Metro 2033 – Capitolo 8

CAPITOLO 8 : IL QUARTO REICH


All’improvviso si udirono dei colpi di pistola che interruppero il baccano allegro della folla. Poi vi fu l’urlo di una donna e il rumore di una mitragliatrice. Il taverniere paffuto agguantò una pistola da sotto il bancone e corse verso l’entrata della tenda. Artyom lasciò ciò che stava bevendo e lo inseguì, gettandosi lo zaino in spalla e cercando di far scattare la sicura della sua arma. Si dispiacque di aver dovuto pagare in anticipo, perché in questo modo avrebbe potuto fuggire senza saldare il suo debito; le diciotto cartucce che aveva speso ben presto gli sarebbero potute tornare utili.
Dalla scala in cui si trovava, vide che stava accadendo qualcosa di terribile. Per scendere avrebbe dovuto farsi strada tra la gente che aveva perso i sensi per la paura e che cercava disperatamente di risalire verso l’alto. La ressa era così opprimente che il ragazzo si domandò se doveva davvero scendere laggiù oppure no... Ma la curiosità era troppa.
Sui passaggi si trovavano diverse sagome affrante, con indosso delle giacche di pelle; sulla piattaforma, proprio sotto ai suoi piedi, giaceva una donna morta, a faccia in giù, in una pozza di sangue rosso carminio. La superò velocemente, cercando di non guardarla, ma scivolò e per poco non cadde. Regnava il panico: persone seminude fuggivano dalle loro tende, guardandosi attorno con fare isterico. Uno di loro rimase indietro, con il piede incastrato in uno dei gambali dei pantaloni; si chinò di scatto, si strinse lo stomaco e si accasciò di lato.
Tuttavia Artyom non riusciva a capire da dove provenivano gli spari, che continuavano, mentre uomini tarchiati con indosso giacche di pelle correvano da una parte all’altra dell’atrio, togliendosi di torno donne urlanti e commercianti spaventati: non erano questi ultimi a essere stati attaccati, ma i banditi stessi che controllavano questa parte della Kitay-Gorod. Sulla piattaforma non era chiaro chi fosse il vero autore di quella carneficina.
A quel punto Artyom comprese perché non vedesse nessuno: gli aggressori erano nella galleria e da lì avevano aperto il fuoco, forse perché temevano di mostrarsi a viso aperto.
Questo cambiava di molto la situazione. Non c’era più tempo da perdere, perché non appena avessero capito che la resistenza era caduta, avrebbero invaso la piattaforma, perciò doveva fuggire da quell’entrata il prima possibile. Corse in avanti, tenendo stretta la sua mitragliatrice e guardandosi alle spalle. L’eco degli spari, che risuonava attraverso gli archi, rendeva impossibile comprendere da che parte arrivassero, se da destra o da sinistra.
Infine notò delle sagome in mimetica all’imboccatura della galleria di sinistra. Non gli si vedeva il viso, ma solo una macchia nera e Artyom si sentì raggelare. Solo dopo qualche istante ricordò che i Tetri che avevano invaso la VDNKh non erano armati e soprattutto non indossavano abiti di alcun tipo. Gli aggressori avevano il viso coperto da maschere, passamontagna di quelli che si potevano acquistare in qualsiasi mercato d’armi (addirittura, ne regalavano uno quando si comprava un AK-47).
Erano giunti sul posto anche i rinforzi Kaluga; si nascondevano a terra tra i cadaveri e rispondevano al fuoco. Sfracellavano i pannelli di compensato montati sui finestrini del vagone, creando posizioni da cui sparare nascosti. I colpi rimbombavano sempre più.
Sopra la sua testa, Artyom riuscì a intravvedere la targa di plastica che mostrava l’intricato dedalo delle stazioni, appeso nel mezzo dell’androne. Stavano subendo l’attacco dalla direzione della Tretyakovskaya, quindi fuggire da quella parte era fuori discussione. Per arrivare alla Taganskaya avrebbe dovuto attraversare la parte della stazione che in quel momento era sotto assedio. L’unica via rimasta era attraverso la Kuznetsky Most.
Saltando sui binari, Artyom si diresse verso l’oscura entrata della galleria a cui doveva accedere. Non riusciva a vedere né Khan né Asso. Scorse una sagoma che gli ricordava il filosofo viandante, ma quando questo si fermò per un momento, Artyom comprese che si era sbagliato.
Non era stato l’unico a prendere quella decisione: metà della gente fuggita dalla stazione stava scappando nella sua stessa direzione. Il passaggio risuonava di grida impaurite, c’era persino una persona che singhiozzava isterica. Le luci delle lampade portatili brillavano qua e là e si vedeva persino il tremolio irregolare di alcune fiaccole. Tutti cercavano di illuminare la strada da percorrere come potevano.
Artyom estrasse il regalo di Khan dalla tasca e premette i pulsanti. Diresse il debole raggio ai suoi piedi per cercare di non inciampare e corse avanti, raggiungendo piccoli gruppi di fuggitivi, alcune famiglie al completo, donne sole, anziani e giovani, uomini in forze che trascinavano pacchi che con tutta probabilità non gli appartenevano.
Si fermò in un paio di occasioni per aiutare persone cadute a terra. Si trattenne con uno di loro per un momento. Appoggiato contro la parete di mattoni della galleria era seduto un uomo anziano, dai capelli completamente grigi e con una smorfia di dolore stampata sul viso: teneva le mani strette all’altezza del cuore. Di fianco a lui c’era un ragazzo adolescente, che lo osservava sereno, con un’espressione pigra. Dall’aspetto selvaggio e dallo sguardo confuso, si notava subito che il ragazzino era disabile. Nell’anima di Artyom scattò una molla e, quando vide quella strana coppia, anche se si stava sforzando di proseguire e si malediva ogniqualvolta trovava degli ostacoli, si fermò.
L’anziano, vedendo che qualcuno si era accorto di lui e del ragazzino, abbozzò un sorriso ad Artyom e cercò di dire qualcosa, ma gli mancava il fiato. Aggrottò le sopracciglia e chiuse gli occhi, provando a radunare le forze. Artyom si piegò su di lui per sentire meglio cosa avesse da dirgli. Ma il ragazzino cominciò a urlare minaccioso e Artyom notò che aveva la bava alla bocca e che scopriva una fila di denti ingialliti. Non volendo affrontare il suo attacco, Artyom si spostò di lato; il ragazzino indietreggiò e, lamentandosi, si sedette goffamente sui binari.
“Giovanotto...”, si sforzò l’anziano. “Non... lui... è Vanechka... non... capisce”.
Artyom si limitò a scrollare le spalle.
“Ti prego... la nitro... glicerina... nella sacca... sul fondo... una pastiglia... Dammela... io non riesco... da solo...”. L’anziano ansava in maniera terribile e Artyom si mise a frugare nella borsa. Trovò subito un pacchetto che sembrava nuovo e ruppe la stagnola con l’unghia. La pillola uscì immediatamente e lui la porse al vecchio, che allargò le labbra in un sorriso colpevole e aggiunse: “Non riesco... le mani... non mi obbediscono... Sotto la lingua...”, poi chiuse di nuovo gli occhi.
Artyom osservò dubbioso le sue mani sporche, ma obbedì e mise la pallina scivolosa nella bocca dell’uomo. Lo straniero annuì flebilmente e non disse altro. Sempre più fuggitivi li superavano a grandi passi, ma Artyom riusciva a scorgere solo una fila interminabile di stivali e scarpe sporche, che spesso inciampavano sul legno scuro delle traversine, dopodiché si udivano degli spergiuri. Nessuno badò a loro tre. L’adolescente si trovava ancora nel luogo in cui si era seduto e borbottava tranquillamente tra sé. Artyom, vagamente compiaciuto, notò con indifferenza che uno dei passanti diede un calcio al ragazzo, il quale cominciò a ululare ancora più forte di prima, imbrattandosi i pugni di lacrime, oscillando da una parte all’altra.
Nel frattempo l’anziano aprì gli occhi, sospirò rumorosamente e bofonchiò: “Grazie mille... Mi sento già meglio... Mi aiuteresti ad alzarmi?”
Artyom lo tenne per il braccio mentre l’uomo si rimetteva in piedi, facendo uno sforzo incredibile. Il ragazzo raccolse la borsa dell’anziano, perciò dovette mettersi la mitragliatrice in spalla. Il vecchio zoppicò, si diresse verso il ragazzino e lo incoraggiò ad alzarsi. Per tutta risposta l’adolescente si mise a gridare e, quando notò che Artyom si dirigeva nella loro direzione, emise un fischio malevolo, mentre la saliva cominciò a gocciolare dal labbro inferiore sporgente.
