Metro 2033 – Capitolo 4

CAPITOLO 4 : LA VOCE NELLE GALLERIE


La luce inattendibile della lanterna nelle mani del comandante vagava sui muri della galleria, sfiorando il terreno umido e scomparendo completamente quando veniva puntata lontano. Davanti a loro l’oscurità era totale e, già a una decina di passi dagli uomini, divorava avida i deboli raggi delle minuscole torce. Le ruote del carrello cigolavano, emettendo un rumore lamentoso e malinconico; scivolavano verso il nulla, mentre il respiro e i passi ritmici degli scarponi di coloro che camminavano nelle retrovie inframmezzavano il silenzio.
Ormai avevano superato gli sbarramenti meridionali, la luce tremolante dei loro fuochi da campo era già svanita da tempo. Avevano oltrepassato il confine del territorio della VDNKh. Il viaggio fino alla Rizhskaya era considerato sicuro, dati i buoni rapporti tra le stazioni e il considerevole scambio di merci e persone tra le due, tuttavia la carovana doveva stare all’erta.
Il pericolo non giungeva semplicemente da nord o da sud, cioè dalle due direzioni della galleria, ma poteva anche nascondersi sopra, nei condotti di ventilazione, oppure di lato, nelle molteplici diramazioni al di là delle porte sigillate di quelle che erano state stanze di servizio o uscite segrete; o ancora poteva brulicare sotto le suole degli uomini, nelle botole misteriose, lasciate da coloro che costruirono la Metro, dimenticate e trascurate dagli operai che effettuavano la manutenzione quando la Metropolitana era ancora un semplice mezzo di trasporto. Laggiù, nelle profondità, si nascondevano creature terribili, che avrebbero potuto stringere in una morsa di orrore irrazionale la mente del più sconsiderato temerario che osasse addentrarvisi.
Era proprio per questo motivo che la lanterna del comandante scandagliava i muri della galleria, mentre gli uomini tenevano il dito pronto a sbloccare la sicura della loro mitragliatrice, per premere subito il grilletto. Perciò erano poco loquaci; se avessero chiacchierato durante la camminata, avrebbero potuto sentire molto meno distintamente tutti i rumori prodotti dalla galleria.
Artyom si sentiva già esausto. Alzava e abbassava la leva che, spostandosi, produceva uno stridio monotono e trasmetteva sempre lo stesso movimento alle ruote. Guardava davanti a sé, ma non vedeva nulla; gli girava la testa, in maniera greve, quasi isterica, a causa del moto del carrello e allo stesso tempo gli si riproponevano le ultime frasi pronunciate da Hunter prima di partire, quelle sul potere dell’oscurità, la forma di governo più diffusa in tutta la Metropolitana di Mosca.
Cercò di pensare a come sarebbe riuscito a raggiungere la Polis, progettava un piano, ma il dolore bruciante e la fatica gli avvampavano i muscoli, salivano dalle gambe leggermente piegate, fino al centro della schiena e nelle braccia. Così, tutti pensieri più complicati venivano direttamente estromessi dal suo cervello.
Il sudore, caldo e salato, gli gocciolava dalla fronte, dapprima lento, in piccole perle che poi diventarono più pesanti e cominciarono a scendergli sul viso, a finirgli negli occhi... Non poteva nemmeno asciugarsi perché Zhenya si trovava dall’altra parte del meccanismo e se Artyom avesse mollato la leva, l’amico avrebbe dovuto fare il doppio della fatica. Sentiva il sangue pulsare forte nelle orecchie; questo particolare gli ricordò la sua infanzia: quando era bambino adorava mettersi in una posizione poco confortevole proprio per sentire il battito forte e chiaro che gli ricordava i passi dei soldati in parata. Se chiudeva gli occhi, riusciva a immaginare di essere un maresciallo che conduceva la marcia; le fedeli divisioni lo superavano, misuravano il suo passo e lo salutavano. Per lo meno, questa era la scena descritta nei libri sull’esercito.
Alla fine, senza girarsi il comandante urlò: “Ok, ragazzi, scendete e fate cambio. Siamo a metà strada”.
Artyom scambiò uno sguardo d’intesa con Zhenya, saltò giù dal carrello ed entrambi, senza aprire bocca, si sedettero sui binari, anche se sarebbero dovuti rimanere dietro al carrello.
Il comandante li guardò e li rimbrottò comprensivo: “Femminucce...”
“È vero...”, ammise pronto Zhenya.
“Alzatevi, forza. Non possiamo stare qui a girarci i pollici. È ora di andare. Vi racconterò una storia interessante”.
“Anche noi possiamo raccontarle qualche storiella!”, ribatté Zhenya sicuro di sé; non ne voleva sapere di alzarsi.
“Conosco a memoria le vostre fandonie: i Tetri, i mutanti e, naturalmente, i vostri amati funghetti. Ma io ne conosco alcune che voi non avete mai sentito. Avete capito bene! È molto probabile che non siano delle storielle, solo che non c’è nessuno in grado di confermarle, cioè qualcuno ha cercato di attestare la loro veridicità, ma non ci è riuscito”.
Ad Artyom queste poche parole erano state sufficienti per trovare nuovo slancio. Ora, qualsiasi nuova informazione su ciò che accadeva al di là della Prospekt Mira poteva essere di vitale importanza. Si rialzò in piedi e, spostando la mitragliatrice dalla schiena al petto, prese il suo posto dietro al carrello.
Con una spinta, le ruote ripresero a cantare la loro nenia, mentre il gruppo continuava la sua marcia. Il comandante scrutava lo spazio davanti a sé, tendendo al massimo l’orecchio in direzione dell’oscurità.
“Ma ditemi, la vostra generazione cosa ne pensa della Metro? È una domanda che mi sono sempre posto...”, si informò il comandante. “Vi raccontate delle storie balzane: conosco uno che è andato laggiù, un altro che si è inventato un’avventura... Uno racconta un fatto in maniera errata e chi lo ascolta lo racconta a una terza persona che, a sua volta, infarcisce la storia di qualche dettaglio. Poi quest’ultima la racconta a una quarta, davanti a una tazza di tè fumante, e questa poi finge che le sia capitata personalmente. Questo è il problema principale della Metropolitana: non ci sono mezzi di comunicazione affidabili; inoltre, non ci è possibile arrivare velocemente da un punto a un altro. In alcuni luoghi non si può passare, altri sono suddivisi a causa dei tumulti... insomma, le condizioni mutano quotidianamente. Pensate che la Metropolitana sia enorme? Beh, sappiate che in treno si potrebbe percorrere l’intera rete da una parte all’altra in una sola ora. Adesso, invece, ci vogliono settimane, sempre che ci si riesca, perché non si sa mai cosa vi sia dietro la curva successiva... Siamo partiti per la Rizhskaya con degli aiuti umanitari... ma il problema maggiore è che nessuno, né io e nemmeno l’ufficiale capo, può mettere la mano sul fuoco e garantire che quando arriveremo laggiù non verremo accolti da una scarica di mitra, o che non troveremo la stazione distrutta da un incendio, senza più anima viva. O che improvvisamente la Rizhskaya abbia deciso di non allearsi all’Hansa, il che significherebbe rimanere isolati per sempre dal resto della Metropolitana. Non abbiamo informazioni esatte...
Se riceviamo delle notizie oggi, sappiamo che entro sera saranno già superate e il giorno successivo non saranno più affidabili. È come attraversare le sabbie mobili con una mappa di cent’anni fa. I messi impiegano troppo tempo a recapitare i messaggi e alle volte, quando l’informazione giunge a destinazione, non è più necessaria o è ormai obsoleta, pertanto la verità viene distorta. La gente non ha mai vissuto in condizioni del genere e fa paura pensare a cosa succederà quando non ci sarà più carburante per i generatori o quando rimarremo senza elettricità. Avete letto La macchina del tempo di Wells? Beh, in quel romanzo c’erano i Morlock...”
