Metro 2033 – Capitolo 16

CAPITOLO 16 : LA MELODIA DEI MORTI


“Qui non ci sono entrate segrete e non ce ne sono mai state. Lo sai anche tu, vero?”. Tretyak aveva alzato la voce con disprezzo e le sue parole giunsero fino ad Artyom.
Stavano ritornando dalla guardia verso la stazione della Kievskaya. Lo stalker e Tretyak camminavano qualche metro indietro rispetto agli altri e discutevano animatamente. Quando Artyom gli si avvicinò per partecipare alla conversazione, i due uomini si misero a sussurrare e perciò non gli rimase altro che tornare dagli altri. Il giovane Oleg, che saltellava qua e là, cercando di non farsi superare dagli adulti, si era rifiutato categoricamente di salire sulle spalle del padre. Ma quando Artyom gli fu a fianco lo prese immediatamente per mano.
“Anche io sono un esperto di missili!”, annunciò.
Artyom, sorpreso, osservò il bambino: quando Melnik gli aveva presentato Tretyak, Oleg era nelle vicinanze e di sicuro aveva udito le parole pronunciate dallo stalker. Ma sapeva cosa significavano?
“Però non devi dirlo a nessuno!”, aggiunse Oleg di tutta fretta. “Gli altri non possono saperlo: è un segreto!”
“Ok, non ne parlerò con nessuno”, Artyom stette al suo gioco.
“Non c’è nulla di cui vergognarsi, anzi, il contrario! Bisogna andarne fieri, anche se le altre persone potrebbero dirti delle cattiverie, perché sono invidiose!”, spiegò il bambino, sebbene Artyom non intendesse domandargli alcuna delucidazione.
Anton procedeva a una decina di metri da loro e illuminava il sentiero. Il bambino fece un cenno in direzione del padre e sussurrò rumorosamente: “Papà dice di non mostrarlo a nessuno, ma tu sai come si mantengono i segreti. Guarda!”, da una tasca interna estrasse un piccolo frammento di tessuto.
Artyom lo illuminò con la torcia: si trattava di uno stemma logoro, un cerchio di una spessa sostanza gommata, di sette centimetri di diametro.
Su un lato era tutto nero, mentre sull’altro vi era rappresentato un disegno incomprensibile sul quale, su uno sfondo scuro, si incrociavano tre oggetti oblunghi del tutto simili ai fiocchi di neve a sei punte fatti di carta che usavano per decorare la VDNKh quando si festeggiava il nuovo anno.
Uno degli oggetti era posizionato in verticale e Artyom riconobbe subito una cartuccia di una mitragliatrice o quella di un fucile da cecchino, sebbene sul fondo vi fossero applicate un paio di ali; al contrario, non riconobbe gli altri due oggetti identici, gialli, con anelli su entrambi i lati. Il misterioso fiocco di neve era circondato da una sorta di corona stilizzata, come una vecchia coccarda, e tutt’attorno c’erano delle lettere. Il colore era sbiadito, quindi Artyom riuscì solo a leggere “... truppe ed es...”, oltre alla parola “... ussia” nella parte inferiore, sotto la figura. Se avesse avuto un po’ più di tempo, sarebbe stato in grado di comprendere ciò che gli aveva appena mostrato il bambino, ma non ci riuscì.
“Ehi, Olezhek! Vieni, c’è qualcosa per te!”, Anton chiamò il figlio.
“Cos’è?”, gli domandò Artyom, prima che il bambino gli prendesse lo stemma di mano e se lo nascondesse di nuovo in tasca.
“RVA!”, scandì Oleg, raggiante d’orgoglio. Gli fece l’occhiolino, poi raggiunse il padre.
I membri della pattuglia salirono sulla piattaforma tramite una scala a libretto, poi cominciarono a disperdersi e a tornare verso le loro tende. La moglie di Anton lo aspettava all’uscita della galleria. Con le lacrime agli occhi, si lanciò verso il piccolo Oleg, lo prese per un braccio, poi strillò al marito: “Vuoi che muoia dal dispiacere? Che cosa avrei dovuto pensare? Il bambino era uscito di casa da ore! Devo addossarmi io tutta la responsabilità? Anche tu sei un bambino: non potevi riportamelo indietro?”, urlava.
“Len, ti prego, non di fronte a tutta questa gente”, borbottò Anton guardandosi attorno imbarazzato. “Non potevo abbandonare il posto di guardia. Rifletti su quello che stai dicendo: il comandante di avamposto che lo abbandona all’improvviso...”
“Ah! Un comandante! Allora va’ e comanda! Come se non sapessi cosa succede laggiù! Il bambino dei vicini è scomparso una settimana fa...”
Melnik e Tretyak accelerarono il passo e non si fermarono nemmeno a salutare Anton, lo lasciarono discutere in pace con la moglie. Artyom li seguì in fretta. Anche se ormai non riuscivano più a distinguere le parole, le urla e i pianti della moglie di Anton li raggiungevano anche da lontano.
I tre erano diretti verso gli uffici, dove si trovava anche il capo della stazione. Dopo qualche minuto, erano già seduti all’interno della stanza con gli arazzi logori. Il capo stesso, dopo aver annuito con aria d’intesa, se ne andò quando lo stalker gli chiese di lasciarli soli.
“È vero che non hai il passaporto?”, si informò Melnik, rivolgendosi ad Artyom.
Il ragazzo scosse il capo: gli era stato confiscato dai fascisti e senza il suo documento di riconoscimento si era trasformato in un emarginato sociale.
L’Hansa, la linea Rossa e la Polis non l’avrebbero mai accettato. Da quando era con lo stalker, nessuno gli aveva mai posto alcuna domanda personale, ma se si fosse ritrovato da solo, avrebbe dovuto vagare tra le stazioni minori e quelle non civilizzate, quelle come la Kievskaya. Inoltre, non si sarebbe nemmeno potuto sognare di ritornare alla VDNKh.