“Sai, ho appena acquistato la medicina”, spiegò l’anziano. “Per la verità, sono venuto appositamente fin qui, in questo luogo tanto lontano. Dove viviamo noi non si riesce a trovare e nessuno me la può procurare, non ho nessuno a cui chiederla. Avevo finito la mia scorta, ho preso l’ultima pastiglia mentre venivamo qui. Poi non volevano farci passare dalla Pushkinskaya... Laggiù ci sono i fascisti adesso! È una vera disgrazia! Ho sentito che vogliono ribattezzare la stazione Hitlerskaya o Schillerovskaya... sebbene non sappiano nemmeno chi fosse Schiller. Pensa un po’, ci volevano impedire di attraversarla. Quegli spacconi ricoperti di svastiche si sono messi a tormentare Vanechka. E lui cosa poteva rispondergli nelle sue condizioni, poverino? Io ero molto preoccupato, il cuore ha cominciato a farsi sentire e solo allora ci hanno lasciati passare. Cosa stavo dicendo? Ma certo! Vedi, le metto apposta sul fondo della borsa, se qualcuno ci perquisisse e ci riempisse di domande, nel caso si facesse un’idea sbagliata. Non tutti sanno di che tipo di medicina si tratti. Poi, all’improvviso, tutti quegli spari! Sono fuggito il prima possibile, ho dovuto persino trascinare Vanechka perché aveva adocchiato dei polli allo spiedo e non si voleva più allontanare. All’inizio non mi dava troppo fastidio, perciò ho pensato che si placasse e che non avrei dovuto usare la medicina, che ovviamente costa un occhio della testa. Poi ho capito che non ci sarei riuscito. Tutte le volte che cercavo di prendere la pillola si faceva sempre più forte. Vanechka non capisce, è da moltissimo tempo che provo a insegnargli a darmi le pastiglie se non mi sento bene, ma non ci arriva: le inghiotte lui oppure estrae dalla borsa un altro oggetto e me lo porge. Io lo ringrazio, gli sorrido e lui ricambia con una tale gioia che ulula per la contentezza. Prego Dio che non mi capiti mai nulla, perché altrimenti non rimarrebbe nessuno a prendersi cura di lui; e chissà che fine farebbe!”
L’anziano continuava a parlare in una maniera che incantava, e fissava Artyom dritto negli occhi. Il ragazzo, per una ragione che non si seppe spiegare, provò una strana sensazione. Sebbene l’uomo zoppicasse con tutte le sue forze, Artyom sapeva che stavano procedendo troppo lenti, li stavano superando tutti. Sembrava che ben presto sarebbero stati gli ultimi fuggitivi. Vanechka camminava impacciato alla destra dell’uomo, tenendogli la mano. Gli era tornata un’espressione serena. Di tanto in tanto protendeva la sua mano destra e gorgogliava eccitato, indicando qualcosa che era stato abbandonato o perso da quelli che erano passati prima di loro; alle volte puntava il dito verso l’oscurità, che si faceva sempre più fitta davanti a loro.
“Perdonami giovanotto, come ti chiami? Stiamo parlando ma non ci siamo nemmeno presentati... Artyom? Piacere di conoscerti, io sono Mikhail Porfirevich. Porfirevich, esatto. Mio padre si chiamava Porfiry, un nome insolito in epoca sovietica. Era stato persino interrogato da diverse organizzazioni, perché al tempo i nomi in voga erano altri, Vladilen o Stalin... Tu di dove sei? Della VDNKh? Beh, io e Vanechka veniamo dalla Barrikadnaya, dove vivevo io prima”, spiegò l’uomo imbarazzato. “Sai, un tempo laggiù c’era un edificio immenso, altissimo, proprio a fianco della Metropolitana. Ma tu forse non ricordi com’erano gli edifici, vero? Quanti anni hai, se posso? Beh, non è importante. In quell’edificio possedevo un piccolo appartamento, un bilocale, a uno dei piani più alti, da cui si godeva una stupenda vista del centro cittadino. L’appartamento non era grande, ma aveva tutte le comodità, i pavimenti erano in legno di quercia e, come in tutte le altre case, c’era una stufa a gas. Mamma mia, che lusso! Una stufa a gas! Al tempo nessuno ci badava, volevano tutti l’elettricità, ma non potevano averla. All’entrata avevo appeso la riproduzione di un quadro del Tintoretto, in una bella cornice placcata oro, che meraviglia! Il letto era vero, con i cuscini e le lenzuola sempre pulite. Poi avevo una scrivania con un lampada che illuminava tutto per bene. Ma la cosa più importante era che possedevo scaffali di libri che arrivavano fino al soffitto. Mio padre mi aveva lasciato una raccolta di volumi molto fornita e anche io li collezionavo. Argh, ma perché ti sto raccontando tutto ciò? Molto probabilmente non ti interessano queste sciocchezze da vecchio... Tuttavia, ancora oggi, quando mi metto a ricordare, sento la mancanza degli oggetti, in particolare della scrivania e dei libri. Di recente anche del letto. Qui non si trovano lussi come quelli... noi invece avevamo letti in legno intagliati a mano e solo a volte dormivamo a terra, sulle coperte. Ma non ha importanza, ciò che conta è quello che abbiamo qui”, e così dicendo indicò il suo petto. “È più importante ciò che accade all’interno che all’esterno. Quello che abbiamo nella testa deve rimanere sempre lo stesso. E chi se ne frega delle condizioni in cui viviamo, perdona il francesismo! Ma sai, quel letto era speciale”.
Non taceva un attimo e Artyom ascoltava rapito, anche se non riusciva a immaginarsi cosa significasse vivere in un edificio alto, come sarebbe stata la vista e cosa si provasse a salire in un ascensore.
Quando Mikhail Porfirevich si fermò per un attimo a riprendere fiato, Artyom decise di cambiare discorso, in modo che la conversazione prendesse una piega a lui più utile. Doveva in qualche modo attraversare la Pushkinskaya e da lì usare il passaggio, arrivare alla Chekhovskaya, per poi giungere alla Polis.
“Alla Pushkinskaya ci sono davvero i fascisti?”, gli domandò.
“Cos’hai detto? Fascisti? Sì, certo...”, l’anziano sospirò confuso. “Sì, sì... gli skinhead con le fasce al braccio... sono terribili. Quei simboli sono appesi all’entrata e in tutta la stazione. Una volta significava che era vietato l’accesso: è una sagoma nera all’interno di un cerchio rosso sbarrato. Pensavo che avessero commesso un errore, perciò gli ho chiesto che ci facevano da quelle parti. Significa che quelli con la pelle scura non possono entrare. In realtà è solo un’idiozia”.
Quando udì le parole pelle scura, Artyom guardò Mikhail Porfirevich spaventato e chiese cauto: “Quelli con la pelle scura sono arrivati anche laggiù? Non mi dica che hanno raggiunto anche quella stazione...”, mentre in testa gli turbinavano frenetiche immagini paurose. Come poteva essere? Era nelle gallerie da una sola settimana e i Tetri avevano già attaccato la Pushkinskaya. La sua missione era già fallita? Non era servita a nulla? Era arrivato fin lì invano? No, non poteva essere, gli sarebbero giunte delle voci. Se così fosse, era già tutto finito.
Mikhail Porfirevich gli restituì lo sguardo circospetto e, facendo un passo di lato, gli chiese: “E tu, a quale ideologia credi?”
“Io? Beh, in realtà... a nessuna”, esitò Artyom. “Perché?”
“Che ne pensi delle altre nazionalità, dei caucasici ad esempio?”
“Cosa c’entrano i caucasici?”. Artyom era perplesso. “Per la verità, di nazionalità ne so poco. Dove vivevo c’era qualche francese, i tedeschi e gli americani. Ma credo non sia sopravvissuto nessuno... Caucasici, invece... se devo essere onesto, non ne conosco”, ammise goffo.
“I caucasici sono quelli con la pelle scura”, spiegò Mikhail Porfirevich, che cercava ancora di capire se Artyom stava mentendo, se lo stava prendendo in giro.
“Ma... se ricordo bene, i caucasici sono persone normali. Ne ho visto qualcuno alla stazione, oggi...”, affermò Artyom.
“Certo, persone totalmente normali!”, assicurò Mikhail Porfirevich. “Quegli assassini, però, hanno deciso che sono diversi e perciò li perseguitano. Ma è una cosa disumana! Immagina: in quella stazione, proprio sopra i binari, il soffitto è pieno di ganci. Da uno di quelli penzolava un uomo. In carne e ossa! Vanechka era elettrizzato, lo indicava con il dito, urlava e quei mostri lo hanno notato”.