Negli ultimi due giorni era già la seconda volta che Artyom li sentiva nominare: conosceva già i Morlock di Herbert Wells e non voleva riascoltare la storia daccapo. Perciò, ignorando le proteste di Zhenya, fece in modo che la conversazione riprendesse la piega originaria.
“Beh, e invece la sua generazione cosa pensa della Metropolitana?”
“Fammi pensare... Se vi racconto dei demoni nelle gallerie potrebbe portarci sfortuna, così come della Metro-2 e degli Osservatori invisibili... Io sinceramente non me la sento. Ma posso rivelarvi qualcosa di interessante sul luogo in cui risiedono taluni individui... Ad esempio, dove una volta c’era la stazione Pushkinskaya, proprio nel punto in cui ci sono altri due passaggi pedonali verso la Chekhovskaya e la Tverskaya... Beh, ora quel posto è in mano ai fascisti”.
“Fascisti...?”, esitò Zhenya.
“Fascisti veri e propri. Molto tempo fa, quando ancora vivevamo lassù”, il comandante puntò il dito verso il soffitto, “c’erano i fascisti. Ma c’erano anche gli skinhead, che appartenevano a un’organizzazione da loro denominata RNE, e altri che si dichiaravano contro l’immigrazione. Ce n’erano di tutti i tipi, sembrava che andasse di moda. Chissà che diamine significava quell’acronimo, nessuno se lo ricorda e secondo me anche gli ex affiliati se ne sono dimenticati. Sembrava fossero scomparsi, non si sentì più parlare di loro, finché all’improvviso qualche tempo fa sono ricomparsi: ‘La Metro è per i soli russi!’, ne avete mai sentito parlare? Oppure: ‘Una buona azione? Pulizia razziale nella Metropolitana!’. Espulsero tutti gli stranieri dalla Pushkinskaya, dalla Chekhovskaya e anche dalla Tverskaya. Qualche tempo dopo si fecero ancora più violenti e cominciarono a punire la gente. Ora la loro forma di governo è il Reich, il quarto, o il quinto... non ricordo con precisione. Non si sono ancora espansi oltre, ma la nostra generazione ricorda ancora il ventesimo secolo e i fascisti... I mutanti della linea Filevskaya esistono davvero; anche i nostri Tetri sono una presenza tangibile. Poi ci sono quelli che appartengono alle sette, i satanisti, i comunisti... Insomma, è come un circo. Ecco cos’è la Metropolitana.”
Superarono la porta divelta che conduceva a un ufficio amministrativo abbandonato, o forse era stata una toilette o ancor prima un rifugio... Probabilmente era stato pieno di mobili, ma rimanevano solo dei letti a castello in ferro e un impianto idraulico grezzo. Tutto il resto era stato rubato da tempo e oggi nessuno cercava di entrare in quelle oscure stanze vuote, sparse per tutta la Metro. Tanto non c’era niente da trovare, o meglio... non si poteva mai sapere!
Davanti a loro, ecco una debole luce traballante: stavano giungendo in prossimità dell’Alekseevskaya. La stazione non era molto popolata e le pattuglie erano formate da una sola persona, che stava di guardia al cinquantesimo metro, perché non poteva permettersi di appostarsi oltre. Il comandante impartì agli uomini l’ordine di fermarsi a quaranta metri dal fuoco della pattuglia dell’Alekseevskaya; accese e spense la sua torcia diverse volte, secondo una precisa sequenza, dando così il segnale alla sentinella. Una sagoma nera si delineò alla luce delle fiamme: il pattugliatore si era incamminato nella loro direzione e, da lontano, intimò: “Fermi! Non avvicinatevi!”
Artyom si domandò se fosse possibile che da un giorno all’altro non si venisse riconosciuti all’arrivo in una stazione con la quale si credeva di intrattenere rapporti amichevoli... Anche loro avrebbero potuto essere accolti con ostilità?
La guardia si avvicinava lentamente; indossava un paio di pantaloni militari consunti e una giacca imbottita, sulla quale si riconosceva chiaramente una lettera “A”, sicuramente il simbolo della stazione, dall’iniziale del suo nome. L’uomo aveva le guance scavate e il viso non rasato; dagli occhi trapelava il sospetto, mentre le mani nervose si muovevano sulla mitragliatrice automatica, che teneva appesa al collo. Guardò i visi dei componenti della carovana e sorrise: li aveva riconosciuti. Con un cenno gli fece capire che si fidava, poi spostò l’arma sulla schiena.
“Ragazzi! Come state? Siete diretti alla Rizhskaya? Lo sappiamo, ci hanno avvisati. Forza, andiamo!”
Il comandante cominciò a interrogare il pattugliatore con voce bassa, quasi impercettibile, quindi Artyom, sperando di non essere sentito a sua volta, si mise a parlare con Zhenya: “Ha un aspetto stanco, come se lavorasse troppo, ed è malnutrito. Penso che vogliano allearsi a noi solo perché le loro condizioni di vita sono pessime”.
“E allora?”, rispose l’amico. “Anche noi abbiamo il nostro tornaconto. Se la nostra amministrazione ha deciso che dobbiamo unire le forze, ha le proprie motivazioni. Non lo facciamo perché siamo caritatevoli e vogliamo dar loro di che nutrirsi”.
Superarono il fuoco da campo del cinquantesimo metro, dove trovarono la seconda sentinella, che portava abiti identici a quelli dell’uomo precedente. Il carrello continuava il suo viaggio verso la stazione. L’Alekseevskaya era mal illuminata: la gente che ci viveva aveva un aspetto triste e pareva che non avesse nulla di importante da comunicare. Alla VDNKh, invece, gli ospiti venivano sempre trattati con la massima cordialità. Il gruppo si fermò nel mezzo della piattaforma; a quel punto il comandante annunciò che era venuto il momento di una pausa sigaretta. Artyom e Zhenya dovevano rimanere seduti sul carrello per proteggerlo, mentre gli altri si ritrovarono attorno al fuoco.
“Non avevo mai sentito parlare dei fascisti e del Reich”, Artyom intavolò la conversazione.
“Io invece sapevo che erano da qualche parte”, ribatté Zhenya. “A me però era stato riferito che si trovavano alla Novokuznetskaya”.
“Chi te ne aveva parlato?”
“Lekha”, ammise Zhenya restio.
“Beh, ti ha raccontato anche moltissime altre cose interessanti”, gli ricordò ironico Artyom.
“Ma i fascisti ci sono davvero! Solo che Lekha ha sbagliato il nome della stazione. Non stava mentendo, capito?!”. Zhenya era sulla difensiva. Artyom non aggiunse altro e rimase assorto nei suoi pensieri. La pausa sigaretta all’Alekseevskaya non sarebbe durata meno di mezz’ora; il comandante stava discorrendo con il capo della zona, molto probabilmente riguardo la futura collaborazione. Dopodiché avrebbero proseguito il viaggio e cercato di arrivare a destinazione, alla Rizhkaya, entro fine giornata. Avrebbero passato la notte laggiù, discusso di ciò che si doveva decidere e dato un’occhiata al cavo scoperto di recente. Quindi, avrebbero inviato un messaggero per ricevere istruzioni. Se avessero potuto usare davvero questo cavo per istituire un sistema di comunicazione tra le tre stazioni, avrebbero cominciato a posarlo e a utilizzarlo per le connessioni telefoniche. Ma se fosse stato inservibile sarebbero dovuti tornare dritti alla loro stazione.
