Metro 2033 – Capitolo 5

CAPITOLO 5 : IN CAMBIO DI CARTUCCE


Non riuscì a dormire molto. In realtà Artyom non aveva bisogno di fare i bagagli perché non li aveva mai disfatti, non aveva avuto ragione di farlo. L’unico dettaglio che non riusciva a definire era il modo in cui avrebbe portato la mitragliatrice fuori dalla stazione senza che venisse notata o che attirasse l’attenzione. Gli avevano assegnato un pesante mitra calibro 7.62 con il calcio in legno. Le carovane della VDNKh venivano sempre mandate alle stazioni più vicine con queste armi ingombranti.
Artyom era sdraiato con la testa nascosta nella coperta e non rispondeva alle domande scettiche di Zhenya: “Perché te ne stai lì a dormire? Ci hanno dedicato una così bella festa... per caso non ti senti bene?”. L’interno della tenda era caldo e umido e stare sotto le coperte era un supplizio. Il sonno non arrivava e, quando finalmente riuscì a chiudere occhio, sogni inquietanti e confusi lo disturbarono, come se vi assistesse attraverso un vetro opaco. Stava correndo da qualche parte, parlando con una persona senza volto, poi stava correndo di nuovo...
Fu Zhenya a svegliarlo, gli scuoteva la spalla e gli sussurrava: “Artyom... È arrivato un tizio per te... Sei nei guai?”, gli chiese cauto. “Vuoi che svegli gli altri e...?”
“No, va tutto bene. Chiacchiereremo un po’. Continua a dormire, Zhenya. Torno tra un attimo”. Artyom sembrava calmo mentre indossava gli stivali e aspettava che l’amico tornasse a letto. Fece attenzione a non fare troppo rumore mentre trascinava all’esterno il suo zaino e prendeva la mitragliatrice. In quel momento Zhenya, avendo udito il metallo muoversi, lo apostrofò nuovamente: “E ora che succede? Sei sicuro che sia tutto a posto?”
Per toglierselo di torno, Artyom gli dovette mentire: aveva avuto una discussione con quel tizio e doveva dirgliene quattro, ma tutto sarebbe andato per il verso giusto.
“Bugiardo”, lo contraddisse Zhenya. “Ok, quando devo cominciare a preoccuparmi?”
“Tra un anno”, borbottò Artyom sperando che l’amico non lo sentisse. Poi spostò il lembo della tenda e uscì sulla piattaforma.
“Ragazzo, facciamo tardi!”, ringhiò Bourbon. Indossava gli stessi abiti di qualche ora prima, solo che adesso portava in spalla un grande zaino. “Dannazione! Hai intenzione di portarti in giro un peso del genere, attraversare gli sbarramenti con quel coso?”, chiese l’uomo quasi disgustato, indicando la mitragliatrice di Artyom, anche se, per quanto il ragazzo aveva visto, Bourbon non era nemmeno armato.
Le luci della stazione si stavano affievolendo. Sulla piattaforma non c’era anima viva, erano tutti andati a dormire esausti, dopo la festa. Artyom cercò di procedere il più velocemente possibile, perché temeva di imbattersi in qualcuno del suo gruppo, ma in prossimità dell’entrata della galleria, Bourbon lo bloccò e gli ordinò di rallentare il passo. I pattugliatori li notarono e, da lontano, gli chiesero dove avessero intenzione di andare nel bel mezzo della notte. Bourbon si rivolse a loro chiamandoli per nome e gli spiegò che avevano degli affari da sbrigare.
Quindi l’uomo accese la torcia: “Ascoltami bene”, lo avvisò. “Ci saranno guardie al centesimo e al duecentesimo metro. Tu devi sono startene zitto. Me la caverò io con loro. Peccato che tu abbia un Kalashnikov che sembra quello di mia nonna... non riuscirai a nasconderlo... Dove lo hai recuperato, un affare del genere?”
Al centesimo metro procedette tutto senza intoppi. C’era un piccolo fuoco che si stava ormai spegnendo, attorno al quale sedevano due sentinelle in abiti mimetici. Uno dei due stava dormendo, mentre l’altro strinse la mano a Bourbon in modo amichevole.
“Affari? Capisco...”, sorrise malizioso. Bourbon non proferì parola finché non raggiunsero il duecentocinquantesimo metro. Marciava svogliato, sembrava quasi infuriato e aveva un’espressione antipatica. Artyom stava cominciando a pentirsi di averlo seguito. Camminava qualche passo indietro rispetto a Bourbon e intanto controllava che la mitragliatrice fosse in ordine e teneva il dito sul grilletto.
All’ultimo posto di guardia si stavano verificando dei ritardi: forse Bourbon non conosceva bene i pattugliatori oppure erano loro a sapere fin troppo bene chi avevano di fronte. Il responsabile lo prese da parte e gli fece mettere lo zaino vicino al fuoco mentre lo interrogava. Anche Artyom, che si sentiva uno sciocco, se ne stava vicino al fuoco a rispondere alle domande dell’ufficiale capo. Era chiaro che fossero annoiati e che non avessero niente di meglio da fare. Artyom stesso sapeva che se l’ufficiale capo si metteva a chiacchierare volentieri, allora significava che allo sbarramento tutto procedeva come previsto. Altrimenti, se di recente era accaduto qualcosa di strano, se qualcosa li aveva assaliti dai recessi della galleria, oppure se qualcuno aveva cercato di irrompere da sud, o se ancora avevano udito un rumore sospetto, allora le guardie sarebbero rimaste silenziose attorno al fuoco, senza spiccicare parola, con gli occhi fissi sulla galleria. Sembrava che non fosse accaduto nulla di particolare e che quindi potessero raggiungere almeno la Prospekt Mira senza grossi problemi.
“Non sembri di queste parti. Vieni dall’Alekseevskaya?”
L’ufficiale capo stava cercando di estorcere informazioni da Artyom, mentre lo guardava fisso in faccia.
Ma, dato che Bourbon gli aveva imposto di starsene quieto e di non rivolgere la parola a nessuno, Artyom balbettò qualcosa che poteva essere interpretato in diversi modi, lasciando libera interpretazione all’uomo che aveva di fronte. Quest’ultimo aveva compreso che non sarebbe riuscito a ottenere risposte utili, perciò si voltò verso il suo compagno e, con lui, cominciarono a scambiarsi opinioni su una storia raccontata da un certo Mikhail, che qualche giorno prima stava cercando di concludere degli affari alla Prospekt Mira, ma aveva avuto qualche difficoltà con l’amministrazione della stazione. Sollevato che si fossero stancati di interrogarlo, Artyom rimase accanto al fuoco e prese a fissare la galleria meridionale attraverso le fiamme: pareva la stessa enorme galleria infinita che c’era alla VDNKh e che procedeva verso nord, nella quale poco tempo prima era stato seduto di pattuglia vicino al fuoco del quattrocentocinquantesimo metro.
