Metro 2033 – Capitolo 19

CAPITOLO 19 : LA BATTAGLIA FINALE


Spostarono il pesante coperchio in ferro battuto della botola chiusa e scesero all’interno del cunicolo. Lo stretto passaggio verticale era composto da anelli in cemento armato, su ognuno dei quali era fissata una staffa in metallo.
Non appena vennero lasciati soli, la personalità di Ulman mutò: si rivolgeva ad Artyom con frasi brevi, monosillabiche, per lo più per impartigli degli ordini o per rimproverarlo. Quando aprirono la botola gli disse di spegnere la torcia, indossò il dispositivo per la visione notturna, quindi entrò per primo. Artyom dovette addentrarsi tenendosi stretto alle maniglie in metallo. Inizialmente non comprese il perché di tutte quelle precauzioni; infatti, dopo il Cremlino, non si erano più imbattuti in nessun pericolo. Infine, il ragazzo desunse che lo stalker avesse dato precise indicazioni a Ulman, che essendo rimasto senza comandante, lo stava rimpiazzando entusiasta. Ulman diede una pacca sul piede di Artyom, a indicare che si doveva fermare; obbediente, il ragazzo si fermò e attese finché l’uomo non gli spiegò cosa stesse accadendo. Ma, invece di fornirgli delle spiegazioni, udì un tonfo sordo sotto di sé: Ulman era saltato di sotto. Qualche secondo più tardi, Artyom udì colpi di arma da fuoco attutiti da un silenziatore.
“Puoi scendere”, suggerì Ulman sussurrando, mentre riaccendeva la luce.
Quando le maniglie terminarono, lasciò la presa e atterrò due metri più sotto, su un pavimento di cemento. Si alzò, si spolverò le mani e si guardò attorno: si trovavano in un piccolo corridoio, lungo circa quindici metri. La botola era spalancata sul soffitto sopra di loro.
Sul pavimento c’era un’altra apertura identica alla precedente, con lo stesso chiusino in ferro battuto, mentre al suo fianco, in una pozza di sangue, giaceva a faccia in giù un selvaggio, che anche da morto teneva stretta la sua cerbottana.
“Stava facendo la guardia al passaggio”, Ulman rispose tranquillamente allo sguardo dubbioso di Artyom. “Ma si era addormentato. Con tutta probabilità non si aspettava che arrivasse qualcuno da questa parte. Aveva appoggiato l’orecchio alla botola ed era crollato”.
“Lo hai ucciso... nel sonno?”, domandò Artyom.
“E allora? Non sarebbe comunque stata una battaglia ad armi pari”, Ulman tirò su con il naso. “Per lo meno imparerà che quando si è di guardia non ci si deve addormentare; e comunque si era comportato male perché aveva ignorato la sacralità di questo giorno: era stato avvertito che non sarebbe dovuto entrare nelle gallerie”.
Ulman spostò il corpo di lato, aprì la botola e spense la torcia. Questa volta il cunicolo era brevissimo e conduceva in un ufficio pieno di spazzatura: una montagna di placche in metallo, ingranaggi, molle e corrimano placcati in nickel; in quel luogo c’era un numero sufficiente di pezzi per ricostruire un’intera carrozza, che coprivano completamente la botola da occhi indiscreti. Le parti erano appoggiate l’una sopra l’altra in maniera disordinata e arrivavano fino al soffitto. Chissà come quella pila di oggetti si riusciva a mantenere in equilibrio! Tra questo ammasso e il muro c’era un passaggio stretto, ma attraversarlo senza toccare la montagna di metallo e senza farla cadere al suolo era praticamente impossibile.
Una porta sommersa per metà dalla spazzatura conduceva a una galleria insolitamente rettangolare, nella quale era stato posato solo qualche binario; era possibile che avessero trovato un’ostruzione o che avessero smesso di costruire il passaggio per qualche altra ragione. A destra, invece, c’era una galleria normale, ampia e tondeggiante. Questo luogo sembrava una terra di confine tra due mondi sotterranei intrecciati. Si respirava anche in maniera differente, l’aria era umida, ma non terribile e stagnante come nei passaggi segreti della D-6. Non erano sicuri da che parte proseguire; optarono per non prendere una decisione azzardata dato che su questa linea si trovava anche un posto di frontiera del Quarto Reich. A giudicare dalla mappa, la Mayakovskaya e la Chekhovskaya erano separate da una ventina di minuti di cammino.
Frugando nello zaino contenente le sue cose, Artyom trovò la mappa ricoperta di sangue affidatagli da Daniel, dalla quale riuscirono a evincere quale fosse la direzione corretta. Meno di cinque minuti dopo raggiunsero la Mayakovskaya.
Si sedettero su una panchina, Ulman si levò il pesante elmetto con un sospiro di sollievo, con una manica si asciugò il sudore dal viso rosso e umido, quindi si passò le dita tra i capelli biondo scuro tagliati a spazzola. Nonostante la stazza imponente e i modi da lupo delle gallerie, pareva che Ulman avesse solo qualche anno in più di Artyom.
Mentre cercavano qualcosa da mettere sotto i denti, Artyom riuscì a dare un’occhiata alla stazione. Non aveva più idea di quanto tempo fosse passato dall’ultimo pasto che aveva consumato, ma lo stomaco gli doleva, perciò doveva correre ai ripari. Ulman non aveva portato con sé alcuna provvista, perché quando erano partiti lo avevano fatto di fretta e lui aveva deciso di caricarsi sulle spalle solo lo stretto necessario.
La Mayakovskaya somigliava alla Kievskaya: era solo un’ombra di quello che un tempo era stato un luogo elegante e arioso. In questa metà di stazione ormai in rovina, la gente si accalcava in tende logore oppure sulla piattaforma. I muri e il soffitto erano ricoperti da macchie d’umidità dalle quali trasudavano gocce d’acqua; vi era un unico fuoco da campo ma nessun tipo di carburante.
Gli abitanti parlavano tra loro dimessi, come se si trovassero al capezzale di un uomo morente. Tuttavia, persino qui c’era un negozio: una tenda da tre persone rattoppata, con un tavolo pieghevole all’entrata. La selezione era modesta: carcasse di ratti scuoiati, funghi secchi portati fin lì chissà quando e quadrati di muschio tagliati in maniera approssimativa. I prezzi, cioè pezzi di giornale con numeri scritti accuratamente a mano, erano in bella mostra a fianco della mercanzia. A parte loro due non c’erano altri acquirenti, si fermò nelle vicinanze solo una donna malnutrita che teneva la mano a un bambinetto.
Il piccolo indicava e tirava la madre verso i ratti che giacevano sul tavolo, ma la donna lo rimproverò: “Non toccare! Questa settimana abbiamo già mangiato carne!”, il bambino obbedì ma non riuscì a dimenticarsi subito delle carcasse. Non appena la donna si voltò, lui cercò nuovamente di acchiappare l’animale morto.
“Kolka! Che ti ho detto? Se fai il cattivo, i demoni arriveranno dal tunnel e ti porteranno via! Sashka non ha obbedito alla sua mamma e lo hanno rapito!”, lo sgridò nuovamente la madre, riuscendo, all’ultimo istante, ad allontanare il bambino dal tavolo.
Artyom e Ulman non riuscivano a decidersi. Il ragazzo rifletté che sarebbe potuto sopravvivere fino alla Prospekt Mira, dove i funghi sarebbero stati per lo meno più freschi.
“Desiderate dei ratti? Li friggiamo al momento”, il calvo proprietario del negozio cercò di persuaderli con dignità. “Certificato di qualità!”, aggiunse enigmatico.
“Grazie, ho già mangiato”, Ulman si affrettò a rifiutare. “Artyom, tu cosa vuoi? Fossi in te non sceglierei il muschio, nella tua pancia si scatenerebbe la Quarta guerra mondiale”.
