Metro 2033 – Capitolo 2

CAPITOLO 2 : IL CACCIATORE


La testa di Artyom cominciò di nuovo a riempirsi di assurdità: i Tetri... si era imbattuto in quei dannati non umani una sola volta, durante il suo turno da sentinella, e si era spaventato a morte. Beh, come poteva essere altrimenti?
Si stava di guardia, a scaldarsi vicino al fuoco. All’improvviso, lo si sentiva: da qualche parte nei recessi della galleria, risuonava come un colpo sordo, dapprima distante e quindi un po’ meno udibile, poi sempre più vicino e più intenso... Inaspettatamente le orecchie si riempivano di un orribile ululato fatale che si avvicinava... e a quel punto era il caos più completo! Si alzavano tutti in piedi, sollevando i sacchi di sabbia e le casse su cui erano seduti per costruire, il più velocemente possibile, una barriera dietro la quale nascondersi. Il più vecchio tra i presenti urlava a squarciagola: “All’erta!”
I rinforzi giungevano di fretta dalla stazione; al trecentesimo metro, dove in effetti si sarebbe svolta la battaglia, cominciavano a togliere la copertura dalla mitragliatrice e la gente si sdraiava a terra, dietro i sacchi di sabbia, rivolgendo le armi verso la galleria e mirando al suo ingresso... Infine, dopo aver aspettato che i Tetri si avvicinassero, giravano il riflettore: all’interno del cono di luce erano visibili sagome strane, inconcepibili. Erano completamente nudi, la pelle nera e lucida, gli occhi enormi e la bocca come uno squarcio... Procedevano a lunghi passi verso le fortificazioni, verso la morte; temerari, senza esitare un momento, si avvicinavano sempre più... Erano tre... cinque... otto bestie... poi, la prima gettava la testa all’indietro ed emetteva un ululato che pareva un requiem.
Tutti sentivano un brivido lungo la schiena e solo a stento riuscivano a resistere all’impulso di rimettersi in piedi e di correre, lanciando lontano la pistola, abbandonando i compagni, mandando al diavolo tutto per fuggire... Il riflettore era puntato in direzione degli occhi di quelle creature da incubo, per confonderli con la sua luce accecante; ma il bagliore non aveva effetto sulle loro pupille, infatti i Tetri non cercavano nemmeno di ripararsi il viso con le mani, al contrario erano sempre più vicini... Forse non avevano nemmeno le pupille.
Ma finalmente sopraggiungevano quelli del trecentesimo metro con qualche mitragliatrice in più; si stendevano di fianco agli altri, mentre i comandi sfrecciavano sopra le loro teste... Era tutto pronto. A quel punto rimbombava il tanto agognato ordine: “Fuoco!”. In quell’istante, le pistole cominciavano a emettere il loro rumore meccanico, mentre le mitragliatrici rombavano. Ma i Tetri non si fermavano, non si accovacciavano, procedevano sempre ritti, senza rallentare il ritmo della loro avanzata, sempre regolare, senza fretta, come all’inizio. Alla luce del riflettore, si intravvedevano i proiettili lacerare la carne lucida, mentre loro indietreggiavano, cadevano, ma poi si rialzavano subito per continuare la loro marcia. E di nuovo, si udiva quell’ululato, che nel frattempo era divenuto più rauco perché la gola dell’essere che lo emetteva era stata perforata. Passavano diversi minuti prima che la tempesta di pallottole riuscisse a piegare la loro disumana e sventata ostinazione. I demoni erano ormai a terra; ma dato che i ragazzi, senza fiato e con i muscoli indolenziti dalla paura, volevano essere sicuri al cento per cento, li finivano sparandogli alla testa da cinque metri. E quando tutto era finito, quando i cadaveri erano stati gettati nel pozzo, quelle stesse immagini terribili si riproponevano a lungo davanti agli occhi di tutti: i proiettili che affondavano nei corpi neri, il riflettore che bruciava i loro occhi spalancati e loro che continuavano comunque a marciare insistenti...
Al solo pensiero, Artyom rimase turbato. Sì, era meglio non parlarne, pensò, nel caso quella storia fosse vera.
“Ehi, Andreevich! Preparati! Stiamo arrivando!”, gridarono da sud, dall’oscurità. “Il vostro turno è finito!”
Gli uomini attorno al fuoco cominciarono a spostarsi e, cercando di scrollarsi il torpore di dosso, si alzarono e allungarono i muscoli. Si rimisero in spalla zaino e armi, mentre Andrey raccolse la cagnolina. Pyotr Andreevich e Artyom sarebbero ritornati alla stazione, al contrario Andrey e i suoi uomini si dirigevano al trecentesimo metro, poiché il loro turno non era ancora terminato.
I loro sostituti li raggiunsero, gli strinsero la mano e si accertarono che non fosse accaduto nulla di inconsueto, quindi gli augurarono il meritato riposo, si sedettero vicino al fuoco e ripresero la conversazione dal punto in cui l’avevano interrotta alla fine del turno precedente.
Quando tutti avevano ormai imboccato la galleria verso sud, in direzione della stazione, Pyotr Andreevich ricominciò a discorrere animatamente con Andrey, come se i due riprendessero le fila di una delle loro eterne dispute; a quel punto, il tizio robusto dalla testa rasata, che si era interessato delle abitudini alimentari dei Tetri, si allontanò da loro e si affiancò ad Artyom, tenendo il suo stesso passo.
“Quindi conosci Sukhoi?”, chiese ad Artyom a voce bassa, soffocata, senza incontrare il suo sguardo.
“Zio Sasha? Beh, certo! È il mio patrigno. Vivo con lui”, gli rispose Artyom, senza nascondere la verità.
“Che vuoi dire... il tuo patrigno? Non ho mai sentito una tale...”, borbottò l’uomo.
“E tu come ti chiami?”, si decise a domandargli Artyom, dopo aver ragionato per qualche istante: se qualcuno chiede informazioni sulla tua famiglia, anche tu hai il diritto di porre a tua volta una domanda.
“Io?”, ribatté l’uomo sorpreso. “Perché lo vuoi sapere?”
“Perché così posso dire a zio Sasha, a Sukhoi, che mi hai chiesto di lui”.
“Digli che è stato ‘il cacciatore’, che Hunter lo saluta”.
“Hunter? Che strano. È il tuo cognome? Il tuo soprannome?”, si informò Artyom.
“Cognome? Mmm...”, sorrise compiaciuto Hunter. “Che vuoi dire? È... no, figliolo, non è il mio cognome. Si tratta... come posso descriverlo... di una professione, ecco. E tu come ti chiami?”
“Artyom”.
“Bene, allora piacere di conoscerti. Sono sicuro che ci rincontreremo molto presto. Ciao!”
Fece l’occhiolino ad Artyom prima di allontanarsi, poi rimase indietro al trecentesimo metro, insieme ad Andrey.
Non rimaneva molta strada da percorrere, da quella distanza si potevano già udire i rumori vivaci della stazione. Pyotr Andreevich, che ora camminava a fianco di Artyom, lo sollecitò preoccupato: “Senti un po’, Artyom, chi era quello? Che ti ha raccontato quando siete rimasti indietro?”
“È... un tipo strambo... Ha voluto sapere di zio Sasha, dal quel che ho capito dev’essere un suo conoscente. Lei lo aveva mai visto?”
