Metro 2033 – Capitolo 7

CAPITOLO 7 : IL KHANATO DELL'OSCURITA'


La galleria era vuota e pulita. Il terreno era asciutto e una piacevole brezza soffiava sui loro visi. Non c’era nemmeno un ratto o passaggi laterali sospetti, che sprofondavano nell’oscurità più assoluta; c’era soltanto qualche porta chiusa. Quella galleria sarebbe potuta essere abitata, proprio come qualsiasi delle stazioni della Metro. Oltretutto, con questa calma così innaturale, gli uomini non se la sentivano di mettersi in guardia, anche perché la paura di morire o di sparire si era dissipata all’istante. Tutte le leggende sulla sparizione della gente sembravano stupide storielle e Artyom si ritrovò a pensare se l’episodio dello sfortunato ometto che si pensava avesse la peste fosse accaduto realmente oppure no. Forse, mentre dormiva sul telone accanto al fuoco del filosofo viandante, aveva semplicemente avuto un incubo.
Lui e Khan se ne stavano nella retroguardia, poiché quest’ultimo temeva che gli uomini avrebbero potuto staccarsi dal gruppo uno dopo l’altro e nessuno di loro sarebbe arrivato fino alla Kitay-Gorod. Khan procedeva tranquillo al fianco di Artyom, come se non fosse successo nulla. Le rughe profonde che gli avevano solcato il viso durante la schermaglia alla Sukharevskaya erano praticamente scomparse. La tempesta era passata: vicino ad Artyom ora c’era solo un uomo saggio e controllato, non un lupo adulto e furioso. Ma il ragazzo era sicuro che ci avrebbe impiegato un minuto a trasformarsi.
In quel momento capì di avere un’opportunità per farsi svelare alcuni dei segreti della Metropolitana, perciò non poté trattenersi: “Tu riesci a comprendere ciò che succede all’interno di questa galleria?”
“Nessuno ci riesce, me compreso”, rispose Khan con riluttanza. “Esistono cose che nemmeno io capisco. Ti posso solo dire che si tratta di un abisso. Un luogo del genere, io lo chiamo buco nero. Non hai mai visto una stella, vero? No, mi hai detto di averne vista una, in passato. Sai nulla del cosmo? Beh, una stella che sta morendo ha l’aspetto di un buco e, se si spegne completamente, la sua energia straordinariamente potente le si rivolta contro e comincia a divorare se stessa, a prendere la materia che si trova all’esterno, per attirarla verso l’interno del buco, al centro, che diventa sempre più piccolo, ma più denso e più pesante, così che la sua forza di gravità aumenta. Questo processo è irreversibile, è come una valanga: con la gravità che continua ad aumentare, la crescente quantità di materia viene attirata sempre più velocemente verso il cuore del mostro. Ad un certo punto, la sua potenza raggiunge una magnitudine tale che risucchia al suo interno anche i suoi vicini e tutta la materia che si trova nella sua sfera d’influenza, persino i raggi di luce. Questa enorme forza permette al buco di divorare i raggi degli altri soli, mentre lo spazio attorno a lui diviene nero e vuoto. E ormai tutto ciò che si trova al suo interno non ha più la forza di uscire. È una stella oscura, un sole nero, attorno al quale regnano solo freddo e oscurità”. Non aggiunse altro e si mise ad ascoltare le conversazioni degli uomini davanti a loro.
“Ma tutto ciò cos’avrebbe a che fare con la galleria?”, dovette chiedergli Artyom dopo cinque minuti.
“Io ho il dono della preveggenza. Spesso riesco a osservare il futuro, il passato, oppure riesco a trasportare la mia mente in luoghi diversi. Alle volte ciò che vedo non è chiaro e mi viene nascosto; ad esempio, non so come terminerà il tuo viaggio, il tuo futuro è un mistero per me. È come se guardassi in una pozza di acqua sporca e non riuscissi a distinguere nulla. Ma quando cerco di osservare quello che è accaduto qui oppure di comprendere la natura di questo luogo, davanti a me si staglia l’oscurità più assoluta. I raggi del mio pensiero non riescono a tornare indietro da questa galleria. È proprio per questo che la chiamo buco nero. Non posso dirti altro”. Ammutolì ancora per qualche minuto, ma poi aggiunse: “Ed è proprio per questo che mi trovo qui”.
“Quindi non sai perché alle volte questa galleria è sicura, mentre certe altre risucchia le persone? Ma soprattutto perché prende a sé solo coloro che viaggiano da soli?”
“Non so niente che tu non sappia già, anche se sono tre anni che cerco di svelare questo mistero; finora è stato tutto invano”.
I loro passi generavano un’eco distante. L’aria era cristallina, respirare era estremamente facile e l’oscurità non faceva paura. Le parole di Khan non lo misero in guardia, non lo preoccuparono. Artyom sapeva che la tristezza del suo compagno non derivava dai segreti e dai pericoli della galleria, ma dalla futilità delle sue indagini, sebbene per il ragazzo queste sue preoccupazioni fossero ridicole. Il passaggio era proprio di fronte a loro, dritto, vuoto, non vi era alcuna minaccia. Nella sua mente riusciva a udire persino una melodia vivace, che poi cominciò a provenire dall’esterno, senza che lui se ne accorgesse. Infatti, in quel momento Khan lo guardò beffardo e chiese: “Non è divertente? Non c’è niente di cui preoccuparsi, vero? La galleria è tranquilla, pulita”.
“Ma certo!”, Artyom convenne allegro.
Si sentiva leggero perché Khan era riuscito a capire il suo stato d’animo, il tunnel aveva avuto lo stesso effetto su di lui. Anch’egli camminava e sorrideva, senza sentire il peso dei pensieri più oscuri; credeva che la galleria fosse...
“Ora copriti gli occhi, ti prenderò per mano, così non inciamperai. Riesci a vedere qualcosa?”, gli domandò Khan interessato, afferrando piano il polso di Artyom.
“No, non vedo nulla. Solo la luce flebile della torcia attraverso le palpebre”, affermò Artyom deluso, serrando ancora di più gli occhi. All’improvviso, sussultò.
“Bravo, ce l’hai fatta”, notò Khan soddisfatto. “È bellissimo, vero?”
“Incredibile... È come se... non ci fosse il soffitto. Tutto è blu. Mio Dio, che bellezza. E com’è facile respirare!”
“Questo, amico mio, è il cielo. È curioso, vero? Riesci a vederlo quando sei dell’umore giusto, ti rilassi e chiudi gli occhi. Lo riescono a vedere in molti. È strano, non trovi? Lo visualizzano persino coloro che non sono mai stati lassù e ci si sente proprio come se si fosse in superficie, prima che accadesse tutto questo”.
“Tu riesci a vederlo?”, domandò Artyom pieno di felicità. Non voleva più aprire gli occhi.
“No”, risposte mesto Khan. “Riescono a vederlo quasi tutti, tranne me. Io trovo solo un’oscurità fitta, che circonda l’intera galleria. Non so se riesci a comprendere. Sopra, sotto, da tutte le parti. C’è solo un filo sottile di luce, che percorre tutta la galleria e che io seguo come fossi in un labirinto. Forse sono cieco. Oppure lo sono gli altri. Ok, ora apri gli occhi, non sono un cane guida e non ho intenzione di condurti per mano fino alla Kitay-Gorod”. Così dicendo lasciò il polso di Artyom.
Il ragazzo cercò di camminare a occhi chiusi, ma inciampò su un traversina e per un pelo non cadde a terra, insieme allo zaino che trasportava. Così, restio, riaprì gli occhi e rimase in silenzio a lungo, sorridendo stupidamente tra sé.
“Cos’è stato?”, domandò infine.
“Fantasie, sogni, il buon umore... tutto insieme”, rispose Khan. “Tuttavia, è mutevole. Non sono il tuo stato d’animo o i tuoi sogni. Ci sono molti uomini in questa galleria e finora non è accaduto nulla, ma il nostro stato d’animo potrebbe cambiare da un momento all’altro, e tu lo percepiresti. Guarda, siamo già arrivati alla Turgenevskaya! Abbiamo fatto presto. Ma non possiamo fermarci qui, nemmeno per fare una pausa. È molto probabile che ci chiederanno di riposarci un po’, ma non tutti avvertono la galleria allo stesso modo. La maggior parte di loro non prova ciò che è accessibile a te. Dobbiamo proseguire e d’ora in avanti sarà più difficile”.
Entrarono in stazione. Il marmo chiaro che ricopriva le pareti era identico in tutto e per tutto a quello della Prospekt Mira e della Sukharevskaya, ma laggiù le pareti e il soffitto erano talmente fuligginosi e sporchi di grasso che la pietra era praticamente invisibile. Qui, invece, era così immacolato che era impossibile non fermarsi ad ammirarlo. Gli uomini avevano lasciato questo luogo molto tempo prima e non era rimasta alcuna traccia della loro presenza. Sorpresi, notarono che la stazione era in buone condizioni, come se non fosse mai stata inondata e non avesse mai visto un fuoco. Se non fosse stato per la profonda oscurità e lo strato di polvere sul pavimento, sulle panchine e sulle pareti, ci si poteva aspettare che da un momento all’altro sulla piattaforma arrivasse una fiumana di passeggeri e che, dopo aver emesso il suo segnale melodioso, il treno entrasse in stazione. In tutti quegli anni, il luogo sembrava rimasto immutato. Il patrigno di Artyom gli aveva descritto tutto con stupore e ammirazione.