Pertanto Artyom aveva a disposizione un massimo di due giorni. In questo periodo di tempo avrebbe dovuto trovare un pretesto per riuscire a superare gli sbarramenti esterni della Rizhskaya, dove le sentinelle erano ancora più sospettose e pedanti delle pattuglie esterne della VDNKh.
Questa mancanza di fiducia nel prossimo era comprensibile: la loro stazione si trovava a sud, dove cominciava la parte più estesa della Metropolitana, perciò lo sbarramento meridionale della Rizhskaya rimaneva spesso vittima di attacchi. Sebbene i pericoli che incombevano sulla popolazione della Rizhskaya non fossero misteriosi e terrificanti quanto quelli che minacciavano la VDNKh, i primi erano costantemente diversi. I combattenti che difendevano la zona d’accesso alla Rizhskaya non potevano mai sapere cosa aspettarsi, quindi dovevano essere pronti a tutto.
Due gallerie conducono dalla Rizhskaya alla Prospekt Mira. Per qualche motivo non era stato possibile farne crollare una, quindi gli abitanti della Rizhskaya avevano dovuto collocare posti di blocco in entrambi i tunnel. Questa strategia costò molto cara ai loro uomini; per questo motivo avevano deciso di trovare a tutti i costi una soluzione di stabilità, almeno per la galleria settentrionale. Così avevano pensato di allearsi con l’Alekseevskaya e soprattutto con la VDNKh, affidandogli l’onere di difendere quella zona. In questo modo la galleria viveva un periodo estremamente pacifico, mentre gli uomini si potevano concentrare sulle faccende interne alla loro stazione. Inoltre, alla VDNKh, la consideravano una possibilità per ampliare la loro sfera d’influenza.
Alla luce dell’imminente accordo, agli avamposti della Rizhskaya avevano aumentato il numero dei pattugliatori: era necessario dare prova ai futuri alleati che potevano contare su di loro per difendere i confini meridionali. Perciò ad Artyom sembrava estremamente difficoltoso superare gli sbarramenti in entrambe le direzioni. Aveva ancora due giorni per capire come fare.
Nonostante le difficoltà, non gli sembrava impossibile. Forse, era quasi più importante capire cosa avrebbe dovuto fare dopo. Anche se fosse riuscito ad attraversare gli avamposti meridionali, in seguito avrebbe dovuto scoprire un itinerario abbastanza sicuro per arrivare alla Polis. Visto che, quando ancora si trovava alla VDNKh, aveva dovuto decidere velocemente, non aveva avuto tempo di pianificare come sarebbe effettivamente giunto a destinazione. Se fosse stato a casa, avrebbe potuto chiedere consiglio ai commercianti di sua conoscenza, senza destare in loro particolari sospetti. Al contrario, sapeva che se avesse chiesto a Zhenya o a qualsiasi altro membro della carovana di indicargli la strada per raggiungere la Polis, avrebbero capito che stava progettando qualcosa di losco. In particolar modo Zhenya ci sarebbe subito arrivato. Non aveva amici all’Alekseevskaya o alla Rizhskaya e non poteva fidarsi di semplici conoscenze.
Zhenya stava chiacchierando con una ragazza seduta sulla piattaforma poco lontano e Artyom ne approfittò per controllare furtivamente la minuscola cartina della Metropolitana che aveva nascosto nello zaino. La mappa era stampata sul retro di un bigliettino dagli angoli bruciacchiati che pubblicizzava una fiera, terminata ormai molto tempo prima. Evidenziò la Polis cerchiandola più volte con una matita.
La strada per raggiungere la Polis sembrava semplice e breve. Il passato, quel periodo mitico di cui aveva raccontato il comandante... Quando la gente non doveva girare armata e viaggiava da una stazione all’altra anche se doveva cambiare treno e prendere un’altra linea; quando per andare da una parte all’altra della Metropolitana ci si impiegava circa un’ora; quando nelle gallerie vivevano solamente i treni sferraglianti e frettolosi... Allora il percorso dalla VDNKh alla Polis sarebbe stato facile e veloce.
Si trovava sulla linea verso la Turgenevskaya e da quel punto c’era una galleria pedonale fino alla Chistye Prudy, come veniva chiamata sull’antica mappa che Artyom stava esaminando con attenzione. Oppure avrebbe potuto prendere la linea Kirovskaya, poi la linea Rossa, la Sokolnicheskaya, e arrivare direttamente alla Polis... Nell’era dei treni e delle luci fluorescenti ci avrebbe impiegato circa mezz’ora. Ma da quando quella linea era stata denominata “Rossa”, con la lettera maiuscola, e il cartello di cotone stampato in rosso era stato appeso all’entrata della galleria pedonale che portava alla Chistye Prudy, prendere la scorciatoia per arrivare alla Polis era fuori discussione.
L’amministrazione della linea Rossa aveva desistito: non tentava più di imporre il potere sovietico su tutta la popolazione della Metropolitana; al contrario stava attuando la nuova teoria secondo la quale il comunismo poteva essere istituito su una linea separata. Sebbene l’iniziale sogno non si fosse avverato, avevano continuato a chiamarla “Metropolitana Vladimir Lenin” e per molto tempo non erano riusciti a fare alcun passo in avanti verso la realizzazione del loro grande progetto.
Anche se il regime aveva assunto una condotta apparentemente pacifica, la sua fissazione intrinseca non era mutata. Proprio come nel passato, centinaia di zelanti agenti del servizio di sicurezza interno, che provavano di sicuro una certa nostalgia per il KGB, controllavano costantemente gli abitanti della linea Rossa. Allo stesso modo, il loro interesse per gli ospiti provenienti dalle altre linee era perenne. Senza il permesso speciale della direzione dei “Rossi” nessuno poteva recarsi in una delle altre stazioni. Inoltre, sia i malcapitati viaggiatori che le spie dovevano subire il continuo monitoraggio dei passaporti, i controlli e il generalizzato sospetto cronico. Sia i primi che i secondi venivano trattati nella medesima maniera e il destino di entrambi era ugualmente triste. Artyom non poteva nemmeno permettersi di pensare di giungere alla Polis attraversando le tre stazioni di proprietà delle linea Rossa.
In generale, al centro della Metro, non esisteva un percorso semplice. Soprattutto se si doveva raggiungere la Polis... Se questo nome veniva menzionato durante una conversazione, sia Artyom che la maggior parte delle altre persone rispettavano un silenzio riverente. Persino in quel momento ricordava con chiarezza la prima volta che l’aveva udito nel contesto di una storia raccontata da uno degli amici del patrigno. Quando il loro ospite se n’era andato, il ragazzo aveva domandato timidamente a Sukhoi cosa significasse quella parola. Il patrigno lo aveva guardato dritto negli occhi e con un vago senso di tristezza nella voce aveva risposto: “Artyom, quello è probabilmente l’ultimo luogo sulla terra in cui gli uomini vivono come tali, dove non hanno dimenticato il significato della parola ‘persona’ e soprattutto il suono che essa deve avere”; quindi aveva sorriso malinconico e aveva aggiunto: “Quella è una vera città”.
Polis si trovava in prossimità dell’incrocio di quattro linee della Metro ed occupava, da sola, quattro stazioni: Giardini di Alessandro, Arbatskaya, Borovitskaya e Biblioteca Lenin . Su quella zona tanto estesa si era insediata l’ultimo vero baluardo della civiltà, l’ultimo luogo in cui si trovava una popolazione così vasta che quando gli abitanti delle provincie vi capitavano non potevano fare a meno di chiamarla città. In più, anche il suo nome aveva lo stesso significato: Polis. Questa parola aveva un suono poco familiare, in essa riecheggiavano il potere e la meraviglia di una cultura antica, che sembrava proteggere l’intero insediamento. Forse era proprio per questo che il nome aveva un particolare ascendente su tutti.
