Metro 2033 – Capitolo 3

CAPITOLO 3 : SE NON RITORNO


Artyom era certo che, non appena fosse tornato a casa, il patrigno lo avrebbe subito interrogato e scosso dalla testa ai piedi pur di scoprire di cosa avessero discusso lui e Hunter. Al contrario, l’uomo non lo stava aspettando sulla porta di casa, armato dei più terribili strumenti di tortura, ma stava già russando pacifico, anche perché non dormiva da ormai ventiquattr’ore.
Artyom, invece, era stato di pattuglia la sera precedente e aveva riposato durante il giorno; poi sarebbe stato di nuovo impegnato con il turno di notte, questa volta per lavorare alla fabbrica del tè.
In seguito a decenni di vita sotterranea nell’oscurità interrotta qua e là dalle macchie di una debole luce rossa, gli uomini avevano perduto la percezione dell’alternanza tra il giorno e la notte. Durante le ore notturne, l’illuminazione della stazione era leggermente più debole, come in passato succedeva sui treni per permettere ai passeggeri di riposare. Tuttavia le luci non si spegnevano mai completamente, eccetto in caso di guasti. Vivendo al buio per così tanto tempo, la vista degli umani si era acutizzata, sebbene non fosse assolutamente paragonabile a quella delle altre creature che popolavano le gallerie e gli anfratti abbandonati.
Distinguevano tra “giorno” e “notte” per abitudine, più che per necessità. La maggior parte degli abitanti della stazione preferiva che vi fosse una parte della giornata denominata “notte” in cui tutti dormivano, il bestiame si riposava, le luci si abbassavano e venivano limitati i rumori. Alla stazione vi erano anche due orologi, posti all’entrata delle gallerie: erano considerati oggetti strategici quanto il negozio di armi, i filtri dell’acqua e il generatore dell’elettricità. Veniva eseguita una manutenzione costante e anche i problemi meno importanti venivano immediatamente risolti; inoltre, se un delinquente cercava di sabotarli, veniva punito severamente e poteva essere addirittura esiliato.
Vi era anche un codice penale, con il quale la VDNKh giudicava i criminali in processi per direttissima; era utilizzato anche in situazioni straordinarie, alla risoluzione delle quali potevano essere stabilite delle nuove regole. La manomissione di oggetti strategici era punita con le pene più severe; se si fumava o si accendeva un fuoco sulle piattaforme, oppure se si maneggiavano armi o esplosivi in modo irresponsabile si veniva immediatamente espulsi dalla stazione, mentre tutti gli oggetti di proprietà venivano confiscati.
Questi severissimi provvedimenti avevano un’unica spiegazione: diverse stazioni erano già state distrutte dagli incendi, poiché le tende prendevano fuoco molto facilmente, le fiamme si diffondevano divorando qualsiasi cosa, mentre le brutali urla di dolore delle persone riecheggiavano per mesi nelle orecchie degli abitanti nelle stazioni vicine. In seguito, alla luce delle lanterne dei timorosi commercianti che si imbattevano per caso in quell’inferno si presentava una scena raccapricciante: corpi carbonizzati a cui erano rimaste incollate plastica sciolta insieme a tela e intere dentature umane spezzate dal calore inaudito delle fiamme.
Onde evitare che un simile destino toccasse anche ad altre stazioni, accendere fuochi in maniera avventata diventò un crimine molto grave. Anche rubare, sabotare ed evitare deliberatamente di lavorare erano puniti con l’esilio. Ma, dato che alla stazione vi erano solamente duecento persone, si era sempre ben in vista, quindi era molto raro che venissero commessi questi crimini, che di solito erano perpetrati da forestieri.
Il lavoro era obbligatorio. Tutti, sia giovani che anziani, dovevano offrire quotidianamente il loro contributo. Alla porcilaia, alla piantagione di funghi, alla fabbrica di tè, a quella per il confezionamento della carne, al controllo del fuoco e dei servizi ingegneristici, al negozio di armi: tutti gli abitanti lavoravano in almeno due di questi luoghi. Inoltre, ogni quarantotto ore, gli uomini svolgevano il servizio di guardia in una delle gallerie. In caso di conflitto o di un nuovo pericolo dalle profondità della Metropolitana, le pattuglie venivano moltiplicate e le forze della riserva allertate, pronte per entrare in azione.
La vita alla VDNKh era organizzata in modo talmente meticoloso che si era guadagnata una reputazione invidiabile; erano molti quelli che desideravano trasferirvisi, anche se era assai difficile che venissero accolti degli stranieri.
Mancava ancora qualche ora al suo turno di notte alla fabbrica del tè e Artyom, non sapendo cosa fare, arrancò fino a casa del suo amico Zhenya, lo stesso con cui aveva vissuto l’incredibile avventura in superficie. Zhenya aveva la sua stessa età ma, al contrario di Artyom, viveva con la sua vera famiglia: il padre, la madre e una sorellina. Non accadeva spesso che intere famiglie si salvassero e, nel profondo, Artyom invidiava l’amico. Voleva molto bene al suo patrigno e lo rispettava, persino ora che i suoi nervi stavano cedendo. Ciononostante, sapeva bene che Sukhoi non era il suo vero padre e nemmeno un suo parente stretto, tanto è vero che non lo aveva mai chiamato “papà”.
All’inizio Sukhoi gli aveva chiesto di essere chiamato “zio Sasha”, ma in seguito se n’era pentito. Erano passati molti anni e il vecchio orso non era ancora riuscito a farsi una famiglia sua, non aveva nemmeno una donna che lo aspettasse quando faceva ritorno dalle sue spedizioni. Gli doleva il cuore quando vedeva una madre con il suo bambino e sperava che un giorno non dovesse più tornare nell’oscurità e che non gli toccasse più stare lontano dalla vita della stazione per giorni, o settimane, o forse anche per sempre. Inoltre, sperava di trovare una donna pronta a essere sua moglie, che volesse dare alla luce i suoi figli i quali, una volta imparato a parlare, non lo avrebbero chiamato “zio Sasha” ma “papà”.
La vecchiaia e la debolezza si facevano prossime, rimaneva sempre meno tempo, si doveva sbrigare. Malgrado ciò, trovava difficile lasciare il suo lavoro. A un incarico ne seguiva subito un altro e non riusciva a trovare nessuno a cui far svolgere i suoi compiti, a cui affidare le conoscenze e i segreti professionali, così da poter eseguire un lavoro un po’ meno manuale alla stazione. Già da tempo rifletteva sul fatto che avrebbe voluto fare qualcosa di più pacifico: sapeva perfettamente che, grazie alla sua autorità, alla sua condotta ineccepibile e alle sue relazioni amichevoli con l’amministrazione avrebbe potuto ricoprire un ruolo da supervisore alla stazione. Ma per il momento, non c’era nessuno in grado di sostituirlo. Quindi si svagava pensando a un futuro più felice e viveva la quotidianità; rimandava il suo ritorno definitivo alla stazione e continuava a versare lacrime e sangue per il bene delle altre stazioni e delle gallerie più lontane.
