando sorrise, con uno sguardo colpevole.
“Beh, compagno Maxim”, rispose il commissario dopo un momento di pausa. “Questa è una questione spinosa, amico mio”, e si mise a riflettere.
Anche ad Artyom interessava sapere come venivano considerati i mutanti da un punto di vista politico, ma soprattutto gli sarebbe piaciuto sapere se esistevano davvero. Tuttavia, il compagno Rusakov rimase in silenzio e i pensieri di Artyom ripresero ad arrabattarsi per trovare una soluzione a ciò che aveva lasciato in sospeso ormai da diversi giorni: doveva arrivare alla Polis. Era stato salvato per miracolo, gli era stata offerta una seconda possibilità, forse l’ultima. Tutto il corpo gli doleva, faticava a respirare, mentre i sospiri più profondi lo facevano tossire; inoltre, non riusciva ad aprire un occhio. Ma desiderava così tanto rimanere con queste persone! Si sentiva molto più tranquillo e sicuro con loro, l’oscurità della galleria sconosciuta non si condensava attorno a lui, opprimendolo. I fruscii e gli scricchiolii che provenivano dalle viscere dei tunnel più neri non lo spaventavano, non lo mettevano in guardia: sperava che questa tregua potesse durare per sempre. Era così bello rivivere il momento del suo salvataggio. Malgrado la morte avesse già serrato la sua morsa di ferro sopra la sua testa, lo aveva solamente sfiorato e la paura appiccicosa, che gli aveva paralizzato le membra, era già del tutto evaporata. Le ultime tracce, nascoste sotto il suo cuore e il suo stomaco, erano state cancellate dal velenoso liquore fatto in casa del compagno Fyodor.
Sì... Fyodor, l’amichevole Banzai e il serio commissario vestito di pelle, poi l’enorme Maxim-Lumumba... era così facile stare con loro, non si sentiva più così da quando era partito dalla VDNKh, cent’anni prima. Ormai non possedeva più nulla: la meravigliosa mitragliatrice, cinque caricatori, il passaporto, il cibo, il tè, due torce. Era tutto andato perduto. Lasciato ai fascisti. Gli erano rimasti solo una giacca, un paio di pantaloni e, in tasca, un bossolo ripiegato. Il boia gli aveva sussurrato: “Potrebbe sempre tornarti utile”. E adesso? Sarebbe potuto rimanere con i combattenti dell’Interstazionale, i brigadieri della... beh, non era importante. Vivere la loro vita e dimenticare la sua. No, mai. Non doveva fermarsi nemmeno per un minuto, non aveva tempo di riposare. Non ne aveva il diritto. Questa non era più la sua vita: dal momento in cui aveva accettato la proposta di Hunter aveva messo il suo destino nelle mani di altre persone. Ora era troppo tardi. Doveva andare. Non aveva altra scelta.
Rimase seduto in silenzio per diversi minuti, senza pensare a niente di particolare. Ma, secondo dopo secondo, una cupa determinazione maturava in lui, nei suoi muscoli provati, nelle sue vene gonfie e doloranti. Era come un pupazzo a cui fosse stata estratta l’imbottitura: era divenuto un pezzo di stoffa informe che un’entità crudele aveva appeso a uno scheletro di metallo. Non era più lui, perché era stato sparpagliato in giro dalla corrente d’aria che soffiava in una galleria, insieme all’imbottitura del giocattolo; era stato diviso in particelle e ora qualcuno si era insediato sotto la sua pelle, una creatura che non voleva ascoltare la disperata supplica del suo corpo, sanguinante ed esausto; qualcuno che aveva schiacciato sotto i piedi il suo desiderio di resa, di rimanere dove si trovava, di riposarsi, di lasciare, di rinunciare prima che questo sforzo avesse la possibilità di assumere una forma completa e realizzata. Quest’altra persona aveva preso la decisione a livello del suo istinto, oltrepassando a piè pari la coscienza di Artyom, nella quale ora regnavano solo il silenzio e il vuoto più totale. Il solito dialogo interno si era interrotto.
Era come se dentro Artyom fosse scattata un molla. Si alzò in piedi, con un movimento goffo e impacciato. Il commissario lo guardò sorpreso, mentre Maxim abbassò la mano sulla mitragliatrice.
“Compagno commissario, posso... parlarti per un secondo?”, gli domandò Artyom con voce monotona.
Anche Banzai si voltò, ansioso, lasciando in pace lo Zio Fyodor.
“Sputa il rospo, compagno Artyom. Io e i miei combattenti non abbiamo segreti”, lo informò cauto il commissario.
“Vedi, vi sono estremamente grato per avermi salvato. Ma non ho nulla con cui potervi ripagare. Mi piacerebbe moltissimo restare con voi, ma non posso. Devo proseguire. Io... devo farlo”.
Il commissario non rispose.