“Non riuscirò a farti ammettere all’interno dell’Hansa senza passaporto. Prima dovrò contattare chi di dovere”, affermò Melnik a conferma delle riflessioni di Artyom. “Potremmo riuscire a ottenerne uno nuovo, ma ci vorrà del tempo. La strada più corta per arrivare alla Mayakovskaya è sull’Anello, che ci piaccia o no. Perciò che facciamo?”
Artyom scrollò le spalle. Lo stalker aveva ragione: non poteva aspettare e a lui non sarebbe stato concesso di entrare nel territorio dell’Hansa per giungere alla Mayakovskaya. La galleria che ci arrivava dalla direzione opposta passava dalla Tverskaya, ma sarebbe stata una follia tornare nel covo dei fascisti e nella stazione trasformata in una prigione sotterranea. Non c’era altra scelta.
“Sarebbe meglio che io e Tretyak ci recassimo subito alla Mayakovskaya”, Melnik si mise a spiegare il suo piano. “Cercheremo l’entrata della D-6. Non appena la troveremo, torneremo a prenderti e forse nel frattempo avremo anche trovato una soluzione per il passaporto. Ci metterò io una buona parola. Al contrario, se non troviamo questa entrata, torneremo comunque qui. Non ci dovrai aspettare a lungo. Ci arriveremo abbastanza velocemente. Dovremmo riuscire a fare tutto in un giorno. Starai qui ad aspettarci?”, osservò Artyom con un’espressione interrogativa.
Artyom scrollò di nuovo le spalle. Gli pareva che lo stessero trattando come un bambino. Lui aveva portato a termine la sua insignificante missione, gli aveva raccontato del pericolo e ora loro non lo volevano tra i piedi.
“Eccellente”, commentò lo stalker. “Torneremo in mattinata. Ci metteremo in cammino subito, per non perdere altro tempo. Per quanto riguarda il vitto e l’alloggio, ne discuteremo con Arkadiy Semyonovich. Sarà molto gentile con te, non preoccuparti! Mi sembra tutto... No, aspetta”, si toccò una tasca ed estrasse dei fogli di carta macchiati di sangue: la mappa e le spiegazioni. “Prendila. Io l’ho ricopiata. Non si può mai sapere come andranno le cose. Però ti prego di non mostrarla a nessuno...”
Melnik e Tretyak partirono meno di un’ora più tardi, non prima di aver parlato con il capo della stazione. Arkadiy Semyonovich fu di parola e accolse subito Artyom nella sua tenda, lo invitò a cenare con lui quella stessa sera, poi andò a riposarsi.
L’alloggio per gli ospiti era isolato rispetto agli altri ed era mantenuto in ottime condizioni. Ciononostante, al suo interno, Artyom si sentì a disagio sin dall’inizio. Diede un’occhiata fuori e notò di nuovo che le altre tende erano ammassate le une accanto alle altre, posizionate il più lontano possibile dalle entrate delle gallerie. Ora che lo stalker era partito, Artyom era solo in una stazione sconosciuta e così gli ritornò quella sensazione di disagio che aveva già provato in precedenza. In ogni caso, la Kievskaya lo spaventava, sebbene non vi fosse una ragione evidente. Si stava già facendo tardi. Le voci dei bambini sparivano pian piano e gli adulti uscivano di rado dalle loro tende. Artyom non aveva intenzione di vagare per la piattaforma, perciò si mise a rileggere per la terza volta i fogli che gli aveva affidato Daniel in punto di morte, ma dopo un po’ non ce la fece più e si incamminò per andare a cena da Arkadiy Semyonovich, con mezz’ora di anticipo.
L’anticamera dell’ufficio era stata trasformata in una cucina, dove lavorava una ragazza attraente, che aveva qualche anno in più di Artyom, la quale aveva messo a stufare in una grande padella della carne insieme a delle radici tuberose, mentre in una pentola a fianco faceva bollire gli stessi ortaggi bianchi che aveva assaggiato a casa di Anton. Il capo della stazione era seduto su uno sgabello e sfogliava un libretto malandato, sulla cui copertina erano rappresentati un revolver insieme alle gambe di una donna, che indossava una paio di collant neri. Quando scorse Artyom, Arkadiy Semyonovich mise da parte il libro con evidente imbarazzo.
“Qui ci annoiamo molto”, e così dicendo rivolse al giovane un sorriso d’intesa. “Vieni, entriamo in ufficio. Katerina ci apparecchierà la tavola e noi potremo bere qualche bicchiere”, e gli fece l’occhiolino. La stanza con gli arazzi e il teschio aveva un aspetto completamente diverso: era illuminata da un’abat-jour coperta da un tessuto verde che fungeva da paralume, perciò sembrava un po’ più confortevole. La tensione che aveva perseguitato Artyom sulla piattaforma era completamente scomparsa ai raggi di questa lampada, senza lasciare alcuna traccia. Arkadiy Semyonovich prese una piccola bottiglia dalla credenza e versò un liquido bruno dall’aroma inebriante in insoliti bicchieri panciuti. Ne uscì pochissimo, solo un dito, e Artyom rifletté che probabilmente quel liquore costava come un’intera scatola di quello fatto in casa che aveva assaggiato alla Kitay-Gorod.
“Un sorso di cognac”, Arkadiy Semyonovich rispose al suo sguardo curioso. “Ovviamente proviene dall’Armenia, ma ha quasi trent’anni. Viene da là sopra”, il capo si mise a osservare il soffitto, sognante. “Non preoccuparti, non è contaminato, l’ho controllato io stesso con il dosimetro”.
La bevanda sconosciuta era molto forte, ma il sapore piacevole e l’aroma intenso lo rendevano ottimo. Artyom non lo bevve tutto d’un sorso, ma cercò di assaporarlo poco a poco, seguendo l’esempio del padrone di casa. Gli pareva che dentro di lui stesse pian piano scoppiando un incendio, che però si acquietò e si trasformò in un piacevole calore. L’atmosfera nella stanza era diventata ancor più gradevole e Arkadiy Semyonovich anche più simpatico.