Non sembrava particolarmente diversa. Però aveva una sua tipicità: un odore peculiare che si diffondeva dalle ventole, oppure aveva un’anima tutta sua, un’aura, che le conferiva una certa individualità e la rendeva diversa da tutte le altre. Ad Artyom tornarono alla mente le parole del patrigno: “Nella Metro non esistono due gallerie identiche...”. Sukhoi aveva una sensibilità molto speciale, era uno dei pochi a possederla ed era riuscito a svilupparla negli anni grazie ai numerosissimi viaggi intrapresi. Il patrigno sosteneva si trattasse di “ascoltare la galleria”; lui andava molto orgoglioso di una simile capacità e spesso, nei suoi discorsi, rivelava ad Artyom di essere riuscito a sopravvivere grazie a questo “sesto” senso. Molti altri uomini, sebbene avessero percorso la Metro in lungo e in largo, non potevano avvalersi di un dono del genere. Taluni avevano sviluppato una paura inesplicabile, mentre altri avvertivano voci, rumori e pian piano scivolavano verso la pazzia. Malgrado ciò, tutti concordavano che anche quando in una galleria non c’era anima viva, non era mai completamente vuota: vi era qualcosa di invisibile e quasi intangibile che gocciolava viscido al suo interno, la riempiva, come se fosse il sangue freddo e pesante all’interno delle vene di un leviatano di pietra.
Il discorso dell’ufficiale capo stava sfumando mentre Artyom cercava invano di vedere qualcosa nell’oscurità che si ammassava velocemente a qualche metro dal fuoco. Cominciò a comprendere il significato delle parole del patrigno quando gli diceva di “ascoltare la galleria”. Il ragazzo sapeva che al di là di quel confine indistinto, segnato dalle fiamme del fuoco, in cui la luce color porpora si mescolava alle ombre tremanti, vi erano altre persone, anche se in quel momento quasi non riusciva a crederci. Sembrava che la vita si interrompesse a qualche metro dalla luce emessa dal fuoco, che di fronte a loro non ci fosse nulla, tranne un vuoto oscuro e mortale, che rispondeva a un urlo con l’illusione di un’eco sorda.
Ma se si stava lì seduti per un po’, coprendosi le orecchie con le mani, se non si cercava di arrivare con la vista fino ai recessi della galleria come per cercare qualcosa; se invece si tentava di dissolvere il proprio sguardo nell’oscurità, di fondersi con la galleria e diventare parte del leviatano, una cellula del suo organismo... attraverso le dita che escludevano i suoni del mondo esterno, una flebile melodia fluiva dal condotto uditivo direttamente verso il cervello: era un suono soprannaturale che arrivava diretto dalle profondità, indistinto e incomprensibile. Non era come quel rumore inquietante e incalzante che fuoriusciva dal tubo rotto della galleria tra l’Alekseevskaya e la Rizhskaya. No, era diverso, chiaro e profondo...
Gli sembrava di potersi immergere per un po’ nella tranquillità di questa melodia, in modo da comprendere l’essenza del fenomeno, non grazie alla ragione, ma all’intuito che molto probabilmente era stato risvegliato dal rumore del tubo rotto. Proprio quel suono gli sembrava avesse la stessa consistenza dell’etere e che avanza lentamente lungo la galleria. Ma ritrovandosi all’interno del tubo era marcito, era stato infettato da qualcosa che lo faceva ribollire nervosamente... e quando la pressione si era fatta insopportabile, la tubatura era esplosa. Così il materiale in decomposizione fuoriusciva dal tubo verso il mondo, portando con sé la sua tristezza e causando negli esseri viventi dapprima un senso di nausea, poi la follia più completa.
Fu così che Artyom si sentì sul punto di ricevere un’importantissima rivelazione, come se nell’ultima ora passata a vagabondare per la più buia oscurità delle galleria, la sua coscienza si fosse risvegliata e gli permettesse di intravvedere la soluzione a questo grande mistero, che ancora imbrigliava tutti gli esseri razionali e impediva loro di comprendere la vera natura del mondo sotterraneo, scavato nelle viscere della terra dalle generazioni precedenti.
Constatando ciò, Artyom si spaventò: era riuscito a dare solo un’occhiata attraverso la serratura della porta dietro la quale quella spiegazione veniva tenuta al sicuro, aveva sperato di scoprire cosa ci fosse al di là, ma aveva visto solo una luce insopportabile che lo accecava. Se avesse aperto la porta, quella stessa luce sarebbe sgorgata fuori, irrefrenabile, e avrebbe incenerito l’audace che aveva varcato l’uscio proibito. Tuttavia, la luce era la conoscenza.
Il turbinio di questi pensieri, delle sensazioni e delle preoccupazioni colpì il ragazzo in maniera inaspettata: non era ancora pronto a una scoperta del genere e così ebbe paura. No, era tutto frutto della sua fantasia, non aveva sentito niente, non c’era alcuna verità rivelata: era tutto uno scherzo della sua immaginazione. Si sentiva sollevato e deluso, cercava di capire in che modo, per un istante, gli si fosse manifestata un’incredibile e indescrivibile visione, che però aveva subito perso vigore, sciogliendosi nella sua mente, già tornata la solita foschia fangosa. Temeva la conoscenza e arretrava, ma la porta era stata chiusa, forse per sempre. L’uragano nella sua testa si era disperso così come era arrivato, e lo aveva lasciato devastato, esausto.
Artyom era scosso mentre cercava di comprendere dove terminava la fantasia e cominciava la realtà. Si ritrovò anche a pensare se aveva provato realmente tutte quelle sensazioni. Lenta, la sua anima si era riempita di amarezza: si trovava a un passo dall’illuminazione, ma non era stato abbastanza risoluto, non aveva osato diventare tutt’uno con l’etere della galleria, e ora avrebbe dovuto continuare a vagabondare nell’oscurità per il resto della sua vita perché quella volta aveva avuto troppa paura di osservare l’autentica luce della conoscenza.
Si continuava a chiedere: “Cos’è la conoscenza?”, cercando di valorizzare ciò che, come un avventato codardo, si era appena rifiutato di vedere. Preso dal vortice dei suoi pensieri, non aveva notato di pronunciare, per diverse volte, le parole ad alta voce.
“La conoscenza, amico mio, è la luce. Al contrario, l’ignoranza è l’oscurità più assoluta!”, gli spiegò con entusiasmo uno degli ufficiali capo. “Giusto?”, e allegro, fece l’occhiolino ai suoi amici.