Udendo il suo nome, il ragazzino si girò e fissò l’uomo a lungo. Artyom ebbe l’impressione che riuscisse a sentire e che di tanto in tanto potesse persino comprendere di cosa stessero parlando. Ma quando nessuno ripeté il suo nome, perse subito interesse in Mikhail Porfirevich e si concentrò sulle traversine.
“Parlando di nazioni, sembra che loro idolatrino la Germania. Dopotutto, sono stati proprio i tedeschi a creare la loro ideologia. Tu sai di che parlo”, Mikhail Porfirovich aggiunse e Artyom annuì incerto, sebbene non avesse la minima idea di ciò a cui si riferisse, ma non voleva passare per un ignorante. “Ci sono aquile tedesche appese ovunque, insieme alle svastiche, il cui significato è abbastanza ovvio. Poi ci sono diverse frasi in tedesco, citazioni di Hitler sul valore, l’onore e altre cose di questo tipo. Organizzano parate e marce. Mentre eravamo laggiù ho cercato di convincerli a non infastidire Vanechka. Loro marciavano lungo la piattaforma e intonavano canzoni sulla grandezza dello spirito e sul disprezzo della morte. Io ritengo che il tedesco sia stato scelto alla perfezione, è stato creato per esprimere concetti del genere. Conosco un po’ di tedesco... Ho una frase qui...”. Si fermò all’improvviso ed estrasse un taccuino sporco dalla tasca interna. “Aspetta un secondo. Punta la torcia qui, per favore... Dov’è finita? Ah, eccola!”
Nel cerchio giallo luminoso, Artyom intravvide le lettere gotiche, tracciate con cura su una pagina del blocco, che erano persino incorniciate da foglie di vite disegnate:
Du stirbst. Besitz stirbt.
Die Sippen sterben.
Der einzig lebt - wir wissen es
Der Toten Tatenruhm.
Artyom sapeva leggere i caratteri latini, li aveva studiati su un libro di testo per bambini che aveva trovato alla biblioteca della stazione. Si guardò alle spalle, poi puntò nuovamente la torcia al taccuino. Non ci aveva capito nulla.
“Di cosa si tratta?”, domandò, aiutando ancora Mikhail Porfirovich, infilando il blocchetto nella tasca dell’uomo e cercando di acciuffare Vanechka, che si era fermato in un punto e borbottava infelice.
“È una poesia”, spiegò l’anziano, un po’ offeso. “Celebra i caduti in guerra. Non ho intenzione di tradurla parola per parola, ma più o meno significa: Morirai. Quelli che ti sono vicini moriranno. Le tue proprietà scompariranno. Solo la morte gloriosa in combattimento sopravvivrà ai secoli. Ma nella nostra lingua ha un suono patetico, non credi? Mentre in tedesco... sembra che tuoni! Der Toten Tatenruhm! Ti fa sentire i brividi lungo la schiena. Mmm... sì”, si fermò di scatto e sembrò vergognarsi di ciò che aveva appena detto.
Procedettero in silenzio per un po’. Ad Artyom pareva buffo che fossero gli ultimi rimasti nella galleria e ciò lo mandava anche su tutte le furie; inoltre, non era chiaro cosa stesse succedendo dietro di loro. Quel tizio si era persino fermato a leggere una poesia! Contro la sua volontà, ripeteva gli ultimi versi del componimento e, all’improvviso, senza una ragione particolare, si ricordò di Vitalik, il ragazzo che era stato con lui all’Orto botanico. Vitalik la Scheggia, che i ladri avevano ucciso con un colpo di pistola mentre cercavano di infiltrarsi nella stazione dalla galleria meridionale. Quel tunnel era sempre stato considerato pericoloso, proprio per questo misero Vitalik a fare la guardia laggiù. Aveva diciotto anni e Artyom stava per compierne sedici. Quella sera erano d’accordo di andare tutti da Zhenya, perché c’era un commerciante di droga che era riuscito a portare un nuovo tipo di sostanza, qualcosa di speciale... Se la prese diritto in testa. Il foro nero era proprio al centro della sua fronte, mentre la parte posteriore del cranio era stata spazzata via. Fine. “Morirai...”. Chissà perché, gli ritornò alla mente, vivida come non mai, anche la conversazione tra il suo patrigno e Hunter, in particolare quando Sukhoi aveva affermato: “E se non ci fosse nulla nell’aldilà? Si muore e dopo non c’è niente. Non rimane nulla. Qualcuno ti ricorderà per un certo periodo di tempo, ma non a lungo”. Anche coloro che ti stanno vicino moriranno, com’era quel verso della poesia? Artyom rabbrividì. Infine, quando Mikhail Porfirevich ruppe il silenzio, Artyom gliene fu grato.
“Per caso tu sei diretto nella nostra stessa direzione? Oppure hai intenzione di arrivare solo fino alla Pushkinskaya? Vuoi entrare lì? Intendo dire, entrare nella stazione. Io ti suggerisco di non farlo, Artyom. Non puoi nemmeno immaginare cosa succede laggiù. O forse vuoi venire con noi fino alla Barrikadnaya? Mi farebbe molto piacere fare quattro chiacchiere con te durante il viaggio!”
Artyom annuì di nuovo indistintamente e borbottò qualcosa di vago: non poteva spiegare lo scopo del suo viaggio alla prima persona che incontrava, anche se si trattava di un anziano inoffensivo. Mikhail Porfirevich non disse altro, dato che non aveva ricevuto risposta alla sua domanda.
Proseguirono, sempre in silenzio, per un tratto più lungo. Dietro di loro non si sentiva alcun rumore e alla fine Artyom riuscì a rilassarsi. In lontananza intravvidero delle luci, inizialmente molto flebili, poi più luminose. Si stavano avvicinano alla Kuznetsky Most.
Artyom non conosceva le regole del luogo e perciò decise di nascondere la sua arma. Dopo averla avvolta nel gilet, la mise sul fondo dello zaino.
La Kuznetsky Most era una stazione abitata, perciò a cinquanta metri dall’entrata c’era un posto di blocco ben attrezzato: era l’unico, ma aveva un riflettore, che in quel momento era spento ed era equipaggiato di una posizione per mitragliatrice. L’arma era coperta, ma al suo fianco era seduto un uomo in carne con indosso un’uniforme verde malconcia. Stava mangiando qualcosa che somigliava a un purè, da una ciotola da soldato malandata. Vicino a lui c’erano un altro paio di persone con la stessa divisa e con in spalla mitragliatrici che parevano mal assemblate. Controllavano pedanti i documenti di coloro che arrivavano dalla galleria. Davanti a loro c’era una breve coda: tutti i fuggitivi della Kitay-Gorod, che avevano superato Artyom mentre lui procedeva a rilento con Mikhail Porfirevich e Vanechka.
Con estrema lentezza, la gente veniva fatta entrare, quasi in maniera riluttante. Un tizio era stato respinto e ora sedeva in disparte, sgomento, senza sapere cosa fare. Di tanto in tanto si riavvicinava al posto di blocco, ma la guardie si rifiutavano puntualmente di farlo entrare e chiamavano la persona successiva. Venivano tutti perquisiti scrupolosamente; infatti, videro come un uomo che non aveva dichiarato la sua Makarov venne espulso dalla fila e, quando lui si mise a discutere, lo legarono e lo condussero via.
Artyom sentì lo stomaco sobbalzare, presagio che lo aspettavano dei guai. Mikhail Porfirevich lo guardò sorpreso e, quando Artyom gli sussurrò a bassa voce che era armato, l’uomo annuì in maniera rassicurante e gli promise che tutto sarebbe andato per il meglio. Non era che Artyom non si fidasse di lui, ma sarebbe stato molto interessante vedere come intendeva gestire la situazione. L’anziano si limitò a sorridere misterioso.
Il loro turno si stava pian piano avvicinando. Le guardie di confine stavano rovistando nel cappotto di una cinquantenne, mentre lei li accusava di essere dei tiranni ed esprimeva la sua sorpresa per il fatto che potessero esistere degli individui del genere. Artyom era dello stesso avviso, ma decise di non dar voce al suo pensiero, almeno non in modo udibile. Durante la ricerca, una delle guardie trovò diverse granate e le estrasse con un fischio soddisfatto dal reggiseno sporco della donna, chiedendole una spiegazione.