La donna lo osservò con uno sguardo di disapprovazione. In mano aveva due cartucce che, a giudicare dal prezzo, erano sufficienti solo per acquistare il muschio. Notò che Artyom stava osservando il suo modesto capitale e nascose il pugno dietro la schiena.
“Non ho niente, qui”, ringhiò indispettita.
“Se non intende comprare nulla, allora se ne vada!”
“Non siamo tutti milionari! Cos’ho di tanto interessante?”
Artyom voleva risponderle, ma venne distratto dalla vista del bambino, che era molto simile a Oleg. Aveva gli stessi sottili capelli quasi incolore, gli occhi contornati da occhiaie rossicce e il naso all’insù. Si mise il pollice in bocca e sorrise timido ad Artyom, osservandolo in maniera vagamente imbronciata. Ad Artyom parve che, suo malgrado, le labbra gli si stessero distendendo e andassero a formare un sorriso, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime. La donna carpì il suo sguardo e andò su tutte le furie: “Dannati pervertiti!”, strillò al colmo della rabbia. “Andiamo a casa, Kolienka!”, e tirò il bambino per la mano.
“Aspetti! Si fermi un istante!”. Artyom estrasse qualche cartuccia dal caricatore di riserva della sua mitragliatrice, raggiunse la donna e gliele porse. “Ecco... le prenda. Sono per Kolka”.
Lei lo osservò con diffidenza, poi la sua bocca assunse un’espressione sprezzante.
“Cosa pensi di ottenere con cinque cartucce? Vorresti il bambino per te?”
Artyom non comprese subito ciò che la donna aveva in mente. Solo alla fine ci arrivò; si voleva scusare, ma non riuscì a dire nulla, se ne stava lì di fronte alla donna, a osservarla con espressione attonita. Lei, soddisfatta dell’effetto che avevano prodotto le sue parole, sostituì la rabbia che aveva in corpo con uno strano sentimento di pietà.
“D’accordo. Venti cartucce per mezz’ora”.
Sbalordito, Artyom scosse il capo, si voltò e se ne andò via, quasi correndo.
“Lurido maiale! Va bene! Dammene quindici!”, urlò la donna alle sue spalle.
Ulman era ancora davanti alla bancarella e stava discutendo qualcosa con il venditore.
“Allora? Cos’ha deciso? Vuole qualche ratto?”, si informò cortese il proprietario della tenda, nel momento in cui Artyom li raggiunse. “Ancora qualche minuto e comincerà a trattare anche con me”.
Artyom comprese. Fece in modo che Ulman lo seguisse e si allontanò il più velocemente possibile da quella stazione dimenticata da Dio.
“Dove andiamo così di fretta?”, domandò il combattente mentre marciavano lungo la galleria in direzione della Belorusskaya. Non riusciva più trattenere il groppo che gli si era formato in gola, tuttavia gli raccontò quello che era accaduto, ma Ulman non rimase granché sorpreso dalla storia del ragazzo.
“E allora? In qualche modo dovrà pur vivere!”, asserì.
“Ma perché deve condurre una vita del genere?”. Artyom era sconvolto. “Tu lo sai?”
Ulman scosse le enormi spalle.
“Qual è il senso di una vita di quel tipo? Ti ci aggrappi, la sopporti insieme a tutte le sue umiliazioni, trasformi i tuoi figli in merce di scambio, ingurgiti muschio... e quale sarebbe lo scopo ultimo?”. Artyom si interruppe, rammentando le parole di Hunter, che aveva parlato di istinto di sopravvivenza, del fatto che l’uomo avrebbe combattuto come un animale selvatico per la propria vita e per la conservazione della specie. Inizialmente, queste parole avevano acceso una fiammella di speranza nel ragazzo, che si sarebbe battuto come quella rana che, barcamenandosi all’interno della brocca, aveva trasformato la panna in burro. Ciononostante, ora le argomentazioni del suo patrigno gli parevano essere più credibili.
“E per quale ragione?”, lo canzonò Ulman. “Bene, ragazzo, per quale ragione vivi?”. Artyom si pentì di aver intavolato questo discorso; doveva riconoscerlo, Ulman era un combattente straordinario, ma la sua compagnia non era per nulla gradevole e dovette ammettere che era inutile mettersi a discutere del senso della vita con quel soldato.
“Io personalmente cerco una ragione”, il giovane non riuscì a trattenersi e rispose accigliato.
“Perché?”, Ulman si mise a ridere. “Vuoi salvare l’umanità? Lascia perdere. Sono tutte sciocchezze. Né tu né nessun altro riuscirà a salvarla. Al massimo potrei farlo io”, illuminò il suo viso con la torcia, così che il ragazzo potesse scorgere la sua espressione eroica. Artyom lo osservò con invidia, ma non ribatté. “Inoltre”, continuò il soldato “Questo non può essere lo scopo della vita di tutti”.
“Ma tu cosa ne pensi? La vita non ha un significato?”, Artyom cercò di domandare in tono ironico.
“Come fa a non avere significato? Per me lo ha, così come per tutti gli altri. In generale, la ricerca del significato della vita si compie durante la pubertà, ma sembra che tu ci stia impiegando più tempo”, il suo tono non era offensivo, ma malizioso, perciò Artyom decise di non prendersela. Ispirato dal suo successo, Ulman continuò: “Ricordo quando avevo diciassette anni, anche io cercavo di comprenderlo. Ma poi ti passa. La vita ha un unico significato, amico mio, cioè fare dei figli e crescerli. Lasciamo a loro l’incombenza di rispondere alla nostra domanda, forse riusciranno a trovare una risposta. Per lo meno, questa è la mia teoria”, sorrise.
“Allora perché stai venendo con me? Perché rischi la vita? Se non credi di poter salvare l’umanità, perché sei qui?”, osò chiedere Artyom dopo un po’.
“Primo: mi sono stati impartiti degli ordini”, rispose Ulman serio. “Gli ordini non vanno messi in discussione. Secondo: generare dei figli non è sufficiente, bisogna anche crescerli. Che senso avrebbe crescere dei figli se poi arrivasse tutta quella marmaglia della VDNKh e se li mangiasse?”. Ulman era sicuro di sé, della sua forza e delle sue parole; inoltre, il suo mondo era semplice e organizzato in maniera talmente seducente che Artyom non ebbe più la forza di contraddirlo. D’altro canto, gli pareva che il combattente gli stesse trasmettendo un po’ della sua sicurezza.
Proprio come Melnik aveva riferito loro, la galleria tra la Mayakovskaya e la Belorusskaya non presentò alcun problema. Talvolta, udivano qualcosa battere con violenza nei condotti di ventilazione, ma vennero sorpassati diverse volte da ratti di grandezza normale e ciò rassicurò Artyom. Il passaggio fu sorprendentemente breve: non erano nemmeno riusciti a terminare il discorso quando davanti a loro apparvero le luci della stazione.
La sua vicinanza all’Hansa aveva un’influenza profonda sulla Belorusskaya; fu subito ovvio che era molto ben protetta. A dieci metri dall’entrata era stata edificata una sorta di fortino: c’era una mitraglietta su alcuni sacchi pieni di terra, mentre la guardia era composta da cinque uomini. Gli controllarono i documenti, Artyom presentò il suo nuovo passaporto, quindi i due, il più educatamente possibile, domandarono alle guardie se fossero del Reich. Quelle gli assicurarono di no, che nessuno lì aveva niente contro il Reich, che si trattava di una stazione commerciale, totalmente neutrale, che non interferiva nei conflitti tra i poteri dell’Hansa, del Reich e della linea Rossa.
Prima di continuare il loro viaggio lungo l’Anello, Artyom e Ulman decisero di fare una pausa per mangiare qualcosa. Si sedettero in un bar affollato, vagamente elegante e lì il ragazzo ottenne tutte le informazioni che desiderava sulla Belorusskaya, oltre a mangiare un’eccellente costoletta a buon mercato.