Artyom era scioccato, continuava a fissare l’uomo; rimase in quella posizione per un po’, fino al ritorno di Bourbon che gli ordinò di alzarsi e salutò gli ufficiali, aggiungendo che erano ormai in ritardo.
“Fai attenzione!”, lo minacciò il comandante dello sbarramento. “Ti lascio proseguire con la tua arma”, e indicò la mitragliatrice di Artyom. “Ma, con quella, non potrai tornare indietro. Ho istruzioni particolari a riguardo”.
“Te l’avevo detto, zuccone...”, sibilò Bourbon irritato, mentre si allontanavano velocemente dal fuoco. “Potrai fare tutto ciò che vuoi sulla via del ritorno, ma ti ritroverai ad affrontarli in battaglia. A me non importa, io lo sapevo, sapevo che sarebbe andata così, dannazione!”
Artyom non rispose, quasi non sentiva i rimproveri di Bourbon, poiché si era improvvisamente ricordato quello che aveva aggiunto il patrigno quella volta che gli stava spiegando il perché ciascuna galleria è unica: in ognuna di esse scorre una melodia che non ha uguali, ma si può sempre imparare ad ascoltarla. Forse Sukhoi intendeva solo abbellire il suo discorso ma, ricordando ciò che Artyom aveva provato mentre era seduto vicino al fuoco qualche momento prima, capì di aver ascoltato proprio quella melodia. L’aveva sentita davvero, l’aveva ascoltata! Era la melodia di quella galleria. Ciononostante, il ricordo dell’accaduto stava velocemente sfumando e, mezz’ora più tardi, Artyom non era nemmeno sicuro che fosse davvero successo, che non lo avesse solo immaginato e che non si fosse trattato dell’aria che giocava con le fiamme del fuoco da campo.
“Ok, è probabile che tu non lo abbia fatto di proposito, ma dimmi, che diavolo hai al posto del cervello?”, gli chiese Bourbon in segno di riappacificazione. “Se non sono gentile con te... beh, mi devi scusare. Ma questo è un lavoro molto stressante. Stavolta non ci è accaduto nulla, quindi va bene così. Ora dobbiamo cercare di arrivare fino alla Prospekt Mira senza essere fermati da nessuno. Poi laggiù potremo rilassarci per un po’. Se tutto va bene non ci vorrà molto. Dopodiché potremmo avere dei problemi”.
“Va bene se procediamo così? Quando organizziamo le carovane dalla VDNKh, se si offrono meno di tre persone non partiamo, perché è necessario avere una retroguardia...”, mentre Artyom pronunciava queste parole, si guardava alle spalle.
“Beh, ovviamente la carovana ha i suoi pro, con la retroguardia e il resto...”, spiegò Bourbon. “Ma c’è anche un importante contro. Io una volta avevo molta paura e non mi muovevo in gruppi in cui c’erano meno di cinque uomini, altro che tre! Pensi che ci fosse d’aiuto? Non serve proprio a niente. Ci è capitato di trasportare un carico, quindi necessitavamo di protezione: due davanti, tre al centro e una retroguardia, tutto come da manuale. Stavamo andando dalla Tretyakovskaya a... come si chiama... quella che era denominata Marxistskaya. In quella galleria non c’erano problemi. Ma c’era un particolare che non avevo colto subito, un certo deperimento... e poi c’era la nebbia. Non si vedeva un accidenti, nemmeno a un palmo dal naso e le torce quasi non servivano a niente. Quindi decidemmo di legare una corda alla cintura della retroguardia, farla passare in quella di uno degli uomini che stava al centro e infine in quella del comandante in testa al gruppo, in modo che nessuno si perdesse nella nebbia. Procedevamo a passo normale e tutto stava andando per il verso giusto, non c’era bisogno di affrettarsi. Toccando ferro, non avevamo ancora incontrato nessuno e mancavano circa quaranta minuti per arrivare a destinazione... anche se alla fine impiegammo molto meno tempo...”, affermò con una punta d’ironia, poi non aggiunse niente per un po’. “Circa a metà strada, un tizio chiamato Tolyan pose una domanda alla retroguardia. Ma l’uomo in ultima posizione non rispose. Tolyan attese e ripeté la domanda. Il nulla più assoluto. A quel punto, Tolyan si decise a tirare la corda che portava al compagno, finché non ne apparve la fine: era stata tranciata da un morso. Sul serio! Dalla corda gocciolava una sostanza umida e viscida ... La sentinella non c’era e noi non avevamo sentito niente, io ero proprio lì, con Tolyan, che mi mostrò il capo della fune. Mi sentii gelare il sangue. Ovviamente provammo a urlare il suo nome, giusto per sicurezza, ma non ci fu reazione, perché non c’era più nessuno che ci poteva rispondere. Fu così che ci guardammo dritti in faccia e cominciammo ad avanzare veloci. Arrivammo alla Marxistskaya in un batter d’occhio”.
“Forse quel tizio vi ha fatto uno scherzo?”, lo rimbrottò Artyom, con un filo di speranza nella voce.
“Uno scherzo? Da allora nessuno lo ha più visto. Dopo questo avvenimento, ho capito che se è arrivato il tuo momento, è il tuo momento e basta e una sentinella in più non ti può salvare la vita, ma solo condurti più lentamente alla morte. Viaggio sempre in compagnia di un altro uomo, eccetto in una galleria, dalla Sukharevskaya alla Turgenevskaya, ma lì è diverso. Se succede qualcosa ti trascinano fuori, il più velocemente possibile. Capito?”
“Sì, ho capito. Credi che ci permetteranno di entrare alla Prospekt Mira? Ho ancora questo affare...”. Artyom indicò la sua mitragliatrice.
“Ci ammetteranno alla radiale, ma non credo proprio che ci faranno passare dall’Anello. Armato di quel cannone, non hai speranza di accedere. Ma a noi non interessa, non dobbiamo stare da quelle parti per troppo tempo. Ci fermeremo per un po’ e poi continueremo il viaggio. Tu sei mai stato alla Prospekt Mira?”
“Una volta sola, quando ero molto piccolo. Poi non ci sono più tornato”, ammise Artyom.
“Allora conviene che ti racconti un po’ come funzionano le cose, laggiù. Non ci sono posti di guardia, non ne hanno bisogno, perché c’è il mercato e nessuno ci vive in pianta stabile, quindi va bene così. Ma c’è un passaggio che conduce all’Anello, quindi all’Hansa... È una stazione radiale che non appartiene a nessuno, ma vi sono dei pattugliatori dell’Hansa che mantengono il controllo. Per cui bisogna comportarsi bene, capito? Altrimenti ti mandano al diavolo e ti negano l’accesso a tutte le altre loro stazioni. Quando arriveremo laggiù, tu salirai sulla piattaforma e te ne starai lì tranquillo. E quel tuo catafalco...”, indicò con un cenno del capo la mitragliatrice di Artyom, “non andare a sbandierarlo in giro. Io... ho un affare da sbrigare con un tizio, quindi tu dovrai startene seduto e aspettarmi. Quando saremo alla Prospekt, dovremo capire come attraversare quel maledetto passaggio fino alla Sukharevskaya”.