Il fenomeno della Polis non venne mai imitato nel resto della Metro. Laggiù ci si poteva ancora imbattere nei detentori di una conoscenza antica e bizzarra, che in questo nuovo mondo tanto violento, dove le leggi stavano scomparendo, non poteva essere trovata in nessun altro luogo. Per gli abitanti di quasi tutte le altre stazioni e praticamente per tutto il resto della Metro, il sapere e i suoi fautori stavano affondando con lentezza in un abisso di caos e ignoranza, stavano diventando inutili. Gli intellettuali arrivavano da ogni dove e potevano trovare rifugio solo alla Polis, dove venivano accolti a braccia aperte, perché laggiù governavano ancora persone identiche a loro. Per questo motivo alla Polis, e in nessun altro luogo, si potevano incontrare professori decrepiti che in un particolare momento della loro vita avevano lavorato nei dipartimenti delle università più famose, ormai vuote, ridotte in macerie e popolate solo dai ratti e dalla muffa. Laggiù vivevano anche gli ultimi artisti: attori, poeti, fisici, chimici, biologi... coloro che conservavano nelle loro menti le più grandi scoperte dell’uomo e migliaia di anni di storia. Ma purtroppo, alla loro morte, tutta questa ricchezza sarebbe andata perduta.
La Polis si trovava in corrispondenza di quello che era il centro della città in superficie. Sopra di essa si ergeva la Biblioteca Lenin, cioè la più grande fonte di informazioni su tutte le ere storiche.
Vi venivano custoditi centinaia di migliaia di libri in decine di lingue diverse, che trattavano tutte le aree dello scibile umano: centinaia di tonnellate di carta su cui erano stati stampati simboli, lettere e caratteri di ogni genere, alcuni dei quali non venivano più compresi perché la lingua che comunicavano era morta assieme alle ultime persone che la parlavano. Ma quell’immensa collezione di libri avrebbe potuto essere letta e compresa, poiché gli scrittori morti centinaia di anni prima avevano ancora moltissime cose da insegnare ai vivi.
Di tutte le confederazioni, gli imperi e le stazioni più potenti che avevano i mezzi per organizzare delle spedizioni in superficie, solo la Polis inviava i propri stalker per trovare dei libri. Era l’unico luogo in cui si attribuiva alla conoscenza un valore talmente importante che gli abitanti erano pronti a rischiare le vite dei loro volontari solo per i libri; pagavano ingenti somme di denaro a coloro che venivano assunti per queste imprese. In poche parole, davano maggiore importanza alla ricchezza spirituale piuttosto che a quella materiale.
E, sebbene l’amministrazione dimostrasse di scarseggiare di pragmatismo per eccedere con l’idealismo, la Polis continuava ad essere molto forte e, anno dopo anno, nessun problema era riuscito a intaccarla. Se un pericolo la minacciava, l’intera Metropolitana era pronta a concorrere alla sua protezione. L’eco della ben nota ultima battaglia, che si svolse in quei luoghi tra la linea Rossa e l’Hansa, si era spenta, lasciando solo una prodigiosa aura di invulnerabilità e di benessere, che avvolgeva completamente la Polis.
Il pensiero di Artyom si soffermò su questa magnifica città e in quel momento non gli sembrò per nulla strano che il viaggio per raggiungere un luogo del genere sarebbe stato complicato. Si sarebbe sicuramente perso, avrebbe dovuto affrontare pericoli e prove di forza, altrimenti lo scopo stesso di questa spedizione avrebbe perso tutto il suo fascino.
Se il percorso che attraversava la Kirovskaya lungo la linea Rossa e verso la Biblioteca Lenin pareva impenetrabile e fin troppo rischioso, avrebbe dovuto provare a superare le pattuglie dell’Hansa, seguendo l’Anello. Artyom osservò meglio la mappa bruciacchiata: se fosse riuscito a passare attraverso il territorio dell’Hansa, creando una sorta di diversivo, parlando con le guardie dello sbarramento, combattendo o infiltrandosi con altri mezzi, allora avrebbe raggiunto la Polis abbastanza velocemente. Artyom seguì con il dito le linee sulla mappa: se fosse partito dalla Prospekt Mira in direzione dell’Anello e avesse attraversato le due stazioni dell’Hansa, sarebbe sbucato alla Kurskaya. A quel punto avrebbe potuto prendere la linea Arbatsko-Pokrovsky e da lì sarebbe potuto giungere alla Arbatskaya. Sarebbe arrivato quasi alla Polis. A intralciare il cammino c’era la Piazza della Rivoluzione, che dopo la guerra era passata alla linea Rossa in cambio della Biblioteca Lenin. Tuttavia, i Rossi garantivano il permesso di passaggio a tutti i viaggiatori, poiché questa era stata una delle condizioni basilari per la firma dell’accordo di pace. Dato che Artyom non aveva intenzione di rimanere in quella stazione ma voleva semplicemente attraversarla, in teoria non avrebbe avuto grossi problemi. Ci rifletté per un po’, quindi decise di attenersi a quel piano e di definire i dettagli man mano che si avvicinava alle diverse stazioni. Inoltre, valutò che se qualcosa non avesse funzionato, avrebbe sempre potuto trovare una via alternativa. Osservando le linee che si intrecciavano tra i numerosissimi passaggi, Artyom considerò che il comandante avesse un po’ esagerato nel descrivere le difficoltà in cui si poteva incorrere durante i viaggi nella Metropolitana, anche quelli più brevi. In effetti, si poteva giungere alla Prospekt Mira non solo dalla destra, ma anche dalla sinistra. Artyom toccò la mappa in corrispondenza dell’Anello: arrivati alla Kievskaya, esisteva la possibilità di percorrere il passaggio pedonale fino alla linea Filevskaya o alla Arbatsko-Pokrovsky e da lì sarebbe stato solo a due stazioni di distanza dalla Polis. Non gli sembrava più impossibile. Dalla mappa era riuscito ad attingere un po’ di sicurezza, ora sapeva come agire. Era sicuro che, quando la carovana fosse giunta alla Rizhskaya, lui non sarebbe tornato alla VDNKh insieme al gruppo, ma avrebbe continuato il suo viaggio fino alla Polis.
“Stai studiando?”, era arrivato Zhenya senza che Artyom se ne accorgesse. Quest’ultimo quasi si spaventò e, confuso, cercò di nascondere la mappa.
“Sì, no... io... volevo individuare sulla mappa la stazione del Reich, quella di cui ha parlato prima il comandante”.
“E l’hai trovata? No? Forza, lascia che te la mostri io”, si vantò Zhenya con un vago senso di superiorità; riusciva a orientarsi nella Metropolitana meglio di Artyom e di molti altri loro contemporanei, e ne andava fiero. Con il dito, indicò subito il triangolo disegnato dalla Chekhovskaya, dalla Pushkinskaya e della Tverskaya, senza confondersi. Artyom fece un sospiro di sollievo, ma l’amico credette che fosse verde d’invidia, perciò decise di consolarlo: “Non ti preoccupare, un giorno diventerai anche tu bravo come me”. Artyom simulò un’espressione grata e cambiò velocemente discorso.
“Per quanto ancora ci fermeremo qui?”, domandò.
