Metro 2033 – Capitolo 6

CAPITOLO 6 : I DIRITTI DEL PIU' FORTE


Il soffitto era così fuligginoso che non vi era più traccia dell’intonaco che era stato applicato a suo tempo. Artyom lo fissava, cercando di capire dove si trovasse.
“Ti sei svegliato?”, riconobbe una voce familiare, mentre si sforzava di ricomporre il puzzle dei suoi pensieri, per ricordare l’accaduto del giorno prima (era stato il giorno precedente?). Ora gli sembrava tutto surreale, indistinto, come la nebbia. Le mura erte dal sonno avevano separato la realtà dai ricordi.
“Buona sera”, sentì dire Artyom all’uomo che lo aveva trovato. Era seduto dall’altra parte del fuoco, perciò lo vedeva attraverso le fiamme. Il viso del vecchio aveva qualcosa di misterioso, quasi mistico.
“Ora possiamo presentarci: anche io ho un nome normale, come tutte le persone che conosci. Ma è troppo lungo e non mi descrive adeguatamente: sono l’ultima incarnazione di Genghis Khan, ma tu puoi chiamarmi solo Khan, è più corto”.
“Genghis Khan?”. Artyom lo guardò sconcertato, anche perché non credeva nella reincarnazione.
“Amico mio!”, obiettò Khan come se fosse stato insultato. “Non devi osservare i miei occhi e il mio comportamento con un tanto sospetto, è così ovvio! Sono stato reincarnato in altre forme, anche più facilmente accettabili. Tuttavia, Genghis Khan rimarrà la parte più significativa del mio cammino; sfortunatamente, però, non ricordo nulla di quella vita”.
“Perché Khan e non Genghis?”, osò domandargli Artyom. “Dopotutto, Khan non era il cognome, ma solo la professione, se ricordo bene”.
“Perché rievoca riferimenti inutili, per non parlare poi di Genghis Aitmatov”, affermò l’uomo riluttante, mentre Artyom non riusciva a comprendere a cosa alludesse. “E comunque, non ritengo sia necessario dover spiegare le origini del mio nome. Tu come ti chiami?”
“Io sono Artyom e non so chi ero nella vita precedente, ma forse a quel tempo il mio nome aveva un significato preciso”, approfondì Artyom.
“Piacere di conoscerti”, gli rispose Khan, che dava l’idea di essere rimasto completamente soddisfatto dalla sua risposta. “Spero che condividerai con me questo pasto frugale”, aggiunse, poi sollevò e appese sopra il fuoco un malconcio bollitore in metallo, identico a quello che il ragazzo aveva usato durante le pattuglie nella galleria settentrionale della VDNKh.
Artyom si alzò, frugò nello zaino e ne estrasse una salsiccia, che aveva portato con sé dalla VDNKh. Con il suo coltellino ne tagliò qualche pezzo e li mise su un cencio pulito, fino a qualche minuto prima anch’esso riposto nel suo piccolo bagaglio.
“Ecco qui”, e lo porse al nuovo amico “La possiamo mangiare bevendo il tè”.
Il tè di Khan era quello della VDNKh, Artyom lo riconobbe subito. Sorseggiando la bevanda calda da una tazza di metallo smaltato, ripensò agli eventi del giorno prima. Ovviamente, anche l’uomo era assorto nei suoi pensieri e non infastidì il giovane.
La pazzia riversatasi nel mondo dal tubo rotto sembrava avere un effetto sempre diverso sulle persone: Artyom la percepiva come un rumore assordante che non gli permetteva di concentrarsi e distruggeva i suoi pensieri, ma per il resto lo aveva risparmiato. Al contrario Bourbon non era riuscito a sopportare quell’attacco potentissimo ed era morto. Artyom non si aspettava che il rumore potesse uccidere qualcuno, altrimenti non avrebbe fatto nemmeno un passo nella galleria oscura tra la Prospekt Mira e la Sukharevskaya.
Questa volta il rumore era arrivato di soppiatto e, all’inizio, gli aveva offuscato i sensi. Artyom era sicuro che tutti i soliti rumori della galleria fossero attutiti e, nei primi momenti, non gli era stato possibile sentire nemmeno quel suono acuto, che poi gli aveva improvvisamente bloccato i pensieri, come se si fossero ricoperti di una patina di debolezza; infine gli aveva inflitto un colpo brutale.
Per quale ragione non si era accorto subito che, da un momento all’altro, Bourbon aveva cominciato a blaterare in una lingua che non avrebbe mai saputo riprodurre, nemmeno se avesse letto centinaia di libri sulle profezie apocalittiche? Il rumore gli era entrato nel profondo, come se lo avesse stregato e una strana ebbrezza avesse preso il sopravvento. Artyom stesso si era ritrovato a pensare a una serie di sciocchezze, al fatto che non doveva rimanere in silenzio, che dovevano continuare a parlare... ma non gli era venuto in mente di provare a capire cosa stesse succedendo. Qualcosa aveva interferito.
Voleva estromettere l’accaduto dalla sua coscienza, non ci voleva più pensare, tanto non sarebbe riuscito a venire a capo di niente. In tutti gli anni passati alla VDNKh aveva solo sentito parlare di fatti del genere. In passato era stato più facile credere che tutte le storie che gli erano state raccontate non fossero semplicemente plausibili. Artyom scosse la testa e guardò di nuovo da una parte all’altra.
La stessa penombra soffocante riempiva lo spazio: Artyom pensò che molto probabilmente laggiù non fosse mai arrivata la luce e che sarebbe solo potuto essere più buio, quando le riserve di carburante fossero terminate. L’orologio sopra l’entrata della galleria aveva smesso di funzionare molto tempo prima, poiché non c’era nessuno che si prendesse cura di dettagli del genere. Artyom si domandò perché Khan si fosse rivolto a lui con un “buona sera” dato che secondo i suoi calcoli sarebbe dovuta essere mattina, o addirittura mezzogiorno.
“È davvero sera?”, domandò a Khan, perplesso.
“È sera per me”, rispose Khan pensieroso.
“In che senso?”, Artyom non riusciva a capire.
“Vedi, Artyom, è chiaro che tu vieni da una stazione in cui l’orologio funziona; tutti lo osservate con riverenza e controllate l’ora prima sul vostro orologio da polso e poi la paragonate a quella indicata dai numeri rossi sopra l’entrata della galleria. Secondo la tua concezione, il tempo è lo stesso per tutti, proprio come la luce. Beh, qui è il contrario, perché nessuno si fa i fatti degli altri. Nessuno è obbligato ad assicurarsi che vi sia luce per tutti. Vai a parlare con chiunque abiti qui e vedrai che la tua idea gli sembrerà assurda. Chi ha bisogno della luce, la deve portare con sé. Ed è lo stesso anche con il tempo: chi ha bisogno di sapere che ore sono, chi teme il caos, deve portare con sé il tempo. Qui tutti ne tengono traccia, ma secondo le loro stime personali, che sono sempre diverse; ovviamente hanno tutti ragione, ognuno crede che il proprio calcolo sia quello corretto e fa dipendere la propria vita da quei ritmi. Per me adesso è sera, per te è mattino... e allora? La gente come te fa moltissima attenzione a tenere il conto delle ore passate a girovagare, proprio come gli antichi tenevano i carboni ardenti all’interno dei crogioli fumanti, sperando di riuscire a risvegliare il fuoco. Ci sono anche persone, però, che hanno perduto i loro pezzetti di carbone, altre li hanno addirittura gettati via. Come vedi nella Metro è quasi sempre notte e non ha senso cronometrare il tempo in maniera tanto meticolosa. Libera le ore e vedrai che il tempo si trasformerà, è molto interessante. Muterà al tal punto che non lo riconoscerai nemmeno. Smetterà di essere frammentato, diviso in sezioni composte da ore, minuti e secondi. Il tempo è come il mercurio: se lo spargi, si riunisce di nuovo, ritrova la sua integrità e la sua indeterminatezza. L’uomo è riuscito a domarlo, a rinchiuderlo in orologi da taschino e cronometri e, per coloro che tengono il tempo alla catena, questo scorre senza intoppi. Ma se lo liberi, vedrai: scorre in maniera diversa a seconda della persone. Per alcuni è lento e viscoso, lo contano con i respiri attraverso i quali inalano ed espirano il fumo delle sigarette, per altri invece fugge via e riescono a misurarlo solo grazie alle vite che gli passano davanti. Pensi che ora sia mattina? Beh, c’è un’ottima possibilità che tu abbia ragione, circa il venticinque per cento. Tuttavia, il fatto che sia mattina non ha molto senso, dato che il sole sorge là sopra, dove non c’è più vita, o per lo meno non ci sono più persone. Ciò che accade lassù ha valore per coloro che non ci vanno mai? No. Quando io ti dico ‘buona sera’, puoi anche rispondermi ‘buon giorno’, se lo desideri. In questa stazione non viene conteggiato il tempo, eccetto uno, molto particolare: questo è il quattrocentodiciannovesimo giorno, sto facendo il conto alla rovescia”.