Bourbon ammutolì nuovamente e Artyom ricominciò a meditare. In quel tratto, la galleria non era poi così male: il terreno era un po’ umido e lungo i binari correva, nella loro stessa direzione, un fiumiciattolo scuro. Qualche minuto dopo udirono dei fruscii e degli squittii, come se qualcuno stesse graffiando un vetro con un chiodo. Artyom fece una smorfia di disgusto. Gli animali non erano ancora visibili, ma lui percepiva già la loro presenza.
“Ratti!”. Artyom pronunciò quella orribile parola, mentre un brivido gli correva lungo la spina dorsale. Li vedeva ancora nei suoi incubi, sebbene i ricordi di quei terribili momenti oscuri, quando la madre e l’intera stazione annegarono nella fiumana di ratti, fossero quasi totalmente scomparsi dalla sua memoria. Ma erano spariti davvero? No, erano solo affondati, come un ago che non era stato estratto dalla carne e che continuava a penetrare più a fondo. Percorreva tutto l’organismo, perché il medico, non abbastanza esperto, lo aveva fatto sprofondare. All’inizio si sarebbe nascosto e sarebbe rimasto dov’era, ma poi una forza sconosciuta lo avrebbe rimesso in moto. Avrebbe danneggiato le arterie, i gangli nervosi, avrebbe lacerato gli organi vitali e condannato il suo ospite a un supplizio intollerabile.
Quel ricordo, la furia cieca e la crudeltà insaziabile delle bestie, le dolorose e profonde cicatrici che quell’ago d’acciaio aveva lasciato nel subconscio di Artyom lo disturbavano solo di notte. Ma se li vedeva, oppure se ne sentiva l’odore, provava una specie di scarica elettrica, che lo faceva fremere di riflesso. Per Artyom, per il suo patrigno e forse anche per gli altri quattro che quel giorno riuscirono a fuggire sul carrello, i ratti erano molto più che creature disgustose e spaventose. Alla VDNKh non c’era quasi più l’ombra di un ratto: le trappole erano ovunque ed era stato anche sparso in giro del veleno. Così Artyom si era disabituato alla vista dei topi. Ma brulicavano in tutto il resto della Metropolitana e lui se n’era quasi dimenticato o forse, nel momento in cui aveva deciso di intraprendere questo viaggio, aveva cercato di non pensarci.
“Che succede, ragazzo? Hai paura dei ratti?”, si informò Bourbon con malignità.
“Non ti piacciono? Ah! Come sei viziato! Ti ci abituerai. Sono ovunque... il che non è male, almeno sei sicuro di non morire di fame”, aggiunse facendogli l’occhiolino, mentre ad Artyom saliva un senso di nausea dalla bocca dello stomaco.
“Seriamente”, continuò Bourbon “È meglio cominciare a preoccuparsi quando non se ne vedono in giro: se non ci sono ratti significa che in quel luogo ci sono stati guai seri. Se poi non incontri nemmeno una persona, allora devi cominciare ad allarmarti sul serio. Ma sei i ratti corrono di qua e di là, allora è tutto normale. Ordinaria amministrazione, capito?”
Esistono diversi tipi di persone, ma Artyom sapeva benissimo di non voler condividere le proprie sofferenze con questo tipo, quindi annuì e non aggiunse altro. Gli animali non erano poi così numerosi, si allontanavano velocemente dalla luce delle torce e a malapena si riusciva a distinguerli nell’oscurità. Malgrado ciò, una delle bestie riuscì a finire sotto il piede di Artyom, il quale si accorse di avere pestato qualcosa di morbido e scivoloso, poi udì uno strillo acutissimo e penetrante. Perse l’equilibrio e quasi rovinò a faccia avanti insieme a tutto il suo equipaggiamento.
“Non temere, ragazzo. Non avere paura”, Bourbon cercò di tirarlo su di morale. “Potrebbe andarci peggio: in questo postaccio ci sono un paio di passaggi in cui sono dappertutto, tanto che bisogna camminare sui binari e più si cammina, più li si schiaccia”; sottolineò ciò che diceva con un grugnito meschino. Ad Artyom venne la pelle d’oca. Non aveva più detto niente, ma le sue mani si erano serrate a pugno. Quel Bourbon... lo avrebbe colpito volentieri!
Improvvisamente, cominciarono a udire un baccano indecifrabile che proveniva da lontano: Artyom si scordò subito dell’insulto, afferrò il calcio della sua arma automatica e rivolse a Bourbon uno sguardo inquisitorio.
“Non ti preoccupare, va tutto bene. Siamo quasi arrivati alla Prospekt”, lo rassicurò Bourbon dandogli dei colpetti condiscendenti sulla spalla.
Sebbene l’uomo avesse avvertito Artyom che non ci sarebbero stati posti di blocco alla Prospekt Mira, tutta questa situazione era molto strana per lui. Avrebbero raggiunto una nuova stazione senza prima vedere da lontano la debole fiamma di un fuoco che ne avrebbe indicato il confine, senza dover affrontare alcun ostacolo. Quando giunsero all’uscita della galleria, il frastuono si fece ancora più assordante e cominciò a intravvedersi il bagliore di una luce.
Infine, a sinistra, scorsero una scaletta di ferro e un ponticello che conduceva a livello della piattaforma. Gli scarponi di Bourbon fecero cigolare gli scalini di ferro; dopo qualche metro la galleria cominciò a girare a sinistra e ad ampliarsi: erano arrivati in stazione.
Vennero accolti da un raggio di luce bianca; dalla galleria non era visibile, ma di lato c’era un tavolinetto al quale sedeva un uomo che indossava una vecchia uniforme grigia, che Artyom non seppe riconoscere. Portava anche un berretto con visiera.
“Benvenuti”, li accolse, distogliendo la torcia dai loro visi. “Siete qui per commerciare o dovete solo transitare?”