“Non mi sembra... È appena arrivato, starà alla nostra stazione per un paio di giorni perché pare che stia svolgendo degli affari. Sembra che Andrey lo abbia già incontrato, per questo ha insistito per averlo nel suo stesso turno di guardia. Chissà perché diamine riteneva fosse tanto necessario! Comunque, ha un viso familiare...”
“Sì, non è facile scordare una presenza come la sua”, affermò Artyom.
“Esatto. Dove l’ho già visto...? Come si chiama, per caso lo sai?”, lo interrogò Pyotr Andreevich.
“Mi ha detto Hunter... ‘il cacciatore’. Chissà cosa significa”.
“Hunter? Non è di certo un nome russo...”. Pyotr Andreevich si accigliò.
Laggiù, in lontananza, era già apparso un bagliore rosso. La VDNKh, come la maggior parte delle altre stazioni, non aveva un normale sistema di illuminazione e, da quasi trent’anni, la gente viveva al chiarore scarlatto delle luci di emergenza e, in qualche caso, gli “appartamenti”, cioè le tende e le stanze, erano illuminati da lampadine normali. Solo alcune delle stazioni più abbienti erano rischiarate da vere e proprie lampade a mercurio, attorno alle quali erano nate leggende: i rozzi abitanti delle province, nelle stazioni dimenticate da Dio, le avrebbero sognate per anni, sperando, un giorno, di riuscire ad ammirare quel miracolo.
All’uscita della galleria porsero le armi alle altre guardie e firmarono il registro. Pyotr Andreevich strinse la mano ad Artyom e prima di andarsene aggiunse: “Era ora! Muoio dalla voglia di fare una bella dormita! Le gambe mi reggono a malapena e vedo che anche tu stai dormendo in piedi! Porta i miei saluti a Sukhoi e digli che deve venire a trovarmi”.
Nel momento in cui Artyom si congedò, cominciò subito a sentire la fatica e si trascinò fino al suo “appartamento”.
Alla VDNKh vivevano duecento persone, alcune nei quartieri di servizio, mentre la maggioranza abitava nelle tende sulla piattaforma. Questi alloggi di fortuna provenivano dall’esercito, ed erano ormai logori e rattoppati, ma comunque intatti. Sottoterra non avevano più dovuto affrontare il vento o la pioggia, perciò erano in buone condizioni; la gente ci stava abbastanza comodamente, anche perché non lasciavano trapelare né calore né luce ed erano persino insonorizzate. Cosa si poteva desiderare di più da una casa?
Le tende erano allineate ai muri sui lati dei binari e nell’androne centrale. La piattaforma era stata trasformata affinché somigliasse a una strada, infatti nel mezzo c’era uno spazio abbastanza ampio da permettere il passaggio; alcune tende erano più grandi e ospitavano le famiglie più numerose, occupando i posti sotto le volte. Tra queste arcate, erano diverse quelle che rimanevano libere per permettere il passaggio ai due capi dell’androne e al centro. Vi erano anche altre sistemazioni, sotto le piattaforme, ma lì il soffitto era piuttosto basso e non erano molto adatte per viverci, perciò alla VDNKh venivano usate per immagazzinare le provviste.
Le due gallerie a nord si riunivano diverse decine di metri oltre la stazione grazie a un tunnel laterale, che in precedenza permetteva ai treni di fare manovra e tornare indietro. Una delle due gallerie era bloccata e l’altra conduceva a nord, verso l’Orto botanico, quasi fino a Mytischi, ed era tenuta come via di fuga in casi estremi. Era proprio qui che Artyom era stato di guardia. Il segmento rimanente della seconda galleria, quello che le collegava l’una all’altra, era destinato alle coltivazioni di funghi. I binari erano stati smontati e il terreno veniva arato e fertilizzato con i prodotti di scarto ripescati dal pozzo nero. File ordinate di funghetti risplendevano in tutta la galleria. Anche uno dei due tunnel meridionali era crollato, al trecentesimo metro, e questo veniva utilizzato per i pollai e i porcili.
La casa di Artyom era sulla via principale, viveva in una delle tende più piccole insieme al patrigno, un uomo molto importante che aveva a che fare con l’amministrazione, poiché manteneva i contatti con le altre stazioni; per questo motivo gli era stata riservata una tenda personale e di primissima qualità. Spesso il patrigno spariva per due o tre settimane di fila e non portava mai Artyom con sé, sostenendo che era occupato in questioni troppo pericolose e che non voleva far correre rischi inutili al ragazzo. Quando tornava era sempre più magro, con i capelli arruffati e talvolta persino ferito. Tuttavia, la prima sera del suo ritorno, stavano insieme e lui gli raccontava storie difficili da credere per un abitante di questo piccolo mondo grottesco, già abituato a racconti incredibili.
Anche Artyom sentiva il bisogno di viaggiare, ma era troppo pericoloso vagabondare per la Metro senza una buona ragione. Le guardie delle pattuglie alle stazioni indipendenti erano molto sospettose e non lasciavano passare nessuno che portasse con sé un’arma; di contro, addentrarsi in una galleria del tutto disarmato avrebbe significato un’unica cosa: la morte. Per cui, da quando, insieme al patrigno era arrivato dalla Savyolovskaya, Artyom non aveva mai avuto la possibilità di prendere parte a nessuna escursione degna di questo nome. Di tanto in tanto veniva mandato all’Alekseevskaya per sbrigare degli affari, ma ovviamente non ci andava mai da solo; vi si recavano in gruppo e talvolta raggiungevano persino la Rizhskaya. Ma, oltre a questi, aveva affrontato anche un altro viaggio, del quale non poteva parlare con nessuno, malgrado ne avesse un disperato bisogno...
Era accaduto molto tempo prima, quando l’Orto botanico era semplicemente una stazione oscura e abbandonata, e non c’era ancora la minima traccia dei Tetri; quando le pattuglie della VDNKh si appostavano molto più a nord. Al tempo Artyom era ancora un bambino. Lui e i suoi amici avevano deciso di correre il rischio più grande della loro vita: durante un cambio della guardia avevano superato furtivamente lo sbarramento più esterno, avevano portato delle torce e rubato un fucile a canna doppia a uno dei genitori e si erano aggirati a lungo per la stazione dell’Orto botanico. Era stata un’esperienza inquietante, ma comunque interessante. Alla luce delle torce si intravvedevano ovunque resti di insediamenti umani: cenere, libri bruciati, giocattoli rotti, abiti strappati... I ratti sfrecciavano tutto attorno e, di tanto in tanto, insoliti rumori gorgoglianti arrivavano fino a loro dalla galleria settentrionale. Uno degli amici di Artyom, non si ricordava nemmeno quale, ma probabilmente era stato Zhenya, il più vivace e curioso dei tre, suggerì: “Che ne dite se apriamo la barriera e saliamo fino in superficie, su per la scala mobile... giusto per vedere com’è? Così potremmo finalmente scoprire cosa c’è!”
Artyom aveva risposto subito che non era d’accordo: nella sua mente bruciavano ancora gli ultimi racconti del patrigno, popolati di gente che aveva trascorso del tempo in superficie, che aveva assistito a qualsiasi genere di orrore e che in seguito era stata a lungo ammalata. Ma gli altri controbatterono che questa era un’opportunità più unica che rara e che non sarebbero mai più riusciti ad arrivare fino a una stazione abbandonata, per giunta senza adulti: in quel momento avevano la possibilità di salire in superficie e di vedere, con i loro stessi occhi, cosa significasse non avere niente sopra la testa. Dopo essersi rassegnato al fatto che non li avrebbe mai convinti, gli altri due proclamarono che, se Artyom avesse voluto fare il codardo, li avrebbe dovuti aspettare di sotto, fino al loro ritorno. Il solo pensiero di rimanere da solo in una stazione abbandonata e, quel che era peggio, di rovinare la propria reputazione di fronte ai suoi due migliori amici, era semplicemente insopportabile, quindi, richiamando a sé tutto il coraggio che aveva in corpo, acconsentì.