Artyom sapeva che il patrigno, sebbene gli dimostrasse un amore paterno, non lo considerava il suo successore nella vita professionale, poiché lo vedeva come un buono a nulla, immeritevole di una tale responsabilità. Non lo portava con sé durante le spedizioni più lunghe, ignorando il fatto che il ragazzo stava diventato un uomo e non poteva più essere indotto a credere che fosse troppo giovane, che lo avrebbero rapito gli zombie o che i ratti lo avrebbero divorato. Non aveva intuito che questa sua mancanza di sicurezza nei confronti di Artyom aveva spinto il ragazzo a fughe disperate per le quali veniva puntualmente punito dal patrigno. Ma forse non aveva voluto che Artyom rimanesse vittima dell’insensato pericolo mortale che implicava il suo lavoro nella Metropolitana; al contrario, voleva che il ragazzo potesse condurre la vita che Sukhoi tanto sospirava: in pace e sicurezza, lavorando e crescendo i figli, senza sprecare la sua giovinezza inutilmente. Ma così facendo, si stava dimenticando che egli stesso poteva aspirare a una vita del genere; aveva attraversato l’acqua e il fuoco, era sopravvissuto a centinaia di avventure e ne era pienamente soddisfatto. Ma la saggezza conquistata con anni di duro lavoro non gli parlava più, ormai riusciva solo a sentire il peso degli anni e la conseguente stanchezza. Di contro, nelle vene di Artyom ribolliva energia allo stato puro. Aveva appena cominciato a vivere e la prospettiva di svolgere un lavoro ingrato, di condurre un’esistenza da vegetale sbriciolando e facendo seccare funghi, cambiando pannolini, senza mai superare il cinquecentesimo metro, gli sembrava totalmente inconcepibile. Con il passare dei giorni, il desiderio di scappare dalla stazione si faceva più forte, mentre comprendeva sempre più chiaramente quale tipo di vita il patrigno stesse progettando per lui: una carriera come operaio alla fabbrica del tè e come padre di una schiera di marmocchi. Tutto ciò era meno esaltante di qualsiasi altra cosa su questa terra.
Era attirato dall’avventura, voleva volare via, libero, come le salsole portate in giro per le gallerie dai flussi d’aria e seguire queste correnti fino all’ignoto, per incontrare il suo destino. Forse era proprio questo che Hunter aveva scorto in lui, chiedendogli di prendere parte a un’impresa tanto rischiosa. Hunter aveva un intuito naturale quando si trattava di capire le gente, infatti dopo una sola ora di conversazione, aveva già compreso che il ragazzo era la persona giusta a cui proporre il suo piano. E anche se non fosse mai arrivato a destinazione, per lo meno Artyom sapeva che, nel caso in cui all’Orto botanico fosse accaduto qualcosa ad Hunter, per attenersi ai suoi ordini avrebbe avuto la possibilità di lasciare la stazione.
Naturalmente, il cacciatore aveva fatto la scelta giusta.
Per fortuna, Zhenya era in casa perciò Artyom avrebbe passato la serata a chiacchierare sulle ultime indiscrezioni e a ragionare sul futuro sopra una tazza di tè forte.
“Fantastico!”, esclamò l’amico rispondendo al saluto di Artyom. “Sei nel turno di notte alla fabbrica?! Ci hanno messo anche me... ero talmente stufo che stavo per chiedere al capo di cambiarmi posto. Ma se ci fanno lavorare insieme allora va bene, credo di riuscire a sopportarlo. Sei appena rientrato dalla pattuglia, vero? Dai, racconta! Ho sentito dire che c’è stata un’emergenza. Che è successo?”. Artyom lanciò un’occhiataccia alla sorella minore di Zhenya, che dall’angolo della tenda stava dimostrando fin troppo interesse nella loro conversazione: aveva smesso di riempire con gli scarti dei funghi la bambola di pezza che la madre le aveva cucito e stava osservando i due ragazzi con il fiato sospeso e gli occhi spalancati.
“Ragazzina!”, la richiamò severo Zhenya, che aveva subito compreso la smorfia di Artyom. “Tu e il tuo giocattolo potete andarvene dai vicini. Penso che Katya ti abbia invitato... Sai che dobbiamo essere gentili con i nostri dirimpettai... quindi, va’ e porta con te le bambole”.
La bambina squittì indignata e cominciò a raccogliere le sue cose con uno sguardo torvo, mugugnando alla sua bambola, che con occhi consunti osservava inespressiva il soffitto: “Pensate di essere importanti?! Io tanto so già tutto! Parlerete solo di funghi!”, borbottò sprezzante mentre se ne andava.
“Lenka, sei troppo piccola per parlare di funghi. Hai la bocca ancora sporca di latte!”, la redarguì Artyom.
“Cos’è il latte?”, domandò la bambina perplessa, toccandosi le labbra.
Ma nessuno dei due si curò di darle una spiegazione e la domanda rimase sospesa nell’aria.
Quando se ne andò, Zhenya fissò i lembi della tenda e richiese: “Beh? Allora, cos’è successo? Forza, sputa il rospo! Ho già sentito troppe versioni discordanti: un tizio ha riferito di aver visto un enorme ratto sbucare dalla galleria; un altro ritiene che tu abbia fatto fuggire una spia dei Tetri e che sia rimasto persino ferito. A chi devo credere?”
“A nessuno!”, gli consigliò Artyom. “Mentono tutti. Era un cane, anzi, una cagnolina. L’ha presa Andrey, sostiene che sia un pastore tedesco”, sorrise Artyom.
“Sì, ma io ho saputo proprio da Andrey che si trattava di un ratto!”. Zhenya era scettico. “Secondo te mi ha mentito di proposito?”
“Non lo sai? È la sua risposta preferita: ‘C’erano ratti grandi quanto maiali’. È un comico nato”, scherzò Artyom. “E tu che mi racconti? Novità? Hai parlato con i ragazzi?”
Gli amici di Zhenya erano commercianti, consegnavano il tè e la carne di maiale al mercato della Prospekt Mira e riportavano multivitamine, tela e chincaglierie di qualsiasi tipo; alle volte riuscivano anche a mettere le mani su un po’ di petrolio. In altre occasioni riuscivano a raccattare libri sporchi, spesso con pagine mancanti, che misteriosamente erano finiti alla Prospekt Mira dopo aver viaggiato per quasi tutta la Metro, passando da un baule all’altro, da una tasca a quella successiva, dalle mani di un mercante a quelle di un altro, per trovare, infine, il loro proprietario di diritto.
Alla VDNKh erano molto fieri del fatto che, nonostante la distanza dal centro e dalle rotte principali del commercio, gli abitanti riuscivano a sopravvivere decorosamente a condizioni che peggioravano di giorno in giorno e anche a mantenere, per lo meno all’interno dei confini della loro stazione, un buon livello di cultura, che purtroppo sottoterra stava velocemente sparendo.
L’amministrazione della stazione aveva fatto del proprio meglio per dare a questo problema il massimo dell’importanza; era infatti obbligatorio insegnare a leggere ai bambini. La stazione aveva anche una piccola biblioteca in cui venivano man mano aggiunti tutti i libri che si riuscivano a trovare nei mercati. In realtà, i commercianti non sceglievano i libri, portavano semplicemente ciò che gli veniva consegnato e li trattavano come se fossero carta straccia.