Mentre Bourbon dichiarava il motivo della loro visita, Artyom diede un’occhiata alla stazione della Prospekt Mira davanti ai lui. Sulla piattaforma, lungo i passaggi, regnava la penombra, ma vi erano anche degli archi illuminati dall’interno da una fioca luce giallognola. Vedendola, Artyom provò un’inaspettata stretta al cuore. Voleva sbrigare le formalità il prima possibile e curiosare per tutta la stazione, tra gli archi, nel punto da cui proveniva quella luce così familiare e confortante che quasi lo faceva star male. Artyom sapeva di non aver mai visto niente di tutto ciò, tuttavia, la vista di quel bagliore fece riaffiorare il suo passato più lontano. D’improvviso gli apparve una strana immagine: una casetta inondata da una luce calda e giallognola, una donna semi sdraiata su un’ampia ottomana che leggeva un libro. Non si riusciva a scorgere il suo viso contro la carta da parati color pastello e il rettangolo blu della finestra. La visione gli si stagliò davanti agli occhi, ma si dissolse un secondo dopo, lasciandolo confuso e allo stesso tempo emozionato. Cosa aveva appena visto? Forse la luce della stazione aveva rischiarato un’immagine della sua infanzia che si era nascosta nei recessi del suo subconscio? Forse la giovane donna che leggeva tranquillamente il libro sul divano spazioso e confortevole era sua madre?
Impaziente, Artyom porse il passaporto all’ufficiale dello sbarramento, dopo aver acconsentito a lasciare la sua mitragliatrice nel magazzino della stazione per tutta la durata della loro visita, malgrado l’opinione contraria di Bourbon. A quel punto, Artyom percorse la piattaforma di fretta, attirato come una falena dalla luce visibile dietro una colonna, che preannunciava il frastuono di un bazar.
La Prospekt Mira era diversa dalla VDNKh, dall’Alekseevskaya e dalla Rizhskaya. Godere della ricchezza dell’Hansa aveva significato avere un’illuminazione migliore rispetto alle luci di emergenza che rischiaravano le altre stazioni che Artyom aveva visitato fino a quel momento. Non si trattava nemmeno delle stesse lampade che illuminavano la Metro in passato, al contrario la luce che emettevano era debole e soffusa. Ogni sei metri circa, una di queste lampadine pendeva dal soffitto e veniva collegata a quella precedente e a quella successiva da un cavo, che percorreva l’intera stazione. Ma Artyom, che era abituato al torbido chiarore rosso delle luci di emergenza, a quello inattendibile dei fuochi e al fievole bagliore delle piccole torce usate all’interno delle tende, era totalmente estraneo alla luce di questa stazione. Questo stesso splendore aveva rischiarato anche la sua infanzia, quando la vita veniva ancora condotta in superficie, per questo motivo il ragazzo era affascinato dall’intravvedere nella sua mente un’immagine che per lui aveva smesso di esistere moltissimo tempo prima. Quindi, quando giunse nella parte illuminata della stazione, Artyom non si diresse verso le file di commercianti, come facevano tutti gli altri, ma poggiò la schiena a una colonna e, coprendosi in parte gli occhi con la mano, si mise a osservare le lampade, una dopo l’altra, finché gli occhi non cominciarono a dolergli.
“Sei completamente impazzito? Perché te ne stai qui a fissarle così? Vuoi perdere la vista? Così diventerai cieco come una talpa e non mi servirai più a niente!”. La voce di Bourbon risuono nelle orecchie di Artyom. “Sei totalmente pazzo: hai dato loro quel tuo marchingegno! Puoi anche andare a farti un giro... e parlare con le lampade, magari hanno storie interessanti da raccontarti!”
Artyom gli lanciò un’occhiataccia ostile, ma gli obbedì.
La stazione non era sovraffollata, ma le poche persone che c’erano commerciavano, chiamavano, chiedevano, cercavano di urlare più forte dei loro vicini e parlavano a voce talmente alta che Artyom comprese perché, ancora prima di entrare in stazione, si sentisse tutto quel fracasso. Su entrambi i binari poggiavano i resti dei treni, mentre alcuni vagoni erano stati trasformati in alloggi. Lungo la piattaforma erano state sistemate due file di vassoi sui quali erano in bella vista diversi utensili, alcuni in file ordinate, altri alla rinfusa. Da un lato della stazione c’era uno sbarramento di metallo in prossimità di quella che era stata l’uscita verso la superficie, mentre dall’altro c’erano dei sacchi grigi, tutti in fila, che indicavano chiaramente le posizioni della linea di fuoco. Sul soffitto era appeso uno stendardo stranamente bianchissimo, sul quale era stato dipinto un cerchio marrone, il simbolo dell’Anello. Oltre la linea di fuoco vi erano quattro scale mobili che conducevano proprio all’Anello ed era in quel punto che cominciava il territorio della potente Hansa, proibito agli stranieri. Le guardie di frontiera al di là della recinzione, insieme alla solita tuta mimetica, indossavano un soprabito impermeabile, entrambi insolitamente grigi.
“Per quale motivo portano una mimetica grigia?”, domandò Artyom a Bourbon.
“Semplicemente perché sono dei maiali”, rispose quello sprezzante. “Ora va’ avanti a dare un’occhiata, io devo sbrigare i miei affari proprio qui”.
Non c’era nulla che interessasse particolarmente Artyom, solo tè, salsicce, batterie per le lampade, giacche e soprabiti fatti di pelle di maiale, alcuni libri malconci, la maggior parte dei quali pornografici, oltre a bottiglie da mezzo litro il cui contenuto era sospetto, mentre sulle etichette storte stato scritto “vodka fatta in casa”. Era vero: nessuno dei commercianti vendeva droga, che in passato si poteva trovare praticamente ovunque. Persino il modesto ometto scarno dagli occhi umidi che vendeva quel dubbio liquore, quando Artyom gli domandò se avesse un po’ di “roba”, gli intimò di andare al diavolo.
Tra gli altri, c’era anche un commerciante che vendeva legna da ardere: piccoli tronchi nodosi e rami che qualche stalker aveva recuperato dalla superficie. Si diceva che bruciassero molto a lungo e che facessero poco fumo. Le poco sonanti cartucce per i Kalashnikov erano la valuta corrente per gli acquisti. Cento grammi di tè venivano cinque cartucce, un pacco di salsicce ne costava quindici, mentre chiedevano venti cartucce per una bottiglia di quel liquore fatto in casa. Le chiamavano affettuosamente “pallottoline”: “Amico, guarda che bella giacca... costa anche pochissimo, solo trenta pallottoline ed è tua. Ok, d’accordo, se te la lascio a venticinque la compri?”
Osservando le file ordinate di “pallottoline” sui banconi, Artyom ricordò le parole del patrigno: “Una volta ho letto da qualche parte che Kalashnikov andava molto fiero della sua invenzione, per il fatto che la sua arma automatica era diventata la più famosa in tutto il mondo. Sosteneva di essere molto felice perché, grazie a questo dispositivo, i confini della sua terra natia venivano costantemente tenuti al sicuro. Però, io credo che se avessi inventato un aggeggio del genere sarei impazzito: il solo pensiero che la maggior parte degli omicidi sarebbero stati perpetrarti proprio grazie a ciò che avevo inventato mi fa rabbrividire! È anche peggio che essere l’inventore della ghigliottina”.