Alla Turgenevskaya non c’erano colonne. Si intervallavano archi bassi, scolpiti nel marmo pesante. Le torce della carovana non erano abbastanza potenti per dissipare l’oscurità dell’androne e illuminare la parete opposta: sembrava che oltre gli archi non vi fosse nulla, come se cominciasse la fine dell’universo.
Attraversarono la stazione abbastanza in fretta e, contrariamente a ciò che temeva Khan, nessuno espresse il desiderio di fermarsi per fare una pausa. Gli uomini sembravano turbati e cominciarono a parlare del fatto che dovevano procedere più veloci per arrivare il prima possibile in un luogo abitato.
“Lo senti? Il loro umore sta cambiando...”, osservò Khan tranquillo, puntando un dito verso il soffitto, come se stesse cercando di capire in che direzione soffiava il vento. “È vero, dobbiamo procedere più velocemente; se lo sentono dentro, proprio come io riesco a sentirlo con il mio potere mistico. Ma c’è qualcosa che mi impedisce di continuare su questa strada. Aspettami un attimo qui”.
Con attenzione, estrasse dalla tasca la mappa che chiamava Guida. Ordinò a tutti di stare fermi, spense la torcia e a grandi passi cauti scomparve nel buio.
Non appena Khan si allontanò, un tizio uscì dal gruppo e lentamente, come se stesse facendo uno sforzo enorme, si avvicinò ad Artyom. La sua voce era talmente impacciata che Artyom non capì subito che si trattava dell’uomo con la barba che lo aveva minacciato alla Sukharevskaya.
“Ascolta, abbiamo sbagliato a fermarci qui. Digli che abbiamo paura. Siamo in tanti, ma può succederci qualsiasi cosa. Al diavolo questa galleria e questa stazione! Digli che dobbiamo andarcene. Hai capito? Diglielo, ti prego”. Si guardò intorno, poi tornò di tutta fretta dagli altri.
Il ti prego dell’uomo fece rabbrividire Artyom, che ne fu sgradevolmente sorpreso. Azzardò qualche passo in avanti, in modo da essere più vicino al gruppo e ascoltare quello di cui stavano discutendo. Comprese subito che non era rimasta traccia del buonumore di qualche minuto prima.
Anche nella sua testa, dove poco prima aveva udito una marcia virtuosa, ora sentiva il vuoto più assoluto, solo l’eco del vento che, sconfortato, soffiava nella galleria di fronte a loro. Artyom ammutolì. Tutto il suo essere si era irrigidito, era teso e si aspettava qualcosa, come un inevitabile cambio di programma. E aveva ragione. Dopo una frazione di secondo, un’ombra invisibile piombò sopra di loro: tutto diventò gelido e spazzò via la sensazione di pace e di fiducia che li aveva accompagnati lungo la galleria. Così Artyom si ricordò delle parole di Khan: non era il suo umore, non era la sua gioia, e il cambiamento di stato d’animo non dipendeva da lui. Nervoso, descrisse un cerchio attorno a sé con la luce della torcia, perché lo aveva pervaso l’oppressiva sensazione di una presenza indefinibile. Il marmo bianco e polveroso si illuminò debolmente, mentre le pesanti tende d’oscurità che avvolgevano gli archi non si mossero, nonostante il movimento allarmato della luce emessa dalla sua torcia. Ciò alimentò l’illusione che il mondo terminasse proprio al di là degli archi. Incapace di riacquistare il controllo, Artyom si mise quasi a correre per raggiungere gli altri.
“Vieni qui da noi, amico”, gli si rivolse qualcuno, il cui viso gli era sconosciuto. Sembrava che anche loro stessero cercando di risparmiare le batterie delle loro torce. “Non avere paura. Sei una persona, anche noi siamo persone. Quando si verificano fatti del genere, le persone devono stare insieme. Non credi?”
Artyom si accorse con piacere che così andava un po’ meglio. Era spaventato, perciò si sentiva insolitamente amichevole e si mise a parlare con i compagni delle sue paure, sebbene continuasse a domandarsi dove fosse finito Khan: era scomparso da dieci minuti buoni e non era rimasta alcuna traccia di lui. Sapeva benissimo che non si sarebbe dovuto avventurare nella galleria da solo, bisognava andarci in gruppo! Perché si era allontanato così, perché aveva deciso di sfidare la tacita legge di quel luogo? Non poteva essersene dimenticato! Non poteva aver deciso di fidarsi del suo fiuto da lupo! Artyom non riusciva a crederci... Dopotutto, Khan aveva passato tre anni della sua vita a studiare quella galleria e bastava poco per imparare la regola di base e cioè che non bisognava mai percorrerla da soli.
Ma il ragazzo non ebbe tempo di valutare ciò che sarebbe potuto succedere al suo protettore, che l’uomo comparve al suo fianco, senza fare rumore. Gli altri si rianimarono.
“Non vogliono rimanere qui. Sono spaventati. Dobbiamo proseguire, e in fretta”, propose Artyom. “Sento anch’io che qui c’è qualcosa...”
“Non sono ancora spaventati”, lo rassicurò Khan, guardandosi alle spalle. Improvvisamente Artyom notò che la voce dell’uomo, di solito dura e rauca, tremava. Khan continuò: “Anche tu non sai ancora cosa sia la paura, perciò non sprecare il fiato. Sono io ad avere paura. E ricorda di non usare parole a sproposito. Ho paura perché mi sono tuffato nell’oscurità della stazione. La Guida non mi ha fatto proseguire oltre, altrimenti sarei scomparso, senza dubbio alcuno. Non possiamo continuare da questa parte, c’è qualcosa lì davanti a noi... Ma qui è molto buio e il mio occhio non riesce a penetrare l’oscurità, quindi non so con esattezza cosa ci aspetta laggiù. Guarda!”, e con un gesto veloce avvicinò la mappa al viso “Vedi anche tu? Illumina con la torcia! Osserva il passaggio che conduce alla Kitay-Gorod! Non dirmi che non noti nulla di strano”.
Artyom scrutò la minuscola sezione del diagramma con talmente tanta concentrazione che sentì male agli occhi. Non riusciva a capire cosa non andasse, ma non aveva il coraggio di ammetterlo con Khan.
“Sei cieco? Davvero non riesci a vedere niente? È tutto nero! È la morte!”, sussurrò Khan e, con uno scatto, rimise la mappa in tasca.
Artyom lo fissava, cauto. Gli sembrava che Khan fosse impazzito. Si ricordò ciò che gli aveva riferito l’amico Zhenya sulle persone che attraversavano la galleria da sole. Se riescono a sopravvivere, impazziscono dalla paura. Poteva essere accaduto lo stesso anche a Khan?
“E non possiamo nemmeno tornare indietro!”, bisbigliò ancora Khan. “Siamo riusciti ad attraversare quella parte di galleria mentre era di buon umore. Ora è rimasta solo oscurità. C’è aria di tempesta, là dentro. L’unica possibilità che ci rimane è proseguire, ma non lungo questa galleria. Dobbiamo prendere quella parallela; forse là dentro non c’è nulla. Ehi!”, si rivolse agli altri, gridando. “Avete ragione! Dobbiamo procedere, ma non in questa direzione. Davanti a noi ci sono solo morte e distruzione”.
“Come facciamo a proseguire, allora?”, chiese uno degli uomini, perplesso.
“Attraverseremo la stazione e procederemo lungo la galleria parallela, non abbiamo altra scelta. Dobbiamo sbrigarci!”
“Oh no!”, tuonò qualcuno. “Tutti sanno che non si percorre mai la galleria nella direzione sbagliata se quella che bisognerebbe prendere è libera. Porta sfortuna. Significa morte certa! Non possiamo addentrarci nella galleria di sinistra”.
Diverse voci furono d’accordo. Il gruppo si mise a parlottare tra sé.
“A cosa si riferisce?”, chiese Artyom a Khan.
“Sono solo credenze del posto”, rispose e aggrottò le sopracciglia. “Al diavolo! Non c’è tempo per stare qui a convincerli e io non ne ho nemmeno la forza... Ascoltate!”, si rivolse al gruppo: “Io mi dirigerò verso la galleria parallela. Chi si fida di me può seguirmi. Per gli altri... addio! A mai più rivederci! Andiamo!”, e fece un segno con il capo in direzione di Artyom, sollevò il pesante zaino che teneva in mano e salì sulla piattaforma.