“È sorprendente”, commentò Artyom, serrando gli occhi soddisfatto.
“È buono, vero? Circa sei mesi fa uno stalker ha trovato delle scorte totalmente integre alla Krasnopresnenskaya...”, spiegò il capo della stazione. “In una cantina, come spesso era successo in passato. Il cartello era caduto e nessuno l’aveva notato. Ma uno di noi si ricordava che fosse lì, prima che quello si staccasse; lui sapeva che un giorno sarebbe andato a controllarla e quindi decise di farlo. Era rimasto lì così tanto tempo che era persino migliorato. Dato che ci conoscevamo, me ne diede due bottiglie per cento proiettili. Alla Kitay-Gorod ne vogliono duecento ciascuna”.
Fece un altro piccolo sorso, poi, pensieroso, si mise a guardare la luce della lampada attraverso il bicchiere del cognac.
“Si chiamava Vasya, questo stalker”, lo informò il capo. “Era un brav’uomo. Non uno di quei ragazzini che insegue il vento, un tipo serio. Riusciva a trovare solo le cose migliori. Non appena tornava dalla superficie, veniva subito da me. Mi diceva: ‘Beh, Semyonovich, ecco a te qualche rifornimento’”, Arkadiy Semyonovich sorrise debolmente.
“Gli è successo qualcosa?”, domandò Artyom.
“Adorava la Krasnopresnenskaya. Continuava a ripetere che era la vera El Dorado”, Arkadiy Semyonovich assunse un’espressione triste. “Un grattacielo stalinista era rimasto intatto... ecco perché al suo interno tutto era rimasto come era stato lasciato... Lo zoo si trovava dall’altra parte della strada. Chi sarebbe andato a curiosare là dentro, alla Krasnopresnenskaya? Una paura tremenda... Era un disperato, Vasyatka, correva sempre troppi rischi. E alla fine andò a cacciarsi in un pasticcio. Lo trascinarono dentro lo zoo e il suo collega riuscì a malapena a svignarsela. Perciò, brindiamo a lui”. Il capo respirava a fatica e versò un altro bicchiere a entrambi.
Ricordandosi del prezzo improponibile del cognac, Artyom stava per protestare, ma Arkadiy Semyonovich gli mise in mano il bicchiere panciuto con decisione, spiegandogli che un suo rifiuto avrebbe insultato la memoria dello sprezzante stalker che era riuscito a trovare questa bevanda divina.
Nel frattempo la ragazza aveva preparato il tavolo, mentre Artyom e Arkadiy Semyonovich passarono a un più ordinario, ma comunque bevibile, liquore fatto in casa. La carne era stata cucinata a regola d’arte.
“La situazione in questa stazione è terribile”, dopo un’ora e mezza Artyom non aveva più peli sulla lingua. “C’è qualcosa che fa paura, che fa vivere costantemente con una sensazione d’oppressione”.
“Ci siamo abituati”, Arkadiy Semyonovich scosse il capo, vago. “Ci sono persone che vivono qui. Non è peggio che...”
“No, non mi fraintenda”, credendo che il capo della Kievskaya si fosse offeso, Artyom si affrettò a calmarlo. “Sono sicuro che lei stia facendo tutto il possibile... ma qui c’è qualcosa che non quadra. Tutti parlano solo di una cosa: della gente che scompare”.
“Mentono!”, lo interruppe Arkadiy Semyonovich. Ma poi aggiunse: “Non scompaiono tutte le persone. Solo i bambini”.
“Sono i morti che li prendono?”
“Chi lo sa! Io personalmente non credo nei morti. Ne ho visti fin troppi nella mia vita, non credere. Ma non portano nessuno da nessuna parte. Se ne stanno lì tranquilli. Ma laggiù, al di là del blocco”, Arkadiy Semyonovich fece segno in direzione della Parco della Vittoria e quasi perse l’equilibrio, “Laggiù c’è qualcuno. Questo è certo. Ma noi non possiamo andarci”.
“Perché?”. Artyom cercò di concentrarsi sul suo bicchiere, ma lo vedeva sempre più sfuocato e sembrava che si stesse spostando da solo sul tavolo.
“Se aspetti un secondo, te lo mostrerò...”
Il capo della stazione si allontanò dal tavolo, vi rimase impigliato, poi si alzò con difficoltà e tornò alla credenza. Da uno dei ripiani sollevò con cura un lungo ago di metallo leggero, che su una delle estremità aveva una piuma.
“Che cosa sarebbe questo?”. Artyom si accigliò.
“Mi piacerebbe saperlo...”
“Dove l’ha trovato?”
“Infilzato nel collo di una sentinella che era di guardia nella galleria di destra. Sanguinò pochissimo, ma giaceva a terra, completamente blu, con la bava alla bocca”.
“Sono venuti dalla Parco della Vittoria?”, cercò di indovinare Artyom.
“E chi lo sa”, borbottò Arkadiy Semyonovich e nello stesso tempo prese i due bicchieri. “Ti prego”, aggiunse, riponendo l’ago nella credenza “non raccontarlo a nessuno”.
“Ma nemmeno lei lo ha detto a qualcuno? La aiuterebbero e la gente si sentirebbe più al sicuro”.
“No, nessuno si sentirebbe al sicuro, fuggirebbero tutti come dei ratti! Se ne stanno già andando ora... Non c’è un’entità da cui difendersi, non c’è un nemico. Non è visibile, è proprio questo che fa paura. Se gli mostrassi quell’ago che succederebbe? Pensi che si sentirebbero al sicuro? È ridicolo! Sparirebbero tutti, quei bastardi, mi lascerebbero qui da solo! E allora che razza di capo sarei senza di loro? Un capitano senza nave!”. Alzò la voce, ma poi emise un rantolo e ammutolì.
“Arkasha, Arkasha, non fare così, va tutto bene...”, la ragazza, allarmata, si sedette accanto a lui e si mise ad accarezzargli la testa. Con suo disappunto, Artyom comprese attraverso i fumi dell’alcool che la ragazza non era la figlia del capo della stazione.