Al contrario, gli abitanti della stazione provavano una certa riverenza nei confronti della carta stampata, tanto che non avrebbero mai strappato una pagina, nemmeno del più stupido romanzo di terza categoria; li consideravano delle reliquie, l’ultimo ricordo di un fantastico mondo ormai sprofondato nell’oblio. Gli adulti che quasi ricordavano a memoria tutte le parole dei romanzi letti, tramandavano questo amore per i libri ai loro figli, i quali, purtroppo, non potevano rammentarsi le storie del vecchio mondo poiché conoscevano solo questo, fatto di gallerie, intersezioni, corridoi, passaggi infiniti e cupi.
Nella Metro vi erano pochissimi altri luoghi in cui il testo scritto era idolatrato come qui e gli abitanti della VDNKh si consideravano uno degli ultimi capisaldi della cultura, una roccaforte della civiltà, la più settentrionale sulla linea Kaluzhsko-Rizhskoi. Anche Artyom e Zhenya leggevano molto. Quest’ultimo attendeva scalpitante il ritorno dei suoi amici dal mercato e, al loro arrivo, correva a incontrarli per domandare loro se fossero riusciti a portare qualcosa di nuovo. Perciò, nella maggior parte dei casi, i libri finivano prima nelle mani di Zhenya e solo in seguito venivano catalogati nella biblioteca.
Il patrigno di Artyom gli portava dei libri dalle sue spedizioni: nella loro tenda ne avevano uno scaffale quasi pieno. Stavano lassù, su quel ripiano, ingiallivano e diventavano consunti, a causa della muffa e dei morsi dei topi, sebbene spesso arrivassero già sporchi di macchie brune di sangue secco. Possedevano titoli che nessun altro aveva sia nella loro stazione che, molto probabilmente, in tutta la Metropolitana: Marquez, Kafka, Borges, Vian e alcuni classici russi.
“I ragazzi non sono riusciti a portare nulla questa volta”, cominciò Zhenya. “Lekha mi ha riferito che presto riceverà una tonnellata di libri da un tizio della Polis e mi ha promesso che ne porterà un paio qui”.
“Non mi riferivo ai libri!”. Artyom agitò la mano in direzione di Zhenya. “Cosa ti hanno detto? Com’è la situazione?”
“La situazione? Niente di insolito. Naturalmente girano voci di qualsiasi tipo, ma non è una novità. Sai benissimo che i commercianti non riescono a sopravvivere senza i loro pettegolezzi e le loro storie, altrimenti che commercianti sarebbero? Bisogna soppesare bene tutte le sciocchezze che raccontano e poi decidere se crederci o no. Per il momento sembra tutto tranquillo. O per lo meno, se pensiamo al periodo in cui l’Hansa era in guerra con i Rossi... aspetta un attimo!”, d’improvviso si ricordò qualcosa: “Sai che ora alla Prospekt Mira proibiscono di usare la droga? Se trovano un commerciante che la vende, gliela confiscano, lui viene schedato ed espulso dalla stazione; se lo trovano una seconda volta, Lekha sostiene che non gli permettono di accedere all’Hansa per diversi anni, il che significa la morte per un commerciante!”
“Davvero?! Ma... l’hanno deciso di punto in bianco? Cosa gli è saltato in mente?”
“Sembra che sia allucinogena, dato che influisce sul tuo modo di vedere le cose, e che se assunta troppo frequentemente, può causare danni permanenti al cervello. Quindi, per ragioni di salute”.
“Perché tutto d’un tratto si preoccupano del nostro benessere? Che pensino al loro e lascino in pace noi!”
“Sai una cosa?”, Zhenya abbassò la voce. “Secondo Lekha stanno mettendo in circolazione un sacco di stupidaggini su cosa sia dannoso per la salute”.
“Quali stupidaggini?”. Artyom era sorpreso.
“Fanno disinformazione. Ad esempio, una volta Lekha ha percorso la linea oltre la Prospekt Mira ed è riuscito ad arrivare alla Sukharevskaya. Stava conducendo degli affari loschi, di cui però ha mantenuto il più totale riserbo anche con me. Laggiù ha incontrato un uomo anziano, un tipo interessante. Era un mago”.
“Chi?”. Artyom non riuscì a trattenersi e scoppiò in una fragorosa risata. “Un mago? Alla Sukharevskaya? Ma dai, il tuo amico Lekha ti ha preso in giro! Poi che ti ha raccontato, che il mago gli ha regalato una bacchetta magica? Oppure un bastone che si trasforma in un fiore?”
“Sei un idiota”. Zhenya si era offeso. “Pensi di sapere tutto tu? Solo perché non hai mai incontrato un mago, non significa che non ne esistano. Credi nei mutanti sulla Filevskaya?”
“Non c’è bisogno di crederci, quelli ci sono davvero. Non c’è paragone. A me l’ha raccontato il mio patrigno. Ma non ho mai sentito parlare di maghi”.
“Sebbene io rispetti Sukhoi, nemmeno lui è onnisciente. E comunque, forse voleva solo spaventarti. Insomma, se non vuoi ascoltare la storia, puoi andartene a quel paese”.
“D’accordo, Zhenya, continua. È comunque un racconto interessante, anche se sembra un po’...”, Artyom sorrise.
“Ok. Dovevano passare la notte attorno al fuoco. Come sai, nessuno vive in pianta stabile alla Sukharevskaya. I commercianti che giungono dalle altre stazioni vi fanno tappa perché le autorità dell’Hansa alla Prospekt Mira gli hanno imposto un coprifuoco: quando le luci si abbassano, tutti fuori. Ebbene, il gruppo si era accampato laggiù, c’erano diversi ciarlatani e qualche ladro; se ne stavano tutti insieme ai commercianti. C’era anche qualche viandante, che si riposava prima di dirigersi verso sud. Ma nelle gallerie oltre la Sukharevskaya stava cominciando un putiferio: nessuno vive laggiù, né ratti, né mutanti; la maggior parte di coloro che passa da quelle gallerie scompare, senza lasciare alcuna traccia. Dopo la Sukharevskaya, la stazione successiva è la Turgenevskaya, nei pressi della linea Rossa. In quella zona c’era un passaggio verso Chistye Prudy che i Rossi hanno rinominato Kirov, dicono fosse un rivoluzionario comunista... gli abitanti avevano troppa paura, non volevano vivere nei pressi di quella stazione e così lo bloccarono. Quindi ora la Turgenevskaya è rimasta vuota, abbandonata. Perciò la galleria che dalla Sukharevskaya porta al più vicino insediamento umano sembra infinita. Ed è proprio lì che la gente scompare: se percorrono la galleria uno alla volta, quasi sicuramente non arrivano dall’altra parte, ma se riescono a radunare una carovana di una decina di persone, allora ce la fanno. Quando giungono a destinazione riferiscono che in quella galleria non vi sia niente di particolare: è normale, tranquilla, vuota, non vi è nemmeno un passaggio laterale o un luogo in cui sparire. Dicono di non aver incontrato nessuno, nemmeno un bestia e di non aver udito neanche un rumore... Ma poi il giorno dopo, quando la voce si sparge, si viene a sapere che la galleria è pulita e che è semplice attraversarla, qualcuno manda al diavolo la superstizione, ritenta l’impresa da solo e... tombola! Non riesce ad arrivare dall’altra parte”.
“Mi sembrava stessi parlando di un mago...”, ricordò tranquillamente Artyom.