Artyom rimase dov’era, indeciso. Da una parte, Khan conosceva questi tunnel e la Metro molto meglio di qualsiasi altro uomo. Perciò ci si poteva fidare di lui. Dall’altra, però, incombeva su di loro la legge immutabile di quelle maledette gallerie: se si voleva superarle, bisognava attraversarle con un gruppo numeroso.
“Che ti succede? Non ce la fai? Dammi la mano!”. Khan si inginocchiò sulla piattaforma e si sporse verso il ragazzo, per aiutarlo.
In quel momento, Artyom non se la sentiva di guardarlo negli occhi, perché temeva di rivedere le fiamme di pazzia che aveva già scorto in precedenza e che tanto lo avevano spaventato. Forse Khan non aveva capito che non stava solo ignorando gli avvertimenti degli altri uomini, ma anche quelli della galleria stessa. Era davvero riuscito a percepire la natura del tunnel? Quel punto che l’uomo aveva indicato sulla Guida non era nero, Artyom era pronto a giurare che fosse di un arancione sbiadito, come il resto della mappa. La domanda che si doveva porre era: “Chi, tra loro due, era il cieco?”
“Beh? Che stai aspettando? Non capisci che anche il minimo ritardo potrebbe ucciderci? Per tutti i diavoli, dammi la mano!”, Khan urlava. Ma Artyom, sempre fissando il pavimento, si stava allontanando a piccoli passi e si avvicinava al gruppo rumoroso.
“Forza, amico! Vieni con noi! Non hai bisogno di intrattenerti con quello stupido. Con noi sarai più al sicuro!”, sentì qualcuno che lo chiamava.
“Stupidi sarete voi! Morirai insieme a tutti loro! Se non ti importa un fico secco della tua vita, almeno pensa alla tua missione!”
Artyom richiamò tutto il coraggio che aveva in sé e infine riuscì a sollevare la testa e a fissare le pupille dilatate di Khan, nelle quali non trovò il fuoco della pazzia, ma solo disperazione e fatica.
Cominciò a dubitare, quindi si fermò per un momento, quando la mano di qualcuno gli si posò piano sulla spalla e lo tirò con gentilezza.
“Andiamo. Lascialo morire da solo. Voleva trascinare anche te nella tomba!”, si sentì rassicurare. Il significato di queste parole pesava come un macigno, ma non appena le comprese, si lasciò andare e permise all’uomo di condurlo verso il gruppo.
Gli uomini si incamminarono verso l’oscurità della galleria meridionale. Si spostavano molto lentamente, come se il loro movimento fosse intralciato da un liquido denso: sembrava che stessero procedendo nell’acqua.
A quel punto Khan, con un’agilità inaspettata, saltò dalla piattaforma fin sul sentiero e raggiunse il giovane con due balzi veloci. Piombandogli addosso, fece rovinare a terra l’uomo che scortava Artyom; poi afferrò quest’ultimo e lo strattonò, portandolo indietro. Ad Artyom sembrava che tutta la scena si stesse svolgendo al rallentatore. Guardandosi alle spalle sorpreso, senza riuscire a dire nulla, aveva visto Khan saltare. Gli era sembrato che quel balzo fosse durato diversi secondi; allo stesso modo, vide che l’uomo con i baffi che indossava la giacca di tela cerata e lo teneva per la spalla era caduto a terra rovinosamente.
Ma nel momento in cui Khan lo aveva fermato, il tempo aveva ripreso a scorrere normalmente e, quando gli altri uomini sentirono il rumore dell’impatto, le loro reazioni parvero essere veloci come dei fulmini: procedevano verso Khan con le pistole pronte, mentre lui si spostava di lato, stringeva Artyom a sé con un braccio, lo tratteneva e si faceva scudo con il suo corpo. L’altra mano era protesa in avanti: Khan impugnava la nuova mitragliatrice di Artyom.
“Proseguite”, disse Khan con voce rauca. “Non vedo perché dovrei uccidervi, tanto morirete tutti nel giro di un’ora. Lasciateci in pace e andate per la vostra strada”. Mentre parlava, si spostava verso il centro della stazione, mentre le sagome immobili degli indecisi diventavano confuse e si fondevano con l’oscurità.
Sentirono un po’ di baccano, molto probabilmente gli altri stavano aiutando l’uomo con i baffi a rialzarsi, dopodiché il gruppo cominciò a dirigersi verso l’entrata della galleria meridionale.
Decisero di non unirsi a Khan. Solo allora quest’ultimo abbassò la guardia e, in tono brusco, ordinò ad Artyom di salire sulla piattaforma.
“Se ti comporti così, ben presto mi stuferò di salvarti la vita, mio giovane amico”, lo ammonì, senza nascondere lo sdegno.
Obbediente, Artyom si arrampicò sulla piattaforma. Khan fece altrettanto e, raccolte le sue cose, si diresse verso l’apertura oscura, mentre il ragazzo lo seguiva da vicino.
L’atrio della Turgenevskaya era piccolo: a sinistra c’era un vicolo cieco, chiuso da una parete di marmo; di fronte, invece, c’era una crepa nel muro, coperta da una lamiera di ferro ondulato. Era tutto ciò che si vedeva alla luce della torcia. Il marmo, ingiallito dal passare del tempo, ricopriva l’intera stazione, nella quale vi erano solo tre archi. Questi conducevano a una scala che la collegava alla Chistye Prudy, che i Rossi avevano ribattezzato Kirovskaya; tuttavia il passaggio era stato murato con blocchi di cemento grigio. La stazione era completamente vuota. Non erano rimasti oggetti sul pavimento e non vi erano tracce di attività umana. Non c’era l’ombra di un ratto e nemmeno di uno scarafaggio. Mentre Artyom si guardava intorno, si ricordò di ciò che gli aveva rivelato Bourbon, il quale gli aveva confermato che i ratti non avevano paura di niente, ma se in un luogo non vi era traccia di quegli animali, allora c’era qualcosa che non andava.
Afferrandolo per la spalla, Khan attraversò l’androne a passi veloci. Malgrado la giacca pesante, Artyom sentì che l’uomo tremava, come se fosse scosso da brividi di freddo. Quando appoggiarono gli zaini sul bordo della piattaforma, pronti per saltare, una luce flebile li colpì alle spalle e il ragazzo rimase di nuovo sorpreso dalla velocità con cui il compagno reagì al pericolo: in un attimo, Khan si era sdraiato a terra e teneva sotto controllo il punto da cui proveniva il bagliore.
La luce non era molto forte, ma era puntata verso i loro occhi, perciò gli fu difficile comprendere chi li stesse seguendo. Un momento dopo anche Artyom si gettò a terra, raggiunse il suo zaino ed estrasse la vecchia arma che portava con sé. Era ingombrante e scomoda, ma causava perfetti fori calibro 7.62; chiunque fosse stato colpito avrebbe faticato a rimanere in piedi.
“Che vuoi?”, ringhiò Khan. Nel frattempo Artyom si ritrovò a pensare che, se quella persona avesse voluto ucciderli, molto probabilmente l’avrebbe già fatto. Riusciva a figurarsi la scena dal di fuori: due uomini accovacciati a terra, impotenti, accecati dalla luce della torcia del nemico, minacciati dal suo mirino. Sì, se li avesse voluti uccidere, si sarebbero già ritrovati in una pozza di sangue.
“Non sparate!”, implorò una voce. “Non ce n’è bisogno...”
“Spegni la torcia!”, intimò Khan, che si spostò verso la colonna per prendere la sua.
Finalmente Artyom riuscì ad afferrare la sua arma e, tenendola stretta, rotolò di lato per scansarsi dalla linea di fuoco del nemico e si nascose sotto uno degli archi. Era pronto a spuntare dall’altra parte, nel caso l’avversario avesse deciso di sparare.
Ma lo straniero seguì immediatamente gli ordini di Khan.
“Ottimo! Ora posa la tua arma a terra!”, la voce di Khan era meno tesa.
Il metallo tintinnò sul pavimento di granito e Artyom, puntando la mitragliatrice davanti a sé, strisciò di lato e ricomparve nell’androne. I suoi calcoli erano corretti: quindici passi di fronte a lui, illuminato dai riflessi della torcia sugli archi, con le mani alzate, c’era lo stesso uomo con la barba che aveva dato inizio alla schermaglia alla Sukharevskaya.
“Non sparate”, ripeté l’uomo, con voce tremante. “Non intendevo attaccarvi. Ho deciso di venire con voi. Avevi detto che chiunque volesse venire, poteva farlo. Io... io mi fido di te”, si rivolse a Khan. “Ho sentito anche io che laggiù, nella galleria destra, c’è qualcosa. Se ne sono già andati, tutti. Ma io sono rimasto indietro, voglio venire con voi”.
“Beh, se non altro hai buon senso”, Khan stava esaminando attentamente l’uomo. “Purtroppo però tu non ispiri fiducia in me, amico mio. Chissà perché”, aggiunse in tono di scherno. “Valuteremo la tua proposta, a condizione che ci consegni tutto il tuo arsenale. Inoltre, nella galleria, camminerai davanti a noi. Se stai cercando di ingannarci, finirai male”.