Furono sorpresi quando videro che il meccanismo che faceva spostare la barriera posta tra la piattaforma e la scala mobile funzionava ancora. Fu Artyom stesso a metterlo in movimento, dopo mezz’ora di disperati tentativi. La parete di ferro arrugginita si spostò emettendo un orribile rumore metallico; a quel punto, davanti ai loro occhi, rimanevano i pochi scalini che li avrebbero condotti di sopra; alcuni erano crollati e, puntando le torce nelle aperture rimaste, si riuscivano a scorgere gli enormi meccanismi che si erano fermati molti anni prima, ormai corrosi dalla ruggine e infestati da un materiale brunastro, che si muoveva quasi impercettibilmente... Non era facile, per loro, sforzarsi di salire. In diversi casi, lo scalino dove mettevano il piede cedeva, emettendo uno stridio, e poi cadeva giù; dovevano superare il divario, aggrappandosi alle decrepite coperture sulle lampade della Metro. Il percorso fino in superficie non era lungo, ma la loro iniziale determinazione li stava pian piano abbandonando già da quando il primo gradino era ceduto; tuttavia, per tirarsi su di morale, si immaginavano di essere dei veri stalker.
Stalker...
L’uso di questa parola, strana e straniera per la lingua russa, aveva comunque attecchito molto rapidamente. All’inizio, era il nome che veniva dato a quelle persone talmente povere da essere obbligate a recarsi nei poligoni di tiro militari abbandonati, smontare i missili e le bombe non esplose per recuperare i rivestimenti di ottone da rivendere a coloro che acquistavano metalli non ferrosi. Così venivano chiamati anche quei personaggi bizzarri che, in tempo di pace, si aggiravano per le fogne. Ma tutti questi significati avevano qualcosa in comune: si trattava sempre di una professione assai pericolosa, in cui ci si doveva costantemente confrontare con l’ignoto, il mistero, il nefasto... Chissà cos’era accaduto a quei luoghi ormai disabitati, dove la terra radioattiva, sfigurata da migliaia di esplosioni, solcata da trincee e perforata da catacombe, generava una prole mostruosa? Si poteva solamente supporre quali creature vivessero nelle fogne di un’affollata metropoli, quando gli operai avevano chiuso le botole, abbandonando per sempre quei corridoi oscuri, angusti e puzzolenti.
Nella Metro, i pochi temerari che avevano il fegato di avventurarsi fino in superficie, erano chiamati stalker. Con le tute protettive e le maschere antigas dalle lenti oscurate, erano armati fino ai denti e andavano in esplorazione della superficie in cerca degli oggetti necessari alla popolazione: forniture militari, equipaggiamento, pezzi di ricambio, carburante... Esistevano centinaia di uomini che osavano svolgere un compito del genere. Tuttavia, coloro che riuscivano a tornare vivi si potevano contare sulle dita di una mano; questi uomini erano utilissimi ed erano anche molto rispettati, ancor più degli ex impiegati della Metropolitana. Coloro che osavano andare lassù dovevano affrontare qualsiasi tipo di pericolo, dalle radiazioni alle creature demoniache che queste avevano generato, poiché anche in superficie c’erano forme di vita, che però non corrispondevano più alla normale concezione che ne avevano gli umani.
Tutti gli stalker diventavano leggende viventi, paragonabili a dèi in terra, a cui tutti, dal più giovane al più anziano, guardavano con stupore rapito. In un mondo in cui non erano rimasti più luoghi dove poter andare in barca o volare e in cui le parole “pilota” e “marinaio” stavano perdendo il loro significato, i bambini sognavano di fare gli stalker, di organizzare assalti, con indosso armature splendenti, accompagnati da centinaia di sguardi pieni d’adorazione e di gratitudine; salire fino in superficie, nel regno degli dèi, per combattere i mostri e poi tornare nel sottosuolo per potare alla gente carburante, forniture militari, luce e fuoco. Per portare la vita.
Artyom, il suo amico Zhenya e Vitalik la Scheggia, volevano tutti essere degli stalker. Si erano obbligati a salire su, lungo la terrificante scala mobile che emetteva rumori sinistri con i suoi scalini cadenti e si immaginavano con indosso tute protettive, rilevatori di radiazioni, con enormi mitragliatrici sempre pronte, proprio come ci si sarebbe aspettato dai veri stalker. Ma loro non avevano né rilevatori di radiazioni, né protezioni e, invece di imporsi con mitragliatrici dell’esercito, avevano solo un antiquato fucile a canna doppia che, forse, non funzionava nemmeno...
Ben presto, terminarono la risalita e si trovarono quasi in superficie. Fortunatamente era notte, perché se così non fosse stato, sarebbero rimasti accecati: i loro occhi, dopo i molti anni trascorsi sottoterra, erano ormai abituati all’oscurità e alla luce rosso porpora dei falò e delle lampade d’emergenza, perciò non avrebbero mai sopportato l’abbagliante luce del sole; accecati e impotenti, non sarebbero mai riusciti a tornare a casa.
L’ingresso della stazione dell’Orto botanico era quasi del tutto distrutta, metà del tetto era crollato e attraverso si scorgeva la polvere radioattiva che invadeva il cielo estivo blu scuro, terso e puntellato da una miriade di stelle. Ma cosa significava un cielo stellato per un bambino che non riusciva nemmeno a immaginare di non avere un soffitto sopra la testa? Alzare lo sguardo e non vedere il cemento armato con una serie di fili e di tubi marciti, al contrario, perdersi in un abisso color cobalto, esteso a perdita d’occhio... che effetto faceva! E le stelle! Coloro che non avevano mai visto le stelle non potevano lontanamente immaginare cosa fosse l’infinito, dato che, molto probabilmente, gli uomini erano stati ispirati a quello stesso concetto osservando l’immensa volta celeste in una notte stellata. Milioni di luci brillanti, piccole capocchie argentate incastonate in una cupola di velluto blu...
I ragazzi stettero lì per tre, cinque, dieci minuti, incapaci di proferire parola. Non si sarebbero nemmeno mossi e, di certo, entro il mattino successivo sarebbero bruciati vivi, se nelle vicinanze non avessero udito un ululato che gli fece gelare il sangue nelle vene. Tornando alla realtà, erano scesi di corsa verso la scala mobile, percorrendola il più velocemente possibile, senza prestare alcuna attenzione ai gradini, che alle volte cedevano e li facevano sprofondare, quasi fin sui meccanismi. Aiutandosi e tirandosi fuori l’un l’altro, il viaggio di ritorno durò solo qualche secondo.
Scesero come dei fulmini gli ultimi dieci scalini, persero il fucile nella corsa e si diressero immediatamente al pannello di controllo della barriera. Ma purtroppo il ferro arrugginito si era inceppato e non gli permetteva di rimetterla al suo posto. Erano spaventati a morte e temevano che i mostri li avrebbero inseguiti. Si precipitarono verso casa, in direzione dello sbarramento settentrionale.