Il ragazzo era sicuro che la signora avrebbe raccontato una storia toccante, su come il nipote avesse bisogno di quegli aggeggi per lavorare. Sa, è un saldatore e queste fanno parte del suo equipaggiamento. Oppure gli avrebbe riferito di averle trovate lungo la strada e, come di solito succede, sarebbe corsa a consegnarle alle autorità competenti. Al contrario, la donna fece un paio di passi indietro, imprecò e tornò in velocità nella galleria per nascondersi nell’oscurità. L’uomo addetto alla mitragliatrice posò la ciotola dalla quale stava mangiando e afferrò la sua arma; tuttavia, una delle due guardie, probabilmente il più anziano, lo fermò con un gesto. Il grassone sospirò deluso e tornò alla sua sbobba, mentre Mikhail Porfirevich faceva un passo in avanti, con il passaporto in mano.
Fu incredibile come la guardia più anziana, dopo aver rivoltato come un calzino la sacca della donna dall’aspetto inoffensivo senza il benché minimo rimorso di coscienza, fece scorrere velocemente le pagine del taccuino dell’anziano e non fece nemmeno caso a Vanechka, come se il ragazzino non esistesse. Toccava ad Artyom. Porse svelto i suoi documenti alla guardia con i baffi, che controllò scrupolosamente tutte le pagine, illuminando a lungo con la sua torcia i diversi timbri. Poi passò alla fotografia, che guardò e riguardò almeno cinque volte, esprimendo apertamente i suoi dubbi, mentre Artyom sorrideva, cercando di assumere un’espressione innocente.
“Perché il tuo passaporto è un modello sovietico?”, domandò infine la guardia con voce austera, non sapendo a cos’altro appigliarsi.
“Beh, vede, ero molto piccolo; esistevano ancora i passaporti veri. Poi la nostra amministrazione decise di tamponare con il primo formato che riuscì a trovare”.
“Ciò è inammissibile”, l’uomo aggrottò le sopracciglia. “Apri lo zaino”.
Artyom si mise ad analizzare la situazione: se l’uomo avesse scoperto la mitragliatrice, lui avrebbe potuto scappare, altrimenti gliela avrebbero confiscata. Si asciugò il sudore dalla fronte. Mikhail Porfirevich raggiunse la guardia, si avvicinò e sussurrò veloce: “Konstantin Alexeyevich, la prego di comprendere, questo giovanotto è mio amico. È una persona rispettabile, posso garantirglielo personalmente”.
La guardia di confine aprì il bagaglio e vi infilò dentro la mano. Il ragazzo rimase di stucco. Quindi disse con freddezza: “Cinque”. Artyom stava ancora cercando di capire cosa volesse dire, quando l’anziano prese dalla tasca una manciata di cartucce, ne contò cinque e le mise nella sacca mezza aperta che penzolava dalla cinta del doganiere.
Ma la mano di Konstantin Alexeyevich continuò la sua perlustrazione all’interno dello zaino finché non accadde il peggio, perché il suo viso assunse un’espressione interessata.
Artyom sentì il cuore fermarsi e chiuse gli occhi.
“Quindici”, affermò la guardia, impassibile.
Artyom annuì, contò altre dieci cartucce e le infilò nella stessa sacca. Sul viso della guardia non si mosse nemmeno un muscolo. Si limitò a spostarsi di lato per lasciare passare i tre verso la Kuznetsky Most. Artyom, ancora ammirato dalla determinazione dimostrata dall’uomo, marciava verso la stazione.
Passò i successivi quindici minuti a discutere con Mikhail Porfirevich, che testardo si rifiutava di accettare le cinque cartucce che aveva pagato per Artyom, insistendo che il suo debito nei confronti del ragazzo era decisamente superiore.
La Kuznetsky Most non era molto diversa dalle altre stazioni che Artyom aveva visitato durante il suo viaggio. Aveva gli stessi muri ricoperti di marmo e i pavimenti in granito, ma gli archi erano eccezionalmente alti e ampi, il che le conferiva un’inaspettata sensazione di vastità.
Tuttavia, ciò che sorprese Artyom fu che su entrambi i binari si trovavano due treni completi, lunghissimi ed enormi, tanto che occupavano gran parte dello spazio. Dai finestrini veniva una luce calda, che filtrava attraverso le tendine di diversi colori e le porte erano aperte, invitanti...
Artyom non aveva mai visto nulla del genere. Dalla sua memoria riaffioravano treni in corsa, che emettevano il caratteristico fischio, con le finestre quadrate illuminate. Erano ricordi della sua infanzia, ma erano sparpagliati, effimeri, proprio come i ricordi di ciò che c’era prima: non appena cercava di farsi tornare alla mente i dettagli, di concentrarsi su un particolare, l’immagine elusiva si dissolveva subito, scorreva via come acqua tra le dita e non rimaneva nulla... Ultimamente, invece, aveva visto solo il treno che era rimasto bloccato all’entrata della galleria della Rizhskaya, oltre a qualche vagone alla Kitay-Gorod e alla Prospekt Mira.
Artyom non riuscì a proseguire oltre, rapito dal treno contava le carrozze che si confondevano con la foschia sull’altra estremità della piattaforma, vicino all’entrata della linea Rossa. Laggiù, appesa al soffitto, c’era una tela in cotone rischiarata da un netto cerchio di luce elettrica, mentre sotto di essa si trovavano due uomini armati di mitragliatrice, che indossavano uniformi verdi identiche e berretti con visiera. Da lontano sembravano fin troppo piccoli e parevano dei buffi soldatini di piombo.
Quando viveva con la madre, Artyom aveva posseduto tre soldatini giocattolo: uno era un comandante, con una minuscola pistola sfoderata. Urlava qualcosa ed era voltato all’indietro, perché forse stava ordinando alla sua squadra di seguirlo in battaglia. Al contrario, gli altri due erano in piedi, dritti, con le mitragliatrici in mano. Molto probabilmente le tre statuine provenivano da collezioni diverse, perciò era impossibile usarle per giocare: il comandante si lanciava in battaglia e, malgrado le sue urla valorose, gli altri due se ne stavano composti, proprio come le guardie di confine della linea Rossa, non interessati ai combattimenti. Era strano: rammentava così bene i soldatini, ma non ricordava il viso della madre...
La Kuznetsky Most era relativamente tranquilla. Le luci, come alla VDNKh, derivavano dall’illuminazione d’emergenza ed erano appese su tutta la lunghezza del soffitto a una misteriosa struttura in metallo, che probabilmente in passato aveva rischiarato la stazione. A parte i treni, non vi era nulla degno di nota.
“Spesso ho sentito dire che nella Metropolitana vi sono luoghi di assoluta bellezza, ma da quello che ho visto finora sono quasi tutti identici”, Artyom condivise il suo disappunto con Mikhail Porfirevich.
“Non dire così, giovanotto! Esistono posti talmente belli da rimanere senza fiato! Ad esempio la Komsomolskaya, sull’Anello, è un vero e proprio palazzo!”. L’anziano, con fare appassionato, cercò di persuadere Artyom.
“Sul soffitto c’è un pannello enorme che ritrae Lenin e, ovviamente, c’è anche tanta altra robaccia... Oh, ma cosa dico!”, si interruppe improvvisamente e continuò la frase in un sussurro: “Questa stazione è piena di agenti segreti provenienti dalla linea Sokolnicheskaya, cioè la linea Rossa, scusa ma io continuo a chiamarla con il vecchio nome... quindi bisogna cercare di non parlare troppo. Il governo locale sembra indipendente, ma in realtà non vuole entrare in disaccordo con i Rossi; se questi ultimi richiedono la testa di qualcuno, loro gliela danno. Ti lascio solo immaginare gli omicidi”, aggiunse, ancora più a bassa voce, guardandosi intorno timoroso. “Forza, andiamo a cercare un posto dove riposare. Io sono stanchissimo anche tu hai l’aria di uno che deve farsi una bella dormita. Passiamo la notte qui, proseguiremo domattina”.
Artyom assentì. Quella giornata gli era sembrata infinita e stressante. Aveva un assoluto bisogno di riposo.
Mentre il ragazzo seguiva Mikhail Porfirevich, osservava con una punta d’invidia il treno e non riusciva a distogliere lo sguardo dalle carrozze, da dove provenivano risate e conversazioni allegre. Davanti a una delle porte del treno c’era un uomo, che sembrava stanco a causa della giornata di lavoro e stava fumando una sigaretta insieme al vicino; i due discutevano degli avvenimenti della giornata. Alcune donne anziane, riunite attorno a un tavolo illuminato da una lampada che penzolava dal soffitto, bevevano il tè; i bambini correvano attorno a loro. Una situazione del genere era totalmente estranea ad Artyom: alla VDNKh la gente era sempre all’erta perché poteva accadere qualsiasi cosa, da un momento all’altro. Ci si ritrovava la sera nella tenda di qualcuno per fare quattro chiacchiere con gli amici, ma era diverso, non c’erano porte aperte, niente rimaneva in vista, le persone non si riunivano così facilmente, i bambini non correvano dappertutto... Questa stazione era fin troppo felice.