L’uomo con la barba spinse con il piede la sua pistola in direzione di Khan, poi fece lo stesso anche con le cartucce di scorta. Artyom le raccolse e gli si avvicinò, senza mai abbassare l’arma.
“Ce l’ho!”, gridò.
“Tieni le mani in alto!”, tuonò Khan. “Veloce, salta giù sui binari. Stai fermo, con la schiena rivolta verso di noi!”
Assunsero una posizione a triangolo, l’uomo con la barba, che si chiamava Asso, camminava cinque passi più avanti di Khan e Artyom. Dopo un paio di minuti, nella galleria udirono un ululato sordo, che terminò subito dopo essere cominciato.
Asso si voltò e li guardò spaventato, dimenticandosi di puntare la torcia di lato. Le mani gli tremavano e il viso, illuminato da sotto, veniva distorto in una terribile smorfia d’orrore. Ciò impressionò Artyom quanto l’ululato di poco prima.
“Sì”, annuì Khan, rispondendo alla domanda che Asso non era riuscito a elaborare. “Hanno commesso un errore. Solo il tempo ci dirà se anche noi abbiamo fatto lo stesso”.
Procedevano veloci. Di tanto in tanto, Artyom lanciava uno sguardo al suo protettore, che gli sembrava sempre più affaticato: le mani gli tremavano, la camminata era irregolare e il sudore gli colava copioso dalla fronte. Tuttavia, non stavano camminando da molto tempo. Questo percorso era sicuramente più stancante per lui di quanto lo fosse per Artyom. Pensando che le forze del compagno si stavano sempre più affievolendo, il ragazzo non riusciva a fare a meno di riflettere che Khan aveva avuto i riflessi pronti, gli aveva salvato di nuovo la vita. Se Artyom avesse seguito la carovana nella galleria di destra, sarebbe già morto, sarebbe scomparso senza lasciare traccia.
Erano in molti, almeno sei. La regola d’oro non aveva funzionato? Khan lo aveva saputo, eccome! Era stata una premonizione oppure era stata la Guida magica a comunicarglielo? Era così strano che un pezzetto di carta con qualche goccia d’inchiostro potesse fare una cosa del genere. Quel brandello di carta straccia li aveva davvero aiutati? Il passaggio tra la Turgenevskaya e la Kitay-Gorod era senza dubbio arancione. O era davvero di colore nero?
“Cosa è stato?”, domandò Asso, fermandosi all’improvviso e rivolgendosi ansioso verso Khan.
“L’hai sentito? Arriva da dietro...”
Artyom lo guardò confuso, avrebbe voluto fare un commento sarcastico sugli scherzi che possono giocare i nervi poco saldi, perché lui non aveva udito il benché minimo rumore. Gli sembrava persino che quella morsa di depressione e pericolo si stesse allentando da quando avevano lasciato la Turgenevskaya. Ma, con sua enorme sorpresa, Khan rimase immobile e gli fece segno di rimanere in silenzio. Si voltò verso la parte della galleria che avevano appena percorso.
“Che intuito!”, esclamò dopo qualche istante. “Straordinario. Ti faccio i miei complimenti”, aggiunse, per un motivo che il ragazzo non riuscì immediatamente a spiegarsi. “Se usciamo vivi da qui, dobbiamo riparlarne. Tu non senti niente?”, volle sapere da Artyom.
“No, mi sembra tutto tranquillo”, rispose il ragazzo, dopo aver ascoltato per un attimo. All’improvviso, si sentì pervadere da un sentimento... di gelosia? Di offesa? D’irritazione, perché il suo protettore si era complimentato con quello sporco uomo barbuto che solo un paio d’ore prima aveva minacciato di ucciderli. Non gli sembrava il caso.
“È molto strano. Ritengo che tu possegga tutti i rudimenti delle abilità che ti permettono di sentire le gallerie. Ma forse non si sono ancora sviluppate completamente. Più tardi, ne riparleremo più tardi”, Khan scosse la testa.
“Hai ragione”, si rivolse ad Asso, confermando i sospetti dell’uomo. “C’è qualcosa che viene verso di noi. Dobbiamo sbrigarci”. Si mise di nuovo in ascolto e annusò l’aria, come fosse un vero lupo. “Arriva dalle nostre spalle, come un’onda. Dobbiamo correre! Se ci raggiunge siamo spacciati!”, concluse, cominciando a muoversi in fretta.
Artyom dovette sbrigarsi per raggiungerlo e cominciò a correre per non rimanere indietro. L’uomo con la barba stava al passo, nonostante avesse due gambette corte e gli fosse venuto il fiatone.
Proseguirono per una decina di minuti e per tutto il tempo Artyom continuava a chiedersi perché stessero correndo a perdifiato e inciampando nelle traversine del binari se la galleria dietro di loro era vuota e tranquilla e non vi fosse alcuna prova che qualcuno li stesse inseguendo. Passarono altri dieci minuti prima che lo sentissero: li stava rincorrendo, gli era già alle calcagna, era qualcosa di nero. Non un’onda, ma piuttosto un vortice oscuro che attraversava il buio. Se li avesse raggiunti, sarebbero andati incontro allo stesso destino che era toccato agli altri sei o a tutti i temerari e gli stupidi che avevano percorso la galleria da soli o nel momento sbagliato, quando infuriava quell’uragano diabolico, spazzando via tutti gli esseri viventi che trovava davanti a sé. Queste supposizioni, insieme a una vaga idea di quello che stava succedendo, si accalcarono nella mente di Artyom, mentre guardava Khan ansioso. Quest’ultimo gli restituì lo sguardo preoccupato e tutto gli fu chiaro.
“Beh, ora hai capito?”, aveva il fiato grosso. “Molto male. Ciò significa che è fin troppo vicino”.
“Dobbiamo andare più veloci!”. Artyom ansimò, mentre correva. “Prima che sia troppo tardi!”
Khan si mise a correre più veloce, ora percorreva la galleria a grandi falcate, senza dire più una parola, senza rispondere alle domande di Artyom. Le tracce di stanchezza che aveva intravisto nell’uomo fino a poco prima sembravano completamente scomparse, lasciando posto a un istinto più selvaggio, quello dell’animale dentro di lui. Artyom faticava a stargli dietro, ma nel momento in cui sembrava fossero riusciti a seminare quell’entità che li inseguiva in modo tanto inesorabile, Asso inciampò su una traversina e stramazzò a gambe all’aria. Aveva il viso e le mani ricoperte di sangue.
Per inerzia, Artyom e Khan proseguirono ancora per qualche passo prima di accorgersi che Asso era caduto. Il giovane meditò che non se la sentiva di fermarsi e di tornare indietro per aiutare quel tizio. Voleva lasciarlo lì a morire, quel tozzo leccapiedi dall’intuito straordinario. Voleva avanzare velocemente, prima che il vortice li raggiungesse. Era un pensiero orribile. Artyom venne sopraffatto da un desiderio irrefrenabile di fuggire e di lasciare a terra quel poveretto, tanto che la sua coscienza si mise a tacere. Rimase un po’ deluso quando vide che Khan era tornato indietro e, con un potente scatto, era riuscito a fare rialzare l’uomo con la barba. Il giovane aveva segretamente sperato che il protettore, dato il suo atteggiamento sdegnoso nei confronti della vita degli altri e soprattutto della loro morte, si sarebbe facilmente dimenticato di quel tizio, lo avrebbe lasciato nella galleria e si sarebbe sbrigato a proseguire.
Invece, ordinò ad Artyom di prendere Asso per una delle braccia ferite, mentre lui afferrava l’altra. Così cominciarono a trascinarlo. Correre in questo modo era molto più complicato. Asso si lamentava e digrignava i denti per il dolore; tuttavia, Artyom non provava alcun sentimento particolare nei suoi confronti, se non un senso d’irritazione crescente. La mitragliatrice lunga e pesante gli sbatteva dolorosamente sulle gambe, ma aveva le mani occupate e non riusciva a sistemarla.
La fine era sempre più vicina. Se si fossero fermati e avessero atteso per altri trenta secondi, il sinistro vortice li avrebbe risucchiati e ridotti in particelle minuscole. Un secondo dopo non avrebbero più fatto parte di questo universo e le loro bocche avrebbero emesso grida di morte ad una velocità sovrannaturale. Questi pensieri non paralizzarono Artyom ma, insieme alla malignità e all’irritazione, gli diedero una forza che aumentava passo dopo passo.