Tuttavia, capirono subito di aver fatto qualcosa di sbagliato, perché avevano lasciato aperta la porta ermetica e di conseguenza dato libero accesso ai mutanti, che ora potevano arrivare alla Metropolitana e alle persone. Comunque, trovarono il tempo di decidere di tenere la bocca chiusa e di non spifferare a nessuno degli adulti ciò che avevano fatto. A quelli dello sbarramento riferirono che erano stati a caccia di ratti in una delle gallerie laterali, avevano perso il fucile e si erano spaventati, quindi erano tornati indietro.
Ovviamente Artyom dovette subire la furia del patrigno e il suo didietro bruciò a lungo a causa della cinghia dell’ufficiale, ma il ragazzo resistette come un partigiano prigioniero e non rivelò mai il suo segreto militare, proprio come i suoi compagni.
Tutti gli credettero.
Ma oggi, quando ripensava a questa bravata, sempre più spesso Artyom cominciava a riflettere... Il loro viaggio in superficie e soprattutto la barriera lasciata aperta avevano qualcosa a che vedere con tutta quella feccia che, ormai da diversi anni, assaliva i loro sbarramenti?
Salutò i passanti, fermandosi di tanto in tanto per ascoltare qualche novità, stringere la mano a un amico, sfiorare con un bacio la guancia di una ragazza che conosceva, parlare con i più anziani degli impegni del suo patrigno, quando finalmente raggiunse casa. Non c’era nessuno e decise di non aspettare il patrigno e di andare subito a dormire; infatti, un turno di guardia da otto ore era sufficiente per mettere al tappeto chiunque. Si tolse gli stivali e la giacca, quindi affondò il viso nel cuscino. Il sonno non si fece attendere. I lembi della tenda si alzarono e una sagoma enorme, di cui non si poteva scorgere la faccia, sgattaiolò all’interno senza fare rumore; l’unico dettaglio visibile era il minaccioso riflesso rosso della luce d’emergenza sul cranio rasato. Ed ecco una voce ovattata: “Ci incontriamo di nuovo. Vedo che il tuo patrigno non è qui. Beh, non importa. Ben presto troveremo anche lui, non ci sfuggirà. Ora, tu verrai con me. Dobbiamo parlare di una questione importante: che mi sai dire della barriera all’Orto botanico?”. Artyom si irrigidì e riconobbe subito il tizio che aveva incontrato quel giorno allo sbarramento e che si era presentato come Hunter.
L’uomo si avvicinò lentamente e senza fare rumore, il suo viso non era ancora visibile. Per qualche strano motivo, la luce cadeva obliqua e non lo rischiarava del tutto. Artyom voleva chiedere aiuto, ma una mano forte, fredda come la morte, gli serrò la bocca. Finalmente riuscì ad afferrare una lanterna, accenderla e dirigere la luce verso il viso di quella persona. Ciò che vide lo svigorì per un momento e lo riempì d’orrore: quella che incombeva sopra di lui non era una faccia umana, ma un terribile muso nero, con due enormi occhi vacui, privi della sclera, e con le fauci spalancate.
Artyom sfrecciò via e si lanciò fuori dalla tenda. Improvvisamente le luci si spensero e sulla stazione calarono le tenebre. Rimaneva solo un flebile bagliore riflesso da un piccolo fuoco acceso in lontananza. Senza fermarsi a pensare, Artyom corse in quella direzione, verso la luce. Il demone fece un balzò verso di lui, ringhiando: “Fermati! Non puoi sfuggirmi!”, poi esplose in una risata terribile, che lentamente diventò l’ululato fatale a lui ben noto. Artyom corse via, senza voltarsi; dietro di lui sentiva i passi degli scarponi pesanti, che lo seguivano uniformi e senza fretta, come se il suo inseguitore sapesse davvero che Artyom non poteva sfuggirgli e che presto o tardi sarebbe riuscito a catturarlo.
Finalmente Artyom riuscì ad arrivare al fuoco e vide che c’era una persona seduta, di schiena. La raggiunse, stava per toccarle una spalla per chiedere aiuto, ma questa improvvisamente cadde all’indietro e gli fu subito chiaro che era già morta da molto tempo; per una ragione che in quel momento non si seppe spiegare, aveva il viso ricoperto di brina. Guardando il volto della persona congelata, Artyom riconobbe zio Sasha, il suo patrigno.
“Ehi, Artyom! Hai fatto una bella dormita, eh?! Ora alzati, hai fatto un sonnellino di sette ore di fila... forza, dormiglione! Abbiamo ospiti!”, lo svegliò la voce di Sukhoi.
Artyom si sedette sul letto e lo fissò, sbalordito: “Oh, zio Sash... tu... stai bene?”, chiese infine, dopo aver sbattuto a lungo le palpebre. Era difficile non seguire l’istinto e chiedergli se fosse vivo oppure no, ci riuscì solo perché lo vedeva muoversi davanti a lui.
“Certo, non vedi? Forza, ora alzati, non ha senso rimanere lì a poltrire. Poi, voglio presentarti un mio amico”, annunciò Sukhoi. Da qualche parte proveniva una voce ovattata e la fronte di Artyom si imperlò di sudore, ricordando l’incubo di poco prima.
“Allora vi siete già incontrati?”, si sorprese Sukhoi. “Beh, Artyom, ne sai una più del diavolo!”
Alla fine, il visitatore entrò nella tenda. Artyom ebbe un fremito e appoggiò la schiena al lato della tenda: si trattava di Hunter. L’incubo si fece di nuovo vivido: occhi tetri e vacui, il rimbombo degli stivali pesanti dietro di lui, il corpo rigido vicino al fuoco...
“Sì, ci siamo già incontrati”, Artyom riuscì a balbettare e, riluttante, gli porse la mano; quella di Hunter era calda e secca, così il ragazzo pian piano si convinse che il mostro del sogno fosse solo frutto della sua immaginazione risvegliata dalla paura provata durante le otto ore di guardia allo sbarramento, e che questa persona non avesse nulla di sinistro.
“Artyom! Facci un favore: vai a fare bollire l’acqua per il tè! Hai già provato il nostro tè?”. Sukhoi fece l’occhiolino al suo ospite. “È una miscela intensa!”
“La conosco”, annuì Hunter. “È un ottimo tè, lo fanno anche alla Pechatniki, ma lì è broda per maiali a confronto. Il vostro è tutta un’altra cosa”.
Artyom andò a prendere l’acqua, poi si diresse al fuoco comune per farla scaldare. Era severamente vietato accendere il fuoco dentro le tende, poiché in passato un paio di stazioni erano state rase al suolo dagli incendi divampati all’interno delle tende.
Nel frattempo pensava alla Pechatniki: si trovava all’altro capo della Metropolitana; chissà quanto ci si impiegava per raggiungerla; quanti cambi, incroci e stazioni bisognava attraversare per arrivarci... quante volte si doveva mentire, combattere, o passare oltre grazie alle conoscenze... Ma questo tizio aveva detto come se niente fosse: “Lo fanno anche alla Pechatniki...”. Doveva ammetterlo, era un personaggio interessante, anche se un po’ lo spaventava; la sua presa sembrava una morsa, ma Artyom non era uno smidollato, anzi... era sempre ansioso di misurare la forza di coloro che aveva di fronte con una bella stretta di mano.