“Di cosa vivono qui?”, quando raggiunse l’anziano, Artyom non riuscì a trattenersi.
“Come? Non lo sai?”, rispose sorpreso ma educato Mikhail Porfirevich. “Questa è la Kuznetsky Most! Qui ci sono i migliori tecnici di tutta la Metropolitana! Sono maestri importanti, perciò qui portano qualsiasi tipo di aggeggio da sistemare, dalla linea Sokolnicheskaya e persino dall’Anello. L’economia è fiorente! Sarebbe bello poter vivere qui”, sospirò sognante. “Ma in tal senso hanno regole molto rigorose”.
Artyom sperò invano di poter dormire in una delle carrozze del treno, in un letto vero. Nel mezzo dell’androne si trovava una fila di grandi tende, simili a quelle in cui viveva alla VDNKh e sulla prima che trovarono era stata stampata la parola HOTEL. Al fianco c’era un lunga fila di fuggitivi, ma Mikhail Porfirevich chiamò in disparte uno degli organizzatori, fece tintinnare un po’ di denaro, sussurrò le parole magiche che cominciavano con Konstantin Alexeyevich e la questione venne subito risolta.
“Staremo qui”, fece un gesto d’invito e Vanechka gorgogliò allegro.
Gli diedero persino del tè, che non dovettero pagare perché era compreso nel prezzo; i materassi sul pavimento erano talmente morbidi che non appena ci si accomodava non ci si voleva più alzare. Mezzo sdraiato, Artyom soffiava sulla tazza di tè e ascoltava attento l’anziano che gli stava raccontando qualcosa con uno sguardo grave e si era dimenticato del suo tè: “Comandano tutta la diramazione. Non lo ammette nessuno, nemmeno i Rossi, ma né l’Università e nemmeno le stazioni successive sono sotto il loro controllo! Proprio così! La linea Rossa continua fino alla Sportivnaya, dove c’è un passaggio che un tempo era la stazione della Leninskie Gory, a cui poi è stato cambiato il nome, ma io riesco a ricordarmi solo quello vecchio... Ebbene, la Leninskie Gory si trovava sotto un ponte. Proprio lì vi fu un’esplosione, il ponte crollò nel fiume e la stazione venne inondata, perciò non vi è stata alcuna comunicazione con l’Università sin dall’inizio”.
Artyom ingurgitò un piccolo sorso di tè e sentì che le sue interiora si fermavano improvvisamente, come se stessero attendendo la rivelazione di qualcosa di misterioso, insolito, che era cominciato quando i binari divelti erano sospesi sopra un precipizio sulla linea Rossa in direzione sud-ovest. Vanechka si mordicchiava le unghie e si fermava di tanto in tanto solo per controllare, con fare soddisfatto, il frutto delle sue fatiche, per poi cominciare di nuovo. Artyom lo osservava con compassione e si sentì riconoscente del fatto che il ragazzino fosse tranquillo.
“Alla Barrikadnaya teniamo un piccolo circolo”, Mikhail Porfirevich sorrise imbarazzato. “Ci riuniamo alla sera e spesso ci raggiungono anche gli abitanti della Via del 1905, e ora stanno cercando di individuare tutti i diversi pensatori nella Metro. Persino Anton Petrovich si è trasferito nella nostra stazione... Ma sono tutte sciocchezze, dei semplici raduni letterari. Tuttavia, a volte discorriamo di politica... In realtà alla Barrikadnaya le persone di cultura non sono viste di buon occhio, per cui cerchiamo di non farci notare. Dicevo, Yakov Iosifovich sostiene che molto probabilmente l’Università non sia andata distrutta, perché sono riusciti a bloccare la galleria. Ci dovrebbero essere ancora delle persone laggiù. Non semplici persone, ma... Quello è il luogo in cui si trovava l’Università Statale di Mosca ed è per questo motivo che la stazione si chiama così. È probabile che alcuni dei professori siano riusciti a trovare riparo nella stazione, insieme agli studenti. Sotto gli edifici dell’Università si trovava una sorta di bunker antiatomico, fatto costruire da Stalin, che ritengo fosse interconnesso con delle gallerie speciali a quelle della Metro. E ora, laggiù, si trova un altro tipo di centro intellettuale. Ma forse sono tutte leggende. Là, al potere, ci sono persone colte: le tre stazioni e il bunker sono governati da un rettore e ciascuna stazione è controllata da un preside, che rimane in carica per un certo periodo di tempo. Gli studi non si sono fermati: ci sono studenti, ricercatori, insegnanti! La cultura non è scomparsa come qui. Redigono dei saggi e non si sono scordati di come si conducono le ricerche... Anton Petrovich ci ha riferito che uno dei suoi amici, un ingegnere, gli ha rivelato che hanno scoperto come tornare in superficie! Hanno creato una tuta protettiva e alle volte le loro sentinelle vengono inviate nella Metropolitana... A te non sembra improbabile?”, aggiunse Mikhail Porfirevich guardando Artyom negli occhi. Il ragazzo notò una sfumatura di tristezza nello sguardo del vecchio, una speranza timida e stanca, che lo fece tossire e gli fece rispondere, in maniera sicura: “Perché? Io credo sia possibilissimo! Prenda la Polis, ad esempio. Ho sentito dire la stessa cosa...”
“Sì, la Polis è un luogo meraviglioso. Ma come si fa ad arrivarci, di questi tempi? Ho sentito che il consiglio è stato riconquistato dai militari”.
“Quale consiglio?”. Artyom alzò le sopracciglia.
“Come? La Polis è governata da un consiglio di persone importanti, che laggiù sono bibliotecari o militari. Non so con esattezza cosa succede alla Biblioteca Lenin, perciò non ha senso parlarne ma, da quello che ricordo, l’altra entrata della Polis si trova dietro il Ministero della Difesa, o comunque lì vicino, che alcuni generali erano riusciti a far evacuare. All’inizio, questi militari presero il potere e la loro giunta governò la Polis per un lungo periodo di tempo. Ma alla gente non andava a genio questo tipo di governo, vi furono dei disordini, sangue che scorreva a fiotti... ma è stato molto tempo fa, ancor prima della guerra con i Rossi. Giunsero a un compromesso e venne fondato il consiglio. Al suo interno si scontravano due fazioni, i bibliotecari e i militari, una strana combinazione... Molto probabilmente i soldati non avevano conosciuto molti bibliotecari in carne e ossa, in vita loro. Ma qui convivevano, anche se tra loro vi era un’eterna battaglia, perché prendevano il potere a turno: quando cominciò la guerra con i Rossi, la difesa era molto più importante della cultura, perciò il piatto della bilancia pendeva dalla parte dei generali. Al contrario, in tempi di pace, erano gli uomini di cultura ad avere una maggiore influenza. È come un pendolo. Ho sentito dire che di recente le milizie hanno riguadagnato una posizione di prominenza, impongono la disciplina, il coprifuoco e altre gioie della vita di questo tipo”. Mikhail Porfirevich sorrise appena. “Attraversarla non sarà più facile che arrivare alla Città di Smeraldo... è il nome affettuoso con cui, nel nostro circolo, chiamiamo l’Università e le stazioni che la circondano. Ci sono la linea Rossa oppure l’Hansa, che come tu ben sai non puoi attraversare. Un tempo, prima che arrivassero i fascisti, potevi recarti dalla Pushkinskaya alla Chekhovskaya e tramite un solo passaggio alla Borovitskaya, anche se non è un tratto facile; quando ero più giovane lo percorrevo spesso”.
Artyom gli domandò quale fosse il problema di quel passaggio e l’anziano rispose restio: “Nel bel mezzo di quella galleria c’è un treno completamente bruciato. Non ci vado da moltissimo tempo, quindi non so in che condizioni si trovi ora, ma prima si vedevano i resti carbonizzati di coloro che nel momento dell’incendio sedevano ai loro posti... era terribile. Non so come possa essere accaduto, ho chiesto informazioni a degli amici, ma nessuno è stato in grado di raccontarmi con esattezza la vicenda. Inoltre, è molto complicato superare la parte in cui si trova il treno, perché la galleria sta crollando e i detriti hanno riempito gli spazi attorno ai convogli. All’interno, nelle carrozze, succedono cose tremende, che sarebbe difficile spiegare. In generale io sono ateo, non credo in tutte quelle stupidaggini mistiche. Soprattutto ora, non credo più a niente”.