Poi, all’improvviso, scomparve. Svanì completamente. La morsa della sensazione di pericolo si aprì così di colpo, tanto che nelle loro coscienze rimase un senso di vuoto, come lo spazio che resta quando viene estratto un dente. La punta della lingua di Artyom andava a battere proprio in quel punto, rimasto libero. Dietro di loro non c’era più nulla, solo la galleria pulita, asciutta e sicura. In quel momento Artyom pensò alla loro fuga dalla paura e dalle fantasie paranoiche, all’inutile fiducia in sensazioni e intuizioni speciali. Sembrava tutto così buffo, stupido e assurdo che scoppiò a ridere. Asso, che si era fermato di fianco a lui, inizialmente lo osservò sorpreso, poi eruppe anche lui in una fragorosa risata. Khan li guardava irritato e alla fine li apostrofò: “Che c’è di tanto divertente? Si sta bene qui, vero? Ora è tutto tranquillo e pulito, non è così?”, e prese a camminare da solo. Fu allora che Artyom si accorse che mancavano una cinquantina di passi per raggiungere la stazione, la cui luce era visibile alla fine della galleria.
Khan li attendeva all’entrata, in piedi sulle scale di ferro. Aveva avuto il tempo di fumare una specie di sigaretta fatta a mano, mentre gli altri due ridevano rilassati e percorrevano la breve distanza che li separava.
Artyom venne pervaso da un sentimento di compassione per il povero, zoppicante Asso che continuava a lamentarsi tra una risata e l’altra. Si vergognava dei pensieri che avevano attraversato la sua mente quando Asso era rovinato a terra. Malgrado ciò, il suo morale era nettamente migliorato; perciò, quando vide Khan stanco, emaciato, che li osservava con un’espressione sospettosa, gli fece uno strano effetto, poco piacevole.
“Grazie!”, il rumore degli stivali di Asso rombava sulle scale, mentre l’uomo saliva sulla piattaforma per raggiungere Khan. “Se non fosse stato per te... Tu... Beh, sarei già morto. Ma tu... non mi hai lasciato a terra. Grazie! Non dimentico facilmente un gesto del genere”.
“Non preoccuparti”, ribatté Khan senza alcun entusiasmo.
“Perché sei tornato indietro?”
“Ti ritengo una persona interessante, con cui poter parlare”. Khan fece volare il mozzicone della sigaretta a terra e scrollò le spalle. “Tutto qui”.
Salirono ancora un po’, quando Artyom comprese perché Khan aveva salito le scale fino alla piattaforma, ma non aveva proseguito. Davanti alla vera e propria entrata della Kitay-Gorod vi era una montagna di sacchi di sabbia alta quanto un uomo. Al di là si trovava un gruppo di persone sedute su sgabelli di legno; avevano tutti un’espressione molto seria. Capelli tagliati cortissimi, spalle enormi sotto malconce giacche in pelle e logori pantaloni sportivi: la scena poteva sembrare quasi comica, ma per una ragione inspiegabile, non aveva suscitato in loro alcuna ilarità. Tre uomini sedevano sui rispettivi sgabelli, mentre su un quarto seggiolino c’era un mazzo di carte sparpagliato. Usavano un linguaggio particolarmente colorito, tanto che ascoltandoli Artyom non riconobbe una sola parola normale.
Per entrare in stazione c’era una sola possibilità: percorrere uno stretto passaggio e salire una scaletta, alla fine della quale si trovava un cancello. Ma la strada era bloccata da altre quattro guardie, ancora più imponenti, con teste rasate, acquosi occhi grigi, nasi leggermente adunchi, orecchie a cavolfiore e pantaloni da ginnastica con grandi “TT” stampate sulle righe. Inoltre, c’era anche un insopportabile odore di gas di scarico, che rendeva impossibile pensare.
“Bene bene, cosa abbiamo qui?”, dalle loro spalle li raggiunse la voce rauca della quarta guardia, che squadrava Khan e Artyom dalla testa ai piedi. “Siete turisti? Commercianti?”
“Non siamo commercianti, solo dei viaggiatori. Non abbiamo merce con noi”, spiegò Khan.
“Viaggiatori, truffatori!”, rimò la canaglia e sghignazzò rumorosamente. “Hai sentito, Kolya? Viaggiatori, truffatori!”, ripeté, rivolgendosi ai giocatori di carte, che risposero infervorati. Khan sorrise paziente.
Un uomo enorme dal collo taurino appoggiò una mano al muro e bloccò loro la strada.
“Abbiamo delle operazioni doganali da sbrigare, capite che intendo?”, si spiegò. “Si paga in valuta. Se volete passare, dovete pagare. Altrimenti potete tornarvene da dove siete venuti!”
“Di chi sarebbe la prerogativa?”, protestò Artyom indignato.
Fu un errore.
Molto probabilmente l’omone non capì nemmeno il significato della domanda, ma aveva inteso l’intonazione e non gli era piaciuta. Spingendo Khan, fece un passo in avanti e fu subito di fronte ad Artyom. Gli abbassò il mento e guardò serio il ragazzo: i suoi occhi erano vuoti e sembravano quasi trasparenti; trasmettevano solo stupidità e cattiveria: si capiva che non aveva intenzione di ragionare. Sebbene fosse quasi impossibile sostenere quello sguardo e Artyom continuasse a sbattere le palpebre per la tensione, capì che, negli occhi dell’uomo che se ne stava all’entrata della galleria a guardare la gente che passava, crescevano solo paura e odio.
“Vattene al diavolo!”, urlò minacciosa la guardia.
Era più alto di Artyom di una ventina centimetri e tre volte più grosso. Il giovane ricordò la leggenda di Davide e Golia e malgrado non si ricordasse chi fosse uno e chi l’altro, sapeva che era il più piccolo e debole ad avere la meglio e ciò gli trasmise un certo ottimismo.
“Chi se ne importa!”, trovò l’inaspettato coraggio di ribattere.
Chissà perché, questa risposta fece arrabbiare l’uomo ancora di più, perciò alzò le dita corte e grassocce e, con un movimento sicuro, le mise tutte e cinque sulla fronte di Artyom. La pelle dei palmi delle sue mani era giallastra, callosa, puzzava di tabacco e di grasso di automobile. Artyom non ebbe il tempo di riconoscere tutti gli odori, che la canaglia lo spinse indietro.
Probabilmente non aveva usato molta forza, ma il giovane indietreggiò di diversi metri e andò a colpire Asso, dietro di lui. Caddero entrambi sul ponticello, mentre il malfattore tornava al suo posto, dove però lo aspettava una sorpresa: Khan aveva gettato la sua borsa a terra e se ne stava impassibile con la mitragliatrice di Artyom tra le mani. In modo dimostrativo, fece scattare la sicura. Poi parlò con voce calma, a indicare che tutto sarebbe potuto finire male, tanto che ad Artyom venne la pelle d’oca.
“Perché fate i maleducati?”. Non aveva ancora detto nulla di che ma ad Artyom, pieno di vergogna, che si stava ancora dimenando sul pavimento per cercare di alzarsi, queste parole sembrarono un ringhio d’avviso, al quale probabilmente sarebbe seguito un attacco veloce e violentissimo. Alla fine riuscì ad alzarsi, prese la sua vecchia mitragliatrice dalla spalla e, con la sicura sbloccata, la puntò verso colui che l’aveva offeso. Ora era pronto a premere il grilletto in qualunque momento. Il cuore gli batteva veloce e, tra i sentimenti che provava, l’odio superava di gran lunga la paura. Così si rivolse a Khan: “Lascia che me ne occupi io”. Era sorpreso: sarebbe stato pronto ad ucciderlo, senza alcuna esitazione, solo perché lui l’aveva spinto. La testa rasata dell’uomo, imperlata di sudore, era perfettamente visibile nel suo mirino e la tentazione di usare l’arma era quasi impossibile da tenere a bada. Non gli importava cosa sarebbe successo dopo, l’importante era liberarsi il prima possibile di quel bastardo, vedere scorrere il suo sangue.
“All’erta!”, urlò l’omone.
Khan, con un gesto fulmineo, gli prese la pistola dalla cintura, si spostò di lato e mirò ai “doganieri” che si erano alzati dal loro posto.
“Non sparare!”, riuscì a urlare ad Artyom. La scena si interruppe nuovamente: l’omone era immobile sul ponticello, con le mani alzate, mentre Khan, anch’egli fermo, mirava alle altre tre canaglie che non erano nemmeno riuscite a prendere le mitragliatrici dalla catasta di fianco a loro.
“Non abbiamo bisogno di spargimenti di sangue”, Khan era rimasto tranquillo. La sua non era una richiesta, ma un ordine. Poi continuò: “Qui ci sono delle regole, Artyom”, senza togliere gli occhi dai giocatori di carte, che fermandosi erano rimasti in posizioni assurde.
Molto probabilmente, quegli uomini con la testa rasata erano a conoscenza della forza letale di un Kalashnikov da quella distanza, per cui non volevano risvegliare sospetti inutili nell’uomo che li controllava a vista.
“Qui la regola vuole che, per entrare in stazione, si paghi un dazio. Quanto volete?” domandò Khan.
“Tre cartucce ciascuno”, rispose l’omone sul ponte.
“E se contrattassimo?”, propose Artyom beffardo, puntando la canna della sua arma alla vita dell’uomo.