“Ragazzi! Ce ne andiamo!”, risuonò la voce da basso del comandante e Artyom comprese che, per il resto del viaggio, non avrebbe più potuto riposarsi. Non era ancora riuscito a mangiare niente.
Al carrello, era di nuovo il turno di Artyom e Zhenya. Le leve cominciarono a gracidare, mentre gli scarponi degli altri uomini contro il cemento emettevano un fragore assordante. La galleria si estendeva di nuovo di fronte a loro.
Questa volta il gruppo si spostava in silenzio; parlava solo il comandante. Aveva chiamato Kirill vicino a lui e stavano discutendo di qualcosa a bassa voce. Artyom non aveva né la forza né il desiderio di sapere cosa si stavano dicendo; tutte le sue energie erano assorbite da quel dannato carrello.
Era palese che l’uomo dietro di loro, rimasto solo, si sentisse a disagio: continuava a guadarsi timidamente alle spalle. Artyom, dal carrello, riusciva a guardarlo in faccia e vedeva anche che dietro l’uomo non c’era proprio nulla di cui essere spaventati. Tuttavia, anche lui si sentiva rassicurato quando si guardava alle spalle. Questa paura mista a sfiducia lo seguiva ovunque andasse, ma sapeva che non era il solo a esserne perseguitato. Qualsiasi viaggiatore che avesse percorso da solo una galleria sapeva cosa significava; gli avevano persino dato un nome: “tunnel-fobia” che si verificava nel momento in cui ci si trovava in una galleria, specialmente nel caso in cui non si fosse forniti di un’illuminazione adeguata. Pareva che il pericolo fosse sempre alle spalle. Di tanto in tanto, questa sensazione si acutizzava al punto che ci si sentiva addirittura lo sguardo di qualcuno sulla nuca, non proprio uno sguardo... chissà chi o cosa diavolo fosse e soprattutto come riusciva a percepire il mondo. Delle volte questa impressione era talmente oppressiva che non si riusciva a sopportarla, ci si voltava come delle schegge, puntando la torcia verso l’oscurità, per scoprire che non c’era proprio nulla...
Il silenzio... il vuoto... era tutto tranquillo. Ma nel momento in cui ci si guardava le spalle e ci si sforzava di vedere nell’oscurità finché gli occhi non dolevano, quella stessa oscurità attaccava dall’altra parte e ci si voleva lanciare nella direzione opposta, illuminando la galleria di fronte a sé. C’era qualcuno laggiù? Qualcuno era riuscito a sottrarci qualcosa mentre guardavamo nell’altra direzione? E via così, all’infinito... L’importante era non perdere il controllo, non lasciarsi sopraffare dalla paura, convincersi che fossero tutte fandonie e che non vi fosse nulla da temere, che il rumore che si era sentito era soltanto frutto della nostra immaginazione.
Ma era difficile controllarsi, specialmente quando si era da soli. In molti erano impazziti: non riuscivano più a calmarsi, nemmeno quando raggiungevano le stazioni abitate. Ovviamente, dopo un po’, riuscivano a tornare in loro, ma a quel punto non potevano più camminare nella galleria o sarebbero stati sorpresi di nuovo da quella sensazione d’allarme che tutti gli abitanti della Metro ben conoscevano e che si poteva trasformare in una dannosa illusione.
“Non preoccuparti, guardo io!”. Artyom rassicurò l’uomo e lui annuì, ma dopo un paio di minuti si voltò di nuovo... proprio non riusciva a farne a meno! Com’era difficile...
“Un tizio che conosco ha perso qualche rotella per lo stesso motivo”, Zhenya pronunciò le parole a voce bassa; sapeva perfettamente perché Artyom aveva urlato quella frase all’uomo. “A dire la verità, aveva le sue buone ragioni. Aveva deciso di percorrere da solo la galleria alla Sukharevskaya, ricordi quella di cui ti parlavo? In cui non devi mai essere da solo, ma con una carovana. Ebbene, quel tizio è riuscito a sopravvivere. E sai perché?”, Zhenya sorrise con aria compiaciuta. “Non è mai riuscito a superare il centoottantanovesimo metro, non ne aveva il coraggio. All’imbocco della galleria aveva un’aria risoluta... Ah! Dopo venti minuti ritornò indietro, gli occhi sgranati, i capelli ritti sulla testa, non riusciva più a pronunciare una parola comprensibile. Gli altri non riuscirono a scoprire cosa gli successe e da allora lui ha continuato a blaterare parole senza senso, che per lo più sembrano dei muggiti. Inoltre, non ha mai più messo piede in una galleria, se ne sta alla Sukharevskaya a mendicare. È diventato lo scemo del villaggio. Hai capito la morale della storia?”
“Sì...”, rispose Artyom incerto.
Il gruppo avanzava nel silenzio più totale. Artyom si perse nuovamente nei suoi pensieri e vi rimase per un po’, cercando di escogitare qualcosa di plausibile da dire allo sbarramento in uscita dalla Rizhskaya.
Procedettero tranquillamente finché, dopo poco, Artyom udì un rumore strano che si faceva sempre più forte: proveniva dalla galleria davanti a loro. All’inizio era quasi inudibile, poteva essere simile a un ultrasuono, ma poi gradualmente e senza che il ragazzo se ne accorgesse, era diventato più intenso, sebbene non si riuscisse a ricordare con precisione il momento in cui lo si era sentito per la prima volta. Più che altro si ricordava un fischio, indecifrabile e disumano.
Artyom scrutò velocemente i visi degli altri: si muovevano tutti ritmicamente, in silenzio. Il comandante aveva terminato il suo discorso con Kirill, Zhenya era assorto nei suoi pensieri e l’uomo dietro il carrello guardava tranquillo davanti a sé, non era più nervoso come prima. Non sentivano niente... proprio nulla! Artyom si spaventò. La calma e il silenzio del gruppo si fecero ancor più evidenti quando il fischio divenne fortissimo, più incomprensibile e spaventoso. Artyom smise di spingere sulla leva e si rizzò in piedi; Zhenya lo osservava sorpreso. I suoi occhi erano limpidi, non vi era alcuna traccia della droga che Artyom temeva di intravvedere.
“Che ti salta in mente?”, il ragazzo era visibilmente infastidito. “Sei stanco? Avresti dovuto dirmelo, senza fermarti a questo modo”.
“Non senti nulla?”. Artyom era esterrefatto e il tono della sua voce fece mutare anche l’espressione sul volto di Zhenya.
Quest’ultimo si mise in ascolto con maggiore attenzione, senza però smettere di spingere la leva su e giù. Tuttavia, l’andatura del carrello era diminuita, poiché Artyom se ne stava ancora lì, confuso, a cercare di capire da dove giungesse il misterioso rumore.
Il comandante notò quello che stava succedendo e si voltò: “Che ti succede? Ti si sono scaricate le batterie?”
“Non sente nulla?”, chiese di rimando Artyom.
In quel momento una sensazione terribile prese il sopravvento: forse non c’era alcun rumore, proprio per questo nessuno riusciva a sentirlo; forse stava impazzendo ed era la paura che glielo faceva immaginare...
Il comandante impartì l’ordine di fermarsi, in modo che il cigolio del carrello e il fracasso degli stivali non interferissero. Le sue mani afferrarono salde la mitragliatrice, mentre lui se ne stava immobile ad ascoltare, tendendo l’orecchio verso la galleria.
Ora lo strano rumore era proprio nelle vicinanze, Artyom lo sentiva distintamente, stava diventando sempre più chiaro; il ragazzo osservava il viso del comandante, cercando di capire se anche lui riuscisse a sentire ciò che colmava la sua coscienza di un’agitazione sconvolgente. Al contrario, i lineamenti del comandante si distesero e Artyom venne pervaso da un senso di vergogna. Ma il peggio era che aveva fatto fermare il gruppo senza una buona ragione e aveva allarmato i suoi compagni.