“Ci arrivo, al mago. Aspetta un attimo”, rispose Zhenya. “Beh, gli uomini sono terrorizzati, non vogliono percorrere da soli quella galleria verso sud e alla Sukharevskaya cercano compagni con cui affrontare il viaggio. Se non è un giorno di mercato non vi sono molte persone, per cui alle volte devono aspettare giorni interi, o addirittura settimane affinché raggiungano un numero sufficiente di persone per partire; più sono, meglio è. Lekha mi ha raccontato che alle volte si incontrano personaggi davvero stravaganti, tra i quali vi sono anche numerosi mascalzoni... bisogna solo saperli individuare. Altre volte, però, si è più fortunati. Appunto, Lekha ha incontrato il mago. Non era come te lo immagini, non di quelli che escono dalla lampada...”
“Quello della lampada era un genio, non un mago”, lo corresse attento Artyom, ma Zhenya ignorò il suo commento e continuò: “È un occultista e ha passato metà della sua vita a studiare letteratura mistica di qualsiasi genere. Più che altro hanno discusso delle teorie di Castaneda... Legge nel pensiero e riesce a vedere nel futuro, a scoprire i collegamenti mancanti, ad anticipare pericoli futuri. Sostiene di vedere gli spiriti. E c’è dell’altro...”. Zhenya fece una pausa, per creare un po’ di suspense, “Se ne va in giro per la Metro senz’armi! Completamente disarmato! Ha solo un coltellino, che usa per tagliare il cibo, e un bastone di plastica. Capisci? Afferma che tutti coloro che assumono droga, anche quelli che la bevono, sono dei folli, perché non è come ce la immaginiamo, non è droga vera; e quei funghi... anche quelli non sono ciò che sembrano, soprattutto perché, in passato, non sono mai cresciuti nella regione centrale. In effetti, un giorno ho dato un’occhiata a un libro di micologia e non ho trovato alcuna informazione sui funghi che abbiamo qui. Non c’è nulla che gli somigli, nemmeno lontanamente... Quelli che li mangiano pensando che siano allucinogeni e che si possano avere delle visioni, beh, si sbagliano. Per lo meno, è ciò che sostiene il mago. Ma se li cucini in maniera leggermente diversa, puoi entrare in uno stato in cui riesci a controllare gli eventi nel mondo reale.”
“Che mago sbalorditivo! Anche se, per la verità, a me sembra più un drogato...”, dichiarò Artyom con convinzione. “Moltissima della gente che vive qui prende la droga per rilassarsi, ma come ben sai, nessuno ne ha mai abusato. Quel tizio è un tossicodipendente, te lo dico io. E secondo me era in crisi d’astinenza. Senti questa: zio Sasha mi ha raccontato che in una stazione, non ricordo precisamente quale, gli si rivolse un uomo anziano, che cominciò a dirgli di avere un potente sesto senso e che stava combattendo un conflitto contro sensitivi e alieni potenti quanto lui, però malvagi. Riteneva che lo stessero quasi sconfiggendo, che non sarebbe stato in grado di combattere ancora a lungo, poiché stava consumando tutte le sue forze per quelle battaglie. Mi pare che la stazione fosse la Sukharevskaya, o una mezza stazione del genere, in cui la gente si siede attorno ai fuochi da campo al centro della piattaforma, lontani dall’imboccatura della galleria, per dormire un po’ prima di riprendere il cammino. In quel momento videro tre uomini passargli vicino e l’anziano gli riferì, terrorizzato: ‘Vedi? Quello nel mezzo è il sensitivo malvagio, il discepolo dell’oscurità, mentre gli altri due sono alieni che lo stanno aiutando. Il loro capo vive nel punto più profondo della Metropolitana. Stanno pensando che non verranno qui ad affrontarmi perché ci sei tu con me, e non vogliono che le persone normali sappiano di questa guerra. Ora mi stanno attaccando con la loro energia e io mi difendo con uno scudo’. Poi urlò: ‘Continuerò a battermi!’. So che ti viene da ridere, ma per il mio patrigno tutta quella situazione non era per nulla divertente. Immaginati di essere in un punto dimenticato della Metro: ti può succedere qualsiasi cosa! Sembrano idiozie, è vero. Infatti, a quel punto zio Sasha si era convinto che il vecchio fosse solo un pazzo, ma poi il tizio che camminava con i due alieni lo guardò storto e lui vide un bagliore nei suoi occhi...”
“Che stupidaggini”, ribatté Zhenya, scettico.
“Saranno anche delle stupidaggini, ma sai bene che nelle stazioni più remote devi essere pronto a tutto. Da ultimo, l’anziano gli disse che ben presto avrebbe affrontato la battaglia finale con i sensitivi malvagi, che erano molto più potenti di lui. Nel caso avesse perso, sarebbe stata la fine per tutti. Aggiunse che in passato vi era un numero maggiore di sensitivi buoni, che si trattava di una guerra alla pari. Ma in tempi recenti i cattivi sono riusciti a mettere a segno delle conquiste. Questo vecchio era uno degli ultimi buoni, forse proprio l’ultimo. Se fosse stato ucciso, i malvagi avrebbero vinto e sarebbe stata la fine!”
“Secondo me abbiamo già raggiunto la fine” osservò Zhenya.
“Beh, non esattamente. Esistono ancora delle possibilità”, ribadì Artyom. “Poi, quando si salutarono, il vecchio lo pregò: ‘Figliolo, dammi qualcosa da mangiare! Le forze mi stanno abbandonando, la battaglia finale si avvicina e da questa dipende il futuro di tutti, anche il tuo!’. Capito? Quel tizio voleva solo qualcosa da mangiare. Proprio come il tuo mago, che però aveva anche qualche rotella fuori posto, ma per un’altra ragione”.
“Sei un ingenuo! Non sai nemmeno come va a finire, la mia storia... E comunque, chi ti dice che il vecchio stesse mentendo? A proposito, come si chiamava? Sukhoi ti ha detto il suo nome?”
“Sì, me l’ha detto, ma non me lo ricordo con esattezza... aveva un nome strano, che cominciava con ‘Chu’... poteva essere ‘Chum’ o ‘Chump’... Molto spesso i vagabondi usano soprannomi stravaganti al posto dei loro veri nomi. Come si chiamava il tuo mago?”
“Riferì a Lekha che in quel momento veniva chiamato Carlos, per la somiglianza. Non so a cosa si riferisse, ma lui lo ha spiegato così. In ogni caso, dovresti ascoltare la fine della storia: al termine della loro conversazione, ammonì Lekha che sarebbe stato meglio non attraversare la galleria settentrionale, sebbene Lekha si stesse preparando per partire proprio il giorno successivo. Però quest’ultimo gli diede retta e non andò. Il mago aveva ragione, perché quel giorno dei delinquenti attaccarono la carovana nella galleria tra la Sukharevskaya e la Prospekt Mira, anche se era considerata una rotta sicura. Metà dei commercianti vennero uccisi e quelli che sopravvissero riuscirono a malapena a difendersi... Beh, che ne pensi?”
Artyom non rispose subito e sprofondò nei suoi pensieri.