Ciò detto non parlò più, si limitò a sorseggiare il suo tè caldo, mentre Artyom ragionava sul fatto che alla VDNKh gli orologi della stazione venivano trattati come se fossero delle reliquie e, quando avevano qualche problema, tutti si allarmavano. Le autorità sarebbero rimaste a bocca aperta se avessero ascoltato un discorso del genere... Il tempo non esiste, il concetto stesso del tempo è obsoleto! Ciò che Khan aveva appena descritto ricordò ad Artyom un buffo particolare, che lo aveva sempre fatto riflettere: “Si dice che in passato, quando c’erano ancora i treni, all’interno dei vagoni si sentiva l’annuncio: ‘Attenzione: chiusura porte. La prossima stazione è x,y,z, e la piattaforma successiva sarà alla vostra sinistra o alla vostra destra’”, ricordò. “È vero?”
“Ti pare strano?”, Khan inarcò le sopracciglia.
“Come potevano annunciare su quale lato si sarebbe trovata la piattaforma? Se percorro i binari da sud a nord, allora la piattaforma è a destra. Se invece vado in senso contrario, si troverà sulla sinistra. Inoltre, se ben ricordo, i sedili erano appoggiati alle pareti del treno, perciò, dal punto di vista dei passeggeri, le piattaforme sarebbero state davanti o dietro, metà da una parte e l’altra metà dall’altra, a seconda della prospettiva”.
“Hai ragione”, rispose Khan rispettoso. “In realtà coloro che guidavano i treni parlavano solo secondo il loro punto di vista. Viaggiavano nel primo compartimento, dove la destra era a destra e la sinistra era a sinistra. Perciò molto probabilmente parlavano solo per loro stessi. Avrebbero potuto anche non dire nulla. Ho sempre sentito queste parole, sin da quando ero bambino, e vi ero talmente abituato che non mi sono mai soffermato a rifletterci”.
Passò qualche momento, poi continuò: “Mi avevi promesso di raccontarmi cosa è successo al tuo amico”.
Artyom fece una pausa e rifletté se raccontare a quest’uomo le circostanze misteriose che avvolgevano la morte di Bourbon, se parlargli del rumore che aveva già sentito due volte nelle ultime ventiquattro ore e della sua influenza distruttiva sulla ragione umana, se raccontargli la sua sofferenza e i suoi pensieri mentre sentiva la melodia della galleria. Decise che, se esisteva qualcuno a cui valeva la pena raccontare tutto, sarebbe stata la persona che credeva di essere l’ultima incarnazione di Genghis Khan, per la quale il tempo non esisteva. Quindi, cominciò a narrare la sua disavventura, in maniera confusa, ansiosa, senza osservare la sequenza degli eventi, cercando di trasmettere le diverse sensazioni che aveva provato, piuttosto che i fatti.
“Erano le voci dei morti”, disse calmo Khan, non appena Artyom ebbe terminato il suo racconto.
“Cosa?”, il ragazzo si sorprese.
“Hai sentito le voci dei morti. All’inizio sembravano un sussurro o un fruscio? Sì, erano loro”.
“Quali morti?”, Artyom non riusciva a comprendere.
“Tutte le persone che sono state uccise nella Metro sin dall’inizio. Infatti, questo spiega perché sono l’ultima incarnazione di Genghis Khan e non mi reincarnerò mai più. Amico mio, si arriva tutti al capolinea. Non so come è potuto succedere, ma questa volta l’umanità ha superato il limite. Non esistono più né il paradiso né l’inferno. Ma non c’è nemmeno il purgatorio. Nel momento in cui l’anima abbandona il corpo... spero almeno che tu creda nell’immortalità dell’anima? Beh, in quel momento non riesce più a trovare rifugio. Quanti megatoni e bevatroni ci vogliono per disperdere la noosfera? Quest’ultima era reale quanto questo bollitore. Ma checché tu ne dica, non ci siamo mai risparmiati, abbiamo distrutto sia il paradiso che l’inferno. Ora viviamo in questo mondo strano, in cui l’anima deve rimanere dopo la morte del corpo. Comprendi cosa intendo dire? Morirai, ma la tua anima tormentata non si reincarnerà più e, quando essa capirà che il paradiso non esiste, non avrà pace né serenità. È condannata a rimanere nel luogo in cui hai vissuto tutta la tua vita, qui, nella Metro. Io non riesco a darti l’esatta spiegazione teosofica del perché sono a conoscenza di tutto ciò, ma una cosa la so: nel nostro mondo, le anime rimangono nella Metro dopo la morte. Continueranno a percorrere le volte di queste gallerie fino alla fine del mondo, perché non hanno più dove andare. Nella Metro si riuniscono la vita materiale e l’ipostasi dell’altro mondo. Sia l’Eden che l’inferno si trovano qui, nello stesso posto. Viviamo tra le anime dei morti, ci circondano da tutte le parti: coloro che sono stati investiti dai treni, uccisi a colpi di pistola, strangolati, bruciati vivi, divorati dai mostri, quelli a cui il fato ha riservato una morte misteriosa, della quale nessun essere vivente sa nulla e non potrà mai nemmeno immaginare. Per molto tempo mi sono impegnato a capire dove fossero dirette, perché la loro presenza non viene percepita costantemente, perché non si sentono gli sguardi leggeri e freddi provenire dall’oscurità... Ti hanno mai parlato della “tunnel-fobia”? Un tempo credevo che i morti ci seguissero nella galleria, passo passo, e si nascondessero nell’oscurità non appena ci girassimo per controllare. Ora so che gli occhi non servono, perché non riescono a mostrarci i morti. Ma i brividi che ci corrono lungo la spina dorsale, la pelle d’oca, il gelo che paralizza le nostre membra, sono tutti segni del loro invisibile inseguimento. Prima la pensavo così, ma la tua storia mi ha spiegato molte cose. Non so come facciano, ma riescono a intrufolarsi nei tubi, nelle linee di comunicazione. In passato, prima ancora che mio padre e persino mio nonno nascessero, nella città senza vita sopra di noi scorreva un fiumiciattolo. Quelli che vivevano lassù impararono a fermare il corso d’acqua e a reindirizzarlo nei tubi sotterranei in cui molto probabilmente scorre ancora oggi. Questa volta sembra che qualcuno abbia confinato in queste tubature il fiume Stige. Quando il tuo amico parlava, non era lui, quelle erano le voci dei morti. Lui le sentiva nella sua testa e le ripeteva, finché non lo hanno assorbito”.
Artyom fissava Khan. Per tutta la durata del monologo non era riuscito a distogliere lo sguardo dal viso dell’uomo, che veniva sfiorato da ombre indistinte mentre i suoi occhi ardevano di un fuoco infernale... non quello rossastro dei falò, erano le fiamme arancioni del lanciafiamme che distrugge tutto... Verso la fine della storia, Artyom era praticamente certo che Khan fosse pazzo, che le voci nei tubi avessero sussurrato qualcosa anche a lui. Sebbene Khan lo avesse salvato da morte sicura e gli avesse dimostrato una tale ospitalità, il pensiero di rimanere con lui era imbarazzante e sgradevole. Doveva pensare a come continuare il suo viaggio attraverso le gallerie peggiori di tutta la Metropolitana, delle quali aveva solamente sentito parlare. Sarebbe dovuto passare dalla Sukharevskaya fino alla Turgenevskaya, per poi proseguire.
“Spero che tu mi possa perdonare, se ti ho mentito”, aggiunse Khan dopo una breve pausa. “L’anima del tuo amico non ha raggiunto il creatore, non si reincarnerà e non tornerà in una nuova forma. Si è riunita agli altri infelici, quelli che stanno nelle tubature”.
Queste parole ricordarono ad Artyom che aveva deciso di tornare a prendere il corpo di Bourbon per portarlo alla stazione.
Bourbon gli aveva riferito di avere degli amici laggiù, che avrebbero riportato indietro Artyom se fossero giunti a destinazione. Così si ricordò anche dello zaino dell’uomo, che non aveva ancora aperto; al suo interno, a parte la mitragliatrice del ragazzo, ci sarebbe potuto essere qualcosa di utile.
Ma provava una paura strisciante e tutte le superstizioni di questo mondo gli si insinuarono in testa. Perciò decise di dare solamente un’occhiata, senza toccare o spostare nulla.
“Non devi avere paura”, Khan si rivolse inaspettatamente ad Artyom, come se potesse percepire la sua trepidazione. “Adesso ti appartiene”.
“Secondo me, invece, sarebbe un furto”, Artyom rispose tranquillo.