“Tutti! Siano tutti maledetti! Come i ratti, su una nave! Rimarrò da solo! Ma non mi arrenderò!”, era chiaro che non riusciva a darsi una calmata.
Artyom si alzò con difficoltà e barcollò verso l’uscita. La guardia che sorvegliava la porta lo guardò con aria interrogativa e gli fece schioccare le dita davanti al viso, indicando con il capo l’ufficio di Arkadiy Semyonovich.
“È ubriaco fradicio”, borbottò Artyom. “Sarebbe meglio lasciarlo stare, almeno fino a domani”, e continuando a ondeggiare si diresse verso la sua tenda.
Doveva trovare la strada. Cercò diverse volte di entrare nell’alloggio di qualcun altro, ma volgari imprecazioni di uomini e strilli acuti di donne gli indicarono che aveva scelto quello sbagliato. Il secondo liquore che avevano bevuto si era rivelato molto più forte degli intrugli a buon mercato, lo notava solo ora. Gli archi e le colonne fluttuavano davanti ai suoi occhi e, come se non bastasse, cominciava a sentirsi male.
In un altro momento della giornata qualcuno avrebbe aiutato il ragazzo a raggiungere la tenda degli ospiti, ma ora la stazione sembrava completamente deserta. Persino i posti di guardia alle uscite delle gallerie erano abbandonati.
Rimanevano accese solo tre o quattro lampade che emettevano una luce molto fioca e, a parte quelle, l’intera piattaforma era immersa nell’oscurità. Quando Artyom si fermò e si guardò attorno con maggiore attenzione, gli parve che nelle tenebre vi fosse qualcosa che si agitava piano. Non credeva ai suoi occhi, perciò arrancò in direzione di uno dei punti che gli erano sembrati più sospetti, con tutta la curiosità e il coraggio di un ubriaco. Non lontano dal passaggio che conduceva sulla linea della Filevskaya, in prossimità di uno degli archi, i movimenti della massa oscura non erano graduali, come in altri angoli, ma improvvisi, come se fossero calcolati.
“Ehi! Chi è là?”, urlò il ragazzo, che nel frattempo si era avvicinato ma manteneva comunque una distanza di sicurezza di una quindicina di metri.
Non rispose nessuno, però gli sembrò che un’ombra allungata trapelasse da un punto particolarmente oscuro, tanto che sembrava quasi fosse un tutt’uno con le tenebre. Tuttavia, Artyom era certo che qualcuno lo stesse osservando. Il ragazzo tremava, ma riuscì a mantenere l’equilibrio e fece un altro passo in avanti.
L’ombra si rimpicciolì bruscamente, come se si fosse ritirata, poi scivolò via. Un improvviso odore nauseabondo pervase le narici di Artyom, a cui venne il voltastomaco. Di che odore si trattava? In quel momento, gli si ripresentò davanti agli occhi una delle immagini che aveva visto nelle gallerie mentre si stava avvicinando al Quarto Reich: corpi ammucchiati l’uno sull’altro, con le mani legate dietro la schiena. Il puzzo della carne in decomposizione?
In quello stesso istante, a una velocità impensabile, come una freccia scagliata da un arco, l’ombra si buttò sopra di lui. Un viso pallido con strane macchie e occhi profondamente infossati apparve per qualche secondo.
“Un morto!”, sibilò Artyom.
Quindi sentì un dolore lancinante, come se la testa gli si rompesse in migliaia di piccoli pezzi, il soffitto si mise a danzare mentre tutto il resto girava, per poi offuscarsi. Riemergendo e risprofondando dallo stato di debolezza in cui si trovava, riusciva a udire delle voci, poi ebbe una sorta di visione che scomparve subito dopo.
“La mamma non me lo permetterebbe. Si arrabbierebbe molto”, disse il bambino, non lontano da lui. “Proprio come oggi, ha urlato per tutta la sera. No, non ho paura, tu non mi spaventi e canti davvero molto bene. Solo che non voglio far piangere di nuovo la mamma. Non rimanerci male! Beh, se è solo per un po’, allora va bene... Torneremo prima di colazione?”
“... Non c’è più tempo. Non c’è più tempo”, ripeteva una voce baritonale.
“Non abbiamo tutto il giorno. Sono già fin troppo vicini. Alzati. Non stare lì. Alzati! Se perdi le speranze, se ti tiri indietro, altri prenderanno subito il tuo posto. Io continuo la battaglia. Dovresti farlo anche tu. Alzati! Non capisci...”
“Chi sarebbe? Dal capo? È un ospite? Sì, certo, ne porterò uno! Va’, aiuterai anche tu... Per lo meno sbrigati. Pesante... Non ti deve interessare se ha qualcosa che tintinna nelle tasche. Beh, d’accordo, sto scherzando. È tutto. Abbiamo fatto tutto ciò che potevamo. Ma io non posso, non posso... me ne vado!”
I lembi della tenda si aprirono all’improvviso e il fascio di luce di una torcia lo colpì diritto negli occhi.
“Sei tu Artyom?”
Il ragazzo riusciva a malapena a distinguere il viso, ma la voce sembrava quella di un giovane. Artyom si alzò dalla brandina, ma la sua testa cominciò inesorabilmente a girare e gli venne la nausea. Un dolore sordo gli faceva pulsare la nuca e ogni volta che la toccava gli pareva fosse sempre più infuocata; in quel punto aveva i capelli appiccicati, molto probabilmente a causa del sangue coagulato. Ma cosa gli era accaduto?
“Posso entrare?”, gli domandò il nuovo arrivato e, senza attendere che Artyom gli accordasse il permesso, entrò nella tenda, chiudendo il lembo dietro di sé. Poi piazzò in mano al ragazzo un piccolo oggetto metallico. Non appena Artyom accese la sua torcia, la vide: era un bossolo, trasformato in una capsula avvitata, la stessa che gli aveva affidato Hunter a suo tempo. Non credeva ai suoi occhi: Artyom cercò di svitarla ma gli sfuggì, perché aveva le mani sudate dall’emozione. Finalmente scorse un piccolo pezzo di carta. Era davvero un messaggio di Hunter?