Queste parole richiamarono alla mente di Artyom i ricordi lugubri del rumore nella galleria della sua linea e non poté fare a meno di raccontare all’anziano uomo ciò che era capitato a lui e al suo gruppo, poi gli disse di Bourbon e, dopo un momento di esitazione, cercò di ripetere la spiegazione che gli aveva fornito Khan.
“Cosa? Che stai dicendo?!? Quelle sono sciocchezze belle e buone!”, lo contraddisse Mikhail Porfirevich, aggrottando austero le sopracciglia. “Ne avevo già sentito parlare. Ricordi che ti raccontavo di Yakov Iosifovich? Beh, lui è un fisico e mi ha spiegato che questo tipo di alterazioni della psiche si susseguono quando le persone sono soggette alle frequenze sonore più basse, che sono fondamentalmente impercettibili. Se non mi sbaglio si aggirano attorno ai sette hertz, ma ormai la mia memoria fa cilecca così spesso! Tali rumori possono verificarsi da soli, ad esempio in seguito a processi naturali come i movimenti tettonici e simili. Devo ammettere che quando me lo ha spiegato non ero molto attento... Ma che abbia a che fare con le anime dei morti? Nei tubi? Ma per piacere...”
Questo vecchio era un tipo molto interessante. Era la prima volta che Artyom si confrontava con punti di vista del genere. L’uomo vedeva la Metropolitana da un’angolatura diversa, all’antica, divertente; sembrava che tutto riportasse la sua anima verso la superficie della Terra. Era chiaro che non fosse a suo agio in questo luogo, come se stesse ancora vivendo i suoi primi giorni sottoterra. Artyom, pensando alla discussione tra Sukhoi e Hunter, osò domandargli: “Lei cosa ne pensa...? Noi... gli esseri umani... torneremo mai in superficie? Riusciremo a sopravvivere e a tornare?”
Si pentì subito di avergliela posta: era come se Artyom avesse messo il dito in una piaga purulenta dell’uomo, il cui umore mutò all’improvviso; quindi rispose con un filo di voce, quasi fosse esanime: “Non credo, non credo proprio”.
“Dopotutto, esistevano anche altre Metropolitane, a San Pietroburgo, a Minsk, a Novgorod”, Artyom elencò i nomi che aveva imparato a memoria e che gli erano sempre parsi senza significato.
“Ah! Che magnifica città! San Pietroburgo!”. Mikhail Porfirevich non ribatté, ma sospirò triste. “La cattedrale di Sant’Isacco... O l’Ammiragliato, con la sua guglia... Che grazia infinita! E le serate sulla Prospettiva Nevskij: la gente, il rumore, la folla, le risate, i bambini con i loro gelati, le belle ragazze, la musica che risuonava, specialmente in estate. È molto raro che nei mesi estivi ci sia bel tempo, ma quando succede... il sole, il cielo è terso, azzurro... e respirare è semplicissimo”.
I suoi occhi erano fissi su Artyom, ma il suo sguardo lo superava e si dissolveva nella distanza eterea, dove le sagome luminose e maestose degli edifici opachi si ergevano dal fumo scuro. Le descrizioni erano talmente vivide che il giovane ebbe l’impressione che, girandosi, avrebbe potuto vedere ciò che l’uomo gli stava raccontando. L’anziano non disse altro, emise un sospiro profondo e Artyom decise di non interrompere i suoi ricordi.
“Sì, esistevano altre Metropolitane, oltre a quella di Mosca. È probabile che la gente si sia rifugiata laggiù e che si sia salvata... Ma pensaci, giovanotto!”. Mikhail Porfirevich sollevò un dito nodoso. “Quanti anni sono passati? Non abbiamo ancora ricevuto notizie... Se ci stessero cercando, non ci avrebbero già trovati, dopo tutto questo tempo? No, non credo proprio”, e chinò il capo.
Dopo cinque minuti di silenzio, senza quasi farsi sentire, l’anziano sospirò di nuovo e disse, più a se stesso che ad Artyom: “Abbiamo distrutto un mondo meraviglioso...”
Un silenzio cupo pesava sulla tenda. Vanechka, cullato dalla loro conversazione tranquilla, stava dormendo. Aveva la bocca semiaperta e respirava rumorosamente, di tanto in tanto uggiolava, come fosse un cagnolino. Mikhail Porfirevich non parlò più e, malgrado Artyom fosse sicuro che non stava ancora dormendo, non lo voleva disturbare, quindi chiuse gli occhi e cercò di addormentarsi.
Sperava che, dopo tutto ciò che gli era accaduto in quella giornata infinita, il sonno lo pervadesse all’istante, ma il tempo passava sempre più lento. Lo stesso materasso che poco prima era sembrato soffice, ora pareva bitorzoluto e, prima di riuscire a trovare una posizione comoda, Artyom dovette girarsi diverse volte. Le meste parole dell’anziano gli vorticavano nelle orecchie. No. Non credo proprio. Non potremo tornare sui viali illuminati, nelle grandiose costruzioni architettoniche, alle luci, alla fresca brezza di una tiepida serata estiva, che scompiglia i capelli e accarezza il viso. Non potremo più vedere il cielo, non sarà mai più come nelle descrizioni dell’anziano uomo. Il cielo si era abbassato ed era rimasto intrappolato tra i fili marci sui soffitti delle gallerie. Sarebbe rimasto per sempre così. Ma prima com’era? Come lo aveva definito? Azzurro? Terso? Ora il cielo era strano, come quello che Artyom aveva scorto all’Orto botanico, ricoperto di stelle. Ma invece di essere blu cobalto, era azzurro chiaro, scintillante, allegro... Gli edifici erano davvero enormi, ma la loro massa non opprimeva; al contrario erano leggeri, come intessuti di un’aria mite. Si libravano, distaccati da terra, i loro contorni si confondevano con l’altezza infinita della volta celeste. Si vedevano moltissime persone! Artyom non ne aveva mai viste così tante insieme, forse solo alla Kitay-Gorod, ma queste erano più numerose; lo spazio tra questi edifici imponenti era pieno di persone. Si affrettavano qua e là e tra loro vi erano anche molti bambini, che mangiavano qualcosa, probabilmente del gelato. Artyom desiderava chiedere a uno di loro se poteva provarne un po’, perché non lo aveva mai assaggiato. Quando era piccolo, aveva sempre sognato di poterlo assaporare. Ma non si poteva trovare da nessuna parte, poiché ormai l’azienda di dolciumi produceva solamente muffa e ratti, ratti e muffa. I bambinetti leccavano questa ghiottoneria e scappavano lontano, ridevano, lo evitavano abilmente e lui non riusciva nemmeno a guardarli in faccia. Artyom non sapeva più cosa stava cercando di fare, se assaggiare il gelato o guardare il viso dei bambini, capire se avevano davvero una faccia oppure no... Si spaventò.
I contorni leggeri degli edifici cominciarono lenti a scurirsi e, dopo poco, incombevano già sopra di lui in maniera minacciosa, facendosi sempre più vicini. Artyom stava ancora rincorrendo i bambini e gli sembrava che non stessero più ridendo gioiosi, ma crudeli. Così radunò tutte le sue forze e ne acchiappò uno per la manica. Il ragazzino cercava di liberarsi dalla presa, lo graffiava come un indiavolato, ma stringendolo forte per la gola, Artyom riuscì a vederlo in faccia: era Vanechka, che ruggiva e mostrava i denti; scosse la testa e cercò di afferrare la mano di Artyom. Preso dal panico, quest’ultimo fuggì via e il ragazzino, in piedi, alzò la testa all’improvviso ed emise quello stesso terribile ululato che fece tornare Artyom alla VDNKh... I bambini che gli correvano attorno cominciarono a rallentare e a circondarlo, sempre più vicini, mentre gli enormi edifici scuri si imponevano sopra di loro, avvicinandosi... I bambini riempivano gli spazi sempre più piccoli tra le costruzioni e raccolsero la sfida lanciata da Vanechka, pieni di una malignità selvaggia e di una tristezza gelida; infine si rivolsero verso Artyom. Non avevano il viso, solo maschere nere di pelle con la bocca disegnata e gli occhi che non avevano né sclera, né pupille.
All’improvviso si udì una voce che Artyom non riuscì subito a identificare. Era dimessa e la battaglia che imperversava la attutiva. Ma la voce si ripeteva insistente e, ascoltando con più attenzione, ignorando i bambini che si avvicinavano, Artyom riuscì a capire: “Devi andare”. Continuava a ripetersi. Il ragazzo la riconobbe: era la voce di Hunter.