Ovviamente Zhenya non riusciva a sentire nulla, sebbene ci stesse provando; anch’egli aveva smesso di fare forza sulla leva, ma alla fine guardò l’amico negli occhi con scherno e lo sfidò: “Allucinazioni?”
“Allucinazioni, un corno!”, inaspettatamente Artyom si sentì urlare con irritazione: “Ma siete tutti sordi?”
“Sì, proprio allucinazioni”, concluse Zhenya.
“Calmi, ragazzi. Non è successo niente. È probabile che ti sia solo sembrato di sentire un rumore. Non preoccuparti, succede. Non ti devi innervosire, Artyom. Forza, rimettetevi al lavoro, così possiamo continuare”, il comandante cercò di calmarlo e nel frattempo riprese la marcia.
Artyom non aveva altra scelta che ritornare alla leva del carrello. Stava seriamente cercando di convincersi che quel rumore fosse frutto della sua immaginazione, causato dalla tensione. Cercò di rilassarsi e di non pensare ad altro; sperava di riuscire a escludere quel suono dalla sua testa insieme ai timori più inquietanti. Per un po’ riuscì a isolare i pensieri, ma la mente era così vuota che rendeva il rumore più sonoro, più fragoroso, più chiaro. Trovò un po’ di forza nel fatto che si stavano spostando sempre più a sud, ma il rumore era diventato così assordante che sembrava riempisse tutta la Metropolitana. Improvvisamente Artyom notò che Zhenya stava usando una sola mano e che, senza accorgersi, si stava strofinando le orecchie con l’altra.
“Che stai facendo?”, gli mormorò Artyom.
“Non so... sono bloccate... mi prudono...”, brontolò.
“Non riesci a sentire nulla?”, si informò Artyom.
“No, niente di niente, solo una forte pressione”, rispose Zhenya in un sussurro: aveva abbandonato completamente il sarcasmo.
Il rumore aveva raggiunto il suo apice, e in quel momento Artyom comprese da dove veniva: usciva da uno dei tubi lungo il muro della galleria, che in passato era stato usato per le linee di comunicazione e chissà per cos’altro. Era rotto. La parte divelta, color nero pece, emetteva quello strano rumore, che proveniva dalle sue profondità. Mentre Artyom cercava di capire perché al suo interno non vi fossero i fili, perché il tubo fosse nero e completamente vuoto, il comandante si fermò all’improvviso e riuscì a esprimersi lentamente e con estrema fatica: “Ragazzi, facciamo... beh... fermiamoci. Non mi sento troppo bene... La testa...”
Con movimenti incerti, cercò di avvicinarsi al carrello per sedersi sul bordo, ma non aveva ancora fatto un passo che era già rovinato a terra. Zhenya lo osservava confuso, sfregandosi le orecchie con entrambe le mani, senza spostarsi dal luogo in cui si trovava. Per qualche strana ragione, Kirill aveva continuato a camminare da solo, come se non fosse accaduto nulla, e non reagiva ai loro richiami. L’uomo dietro al carrello si era seduto sui binari e stava piangendo incontrollato, come un bambino. La luce della torcia illuminava il soffitto della galleria e, dal basso, questa scena pareva ancora più sinistra.
Artyom venne colto dal panico: era chiaro che la sua era l’unica mente non annebbiata dal suono, che però stava diventando sempre più intollerabile e gli impediva di pensare. Disperato, si coprì le orecchie con le mani e provò un po’ di sollievo. Con tutta la forza che riuscì a richiamare, diede una sberla a Zhenya che si stava strofinando le orecchie con un’espressione inebetita, quindi urlò, cercando di sovrastare il rumore e dimenticandosi che in realtà era l’unico che lo sentiva: “Prendi il comandante! Mettilo sul carrello! Non possiamo stare qui! Dobbiamo andarcene!”, poi raccolse la torcia caduta a terra e si mise a inseguire Kirill che marciava verso l’oscurità come un sonnambulo.
Fortunatamente, l’uomo camminava abbastanza lentamente. In pochi balzi Artyom lo raggiunse e gli toccò ripetutamente la spalla. Ma Kirill non voleva saperne di fermarsi e, insieme, si stavano allontanando sempre più dagli altri. Artyom corse davanti a lui e, non sapendo cos’altro fare, gli puntò il fascio di luce negli occhi, che erano chiusi. Kirill aggottò le sopracciglia e interruppe la sua marcia.
Mentre Artyom lo teneva con una mano, con l’altra gli aprì le palpebre e fece reagire le pupille alla luce della torcia. Kirill gridò, sbatté le palpebre, scrollò la testa e una frazione di secondo dopo era già ritornato in sé. Riaprì gli occhi e guardò Artyom sconvolto. Accecato dalla torcia non riusciva quasi a vedere nulla e il ragazzo lo dovette condurre per mano finché non arrivarono al carrello.
Il corpo svenuto del comandante era adagiato sul piccolo mezzo di trasporto; Zhenya gli sedeva accanto con la stessa espressione stordita di poco prima. Dopo aver lasciato Kirill insieme agli altri, Artyom si diresse verso l’ultimo uomo seduto sui binari, ancora in lacrime. Gli scrutò gli occhi e si accorse che aveva uno sguardo sofferente. Doveva provare una pena intensa, tanto che il ragazzo fece qualche passo indietro perché temeva che alla vista di un tale tormento si sarebbe messo a piangere anche lui.
“Sono stati tutti uccisi... ed è stato dolorosissimo!”. Artyom riuscì a distinguere queste parole tra i singhiozzi.
Cercò di fare alzare l’uomo, ma lui si scansò e urlò furioso: “Luridi maiali! Delinquenti! Non andrò da nessuna parte insieme a voi, io voglio rimanere qui! Si sentono soli, stanno soffrendo e tu mi vuoi condurre lontano da loro? È tutta colpa tua! Io non mi muovo da qui! Non mi muovo! Lasciami stare, capito?!”
All’inizio, Artyom voleva schiaffeggiarlo, per cercare di farlo tornare in sé, ma aveva paura: dato che l’uomo era tanto adirato con lui, si sarebbe potuto facilmente vendicare. Per cui, gli si inginocchiò davanti e, sebbene gli risultasse molto difficile a causa del frastuono sempre più assordante, si rivolse a lui con voce sommessa: “Li vuoi aiutare, vero? Vuoi che non soffrano più?”
Tra le lacrime, Kirill guardò Artyom e, con un sorriso sgomento sussurrò: “Certo... certo che li voglio aiutare”.
“Allora tu devi aiutare prima me; loro vogliono che tu mi dia una mano: vai al carrello e mettiti alla leva. Dobbiamo arrivare alla stazione il prima possibile”.
“Te lo hanno detto loro?”, l’uomo guardava Artyom sbalordito.
“Sì”, rispose con sicurezza il ragazzo.
“Poi mi lascerai tornare da loro?”
“Ti do la mia parola che se poi vorrai tornare da loro, ti lascerò andare”, confermò Artyom e, senza dargli il tempo di pensare, lo strattonò e lo fece salire sul carrello.
Lasciò Kirill perché obbedisse ai movimenti meccanici che Zhenya impartiva alla leva, mentre il comandante, ancora privo di sensi, era sdraiato nel mezzo. Artyom assunse la posizione di comando, puntando la mitragliatrice verso l’oscurità, camminando a passo veloce. Era sorpreso nel sentire che il carrello lo stesse seguendo. Sapeva di fare una cosa inaccettabile, non si procedeva mai senza tenere un uomo dietro al convoglio, ma in quel momento era più importante allontanarsi da lì il più in fretta possibile.