“Due”, fu l’offerta dell’uomo, che diede un’occhiataccia ad Artyom, anche se non era sicuro di come il ragazzo avrebbe reagito.
“Dagliele!”, Khan ordinò ad Asso. “Paga anche per me, così ti sdebiterai”.
Asso mise prontamente le mani nella sua sacca da viaggio, mentre si avvicinava alla guardia. Contò sei cartucce brillanti e aguzze. La guardia le afferrò con un gesto veloce, chiudendoci attorno la mano a pugno, che poi si mise in una delle tasche sporgenti della giacca. Quindi guardò di nuovo Khan, in attesa.
“Così siamo a posto?”, gli domandò Khan alzando le sopracciglia in tono inquisitorio.
L’omone annuì svogliato, senza togliere gli occhi dall’arma di Khan.
“La faccenda è conclusa?”, chiese di nuovo Khan.
La canaglia non rispose. Khan prese il secondo bagaglio ed estrasse altre cinque cartucce, poi le mise nella mano della guardia. Emisero un tintinnio nel momento in cui caddero nella tasca e scomparvero insieme alla smorfia tesa sul viso dell’omone, che aveva riassunto la solita espressione pigra e sospettosa.
“Consideralo un risarcimento per i danni morali”, spiegò Khan, ma le sue parole non sortirono alcun effetto.
Era probabile che l’uomo non le avesse nemmeno comprese, così come non era riuscito a capire la domanda precedente. Aveva semplicemente cercato di intuire il significato della frase di Khan dalla sua prontezza nell’usare il denaro e la forza. Comprendeva alla perfezione quest’ultima lingua e probabilmente era anche l’unica che fosse in grado di parlare.
“Puoi abbassare le mani”, proferì Khan e alzò l’arma verso il soffitto, lontano dai tre giocatori d’azzardo.
Anche Artyom fece lo stesso, ma gli tremavano le mani perché era stato pronto a fare saltare le cervella del tizio con la testa rapata. Non si fidava di questa gente. Tuttavia, la sua agitazione non era fondata. La canaglia si era rilassata e aveva abbassato le mani. Ruggì agli altri suoi compagni che era tutto a posto, appoggiò la schiena alla parete e assunse un atteggiamento indifferente, così permise ai viaggiatori di entrare in stazione. Mentre lo superava, Artyom gli diede un’occhiataccia, ma l’omone lo ignorò e si mise a guardare dall’altra parte.
Tuttavia, il giovane riuscì a sentire un disgustato “P-pivello...”, oltre a uno sputo che andò a spiaccicarsi sul pavimento. Si sarebbe voluto voltare, ma Khan, che camminava poco avanti a lui, lo afferrò per la mano e lo trascinò. Artyom rimase in bilico tra l’impulso di girarsi e dare un lezione a quel tipo e il suo lato più codardo che desiderava andarsene da quel luogo il prima possibile.
All’improvviso, non appena misero piede sul granito scuro del pavimento della stazione, udirono un urlo, dalle sillabe ben scandite: “Ehi, tu! Ri-dam-me-li!”
Khan si fermò, prese la pistola con il caricatore di proiettili arrotondati, contrassegnati con la sigla “TT”, e li lanciò all’omone, che li prese al volo e li rimise alla cintura, osservando irritato Khan che aveva lasciato cadere qualche altra cartuccia sul pavimento.
“Scusa”, fece segno Khan. “È la profilassi. Non si chiama così?”, e fece l’occhiolino ad Asso.
La Kitay-Gorod era diversa dalle altre stazioni che Artyom aveva visto: non aveva tre archi come la VDNKh, ma c’era un solo atrio enorme con un’ampia piattaforma; i binari correvano su entrambi i lati della stessa, il che conferiva allo spazio un’allarmante impressione di insolita ampiezza. Gli alloggi erano illuminati in maniera disorganizzata, cioè tramite fioche lampade a forma di pera che penzolavano qua e là. Non vi era alcun fuoco acceso, apparentemente non era permesso. Al centro dell’androne era stata sistemata una lampada bianca a vapori di mercurio che irradiava generosamente la zona attorno a sé; per Artyom era un vero miracolo. C’era moltissima gente lì attorno, perciò l’attenzione veniva distratta dalla baraonda e non si riusciva a tenere gli occhi incollati su quella meraviglia per più di un secondo.
“Che stazione enorme!”, sospirò sorpreso.
“Questa è solo una parte”, spiegò Khan. “La Kitay-Gorod è grande circa il doppio. Ah! È uno dei luoghi più strani del mondo. Credo che tu sappia che tutte le linee si incontrano qui. Osserva quei binari: alla nostra destra c’è la diramazione Tagansko-Krasnopresnenskaya. È difficile descrivere la follia e il disordine di quel luogo. Inoltre, qui alla Kitay-Gorod arriva anche la linea arancione, la Kaluzhsko-Rizhskaya; coloro che vivono sulle altre linee non riescono a credere a ciò che accade laggiù. A parte tutto, questa stazione non appartiene ad alcuna federazione, i suoi abitanti si rappresentano da soli. È un luogo molto curioso. Io la chiamo Babilonia. Con affetto, naturalmente”, aggiunse Khan, guardandosi attorno sulla piattaforma, osservando la gente che si affrettava qua e là.
La vita alla stazione non si fermava mai. Era simile a quella della Prospekt Mira, sebbene quest’ultima fosse più modesta e organizzata. Artyom ricordò le parole di Bourbon sul fatto che esistevano luoghi migliori di quell’orribile mercato che avevano attraversato alla Prospekt.
Lungo i binari infiniti c’erano file di vassoi e tutta la piattaforma era piena di tende; diverse erano state trasformate in bancarelle, mentre altre venivano usate come alloggio. Su alcune di esse, erano state dipinte le lettere SDAYu[NR1] che stavano a indicare quelle in cui i viaggiatori potevano passare la notte. Si fecero largo tra la folla e, guardando lateralmente, Artyom notò che sui binari alla sua sinistra c’era l’enorme carcassa grigio-blu di un treno. Non era completo, ma composto da tre vagoni in tutto.
La stazione era invasa da un fracasso indescrivibile, sembrava che i suoi abitanti non tacessero mai, nemmeno per un istante e continuassero a parlare, urlare, cantare, discutere animatamente, piangere o ridere. In diversi luoghi, al chiasso si mescolava anche la musica e ciò ricreava un’atmosfera festosa, inconsueta per la vita sotterranea.
Anche alla VDNKh vi erano persone che cantavano entusiaste, ma laggiù la situazione era diversa; c’erano solo un paio di chitarre e poteva capitare che ci si riunisse nella tenda di qualcuno per rilassarsi un po’ dopo il lavoro. Si poteva trovare musica anche al confine del trecentesimo metro, dove non si doveva tendere troppo l’orecchio per sentire quella che proveniva dalla galleria settentrionale. Attorno al piccolo fuoco da campo, i pattugliatori intonavano, accompagnati dalle chitarre, canzoni su argomenti che Artyom non capiva: raccontavano una guerra a cui lui non aveva preso parte e che era stata condotta seguendo strane regole sconosciute; quei testi spiegavano come si viveva là sopra, prima che tutto cambiasse il mondo.
In particolare, ricordava le ballate che descrivevano un luogo chiamato Afghanistan, che Andrey adorava eseguire: non vi era molto da capire, poiché trattavano temi come la tristezza per gli amici perduti e l’odio nei confronti del nemico. Ma Andrey sapeva cantare così bene che tutti quelli che rimanevano ad ascoltarlo si commuovevano, la voce tremava e gli veniva la pelle d’oca.
Andrey spiegava ai più giovani che l’Afghanistan era un paese bellissimo, descriveva loro le sue montagne, i passi, i ruscelli gorgoglianti, i villaggi, gli elicotteri e le bare. Artyom ben sapeva cosa fosse un paese, dato che Sukhoi aveva passato moltissimo tempo a spiegargli concetti del genere. Ma, sebbene al ragazzo fossero state impartite nozioni sui diversi governi e la loro storia, le montagne, i fiumi e le valli rimanevano sempre idee astratte, erano solo parole che trovavano definizione nelle fotografie scolorite di un libro di geografia che il patrigno gli aveva mostrato.
Nemmeno Andrey era mai stato in quel paese chiamato Afghanistan, era troppo giovane. Aveva semplicemente imparato le canzoni dai suoi vecchi amici dell’esercito.
Ma alla VDNKh si poteva trovare musica così? No, i canti erano introspettivi e malinconici. Laggiù non c’era altro e, quando si ricordò di Andrey e delle sue ballate melanconiche, le paragonò alle melodie gaie e giocose che arrivavano da ogni angolo della stazione: il giovane era sorpreso da quanto la musica potesse essere diversa e da come potesse influire sullo stato d’animo delle persone.