Un uomo dal viso rotondo e i capelli chiari, seduto al tavolo di fronte, che si presentò come Leonid Petrovich, stava mangiando avidamente una porzione di uova e pancetta e, non appena ebbe svuotato la bocca, si mise a raccontare qualche storia sulla stazione in cui si trovavano. La Belorusskaya era riuscita a sopravvivere grazie al transito della carne di maiale e di pollo. Al di là dell’Anello, nei pressi della Sokol e persino della Voykovskaya, sebbene quest’ultima fosse fin troppo vicina alla superficie, fiorirono imprese di successo. Chilometri di gallerie e di linee erano stati trasformati in enormi stalle di bestiame che nutrivano tutta l’Hansa e consegnavano merce sia al Quarto Reich che alla linea Rossa, costantemente a corto di generi di sostentamento. Inoltre, gli abitanti della stazione Dynamo avevano ereditato dai loro intraprendenti predecessori un’attitudine per il commercio “su misura”, perciò cucivano quelle stesse giacche di pelle di maiale che Artyom aveva visto alla Prospekt Mira. Da questa parte della linea Zamoskvoretskaya non esistevano pericoli esterni e, in tutti quegli anni di vita nella Metro, nessuno aveva osato fare fallire il commercio della Sokol, della Aeroporto, o della Dynamo. L’Hansa non aveva nulla da rivendicare, dato che riusciva a estorcere dazi doganali per il trasporto delle merci e, allo stesso tempo, proteggeva le stazioni dai fascisti e dai Rossi. Praticamente ogni abitante della Belorusskaya era impegnato in un’attività commerciale, mentre i fattori della Sokol e i sarti della Dynamo erano stati abbastanza assennati da riuscire a guadagnare bene dalle vendite all’ingrosso. Consegnavano partite di maiali o di polli con carrelli a mano o carri trainati dagli uomini; gli altri, come li chiamavano loro, scaricavano la merce acquistata, talvolta usando anche delle speciali gru appositamente installate sulle piattaforme; quindi i commercianti sistemavano i conti e se ne ritornavano a casa. La vita pulsava nel cuore di quella stazione. I commercianti più risoluti, che alla Belorusskaya erano chiamati manager, si spostavano dai terminal, cioè dalle stazioni in cui scaricavano la merce, ai magazzini. Con loro avevano tintinnanti sacchetti pieni di cartucce e dispensavano istruzioni ai nerboruti scaricatori; piccoli carrelli con ruote ben lubrificate, carichi di scatole e pacchetti, venivano spostati silenziosamente verso file di banconi, oppure verso la linea di confine dell’Anello, dove gli acquirenti dell’Hansa prendevano la loro merce, oppure dall’altra parte della piattaforma, dove gli emissari del Reich li attendevano per scaricare i loro ordini. All’interno della stazione si trovavano molti fascisti, ma diversi dai soliti, infatti questi erano per lo più degli ufficiali. In ogni caso, si comportavano bene: erano sempre arroganti, ma entro il limite della decenza. Osservavano con ostilità gli uomini di carnagione scura e con i capelli neri, che erano numerosi tra i commercianti e gli scaricatori della zona, ma non cercavano di imporre le loro convinzioni e le loro leggi.
“Inoltre, ci sono anche delle banche, qui... Molti di loro, quelli del Reich, vengono da noi apparentemente per la merce, ma in realtà intendono investire i loro risparmi”, confessò l’uomo ad Artyom.
“Dubito che ci attaccheranno, perché per loro siamo come la Svizzera”, aggiunse in maniera incomprensibile.
“Avete fatto un ottimo lavoro, qui”, sottolineò Artyom in tono cortese.
“Non è merito nostro, è grazie alla Belorusskaya... Tu da dove vieni?”, chiese Leonid Petrovich in segno di rispetto. Ulman, invece, finse di non aver udito la domanda perché troppo impegnato con la sua costoletta.
“Vengo dalla VDNKh”, rispose Artyom, lanciandogli un’occhiata.
“Davvero? Che cosa terribile!”. Leonid Petrovich appoggiò sul tavolo il coltello e la forchetta. “Mi hanno riferito che la situazione laggiù è insostenibile, che vivono sul filo del rasoio, che metà degli abitanti sono morti... è vero?”
Nella gola di Artyom si formò un altro groppo: doveva raggiungere la VDNKh il prima possibile e rivedere i suoi cari, fosse anche per l’ultima volta. Perché stava perdendo del tempo prezioso mangiando? Spostò il piatto che aveva davanti a sé, chiese il conto e, nonostante le proteste di Ulman, fece in modo che l’uomo lo seguisse. Passarono i banconi all’interno degli archi, che esponevano carne e vestiario, poi superarono gli ammassi di mercanzia, gli ambulanti che barattavano, gli indaffarati scaricatori, gli ufficiali fascisti che passeggiavano posati, verso il passaggio che conduceva all’Anello. Sopra l’entrata era appeso uno stendardo bianco con un cerchio marrone al centro. Due uomini armati di mitragliatrici con le solite uniformi mimetiche grigie gli controllarono i documenti e ispezionarono le loro cose. Artyom non era mai riuscito ad accedere al territorio dell’Hansa con una tale facilità.
Ulman, che stava ancora masticando un pezzo della sua costoletta, affondò la mano in tasca e presentò alle guardie di confine un cartellino di riconoscimento che il ragazzo non aveva mai visto prima. I pattugliatori si spostarono e li lasciarono passare.
“Di che tipo di lasciapassare si tratta?”. Artyom venne assalito dalla curiosità.
“È il registro delle medaglie che ho ottenuto per il ‘Servizio della madrepatria’”, così dicendo Ulman scoppiò in una fragorosa risata. “Tutti hanno un debito con il nostro Colonnello”.
Il passaggio verso l’Anello era uno strano incrocio tra una fortezza e un magazzino. Il secondo confine con l’Hansa cominciava oltre le passerelle sopra i binari, dove erano stati eretti veri e propri avamposti con mitragliatrici e persino un lanciafiamme. Proseguendo oltre, presso un monumento commemorativo in bronzo che rappresentava un uomo con la barba armato di mitragliatrice, un ragazzina gracile e un ragazzo pensieroso anch’egli armato, che con tutta probabilità erano i fondatori della Belorusskaya o gli eroi di una battaglia contro i mutanti, si dispiegava un’intera guarnigione composta da una ventina di soldati.
“È per il Reich”, spiegò Ulman ad Artyom. “Con i fascisti va così: fidati, ma controlla. È vero, non hanno mai assaltato la Svizzera, ma hanno soggiogato la Francia”.
“Le mie conoscenze storiche fanno acqua da tutte le parti”, riconobbe Artyom imbarazzato. “Il mio patrigno non è mai riuscito a trovare un libro di testo adatto, però conosco un po’ di storia dell’antica Grecia”.
Una serie infinita di scaricatori con enormi fagotti sulle spalle brulicavano come formiche attorno ai soldati. Il movimento era ben organizzato: gli uomini scendevano carichi da una scala mobile e risalivano senza merce dall’altra. Una terza scala era riservata ai passanti, ai piedi della quale, all’interno di un gabbiotto in vetro, si trovava un uomo armato di mitragliatrice che aveva il compito di controllare la scala. I documenti di Artyom e Ulman vennero controllati nuovamente e la guardia rilasciò loro delle carte con un timbro che riportava la scritta: “Registrazione temporanea per transito”, oltre alla data.