“Complicazioni inaspettate. L’uscita verso la D-6 è bloccata. Tretyak è stato ucciso. Aspettami, non andare da nessuna parte. Abbiamo bisogno di tempo per organizzarci. Cercherò di tornare il prima possibile. Melnik”. Artyom lesse nuovamente il biglietto, per analizzarne il contenuto. Tretyak era stato ucciso? L’uscita verso la Metro-2 era bloccata? Ciò significava che tutte le loro speranze e i loro piani erano stati vani! Confuso, osservò il messo.
“Melnik ti ha ordinato di rimanere qui e di aspettarlo”, confermò il visitatore. “Inoltre, mi ha riferito che Tretyak è morto. Lo hanno ucciso con una freccia avvelenata. Non sappiamo chi possa aver fatto una cosa del genere, ma ora Melnik dovrà organizzare una forza di mobilitazione. È tutto. Devo scappare. Vuoi rispondergli qualcosa?”
Artyom rifletté per un attimo sulla risposta da inviare allo stalker: “Che posso fare? Abbiamo qualche speranza? Forse dovrei lasciare perdere tutto e tornare alla VDNKh per rimanere al fianco delle persone a cui tengo, almeno negli ultimi istanti?”, quindi scosse il capo. Il messo si voltò in silenzio e uscì. Artyom si lasciò cadere sulla branda e cominciò a meditare: non aveva nessun luogo in cui andare. Non poteva avere accesso all’Anello e non poteva tornare alla Smolenskaya, dato che non aveva un passaporto e nemmeno un accompagnatore. La sua unica speranza era che, nei giorni a venire, Arkadiy Semyonovich sarebbe stato tanto ospitale quanto la sera prima.
Alla Kievskaya ormai si era fatto “giorno”. Le lampade erano molto più luminose e, di fianco all’ufficio dove si trovava l’appartamento del capo, c’era anche una lampada a mercurio che emetteva una luce che rischiarava parte della stazione.
Trasalendo per il dolore alla testa, Artyom si trascinò fino all’ufficio del capo. All’entrata c’era una guardia che lo fermò con un gesto. Dall’interno provenivano dei rumori, diversi uomini stavano discutendo ad alta voce.
“È occupato”, spiegò la guardia. “Se vuoi puoi attendere”.
Qualche minuto più tardi, Anton uscì dall’ufficio come un razzo. Il capo lo seguì a ruota; i suoi capelli erano ancora pettinati alla perfezione, solo che ora aveva le borse sotto gli occhi, la faccia visibilmente gonfia e ricoperta da una corta barbetta argentata.
“Cosa ci posso fare io? Cosa?”, urlò il capo inseguendo Anton, poi sputò e con la mano si diede una pacca sulla fronte.
“Ti sei svegliato?”, quando notò Artyom, sorrise beffardo.
“Devo rimanere qui fino al ritorno di Melnik”, dichiarò Artyom in tono di scusa.
“Lo so, lo so. Me l’hanno riferito. Vieni, entriamo. Ho ordini ben precisi che ti riguardano”. Arkadiy Semyonovich lo invitò con un gesto.
“Nel frattempo, mi hanno chiesto di farti la fotografia per il passaporto. Ho ancora tutto l’equipaggiamento risalente al tempo in cui la Kievskaya era una stazione normale... Forse Melnik riuscirà a recuperare un passaporto vuoto e così potrai riavere il tuo documento”.
Fece sedere Artyom su uno sgabello e lo inquadrò con l’obiettivo di una piccola macchina fotografica di plastica. La luce del flash fu accecante: per i cinque minuti seguenti Artyom non riuscì a vedere più nulla e si guardava attorno inutilmente.
“Scusa, mi ero scordato di avvisarti... Starai morendo di fame. Vieni, Katya ti darà qualcosa da mettere sotto i denti. Purtroppo io oggi non ho tempo da dedicarti. La situazione sta peggiorando: durante la notte è scomparso il figlio maggiore di Anton e ora quell’uomo ci sta dando del filo da torcere... ma a che scopo? Inoltre, loro mi hanno informato che stamattina ti hanno trovato sulla piattaforma! Con la testa insanguinata! Cosa è successo?”
Artyom non rispose immediatamente, ma poi articolò: “Non ricordo... probabilmente sono caduto... ero ubriaco”.
“Sì, è stata una bella serata”, ridacchiò il capo. “Ok, Artyom, io devo mettermi al lavoro. Torna più tardi”.
Artyom scese dallo sgabello. Davanti a lui gli si ripresentò il viso del piccolo Oleg. Il figlio maggiore di Anton... Era davvero lui? Ricordava che la sera prima il bambino aveva girato la manovella del suo piccolo carillon, l’aveva poggiato sul tubo di ferro e gli aveva rivelato che solo i bambini più piccoli temevano che i morti li avrebbero rapiti se si fossero recati nelle gallerie e avessero ascoltato le voci dei tubi. Un brivido percorse la schiena di Artyom. Era vero? Era accaduto per causa sua? Impotente, guardò di nuovo Arkadiy Semyonovich, aprì la bocca, ma se ne andò senza dire una parola.
Il ragazzo tornò alla sua tenda, si sedette a terra e rimase in silenzio per un po’ a guardare nel vuoto. Si mise a riflettere: lo sconosciuto che l’aveva scelto per quella missione, allo stesso tempo lo aveva condannato, perché praticamente tutti coloro che avevano deciso di condividere parte del loro viaggio con lui erano morti. Bourbon, Mikhail Porfirevich e il nipote, Daniel... Hunter era scomparso senza lasciare traccia e persino i combattenti della brigata rivoluzionaria che lo avevano salvato avrebbero potuto essere uccisi all’interscambio successivo. Ora Tretyak. Ma il piccolo Oleg? Artyom aveva portato la morte tra i suoi amici?