Quando l’acqua fu pronta, tornò alla tenda; Hunter si era già levato l’impermeabile, sotto il quale indossava un maglione a dolcevita nero, attillato, che evidenziava il collo potente e il fisico forte e muscoloso. Portava un paio di pantaloni militari, stretti in vita da una cintura da ufficiale. Sopra il maglione aveva un gilet multitasche, mentre sotto il braccio teneva una fondina contenente una pistola lucida, di dimensioni incredibili. Guardandola con più attenzione, Artyom vide che si trattava di una “Stechkin” con un lungo silenziatore, insieme a quello che sembrava un mirino laser. Un mostro del genere costava di sicuro una vita intera di risparmi. Artyom notò subito che non era una pistola semplice, sicuramente non un’arma da difesa; ma poi si ricordò che quando Hunter si era presentato si era autodefinito ‘il cacciatore’.
“Dai, Artyom, versa il tè al nostro ospite! E tu, Hunter, accomodati! Dicci come stai!”. Sukhoi era entusiasta: “È una vita che non ci si vede!”
“Ti risponderò più tardi. Non ho molto da raccontare. Tuttavia, ho sentito che da queste parti accadono cose strane. Gli spiriti maligni del nord vi attaccano. Oggi, mentre ero di pattuglia, ho sentito delle storie stravaganti. Che succede?”, chiese Hunter sbrigativo, esprimendosi con frasi brevi ma dirette.
“È la morte, Hunter”, ribatté Sukhoi, rabbuiandosi improvvisamente. “È la nostra morte che si affaccia alla finestra del futuro. Il destino incombe su di noi. Ecco di cosa si tratta”.
“La morte? Mi hanno raccontato che siete riusciti a sconfiggerli facilmente, che non sono armati. Beh...? Da dove vengono e chi sono? Non ho mai sentito niente del genere in nessuna delle altre stazioni. Mai. Ciò significa che sta accadendo solo qui. E io voglio sapere che sta succedendo. Percepisco un enorme pericolo. Ma ho bisogno di sapere di cosa si tratta, di che natura è. Per questo sono qui”.
“Il pericolo deve essere eliminato, vero? Sei sempre stato un cowboy, Hunter. Ma la vera domanda che dobbiamo porci è: ‘Il pericolo può essere davvero eliminato?’”. Sul viso di Sukhoi comparve un sorriso triste, poi continuò: “Questo è il problema. Qui è tutto più complicato di quanto possa sembrarti. Non sono solo degli zombie o dei cadaveri che se ne vanno in giro per gli schermi cinematografici, sarebbe troppo semplice! Così potresti caricare la tua rivoltella con proiettili d’argento...”. Sukhoi illustrò ciò che diceva avvicinando i palmi delle mani e fingendo di puntare una pistola, poi continuò: “Bum bum! Fine. E le forze del male sono annientate. In questo caso, però, la situazione è diversa. Fa paura. E, come ben sai, è difficile spaventarmi”.
“Te la stai facendo sotto?”, lo incalzò Hunter, sorpreso.
“La loro arma principale è il terrore. Gli uomini riescono a malapena a mantenere le posizioni. La gente dorme con le mitragliatrici, o addirittura con gli uzi, sotto il cuscino, mentre loro sono disarmati! Tutti sanno che ne arriveranno ancora, probabilmente più equipaggiati e più numerosi, e hanno voglia di fuggire, ma nel frattempo impazziscono perché hanno paura... Detto tra noi, alcuni sono già diventati pazzi. Questa non è solo paura, Hunter!”. Sukhoi abbassò la voce. “Questa... non so come spiegartelo con parole semplici... È una sensazione che si fa sempre più forte. Non so come, ma stanno entrando nelle nostre menti, e sembra lo stiano facendo di proposito. Li puoi percepire da lontano e il brivido si fa sempre più forte, l’agitazione prende il sopravvento e cominciano a tremarti le gambe. Non riesci ancora a sentire né a vedere niente, ma sai già che sono sempre più vicini... Poi arriva l’ululato e vuoi solo correre via... ma loro si stanno avvicinando, e tu tremi... Poco dopo li vedi arrivare, con gli occhi spalancati, nonostante il riflettore...”
Artyom ebbe un fremito. Capì che non era il solo a essere tormentato dagli incubi. Aveva sempre cercato di non parlarne con nessuno, poiché temeva che lo avrebbero considerato un codardo o un pazzo.
“Stanno distruggendo le nostre menti, quei mostri!”, continuò Sukhoi. “È come se si mettessero sulla tua stessa lunghezza d’onda, così la volta successiva che ti vedono, riescono a farti provare una paura maggiore. Come ti ho detto, non è solo paura...”
Non disse nient’altro. Hunter se ne stava seduto senza muovere un muscolo, lo studiava e sembrava che stesse riflettendo su ciò che aveva ascoltato. Poi prese una sorsata dell’infuso bollente e parlò, calmo: “È una minaccia per tutti, Sukhoi; non solo per la tua stazione, ma per tutta la nostra dannata Metropolitana”.
Sukhoi era ancora in silenzio, come se non avesse intenzione di rispondere, ma improvvisamente tuonò: “Per tutta la Metropolitana, dici? No. Non solo per la Metro! È una minaccia per il progresso dell’umanità, che già si era messa nei guai con il progresso. È giunto il momento di pagarla! È una battaglia tra specie, Hunter! Una battaglia tra specie. E questi Tetri non sono né spiriti maligni e nemmeno dei demoni. Questo è l’Homo novus, la creatura successiva sulla scala evolutiva, che è riuscita ad adattarsi meglio di noi all’ambiente. Loro sono il futuro, Hunter! Forse l’Homo sapiens riuscirà a cavarsela per un altro paio di decenni, o addirittura per altri cinquant’anni, in queste maledette buche che ci siamo scavati quando ancora avevamo qualunque cosa, ma non tutti potevano permettersi di stare all’aria aperta, quindi i più poveri tra noi durante il giorno se ne dovevano stare sottoterra. Diventeremo pallidi e malandati come i Morlock di Wells, te li ricordi? Ne La macchina del tempo erano le bestie che, nel futuro, vivevano sottoterra. Anche loro un tempo erano degli Homo sapiens. Sì, siamo ottimisti! Non vogliamo morire! Coltiveremo funghi e li concimeremo con i nostri escrementi, i maiali diventeranno i nostri migliori amici, ma anche i nostri compagni di sventura. Ci ingozzeremo di multivitamine grazie alle appetitose barrette preparate a tonnellate dai nostri scrupolosi antenati. Poi torneremo timidamente in superficie, il più in fretta possibile, per rubare una tanica di carburante, qualche straccio oppure, con un po’ di fortuna, anche una manciata di cartucce, per poi tornare, altrettanto in fretta, nelle nostre cripte soffocanti, guardandoci attorno furtivi, come dei ladri, per controllare che nessuno ci abbia notati. Perché la superficie non è più nostra, il mondo non ci appartiene più, Hunter... Il mondo non ci appartiene più”.
Sukhoi ammutolì di nuovo, si mise a guardare il vapore che si alzava lento dalla sua tazza di tè e che si condensava nella penombra della tenda. Anche Hunter rimase in silenzio, mentre d’improvviso Artyom si rese conto che non aveva mai udito il patrigno parlare a quel modo. Dov’era finita la sua sicurezza nel fatto che tutto sarebbe andato comunque per il meglio? Dov’erano i suoi: “Niente panico, ce la faremo!”? Dove aveva lasciato le sue strizzatine d’occhio d’incoraggiamento? Oppure era tutta una messa in scena?