“Non ti preoccupare, non ti punirà, proprio perché non si reincarnerà”, affermò Khan, non in risposta a ciò che il ragazzo aveva appena detto, ma a ciò che Artyom stava pensando. “Ritengo che quando vengono catturati dai tubi, i morti perdano la loro individualità e divengano parte di un tutto. La loro volontà si dissolve nel volere degli altri e la ragione si prosciuga. Le personalità non esistono più. Ma se temi i vivi e non i morti... beh, allora ti consiglio di trascinare la borsa fino in mezzo alla stazione e rovesciarne il contenuto sul pavimento. Così nessuno ti accuserà di furto e avrai la coscienza pulita. Tuttavia, tu avevi cercato di salvare quell’uomo e lui te ne sarà grato. Potresti considerare lo zaino come ricompensa per ciò che hai fatto per lui”.
Parlava in maniera autoritaria, con una convinzione tale che Artyom trovò il coraggio per mettere le mani del borsone ed estrarne il contenuto. Posò gli oggetti sulla tela catramata a terra per guardarli alla luce del fuoco. Vi trovò altre quattro cartucce per la mitragliatrice di Bourbon, oltre alle due che aveva estratto nel momento in cui l’uomo aveva porto l’arma ad Artyom. Era incredibile che il commerciante possedesse un arsenale del genere. Artyom avvolse con cura cinque delle cartucce nel tessuto in cui erano contenute in precedenza e le ripose nello zaino, mentre con l’ultima caricò il Kalashnikov. L’arma era in condizioni eccellenti, oliata e ben curata. Il blocco si spostava senza problemi, e quando lo si premeva, scattava emettendo un rumore sordo, mentre la sicura era un po’ rigida. Erano tutti dettagli che indicavano come l’arma fosse praticamente nuova. L’impugnatura si adattava alla perfezione alla mano di Artyom ed era ben lucidata. Quest’arma gli dava un senso di affidabilità, coraggio, calma e sicurezza di sé. Il giovane decise immediatamente che se c’era una cosa che avrebbe preso a Bourbon, sarebbe stata di sicuro la sua mitragliatrice.
Le cartucce 7.62 che Bourbon gli aveva promesso come “pegno” non c’erano. Non gli era chiaro come l’uomo intendeva pagarlo. Artyom ci pensò un po’ su e giunse alla conclusione che molto probabilmente Bourbon non aveva avuto la benché minima intenzione di ripagarlo e, una volta superata la parte più pericolosa, gli avrebbe sparato un colpo alle spalle, l’avrebbe gettato in un pozzo e non ci avrebbe più pensato. Se poi qualcuno gli avesse chiesto dove si trovava Artyom, avrebbe potuto avere una serie di risposte pronte: nella Metro può succedere qualunque cosa e il ragazzo aveva deciso di aggregarsi alla spedizione di sua spontanea volontà.
A parte i vari stracci, una mappa della Metropolitana piena di annotazioni che solo lo scomparso proprietario avrebbe potuto comprendere e un centinaio di grammi di droga, trovò anche qualche pezzo di carne affumicata contenuta in sacchetti di plastica, oltre a un taccuino, sul fondo dello zaino. Artyom non si mise a leggere il quaderno e rimase alquanto deluso dal resto del contenuto dello zaino. Nel profondo del suo cuore aveva sperato di trovare qualcosa di misterioso o di prezioso, la ragione per cui Bourbon era tanto intenzionato ad attraversare quella galleria fino alla Sukharevskaya. Credeva che Bourbon fosse un messaggero, o un contrabbandiere o qualcosa di quel genere. Ciò, per lo meno, avrebbe spiegato la sua determinazione di percorrere quella maledetta galleria a qualunque costo e la sua disponibilità a essere generoso. Ma dato che, dopo aver trovato gli ultimi pezzetti di stoffa, nello zaino non era rimasto molto altro, Artyom decise che il motivo della sua insistenza avrebbe dovuto essere un altro. Si era scervellato a lungo sulla ragione per cui Bourbon necessitava di arrivare fino alla Sukharevskaya ma non era riuscito a trovarne una plausibile.
All’improvviso si ricordò di aver lasciato quel poveretto nel bel mezzo della galleria, in balia dei ratti, sebbene avesse deciso di tornare là dentro per sistemare il corpo. Tuttavia, non aveva nemmeno una vaga idea di come dare degna sepoltura al commerciante o di cosa fare del cadavere... Bruciarlo, forse? Per farlo, avrebbe dovuto avere nervi ben saldi; inoltre, il fumo soffocante, l’odore di carne e di capelli bruciati sarebbe giunto fino alla stazione, dove avrebbe di sicuro passato dei guai. Trascinare il corpo fino in stazione sarebbe stata un’impresa terribile e faticosa: un conto è trascinare un uomo per i polsi credendo che sia vivo, cercando di allontanare tutti i pensieri negativi sul fatto che non stia respirando e non si senta il battito del cuore. Un altro è trascinare un cadavere. Perciò cosa doveva fare? Proprio come Bourbon gli aveva mentito sul suo pagamento, si sarebbe potuto inventare gli amici alla stazione. Per cui, se Artyom avesse trascinato il corpo fin laggiù, si sarebbe potuto mettere in una situazione peggiore.
“Cosa ne fate di quelli che muoiono?”, Artyom domandò a Khan dopo averci pensato per un po’.
“Che vuoi dire, amico mio?”, Khan rispose alla domanda con un’altra domanda.”Ti riferisci alle anime dei deceduti oppure ai loro corpi senza vita?”
“I cadaveri...”, grugnì Artyom. Si stava stancando di tutte quelle chiacchiere sull’aldilà.
“Ci sono due gallerie che conducono dalla Prospekt Mira alla Sukharevskaya”, spiegò Khan e Artyom pensò tra sé che in effetti i treni viaggiavano in due direzioni, per questo vi erano sempre due gallerie. Quindi perché, se Bourbon era a conoscenza della seconda galleria, aveva voluto andare incontro al proprio destino? In quel secondo tunnel si annidava un pericolo ancora più grande? “Ma non la si può attraversare che da soli”, continuò l’uomo “perché nella seconda galleria, vicina alla nostra stazione, il terreno è ceduto e il pavimento è crollato. Si è formato una sorta di burrone molto profondo, in cui, secondo la leggenda che si racconta da queste parti, è caduto un treno intero. Se stai sul ciglio del burrone, non importa da che parte, non riesci a vedere l’altra e la luce della torcia più potente non riuscirà mai a illuminarne le profondità. I più stupidi da queste parti sostengono sia un abisso senza fondo. Ma in realtà è il nostro cimitero; è lì che vanno tutti quelli che tu sprezzantemente chiami cadaveri”.
Artyom sentì lo stomaco sottosopra quando capì che sarebbe dovuto tornare nel luogo in cui Khan lo aveva trovato, avrebbe dovuto trascinare il corpo di Bourbon, ormai già rosicchiato dai ratti, fino alla stazione per poi condurlo nella seconda galleria e al burrone. Cercò di convincersi che, in effetti, lanciare il corpo là dentro sarebbe stato come lasciarlo all’interno della galleria perché nessuna delle due poteva essere considerata una degna sepoltura. Ma, proprio nel momento in cui si era preparato a credere che lasciare tutto così com’era fosse la soluzione migliore, gli apparve il viso di Bourbon, chiaro come non mai, che diceva: “Sono morto”. La fronte di Artyom si imperlò immediatamente di sudore. Si alzò con difficoltà, mise in spalla la sua nuova mitragliatrice e si decise: “Ok, io vado. Glielo avevo promesso, avevamo un accordo. Devo farlo”. Così dicendo, cominciò a camminare lungo l’atrio a gambe rigide, poi scese dalla scaletta di ferro che conduceva dalla piattaforma alla galleria.
Dovette accendere la torcia ancor prima di scendere le scale. Percorse veloce gli scalini, poi si fermò per un momento perché non aveva più la forza di continuare. L’aria stantia gli soffiava in volto un odore di marcio e per un istante i suoi muscoli si rifiutarono di obbedire. Cercò di obbligarsi a fare un altro passo; nel momento in cui riuscì a superare la paura e la repulsione e cominciò a camminare, il palmo pesante di una mano si poggiò sulla sua spalla. Emise un urlo di sorpresa e si voltò di scatto, il petto irrigidito, poiché comprese subito che non avrebbe avuto tempo di prendere la mitragliatrice dalla spalla o di fare altro...
Ma era Khan.
“Non avere paura”, si rivolse calmo ad Artyom. “Ti ho messo alla prova. Non devi tornare nella galleria. Il corpo del tuo compagno non è più laggiù”.
Artyom lo fissava, interdetto.
“Ho eseguito io il rito funebre mentre tu dormivi, perciò non hai motivo di ritornarci: la galleria è vuota”. Così dicendo, Khan diede le spalle ad Artyom e si diresse nuovamente verso gli archi.