Anche questa stazione si chiamava Belorusskaya, ma le differenze con la sua gemella radiale erano disarmanti: parevano gemelle separate alla nascita, una delle quali aveva avuto la fortuna di essere adottata dalla famiglia benestante, mentre all’altra era capitata in una disagiata. La prosperità della prima Belorusskaya che avevano visitato svanì a confronto della seconda sull’Anello. Le pareti erano bianche e splendenti, il soffitto era adorno di intricati stucchi che brillavano alla luce delle lampade al neon; in tutta la stazione c’erano solo tre lampade di questo tipo, ma erano più che sufficienti. Gli scaricatori sulla piattaforma erano divisi in due gruppi: uno camminava verso i binari, attraverso gli archi di sinistra, mentre l’altro stava sulla destra lasciando i carichi impilati per poi tornare con altra merce. Sui binari erano state organizzate due postazioni: una per la merce, dove era stata installata una piccola gru e una seconda per i passeggeri, dove si trovava la biglietteria. Infatti, ogni quindici o venti minuti, dalla stazione passava un carrello a mano per la merce. Tuttavia, questo era attrezzato in maniera particolare: vi erano delle assi su cui venivano appoggiate le scatole e i fagotti; alle maniglie che lo azionavano c’erano tre o quattro uomini, oltre a una guardia. Il carrello per i passeggeri passava più di rado, infatti Artyom e Ulman dovettero attendere più di quaranta minuti. Come il bigliettaio spiegò loro, si doveva aspettare che si radunasse un numero sufficiente di persone per fare in modo che i lavoratori non facessero viaggi a vuoto. Il fatto che da qualche parte nella Metro fosse possibile acquistare un biglietto come in passato, che costava una cartuccia a tratta, per passare da una stazione all’altra, aveva affascinato Artyom. Per qualche istante quasi dimenticò tutti i suoi problemi e rimase a osservare la merce che veniva caricata. Ciò dimostrava com’era stata la vita all’interno della Metro in passato, quando i binari venivano percorsi da enormi treni scintillanti e non da semplici carrelli a mano.
“Carrello in arrivo!”, annunciò il bigliettaio e si mise a suonare una campanella. Davanti a loro si fermò un grosso carrello a mano che trainava un secondo convoglio su cui erano state montate delle panchine in legno. Dopo aver mostrato i biglietti, Artyom e Ulman occuparono due posti liberi. Attesero ancora qualche minuto perché arrivassero anche i passeggeri in ritardo e il carrello partì. Le panchine erano sistemate in modo che metà dei passeggeri fosse rivolta in avanti e l’altra metà indietro. Il ragazzo trovò un posto rivolto verso la parte posteriore del carrello, mentre il soldato ne occupò uno dell’altro tipo e gli diede le spalle.
“Perché i sedili sono sistemati in modo così strano, in direzioni diverse?”, domandò Artyom alla sua vicina, un’arzilla donna sulla sessantina, che indossava uno scialle di lana costellato di buchi. “Sono molto scomodi”.
La donna alzò le braccia verso il soffitto: “E allora? Per questo preferiresti andartene in giro a piedi? Voi giovani siete sconsiderati! Non hai sentito cosa è successo laggiù l’altro giorno? Beh, un ratto di queste dimensioni”, la donna assunse un’espressione sgomenta, “è saltato fuori da un passaggio laterale e ha trascinato via un passeggero!”
“Non era un ratto!”, la interruppe un uomo con la giacca imbottita, voltandosi. “Era un mutante! Attorno alla Kurskaya ce ne sono moltissimi...”
“E io sostengo che fosse un ratto, me l’ha riferito la mia vicina, Nina Prokofievna. Crede che non lo sappia?”, l’anziana era indignata.
Discussero a lungo, ma ormai Artyom non li stava più ascoltando. I suoi pensieri erano nuovamente arrivati fino alla VDNKh. Aveva già deciso che, prima di risalire in superficie per dirigersi verso la Torre di Ostankino insieme a Ulman, avrebbe cercato a tutti i costi di tornare alla sua stazione. Ancora non sapeva come sarebbe riuscito a convincere l’uomo, ma aveva il presentimento che questa sarebbe stata la sua ultima possibilità di vedere la sua casa e i suoi amici, e non poteva di certo ignorarlo. Non sapeva cosa gli sarebbe successo. Melnik gli aveva assicurato che il loro compito non sarebbe stato per niente complicato, ma Artyom sospettava che non avrebbe più incontrato lo stalker. Tuttavia, prima di cominciare quella che sarebbe potuta essere la sua ultima risalita in superficie, desiderava tornare per un po’ alla sua stazione. VDNKh... che suono adorato, melodico. Potrei ascoltarlo all’infinito, rifletté il ragazzo. L’uomo che aveva conosciuto alla Belorusskaya gli aveva detto la verità? La stazione era veramente sul punto di crollare sotto l’assedio dei Tetri? Metà degli uomini che la difendevano erano morti sul serio? Da quanto tempo era partito? Due settimane? Tre? Chiuse gli occhi, cercando di immaginare gli adorati archi, le linee eleganti ma sobrie delle cupole, intervallate da grate di ventilazione in rame delicatamente forgiato, le file di tende dell’atrio. Il carrello dondolava a tempo con lo stridio conciliante delle ruote e Artyom non si accorse di essere in procinto di addormentarsi. Stava sognando di nuovo la VDNKh...
Nulla lo sorprendeva più, né ascoltava né cercava di comprendere. L’obiettivo ultimo del suo sogno non era alla stazione, ma nella galleria. Uscendo dalla tenda, Artyom si diresse subito verso i binari, scese sul sentiero e cominciò a marciare verso sud, in direzione dell’Orto botanico. L’oscurità non lo spaventava più, tuttavia c’era qualcos’altro che aveva preso il suo posto e cioè l’imminente incontro all’interno del tunnel. Chi c’era ad aspettarlo? Per quale motivo? Perché il coraggio lo abbandonava sempre all’ultimo minuto? Infine, il suo doppio apparve nelle profondità della galleria; i suoi passi leggeri ma sicuri si avvicinavano sempre più, proprio com’era accaduto in precedenza. Artyom sentì i nervi cedere. Ciononostante, questa volta provò a essere più temerario: le ginocchia presero a tremargli, ma riuscì a controllarsi e ad attendere finché non raggiunse la creatura invisibile. Tutto il suo corpo era ricoperto di sudore freddo e appiccicoso, ma il ragazzo riuscì a non fuggire via quando un minimo spostamento d’aria segnalò che l’essere misterioso era a pochi centimetri dal suo viso.
“Non scappare... Guarda il tuo destino negli occhi...”, gli sussurrò all’orecchio una voce secca, frusciante. A quel punto si ricordò di avere un accendino in tasca. Come se n’era potuto dimenticare durante gli altri incubi che aveva avuto? Lo cercò a tastoni, fece scattare la pietra focaia e si preparò per vedere in faccia chi gli aveva parlato. Si sentì subito mancare e gli parve che i piedi stessero mettendo radici a terra. Di fianco a lui c’era un Tetro, fermo immobile. I suoi occhi scuri senza pupille erano spalancanti e cercavano un suo sguardo. Artyom urlò più che poté.
“Dannazione!”, la signora anziana si mise una mano sul cuore e prese a respirare rumorosamente. “Mi hai spaventata a morte, piccolo demonio!”
“Lo scusi, la prego. È con me ed è... molto nervoso”, lo difese Ulman voltandosi.
“Cosa hai visto per strillare a quel modo?”, l’anziana gli lanciò un’occhiata curiosa, da sotto le palpebre gonfie e semichiuse.
“È stato un sogno... ho avuto un incubo”, rispose Artyom. “Mi scusi”.
“Un sogno?! Voi giovani siete così impressionabili...”, cominciò di nuovo a lamentarsi e a borbottare tra sé.
In realtà Artyom si era assopito per un periodo di tempo abbastanza lungo: aveva dormito persino mentre il carrello si era fermato alla Novoslobodskaya. Tuttavia, non ebbe tempo di ricordare ciò che aveva compreso alla fine dell’incubo perché il carrello passeggeri poco dopo giunse alla Prospekt Mira.