Non riuscendo a comprendere cosa stava accadendo, si alzò, si mise in spalla lo zaino e la mitragliatrice, afferrò la torcia e uscì sulla piattaforma. Con movimenti meccanici procedette verso il punto in cui era stato assalito la notte precedente.
Fece un passo avanti e rimase di sasso: il morto gli riapparve tra i ricordi annebbiati dell’ebbrezza. Rammentava tutto, non era stato un sogno. Doveva trovare Oleg o per lo meno aiutare Anton a cercare il figlio. Era stata tutta colpa sua. Non aveva controllato il bambino a dovere. Aveva permesso a Oleg di fare quello strano giochetto con i tubi e ora lui era lì sano e salvo, ma il piccolo era scomparso. Artyom era convinto che non fosse fuggito, ma che durante la notte gli fosse accaduto qualcosa di terribile e inesplicabile, perciò il ragazzo si sentiva doppiamente colpevole perché avrebbe potuto impedire che succedesse, ma qualcosa lo aveva fermato.
Si mise a osservare il punto in cui la terrificante creatura si era nascosta. Al suo posto ora c’era solo una montagna di spazzatura e, passandola al setaccio, Artyom riuscì solo a spaventare un gatto randagio. Dopo aver controllato la piattaforma senza ottenere alcun risultato, si avvicinò al sentiero e saltò sui binari. I pattugliatori all’entrata della galleria lo guardarono straniti, poi lo avvertirono che se fosse entrato nel tunnel lo avrebbe fatto a suo rischio e pericolo e nessuno si sarebbe assunto la responsabilità per ciò che gli sarebbe potuto accadere.
Questa volta Artyom non percorse la stessa galleria del giorno precedente, ma imboccò la seconda, quella parallela. Come aveva riferito il comandante delle guardie, anche questa era bloccata e l’avamposto si trovava proprio nel punto in cui c’era il blocco: un barile di ferro faceva da stufa, mentre i sacchi erano stati posizionati tutti intorno. Sui binari c’era un carrello a mano, carico di sacchi di carbone.
Le sentinelle sedute sui sacchi discorrevano tra loro a voce bassissima e, non appena lui si avvicinò, saltarono in piedi e si misero a fissare il ragazzo. Ma poi uno di loro diede l’OK, le guardie si calmarono e ripresero i loro posti. Dando un’occhiata più da vicino, Artyom riconobbe il comandante: era proprio Anton. Il ragazzo borbottò parole incomprensibili, si voltò e tornò indietro. Aveva il viso in fiamme perché non era riuscito a guardare negli occhi l’uomo il cui figlio era scomparso a causa sua.
Artyom si trascinò in direzione della stazione, a testa bassa, continuando a brontolare: “Non è stata colpa mia... Non sono riuscito... Cos’altro avrei potuto fare?”
Il fascio di luce della torcia illuminava il sentiero davanti a lui. All’improvviso, notò un piccolo oggetto che giaceva desolato nell’ombra, tra due traversine. Anche da lontano, gli pareva di averlo già visto e il suo cuore si mise a battere veloce. Artyom si abbassò e raccolse la scatoletta da terra. Girò la manovella e risuonò la melodia malinconica. Era il carillon di Oleg. Forse lo aveva perso, oppure lo aveva lasciato lì di proposito.
Artyom poggiò a terra il suo zaino e si mise a scandagliare a fondo le pareti della galleria. Non lontano c’era una porta che sembrava conducesse a degli uffici, ma in seguito Artyom scoprì che al di là c’erano solo bagni pubblici. Proseguì per altri venti minuti, ma non riuscì a cavarne un ragno dal buco.
Tornò al suo zaino e si sedette a terra, appoggiando la schiena alla parete. Piegò la testa all’indietro e si mise a osservare il soffitto, esausto. Un istante dopo si rialzò e vi puntò la sua torcia che, vibrando, rivelò la presenza di un’apertura oscura, appena visibile sul cemento annerito. Sopra il punto in cui Artyom aveva raccolto il carillon di Oleg c’era una botola richiusa male. Tuttavia, non c’era modo di raggiungerla, dato che il soffitto era alto più di tre metri.
La soluzione gli si presentò in un lampo: afferrò il carillon che aveva trovato, lanciò lo zaino sui binari e corse in direzione delle sentinelle. Non temeva più di guardare Anton negli occhi. Rallentando il passo verso l’avamposto, in modo che i pattugliatori non si allarmassero, Artyom si avvicinò ad Anton e, in un sussurro, gli raccontò della scoperta. Due minuti dopo abbandonarono il posto di guardia tra gli sguardi interrogativi degli altri uomini e azionarono il carrello a mano, con movimenti alternati.
Si fermarono sotto la botola: il carrello era abbastanza alto e così Artyom, salendo sulle spalle di Anton, riuscì a raggiungerla e ad aprirla, si issò al suo interno e poi fece salire anche l’uomo. Sebbene lo stesso corridoio si diramasse sia a destra che a sinistra, Anton non ci pensò due volte e si diresse in direzione della Parco della Vittoria.
Qualche secondo più tardi fu chiaro che aveva avuto ragione, perché trovarono un bossolo oblungo che brillava alla luce flebile delle loro torce: era uno di quelli che Melnik aveva regalato al bambino il giorno precedente. Sollevato dalla scoperta, Anton si mise a correre. Proseguì per altri venti metri, fino al punto in cui il corridoio era bloccato da una parte e sul pavimento si trovava un’altra botola annerita, anch’essa semi aperta. Anton, fiducioso, si calò al suo interno. Ancor prima che Artyom potesse aprire bocca per obiettare, era già scomparso. Sì udirono un tonfo, qualche imprecazione e poi una voce strozzata che diceva: “Fai attenzione quando salti, è alto quasi tre metri. Forza, punterò la torcia, così potrai vedere dove atterri”. Artyom mise le mani sul bordo, poi si calò a penzoloni e, dopo qualche oscillazione, mollò la presa cercando di atterrare con i piedi tra le traversine.
“Come faremo a tornare lassù?”, domandò il ragazzo raddrizzandosi.