“Non si può mai sapere, può succedere di tutto. Fatti del genere accadevano molto frequentemente, me li raccontava anche il mio patrigno, che ha visto come vivevano nelle stazioni più remote; laggiù gli umani sono diventati dei selvaggi, dei primitivi, e si sono scordati che l’uomo incarna l’essere razionale per eccellenza. Perciò si susseguono gli avvenimenti più strani, ai quali le nostre menti logiche non sono in grado di dare una spiegazione. Non è mai sceso nel dettaglio e... per la verità non me lo ha raccontato direttamente, l’ho sentito per caso”.
“Ah ah! Te lo dico io, certe volte descrivono vicende alle quali le persone normali non crederebbero mai. L’ultima volta, Lekha mi ha parlato di un’altra storia... la vuoi ascoltare? Sicuramente questa non l’hai mai sentita dal tuo patrigno. Lekha ne è venuto a conoscenza da un commerciante della linea Serpukhovskaya... Tu credi nei fantasmi?”
“Beh, ogni volta che sto con te comincio a chiedermi se ci credo oppure no, ma poi quando sono da solo, o con altra gente, ritorno in me...”, replicò Artyom, riuscendo a malapena a nascondere l’ombra di un sorriso.
“Dici sul serio?”
“Ovviamente ho letto molte storie e zio Sasha me ne ha raccontate delle altre. Ma, se devo essere onesto, non ci credo davvero. Io non riesco a capirti, Zhenya: qui alla stazione stiamo vivendo un incubo interminabile con tutti questi Tetri, che scommetto non si trovano in nessun’altra parte della Metropolitana. E da qualche parte ci saranno dei ragazzi che parlano di ciò che ci sta succedendo, a cui vengono raccontate storie spaventose sulla nostra stazione e che si chiedono: ‘Credi che questi Tetri esistano davvero?’. Sembra che per te non significhi niente... Hai bisogno di avere più paura di così?”
“Non dirmi che a te interessa solo quello che riesci effettivamente a vedere e a sentire... Non pensi che il mondo sia organizzato anche in ciò che non vedi e non senti? Prendi una talpa: non vede niente, è completamente cieca dalla nascita. Ma questo non significa che tutto ciò che la talpa non riesce a vedere non esista... Tu mi stai dicendo questo?”
“D’accordo... Quale storia volevi raccontarmi? Del commerciante alla Serpukhovskaya?”
“Il commerciante? Sì certo! Beh, non so come, ma Lekha ha incontrato questo tizio al mercato. Non era sicuramente della Serpukhovskaya, ma dell’Anello; un cittadino dell’Hansa che vive alla Dobryninskaya. Laggiù c’è un passaggio che conduce alla Serpukhovskaya. Non so se Sukhoi te l’ha mai riferito, ma su quella linea non c’è anima viva oltre l’Anello, almeno fino alla stazione successiva, cioè la Tulskaya, dove ci sono le pattuglie dell’Hansa. L’organizzazione ha deciso di prendere provvedimenti per difenderla, visto che a loro parere la linea è disabitata... Non si sa mai di cosa possa essere infestata, perciò l’hanno trasformata in una zona cuscinetto. Nessuno prosegue mai oltre la Tulskaya, dicono che non vi sia nulla, le stazioni siano tutte vuote e l’equipaggiamento ridotto a pezzi, quindi vivere laggiù sarebbe praticamente impossibile. È una zona tagliata fuori dal resto del mondo: niente animali, niente parassiti e nemmeno ratti. Totalmente vuota. Tuttavia, quel commerciante aveva un conoscente, un tipo a cui piaceva vagabondare, che una volta era stato oltre la Tulskaya. Non so cosa stesse cercando, comunque raccontò al commerciante che sulla linea Serphukhvskaya le cose non sono poi così semplici e che è vuota per una ragione ben precisa. Gli disse che ciò che accade laggiù è inimmaginabile. Non è un caso che l’Hansa non abbia mai colonizzato la zona, anche se potrebbe diventare una piantagione o una porcilaia perfetta”.
Zhenya si interruppe. Si era accorto che finalmente Artyom aveva messo da parte il suo cinismo e lo stava ascoltando a bocca aperta. Si accomodò sul pavimento, sentiva che ce l’aveva fatta: “Sì, beh... so che a te non interessano queste vecchie fandonie. Beviamo ancora un po’ di tè?”
“Il tè può attendere! Sputa il rospo, perché l’Hansa non aveva colonizzato la zona? Hai ragione, è molto strano. Il mio patrigno sostiene vi sia un problema generalizzato di sovrappopolazione; in parole povere, non c’è più spazio per tutti. Quindi perché rinunciare alla possibilità di allargarsi un po’? Non è da loro!”
“Ah, ma allora ti interessa!? D’accordo... Beh, questo straniero si era addentrato nei recessi dalla galleria, aveva camminato e camminato, ma non aveva mai incontrato anima viva. Niente e nessuno, proprio come nella galleria oltre la Sukharevskaya. Riesci a immaginare la situazione? Nemmeno un ratto! Solo il rumore delle gocce d’acqua. Le stazioni abbandonate rimangono lì, nell’oscurità, disabitate da sempre; si prova un costante senso di pericolo, è oppressivo... Camminando velocemente, riuscì a superare quattro stazioni nel giro di mezza giornata. Era di sicuro un tipo disperato... Vivere un’esperienza del genere completamente solo! Arrivò alla Sevastopolskaya, nel punto in cui c’è il passaggio che conduce alla linea Kakhovskaya. Sai quella su cui vi sono solo tre stazioni, che sembra incompleta, una sorta di appendice... Decise di passare la notte alla Sevastopolskaya. Era stanco morto, sia nel corpo che nella mente... Trovò qualche legnetto e accese un fuoco, in modo che l’oscurità attorno a lui non sembrasse troppo insopportabile, quindi entrò nel suo sacco a pelo e si addormentò sulla piattaforma. Tuttavia, durante la notte...”
A quel punto, Zhenya si alzò in piedi, allungò i muscoli e, con un sorriso sadico dichiarò: “Beh, non so tu, ma io ora ho bisogno di una bella tazza di tè!”, e senza attendere la risposta dell’amico uscì dalla tenda con il bollitore in mano e lo lasciò lì a pensare a quello che gli aveva raccontato fino a quel momento.
Chiaramente Artyom se l’era presa con Zhenya, ma decise di aspettare paziente il suo ritorno; allora gliene avrebbe dette quattro. Improvvisamente si ritrovò a pensare ad Hunter e alla sua richiesta, che in realtà era sembrata quasi un ordine. Subito dopo tornò a concentrarsi sulla storia di Zhenya.