“Beh, e dove saresti diretto?”, si intromise inaspettatamente lo Zio Fyodor.
Artyom serrò le labbra e abbassò lo sguardo. Nell’aria aleggiava uno strano silenzio. Aveva l’impressione che gli uomini lo stessero osservando; erano tesi e sospettosi e cercavano di indovinare quali fossero le sue intenzioni. Era un spia? Un traditore? Per quale motivo voleva mantenere il segreto?
“Se non vuoi dircelo, non farlo”, lo Zio Fyodor fu conciliante.
“Alla Polis”, Artyom non riuscì a fare a meno di comunicarglielo. Non voleva rischiare di perdere la loro fiducia nel solo interesse di una sciocca teoria cospiratoria.
“Hai qualcosa da sbrigare laggiù?”, lo Zio Fyodor aveva uno sguardo innocente, ma si capiva che era curioso.
Artyom assentì in silenzio.
“Ed è urgente?”, l’uomo continuò a sondare il terreno.
“Stai sicuro: noi non ti tratterremo. Se non ci vuoi raccontare quello che hai da fare, non ti preoccupare. In ogni caso, non possiamo lasciarti qui, nel bel mezzo della galleria! Vero ragazzi?”, e si voltò verso gli altri.
Banzai annuì risoluto, Maximka allontanò le mani dalla canna della sua arma e anch’egli confermò. Poi fu il turno del compagno Rusakov.
“Compagno Artyom, sei disposto a giurare sulla testa dei combattenti di questa brigata che ti hanno salvato la vita di non voler intralciare la causa rivoluzionaria?”, domandò in tono severo.
“Lo giuro”, Artyom rispose prontamente. Non aveva alcuna intenzione di intralciare la rivoluzione. Aveva cose ben più importanti a cui pensare.
Il compagno Rusakov lo osservò a lungo e infine pronunciò il suo verdetto: “Compagni combattenti! Personalmente, io credo al compagno Artyom. Vi chiedo di votare: desiderate aiutarlo a raggiungere la Polis?”
Lo Zio Fyodor fu il primo ad alzare la mano e in quel momento Artyom sospettò che fosse stato lui a togliergli il cappio dal collo. Poi votò Maxim, mentre Banzai si limitò ad annuire.
“Compagno Artyom, non lontano da qui c’è un passaggio sconosciuto ai più: congiunge la diramazione Zamoskvoretskaya alla linea Rossa”, spiegò il comandante. “Se ti portassimo laggiù, saresti già...”
Non riuscì a terminare la frase perché Karatsyupa, che fino a quel momento era rimasto sdraiato tranquillo ai suoi piedi, si alzò sulle zampe e cominciò ad abbaiare in maniera assordante. Con un movimento fulmineo, il compagno Rusakov estrasse la pistola dalla fondina. Artyom non ebbe il tempo di vedere ciò che fecero gli altri: Banzai aveva già tirato il cavo per avviare il motore; Maxim aveva assunto nuovamente la sua posizione nella parte posteriore, mentre lo Zio Fyodor aveva estratto dalla scatola in cui teneva il suo liquore fatto in casa una bottiglia con un cerino che fuoriusciva dal collo.
A quel punto la galleria scendeva, perciò la visibilità era pessima, il cane continuava a tirare il guinzaglio e Artyom si sentiva inquieto.
“Date una mitragliatrice anche a me”, sussurrò.
Non lontano da loro, una potente torcia si illuminava e si spegneva, poi udirono qualcuno che dava ordini a voce altissima. Scarponi pesanti rimbombavano faticosi sulle traversine, qualcuno inciampò e tutto tornò silenzioso. Il commissario teneva con le mani serrate il muso di Karatsyupa, ma il cane riuscì a liberarsi dalla presa e si mise di nuovo ad abbaiare.
“Non si avvia!”, borbottò Banzai abbattuto. “Dobbiamo spingerlo!”
Artyom fu il primo a scendere dal carrello, seguito a ruota dallo Zio Fyodor e da Maxim. Appoggiarono i piedi contro le traversine per spingere con maggiore forza, così riuscirono a far muovere in avanti quell’enorme mezzo. Tuttavia, si spostava troppo lentamente e quando riuscirono a risvegliare completamente il motore, che ripartì emettendo un rumore simile a dei colpi di tosse, gli scarponi dei nemici erano già fin troppo vicini.
“Fuoco!”, l’ordine arrivò dall’oscurità e lo spazio limitato all’interno del tunnel si riempì di un frastuono incredibile.
Vennero sfiorati da almeno quattro cartucce, che colpivano casualmente lo spazio attorno a loro, rimbalzando, emettendo scintille, colpendo i tubi e facendoli risuonare.