Sentendosi estremamente sollevato, il giovane si sbrigò per raggiungerlo. Arrivò al suo fianco con poche falcate, poi gli chiese, con voce densa di emozione: “Ma perché lo hai fatto e non me lo hai raccontato prima? Sei stato proprio tu ad assicurarmi che se fosse rimasto nella galleria o se lo avessi riportato alla stazione non avrebbe fatto differenza”.
“A me non importa”, Khan scrollò le spalle. “Ma sapevo che per te era molto importante. So che il tuo viaggio ha uno scopo ben preciso e che il tuo cammino sarà lungo e difficoltoso. Non ho idea di quale sia la tua missione, ma capisco che questo fardello sarà troppo gravoso perché tu riesca a portarlo da solo, perciò ho deciso di darti una mano”. Guardò Artyom di sottecchi e gli sorrise.
Ritornati al fuoco, si sedettero sulla tela catramata e Artyom non riuscì a fare a meno di domandare: “Cosa volevi dire quando hai menzionato la mia missione? Ho parlato nel sonno?”
“No, amico mio. Mentre dormivi non hai aperto bocca. Ma io ho avuto una visione, durante la quale una persona che ha in comune con me una parte del nome mi chiesto di aiutarti. Mi ha avvisato che stavi arrivando ed è proprio per questo che sono venuto a prenderti, mentre cercavi di avvicinarti alla stazione con il corpo del tuo amico”.
“È stato per questo?”. Artyom lo guardava incredulo. “Credevo fossi venuto perché avevi udito degli spari...”
“Ho sentito degli spari, l’eco è arrivata fin qui. Ma non crederai davvero che ogni volta che sento dei colpi io corra nel tunnel a vedere cos’è successo? Se così fosse, la mia vita sarebbe terminata molto tempo fa e in maniera del tutto ignobile. Questa è stata un’eccezione”.
“Cosa mi dici della persona che ha in comune con te una parte del nome?”
“Non saprei dirti chi fosse, perché non l’avevo mai visto prima e non gli avevo mai parlato. Tuttavia, so che tu lo conosci. Dovresti arrivarci da solo. Io l’ho visto solo una volta e non dal vivo, ma ho immediatamente percepito la sua colossale forza. Mi ha ordinato di aiutare un giovane che sarebbe arrivato dalla galleria settentrionale e in quel momento è apparsa la tua immagine davanti ai miei occhi. Ovviamente stavo sognando, ma a me è parso tutto talmente vero che quando mi sono svegliato non riuscivo più a distinguere tra sogno e realtà. Era un uomo potentissimo, con la testa rasata, lucente, vestito completamente di bianco... lo conosci?”
Artyom venne colto da un senso di nausea come se tutto avesse cominciato a ondeggiare: l’immagine descritta da Khan era chiara nella sua mente. L’uomo che aveva in comune una parte del nome con il suo soccorritore era... Hunter! Khan, Hun... Artyom aveva avuto una visione molto simile, solo che nella sua lui doveva decidere se avventurarsi in questo viaggio. Non aveva visto Hunter avvolto nel lungo impermeabile nero che aveva indossato alla VDNKh in quel giorno memorabile, al contrario indossava abiti morbidi, bianchi come la neve.
“Sì, lo conosco”, assentì Artyom, osservando Khan in maniera totalmente diversa da prima.
“Ha invaso i miei sogni e, di solito, è una cosa che non tollero. Con lui, però, è stato tutto diverso”, Khan sembrava distratto. “Aveva bisogno del mio aiuto, proprio come te. Non mi ha ordinato di venire a prenderti, non mi ha chiesto di sottomettermi al suo volere; più che altro sembrava che me lo chiedesse con insistenza. Non era in grado di introdursi nella mente di qualcun altro, era solo in grandissima difficoltà. Era disperato e pensava a te di continuo; aveva bisogno di una mano, di una spalla su cui poggiarsi. Io gli ho teso la mano e gli ho offerto la mia spalla. Così, sono venuto a prenderti”.
Artyom era sepolto sotto tutti i suoi pensieri, che ribollivano e risalivano nella sua coscienza uno dopo l’altro, si dissolvevano, non riuscivano mai a trasformarsi in parole e tornavano a sprofondare nella sua mente. La sua lingua era secca e il ragazzo ci mise del tempo prima di riuscire ad articolare una parola. Era possibile che quest’uomo fosse già a conoscenza del suo arrivo? Poteva essere che Hunter lo avesse avvisato in qualche modo? Il cacciatore era vivo oppure si era trasformato in un’ombra? Sarebbe mai riuscito a credere a quella storia spaventosa e delirante sull’aldilà che Khan gli aveva raccontato? Sarebbe stato più facile convincersi del fatto che l’uomo fosse un pazzo. Tuttavia, il punto era che quest’uomo conosceva il compito che gli era stato affidato, che lui stesso aveva chiamato “missione” e, sebbene non riuscisse a capire di cosa si trattava, ne aveva compreso sia l’importanza che la gravità.
“Dove ti devi recare?”. Khan era calmo e lo guardava negli occhi come se gli stesse leggendo i pensieri. “Parlami del cammino che dovrai intraprendere e io ti aiuterò a compiere il prossimo passo, se ne avrò le possibilità. Me lo ha chiesto lui”.
“Polis”, Artyom pronunciò la parola espirando. “Devo arrivare fino alla Polis”.
“Come intendi arrivarci da questa stazione dimenticata da Dio?”, si informò Khan. “Amico mio, avresti dovuto percorrere l’Anello dalla Prospekt Mira fino alla Kurskaya o alla Kievskaya”.
“Ma lassù c’è l’Hansa e io non conosco nessuno, non sarei mai riuscito a passare! In ogni caso, ora non posso più tornare alla Prospekt Mira. Temo che non riuscirei a sopportare di attraversare un’altra volta quella galleria. Speravo di arrivarci dalla Turgenevskaya. Ho controllato una vecchia mappa in cui viene indicato che laggiù c’è un passaggio fino alla Sretensky Bulvar. Dovrebbe esserci una galleria costruita per metà, attraverso la quale si può giungere fino alla Trubnaya”. Artyom estrasse la mappa bruciacchiata dalla tasca. “Dalla Trubnaya c’è un passaggio fino alla Tsvetnoy Bulvar, l’ho visto sulla mappa. Da lì, se tutto va bene, si può arrivare direttamente alla Polis”.
“No”, negò tristemente Khan, scuotendo la testa. “Così non riuscirai mai ad arrivare alla Polis. La mappa non è corretta, è stata stampata prima che tutto accadesse. Vi sono linee della Metro che non furono mai completate, stazioni crollate sotterrando centinaia di innocenti. Inoltre, non sono riportati gli spaventosi pericoli nascosti, che rendono la maggior parte degli itinerari impossibili da percorrere. Potrebbe usarla solo uno sprovveduto o un ingenuo, un bambino di tre anni. Dalla a me”. E così dicendo protese la mano.
Obbediente, Artyom gli offrì il pezzo di carta. Khan la fece in mille pezzi e la gettò nel fuoco. Artyom rifletté che il gesto dell’uomo era stato un po’ avventato, ma decise di non contraddirlo. In quel momento, Khan gli chiese: “Ora mostrami la mappa che hai trovato nello zaino del tuo amico”.
Rovistando tra le sue cose, Artyom trovò la mappa, ma non si affrettò a porgerla a Khan, dato che lo stesso destino di quella precedente sarebbe potuto toccare anche questo pezzo di carta. Soprattutto, non voleva restare senza una mappa. Khan notò la trepidazione del ragazzo e cercò di riassicurarlo: “Non farò niente del genere, non preoccuparti. Fidati, non faccio mai nulla che non abbia un motivo particolare. Potresti avere l’impressione che alcune delle mie azioni siano irragionevoli e persino un po’ folli. Ma io ne conosco sempre il motivo. Tu non le capisci perché la tua percezione e la tua comprensione del mondo sono limitate; ti trovi solo all’inizio del tuo cammino e sei troppo giovane per conoscere davvero certe cose”.
Artyom diede a Khan la mappa di Bourbon. Non aveva la forza di opporsi alle parole dell’uomo. Era un pezzo di cartoncino ingiallito delle dimensioni di una cartolina sul quale vi erano stampate delle palline luccicanti e le parole Buon anno nuovo! Buon 2007!
“È molto pesante”, la voce di Khan era rauca e l’attenzione di Artyom si fissò sul palmo dell’uomo, dove era posato il cartoncino; improvvisamente cadde a terra, come se la cartolina pesasse più di un chilo. Un secondo prima, quando Artyom la teneva nella sua mano, non aveva notato nulla di pesante: la carta è carta.