Il ragazzo era tornato con il tè, ne versò un po’ in un bicchiere, ornato da un rarissimo rivestimento in metallo, simili a quelli che un tempo si usavano sui treni per servire proprio il tè. Continuò subito la sua storia: “Si addormentò vicino al fuoco, era circondato da un silenzio assordante, come se avesse le orecchie tappate con del cotone. Nel bel mezzo della notte udì uno strano rumore... di quelli impossibili, che avrebbero messo a dura prova la sanità mentale di chiunque. Cominciò subito a sudare freddo e saltò in piedi. Udì la risata di un bambino, che veniva dalla galleria: si trovava a quattro stazioni dall’insediamento più vicino! Laggiù non ci vivono nemmeno i ratti! Te lo immagini? Era spaventatissimo... Dopo essersi alzato in piedi, corse sotto uno degli archi rivolti verso la galleria e... sai cosa vide? Un treno che entrava in stazione. Un treno vero, con le luci accese, che avrebbero potuto accecarlo! Per fortuna fece in tempo a coprirsi gli occhi con la mano. I finestrini risplendevano di una luce gialla, all’interno c’erano delle persone, ma tutta la scena si svolgeva davanti ai suoi occhi nel silenzio più totale, senza il benché minimo rumore! Non si udiva il ronzio del motore e nemmeno il fracasso delle ruote, il treno scivolava attraverso la stazione in un innaturale silenzio. Capisci? Il tizio si sedette, sentì che il suo cuore stava per cedere... Vedeva della gente ai finestrini del treno, come se stessero chiacchierando senza emettere alcun suono. Il treno, vagone dopo vagone, gli passava davanti agli occhi. Nell’ultimo convoglio riuscì a scorgere un bambino di sette anni che lo fissava, lo indicava con il dito... e rideva. La risata, quella sì che riusciva a sentirla! Il silenzio era tale che riusciva a sentire anche il suo cuore, oltre al bimbo... Il treno sprofondò nella galleria e la risata si fece sempre meno udibile, per poi svanire del tutto. Quindi tornò di nuovo il silenzio più assoluto, il più terribile che avesse mai udito”.
“A quel punto si svegliò?”, lo assalì Artyom malevolo, ma con un filo di speranza nella voce.
“Ti piacerebbe, eh! Tornò a tutta velocità verso il fuoco ormai spento, raccolse in fretta le sue cose e corse indietro verso la Tulskaya, senza mai fermarsi. Ci mise una sola ora. Era troppo spaventato. Immagina...”
Artyom era ammutolito, sconvolto da ciò che aveva sentito. Così, anche nella tenda scese il silenzio. Alla fine, dopo aver raccolto i pensieri, tossì e si assicurò che la voce non lo tradisse. Quindi chiese a Zhenya con il tono più indifferente che gli riuscì: “E tu ci credi?”
“Beh, non è la prima volta che mi raccontano una storia del genere sulla Serpukhovskaya”, ribatté Zhenya, “solo che non te le racconto sempre, perché non mi riesce di parlartene normalmente... tu mi interrompi subito! Va bene, per stasera siamo rimasti qui anche troppo, è quasi ora di andare al lavoro. Forza, prepariamoci. Possiamo parlare ancora un po’ durante il turno”.
Artyom si alzò restio e si trascinò verso casa. Aveva bisogno di fare uno spuntino prima di cominciare a lavorare.
Il suo patrigno stava ancora dormendo, così come il resto della stazione: molto probabilmente la maggior parte delle persone aveva già terminato il proprio turno di lavoro, mentre mancava poco all’inizio di quello notturno. Doveva sbrigarsi. Superò la tenda degli ospiti in cui alloggiava Hunter e vide che i lembi erano aperti: era rimasta vuota. Il suo cuore sussultò. Fu allora che comprese che la sua conversazione con Hunter non era stata un sogno, era avvenuta davvero. Lo sviluppo degli eventi avrebbe potuto avere un impatto diretto su di lui; sapeva benissimo che ben presto avrebbe dovuto affrontare il suo destino.
La fabbrica del tè si trovava in un vicolo cieco, in prossimità di una delle uscite bloccate della Metropolitana. Dall’altro lato vi erano le scale mobili che conducevano in superficie. Tutto il lavoro veniva svolto a mano, sarebbe stata una pazzia sprecare la preziosa energia elettrica per la produzione.
Al di là dei muri di metallo che separavano la fabbrica dal resto della stazione, da una parete all’altra scorrevano dei fili di metallo sui quali venivano fatti essiccare i funghi puliti. Quando l’ambiente era particolarmente umido, venivano accesi dei fuocherelli per fare in modo che i funghi essiccassero più velocemente e non si ricoprissero di muffa. Sotto i fili erano posti dei tavoli sui quali gli operai tagliavano e sminuzzavano i funghi secchi. Il tè così preparato veniva confezionato in pacchetti di carta o di plastica, a seconda del materiale disponibile alla stazione. Prima del confezionamento venivano aggiunti estratti e polveri: la ricetta era nota solo al responsabile della fabbrica. Era un processo semplice e ripetitivo, per cui, se gli operai non avessero potuto conversare tra loro durante le otto ore in cui tagliavano e facevano a pezzettini i funghi, sarebbe stato davvero estenuante.
Artyom lavorò insieme a Zhenya e a un nuovo ragazzo dai capelli arruffati, Kirill, con il quale era già stato di pattuglia. Quest’ultimo si animò quando vide Zhenya, forse perché si erano già visti e avevano avuto modo di chiacchierare. Perciò prese a raccontargli una storia che sembrava fosse stata interrotta in precedenza. Artyom sedeva nel mezzo e non si sentiva abbastanza coinvolto nella conversazione da ascoltare, quindi sprofondò nei suoi pensieri: il racconto di Zhenya sulla linea Serpukhovskaya stava abbandonando la sua memoria, mentre riaffiorava la conversazione con Hunter.
Cosa poteva fare? Gli ordini di Hunter erano stati fin troppo categorici, doveva rifletterci sopra. Se il cacciatore non fosse riuscito a portare a termine la sua missione? Aveva deciso di affrontare un’impresa totalmente insensata, osando avventurarsi nel covo del nemico, dove era iniziato tutto. Il pericolo a cui si esponeva era enorme, nemmeno lui ne conosceva la reale portata. Poteva solamente immaginare ciò che lo attendeva al cinquecentesimo metro, in cui la luce del fuoco da campo dello sbarramento di confine si faceva sempre più flebile... le ultime fiamme accese dall’uomo, a nord della VDNKh.
Le informazioni che aveva raccolto sui Tetri erano le stesse che tutti conoscevano, solo che gli altri non avevano la minima intenzione di andare a cercarli. In verità, non si sapeva con certezza se all’Orto botanico vi fosse un passaggio da cui quelle bestie potevano intrufolarsi dalla superficie all’interno della Metropolitana.
Le probabilità che Hunter non sarebbe riuscito a tornare erano altissime e Artyom cominciò a preoccuparsi. Il pericolo da nord incombeva ed era sempre maggiore, quindi la possibilità di attendere oltre non era contemplabile. Era molto probabile che Hunter sapesse qualcosa sulla natura di questa minaccia, che però non aveva rivelato durante l’incontro con Sukhoi e nemmeno nel corso della sua conversazione con Artyom.
Perciò, era cosciente del rischio e sapeva di non essere all’altezza dell’incarico, altrimenti non avrebbe mai preallertato Artyom, dicendogli di prepararsi nel caso in cui la situazione fosse volta al peggio. Hunter non sembrava nemmeno una persona troppo prudente; ciò significava che le possibilità di vederlo tornare alla VDNKh erano meno che scarse.
Ma come avrebbe fatto Artyom ad abbandonare la stazione senza dire niente a nessuno? Hunter stesso aveva evitato di avvisare qualcun altro, scoraggiato dal fatto che vi fossero persone di cui non si poteva fidare, il cui cervello veniva, giorno dopo giorno, divorato dai vermi... Come gli sarebbe stato possibile raggiungere la leggendaria Polis tutto da solo, superando i pericoli, sia i più visibili, sia quelli più misteriosi, che attendevano i viaggiatori nelle gallerie oscure e silenziose? D’improvviso, si pentì di avere ceduto di fronte all’incredibile ascendente che Hunter aveva esercitato su di lui e al suo sguardo ipnotico; si rammaricò di avergli rivelato il suo segreto e di avergli promesso di affrontare una missione tanto pericolosa.