Una cartuccia, un’uccisione. La vita di qualcuno... spezzata. Cento grammi di tè costavano cinque vite umane. Un pacchetto di salsicce? A buon mercato! Solo quindici vite. Una giacca di pelle di ottima qualità, scontata solo per oggi, costa venticinque vite, così ne risparmiamo cinque. Lo scambio giornaliero a questo mercato era calcolabile nelle vite umane degli abitanti della Metropolitana.
“Hai trovato qualcosa?”, si informò Bourbon raggiungendolo.
“No, niente di interessante”, ribatté Artyom, quasi senza ascoltarlo.
“Sì, hai ragione! È pieno di cianfrusaglie. Ma... ragazzo mio! Una volta questa stazione era l’unico posto in tutta la dannatissima Metropolitana dove si poteva trovare qualunque cosa si desiderasse. Si faceva a gara per aggiudicarsi di tutto: armi, narcotici, donne, documenti falsi...”, sospirò sognante Bourbon. “Ma questi imbecilli”, fece un cenno diretto alla bandiera dell’Hansa, “lo hanno trasformato in un asilo: non puoi fare questo né quello... Va bene, ora andiamo a recuperare la tua palla al piede, dobbiamo continuare il nostro viaggio”.
Così dicendo, andarono a riprendere la mitragliatrice di Artyom, poi si sedettero per un momento su una panchina di pietra, prima di accedere alla galleria meridionale. Bourbon aveva scelto quel punto un oscuro proprio per fare in modo che i loro occhi si abituassero alla luce più flebile.
“Ok, questo è quanto: io non garantisco niente. Non ho mai provato ad attraversare questa galleria e, in caso di guai, non so come reagirò. Ovviamente tocchiamo ferro, ma se ci troviamo a dover affrontare qualcosa... Beh, se comincio a piagnucolare o divento improvvisamente sordo non dovrebbero esserci problemi. Per quanto ne so, è sempre diverso. I nostri ragazzi non sono riusciti a ritornare alla Prospekt. Penso che non siano arrivati lontano, quindi oggi potremmo anche trovarli da qualche parte. Preparati, perché mi sembra che tu sia un po’ debole di stomaco... e se io comincio a non vederci più dalla rabbia, ti farò tacere con la forza. È proprio questo il problema, capisci? Non so cosa farci... Beh, d’accordo...”. Dopo tutte queste esitazioni, finalmente Bourbon si decise: “Mi sembri un tipo a posto, non sei di quelli che se ne vanno in giro a sparare agli altri nella schiena. Perciò, durante questa traversata ti affido la mia pistola. Fai molta attenzione”, avvertì Artyom guardandolo fisso negli occhi: “Non fare scherzi. Io non ho un gran senso dell’umorismo”.
Fece cadere qualche straccio dallo zaino, dai quali estrasse una mitragliatrice avvolta in un involucro di plastica. Anche questo era un Kalashnikov, ma era più piccolo, come quelli in dotazione alle guardie di confine dell’Hansa; il calcio era articolato e corto, al contrario di quello dell’arma di Artyom.
Bourbon estrasse il caricatore al suo interno e lo rimise nello zaino, posandoci sopra gli stracci.
“Prendi questo”, diede l’arma ad Artyom. “Non riporla per nessun motivo, potrebbe esserti utile. Anche se il passaggio ha un aspetto tranquillo...”. Bourbon non terminò la frase e saltò giù, sul sentiero. “Ok, andiamo: prima partiamo, prima arriviamo”.
Fu terribile. Artyom era consapevole che durante il viaggio dalla VDNKh alla Rizhskaya sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa, ma per lo meno la gente percorreva quella galleria avanti e indietro tutti i giorni e lui sapeva che verso sud vi erano stazioni abitate, dove erano attesi. Quel tragitto era stato poco piacevole come tutte le volte in cui si doveva lasciare un luogo illuminato e tranquillo. Persino durante la traversata della galleria dalla Rizhskaya alla Prospekt Mira, nonostante i suoi dubbi, si era svagato pensando che davanti a lui vi era una stazione dell’Hansa, cioè un luogo dove si sarebbe potuto riposare in tutta sicurezza.
Ma qui la situazione era terrificante. La galleria davanti ai loro occhi era completamente buia: vi regnava un’oscurità assoluta, totale; era talmente fitta che si poteva persino toccare. Porosa come una spugna, assorbiva avidamente i raggi delle loro torce che erano a malapena sufficienti per illuminare lo spazio mezzo metro davanti a loro. Tendendo le orecchie fino al limite, Artyom cercò di distinguere anche il più piccolo germe di quel rumore strano e doloroso, ma invano. Proprio come la luce, anche i suoni faticavano a penetrare quell’oscurità. Persino il tonfo netto degli scarponi di Bourbon risuonava fiacco e sordo.
Sulla parete di destra apparve un varco: il raggio della torcia venne inghiottito da quel punto oscuro e Artyom non comprese subito che si trattava di un semplice passaggio laterale della galleria principale. Guardò Bourbon con fare interrogatorio.
“Non ti preoccupare, qui una volta c’era un passaggio di trasferimento”, gli spiegò “Per fare in modo che i treni passassero direttamente sull’Anello senza dover transitare dalle altre stazioni. Ma quelli dell’Hansa lo hanno riempito, non sono degli stupidi. Non lascerebbero mai aperta una galleria di questo tipo, soprattutto se arriva dritta nel loro territorio...”
Dopo quelle parole, proseguirono taciturni per un tratto piuttosto lungo, ma il silenzio si stava facendo talmente oppressivo che Artyom non riusciva più a sopportarlo.
“Senti un po’, Bourbon”, si rivolse all’uomo, per cercare di dissipare le allucinazioni. “È vero che, non molto tempo fa, dei brutali assassini hanno attacco una carovana proprio da queste parti?”
Bourbon non rispose subito e Artyom suppose che non avesse sentito bene la domanda. Stava per ripetergliela, quando Bourbon rispose: “Ne ho sentito parlare. Ma io non c’ero, quindi non posso esserne sicuro”.
Le sue parole causarono uno strano rumore, quasi soffocato. Artyom riuscì appena a coglierne il senso, poiché faceva molta fatica a distinguere la frase che aveva appena sentito da un pensiero martellante: in questa galleria si faticava a sentire i rumori.
“Cosa? Nessuno ha visto niente? C’è una stazione a nord e una a sud, come può essere? Dove possono essere finiti?”, continuò, non perché fosse particolarmente interessato alla conversazione, ma solo per sentire la sua voce.