“Questa mappa è molto più intelligente della tua”, affermò Khan. “Racchiude una conoscenza tale che non credo appartenesse alla persona che viaggiava con te. Non è per il fatto che è piena di annotazioni e di simboli, per quanto potrebbero essere molto utili. No, è qualcos’altro...”, e si interruppe bruscamente.
Artyom alzò lo sguardo e sbirciò il viso di Khan: la sua fronte era solcata da rughe profonde, mentre il fuoco che ormai si stava spegnendo sembrava far ardere i suoi occhi. Il viso era talmente mutato che Artyom si spaventò e desiderò correre via da quella stazione il prima possibile, per recarsi da qualsiasi altra parte, persino nella terribile galleria che era riuscito a superare con così tanta difficoltà.
“Lascia che sia io a custodirla”, quella di Khan non era una richiesta ma piuttosto un ordine. “Te ne darò un’altra e tu non ti accorgerai nemmeno della differenza. In cambio ti regalerò qualsiasi altro oggetto”, continuò.
“Prendila, è tua”, Artyom la sollevò con facilità, mentre quasi impercettibilmente sputava le parole di assenso.
Khan si spostò subito dal fuoco, in modo che il suo viso venisse celato dalle ombre. Artyom immaginò che stesse cercando di riprendere il controllo di sé e non voleva che il ragazzo assistesse alla sua battaglia interiore.
“Vedi, amico mio”, la sua voce risuonava nell’oscurità, come se fosse debole e indecisa, spogliata del potere che solo un momento prima Artyom vi aveva udito. “Questa non è una mappa. O meglio, non è solo una mappa, ma una Guida della Metropolitana. Sì, non c’è dubbio alcuno. La persona che la possiede è in grado di attraversare la Metro in due giorni perché è come se questa mappa fosse... viva. Indica il cammino da seguire e come percorrerlo, avvisa in caso di pericolo. Praticamente, conduce lungo il percorso da seguire. È per questo che viene chiamata Guida, con la lettera maiuscola. Ne avevo già sentito parlare. So che ve ne sono pochissime nella Metropolitana e questa potrebbe essere l’ultima. È l’eredità di uno dei maghi più potenti dell’era passata”, spiegò Khan, ritornando vicino al fuoco.
“Di colui che risiede nel punto più profondo della Metro?”. Artyom decise di sfoggiare le sue conoscenze, ma Khan lo interruppe subito e la sua espressione si fece torva.
“Non citare mai a cuore leggero ciò che nemmeno conosci! Tu non sai che succede nel punto più profondo della Metro! Persino io non ne so quasi nulla e spero che Dio non ce lo renda mai noto. Tuttavia, posso giurarti che qualunque cosa succeda laggiù, è completamente diversa da ciò che hai sentito raccontare dai tuoi amici. Perciò, non ripetere a pappagallo le parole degli altri, perché un giorno potresti pentirtene. Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con la Guida”.
“In ogni caso”, Artyom non si lasciò sfuggire l’occasione di cambiare discorso e di riportarlo in territorio meno pericoloso, cercando di rassicurare l’uomo come poteva, “Puoi tenere la Guida. Dopotutto, io non so nemmeno come si usa. Inoltre, ti devo la vita. Anche regalandoti questa mappa mi sembra di non riuscire a ripagarti il favore”.
“Questo è vero”, le rughe sul viso di Khan si distesero e la voce ritornò quella di qualche istante prima. “Ti ci vorrà molto tempo prima di imparare a usarla. Se me la donerai saremo pari. Io ho una normale mappa della Metropolitana e se vuoi posso copiare le annotazioni della Guida, così le potrai avere anche tu. Inoltre...”, scartabellò nelle sue borse. “Posso offrirti questa”, ed estrasse una torcia dalla forma strana. “Non necessita di batterie. Funziona in modo tale che per caricarla devi eseguire questo movimento. Vedi questi due pomelli? Devi premerli con le dita, così si creerà l’energia necessaria per metterla in funzione. Non è molto luminosa, ma potresti trovarti in situazioni in cui questo raggio di luce ti sembrerà più brillante delle lampade a mercurio della Polis... Mi ha salvato la vita in moltissime occasioni e spero che anche tu la troverai utile. Prendila, è tua. Prendila, su. Lo scambio non è comunque equo: sono io che devo qualcosa a te, non il contrario”.
In realtà, per Artyom era incredibilmente vantaggioso. Che se ne faceva di una mappa dalle proprietà mistiche, se non riusciva a percepirle? L’avrebbe comunque gettata via dopo averla girata e rigirata, cercando invano di decifrare i ghirigori che vi erano stati disegnati.
“Beh, la strada che ti sei annotato non ti porterà da nessuna parte, se non nell’abisso”. Khan continuò la loro conversazione frammentaria, tenendo in mano la Guida con estrema cura. “Ecco a te, prendi la mia e seguila”, e gli porse una mappa minuscola, stampata dietro a un calendario da taschino. “Stavamo parlando del passaggio dalla Turgenevskaya alla Sretensky Bulvar? Non dirmi che non conosci la terribile reputazione di quella stazione e della lunga galleria che va da qui a Kitay-Gorod?!”
“Mi hanno detto che non la si deve percorrere da soli e che è sicura solo se la si attraversa in gruppo. Io pensavo di unirmi a una carovana e di arrivare fino alla Turgenevskaya, per poi staccarmi e prendere il passaggio, dopotutto non credo proprio che si metteranno a inseguirmi...” rispose Artyom, mentre pensieri vaghi si facevano largo nella sua testa.
“Laggiù, il passaggio non c’è più. Hanno murato gli archi. Non lo sapevi?”
Ma certo! Come aveva fatto a dimenticarselo? Qualcuno glielo aveva detto, ma poi gli era uscito di mente... I Rossi temevano i demoni che popolavano quella galleria, perciò avevano bloccato l’unica altra strada per raggiungere la Turgenevskaya.
“Non c’è nessun altro passaggio?”, domandò cauto.
“No, la mappa non ne indica nessuno. Il passaggio tra le linee che sono state davvero costruite non comincia alla Turgenevskaya. In ogni caso, anche se esistesse un passaggio, non so se avresti abbastanza coraggio per separarti dal resto del gruppo e avventurarti là dentro, specialmente se, mentre aspetti la carovana, ti vengono raccontate le ultime novità su ciò che succede là dentro”.
“Allora che dovrei fare?”. Artyom, scoraggiato, consultava la minuscola mappa.
“Puoi arrivare alla Kitay-Gorod, che è davvero una stazione curiosa: lì i principi morali sono, per così dire, opinabili. Ma per lo meno non scomparirai senza lasciar alcuna traccia e i tuoi amici più cari non si dovranno chiedere se tu sia mai esistito davvero, il che alla Turgenevskaya può accadere molto facilmente. Dalla Kitay-Gorod... seguimi con attenzione”, stava tracciando con il dito un itinerario sulla mappa, “devi attraversare due stazioni e poi sei alla Pushkinskaya, dove c’è un passaggio per la Chekhovskaya; laggiù ne troverai un altro che ti condurrà direttamente alla Polis. In questo modo, il cammino dovrebbe essere anche più breve di quello che avevi pianificato tu”.
Artyom muoveva le labbra, contando le stazioni e i passaggi di ognuno dei due itinerari. Per quanto contasse, quello suggerito da Khan era davvero più breve e molto meno pericoloso. Artyom non si capacitava del perché non ci avesse pensato prima. Non aveva nessun’altra scelta.
“Hai ragione”, articolò infine. “Ci sono spesso delle carovane che arrivano fin laggiù?”
“Temo di no. Inoltre, c’è un altro piccolo, fastidioso particolare: per arrivare alla galleria meridionale della Kitay-Gorod devi entrare nella nostra stazione dalla parte settentrionale”, e così puntò il dito sulla dannata galleria alla quale Artyom era appena riuscito a malapena a sopravvivere.
“L’ultima carovana diretta verso sud è partita qualche tempo fa. Speriamo che presto si formi un nuovo gruppo di persone intenzionate a mettersi in viaggio. Vai a parlare con quelli che incontri qui intorno, chiedi informazioni, ma non sbottonarti troppo. Ci sono diversi personaggi pericolosi in giro, di cui è meglio non fidarsi. Posso venire con te, così non ti cacci nei pasticci”, aggiunse dopo averci pensato su per un momento.
Artyom stava per raccogliere lo zaino quando Khan lo fermò con un gesto: “Non preoccuparti delle tue cose. La gente ha paura di me, quindi gli attaccabrighe non oserebbero mai venire a sbirciare nella mia tana. Mentre tu sei qui, sei sotto la mia protezione”.