“Ehi, Artyom! Artyom! Stai dormendo? Perché non ci dici la tua?”. Zhenya gli scosse una spalla. “Hai ascoltato quello che raccontava Kirill? Hanno organizzato una carovana per la Rizhskaya per domani sera: la nostra amministrazione ha deciso di firmare un accordo con loro e sembra che vogliano anche inviare degli aiuti umanitari, dato che potremmo allearci. Pare che abbiano trovato un magazzino pieno di cavi. I capi li vorrebbero piazzare per costruire un sistema telefonico tra le due stazioni, o almeno una linea del telegrafo. Kirill sostiene che chiunque domani non lavori possa andare. Ci stai?”
Artyom ci pensò per un momento: il destino gli stava dando l’opportunità di compiere la sua missione... Annuì in silenzio.
“Fantastico!”. Zhenya era sollevato. “Allora è deciso. Kirill! Puoi iscrivere anche noi? A che ora si parte, alle nove?”
Da quel momento e fino alla fine del turno Artyom non aprì bocca, non era in vena e soprattutto aveva bisogno di pensare. A Zhenya rimase l’ingrato compito di fare compagnia allo scapigliato Kirill e, ovviamente, se ne risentì. Artyom continuò a tagliare i funghi con movimenti meccanici e a ridurli in polvere; prendeva quelli secchi dal filo, li tagliava e così via....
Il viso di Hunter compariva davanti ai suoi occhi, aveva lo stesso atteggiamento di quando gli aveva detto che sarebbe potuto non tornare dalla sua missione, cioè l’espressione calma di colui che è abituato a rischiare la vita. Il suo cuore cominciò a pesare. Aveva uno strano presentimento.
Dopo il lavoro Artyom tornò alla sua tenda. Il patrigno si era alzato ed era uscito a sbrigare degli affari. Il ragazzo si lasciò cadere sul letto e sprofondò il viso nel cuscino. Si addormentò all’istante, sebbene avesse deciso di dedicare un po’ di tempo a considerare tutta la situazione in pace.
Dopo tutti i pensieri, le preoccupazioni e le conversazioni che aveva intrattenuto il giorno precedente, il suo sonno fu estremamente disturbato. Morfeo lo avvolse e lo trascinò in un abisso: Artyom si vide seduto vicino al fuoco alla stazione Sukharevskaya, di fianco a lui Zhenya e il mago vagabondo dall’insolito nome spagnolo, Carlos. Quest’ultimo stava insegnato a Zhenya a produrre la droga con i funghi, spiegandogli che doveva usarla proprio come facevano alla VDNKh, anche se si trattava di un crimine in piena regola, perché i funghi erano in realtà una nuova forma di vita pensante, che con il tempo avrebbero potuto sostituire gli umani; tuttavia, non erano degli esseri indipendenti, ma elementi collegati da neuroni a un’unità centrale, un fungo gigante, sparso per tutta la Metropolitana. Quindi, coloro che usavano la droga non assumevano una sostanza psicotropa, ma entravano in contatto con questa nuova forma di vita razionale. Se si eseguiva l’operazione in modo corretto, si poteva stringere amicizia con le creature, che poi avrebbero aiutato gli esseri umani collegandosi a loro attraverso la sostanza stupefacente. A quel punto comparve Sukhoi, che minacciava Artyom con il dito indice: non avrebbe mai dovuto assumere la droga, perché se ne avesse abusato il suo cervello sarebbe stato divorato dai vermi. Malgrado ciò, Artyom decise di provare, per vedere se fosse veramente così. Quindi riferì agli altri che doveva uscire a prendere una boccata d’aria e, senza farsi vedere, riuscì a intrufolarsi dietro le spalle del mago dal nome spagnolo. Proprio in quel momento, notò che la parte posteriore del cranio dell’uomo non era più visibile, mentre l’encefalo era pieno di buchi scavati dai vermi. Lunghi parassiti biancastri, attorcigliati su loro stessi, banchettavano con il cervello del mago e scavavano nuovi pertugi, mentre lui continuava a conversare come niente fosse... Artyom si spaventò a morte e decise di fuggire. Cominciò a tirare la manica di Zhenya, perché l’amico lo seguisse, ma quest’ultimo lo ignorò, dicendo a Carlos di continuare. A quel punto notò che alcuni dei vermi si stavano allontanando dal mago e cercavano di raggiungere Zhenya, arrampicandosi sulla sua schiena per raggiungere le orecchie...
Così Artyom decise di scappare dalla stazione il più velocemente possibile, ma si ricordò di trovarsi nella galleria che non bisognava attraversare da soli... Si voltò e cominciò a correre nella direzione opposta, di nuovo verso la stazione. Non sapeva perché, ma non riusciva più a uscire.
Improvvisamente, dietro di lui apparve una luce. Con una chiarezza e una logica del tutto inusuali per un sogno, Artyom vide la sua ombra riflessa sul suolo della galleria. Si girò e notò che dalle viscere della Metro arrivava un treno, che sfrecciava nella sua direzione, senza fermarsi. Le ruote sferragliavano ed emettevano un rumore assordante, mentre la luce lo accecava...
Fu così che le sue gambe smisero di collaborare e persero tutta la loro potenza. Non erano più nemmeno delle gambe: i suoi pantaloni erano pieni di stracci. Il treno stava per raggiungerlo, quando la visione sfumò e svanì.
Al suo posto apparve una nuova immagine, totalmente diversa: Artyom vide Hunter, che indossava abiti bianchi e si trovava in una stanza spoglia, dai muri chiarissimi, quasi abbaglianti. Era lì, in piedi, la testa a penzoloni, lo sguardo fisso sul pavimento. Quando alzò gli occhi, prese a fissare Artyom: era una sensazione molto strana perché in questo sogno il ragazzo non riusciva a sentire il proprio corpo, ma gli pareva di riuscire a osservare la scena simultaneamente da tutte le angolazioni. Quando Artyom cominciò a fissare Hunter a sua volta, venne pervaso da un’incomprensibile sensazione di inquietudine, l’attesa di un dettaglio importantissimo, qualcosa che poteva succedere da un momento all’altro...
Hunter gli parlò e ad Artyom parve succedesse davvero. Di solito, quando aveva gli incubi, si ripeteva che stava semplicemente dormendo e che le visioni erano solo frutto della sua fervida immaginazione. Durante questo sogno, invece, la sicurezza di potersi svegliare in qualunque momento lo aveva abbandonato.
L’uomo cercava di incontrare lo sguardo di Artyom; tuttavia, sembrava che Hunter non riuscisse a vederlo e che stesse andando alla cieca. Tutto d’un tratto, lento e solenne, parlò: “È giunto il momento. Devi portare a termine ciò che mi hai promesso. Devi farlo. Ma ricorda, questo non è un sogno! Non è un sogno!”
Artyom spalancò gli occhi, mentre nella sua testa si riproponeva, con terrificante chiarezza, la voce burbera che pronunciava le parole: “Non è un sogno!”