Aprì gli occhi e lanciò lontano le coperte. La tenda era buia e afosa e lui aveva la testa pesante: i pensieri non volevano abbandonarlo. Sembrava non riuscire a ritornare in sé, a capire per quanto avesse dormito, se fosse già ora di alzarsi e di riprendere il cammino, oppure se si poteva girare dall’altra parte per cercare di fare un sogno migliore.
I lembi della tenda erano aperti e il ragazzo scorse la testa della guardia di confine che li aveva lasciati entrare alla Kuznetsky Most. Konstantin... com’era il patronimico?
“Mikhail Porfirevich! Mikhail Porfirevich! Si alzi subito! Mikhail Porfirevich! Ma è morto?”, e senza fare caso ad Artyom, che lo fissava impaurito, piombò nella tenda e si mise a scuotere l’anziano che dormiva.
Prima di lui si svegliò Vanechka e cominciò a urlare infuriato. La guardia non badò a lui e quando il ragazzino lo tirò per il braccio, lui gli diede un ceffone. L’anziano si svegliò. “Mikhail Porfirevich! Si deve svegliare subito!”, gli sussurrò insistente il doganiere. “Deve andarsene immediatamente! I Rossi hanno richiesto che lei venga consegnato, la ritengono un diffamatore e un propagandista nemico. Ho continuato a ripeterglielo: quando è qui, in questa sporca stazione, non deve tenere le sue lezioni sull’Università! Mi ha capito?”
“La prego, Konstantin Alexeyevich, può dirmi cosa sta succedendo?”. L’anziano voltò il capo confuso, alzandosi dal suo giaciglio. “Io non ho detto nulla, nessuna propaganda. Neanche a pensarci! Ne stavo solo discutendo con il giovanotto qui presente, ma a bassa voce, non c’erano testimoni”.
“Beh, allora porti con sé anche il ragazzo! Sa bene che tipo di stazione è questa! La scuoierebbero e poi l’appenderebbero per i piedi alla Lubianka, mentre il suo amico verrebbe messo direttamente al muro, in modo che non apra più la bocca! Forza, si sbrighi! Non indugi oltre! Stanno venendo a prenderla! Al momento stanno conferendo per decidere cosa chiedere in cambio ai Rossi, deve fare in fretta!”
Artyom si era già alzato in piedi e aveva lo zaino in spalla. Non sapeva se prendere l’arma dal bagaglio. Anche l’anziano si affaccendava, ma un minuto più tardi erano già in strada e camminavano di buona lena, mentre Konstantin Alexeyevich teneva la mano premuta sulla bocca di Vanechka, che aveva assunto un’espressione da martire. Il vecchio li osservava ansioso, poiché temeva che la guardia potesse decidere di spezzare l’osso del collo al ragazzino.
La galleria che conduceva fino alla Pushkinskaya era difesa meglio delle altre. Dovettero superare due sbarramenti, al centesimo e al duecentesimo metro dall’entrata; al primo vi era un rinforzo di cemento armato, un parapetto che ostruiva il passaggio e che obbligava la gente a proseguire sullo stretto sentiero vicino al muro. A sinistra c’era un telefono, i cui fili conducevano al centro della stazione, probabilmente al quartier generale. Al secondo posto di blocco c’erano i soliti sacchi di sabbia, una mitragliatrice e i riflettori, come dall’altro lato. Entrambi gli appostamenti erano sorvegliati dalle guardie e Konstantin Alexeyevich li accompagnò oltre il secondo, finché non raggiunsero il confine.
“Forza, starò con voi ancora per cinque minuti. Temo che non potrà mai più tornare da queste parti, Mikhail Porfirevich”, si rivolse all’anziano mentre si dirigevano lenti verso la Pushkinskaya. “Non le hanno ancora perdonato i suoi vecchi peccati e ora l’ha fatto di nuovo. Ho sentito dire che il compagno Moskvin è personalmente interessato a lei, ha capito? Beh, d’accordo, cercherò di pensare a qualcosa. Fate attenzione alla Pushkinskaya!”, lo ammonì procedendo nell’oscurità. “Attraversatela velocemente! Noi li temiamo, quindi cercate di sbrigarvi e non avrete problemi!”
Non avevano fretta di raggiungere il luogo in cui erano diretti, perciò i fuggitivi rallentarono il passo.
“Perché ce l’hanno così tanto con lei?”. Artyom era curioso e osservava sottecchi l’anziano.
“Beh, vedi, il fatto è che quella gente non mi piace. Quando c’era la guerra... io e il mio circolo avevamo redatto dei testi... Anton Petrovich, che al tempo viveva alla Pushkinskaya, aveva accesso a un ciclostile. Alla Pushkinskaya c’era un giornale, dei pazzi prendevano le notizie dall’ Izvestiya… e lui le stampava”.
“Ma il confine dei Rossi ha un aspetto innocuo: ci sono solo due persone, una bandiera e nessun rinforzo. Niente, a confronto dell’Hansa”, ricordò Artyom.
“Ma certo! Da questa parte sembra tutto innocuo perché la loro forza maggiore sta all’interno, non all’esterno”, sul viso di Mikhail Porfirevich fece capolino un sorriso nefasto. “È lì che si trovano i veri rinforzi. Al confine... sono solo decorazioni”.
Continuarono in silenzio, ciascuno con i propri pensieri. Artyom era all’ascolto della sua sensazione per quella galleria. Era molto strano, ma sia questo tunnel che quello tra la Kitay-Gorod e la Kuznetsky Most erano vuoti: al loro interno non si sentiva nulla. Nessuna strana percezione, erano semplici costruzioni senz’anima.
Fu allora che si ricordò l’incubo che aveva avuto: i dettagli erano già scomparsi dalla memoria ed era rimasto solo un vago, spaventoso ricordo dei bambini senza volto e delle masse nere che si stagliavano contro il cielo. Tuttavia, aveva udito una voce...
Non riuscì a seguire i suoi pensieri fino alla fine. Davanti a lui sentì il familiare e terribile squittio, insieme al fruscio delle zampe, seguito subito dal puzzo soffocante e dolciastro della carne putrefatta. Quando il debole raggio delle loro torce raggiunse il luogo da cui provenivano i rumori, videro davanti ai loro occhi una scena tale che Artyom pensò subito che sarebbe stato meglio consegnarsi nelle mani dei Rossi.
Contro il muro, in fila e a faccia in giù, giacevano tre corpi tumefatti; avevano le mani legate dietro la schiena con dei fili elettrici ed erano già stati tormentati dai ratti. Premendosi la manica della giacca contro il naso per non sentire il puzzo putrescente e per non respirare l’aria impestata, Artyom si piegò sopra i corpi e li illuminò. Erano stati svestiti, gli avevano lasciato solo la biancheria intima, e i loro corpi non mostravano segni evidenti di lesioni. Ma i capelli dei tre erano impiastricciati di sangue, in particolare attorno al foro d’entrata della pallottola.
“Dietro la testa”, sottolineò Artyom, cercando di mantenere un certo contegno nella voce, sebbene sentisse di dover vomitare da un momento all’altro.
Mikhail Porfirevich rimase a bocca aperta e i suoi occhi cominciarono a luccicare.
“Cosa fanno, Dio mio, cosa fanno!”, sospirò. “Vanechka, non guardare, non guardare, vieni qui!”
Ma Vanechka, che non dimostrava il benché minimo disagio, si acquattò nei pressi del corpo più vicino a lui e si mise a indicarlo con il dito, urlando animatamente. Il raggio della torcia venne diretto verso il muro e illuminò un pezzo di carta sporca, appeso sopra i cadaveri, ad altezza d’uomo; portava la scritta “Vierter Reich”, accompagnata dalla rappresentazione di un’aquila. Poi continuava in russo: “Nessun animale nero ha il permesso di superare il trecentesimo metro dal Grande Reich!” oltre al cartello “Vietato l’accesso” accompagnato dalla sagoma sbarrata di un uomo dalla pelle scura.
“Vigliacchi!”, imprecò Artyom a denti stretti. “Solo perché hanno i capelli di un colore diverso?”
L’anziano scosse il capo e, tristemente, tirò Vanechka per il bavero, che era ancora accovacciato, occupato ad analizzare i corpi e non voleva essere disturbato.
“Vedo che il nostro ciclostile funziona ancora”, disse tristemente Mikhail Porfirevich e proseguì.
I viaggiatori si spostavano più lentamente. Dopo due minuti videro le parole “300 metri”, scritte sui muri con la vernice rossa.
“Mancano trecento metri”, fece ansioso Artyom, sentendo in lontananza l’eco di un cane che abbaiava.