La situazione era totalmente diversa da quella soddisfacente e prospera della Belorusskaya. La Prospekt Mira non stava vivendo un periodo di ripresa commerciale, non ve n’era nemmeno l’ombra. Inoltre, la presenza dei militari era massiccia: Spetsnaz e ufficiali con i galloni delle truppe ingegneristiche. Sui binari dall’altro lato della piattaforma si trovavano diversi carrelli motorizzati carichi di misteriose scatole coperte con teloni in plastica, che venivano monitorati. Nell’androne c’erano almeno cinquanta persone sedute a terra, tutte vestite miseramente, che si guardavano attorno disperate.
“Che sta succedendo qui?”, Artyom domandò a Ulman.
“Non qui, ma alla VDNKh”, rispose il combattente. “È ovvio che hanno intenzione di far crollare le gallerie... Se i Tetri riescono ad arrivare fino alla Prospekt Mira diventeranno un problema dell’Hansa. Sembra proprio che si stiano preparando per un attacco preventivo”.
Mentre attraversavano il passaggio verso la linea Kaluzhsko-Rizhskoi, Artyom si convinse che l’ipotesi di Ulman fosse la più probabile. Gli Spetsnaz dell’Hansa erano attivi anche alla stazione radiale, dove non sarebbero comunque stati di nessun aiuto. Entrambe le entrate delle gallerie che conducevano verso nord, alla VDNKh e all’Orto botanico, erano sbarrate. Qualcuno aveva eretto dei fortini improvvisati, dove erano di turno le guardie dell’Hansa. Al mercato non c’erano clienti, più di metà delle bancarelle era vuota e la gente sussurrava nervosa, come se un’inevitabile serie di eventi sfortunati stesse incombendo su tutta la stazione. Diverse decine di persone erano radunate in un angolo, intere famiglie con fagotti e borsoni. Attorno a un tavolo era fissata una catena dalla quale penzolava un cartello: “Iscrizione rifugiati”.
“Aspettami qui, io andrò a cercare il nostro uomo”, Ulman lo lasciò nella zona del mercato e scomparve.
Ma anche Artyom aveva degli affari da sbrigare, perciò scese sui binari e si recò presso il fortino, per parlare con la guardia di confine, che sembrava quasi annoiata.
“Si può ancora andare alla VDNKh?”
“Li lasciamo passare, ma io consiglio loro di non farlo”, rispose la sentinella. “Non hai sentito cosa sta accadendo laggiù? Ci sono dei demoni che si infiltrano nella stazione, talmente tanti che non riescono più a fermarli. L’hanno quasi conquistata. La situazione è molto pericolosa. Quei taccagni della nostra amministrazione hanno deciso di regalare loro qualche munizione, in modo da contenere il pericolo almeno fino a domani”.
“Perché? Cosa succederà domani?”
“Domani manderanno tutto al diavolo: piazzeranno della dinamite a trecento metri dall’entrata della Prospekt, in entrambe le gallerie. E ci metteranno una pietra sopra”.
“Ma perché non andate ad aiutarli? Sono sicuro che l’Hansa abbia il potere necessario!”
“Te l’ho detto! Ci sono i demoni! Sono dappertutto, non si riesce più a contenerli!”
“E che ne sarà degli abitanti della Rizhskaya? E di quelli della VDNKh?”. Artyom non poteva più credere alle sue orecchie.
“Sono stati allertati diversi giorni fa e ora se ne stanno andando alla spicciolata; li accoglierà l’Hansa. Non siamo animali, ma loro farebbero meglio a sbrigarsi. Allo scadere del tempo... tanti saluti a tutti. Se tu ci vuoi andare, faresti meglio a tornare indietro il prima possibile. Cosa devi fare laggiù? Hai degli affari da sbrigare? Una famiglia?”
“Entrambi”, replicò Artyom e la guardia di confine annuì con aria d’intesa. Ulman era tra gli archi della stazione e parlava tranquillo con un giovane alto e un uomo serio con indosso un cappotto da macchinista e lo stemma da capo della stazione.
“Il veicolo è pronto, il serbatoio è pieno. In ogni caso, io ho ancora una radio e delle tute di protezione, oltre a un Pecheneg e a un fucile da cecchino Dragunov”, il giovane indicò due enormi sacche nere. “Possiamo salire in qualsiasi momento. Quando avete bisogno di noi lassù?”
“Controlleremo il segnale ogni otto ore. Per allora dovremo già essere in posizione”, rispose Ulman. “La porta a pressione funziona?”, si rivolse al capo.
“È a posto”, confermò l’uomo.
“Allora fateci un cenno; dovrete solo allontanare la gente in modo che non si spaventi. Mi sembra tutto. Riposeremo per cinque ore, poi partiremo”, riassunse Ulman. “Artyom? Andiamo a farci una dormita?”
“Non posso”, Artyom fece spostare il soldato per parlargli in privato. “Devo tornare alla VDNKh. Devo salutare tutti e dare un’occhiata in giro. Avevi ragione, faranno saltare le gallerie dalla Prospekt Mira. Anche se riuscirò a sopravvivere alla nostra missione in superficie, non vedrò mai più la mia stazione. Devo andare, davvero”.
“Ascolta, se hai paura di venire con me, se temi i Tetri, allora dillo”, cominciò Ulman, ma non appena notò lo sguardo di Artyom si morse la lingua. “Scusami, non dicevo sul serio”.
“Davvero, devo andare”, ripeté Artyom. Non riusciva a spiegare al combattente i suoi sentimenti, ma sapeva che doveva tornare alla VDNKh a qualunque costo.
“Beh, se devi farlo, io non ho nulla da eccepire”, rispose il soldato in imbarazzo. “Tuttavia, non avrai tempo di tornare indietro, specialmente se laggiù devi salutare qualcuno. Faremo così: percorreremo la Prospekt Mira con il veicolo di Pashka, il ragazzo con le sacche. Prima avevamo deciso di recarci direttamente alla Torre, ma possiamo deviare il percorso e passare dalla vecchia entrata della VDNKh. È stato messo tutto sotto sopra, ma la tua gente dovrebbe sapere dove si trova. Ti aspetteremo lassù, tra cinque ore e cinquanta minuti. Chiunque non ce la faccia, sarà troppo tardi. Hai una tuta? E un orologio? Ecco, prendi il mio, io me ne farò dare uno da Pashka”, così dicendo slacciò il cinturino metallico.
“Tra cinque ore e cinquanta minuti”, annuì Artyom. Ulman e il ragazzo si diedero la mano e quest’ultimo corse verso il fortino. Vedendolo di nuovo, la guardia di confine scosse il capo.
“In questo passaggio non accade più nulla di strano?”, domandò Artyom. “Che ne è stato dei tubi?”
“Li hanno sistemati. Mi hanno riferito che quanto ci passi vicino ti girà un po’ la testa...”, rispose la sentinella.
Artyom lo ringraziò con un cenno, accese la torcia e si addentrò nella galleria. Per i primi dieci minuti, nella sua testa si rincorsero diversi pensieri: il pericolo del tunnel che avrebbe percorso, la vita considerata e ragionevole della Belorusskaya, i carrelli e i treni veri. Ma pian piano l’oscurità della galleria gli risucchiò le idee più banali, la confusione di immagini intermittenti e i frammenti di frase.
Inizialmente si calmò, la sua coscienza si svuotò e si mise a pensare a qualcos’altro: il suo viaggio stava giungendo alla fine. Nemmeno lui sapeva per quanto tempo fosse stato via; forse erano passate due settimane, oppure più di un mese. Il tragitto gli era parso semplice e breve quando, seduto sul carrello all’Alekseevskaya, si era messo a studiare la sua vecchia mappa alla luce della torcia per cercare di pianificare il percorso che l’avrebbe condotto alla Polis... Allora, davanti a lui, si stendeva un mondo sconosciuto, del quale non sapeva quasi nulla. Aveva intrapreso una spedizione solo considerando la lunghezza del viaggio in sé, senza pensare a come lo avrebbe cambiato: la vita si era rivelata molto diversa, confusa, complessa, mortalmente pericolosa. Persino i suoi compagni di viaggio saltuari, che avevano condiviso con lui brevissime parti del cammino, avevano dovuto pagare con la vita. Artyom si ricordò di Oleg. Il destino era segnato per tutti, glielo aveva rivelato Sergei Andreyevich alla Polyanka. Era possibile che una morte terribile e senza senso avesse risparmiato altre persone e gli avesse permesso di continuare i loro affari?