“Non hai niente da dire, Hunter? Niente? Forza, contraddicimi! Mostrami le tue argomentazioni e il tuo ottimismo! L’ultima volta che ci siamo parlati, eri sicuro che i livelli delle radiazioni si sarebbero abbassati, che la gente sarebbe ritornata in superficie. Eh, Hunter... ‘Il sole sorgerà sopra la foresta, ma non per me...’” lo canzonò Sukhoi. “Afferreremo la vita con i denti, la tratterremo con tutte le nostre forze. Ma cosa direbbero i filosofi, cosa confermerebbero i membri delle sette, se improvvisamente non avessimo più nulla a cui aggrapparci? Non vuoi crederci, ancora non puoi, ma da qualche parte nel profondo della tua anima, già sai che è così... Però a noi piace tutta questa storia, vero, Hunter? A me e a te piace vivere! Continueremo a scorrazzare nelle profondità più sudice, dormiremo abbracciati ai maiali, mangeremo ratti, ma sopravvivremo! Giusto? Svegliati, Hunter! Nessuno scriverà un libro su di te intitolato La storia di una persona veramente esistita, nessuno canterà la tua voglia d’amare, il tuo istinto smisurato di autoconservazione... Per quanto tempo potremo sopravvivere mangiando funghi, vitamine e maiale? Arrenditi, Homo sapiens! Non sei più il re del creato! Sei stato spodestato! No, non devi morire subito, nessuno insiste. Devi solo agonizzare un po’ più a lungo, soffocare nei tuoi escrementi... Ma sappi, Homo sapiens, che sei antiquato! L’evoluzione, le cui leggi ti sono chiare, ha già prodotto una nuova creatura, tu non sei più l’essere perfetto, il più importante del creato. Sei un dinosauro. Devi farti da parte e cedere il passo a una specie nuova, più perfetta. Non essere egocentrico, la tua partita è terminata, ora fai giocare gli altri. Il tempo è scaduto. Ormai sei defunto. Lascia che le generazioni future si scervellino, cercando di capire perché l’Homo sapiens si sia estinto. Anche se... dubito che vi sia qualcuno a cui interesserà...”
Hunter, che per tutto questo monologo aveva continuato a guardarsi le unghie, alzò lo sguardo su Sukhoi e lo ammonì, severo: “Dall’ultima volta che ti ho visto hai perso davvero tutte le speranze. Ricordo che eri proprio tu quello che mi ripeteva che se conserviamo la cultura, se non ci inacidiamo, se non smettiamo di parlare correttamente, se insegniamo ai nostri figli a leggere e a scrivere, allora andrà tutto bene e riusciremo a sopravvivere anche qui, sottoterra... Non eri tu a dirlo? Oppure mi sbaglio? Ora guardati! ‘Arrenditi, Homo sapiens’... Che diavolo significa?”
“Beh, sai... ci ho pensato un po’ su, Hunter. Sono arrivato a una conclusione alla quale tu devi ancora giungere, e che forse non comprenderai mai: siamo dinosauri e stiamo vivendo gli ultimi giorni della nostra vita... Ci vorranno dieci o forse anche cento anni, ma la sostanza non cambia...”
“Allora la resistenza non serve a nulla, vero?”, lo istigò Hunter con voce cattiva. “Da che parte stai remando, Sukhoi?”
L’uomo non risposte, lo sguardo rivolto verso il pavimento. Era ovvio che questa discussione gli era costata moltissimo, perché non aveva mai ammesso le sue debolezze a nessun altro o detto frasi del genere di fronte a un vecchio amico. Inoltre, anche Artyom era presente, e ciò peggiorava le cose. Era doloroso issare bandiera bianca.
“No! Tu non aspetterai!”. Hunter pronunciò le parole lentamente, alzandosi in piedi. “E non lo faranno neanche loro! Credi che sia una nuova specie? Evoluzione? Estinzione inevitabile? Escrementi? Maiali? Vitamine? Io non ci sto. E non mi fa nemmeno paura! Hai capito? Non mi offro volontario. Istinto di autoconservazione? Chiamalo come vuoi. Io preferisco azzannare la vita. Al diavolo l’evoluzione. E che le altre specie aspettino il loro turno. Non sono un agnello condotto al macello. Arrenditi e alleati agli esseri più perfetti e più adattati, lasciagli il loro posto nella storia! Se pensi di aver combattuto finché potevi, puoi disertare, io non ti giudicherò. Ma non provare a spaventarmi e non cercare di trascinare anche me al patibolo. Perché mi stai facendo la predica? Hai bisogno di allearti a loro insieme a qualcun altro, in modo da non sentirti in colpa? O il nemico ti ha promesso un piatto di minestra calda per tutte le persone che riuscirai a portargli? La mia lotta è impossibile? Pensi che ci troviamo sull’orlo dell’abisso? Ma io ci sputo sopra, al tuo abisso! Se tu pensi che il tuo posto sia proprio là, sul fondo di quel baratro, allora fai un bel respiro e salta, io non vengo con te. Se l’uomo razionale, un Homo sapiens colto e civilizzato, decide di capitolare, allora io mi rifiuto di essere annoverato tra gli uomini. Piuttosto divento una bestia. E, come tale, azzannerò la vita e, se necessario, mi batterò per sopravvivere. Ce la farò. Hai capito? Io sopravvivrò!”
Si risedette e, imperturbabile, chiese ad Artyom un altro po’ di tè. Sukhoi si alzò a sua volta e andò a riempire il bollitore in silenzio, con aria cupa. Artyom rimase da solo nella tenda insieme ad Hunter. Nelle sue ultime parole risuonava il disprezzo, mentre l’ostentata sicurezza di riuscire a sopravvivere accese una scintilla in Artyom. Era già da un po’ che stava pensando se intervenire, quando Hunter si rivolse a lui: “Tu cosa ne pensi, amico mio? Forza, non essere timido... anche tu vuoi diventare un vegetale? Un dinosauro? Rimanere qui, inerme, ad aspettare che ti vengano a prendere? Conosci la parabola della rana nel latte? Due rane caddero in un secchio di latte. Una, la più razionale, comprese subito che non sarebbe potuta resistere e non sarebbe riuscita a ingannare il destino. Soprattutto, se davvero esisteva un aldilà, perché intestardirsi e alimentare false speranze invano? Fu così che incrociò le zampe e andò a fondo. La seconda rana, la stolta, molto probabilmente era atea. Cominciò ad agitare le zampe, apparentemente senza ragione, dato che tutto è già predestinato. Ma lei continuò comunque ad agitare le sue zampette... Però, quando il latte diventò burro, lei riuscì a uscire. Oggi noi onoriamo la memoria della prima rana, eternamente dannata per amore del progresso e del pensiero razionale”.
“Chi sei tu?”, azzardò infine Artyom.
“Chi sono? Lo sai già. Sono il cacciatore”.
“Ma che significa ‘il cacciatore’? Che fai? Vai a caccia?”
“Come posso spiegartelo... Sai com’è fatto il corpo umano? È composto da milioni di cellule minuscole, alcune delle quali emettono segnali elettrici, altre immagazzinano informazioni, altre ancora assorbono sostanze nutritive o trasferiscono ossigeno. Ma tutte loro, anche le più importanti, morirebbero in meno di un giorno, anzi, tutto l’organismo morirebbe, se non fosse per le cellule adibite al controllo immunitario, che si chiamano macrofagi e che lavorano, metodiche e regolari, come un metronomo. Quando un’infezione colpisce un organismo, loro la trovano, la raggiungono nel luogo in cui si nasconde e, presto o tardi, riescono ad assalirla e...”, fece il gesto di torcere il collo a qualcuno, seguito da uno sgradevole ‘crack’. “La eliminano”.