“Non è un sogno”, si ripeté Artyom. I vermi e il treno della prima parte dell’incubo svanirono quasi subito dalla sua memoria, mentre ricordava alla perfezione la seconda visione, in tutti i suoi particolari: lo strano abbigliamento del cacciatore, la misteriosa stanza, bianca e vuota. Poi, le sue parole: “Devi portare a termine ciò che mi hai promesso!”. Non riusciva a levarsele dalla testa.
Il suo patrigno entrò nella tenda e gli chiese preoccupato: “Artyom, per caso hai visto Hunter dopo che ci siamo incontrati qui da noi? Si sta già facendo sera e lui non è ancora tornato. La sua tenda è vuota. Pensi che se ne sia andato? Ieri ti aveva parlato di quello che aveva in mente di fare?”
“No, zio Sasha. Mi ha solo fatto un sacco di domande sulle condizioni della stazione e su ciò che sta accadendo”, mentì Artyom, diligente.
“Sono in pensiero per lui, temo che abbia deciso di fare qualcosa di stupido e che potrebbe mettere nei guai sia lui che noi”. Sukhoi era chiaramente turbato. “Non sa con chi ha a che fare... Ehi! Tu non lavori oggi?”
“Io e Zhenya ci siamo offerti di recarci alla Rizhskaya con la carovana. Questa sera li aiuteremo ad attraversare la galleria e a svolgere il cavo da laggiù”, spiegò Artyom e improvvisamente comprese che aveva appena preso la sua decisione. In quell’istante, sentì che dentro di lui era cambiato qualcosa, si sentiva più leggero, quasi vuoto, come se fosse riuscito a rimuovere il macigno che aveva nel petto e che gli impediva di respirare.
“La carovana? Faresti meglio a startene a casa, piuttosto che vagabondare per le gallerie. Ci dovrei andare anche io, alla Rizhskaya, ma oggi non mi sento per niente bene. Forse un’altra volta... Tu esci ora? Partite alle nove? Beh, ci salutiamo più tardi. Nel frattempo prepara la tua roba!”, e lasciò il ragazzo da solo.
Artyom cominciò a riempire lo zaino alla rinfusa, infilandoci dentro tutto ciò che gli sarebbe potuto tornare utile durante il viaggio: una piccola lampada, batterie, funghi, un pacchetto di tè, salsicce di fegato e maiale, un caricatore da mitragliatrice che aveva sottratto a qualcuno, una mappa della Metropolitana e qualche altra batteria... Inoltre, doveva ricordarsi di prendere il passaporto, che ovviamente non sarebbe stato necessario alla Rizhskaya, ma che oltre quella stazione sarebbe stato fondamentale, se non voleva essere messo in prigione o addirittura al muro dalla prima pattuglia della successiva stazione sovrana. Poi c’era la capsula che gli aveva affidato Hunter. Aveva tutto.
Si mise lo zaino in spalla e diede un’occhiata alla sua casa per l’ultima volta, quindi uscì determinato.
Il gruppo che avrebbe affrontato il viaggio con la carovana si era radunato sulla piattaforma all’entrata della galleria meridionale. Sui binari era già posizionato il carrello, carico di scatoloni di carne, funghi e pacchetti di tè. Sopra di essi era stato sistemato un dispositivo molto ingegnoso, assemblato dagli esperti della zona, che molto probabilmente era il telegrafo.
Tra i partecipanti, a parte Kirill, c’erano due uomini: un volontario e un comandante dell’amministrazione, che avrebbe stabilito i rapporti e cercato di giungere a un accordo con gli amministratori della Rizhskaya. Era già tutto pronto e, mentre attendevano il segnale di via libera, giocavano a domino. Le mitragliatrici che gli erano state assegnate per il viaggio erano impilate di fianco a loro, a formare una piramide, le canne rivolte verso l’alto e i caricatori di scorta fissati alle basi con del nastro isolante blu.
Finalmente arrivò anche Zhenya, che prima di uscire aveva dovuto dare da mangiare alla sorellina e mandarla dai vicini, poiché i suoi genitori erano ancora al lavoro.
All’ultimo secondo, Artyom si ricordò di non aver salutato il patrigno. Si scusò con gli altri e promise di essere subito di ritorno; abbandonò a terra lo zaino e corse a casa. La tenda era deserta, quindi decise di recarsi nella zona in cui un tempo si ritrovava il personale di servizio, dove oggi si riunivano gli amministratori della stazione. Sukhoi era lì, seduto di fronte all’ufficiale capo della VDNKh. Stavano avendo una discussione animata. Artyom bussò sullo stipite della porta e tossì quasi impercettibilmente.
“Salve, Alexander Nikolaevich. Potrei parlare un momento con zio Sasha?”
“Ma certo, Artyom, entra pure. Un po’ di tè?”, l’ufficiale capo fu ospitale.
“Stai già partendo? Quando torni?”, chiese Sukhoi, allontanando la sua sedia dal tavolo.
“Non saprei con esattezza...”, borbottò il ragazzo. “Vedremo come va...”
Così comprese che quella poteva essere l’ultima volta che vedeva l’adorato patrigno. Non voleva mentire a colui che ricambiava il suo affetto in maniera del tutto disinteressata, non voleva promettergli che sarebbe tornato il giorno successivo o quello dopo ancora, e che tutto sarebbe stato come prima.
All’improvviso Artyom sentì bruciare gli occhi e, imbarazzato, notò che erano umidi. Fece un passo avanti e abbracciò il suo patrigno.
“Forza... forza, Artyom... Che succede? Dopotutto sarai di ritorno già domani. Beh...?”, sorpreso, il patrigno cercò di rassicurarlo.
“Domani sera, se tutto va come dovrebbe”, confermò Alexander Nikolaevich.
“Abbi cura di te, zio Sasha! Buona fortuna!”, gli augurò Artyom con voce rauca, dandogli la mano. In un attimo, uscì dalla stanza, mentre Sukhoi lo osservava, attonito.
“Che gli è successo? Non è la sua prima volta alla Rizhskaya...”
“Non è niente, Sasha, il tuo ragazzo ben presto crescerà. E tu rimpiangerai momenti come questo, in cui ti saluta in lacrime, anche se sta andando solo a due stazioni di distanza! Che stavi dicendo dell’opinione dell’Alekseevskaya riguardo le pattuglie nelle gallerie? Ci sarebbero molto utili...”
Quando Artyom raggiunse nuovamente il gruppo, il comandante assegnò una mitragliatrice a ciascuno dei componenti e si informò: “Uomini, siete pronti? Ci sediamo un momento prima di partire?”, e così dicendo si accomodò su una delle vecchie panchine di legno. Gli altri seguirono il suo esempio in silenzio. “Che Dio sia con noi!”
Il comandante si alzò e saltò giù, sui binari, prendendo il suo posto in testa alla spedizione. Artyom e Zhenya, i due più giovani del gruppo, si arrampicarono sul carrello e si prepararono per il lavoro più duro. Kirill e il secondo volontario presero posto dietro di loro, completando la catena.
“Andiamo!”, urlò il comandante.
Artyom e Zhenya cominciarono a fare forza sulle leve, mentre Kirill spingeva da dietro il carrello, che dapprima cigolò, scattò in avanti e poi pian piano scivolò sulle rotaie; gli ultimi due uomini gli camminavano dietro. Fu così che il gruppo scomparve nella bocca della galleria meridionale.