“Ci verrà in mente qualcosa”, Anton raggirò il problema con un gesto della mano.
“Sei certo che non pensavano fossi morto?”
Artyom scrollò le spalle. Nonostante il dolore alla nuca, ora che era sobrio, il pensiero che qualcuno lo avesse attaccato la notte precedente alla Kievskaya gli sembrava assurdo.
“Andremo alla Parco della Vittoria”, decise Anton. “I problemi vengono di sicuro da lì. Lo avrai percepito anche tu, dato che sei stato alla nostra stazione”.
“Ma perché ieri non ci ha raccontato niente?”, domandò Artyom, raggiungendo Anton e cercando di stare al passo con lui.
“Il capo non ce lo permette”, rispose l’uomo corrucciato. “Semyonovich teme il panico e sostiene che non si debbano alimentare i pettegolezzi. Ha paura che gli soffino il posto, ma ognuno ha i suoi limiti. Io glielo avevo già detto secoli fa che non sarebbe riuscito a mantenere il segreto per sempre... Negli ultimi due mesi sono scomparsi tre bambini e quattro famiglie sono fuggite dalla stazione. Poi abbiamo trovato quella guardia con l’ago conficcato nel collo. No, lui ritiene che si diffonderebbe il panico e che tutti perderemmo il controllo. Ma è solo un codardo”, e in preda a un impeto di rabbia, Anton sputò a terra.
“Chi può aver costruito quell’ago...?”
Artyom soffocò la domanda e Anton si fermò nel bel mezzo dei binari.
“Cosa? Tu l’hai visto?”, chiese il pattugliatore, preso alla sprovvista.
Artyom non rispose. Anche lui si era fermato e si mise a osservare il pavimento; spostava la torcia da un lato della galleria all’altro per vedere meglio ciò che l’uomo gli stava indicando. Una sagoma gigantesca era stata rozzamente disegnata a terra: aveva una forma serpeggiante, era larga circa quaranta centimetri e lunga quasi due metri, sembrava proprio un serpente, oppure un verme. Su un’estremità era stata tracciata una protuberanza che somigliava a una testa, che rendeva l’immagine ancora più simile a un enorme rettile.
“Un serpente”, disse Artyom.
“Forse a qualcuno è caduta della vernice?”, ribatté ironico Anton.
“No, qui il colore non è stato versato. Questa è la testa... che è rivolta in quella direzione. Sta strisciando verso la Parco della Vittoria...”
“E noi lo seguiremo...”
Qualche centinaio di metri più avanti trovarono altri tre bossoli, nel bel mezzo del sentiero, così cominciarono entrambi a camminare più velocemente.
“Bravo ragazzo!”, disse Anton orgoglioso. “Chi avrebbe mai pensato che potesse ricordarsi di lasciare delle tracce!”
Artyom annuì. Era sempre più certo che, sebbene l’ignota creatura l’avesse attaccato senza emettere alcun rumore, il bambino era ancora vivo. Ma Oleg aveva deciso di sua spontanea volontà di andare con il misterioso rapitore? Allora perché aveva deciso di lasciare delle tracce? Il ragazzo rimase in silenzio per qualche minuto e lo stesso fece anche Anton. L’intensa oscurità aveva cancellato la recente sensazione di gioia e di speranza e il giovane venne pervaso dalla paura.
Sperando che, con il suo gesto, l’uomo l’avrebbe perdonato, si era scordato di tutti gli avvertimenti e dei terribili racconti sussurrati. Si era dimenticato che lo stalker gli aveva ordinato di non allontanarsi dalla Kievskaya. Anton era stato spinto fin lì dalla voglia di riabbracciare il figlioletto, ma perché anche Artyom si stava recando alla terribile Parco della Vittoria? Perché stava trascurando se stesso e la sua missione principale? Ma poi si ricordò degli strani personaggi che aveva incontrato alla Polyanka, del discorso sul destino e si sentì sollevato, anche se questa sensazione durò solo una decina di minuti, finché non trovarono un altro simbolo che rappresentava il serpente.
Questa sagoma era grande circa il doppio della precedente e sembrava stesse cercando di convincere i viaggiatori che si trovavano sulla strada giusta. Ciononostante, Artyom non era tranquillo. La galleria sembrava infinita: camminarono a lungo, per più di due ore, secondo i calcoli del ragazzo.
La terza rappresentazione del serpente gigante era lunga più di dieci metri e quando la raggiunsero udirono qualcosa. Anton si fermò di colpo, volse l’orecchio alla galleria e anche Artyom si mise in ascolto. Dalle profondità del passaggio provenivano strani rumori intermittenti; inizialmente non riuscirono a comprendere di cosa si trattasse mai poi realizzarono: era una cantilena molto simile a quella che Artyom aveva udito nel tubo della Kievskaya dopo che vi aveva appoggiato sopra il carillon, solo che questa volta era accompagnata dal suono dei tamburi.
“Ci siamo”, annuì Anton.
Il tempo, che nelle ultime ore era scivolato via lento, rimase pressoché immobile. Osservando l’uomo, Artyom capì immediatamente che la sua testa aveva assunto un movimento strano, troppo veloce, come se fosse in preda a convulsioni. Quando Anton cominciò a cadere di lato, ridicolo come un animale di pezza, il ragazzo era certo di avere abbastanza tempo per riuscire ad afferrarlo prima che toccasse terra. Ma all’improvviso sentì qualcosa pungergli leggermente la spalla, impedendogli di soccorrere l’amico. Disorientato, guardò il punto in cui era stato colpito e scoprì un ago d’acciaio con una piuma che gli perforava la giacca. Non riuscì nemmeno a pensare di levarlo perché tutto il suo corpo era pietrificato, gli sembrava che fosse scomparso. Le gambe deboli cedettero alla forza di gravità e Artyom finì a terra.
Tuttavia, rimase sempre cosciente, anche se la respirazione stava diventando un’azione fin troppo complicata. Non riusciva a muovere gli arti. Udì dei passi leggeri che si avvicinavano. Non potevano essere dei passi umani. Artyom aveva imparato a riconoscerli molto tempo prima, durante i turni di guardia alla VDNKh. Un improvviso odore acre raggiunse le sue narici.