Passarono diversi minuti prima che Bourbon rispondesse; questa volta Artyom non volle mettergli fretta, perché l’eco delle parole appena pronunciate risuonava ancora nella sua testa ed era troppo impegnato ad ascoltarle.
“Si dice che vi sia una sorta di botola, che però è nascosta. Non è propriamente visibile. Non so quante possibilità ci siano che si riesca a vedere un passaggio del genere nell’oscurità...”, aggiunse Bourbon con quella che pareva una voce innaturalmente irritata.
Ci volle qualche minuto prima che Artyom ricordasse cosa stessero dicendo. Cercò con tutte le sue forze di riprendere il filo del discorso e di porre a Bourbon un’altra domanda, solo perché voleva continuare la conversazione, che per quanto impacciata e difficile fosse, gli stava risparmiando il silenzio totale.
“È sempre così buio qui dentro?”, fece Artyom, che si sentì ancora più spaventato, perché quelle ultime parole avevano prodotto un rumore tanto lieve che gli sembrava di avere qualcosa nelle orecchie che gli impedisse di sentire.
“Buio? Sì, sempre. È buio dappertutto. Sta giungendo... la grande oscurità... avvolge il mondo e... dominerà per sempre”, rispose Bourbon, intercalando strane pause.
“Dove l’hai letta? In un libro o...?”. Artyom notò che doveva fare un sforzo ancora maggiore per percepire il suono delle sue parole; nel frattempo comprese che il linguaggio di Bourbon era diverso, spaventoso... Tuttavia, Artyom non aveva abbastanza forza per sorprendersi.
“Un libro... Dobbiamo temere... le verità celate negli antichi... volumi in cui... le parole sono stampate in oro, su pagine... nero ardesia... dove rimarranno per sempre”. Bourbon pronunciò questa frase lentamente e Artyom rimase colpito dal fatto che l’uomo non si voltava più a parlargli, come aveva fatto fino a quel momento.
“Bellissima”, Artyom quasi urlò. “E questa da dove viene?”
“La bellezza... verrà deposta e distrutta, i... profeti soffocheranno, nel tentativo di formulare le loro premonizioni... per un giorno... il futuro sarà... più oscuro dei loro più tetri... timori e ciò a cui assisteranno... avvelenerà le loro menti...”, proseguì Bourbon tranquillo.
Improvvisamente si fermò e voltò il capo a sinistra, in maniera così netta che Artyom udì perfettamente il rumore delle sue vertebre; quindi guardò Artyom dritto negli occhi.
Artyom fece qualche passo indietro, cercando a tastoni la sua mitragliatrice, nel caso potesse servirgli. Bourbon lo guardava con gli occhi spalancati, le pupille contratte come capocchie di spillo, anche se nell’oscurità nero-pece della galleria sarebbero dovute essere dilatate al massimo, per cercare di cogliere più luce possibile. Il suo viso aveva un’espressione tranquilla ma innaturale, i muscoli non erano tesi, mentre il sorriso sdegnoso era scomparso dalle sue labbra.
“Sono morto”, affermò Bourbon. “Io non ho più tempo”.
E rigido come uno stoccafisso, cadde a faccia in giù.
A quel punto, le orecchie di Artyom percepirono il solito rumore terribile, solo che questa volta non si accresceva e non si amplificava gradualmente come nell’altra galleria. Lo udì all’improvviso, ad altissimo volume, tanto che lo stordì e lo fece cadere a terra. Qui il rumore era più forte e Artyom, sdraiato sul terreno, non riusciva a radunare le forze per rimettersi in piedi. Quando però riuscì a coprirsi le orecchie, come aveva fatto in precedenza, e a urlare con quanto fiato aveva in gola, si riprese e si alzò. Quindi raccolse la torcia caduta dalle mani di Bourbon e la fece passare sui muri, controllandoli febbrilmente, cercando il punto da cui provenisse il rumore, il tubo rotto. Ma le tubature erano intatte, mentre il rumore proveniva dall’alto.
Bourbon giaceva immobile, a faccia in giù, quando Artyom lo girò e notò che i suoi occhi erano ancora aperti. Si concentrò per ricordasi cosa bisognava fare in situazioni del genere, gli mise una mano sul polso e cercò di individuare il battito del cuore. Anche se fosse stato debole o incostante, doveva sentirlo... ma fu tutto inutile. Afferrò Bourbon per le mani e, grondando di sudore, trascinò il suo corpo, sempre più pesante: voleva portarlo lontano da quel luogo. Era terribilmente difficile, anche perché il ragazzo si era dimenticato di togliergli lo zaino dalle spalle.
Dopo una ventina di passi, Artyom inciampò in qualcosa di morbido, mentre il suo naso veniva colpito da un odore rivoltante, leggermente dolciastro. Così si ricordò delle parole di Bourbon: “Potremmo anche trovarli da qualche parte...”, e raddoppiò i suoi sforzi, cercando di non guardare dove metteva i piedi, superando i cadaveri sui binari.
Trascinò il suo compagno a lungo; la testa di Bourbon assumeva posizioni innaturali, senza vita, mentre le sue mani diventavano sempre più fredde e scivolavano da quelle sudate di Artyom. Non voleva accettarlo, non poteva. Doveva riuscire a portarlo fuori dalla galleria perché glielo aveva promesso, avevano un accordo!
Il rumore si stava gradualmente affievolendo e d’improvviso scomparve. Ritornò il silenzio letale di prima e, con enorme sollievo, il ragazzo si concesse una pausa e si sedette sui binari per riprendere fiato. Bourbon giaceva immobile di fianco a lui, mentre Artyom, disperato e con il fiato grosso, osservava la sua faccia pallida. Dopo cinque minuti circa si decise ad alzarsi, afferrò Bourbon per i polsi e riprese a camminare. Non pensava più a niente, era animato solo da una feroce determinazione: doveva trascinarlo fino alla stazione successiva.
Ma le sue gambe cedettero, non riuscì a stare in piedi e rimase sdraiato a terra per qualche minuto. Quando si riprese, afferrò Bourbon per il bavero: “Ci arriverò, ci arriverò, ci arriverò, ci arriverò, ciarriveròciarriveròciarriveròciarriverò...”, si rassicurava, sebbene non ci credesse nemmeno lui. Aveva perso tutte le forze, perciò afferrò la sua mitragliatrice, spostò la sicura perché l’arma sparasse colpi singoli; la puntò verso sud, ne esplose uno e urlò: “Gente!”
Tuttavia, l’ultimo rumore che sentì non era quello di una voce umana, ma il fruscio delle zampe di un ratto.