Ora erano in tre ad azionare la leva, perciò il gruppo si muoveva molto più velocemente di prima. Artyom provò un po’ di sollievo quando il tremendo rumore cominciò a diminuire, insieme alla sensazione di essere in pericolo. Urlò agli altri di mantenere il ritmo e, all’improvviso udì la voce di Zhenya, seria e sorpresa: “Hai spodestato il comandante?”
Artyom fece segno di fermarsi, aveva capito di aver superato la zona più pericolosa; quindi tornò dagli altri e si lasciò andare a terra, distrutto, poggiando la schiena al carrello. Lentamente, gli altri uomini si stavano riprendendo. La sentinella della retroguardia aveva smesso di singhiozzare e si stava asciugando le lacrime con le mani, guardandosi attorno perplesso. Il comandante si mosse, poi si alzò emettendo un gemito sordo e lamentandosi delle fitte di mal di testa.
Mezz’ora dopo riuscirono a rimettersi in viaggio. A parte Artyom, sembrava che gli altri non ricordassero nulla.
“Io mi sono sentito improvvisamente pesante e la testa mi si è annebbiata. Un attimo dopo sono svenuto. Mi era già successo un’altra volta, ma a causa del gas sprigionato in una galleria, lontana da qui. In ogni caso, se fosse stato gas, avrebbe avuto un effetto diverso, istantaneo, su tutti quanti... Hai sentito davvero quel rumore? Sì, è molto strano...”, il comandante pensava a voce alta. “E Nikita piangeva a dirotto... perché, Nikita?”, domandò all’uomo della retroguardia.
“Che diavolo ne so... non mi ricordo. Cioè, lo ricordavo un minuto fa, ma ora mi è già uscito di testa... È stato come un sogno, come quando ti svegli, ricordi tutto nei particolari, tutte le immagini sono nitide nella tua testa. Ma dopo qualche minuto ti risvegli per bene e hai già dimenticato tutto. Rimangono solo frammenti di ricordi... È stata la stessa cosa. So che ero molto dispiaciuto per qualcuno... ma chi e perché... non ne ho la più pallida idea”.
“Volevi rimanere nella galleria per sempre, insieme a loro. Per convincerti a venire con me ti ho promesso che poi, se tu lo avessi voluto, ti avrei permesso di tornare indietro”, spiegò Artyom, guardando di sottecchi Nikita. “Beh, se ora vuoi tornare, va’ pure”, aggiunse ridacchiando.
“No, grazie”, rispose Nikita cupo. “Ho cambiato idea...”
“Ok, ragazzi. Siamo stati fermi abbastanza. In questa galleria non c’è niente per cui valga la pena rimanere. Dirigiamoci verso la stazione e quando arriveremo potremo discuterne meglio. A un certo punto dovremo persino ritornare verso casa...”
Ma perché fare programmi in un momento del genere? Dovevano già ringraziare il cielo di essere giunti alla prima destinazione!
“Andiamo!”, concluse il comandante. “Artyom, stai di fianco a me. Oggi sei il nostro eroe”, aggiunse inaspettatamente.
Kirill prese il suo posto dietro al carrello; Zhenya, nonostante le proteste, rimase alla leva con Nikita e insieme ricominciarono la loro avanzata.
“Mi hai detto che c’era un tubo rotto? E quel rumore veniva proprio da lì? Sai, Artyom, è probabile che noi zucconi siamo davvero sordi, non riusciamo a sentire... forse tu hai un sesto senso per questo ciarpame. Sei stato molto fortunato, ragazzo mio!”, si congratulò il comandante. “È molto strano che provenisse da un tubo... lo hai visto vuoto? Chissà che diamine ci scorre all’interno, adesso”, continuò, controllando attentamente i tubi intrecciati che pendevano dai muri della galleria.
Non mancava molto alla Rizhskaya. Un quarto d’ora dopo intravvidero in lontananza il fuoco della pattuglia, il comandante rallentò il passo e, usando la torcia, comunicò alle sentinelle il segnale luminoso corretto. Li lasciarono attraversare lo sbarramento senza problemi e, poco dopo, il carrello già scivolava sui binari della stazione.
Le condizioni della Rizhskaya erano vagamente migliori di quelle dell’Alekseevskaya. Molto tempo prima, sopra questa stazione c’era un grande mercato, perciò tra coloro che riuscirono a correre nella Metropolitana, verso la salvezza, c’erano moltissimi commercianti. Gli abitanti di questa stazione avevano sempre avuto una certa inclinazione per il commercio e la sua vicinanza alla Prospekt Mira, all’Hansa e alle sue principali rotte mercantili gli aveva dato una certa prosperità. Avevano l’elettricità, quella delle stesse luci di emergenza della VDNKh. I loro pattugliatori indossavano vecchie tute mimetiche che però avevano un aspetto decisamente migliore rispetto alle giacche imbottite e decorate delle sentinelle dell’Alekseevskaya.
Gli abitanti condussero i forestieri alle loro tende. Il ritorno a casa non era imminente, dato che nessuno era riuscito a capire cosa fosse quel nuovo pericolo nella galleria e non si sapeva come affrontarlo. L’amministrazione della stazione e il comandante della carovana proveniente della VDNKh si riunirono, mentre gli altri ebbero un po’ di tempo libero. Artyom, sfinito e agitato, si mise in branda e si addormentò subito a faccia in giù. Non voleva dormire, ma le forze lo avevano completamente abbandonato. Gli abitanti della stazione avevano promesso che un paio d’ore dopo avrebbero organizzato una festa in onore dei nuovi arrivati e, a giudicare dagli ammiccamenti e dai sussurri dei padroni di casa, sembrava che ci sarebbe stata della carne per cena. Ma prima bisognava riposarsi un po’, senza pensare a niente.
Oltre il muro di tela della tenda cominciarono a farsi sentire dei rumori. La festa era stata allestita al centro della piattaforma, dove si trovava anche il fuoco da campo principale. Artyom non riuscì a resistere e sbirciò fuori: diverse persone stavano pulendo il pavimento per stendere a terra un telone impermeabile, mentre qualche metro più in là, altri tagliavano un maiale in pezzi, che poi venivano infilati in un fil di ferro e appesi sopra al fuoco. Le mura della stazione erano molto particolari, non di marmo come quelle della VDNKh e dell’Alekseevskaya, ma ricoperte di piastrelle gialle e rosse. A suo tempo, questa combinazione di colore doveva essere apparsa molto allegra. Ora, sulle mattonelle vitree e sull’intonaco poggiava uno strato di fuliggine e grasso, che però non ne aveva rovinato l’aspetto vivace. Ma la cosa più importante era che dall’altra parte della stazione, praticamente sepolto nella galleria, era rimasto un vero treno, sebbene i finestrini fossero scoppiati e le porte fossero spalancate.
Non si trovavano treni in tutti i passaggi o in tutte le stazioni. Negli ultimi vent’anni, la maggior parte di essi, in particolar modo quelli che erano rimasti bloccati all’interno delle gallerie e nei quali non si poteva vivere, erano stati man mano smontati. La gente aveva utilizzato le ruote, i vetri e il materiale di rivestimento del treno per ricostruire la vita nelle stazioni. Il patrigno di Artyom gli aveva raccontato che all’interno dell’Hansa i treni nei passaggi erano stati smantellati per permettere ai carrelli di spostarsi più facilmente da un punto a un altro. Inoltre, stando a ciò che si diceva in giro, erano stati spinti verso la linea Rossa. Nella galleria che portava dalla VDNKh alla Prospekt Mira, non era rimasto alcun convoglio, ma molto probabilmente era un semplice caso.