“Ma questo cos’avrebbe a che fare con il tuo lavoro?”, insistette Artyom.
“Immagina l’intera Metropolitana come un organismo umano, molto complesso, composto da circa quarantamila cellule. Io sono il macrofago. Il cacciatore. Questo è il mio lavoro. Qualsiasi pericolo la minacci, deve essere eliminato; e sono io a farlo”.
Sukhoi tornò con il bollitore e versò l’infuso bollente nelle tazze. Era ovvio che nel frattempo avesse radunato i suoi pensieri, quindi apostrofò Hunter: “Quindi partirai per eliminare la fonte del pericolo, cowboy? Andrai a caccia e abbatterai tutti i Tetri? Farai un buco nell’acqua, ne sono sicuro. Non si può fare nulla, Hunter. Nulla”.
“Esiste sempre un’ultima opzione, l’ultima spiaggia. Far saltare la galleria settentrionale. Farla crollare completamente e isolare la tua nuova specie. Così potranno procreare lassù e lasceranno in pace noi talpe nel sottosuolo, che è diventato il nostro habitat naturale”.
“C’è un dettaglio interessante, che sono in pochi a conoscere in questa stazione: hanno già fatto saltare una galleria. Ma sopra di noi, al di sopra della galleria settentrionale, c’è una falda acquifera. Quindi, se facciamo esplodere anche il secondo tunnel, verremo praticamente inondati. Se la prima detonazione fosse stata un po’ più forte, addio, mia cara VDNKh. Per cui, se ora facciamo saltare l’altra galleria a nord, ci sarà un’inondazione e verremo invasi da una brodaglia radioattiva; sarebbe la fine, e non solo per noi. Questo è il reale pericolo per la Metro. Se ingaggiamo una battaglia tra specie in questo momento e in questi termini, saremo noi a perderla. E come si dice negli scacchi: scacco al re”.
“Che ne è stato della porta ermetica? Possiamo sicuramente chiuderla in quella galleria”, affermò Hunter.
“La porta ermetica è stata rimossa, insieme a tutte le altre di questa linea, quindici anni fa, da qualche intelligentone che le ha poi mandate a un’altra stazione, perché quella potesse essere fortificata. Nessuno si ricorda più quale fosse. Ma ero sicuro che tu lo sapessi. Ecco fatto, di nuovo scacco al re”.
“Raccontami una cosa... Negli ultimi tempi vi stanno attaccando più di frequente?”, sembrava che volesse lasciare perdere e portare la conversazione in un’altra direzione.
“Attaccando? E come? È impossibile credere che solo poco tempo fa non sapevamo nemmeno che esistessero! E ora sono la nostra minaccia più grande. Credimi, è molto vicino il giorno in cui ci spazzeranno via tutti, con le nostre fortificazioni, i riflettori e le mitragliatrici. Non è possibile allertare tutta la Metropolitana per difendere una sola stazione, che non serve a niente... È vero, il nostro tè è buono, ma è assurdo che altri decidano di rischiare la propria vita solo per il nostro ottimo tè. Alla fine, siamo sempre in competizione con la Pechatniki.... Scacco al re, di nuovo!”. Sukhoi mostrò ancora il suo sorriso triste: “Nessuno ha bisogno di noi. Ben presto non saremo in condizione di gestire l’offensiva. Non possiamo far saltare la galleria e isolarli. E, per ovvie ragioni, non abbiamo i mezzi per andare in superficie e annientarli... Scacco matto. Scacco matto a te, Hunter! E anche a me. Scacco matto a tutti noi, che vogliamo vivere il futuro, capisci quello che ti sto dicendo?”, questa volta il sorriso di Sukhoi si fece amaro.
“Lo vedremo”, fece seccato Hunter. “Lo vedremo”.
Rimasero insieme ancora un po’, discussero del più e del meno. Artyom non conosceva la maggior parte delle persone di cui parlavano, anche perché facevano riferimento ad avvenimenti particolari. Di tanto in tanto, cominciavano a litigare, ma il ragazzo non ne capiva molto, poiché probabilmente quelle discussioni andavano avanti da anni, si quietavano se i due uomini non si vedevano, per poi riaccendersi quando si rincontravano.
Alla fine, Hunter si alzò e annunciò che per lui era arrivata l’ora di andare a letto, dato che, al contrario di Artyom, non aveva dormito dalla sua ultima guardia. Salutò Sukhoi, ma prima di andarsene, si voltò di scatto verso Artyom e gli sussurrò: “Esci con me un momento”.
Artyom saltò in piedi e lo seguì, non prestando attenzione all’espressione sorpresa del suo patrigno. Hunter lo aspettava fuori, mentre si allacciava in silenzio l’impermeabile e alzava il chiavistello della porta.
“Facciamo due passi?”, suggerì e si mise a camminare veloce sulla piattaforma, verso le tende degli ospiti in cui alloggiava. Artyom si mosse esitante e lo seguì, cercando di indovinare cosa avesse da comunicargli quell’uomo, a lui che era soltanto un ragazzo e che fino a quel momento non aveva fatto nulla di particolare o di utile per gli altri.
“Che ne pensi del mio lavoro?”, chiese Hunter.
“È molto interessante... voglio dire, se non fosse per te... beh, e per gli altri come te, se ne esistono... noi saremmo già scomparsi...”, riuscì a bofonchiare Artyom, imbarazzato.
Si morse la lingua e avvampò. Hunter aveva voluto parlare con lui, per comunicargli qualcosa, gli aveva chiesto di uscire per un momento, per stare da solo con lui, senza il patrigno; il ragazzo, di tutta risposta, era arrossito come un novellino, si era angosciato e aveva blaterato qualcosa di incomprensibile...
“Ritieni sia un lavoro rispettabile? Beh, se la gente la pensa così”, sorrise Hunter, “allora non ha senso ascoltare le parole dei disfattisti che vivono tra noi. Il tuo patrigno sta agendo da codardo, proprio così. Ma è un uomo molto coraggioso o, per lo meno, un tempo lo è stato. Qui sta accadendo qualcosa di orribile. Non possiamo permettere che continui. Il tuo patrigno ha ragione: non sono semplici spiriti maligni che abbiamo già visto nelle altre stazioni, non sono vandali, non sono solo dei degenerati. È qualcosa che non abbiamo mai visto prima, più crudele. L’aria è un fremito, sa di morte. Sono qui da soli due giorni e la paura sta già penetrando in me. Da quel che ho capito, più informazioni hai su questi esseri, più li studi, più li vedi, e maggiore è la paura. Ad esempio, tu li hai visti molte volte?”
“Solo una. Però ho appena cominciato a fare la guardia a nord”, confessò Artyom. “A dire la verità, è già passato un bel po’ di tempo, ma da allora sono perseguitato dagli incubi. Persino oggi, anche se, come ho detto, ne è passato di tempo!”
“Incubi, hai detto? Anche tu?”. Hunter si rabbuiò. “Sì, non sembra una coincidenza... e se vivo qui ancora per un po’, un altro paio di mesi, andando in pattuglia regolarmente, allora di sicuro verrò colpito dallo stesso morbo anche io... No, amico mio. Il tuo patrigno si sbaglia. Non è lui che parla. Non è ciò che pensa davvero. Sono loro che pensano e parlano al posto suo. ‘Arrendetevi’, gli intimano, ‘la resistenza è inutile’. E lui è diventato il loro portavoce. Probabilmente non se ne rende nemmeno conto... Penso che sia vero che questi Tetri riescano a entrarti nella testa e a fare leva sulla tua psiche. Demoni! Ma dimmi, Artyom”, Hunter si girò in modo che stessero faccia a faccia; a quel punto il ragazzo capì che stava per rivelargli qualcosa di molto importante. “Tu hai un segreto? Qualcosa che non confideresti a nessuno qui alla stazione, ma che forse potresti confessare a uno straniero?”