Chissà per quanto tempo era rimasto sdraiato lì, trattenendo Bourbon per il bavero, stringendo il manico della mitragliatrice, quando i suoi occhi intravvidero una luce. In piedi sopra di lui, un uomo piuttosto anziano, con una torcia in una mano e una strana pistola nell’altra, lo stava guardando.
“Mio giovane amico”, scandiva le parole con una voce piacevole e sonora. “Credo tu possa dimenticarti del tuo compagno. È morto stecchito. Vuoi startene qui e raggiungerlo nell’aldilà, oppure pensi che ti possa aspettare ancora per un po’?”
“Aiutami a portarlo fino in stazione”, lo pregò Artyom, debolissimo, coprendosi gli occhi per proteggersi dalla luce.
“Temo che non ci sarà possibile”, ribatté l’uomo acido. “Non desidero trasformare la stazione della Sukharevskaya in un cimitero, già è scomoda così com’è. Inoltre, se portiamo il cadavere fin laggiù, è improbabile che gli abitanti della stazione gli diano degna sepoltura. Che differenza corre tra lasciare che il corpo si decomponga qui oppure alla stazione, se l’anima immortale è già tornata al suo creatore? O se si reincarnerà? Non so quale religione professi, ma a mio parere, nessuna di esse ha completamente ragione”.
“Ma glielo avevo promesso...”, sospirò Artyom. “Avevamo un accordo...”
“Amico mio!”, lo sconosciuto aggrottò le sopracciglia. “Sto cominciando a perdere la pazienza. Le regole che mi sono imposto mi impediscono di aiutare i morti quando ci sono abbastanza vivi da salvare. Io sto tornando alla Sukharevskaya, ho vissuto troppo a lungo in questa galleria e ormai i reumatismi si fanno sentire. Se vuoi rincontrare il tuo compagno il prima possibile ti consiglio di rimanere qui: i ratti e le altre creature gentili ti aiuteranno. Ma se ciò che ti frena dal prendere una decisione è l’aspetto legale della questione, allora stai sicuro che il contratto viene rescisso se uno dei cofirmatari non si oppone”.
“Ma non posso abbandonarlo qui!”. Artyom cercava di convincere il suo soccorritore. “Era un essere vivente! Dobbiamo lasciarlo in pasto ai ratti?”
“Hai detto bene, era un essere vivente”, l’uomo ispezionò il corpo, scettico. “Ma ora è indubbio che sia un cadavere; le cose cambiano. Facciamo così: se vuoi possiamo tornare qui e accendere un falò per cremare il corpo, o qualsiasi altra cosa sei solito fare in queste circostanze. Ora alzati!”, gli ordinò e Artyom, riluttante, si rimise in piedi.
Nonostante le sue proteste, lo straniero quasi strappò lo zaino di Bourbon dalla sua schiena e se lo mise sulla spalla. Aiutando Artyom a procedere, si incamminò velocemente. All’inizio, il ragazzo faceva molta fatica a camminare, ma passo dopo passo sembrava che l’uomo, molto più anziano di lui, gli infondesse forza, grazie alla sua energia esuberante. Il dolore ai piedi si placò e pian piano riprese a pensare in maniera razionale. Osservava il viso del suo soccorritore: sembrava che avesse più di cinquant’anni, ma aveva un aspetto raggiante e robusto. Le braccia, che conducevano Artyom, erano salde e non esitarono per la fatica nemmeno un attimo. I capelli erano corti e si stavano ingrigendo, inoltre aveva una barbetta ben tenuta che sorprese Artyom: quell’uomo era troppo curato per vivere nella Metro e specialmente per il posto dimenticato nel quale sembrava abitasse.
“Cosa ti è successo, amico mio?”, gli chiese lo straniero. “Non mi sembra abbiate subito un attacco, ma piuttosto che lui sia stato avvelenato... Io voglio davvero sperare che non si tratti di quello che penso”, aggiunse, senza entrare nei dettagli di ciò che temeva.
“No... è morto da solo”. Artyom non aveva la forza di aggiungere altro o di spiegare le circostanze della morte di Bourbon, della quale ancora non riusciva a rendersi conto. “È una lunga storia, te la racconterò più tardi”.
La galleria si ampliò, sembrava fossero giunti alla stazione. Ma ad Artyom pareva ci fosse qualcosa di strano, insolito. Qualche secondo dopo capì di cosa si trattava.
“Ma... è tutto buio!”, guardava il soccorritore sgomento.
“Qui non ci sono autorità, quindi non c’è bisogno di dare luce alla gente”, chiarì l’uomo.
“È per questo che, chiunque abbia bisogno della luce, se la deve procurare da solo. Alcuni ci riescono, altri no. Ma non preoccuparti, per fortuna io conosco personaggi di rango elevato”, si inerpicò velocemente sulla piattaforma e tese la mano al ragazzo.
Girarono al primo arco ed entrarono in un androne; c’era solo un passaggio lungo, un colonnato ad archi su entrambi i lati, poi i soliti muri di ferro e le scale mobili ferme. Vagamente illuminata da piccoli fuochi, la maggior parte della stazione era avvolta nell’oscurità: la vista della Sukharevskaya era oppressiva e molto triste. Una moltitudine di persone sciamava attorno ai fuochi, alcuni dormivano sul pavimento, mentre altre sagome di stracci, praticamente ripiegate su loro stesse, vagavano da un fuoco all’altro. Erano tutti ammassati al centro dell’androne, il più lontano possibile dalla galleria.
Il fuoco a cui lo straniero aveva condotto Artyom sembrava più luminoso degli altri e si trovava al centro della piattaforma.
“Un giorno questa stazione verrà distrutta da un incendio”, Artyom pensò ad alta voce, osservando scoraggiato l’androne.
“Tra quattrocentoventi giorni”, aggiunse il suo compagno, calmo. “Perciò è meglio che te ne vada prima; in ogni caso, è quello che farò io”.
“Come fai a saperlo?”. Artyom era raggelato. Ripensò a tutto ciò che gli era stato detto sui maghi e i sensitivi, poi cominciò a scrutare il viso del compagno, alla ricerca dei segni di una conoscenza ultraterrena.
“Pitone, figlio della nostra madre terra è turbato”, rispose sorridendo. “Ok, devi dormire un po’, così poi potremo presentarci e fare quattro chiacchiere”.
Dopo queste parole, Artyom sentì il sopravvento di una fatica mostruosa, accumulata nella galleria che precedeva la Rizhskaya, nei suoi incubi e negli ultimi avvenimenti, che avevano messo alla prova la sua volontà.
Non aveva più forze, nemmeno per stare sveglio, quindi si sdraiò sulla falda di telone impermeabile vicino al fuoco, mise lo zaino sotto la testa e si abbandonò a un lungo sonno profondo e senza sogni.