Artyom cominciò ad avere freddo e a sentirsi a disagio: accettare un’impresa del genere e il conseguente sacrificio significava credere che il suo viaggio potesse terminare solo al costo della vita di qualcun altro... Poteva essere che, per adempiere al destino che gli era stato riservato, altri avessero dovuto essere violati, distrutti, mutilati? Oleg era persino troppo giovane per domandarsi il significato della sua nascita; tuttavia, pensandoci bene, non si riusciva a credere che questo fosse il destino che gli era stato riservato. I visi di Mikhail Porfirevich, di Daniel e di Tretyak gli passarono davanti agli occhi. Perché erano morti? Perché Artyom era riuscito a sopravvivere? Cosa gli aveva conferito questa abilità, questo diritto? Ad Artyom dispiaceva che Ulman non fosse con lui, perché con un solo commento beffardo l’uomo avrebbe potuto dissipare tutti i suoi dubbi. La differenza tra di loro stava proprio nel fatto che, grazie al suo cammino nella Metro, Artyom era riuscito a guardare al mondo da molte angolature diverse, mentre la vita spartana di Ulman gli aveva insegnato a considerare le cose della vita in maniera semplice, come attraverso il mirino di un fucile da cecchino. Non sapeva chi dei due avesse ragione, ciononostante Artyom non era più convinto che esistesse un’unica, vera risposta a ogni domanda. Nella vita in generale, e soprattutto nella Metro, tutto era oscuro, mutevole e relativo; era stato Khan il primo a spiegarglielo usando l’esempio dell’orologio della stazione. Se un metodo basilare su cui fondare la propria vita come quello del tempo si rivelava inverosimile e relativo, cos’altro si poteva affermare su altri modi di concepire l’esistenza, altrettanto incontestabili? Tutto aveva diverse spiegazioni, dalle voci nei tubi della galleria che stava attraversando, alle stelle brillanti del Cremlino, ai segreti eterni dell’animo umano. Esistevano diverse risposte alla domanda “perché?”; le persone che aveva incontrato, dai cannibali della Parco della Vittoria ai combattenti della Brigata Che Guevara, sapevano quale risposta dare. Ognuno aveva la sua: coloro che appartenevano a una setta, i satanisti, i fascisti, i filosofi con le mitragliatrici come Khan. Era proprio per questo motivo che Artyom faticava a scegliere e ad accettarne una sola. Ogni giorno aveva ricevuto una nuova versione della risposta, perciò non riusciva a costringersi a credere di avere scovato la verità, dato che il giorno successivo avrebbe potuto ottenere un’altra spiegazione, altrettanto precisa ed esauriente. A chi avrebbe dovuto credere? Ma soprattutto, in cosa? Nel Grande verme, il dio cannibale dalla forma di un treno elettrico, che popolava di esseri viventi la terra brulla e inaridita; in Geova, il dio iracondo e geloso oppure nel suo vanitoso opposto, Satana; nel trionfo del comunismo in tutta la Metropolitana o nella supremazia degli uomini biondi con i nasi all’insù rispetto a quelli con i capelli ricci e la pelle scura? C’era qualcosa in Artyom che gli suggeriva che non vi erano differenze. Per l’uomo, ciascuna di queste confessioni rappresentava una stampella che lo manteneva in piedi. Quando Artyom era più giovane, il patrigno gli raccontava spesso della scimmia che aveva trovato un bastone da passeggio e che usandolo era diventata un uomo. Questa storia lo faceva molto ridere. Dopo averlo trovato, l’intelligente macaco non lo aveva più lasciato andare, perché si era accorto che senza non sarebbe mai riuscito a stare dritto. Lo stesso succedeva per l’uomo: senza la fede, la vita si sarebbe trasformata in una galleria vuota, abbandonata. Le urla disperate del selvaggio della Parco della Vittoria, quando aveva compreso che il Grande verme non era altro che una trovata dei sacerdoti della sua gente, risuonavano ancora nelle orecchie del ragazzo. Artyom aveva provato un sentimento simile quando aveva scoperto che gli Osservatori invisibili non esistevano. Ma per lui la sconfessione degli Osservatori, del Verme e degli altri dèi della Metro non faceva altro che rendere la vita più facile. Ciò significava che la sua anima era più forte di quella degli altri uomini? Sapeva che non era vero. Il bastone da passeggio era stretto nella sua mano e lui doveva essere abbastanza coraggioso da riconoscerlo. La consapevolezza di dover portare a termine un compito di enorme importanza, che la sopravvivenza di tutta la Metropolitana fosse nelle sue mani e che la missione non gli era stata assegnata per un caso fortuito, erano il suo supporto. Più o meno consciamente, in tutte le scelte che aveva compiuto per concludere la sua missione, Artyom cercava la riprova che lui fosse il prescelto, non da Hunter, ma da qualcuno o qualcosa di più grande. Distruggere i Tetri, salvare la sua stazione e i suoi cari e impedire la distruzione della Metro: questo era il suo compito. Tutto ciò che gli era accaduto durante i suoi viaggi era la prova di una sola sicurezza e cioè che lui non era uguale agli altri, perché qualcuno aveva scelto un destino speciale, appositamente per lui. Doveva annientare, distruggere i parassiti che altrimenti avrebbero neutralizzato gli ultimi rappresentanti della razza umana. Mentre cercava di seguire la sua strada, interpretando i segni che gli venivano inviati, la sua volontà di successo superava la realtà, giocava con le probabilità, gli faceva schivare i proiettili, accecava mostri e nemici e obbligava i suoi alleati a essere nel posto giusto al momento giusto. Come altro avrebbe dovuto interpretare il fatto che Daniel gli avesse rivelato il luogo in cui si trovava l’unità missilistica e che questa, decenni fa, fosse rimasta miracolosamente intatta? Come altro si sarebbe potuto spiegare di aver incontrato uno dei pochi, forse l’unico esperto di missili vivente in tutta la Metro? La Provvidenza aveva conferito ad Artyom armi potenti e gli aveva inviato un uomo che potesse aiutarlo a sferrare il colpo finale a quella forza inesplicabile e spietata? Come altro potevano essere interpretati i miracolosi salvataggi di cui il ragazzo era stato protagonista nelle situazioni più disperate? Lui credeva nel suo destino e allo stesso tempo ne era divenuto invulnerabile, sebbene le persone che lo avevano accompagnato fossero morte, una dopo l’altra. I pensieri di Artyom si avvilupparono attorno a quello che Sergei Andreyevich alla Polyanka aveva chiamato destino. A quel tempo, le sue parole lo avevano spinto a proseguire, come una nuova molla ben ingrassata inserita nel meccanismo consunto e corroso di un giocattolo a carica; allo stesso tempo quelle frasi lo avevano sconvolto, forse perché questa teoria lo privava del tutto del libero arbitrio e lo obbligava a sottomettere la sua vita al suo stesso destino. Tutto considerato, come era gli possibile respingere questo modo di pensare dopo ciò che gli era accaduto? Non poteva più credere che tutta la sua esistenza fosse il semplice susseguirsi di eventi casuali.