Artyom lasciò lo zaino vicino al fuoco, ma prese la mitragliatrice perché non si voleva separare dal suo nuovo tesoro. Seguì velocemente Khan, che camminava tranquillo verso i fuochi accesi dall’altro lato dell’atrio. Notò con sorpresa che i barboni denutriti e avvolti negli stracci puzzolenti si ritraevano al loro passaggio. Khan doveva essere davvero una personalità molto temuta. Chissà come mai...
Superarono il primo fuoco, ma Khan non rallentò il passo. Si trattava di un fuocherello che faticava a rimanere acceso, al quale erano sedute due persone, un uomo e una donna, stretti l’una all’altro. Stavano sussurrando qualcosa in una lingua sconosciuta e, prima ancora che le parole riuscissero ad arrivare all’orecchio di Artyom, si dispersero. Il ragazzo era talmente affascinato da quei due che quasi si voltò per continuare a guardarli, non riusciva a fare a meno di osservarli. Di fronte a loro ardeva un altro fuoco, questa volta più luminoso, attorno al quale era appostato un intero campo di persone. Si scorgevano i visi di uomini che parevano paesani fieri e coraggiosi, seduti lì per scaldarsi le mani. Si sentì una risata rumorosa, l’aria era satura di voci litigiose, tanto che Artyom si spaventò un po’ e rallentò il passo. Al contrario Khan era tranquillo e sicuro di sé. Raggiunse uno degli uomini seduti, lo salutò e si sedette attorno al fuoco. Il ragazzo non poté fare altro che seguire il suo esempio e accomodarsi di fianco a lui.
“... Si guardò e vide che aveva lo stesso sfogo anche sulle mani, mentre sotto l’ascella la pelle si era gonfiata, il bubbone era duro e dolorosissimo. Immaginate quanto fosse spaventato, povero diavolo... Le persone si comportano tutte in modi diversi. Alcune si sparano subito un colpo in testa, altre impazziscono e si lanciano contro le altre, cercano di abbracciarle, perché non vogliono morire da sole. Altre ancora percorrono di corsa la galleria al di là dell’Anello e si lanciano nelle acque stagnanti per non infettare altra gente... Le persone sono diverse. Questo tizio, invece, non appena si vide così, chiese al medico: ‘Ci sono possibilità che io migliori?’ e questo gli rispose diretto: ‘No, nessuna. Quando appare lo sfogo ti rimangono due settimane di vita’. Il comandante del battaglione iniziò con cautela a tirare fuori la Makarov dalla fondina, nel caso il tizio diventasse violento...”
Quello che stava parlando era un ometto già avanti con gli anni, aveva il mento ispido e una giacca imbottita. La voce esitava, ansiosa, mentre scrutava con occhi grigi e lucidi ciò che gli accadeva attorno.
Artyom non era riuscito a capire cosa stesse raccontando, tuttavia lo spirito della narrazione e il significativo silenzio calato su quel gruppo che fino a un minuto prima stava litigando, lo fecero fremere. Si decise a chiedere informazioni a Khan, ma lo fece sottovoce, per non attirare attenzione su di sé.
“Di cosa sta parlando?”
“Della peste”, la risposta di Khan fu greve. “È arrivata”.
Queste parole emisero il tanfo dei corpi in decomposizione e del fumo denso dei falò accesi per le cremazioni, oltre agli echi delle campanelle d’allarme e agli ululati delle sirene.
Alla VDNKh e nei dintorni non si era mai scatenata un’epidemia. I ratti, che portavano malattie, erano stati distrutti e alla stazione vivevano anche diversi medici molto bravi. Il ragazzo sapeva ben poco di malattie infettive mortali e aveva letto solo qualche libro a riguardo. Inoltre, quando era molto piccolo, aveva dovuto affrontare alcune epidemie, che però avevano lasciato una traccia profonda nella sua memoria e avevano popolato a lungo i suoi sogni e le sue paure di bambino. Pertanto, quando aveva udito la parola “peste”, aveva cominciato a sudare freddo e si era sentito mancare.
Non domandò altro a Khan, ma ascoltò con sofferente attenzione il racconto dell’ometto con la giacca imbottita.
“Ma Rizhy non era il tipo, non era un pazzo. Se ne stette lì in piedi per un minuto, poi disse: ‘Datemi qualche cartuccia e me ne andrò. Non posso più stare qui con voi’. Ho sentito con le mie orecchie il comandante del battaglione che tirava un sospiro di sollievo. Era chiaro che non gli avrebbe fatto piacere sparare a uno dei suoi, anche se era malato. Perciò gli diedero due caricatori e lui partì in direzione nord-est, proseguendo oltre l’Aviamotornaya. Non lo rivedemmo mai più. Il comandante chiese al medico quale fosse il periodo di incubazione della malattia e la risposta fu una settimana. Se a una settimana dal contatto non succede nulla, allora non si è infettati. Perciò, il comandante prese una decisione: saremmo stati tutti lontani dalla stazione per una settimana e poi avremmo agito di conseguenza. Non potevamo rimanere nell’Anello perché, se l’infezione fosse penetrata al suo interno, allora tutta la Metropolitana sarebbe morta. Così ci allontanammo per una settimana intera. Non ci rivolgevamo a coloro che ci stavano intorno perché non potevamo sapere chi fosse infettato. Tra noi c’era un tizio che chiamavamo Bicchiere perché gli piaceva bere. Tutti gli stavano lontano perché aveva passato moltissimo tempo con Rizhy. Quando si avvicinava a qualcuno, gli uomini scappavano dall’altra parte. Uno gli puntò contro la pistola, ordinandogli di allontanarsi. Quando Bicchiere terminò la sua scorta d’acqua, ovviamente gli altri gliene offrirono un po’ della loro, ma gliela lasciavano sul pavimento e fuggivano via, nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi. Dopo una settimana non si seppe più nulla di lui e giravano diverse voci. Si diceva persino che delle bestie lo avessero trascinato via, ma quelle gallerie sono tranquille e pulite. Io personalmente penso che avesse notato il famoso sfogo, le ascelle gli facevano male, quindi è fuggito via. Nessun altro del nostro battaglione è stato infettato; abbiamo atteso ancora qualche giorno, poi il comandante ci ha controllati uno ad uno. Eravamo tutti sani”.
Artyom notò che, sebbene cercasse di rassicurarli, la zona vicina all’ometto era rimasta libera, anche se attorno al fuoco non c’era molto spazio ed erano tutti stipati gli uni contro gli altri.
“Ti ci è voluto molto per arrivare fin qui, amico?”, gli chiese tranquillo ma deciso un uomo robusto con la barba, che indossava un panciotto di pelle.
“Sono passati già trenta giorni da quando siamo usciti dall’Aviamotornaya”, gli rispose l’ometto a disagio.
“Ho una notizia per te: la peste è arrivata anche all’Aviamotornaya. Laggiù c’è la peste! Hai capito?! L’Hansa l’ha chiusa, insieme alla Taganskaya e alla Kurskaya. Hanno indetto una quarantena. Lì ho delle conoscenze, cittadini dell’Hansa. Ci sono lanciafiamme appostati ai passaggi tra la Taganskaya e la Kurskaya: tutti coloro che si avvicinano vengono colpiti. La chiamano disinfezione. Sembra infatti che per alcuni il periodo di incubazione sia di una settimana, mentre per altri ci voglia di più, perciò è ovvio che avete riportato indietro l’infezione”, concluse brutalmente, abbassando la voce.
“Cosa? Dai, ragazzi... Io sto bene, sono sano! Lo vedete da voi!”. L’ometto saltò in piedi e cominciò a togliersi la giacca imbottita, con movimenti convulsi. Scopriva il corpo sporco, di fretta, e temeva di non riuscire a convincerli.
La tensione crebbe: non era rimasto nessuno nelle vicinanze dell’ometto, si erano tutti raggruppati dall’altra parte del fuoco. La gente parlava nervosa e Artyom sentì che qualcuno aveva fatto scattare piano la sicura della propria arma.
Rivolse a Khan una sguardo interrogativo e si portò la mitragliatrice al petto, pronto per sparare davanti a sé. Khan rimase in silenzio, ma lo fermò con un gesto. A quel punto si alzò veloce e si allontanò silenzioso dal fuoco, portando Artyom con sé. Dopo una decina di passi si fermò e si mise a osservare la scena.
Gesti veloci erano visibili alla luce del fuoco, parevano una sorta di temeraria danza primitiva. Il chiacchierio della folla si era placato e l’azione continuava in un silenzio minaccioso. Infine, l’uomo riuscì a togliersi la maglietta ed esclamò trionfante: “Ecco! Visto? Sono pulito! Sono sano! Non ho niente! Sono sano!”
L’uomo con la barba e il panciotto estrasse un asse dal fuoco e lo usò come fiaccola, avvicinandosi con attenzione all’ometto. Lo osservò con disgusto: la pelle era sporca e unta, ma per quanto riuscisse a vedere, non c’era traccia dello sfogo. Perciò, dopo un’ispezione scrupolosa, intimò: “Alza le braccia!”