Artyom pensava che ormai non avessero più via d’uscita, ma Maxim si alzò in piedi, tenne la mitragliatrice tra le mani e continuò a sparare a lungo. Le armi automatiche non si sentivano più. Ormai il carrello motorizzato si muoveva con maggiore facilità e dovettero correre per raggiungerlo e saltarci sopra.
“Si stanno ritirando! Proseguiamo a tutta velocità!”, l’urlo proveniva da dietro, mentre le mitragliatrici nemiche avevano ripreso a rombare, ancora più forti di prima, ma la maggior parte dei proiettili andava a colpire le pareti o il soffitto della galleria.
Lo Zio Fyodor accese velocemente il moccolo della bottiglia, lo avvolse con degli stracci e lo lanciò sul sentiero. Un minuto più tardi scorsero un bagliore e udirono lo stesso scoppio che Artyom aveva sentito quando si trovava sulla piattaforma con il cappio al collo.
“Un’altra! Più fumo!”, ordinò il compagno Rusakov.
Un carrello motorizzato è un vero miracolo, rifletté Artyom mentre gli inseguitori perdevano terreno cercando di farsi strada in una cortina di fumo. Il veicolo si spostava con facilità e spaventava, scacciandoli via, i passanti che lo fissavano. Entrò repentino alla Novukuznetskay, nella quale il compagno Rusakov si rifiutò categoricamente di fermarsi. Superarono la stazione tanto veloci che il ragazzo non ebbe nemmeno il tempo di capire che aspetto avesse. Tuttavia, non aveva nulla di particolare, a parte la scarsa illuminazione. Vi erano anche diverse persone, ma Banzai gli sussurrò che quello era un luogo insolito e che anche gli abitanti erano alquanto strambi: l’ultima volta che avevano provato a fermarsi se n’erano seriamente pentiti ed erano riusciti a malapena a uscirne vivi.
“Scusaci, compagno, non saremo in grado di aiutarti come speravamo”, il compagno Rusakov si rivolse ad Artyom con un tono più confidenziale rispetto a prima. “Non riusciremo a tornare qui per un po’, perciò dobbiamo recarci alla nostra base, alla Avtozavodskaya. Se lo desideri, puoi unirti alla brigata”.
Di nuovo, Artyom dovette farsi coraggio e rifiutare l’offerta, ma questa volta fu più semplice. Venne pervaso da una sorta di animata disperazione: tutto il mondo era contro di lui, gli stava andando tutto storto.
Malgrado ciò, gli ostacoli che le gallerie avevano posto sul cammino di Artyom avevano risvegliato in lui una rabbia tale da rianimare la sua debole vista di un fuoco ribelle, il quale pareva divorare le paure, il senso del pericolo, la ragione e la forza.
“No”, affermò calmo e convinto. “Devo andare”.
“In tal caso, proseguiremo insieme fino alla Paveletskaya poi le nostre strade si divideranno”, gli spiegò il commissario, che fino a quel momento non aveva proferito parola. “È un peccato, compagno Artyom. Abbiamo bisogno di combattenti come te”.
Vicino alla Novokuznetskaya, la galleria si biforcava e il carrello prese il sentiero di sinistra. Quando Artyom domandò cosa si trovasse in quello di destra, gli spiegarono di non poterlo imboccare, perché gli era vietato: un centinaio di metri più avanti si trovava un posto di blocco dell’Hansa, una vera e propria fortezza. Quella galleria che aveva un aspetto del tutto ordinario, in realtà conduceva direttamente a tre stazioni dell’Anello: l’Oktyabrskaya, la Dobryninskaya e la Paveletskaya. L’Hansa non aveva alcuna intenzione di distruggere quel minuscolo passaggio, poiché i collegamenti di trasporto al suo interno venivano usati esclusivamente dagli agenti segreti dell’organizzazione. Ma se qualcuno cercava di avvicinarsi a quel posto di blocco, sarebbe stato immediatamente ucciso, senza nemmeno avere la possibilità di spiegarsi.
Dopo aver percorso il passaggio di sinistra arrivarono alla Paveletskaya. Artyom rifletté che i suoi amici della VDNKh avevano ragione quando gli raccontavano che in passato si poteva percorrere l’intera Metro in una sola ora. Lui non ci aveva mai creduto. Ah! Se solo avesse avuto un carrello motorizzato come questo...
Comunque a lui non sarebbe servito a molto, poiché nella Metro c’erano moltissimi luoghi che non potevano essere superati così, come se niente fosse. Non era il caso di mettersi a sognare di possedere un marchingegno del genere: nel suo nuovo mondo non avrebbe più avuto comodità come questa e ogni passo gli avrebbe richiesto sforzi incredibili e dolori lancinanti. I vecchi tempi erano andati; il mondo magico e meraviglioso era scomparso, non esisteva più. Non aveva senso stare a lamentarsi per il resto dei suoi giorni, al contrario, doveva sputare sulla tomba della sua vecchia vita senza mai voltarsi indietro.