Si avvicinò ai musicisti che stavano a pochi passi da lui e si fermò ad ascoltarli, senza nemmeno pensarci. Si unì al piccolo gruppo di persone non solo per prestare attenzione alle parole, che narravano le avventure nelle gallerie sotto l’influenza della droga, ma per ascoltare anche solo la musica e osservare, incuriosito, coloro che la interpretavano. Erano in due: uno aveva i capelli lunghi e unti, tenuti a posto da un laccio di pelle annodato attorno alla fronte; indossava strani cenci multicolori e strimpellava la chitarra. L’altro era più anziano, quasi calvo e con un paio di occhiali che erano già stati riparati diverse volte; indossava una vecchia giacca scolorita e incantava i presenti con uno strano strumento a fiato, che Khan chiamò sassofono.
Artyom non aveva mai visto nulla del genere: l’unico strumento a fiato che conosceva era la fistola. Aveva incontrato persone che la sapevano suonare bene. Le costruivano tagliando tubi isolanti di diversi diametri, ma lo facevano solo per venderle, perché la fistola non piaceva a nessuno alla VDNKh. Poi c’era la tromba, che somigliava a un piccolo sassofono e che, molto di rado, veniva usata per dare l’allarme se vi era qualcosa che ostruiva la sirena, strumento che veniva utilizzato normalmente.
Sul pavimento, a fianco del musicista, era posizionata una custodia per chitarra aperta e contenente una decina di cartucce. Quando il tizio dai capelli lunghi ebbe terminato di cantare a squarciagola, disse qualcosa di particolarmente divertente, l’accompagnò con una smorfia buffa e il pubblico rise di gusto, applaudì e un’altra cartuccia volò dentro la custodia.
La canzone sul vagabondare del povero diavolo era terminata e l’uomo con i capelli lunghi si poggiò contro il muro per rilassarsi. Quindi fu il turno del sassofonista con la giacca, che cominciò a eseguire un motivo che Artyom non conosceva, ma che evidentemente era molto popolare da quelle parti poiché la gente prese subito ad applaudire e diverse cartucce guizzarono in aria e atterrarono sul velluto rosso della custodia.
Khan e Asso stavano discutendo qualcosa, se ne stavano vicini a un vassoio. Non chiesero ad Artyom di sbrigarsi e lui sarebbe potuto rimanere un’altra ora ad ascoltare quelle semplici melodie, se improvvisamente non fossero state interrotte. Due sagome possenti si avvicinarono ai musicisti barcollando; ricordavano le canaglie che avevano incontrato all’entrata della stazione. Una delle due si accovacciò e, senza troppe cerimonie, afferrò le cartucce dalla custodia e se le fece scivolare nella tasca della giacca di pelle. Il chitarrista dai capelli lunghi si affrettò per raggiungerlo e fermarlo, ma venne subito atterrato da un colpo sulla spalla. Nel frattempo, gli veniva confiscata la chitarra, che veniva alzata verso l’alto: avrebbe potuto essere sbattuta a terra o ridotta in mille pezzi contro la colonna. Il secondo malfattore spinse il vecchio sassofonista contro la parete senza alcuno sforzo particolare, mentre l’uomo cercava di divincolarsi per aiutare l’amico.
Nessuno degli spettatori si fece avanti per aiutare i due musicisti. La folla si era ridotta notevolmente e quelli che erano rimasti si coprivano gli occhi oppure fingevano di esaminare la merce in vendita lì vicino. Artyom venne sopraffatto dal senso di vergogna che provava sia per sé che per gli altri, ma decise comunque di non intervenire.
“Siete già stati qui oggi!”, si lamentò il musicista con i capelli lunghi, quasi piangendo, tendendosi la spalla con la mano.
“Stammi a sentire: se la giornata ti va bene, significa che deve andare bene anche a noi, capito? E non metterti contro di me, siamo intesi? Vuoi finire nel vagone, capellone?”, gli urlò la canaglia, lanciando a terra la chitarra. Era chiaro che averla agitata in aria fino a quel momento era stato più che altro un avvertimento.
Quando udì la parola vagone, l’uomo con i capelli lunghi si fermò subito, scosse il capo velocemente e non disse altro.
“Hai capito... capellone?!”, terminò il criminale, soffermandosi sulla prima sillaba e sputando, sprezzante, ai piedi del musicista, che non proferì parola. Convinti che la rivolta fosse sedata, i due bulli se ne andarono lentamente, alla ricerca della vittima successiva.
Artyom si guardò intorno sgomento e vide che nelle vicinanze c’era anche Asso, che aveva assistito attento alla scena.
“Chi erano?”, domandò il ragazzo confuso.
“Beh, a te cosa sembravano?”, ribatté Asso. “I soliti banditi. Alla Kitay-Gorod non c’è un governo, perciò vi sono due gruppi che la controllando. Questa parte risponde al comando dei Fratelli Slavi. Qui si raduna tutta la gentaglia della linea Kaluzhsko-Rizhskaya, tutti gli assassini. Vengono chiamati per lo più Kaluzhsky, altri sono denominati Rizhsky, del tipo che non si vedono né a Kaluga e nemmeno a Riga. Vedi laggiù, all’altezza di quel ponticello”, e indicò la scala a destra, in mezzo alla piattaforma, che proseguiva verso l’alto. “Lì c’è un altro androne, identico a questo. L’organizzazione che lo tiene in pugno è diversa da questa, ci sono i musulmani caucasici, cioè gli Azerbaigiani e i Ceceni. Un tempo le due fazioni si facevano guerra e cercavano di conquistare la zona più vasta possibile. Alla fine decisero di dividersi la stazione in due”.
Artyom non si curò di domandare cosa fosse un “caucasico” poiché decise che questo nome, così come Ceceni e Azerbaigiani, incomprensibili e impossibili da pronunciare, si riferissero a stazioni di cui non conosceva l’esistenza, da cui provenivano i banditi.
“Ora i due gruppi sono in pace”, proseguì Asso. “Vivono alle spalle di coloro che decidono di fermarsi alla Kitay-Gorod facendogli pagare i dazi doganali, che sono identici, in entrambi gli androni: tre cartucce, così non fa differenza da quale parte della stazione si decida di entrare. Ovviamente, qui non esiste un ordine preciso, non ne hanno bisogno. L’unica regola vigente è quella che impedisce di accendere fuochi. Vuoi acquistare della droga? Fai pure. Vuoi dell’alcool? Qui ce n’è in quantità. Potresti persino trovare armi che ti permetterebbero di radere al suolo metà della Metropolitana, nessun problema. La prostituzione è fiorente, ma non te la consiglio”, aggiunse e, imbarazzato, borbottò qualcosa sul fatto che si trattava di una sua opinione personale.
“A cosa si riferiva quando ha menzionato il vagone?”
“Il vagone? È il loro quartier generale. Se qualcuno si comporta male con loro, se si rifiuta di pagare, se gli deve del denaro o cose simili, lo trascinano laggiù, dove c’è una prigione e anche una stanza per le torture. È un luogo del peccato. Meglio non finirci. Hai fame?”, cambiò discorso Asso.
Artyom annuì. Non si ricordava quanto tempo era passato da quando lui e Khan avevano bevuto il tè alla Sukharevskaya. Senza l’aiuto dell’orologio aveva perso la cognizione del tempo. Il suo viaggio nelle gallerie, che gli aveva fatto affrontare esperienze stranissime, poteva essere durato molte ore, ma per quanto ne sapesse, poteva essere anche cominciato solo da qualche minuto. Lo scorrere del tempo all’interno dei tunnel era totalmente diverso rispetto agli altri luoghi da lui conosciuti.
In ogni caso, aveva bisogno di mangiare. Si guardò intorno.
“Kebab! Kebab caldi!”, vicino a lui c’era un commerciante dalla carnagione scura, con sopracciglia nere e folte e il naso adunco.
Pronunciava la parola in maniera strana: il suono della K non era duro e, invece della solita a, aveva usato una vocale che somigliava più a una o. Artyom aveva già incontrato persone che parlavano con accenti insoliti, ma non ci aveva mai badato più di tanto.
Il ragazzo conosceva quella parola, anche alla VDNKh cucinavano kebab di maiale e a lui piacevano molto. Ma ciò che il commerciante stava vendendo non assomigliava nemmeno lontanamente a carne di maiale. Artyom, concentrato, l’osservò a lungo e infine riuscì a capire che si trattava di carcasse bruciacchiate di ratti, con le zampe ritorte. Ebbe un conato di vomito.
“Tu non mangi i ratti?”, domandò Asso comprensivo. “Loro”, disse indicando con un cenno del capo il commerciante dalla pelle scura, “non ti venderanno mai del maiale. Glielo vieta il Corano. I ratti non sono poi così male”, aggiunse esaminando con l’acquolina in bocca la griglia fumante. “All’inizio disgustavano anche me, ma ormai mi sono abituato. È crudele, lo so... Quando li mangi, poi ti ritrovi sotto i denti un sacco di ossa. Inoltre, hanno un cattivo odore. Ma questi abrek”, diede un’altra occhiata al commerciante, “sanno come cucinarli, non c’è che dire. Li conservano in un intruglio particolare, così la carne diventa morbida come quella di un maialino. Poi usano certe spezie! E soprattutto è molto più economica”.