Lo sfortunato alzò velocemente le braccia e mostrò le ascelle fitte di una fine peluria a coloro che si trovavano dall’altra parte del fuoco. L’uomo con la barba finse di tapparsi il naso e lo esaminò meticolosamente alla ricerca dei bubboni. Non riuscì a trovare alcun sintomo della peste.
“Sono sanissimo! Siete convinti adesso?”, urlò l’ometto, ormai preso dall’isteria.
Si udì un bisbiglio ostile tra la gente. Dando voce al pensiero della folla, cercando di non soccombere a essa, l’uomo più robusto dichiarò: “Beh, poniamo il caso che tu sia sano. Non significa comunque nulla!”
“Perché non significa nulla?”, l’ometto venne preso alla sprovvista e venne subito sopraffatto dallo sconforto.
“Perché, anche se non sei ammalato, è possibile che tu sia immune: potresti essere un portatore sano dell’infezione. Hai avuto contatti con quel Rizhy? Eravate nello stesso battaglione? Hai parlato con lui, gli hai dato la tua acqua? Gli hai stretto la mano? Sono sicuro che tu gliel’abbia stretta, non mentirmi, amico”.
“Che significa se gli ho stretto la mano? Io non mi sono ammalato...”, rispose l’ometto, senza sapere più cos’altro dire. Era immobile, si sentiva impotente e perseguitato dagli sguardi della folla.
“È possibile che tu sia ancora infetto, amico. Mi dispiace, ma non possiamo rischiare. È la profilassi, capisci?”, l’uomo con la barba slacciò i bottoni del panciotto e mostrò una fondina di pelle marrone. A quel punto vi fu una reazione di incoraggiamento, mentre tra la folla scattavano altre sicure delle armi.
“Ragazzi! Ma io sono sano! Non mi sono ammalato! Guardate voi stessi!”. L’ometto alzò di nuovo le braccia, ma questa volta tutti fecero una smorfia sdegnosa, evidentemente disgustata.
L’uomo più robusto prese la pistola dalla fondina e la puntò verso l’ometto che ancora sembrava non comprendere cosa gli stesse succedendo e continuava a borbottare di essere sano. Stringeva la sua giacca imbottita al petto, faceva molto freddo e lui si voleva rivestire.
Artyom non riusciva più a sopportare la situazione. Anche lui fece scattare la sicura della sua mitragliatrice e fece un passo verso la folla, anche se esattamente non sapeva cosa avrebbe fatto. Si sentiva un nodo in gola e uno alla bocca dello stomaco, per questo non era in grado di dire una parola. Ma c’era qualcosa in quell’ometto, nei suoi occhi vuoti e disperati, nei suoi borbottii meccanici e senza senso che fece scattare una molla in Artyom e lo fece spostare di un passo in avanti. Non gli era chiaro quale sarebbe stata la mossa successiva, quando sentì una mano sulla spalla... ed era una mano pesantissima!
“Fermo”, ordinò Khan impassibile e Artyom rimase sul posto come una statua, mentre la sua fragile determinazione andava in mille pezzi, scontrandosi con la volontà granitica dell’uomo. “Non puoi aiutarlo. Le possibilità sono due: potreste essere uccisi entrambi, oppure tu potresti scatenare la loro furia contro di te. In entrambi i casi, la tua missione non verrebbe mai completata. Devi ricordartelo”.
In quel momento, l’ometto si contrasse, urlò, strinse ancor di più la giacca imbottita e in un attimo era già sul sentiero. A velocità sovraumana, scattò verso l’oscurità della galleria meridionale, strillando come un animale impazzito. L’uomo con la barba balzò e si mise a inseguirlo, cercando di mirare alla schiena, ma poi si fermò e fece un cenno con la mano. Si stavano addentrando troppo nella galleria e quelli rimasti sulla piattaforma lo sapevano bene. Non gli era chiaro se l’uomo che stavano inseguendo si ricordasse a cosa stava correndo incontro, forse sperava in un miracolo, oppure la paura aveva cancellato ogni consapevolezza dalla sua mente.
Dopo qualche minuto sentirono solo un ululato che lacerò il silenzio sordo della terribile galleria, mentre l’eco dei suoi passi si interruppe all’improvviso, come se qualcuno ne avesse spento l’audio.
Non si udì più nessun altro rumore e il silenzio cominciò nuovamente a regnare. Era tutto così bizzarro, estraneo all’udito e alla ragione umana. L’immaginazione cercava di sopperire alle loro mancanze, tanto che ai presenti sembrò di udire un urlo lontano. Ma tutti compresero che era un’illusione.
“Amico mio, gli sciacalli sanno sempre quando uno del loro branco è malato”, commentò Khan e quasi Artyom perse l’equilibrio quando notò il fuoco da predatore che ardeva negli occhi dell’uomo. “L’elemento malato è un peso per il gruppo e una minaccia alla sua salute. È per questo che viene ucciso, fatto a pezzi, in mille pezzettini”, sottolineò, come se stesse gustando le parole che pronunciava.
“Ma questi non sono sciacalli”, Artyom trovò il coraggio di contraddire Khan, che improvvisamente gli sembrava davvero la reincarnazione di Genghis Khan. “Queste sono persone!”
“Secondo te cosa stavano facendo?”, lo sfidò Khan. “Questa è degradazione. La nostra medicina consiste anche in comportamenti da sciacallo. È rimasta poca umanità in noi.”
Artyom sapeva come controbattere anche a questa affermazione, ma decise di non contestare l’unico protettore che aveva in questa selvaggia stazione. Khan si aspettava una sua risposta e infine decise che Artyom si fosse arreso e portò la conversazione su un argomento diverso.
“Ora, mentre i nostri amici saranno impegnati a discutere sui metodi usati per combattere le malattie infettive, noi dobbiamo battere il ferro finché è caldo. Altrimenti potrebbero decidere di non proseguire per settimane, anche se qui il tempo vola via senza che ce ne rendiamo conto”.
La gente attorno al fuoco discuteva animatamente su ciò che era appena accaduto, erano tutti molto tesi, perché l’ombra spettrale di un pericolo terribile li aveva appena avvolti. Stavano cercando di decidere quale sarebbe stata la prossima mossa, ma i loro pensieri, come topi in un labirinto, proseguivano in cerchio, entravano in vicoli ciechi, andavano velocemente avanti e indietro senza riuscire a trovare l’uscita.
“I nostri amici si stanno facendo prendere dal panico”, commentò Khan con aria compiaciuta, osservando allegramente Artyom. “Inoltre, sospettano di avere appena linciato un innocente e ciò non incentiva il pensiero razionale. Non ci troviamo più di fronte a un collettivo, ma a un branco: lo stato mentale perfetto per la manipolazione della loro psiche! Le condizioni non potrebbero esserci più favorevoli di così!”
Artyom si sentì nuovamente a disagio vedendo l’espressione trionfante sul viso di Khan. Per rispondergli cercò di sorridergli. Dopotutto Khan lo voleva aiutare... ma gli riuscì un sorriso striminzito, poco convinto.
“Ora l’importante è l’autorità, la forza. Il branco rispetta il potere, non le argomentazioni logiche”, aggiunse Khan annuendo. “Stai a vedere. Partiremo in meno di un giorno e tu potrai proseguire il tuo cammino”. Detto ciò, percorse qualche metro ed era già in mezzo alla folla.
“Non possiamo stare qui!”, la sua voce rombava e i discorsi degli altri si bloccarono all’istante. Gli uomini lo ascoltavano con attenzione: Khan stava usando il suo dono della persuasione, potente, quasi ipnotico.
Dopo aver udito queste poche parole, tutti percepirono un acuto senso di pericolo, che pendeva sopra le loro teste. Artyom dubitò che quelle persone avrebbero avuto abbastanza coraggio da rimanere lì.
“Ha infettato l’aria! Se continuiamo a respirarla, per noi sarà la fine. I bacilli sono ovunque e, se rimaniamo qui ancora a lungo, ce li beccheremo tutti noi. Moriremo come ratti e marciremo sul pavimento, nel bel mezzo dell’atrio. Nessuno ci verrà ad aiutare... non abbiamo speranza! Possiamo contare solo su noi stessi. Dobbiamo andarcene il prima possibile da questa stazione maledetta, che pullula di microbi. Se partiamo subito, in gruppo, non sarà difficile attraversare la galleria, ma dobbiamo agire velocemente!”
La gente assentì. La maggior parte di loro, proprio come Artyom, non riusciva a contrastare il colossale potere di persuasione di Khan. Seguendo le parole dell’uomo, il ragazzo passò in rassegna tutte le circostanze e le sensazioni che gli venivano proposte: minaccia, timore, panico e una flebile speranza di riuscire a fuggire, che aumentava mentre Khan teneva il suo discorso.