A circa cento metri dalla stazione vennero colpiti da un raggio di luce accecante e si fermarono.
“Mani in alto! Fermi dove siete!”, una voce rombò attraverso un altoparlante. Obbediente, Artyom mise le sue dietro la testa, mentre Mikhail Porfirevich si bloccò con le mani alzate verso il soffitto.
“Ho detto mani in alto, tutti! Procedente lentamente! Nessun movimento improvviso”, continuò la voce tesa. Artyom non riusciva a vedere chi stava parlando perché la luce che li colpiva negli occhi era troppo forte, gli causava dolore e non poteva fare altro che guardare a terra.
Camminarono ancora un po’ a piccoli passi, poi si fermarono quando gli venne ordinato, finché finalmente il riflettore non venne puntato di lato.
Era stata eretta un’enorme barricata, due uomini erano in posizione con le loro mitragliatrici, oltre a un altro uomo, con un fondina alla cintura; indossavano tutti uniformi mimetiche e un berretto nero, portato di lato sui crani rasati. Indossavano anche una fascia bianca al braccio, con quella che sembrava una svastica tedesca, sebbene avesse tre punte e non quattro. In lontananza si intravvedevano sagome scure, mentre un cane si agitava nervoso ai loro piedi. Sui muri attorno erano state dipinte croci, aquile, slogan e imprecazioni dirette ai non russi. Artyom rimase stupito perché le frasi erano quasi tutte in tedesco. In un luogo ben visibile, sotto un pannello con la sagoma di un’aquila e una svastica a tre punte, si ripeteva il solito cartello, illuminato dal basso, con la sfortunata sagoma nera: secondo Artyom veniva messo in mostra come una sorta d’icona religiosa.
Una delle guardie fece un passo in avanti e accese una torcia, tenendola ad altezza della testa. Camminò attorno ai tre, guardandoli fissi in faccia, forse cercando segni di fattezze non slave. Tuttavia, sembravano russi, per cui spense la torcia e scosse le spalle con disappunto.
“Documenti!”, urlò.
Artyom porse subito il suo passaporto. Mikhail Porfirevich si frugò nelle tasche e alla fine riuscì a trovare il suo.
“Dove sono i documenti per questo?”, domandò disgustata la guardia più anziana, indicando Vanechka con un cenno del capo.
“Vede, il fatto è che... il ragazzino...”, si mise a spiegare l’anziano.
“Siiiilenzio! Devi rivolgerti a me chiamandomi Signor ufficiale! Rispondi alla mia domanda!”, abbaiò l’ufficiale di dogana, mentre la torcia gli stava per cadere dalle mani.
“Signor ufficiale, vede, il ragazzino è malato. Non ha un passaporto, è piccolo... però come può vedere è affidato a me, qui, glielo mostro...”, cominciò a balbettare Mikhail Porfirevich, guadando l’ufficiale in maniera suadente, cercando di trovare una scintilla di compassione nei suoi occhi.
Ma l’uomo rimaneva immobile, dritto e austero. Il viso era freddo come la pietra. Fu in quel momento che Artyom sentì nuovamente l’impulso di uccidere qualcuno.
“Dov’è la fotografia?”, sputò l’ufficiale, dopo aver fatto scorrere le pagine.
Vanechka, che fino ad allora era rimasto tranquillo a osservare la sagoma del cane, di tanto in tanto gorgogliando entusiasta, rivolse la sua attenzione all’ufficiale di dogana, digrignò i denti e gli urlò contro. Artyom rimase di sasso; era talmente spaventato per il ragazzino che dimenticò tutta l’ostilità che provava nei confronti dell’uomo e il desiderio di colpirlo con il bel calcio che si meritava.
L’ufficiale di dogana fece involontariamente un passo indietro, fissando Vanechka in malo modo: “Sbarazzatevi subito di questo obbrobrio o lo dovrò fare con le mie mani”.
“La prego, lo perdoni, signor ufficiale. Lui non capisce quello che fa”, Artyom fu sorpreso si sentire la sua voce pronunciare quelle parole.
Mikhail Porfirevich lo guardò pieno di gratitudine; l’ufficiale controllò velocemente il passaporto di Artyom e glielo restituì, aggiungendo: “Nessuna domanda per te, puoi passare”.
Artyom fece qualche passo in avanti e si bloccò: sapeva che le sue gambe non avrebbero obbedito alla testa. L’ufficiale gli voltò le spalle e ripeté la domanda sulla fotografia agli altri due.
“Vede, il problema è...”, cominciò Mikhail Porfirevich, poi si interruppe e aggiunse: “Signor ufficiale, il problema è che dove viviamo non ci sono macchine fotografiche. Fare una fotografia in un’altra stazione costa molto e io non ho abbastanza denaro...”
“Svestiti!”, lo interruppe l’uomo.
“Mi scusi?”, la voce di Mikhail Porfirevich si incrinò e le gambe cominciarono a tremargli.
Artyom si tolse lo zaino dalle spalle e lo mise a terra, senza pensare a quello che stava facendo. Ci sono alcune cose che si desidererebbe non fare, ci si impegna in modo che non avvengano, ma tutto d’un tratto accadono da sole. Non si ha nemmeno il tempo di pensarci, perché non giungono fino al centro cognitivo del cervello. Succedono e basta. Poi ci si ritrova a guardarsi dall’esterno, sorpresi, cercando di convincersi che non vi sia colpa, che sia accaduto così, senza interferenze esterne.
Se li avessero fatti svestire per condurli insieme agli altri al trecentesimo metro, Artyom avrebbe estratto la mitragliatrice dallo zaino, avrebbe spostato la levetta su automatico e avrebbe cercato di abbattere il maggior numero di non-umani in mimetica, finché non avrebbero ucciso anche lui. Il resto non aveva più senso. Il fatto che conoscesse Mikhail e Vanechka da un giorno appena non significava nulla. Non gli importava che avrebbero ucciso anche lui. Cosa sarebbe successo alla VDNKh? Perché pensare a ciò che sarebbe accaduto dopo? È più semplice non farsi certe domande.
“Svestiti!”, articolò l’uomo, ripetendosi. “Perquisizione!”
“Ma... mi scusi...”, Mikhail Porfirevich pronunciò indistintamente.
“Siiilenzio!”, abbaiò di nuovo l’altro. “Veloce!”, e sottolineò le sue parole con un gesto, prendendo la pistola dalla fondina.
L’anziano si mise a sbottonare la giacca il più velocemente possibile, mentre la guardia spostava la pistola e lo osservava in silenzio mentre si levava la maglia, saltellando goffo su un piede per togliersi gli scarponi, traballando, mentre si slacciava la fibbia della cintura.
“Più veloce!”, sibilò furente l’ufficiale.
“Vede, sono un po’ maldestro...”,cominciò Mikhail Porfirevich, ma l’ufficiale ne aveva avuto abbastanza e colpì l’anziano sui denti.
Artyom corse in avanti ma due braccia potenti lo afferrarono stretto da dietro e, per quanto cercasse di liberarsi, era tutto inutile.
Fu allora che accadde l’imprevedibile. Vanechka, che era la metà della canaglia con il berretto nero, all’improvviso scoprì i denti e con un ruggito animale gli si avventò contro. L’uomo non si aspettava una velocità tale dal miserabile ragazzino e Vanechka riuscì a prendergli la mano sinistra e a colpirlo al petto. Tuttavia, un secondo dopo, l’ufficiale si riprese e si liberò del ragazzino, fece un passo indietro, protese la mano che impugnava la pistola e premette il grilletto.
Il colpo, amplificato dall’eco della galleria, risuonò nelle loro orecchie. Malgrado ciò, ad Artyom sembrò di sentire che Vanechka singhiozzava silenzioso, seduto a terra. Era piegato in avanti, con le mani strette attorno allo stomaco, quando l’ufficiale, con un’espressione disgustata, lo colpì con un calcio e premette di nuovo il grilletto, stavolta puntando alla testa.
“Ti avevo avvisato”, lanciò un’occhiata gelida a Mikhail Porfirevich, che era rimasto bloccato lì dove si trovava, atterrito, e guardava Vanechka con la bocca spalancata, mentre dei rumori sordi provenivano dal suo petto.
In quel momento, la vista di Artyom si oscurò e sentì una tale forza provenire dall’interno che, quando scattò in avanti, per poco i soldati che lo trattenevano non caddero al suolo. Il tempo rallentò e Artyom riuscì ad afferrare la mitragliatrice, far scattare la sicura e, attraverso lo zaino, a colpire l’ufficiale al petto con una scarica di colpi.
Soddisfatto, notò la linea scura di buchi sul verde dell’uniforme mimetica.