“Beh...”. Artyom esitò; questo sarebbe stato sufficiente a qualsiasi persona perspicace per capire che un segreto del genere esisteva eccome.
“Anche io ne ho uno. Perché non ce li scambiamo? Ho bisogno di condividerlo con qualcuno, ma voglio essere certo che non lo vada a spifferare in giro. Allo stesso modo, tu mi affidi il tuo. Ma bada: non devono essere stupidaggini su una ragazza o simili, voglio qualcosa di serio, che nessun altro ascolterà mai. Poi io ti svelerò una cosa importante per me. Di cruciale importanza. Hai capito?”
Artyom esitò nuovamente. Certo, la curiosità stava per avere la meglio, ma temeva di raccontare il suo segreto a un uomo che non era solo interessato a fare quattro chiacchiere, ma aveva vissuto mille avventure e che, da ciò che poteva vedere, era anche uno spietato assassino; quello non avrebbe esitato nemmeno un secondo per eliminare qualsiasi ostacolo davanti a sé. E se Artyom fosse diventato un accessorio all’incursione dei Tetri...?
Hunter lo guardò dritto negli occhi, rassicurandolo: “Non devi avere paura di me. Ti do la mia parola!”. E gli fece l’occhiolino, come lo si fa a un fratello.
Camminarono fino alla tenda assegnata a Hunter per quella notte, ma rimasero fuori. Artyom pensò ancora per un attimo, poi decise cosa fare. Ispirò profondamente, poi raccontò la storia della spedizione all’Orto botanico tutta d’un fiato. Quando terminò, Hunter rimase in silenzio per un momento, metabolizzando ciò che aveva udito. Poi, con voce greve, annunciò: “Beh, da un punto di vista strettamente disciplinare, tu e i tuoi amici dovreste essere uccisi per il reato che avete commesso. Tuttavia, ti ho dato la mia parola. Anche se non vale lo stesso per i tuoi amici...”
Ad Artyom balzò il cuore in gola e sentì che il corpo si raggelava dalla paura, mentre le gambe cedevano. Non riuscì a proferire parola e attese in silenzio il verdetto.
“Alla luce della vostra età e dell’impudenza generale del gesto, oltre al fatto che è accaduto molto tempo fa, sei perdonato. Rilassati”. Per fare in modo che Artyom potesse riprendersi più velocemente, Hunter gli fece di nuovo l’occhiolino, che questa volta era più rassicurante di prima. “Ma sappi che gli altri abitanti della stazione non avranno pietà di te. Quindi, mi hai donato di tua spontanea volontà un’arma potentissima da usare contro di te. Ora, ecco il mio segreto...”
Mentre Artyom malediceva la sua lingua lunga, Hunter continuò: “Non ho attraversato tutta la Metropolitana per venire fin qui senza una ragione particolare. Io non rinuncio al mio lavoro. Il pericolo deve essere eliminato, come probabilmente ti sei sentito ripetere un milione di volte, oggi. Deve essere eliminato e verrà eliminato. Ci penserò io. Il tuo patrigno ha paura. Per quanto ne so, si sta lentamente trasformando in un loro strumento. Li combatte ogni giorno con maggiore riluttanza e vuole fare in modo che io mi unisca a lui. Se ciò che mi ha raccontato sulla falda acquifera è vero, allora la possibilità di fare esplodere la galleria è ovviamente fuori discussione. Ma la tua storia mi ha chiarito un paio di punti: se i Tetri si sono intrufolati nella Metro dopo la vostra spedizione, allora vengono dall’Orto botanico. Laggiù c’è qualcosa di malvagio che cresce e che li ha generati, se davvero vengono da lì... Ciò significa che possono essere bloccati in quel punto, vicino alla superficie, senza correre il rischio della falda acquifera. Ma chissà che diavolo è successo al settecentesimo metro della galleria settentrionale. Lì terminano i nostri poteri e cominciano quelli dell’oscurità, cioè la forma di governo più diffusa in tutta la Metropolitana di Mosca. Io là non ci vado. E nessuno lo deve sapere. Riferisci a Sukhoi che ti ho fatto un sacco di domande sulle condizioni della stazione. Quella sarà la nostra verità. Non devi spiegargli tutto, no? E se le cose vanno come dovrebbero, sarò io a dare spiegazioni a chi di dovere. Ma potrebbe anche essere che...”, si interruppe per un istante e osservò Artyom più da vicino. “Che io non torni indietro. Che ci sia un’esplosione o no, se non sono di ritorno per il mattino successivo, qualcuno dovrà raccontare ciò che mi è successo e parlare con i miei colleghi dei demoni nelle vostre gallerie settentrionali. Oggi, qui alla stazione, ho incontrato tutti coloro che conoscevo, incluso il tuo patrigno. Sento, anzi, vedo che tutti coloro che sono stati esposti alla loro influenza sono sopraffatti dal dubbio e dall’orrore. E io non mi posso fidare di persone del genere, ho bisogno di una persona integra, la cui capacità di ragionare non sia ancora stata intaccata da questi spiriti. Ho bisogno di te”.
“Di me? Ma come posso aiutarti?”. Artyom era esterrefatto.
“Ascoltami. Se non torno, tu dovrai a qualsiasi costo, ripeto: a qualsiasi costo, recarti alla Polis. Alla Città... lì dovrai cercare un uomo soprannominato Melnik e raccontargli tutta la storia. Un’altra cosa: ti darò un oggetto che potrai mostrargli a riprova che sono stato io a mandarti. Entra un minuto”.
Hunter aprì il lucchetto della porta d’entrata, sollevò l’estremità della tenda e fece entrare Artyom.
All’interno non c’era molto spazio, perché sul pavimento vi erano un enorme zaino mimetico e un baule di dimensioni impensabili. Alla luce della lanterna, sul fondo della sacca, Artyom intravvide la canna scintillante di un’arma, che dall’aspetto sembrava una mitragliatrice manuale dell’esercito. Prima che Hunter riuscisse a chiudere lo zaino e fare in modo che Artyom non sbirciasse, quest’ultimo vide di sfuggita una scatola di metallo, nera e opaca, che conteneva riviste sulle mitragliatrici impilate ordinatamente vicino all’arma e, sull’altro lato, a una piccola granata antiuomo verde.
Senza commentare il suo arsenale, Hunter aprì la tasca laterale dello zaino e ne estrasse una piccola capsula di metallo, ricavata da un bossolo da mitra. Il lato su cui ci sarebbe dovuta essere la punta della pallottola era leggermente ripiegato.
“Ecco, prendi questa. Non mi aspettare se manco già da due giorni. Non avere paura. Incontrerai persone che ti aiuteranno. Ce la devi fare! Sai bene che dipende tutto da te. Non te lo devo spiegare io, vero? È tutto. Augurati che io ce la faccia e vattene. Devo recuperare un po’ di sonno”.
Artyom riuscì a balbettare un arrivederci, strinse la mano di Hunter e vacillando tornò verso la sua tenda, ricurvo, sotto il peso della missione che incombeva sulle sue spalle.