Si erano verificati troppi avvenimenti e ora era impossibile abbandonare il cammino. Se era riuscito a giungere fin lì, allora avrebbe dovuto arrivare fino alla fine: questa era la logica inesorabile della strada che aveva scelto. Era troppo tardi per farsi assalire dai dubbi, doveva continuare, anche se ciò significava avere sulle spalle la responsabilità non solo della sua vita, ma anche di quella degli altri. Tutti i sacrifici non erano stati vani; li doveva accettare, era obbligato a percorrere il suo cammino fino alla fine. Questo era il suo destino. Come aveva fatto a non comprenderlo prima? Lo aveva messo in dubbio, distratto dalla stupidità e dall’esitazione, ma la risposta era sempre stata ben visibile. Ulman aveva ragione, non c’è bisogno di complicarsi la vita.
Ora marciava deciso. Non aveva udito alcun rumore provenire dai tubi e non si era trovato dinanzi nessun pericolo nella galleria che conduceva alla VDNKh. Tuttavia, Artyom aveva incontrato persone che si dirigevano verso la Prospekt Mira: era lui che camminava in senso contrario rispetto agli sfortunati, esausti, che si erano lasciati tutto alle spalle per rifuggire dal pericolo. Lo consideravano un pazzo, perché solo lui si stava infiltrando nel territorio nemico, mentre gli altri cercavano di abbandonare in tutta fretta quel luogo maledetto.
Né alla Rizhskaya né all’Alekseevskaya c’erano pattuglie di guardia. Immerso nei suoi pensieri, Artyom non si accorse di essere praticamente arrivato alla VDNKh, sebbene fosse passata già più di un’ora e mezza. Salì sulla piattaforma della stazione e si guardò attorno; si strinse nelle spalle: la sua stazione gli ricordava moltissimo quella VDNKh che tante volte aveva veduto nei suoi incubi.
Metà delle luci non funzionavano e nell’aria c’era l’odore acre della polvere da sparo, mentre in lontananza si udivano i lamenti e i pianti angosciati della donne. Artyom, con la mitragliatrice pronta, si spostava in avanti, costeggiando gli archi ed esaminando le ombre con estrema attenzione. Pareva che i Tetri fossero riusciti, almeno una volta, a superare le barricate e a raggiungere la stazione. Alcune delle tende erano state smantellate e in diversi punti del pavimento si notavano tracce di sangue ormai secco. La stazione era ancora abitata qua e là e attraverso il tessuto delle tende si intravvedeva qualche torcia brillare. Da lontano, dalla galleria a nord, si udivano colpi di arma da fuoco. L’entrata del tunnel era coperta da sacchi di sabbia che formavano un riparo alto quanto un uomo. Tre soldati erano schiacciati contro questa sorta di trincea e osservavano la galleria da piccole fessure per tenere sotto controllo chiunque osasse avvicinarsi.
“Artyom? Artyom! Da dove arrivi?”, lo accolse una voce familiare. Voltandosi, notò Kirill, uno degli uomini con il quale era partito dalla VDNKh all’inizio del suo viaggio; aveva il braccio appeso al collo e i capelli ancor più scompigliati del solito.
“Beh, sono tornato”, Artyom rispose in maniera vaga. “Come stanno andando le cose qui? Dov’è zio Sasha? E Zhenka?”
“Zhenka? È stato catturato... Lo hanno ucciso. Una settimana fa”, spiegò Kirill, malinconico.
Artyom sentì una stretta al cuore.
“E il mio patrigno?”
“Sukhoi è vivo e sta bene. Ora è lui il responsabile. Al momento si trova in infermeria”, Kirill indicò con la mano le scale che conducevano a una nuova uscita dalla stazione.
“Grazie!”. Artyom corse via.
“Dove sei stato finora?”, le parole urlate di Kirill gli giunsero da lontano.
L’infermeria era un luogo sinistro; non c’erano veri e propri feriti, solo cinque uomini, mentre vi erano altri pazienti che occupavano la maggior parte dello spazio. Questi ultimi indossavano pannolini da neonato ed erano rinchiusi in sacchi a pelo, disposti uno dopo l’altro. Avevano tutti gli occhi spalancati e borbottavano qualcosa di incomprensibile attraverso le bocche semiaperte. Non c’era un’infermiera a vegliare su di loro, ma un cecchino con in mano una fiala di cloroformio. Di tanto in tanto uno di loro si dimenava sul pavimento, ululando e facendo agitare anche gli altri, quindi il pattugliatore posizionava uno straccio imbevuto di cloroformio sul viso dell’uomo, il quale non si addormentava, né chiudeva gli occhi, ma si zittiva e si calmava per un po’.
Artyom non riuscì subito a scorgere Sukhoi: era seduto nell’ufficio, a discutere qualcosa con il medico della stazione. Uscendo, l’uomo si imbatté in Artyom e rimase sbalordito.
“Sei vivo... Artyomka! Vivo... Grazie a Dio... Artyom!”, aveva cominciato a mormorare, toccando la spalla del ragazzo come per convincersi di averlo davvero di fronte, in carne e ossa. Artyom lo abbracciò e, come un bambino, nel profondo della sua anima temeva che il patrigno lo avrebbe rimproverato dicendogli: “Dove ti eri cacciato? Sei stato un irresponsabile! Per quanto tempo ancora ti comporterai come un bambino...”; al contrario Sukhoi lo tenne stretto a sé e non lo lasciò andare. Quando quell’abbraccio paterno si sciolse, Artyom si rese conto che gli occhi di Sukhoi erano pieni di lacrime, perciò arrossì. Raccontò brevemente al patrigno dove si era recato e ciò che aveva fatto in tutto quel tempo; poi gli spiegò perché era tornato. Sukhoi si limitò a scuotere il capo e a criticare Hunter. Quindi tornò in sé e disse che non avrebbe parlato male dei morti, sebbene non avesse idea di ciò che fosse davvero accaduto ad Hunter.
“Hai visto che sta succedendo qui?”, la voce di Sukhoi si indurì di nuovo. “Ogni notte si intrufolano qui... i proiettili non sono mai abbastanza. Dalla Prospekt Mira è arrivato un carrello di rifornimenti, ma non sono mai abbastanza”.
“Vogliono far saltare le galleria alla Prospekt Mira per isolare completamente la VDNKh e le altre stazioni”, gli riferì Artyom.
“Sì... temono di colpire la falda acquifera; non si avventurano fino alla VDNKh. Tuttavia, questa sarà una soluzione temporanea, perché i Tetri troveranno altre entrate”.
“Tu quando parti? È rimasto poco tempo, meno di un giorno. Devi andare a preparare tutta la tua roba”.
Il patrigno lo osservò a lungo, come se volesse controllarlo da capo a piedi.
“No, Artyom, per me esiste un’unica via d’uscita da qui e non passa di certo dalla Prospekt Mira. Qui ci sono trenta feriti, che ne dobbiamo fare di loro? Lasciarli a morire da qualche parte? Chi manterrà alto il livello di difesa mentre io vado a nascondermi? Come posso andare da uno degli uomini e ordinargli: ‘Tu sta qui, cerca di respingerli, muori. Io me ne vado’? No...”, fece un sospiro. “Lascia che facciano saltare il tunnel, noi resisteremo finché potremo. Io devo morire da uomo”.
“Allora rimarrò qui con te”, affermò Artyom. “Loro hanno i missili, riusciranno nella loro impresa anche senza di me. A cosa gli servo? Almeno così posso aiutare te...”
“No, no. Tu devi andare”, lo interruppe Sukhoi. “Abbiamo una porta a pressione operativa e le scale mobili funzionano ancora. Puoi uscire in superficie in men che non si dica. Devi andare con gli altri, loro non sanno nemmeno con chi hanno a che fare!”
Artyom sospettò che il patrigno lo stesse scacciando dalla stazione solo per salvargli la vita. Cercò di obiettare, ma Sukhoi fu irremovibile.
“Solo tu, all’interno di quel gruppo, sai quanto i Tetri riescano a fare impazzire la gente”, così dicendo indicò i feriti nei sacchi a pelo.
“Che gli è successo?”