“In quanti siete?”
Diverse persone si misero a contare gli appartenenti al gruppo. Vi erano otto uomini, senza contare Artyom e Khan.
“Ciò significa che non possiamo permetterci di aspettare! Siamo già in dieci. Riusciremo ad attraversare la galleria!”, affermò subito Khan, senza dare il tempo ai suoi uditori di tornare in loro. Quindi continuò: “Raccogliete le vostre cose, dobbiamo partire al massimo entro un’ora! Forza, torniamo al fuoco. Anche tu devi prendere la tua roba”, sussurrò quest’ultima frase ad Artyom, strattonandolo verso il loro piccolo accampamento. “L’importante è che non capiscano cosa sta succedendo. Se attendiamo oltre, si cominceranno a chiedere se valga la pena recarsi alla Chistye Prudy. Alcuni di loro erano diretti in direzione opposta, mentre altri vivono qui e non hanno nessun altro posto dove andare. Pare che io ti debba accompagnare fino alla Kitay-Gorod, altrimenti temo che si perderanno o si dimenticheranno dove stavano andando e perché”.
Artyom infilò velocemente ciò che era appartenuto a Bourbon nel suo zaino mentre Khan riavvolgeva il telone impermeabile e spegneva il fuoco. Nel frattempo, il ragazzo si mise a osservare ciò che succedeva dall’altro lato dell’androne: gli uomini, che all’inizio raccoglievano frettolosi e animati i loro oggetti, ora si muovevano più lentamente, con meno sicurezza. Qualcuno era accovacciato vicino al fuoco, mentre un altro vagava verso il centro della piattaforma, alla ricerca di qualcosa; un’altra coppia discuteva animatamente. Artyom capì subito cosa stava succedendo e tirò la manica di Khan: “Stanno discutendo”, lo avvertì il giovane.
“Ahimè, discutere è una particolarità intrinseca all’essere umano”, rispose Khan. “Sebbene la loro volontà sia stata repressa e loro siano ipnotizzati a tutti gli effetti, gravitano ancora gli uni attorno agli altri e parlano. L’uomo è un animale sociale, non c’è niente da fare. In un’altra situazione accetterei qualsiasi attività umana, considerandola divina o comunque risultato inevitabile dell’evoluzione, a seconda della persona. Ma in questo caso, il fatto che stiano pensando non è un buon segno. Dobbiamo interferire, mio giovane amico, e incanalare i loro pensieri in modo che ci tornino utili”, concluse, issando l’enorme zaino sulla schiena.
Il fuoco venne spento e l’oscurità, densa e tangibile, li avvolse, giungendo da ogni parte. Artyom frugò in tasca e ne estrasse la torcia, poi premette il pulsante. All’interno del dispositivo, qualcosa emise un ronzio, poi la luce si accese e illuminò lo spazio davanti a lui in maniera irregolare, vacillante.
“Forza, premilo di nuovo, non avere paura”, lo incoraggiò Khan, “Funziona molto meglio di così”.
Quando raggiunsero gli altri, le folate di aria viziata provenienti dalla galleria avevano avuto il tempo di schiarire le idee degli uomini, che sembravano meno convinti della proposta di Khan. L’uomo con la barba fece un passo avanti: “Ascolta, fratello”, si rivolse imprudente al compagno di Artyom.
Senza nemmeno guardarlo, il ragazzo sentì che l’aria attorno a Khan si era caricata d’energia; era come se, rivolgendosi a Khan con tutta quella familiarità, l’uomo con la barba lo avesse fatto irritare. Di tutte le persone che Artyom conosceva, Khan era sicuramente quello che non avrebbe mai voluto fare infuriare. C’era anche il cacciatore, ma in lui il giovane aveva visto solamente una persona spietata e gli era impossibile immaginarlo arrabbiato; sarebbe stato in grado di uccidere qualcuno con la stessa espressione che avevano coloro che lavavano i funghi o producevano il tè.
“Ne abbiamo parlato e pensiamo che tu stia facendo di tutta l’erba un fascio. Ad esempio, per me non vale la pena andare fino alla Kitay-Gorod. Anche quei ragazzi non hanno intenzione di venire. Giusto, Semenych?”. L’uomo con la barba si voltò verso gli altri per trovare il supporto di cui aveva spasmodicamente bisogno. Qualcuno, tra la folla, annuì molto timidamente. “La maggior parte di noi era diretta alla Prospekt Mira, verso l’Hansa, finché non si è verificato quel fatto all’interno della galleria. Avevamo deciso di aspettare qui per poi continuare. Tanto non è rimasto niente, abbiamo bruciato le sue cose. E non cercare di ingannarci parlando dell’aria, non si tratta di peste polmonare. Se siamo stati infettati, lo siamo già, e non c’è più nulla da fare. È ancora più probabile che non vi sia stata proprio alcuna infezione, quindi tu e le tue proposte potete andarvene a quel paese e lasciarci in pace!”. L’uomo con la barba stava prendendo fin troppa confidenza.
Artyom rimase un po’ spiazzato da questo attacco; diede un’occhiata al suo compagno e comprese subito che l’uomo si era messo nei guai. Riusciva a percepire quella fiamma ardente negli occhi di Khan, mentre il suo potere e la sua malignità selvaggia gli provocarono un brivido; Artyom sentì che i capelli gli si rizzarono sulla testa, mentre provava il bisogno inumano di mostrare i denti e ringhiare.
“E allora perché lo avete ucciso se, dopotutto, non vi era alcuna infezione?”, insinuò Khan, con voce volutamente sommessa.
“È la profilassi!”, ribatté l’uomo con uno sguardo insolente.
“No, amico mio. Questa non è medicina, è stato un crimine. Ma mi domando: cosa vi ha dato il diritto di fare una cosa del genere?”
“Non chiamarmi amico! Non sono il tuo cagnolino, capito?”, grugnì l’uomo con la barba. “Cosa mi ha dato il diritto di fare una cosa del genere? Il diritto del più forte! Non ne hai mai sentito parlare? E dire che non sei nemmeno... Potremmo fare lo stesso anche con il tuo trovatello! Sarebbe la profilassi, capito?”. Con un gesto che Artyom già conosceva, aprì il panciotto e mise una mano sulla fondina.
Questa volta Khan non riuscì a trattenere Artyom e l’uomo con la barba si ritrovò direttamente nel mirino della mitragliatrice del ragazzo, prima ancora di riuscire ad aprire la fondina. Artyom ansimava e riusciva a sentire il cuore e il sangue che gli pulsavano nelle tempie. Nella sua testa non trovava un solo pensiero ragionevole, però sapeva una cosa: se l’uomo con la barba avesse aggiunto una parola, oppure se fosse riuscito a impugnare la pistola, lui avrebbe immediatamente premuto il grilletto. Artyom non aveva intenzione di morire come quel poveretto, non avrebbe permesso al branco di ridurre a brandelli anche lui.
Il tizio con la barba rimase di stucco, la cattiveria permeava i suoi occhi scuri. A quel punto accadde qualcosa di incomprensibile. Khan fece un gran passo in avanti, guardò l’uomo dritto negli occhi e disse, tranquillamente: “Smettila. Ora obbedirai a me, oppure morirai”.
Lo sguardo minaccioso dell’uomo con la barba scomparve all’istante; le braccia gli ciondolavano ai lati del corpo, impotenti. Tutta questa scena era talmente innaturale che Artyom fu subito sicuro che non era stata la sua mitragliatrice, ma le parole di Khan ad avere quell’effetto sull’uomo.
“Non mettere mai in discussione i diritti del più forte, sei troppo debole per farlo”, aggiunse Khan, che poi tornò al fianco di Artyom, senza nemmeno disarmare l’uomo.
Quest’ultimo se ne stava ancora impietrito e si guardava intorno. Gli altri aspettavano di sentire cos’altro avrebbe detto Khan, che era riuscito a riprendere il controllo della situazione.
“La questione è chiusa. Vedo che abbiamo raggiunto l’unanimità. Partiremo tra quindici minuti”. Si voltò verso Artyom e aggiunse: “Avevi detto persone? No, amico mio. Queste sono bestie. Sono un branco di sciacalli e si stavano preparando a distruggere anche noi. Però si sono dimenticati un piccolo particolare: loro sono sciacalli, ma io sono un lupo. Vi sono stazioni in cui mi conoscono solo con questo nome”, aggiunse prima di celare nuovamente il viso nell’ombra.
Artyom non parlò, esterrefatto da ciò che aveva visto. Finalmente capì a cosa somigliava tanto Khan.
“Tu, però, sei un lupacchiotto”, aggiunse il suo protettore dopo un momento, senza voltarsi, anche se il ragazzo riuscì a sentire un’inflessione affettuosa nella sua voce.