Gli abitanti si stavano pian piano riunendo e Zhenya, con il viso ancora impastato dal sonno, uscì dalla sua tenda. Mezz’ora dopo il capo della stazione arrivò insieme al comandante della spedizione e vennero messi a cuocere i primi pezzi di carne. Il comandante e il governatore sorridevano, scherzavano e sembravano soddisfatti dell’esito del loro incontro. Venne portata una bottiglia di liquore fatto in casa, si brindò e tutti sembravano felici. Artyom mordicchiava la sua carne, leccando il grasso caldo che gli colava sulle mani; osservava i carboni ardenti e il calore che gli suggeriva sempre un’inspiegabile sensazione di intimità e pace.
“Sei stato tu a tirarli fuori dalla trappola?”, chiese una voce sconosciuta, che apparteneva a un uomo seduto vicino ad Artyom; lo stava osservando già da qualche minuto.
“Chi glielo ha detto?”, il ragazzo rispose alla domanda con un altro interrogativo, scrutando attentamente l’uomo: aveva i capelli cortissimi, la barba incolta e sotto il pesante giaccone di pelle si intravvedeva un gilè che sembrava morbidissimo. Secondo Artyom, il suo interlocutore non aveva nulla di sospetto; sembrava un normale commerciante, di quelli che si incontravano tutti i giorni alla Rizhskaya.
“Chi? Uno dei tuoi compagni mi ha raccontato qualcosa”, indicò con un cenno del capo qualcuno che sedeva poco lontano e che stava chiacchierando animatamente con i nuovi amici del comandante.
“Beh, sì... sono stato io”, ammise Artyom restio. Sebbene avesse il proposito di fare qualche conoscenza utile alla Rizhskaya, ora che gli si presentava un’ottima possibilità, non ne aveva più voglia.
“Mi chiamo Bourbon e tu?”
“Bourbon?”. Artyom era sorpreso. “Che razza di nome è? Non c’era un re che si chiamava così?”
“No, ragazzo mio. Era il nome di una bevanda, o meglio di un ardente liquore. Si dice che ti mettesse di buon umore. Ma tu come ti chiami?”, insistette l’uomo.
“Artyom”.
“Ascoltami, Artyom... quando hai intenzione di tornare a casa...”. Bourbon continuava ad insistere e questo insospettì Artyom.
“Non saprei. Nessuno ci ha ancora detto niente di preciso. Sa cosa ci è appena successo, signore, quindi capisce bene il perché”, rispose Artyom gelido.
“Non sono tanto più vecchio di te, quindi puoi darmi anche del tu... In realtà, quello che ti sto chiedendo... ho una proposta da farti, ragazzo. Non per tutto il tuo gruppo, solo per te: avrei bisogno del tuo aiuto, capito? Non ci vorrà molto...”
Artyom non aveva capito granché. L’uomo esitava e c’era qualcosa nel suo modo di parlare che faceva rabbrividire Artyom, il quale avrebbe dato tutto l’oro del mondo per terminare quell’astrusa conversazione il prima possibile.
“Non ti devi spaventare, ragazzo”, Bourbon aveva intuito che il suo interlocutore non si fidava di lui e stava cercando di rassicurarlo. “Non c’è nulla di losco, io faccio tutto alla luce del sole, per così dire... o per lo meno, quasi tutto... In pratica, l’altro ieri alcuni dei nostri si stavano recando alla Sukharevskaya, stavano seguendo la nostra rotta, ma non ci sono mai arrivati. Ne è tornato soltanto uno e non si ricorda nulla. Quando è ricomparso, era ricoperto di moccio e ululava proprio come ci ha raccontato il tuo compagno. Gli altri non li abbiamo mai più visti. Forse sono effettivamente arrivati alla Sukharevskaya... o forse no, perché sono ormai tre giorni che non arriva più nessuno dalla Prospekt, e per di più nessuno ci vuole più andare. Io stavo pensando che potrebbe essere stata la stessa schifezza in cui vi siete imbattuti voi. Ho ascoltato un po’ il tuo comandante e... ho supposto che potesse trattarsi della stessa cosa. La linea è la stessa, così come i tubi”. A quel punto Bourbon voltò velocemente la testa, forse per controllare che nessuno lo stesse ascoltando. “Se quella porcheria non ha avuto alcun effetto su di te...”, continuò tranquillo “Mi capisci...?”
“Sto cominciando...”. Artyom era dubbioso.
“Praticamente... io dovrei recarmi laggiù, ne ho davvero bisogno, capisci? È molto probabile che io reagirò come i nostri ragazzi e i tuoi compagni. Ma sappiamo che tu ne sei immune”.
“Tu...”, borbottò Artyom, “tu vorresti che io ti facessi attraversare la galleria? Vuoi che ti aiuti a raggiungere la Sukharevskaya?”
“Sì, qualcosa del genere”, Bourbon annuì sollevato. “Non so se lo hai sentito dire, ma oltre la Sukharevskaya c’è un’altra galleria peggiore di questa, è piena di schifezze e... dovrò attraversare anche quella. Laggiù sono accadute cose terribili agli altri commercianti. A noi andrà tutto bene, te lo assicuro. Se decidi di accompagnarmi, ti ricompenserò a dovere. Ovviamente io dovrò procedere verso sud, ma alla Sukharevskaya conosco delle persone che ti troveranno una sistemazione e ti ricondurranno a casa”.
Artyom, che per un pelo non aveva mandato al diavolo Bourbon e la sua proposta, comprese immediatamente che questa era la sua possibilità per oltrepassare le porte meridionali della Rizhskaya senza problemi e soprattutto senza ingaggiare un combattimento. Poi avrebbe potuto proseguire... Bourbon non si era sbottonato granché riguardo la sua mossa successiva, ma gli aveva comunque riferito che avrebbe dovuto attraversare la galleria maledetta tra la Sukharevskaya e la Turgenevskaya. Anche Artyom doveva arrivarci: Turgenevskaya - Trubnaya - Tsvetnoy Bulvar - Chekhovskaya... Poi sarebbe stato a un tiro di schioppo dall’Arbatskaya... e quindi dalla Polis... dalla Polis.
“Quale sarebbe la ricompensa?”, si decise ad aggiungere Artyom, per cercare di comportarsi il più normalmente possibile.
“Qualunque cosa tu voglia. Ma più che altro posso offrirti della valuta”. Bourbon osservava dubbioso Artyom, cercando di fargli capire cosa intendesse. “Cioè cartucce per Kalashnikov. Però se lo desideri posso anche procurarti cibo, liquore o droga”, gli fece l’occhiolino: “Sì, posso trovarti anche quella”.
“No, le cartucce vanno bene. Due caricatori pieni. E ovviamente abbastanza cibo per arrivare fin laggiù e tornare indietro. Le mie condizioni non sono negoziabili”, Artyom cercò di sembrare sicuro di sé e di guardare negli occhi Bourbon, che a sua volta lo osservava con uno sguardo di sfida.
“Affare fatto”, fece Bourbon per tutta risposta. “Siamo d’accordo: due caricatori per Kalashnikov e qualcosa da mangiare. Ok. Va bene”, borbottò, probabilmente tra sé. “Perfetto, ragazzo. A proposito, come stai? Dovresti dormire. Ti verrò a recuperare tra un po’, quando tutto questo putiferio sarà terminato. Fai i bagagli e, se sai scrivere, lascia un messaggio, così non ti verranno a cercare... Cerca di farti trovare pronto, capito?”