Artyom si mise le mani davanti alla bocca, ispirò profondamente e cercò di pensare a qualcosa di piacevole, che lo distraesse. Ma le carcasse annerite dei ratti, trafitte dagli spiedi, continuavano a corrergli davanti agli occhi: i bastoncini erano infilati dalla parte posteriore del corpo e gli uscivano dalla bocca, che rimaneva aperta.
“Tu fai come vuoi, ma io me li mangio. Vieni con me! Uno spiedino costa tre cartucce!”. Asso pronunciò queste ultime parole mentre si dirigeva verso la griglia.
Avvisò Khan che sarebbe andato in perlustrazione, alla ricerca di qualcosa di più normale da mettere sotto i denti. Da qualsiasi parte guardava gli veniva offerto liquore fatto in casa in fiaschette di qualunque tipo; scrutò avidamente, ma con estrema cautela, le seducenti ragazze mezze nude vicine alle tende con i lembi sollevati, che lanciavano occhiate invitanti a tutti i passanti. Sebbene fossero volgari, erano rilassate e disinibite, non tese e abbattute dalla vita difficile che conducevano le donne come loro alla VDNKh. Fece un giro tra i commercianti di libri, ma non trovò nulla di interessante. Qui tutto era a buon mercato: c’erano libri tascabili che cadevano a pezzi, alcuni narravano le vicende del grande amore ed erano destinati al pubblico femminile, poi ce n’erano degli altri che raccontavano di omicidi e denaro, più adatti agli uomini.
La piattaforma era lunga circa duecento passi, un po’ più del normale. I muri e le buffe colonne, che ricordavano una fisarmonica, erano ricoperti da marmi colorati, per lo più gialli e grigi, che in alcuni punti avevano persino sfumature rosa. Tutta la stazione era decorata da pesanti lastre di un metallo giallo, che con il tempo si era scurito. Su di esse, praticamente irriconoscibili, troneggiavano i simboli di un’epoca passata. I soffitti si erano scuriti a causa dei fuochi e le pareti erano macchiate da una moltitudine di iscrizioni in vernice e fuliggine, che rappresentavano immagini primitive e spesso oscene. In alcuni punti il marmo era scheggiato, mentre le lamiere di metallo erano ammaccate o graffiate.
Nel bel mezzo dell’atrio a destra, al di là di una piccola rampa di scale e del ponticello, si intravvedeva la seconda parte della stazione. Artyom avrebbe voluto dare un’occhiata anche laggiù, ma si fermò alla recinzione in ferro, costituita da sezioni di due metri, proprio come alla Prospekt Mira.
All’interno dello stretto passaggio vi erano diverse persone, appoggiate al muro di cinta. Dal lato di Artyom c’erano i soliti bulli in pantaloni da ginnastica; dall’altro, invece, gli uomini avevano la pelle scura e i baffi, ma anche loro incutevano un certo timore. Uno di essi teneva tra le gambe una mitragliatrice, mentre un altro aveva un pistola che sporgeva dalla tasca. I banditi conversavano tranquilli tra loro e a malapena si riusciva a credere che un tempo fossero stati in guerra. Abbastanza educatamente, comunicarono ad Artyom che passare dalla parte opposta della stazione gli sarebbe costato due cartucce, che avrebbe dovuto pagare di nuovo per ritornare da dove era venuto. Ma il ragazzo aveva imparato la lezione, non osò discutere l’equità delle tariffe e se ne andò.
Camminò in circolo, esaminando le bancarelle e i bazar, quindi ritornò dalla parte della piattaforma da cui erano arrivati. L’androne non terminava laggiù, c’era un’altra scala che conduceva verso l’alto. La percorse e trovò un’altra piccola sala, divisa a metà da una recinzione. Apparentemente questa era un’altra zona di confine tra le due aree. Con sua enorme sorpresa, alla sua destra vide un vero monumento, uno di quelli ritratti nelle fotografie delle città. Questo, però, non era a figura intera, ma era rimasta solo la testa di un uomo.
Che testa enorme! Era alta forse due metri... La parte superiore era sporca e il naso era lucido, a causa dei frequenti sfregamenti delle mani degli uomini; ciononostante esigeva rispetto e incuteva anche un po’ di timore. La sua mente si abbandonò a fantasie popolate da giganti. Una di quelle enormi creature aveva perso la testa in battaglia, che poi era stata immersa nel bronzo, perché ornasse l’androne di questa minuscola Sodoma, seppellita nelle profondità della crosta terrestre, nascosta dagli occhi ubiqui di Dio.
L’espressione della testa danneggiata era triste e Artyom sospettò che fosse appartenuta a Giovanni Battista, personaggio del Nuovo Testamento, che una volta aveva avuto la possibilità di sfogliare. Infine decise che, date le dimensioni, doveva essere stato il capo di un eroe forte, un vero gigante, che aveva perduto la testa. Nessuno degli abitanti che vi ronzavano attorno fu in grado di dirgli con precisione a chi fosse appartenuta quella testa e lui ne rimase deluso.
Vicino alla statua gli si rivelò un luogo meraviglioso, un vero ristorante, allestito in una tenda pulita di un bel verde scuro, proprio come alla sua stazione. All’interno, negli angoli, vi erano vasi di plastica con piante dalle foglie in tessuto; su un paio di tavoli vi erano delle lampade a petrolio, che diffondevano una luce leggera e famigliare in tutta la tenda. Che dire del cibo? Era lo stesso che veniva servito agli dèi: il maiale più tenero con funghi caldi che si scioglievano in bocca. Alla VDNKh i ristoranti offrivano piatti del genere solo durante le feste, ma non erano mai stati così deliziosi.
La gente seduta ai tavoli era rispettabile e indossava abiti raffinati. Apparentemente si trattava di commercianti molto importanti. Tagliavano con attenzione pezzi di cotenna fritta, dai quali colava grasso bollente, poi li mangiavano senza fretta. Allo stesso tempo conversavano tra loro in maniera pacata, parlavano di affari e di tanto in tanto gettavano un’occhiata educata ma curiosa in direzione di Artyom.
Ovviamente il pasto fu carissimo: dovette prendere quindici cartucce dalla sua riserva per metterle nella mano enorme dell’obeso taverniere. Si pentì di non aver resistito alla tentazione, ma il suo stomaco era soddisfatto e avvolto da un tranquillo torpore, così la voce della ragione fu subito zittita.
Inoltre, la tazza di miscela fermentata era dolce e gli diede un piacevole capogiro; non era forte ed era completamente diversa da quel velenoso e torbido liquore fatto in casa che veniva venduto in bottiglie e caraffe sporche, che avrebbe fatto ubriacare solo annusandolo. Costava solo tre cartucce in più. Ma cos’erano tre cartucce, se ti veniva data una fiala di elisir spumeggiante, che ti avrebbe aiutato a scendere a patti con le imperfezioni di questo mondo, ripristinando con esso una certa armonia?
Bevve l’intruglio fermentato a piccoli sorsi, seduto da solo, in pace, per la prima volta dopo qualche giorno. Artyom cercò di recuperare i recenti avvenimenti dalla sua memoria per capire fin dove era arrivato e fino a dove sarebbe dovuto ancora andare. Doveva percorrere ancora una parte del suo viaggio e si trovava di nuovo a un crocevia.
Si sentiva come l’eroe di quelle storie d’infanzia ormai dimenticate. Il ricordo era così vago che non riusciva nemmeno a rammentarsi chi gliele avesse raccontate: era stato Sukhoi, o i genitori di Zhenya... oppure sua madre? A lui piaceva pensare che fosse stata davvero sua mamma. Gli sarebbe piaciuto rivedere quel viso risorgere dalla nebbia, anche solo per un momento, così da poter riascoltare la sua voce, che narrava con intonazione dolce: C’era una volta...
Proprio come nelle fiabe, davanti all’eroe si diramavano tre strade: una verso la Kuznetsky Most, una che conduceva alla Tretyakovskaya, e un’altra verso la Taganskaya. Assaporava la bevanda inebriante, mentre il suo corpo veniva pervaso da un languore beato. Non aveva voglia di pensare, ma tutto ciò che turbinava nella sua mente gli ricordava: “Vai diritto e perderai la vita. Vai a sinistra e perderai il cavallo”.
Avrebbe potuto continuare per sempre: aveva bisogno di riposarsi dopo tutte le avventure che aveva vissuto fino a quel momento. Sarebbe valsa la pena attendere alla Kitay-Gorod, dare un’occhiata in giro e chiedere informazioni sulle gallerie agli abitanti. Doveva ritrovare Khan, scoprire se aveva intenzione di proseguire con lui oppure se le loro strade si sarebbero divise in questa bizzarra stazione.
Nulla era andato secondo gli assurdi piani di Artyom. Esausto, contemplava la piccola lingua di fuoco che danzava dentro la lampada sul tavolo.