“Erano nella galleria, ma non sono riusciti ad affrontarli. Li abbiamo trascinati fuori, per fortuna. Ma i Tetri ne hanno fatti a pezzi talmente tanti... erano ancora vivi! Hanno una forza incredibile. Ma soprattutto, quando si avvicinano e cominciano a ululare, sono pochi quelli che riescono a sopportarlo. Tu lo sai. I nostri volontari si sono ammanettati l’un l’altro per impedirsi di scappare e quelli che sono riusciti a liberarsi sono qui. I feriti sono pochi perché se i Tetri ti raggiungono è difficile sfuggirgli”.
“Zhenka? Hanno preso anche lui?”, domandò Artyom deglutendo. Sukhoi annuì e il ragazzo decise non voler conoscere i dettagli.
“Andiamo, intanto che c’è un momento di calma”, approfittando del suo silenzio, Sukhoi aggiunse: “Così possiamo chiacchierare e bere del tè, ce n’è rimasto ancora un po’. Hai fame?”, il patrigno lo abbracciò e si spostarono nella stanza di comando.
Artyom si guardò attorno stupefatto: non poteva credere che da quando era partito dalla sua stazione, la VDNKh fosse cambiata tanto. Il luogo che un tempo era stata la sua casa, comoda e confortevole, adesso era avvolta dall’angoscia e dalla disperazione. Desiderava fuggire il prima possibile. Dietro di loro udirono il rombo di una mitragliatrice e Artyom imbracciò la sua arma.
“È un segnale d’avvertimento”, chiarificò Sukhoi. “Il peggio comincerà tra qualche ora. Me lo sento già nelle ossa. I Tetri arrivano a ondate e noi, di recente, siamo riusciti a ucciderne uno solo. Non temere, se dovesse accadere qualcosa di serio, i nostri userebbero la sirena, in questo modo lanciano un allarme generale”.
Artyom si mise a riflettere. Nel suo sogno percorreva la galleria... ora gli sarebbe stato impossibile, anche perché se si fosse davvero trovato davanti un Tetro, l’incontro non sarebbe terminato a quel modo, senza alcuno spargimento di sangue. Non aveva senso raccontarlo a Sukhoi, non gli avrebbe mai permesso di percorrere la galleria da solo. Doveva togliersi dalla testa un’idea tanto malsana. Aveva cose più importanti da fare.
“Sapevo che ci saremmo rivisti, che saresti ritornato”, disse Sukhoi versando il tè. “Una settimana fa è arrivato fin qui un uomo che ti cercava”.
“Un uomo?”, Artyom si allarmò.
“Mi ha riferito che vi conoscevate. Era alto, magro, con la barbetta. Aveva un nome strano, simile a quello di Hunter”.
“Khan?”, Artyom era sorpreso.
“Esatto. Mi ha informato che saresti ritornato e ne era così sicuro che gli ho subito creduto. Mi ha anche affidato qualcosa per te”, Sukhoi afferrò il portafogli in cui teneva i suoi appunti e oggetti personali e ne estrasse un foglio di carta ripiegato in quattro.
Artyom lo spiegò e lo avvicinò agli occhi: era una breve nota. Leggendo le parole scritte con una grafia disordinata e fuggevole, il ragazzo rimase perplesso: “Colui che è abbastanza paziente e valoroso da scrutare l’oscurità per tutta la vita, sarà il primo a scorgere in essa la luce”.
“E non ti ha dato nient’altro?”, domandò Artyom esitante.
“No”, rispose Sukhoi. “Ho immaginato che fosse un messaggio in codice”.
Ma Khan era venuto appositamente per questo e Artyom dovette limitarsi a fare spallucce. Metà di ciò che quell’uomo aveva fatto o detto gli era parsa una sciocchezza; d’altro canto, l’altra metà lo aveva obbligato a guardare il mondo da un punto di vista completamente diverso. Come poteva sapere a quale dei due gruppi appartenesse questo biglietto?
Bevvero un po’ di tè e chiacchierarono a lungo. Artyom non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che quella fosse l’ultima volta in cui incontrava il patrigno: era come se stesse cercando di prolungare la loro conversazione per farla durare tutta la vita. Poi giunse il momento di andare.
Sukhoi tirò la maniglia e, con uno stridio, la pesante saracinesca si alzò di un metro. Un po’ di acqua piovana stagnante affluì all’interno; con la melma fino alle caviglie, Artyom sorrise a Sukhoi, sebbene le lacrime gli stessero inondando gli occhi. Stava per salutarlo per l’ultima volta quando, all’improvviso, si ricordò della cosa più importante: estrasse il libro per bambini dal suo zaino, lo aprì alla pagina dove custodiva la fotografia e la passò al patrigno, mentre il suo cuore batteva a più non posso.
“Cos’è?”, Sukhoi era sorpreso.
“La riconosci?”, domandò Artyom pieno di speranza. “Osservala attentamente. È mia madre, vero? Devi averla vista quando mi ha affidato a te”.
“Artyom”, Sukhoi sorrise tristemente. “Quel giorno riuscii a malapena a vederla in faccia. Era molto buio e io ero concentrato sui ratti. Non me la ricordo proprio. Rammento che tu, quando afferrasti la mia mano, non versasti una lacrima. Ma lei era già stata sommersa. Mi dispiace”.
“Grazie. Addio”, Artyom stava per chiamarlo “papà”, ma gli si formò un groppo in gola che glielo impedì. “Forse ci incontreremo di nuovo...”, strinse la maschera antigas, si piegò e superò la saracinesca. Corse sui gradini traballanti della scala mobile, tenendo stretta al petto la fotografia sgualcita.
La scala mobile sembrava infinita, doveva salire lentamente, prestando molta attenzione. Gli scalini scricchiolavano sotto il suo peso; uno crollò e Artyom riuscì solo all’ultimo minuto a tirare fuori il piede. Resti di enormi rami e di piccoli alberi ricoperti di muschio erano sparsi dappertutto, probabilmente fatti saltare fin lì dalle esplosioni. Sulle pareti crescevano sia muschio che belle di giorno, mentre attraverso i fori nelle coperture in plastica delle barriere laterali si intravvedevano i meccanismi arrugginiti. Non si voltò mai indietro. Sopra di lui era tutto buio e ciò era un pessimo segno. Pensò perfino che il padiglione della stazione fosse crollato e che lui non sarebbe mai riuscito a superare l’ostacolo. Se fosse semplicemente stata una notte senza luna, allora non sarebbe stato poi così male, anche se, con una visibilità così scarsa, non sarebbe stato semplice guidare i missili. Più si avvicinava alla cima delle scale, più le pareti attorno a lui si rischiaravano e sottili raggi penetravano dalle fessure. L’uscita verso il padiglione esterno era bloccata non da pietre ma da alberi caduti. La ricerca durò diversi minuti, ma poi Artyom scovò una botola stretta attraverso la quale poteva appena insinuarsi. Un enorme buco, lungo quasi quanto l’intero soffitto, si apriva nel tetto del vestibolo, attraverso cui entrava il riflesso di una pallida luce lunare. Il pavimento era ricoperto da rami rotti e persino da interi alberi. Artyom notò diversi oggetti bizzarri a fianco di una delle pareti: grosse sfere di pelle grigia scura, alte quanto un uomo, che rotolavano nella boscaglia. Avevano un aspetto alquanto disgustoso e il ragazzo aveva paura ad avvicinarsi. Perciò accese la torcia e uscì sulla strada. Nel vestibolo superiore della stazione era accatastato ciò che rimaneva dei materiali che un tempo costituivano i padiglioni della fiera e i chioschi. Davanti a lui si stagliava un edificio enorme: era piegato da una parte, mentre una delle ali era semi demolita. Artyom si guardò attorno: Ulman e il collega non si vedevano da nessuna parte. Dovevano essere incappati in qualche ostacolo. In questo modo avrebbe avuto abbastanza tempo per dare un’occhiata in giro.