“Uno, due. Stranieri, presi”, constatò qualcuno sopra di loro.
“Colpo ottimo, erano lontani”.
“Il collo, la spalla”, rispose un altro.
Le voci erano insolite: prive di intonazione, piatte, ricordavano vagamente il ronzio monotono del vento nelle gallerie. Ma non c’era alcun dubbio, erano voci umane.
“Per mangiare, ottima mira. È ciò che desidera il Grande verme”, continuò la prima voce.
“Per mangiare. Uno, tu. Due, io. Portiamo gli stranieri a casa”, aggiunse il secondo.
L’immagine che gli si presentò davanti agli occhi fece sussultare Artyom, che venne sollevato da terra senza alcuna cautela. Per una frazione di secondo, intravvide un viso smagrito, con occhi scuri e infossati. Poi le creature spensero la torcia e tutto venne avvolto dall’oscurità. Il ragazzo capì che lo stavano trascinando come un sacco perché la testa gli stava sanguinando copiosamente. La strana conversazione tra i due non si era interrotta, sebbene le frasi fossero intervallate da forti gemiti.
“Un ago paralizzante, non avvelenato. Perché?”
“L’ha ordinato il comandante. L’ha ordinato il sacerdote. È ciò che desidera il Grande verme. Così possiamo usare la carne”.
“Sei intelligente. Tu e il sacerdote siete amici. Il sacerdote ti insegna tante cose”.
“Per mangiare”.
“Uno, due, i nemici arrivano. C’è odore di polvere da sparo nell’aria, di fuoco. Nemici cattivi. Come sono arrivati qui?”
“Non so. Il comandante e Vartan li interrogano. Tu e io siamo i cacciatori. Così il Grande verme è felice. Tu e io riceveremo una ricompensa”.
“Molto da mangiare? Scarponi? Una giacca?”
“Molto da mangiare. Niente giacca. Niente scarponi”.
“Io sono giovane. Caccio i nemici. È bello. Molto? Una ricompensa... io sono felice”.
“Oggi bene. Vartan porta un nuovo giovane. Tu, io, noi cacciamo i nemici. Il Grande verme è felice. La gente canta. Festa”.
“Festa! Sono felice! Balli? Vodka? Io ballo con Natasha”.
“Natasha e il comandante ballano. Non tu”.
“Io sono giovane, forte, il comandante è molto vecchio. Natasha è giovane. Io caccio i nemici, coraggioso, giusto. Io e Natasha, noi balliamo”.
Poco lontano si udivano nuove voci. Inoltre, si capiva che era appena cominciata una discussione. Artyom suppose che fossero giunti in stazione. Qui l’ambiente era quasi buio come le gallerie e c’era un unico fuoco da campo, vicino al quale lanciarono il ragazzo senza prestare alcuna attenzione. Le dita d’acciaio di qualcuno lo presero per la barba e gli girarono il viso, mentre attorno a lui si era radunato un gruppo di diverse persone dall’aspetto bizzarro, inimmaginabile. Erano quasi del tutto nude e avevano le teste rasate, ma sembrava che non avessero per niente freddo. Sulla fronte di ognuno di loro era stata tracciata una linea ondulata, simile al serpente rappresentato nel tunnel. La loro statura minuta gli conferiva un aspetto malsano poiché avevano le guance infossate e un incarnato pallido; tuttavia, emanavano una sorta di forza sovraumana. Artyom ricordò con quale estrema difficoltà Melnik avesse trasportato il tenente ferito dalla Biblioteca e paragonò la situazione a quella che stava vivendo: le strane creature li avevano trasportati alla stazione molto velocemente. Quasi tutti tenevano in mano una lunga freccia. Il ragazzo capì con sua sorpresa che quegli arnesi erano costruiti con materiale plastico di rivestimento, lo stesso usato per distanziare e isolare fasci di fili elettrici. Dalle loro cinture penzolavano delle enormi baionette, come fossero vecchi Kalashnikov. Avevano tutti più o meno tutte le stessa età e nessuno dimostrava più di trent’anni. Per qualche minuto li scrutarono in silenzio, poi l’unico che aveva la barba e una linea rossa in fronte annunciò: “Ok, sono felice. Questi sono i nemici del Grande verme, il popolo delle macchine. Popolo malvagio, carne tenera. Il Grande verme è soddisfatto. Sharap, Vovan sono coraggiosi. Io porterò in prigione questi appartenenti al popolo delle macchine e li interrogherò. Domani è festa, tutti i buoni mangeranno i cattivi. Vovan! Quale ago? Paralizzante?”
“Sì, paralizzante”, rispose un uomo tarchiato con una linea blu in fronte.
“Paralizzante è buono. La carne non si rovina”, spiegò la creatura con la barba.
“Vovan, Sharap! Portate i nemici in prigione, seguitemi!”
La luce cominciò a sparire. Nelle vicinanze si udivano nuove voci, qualcuno espresse la sua gioia in maniera disarticolata, qualcun altro si lamentò mesto. Poi si udì un canto basso, appena percepibile e per nulla piacevole. Sembrava che i morti stessero davvero cantando e Artyom ricordò i racconti sulla Parco della Vittoria. Quindi lo rimisero a terra, di fianco a lui vide che veniva gettato anche Anton e in breve tempo perse conoscenza.

Sembrava che qualcuno lo avesse spinto e che gli suggerisse di rialzarsi subito. Lui si stiracchiò, accese una lanterna, la coprì con la mano in modo che i suoi occhi sensibili e ancora intrisi di sonno non gli dolessero; controllò la tenda... dove aveva lasciato la mitragliatrice?! Quindi si diresse verso la stazione. Aveva avuto così tanta nostalgia di casa, ma ora che era tornato alla VDNKh non era per nulla felice. Il soffitto color fumo, le tende vuote crivellate di proiettili e la cenere pesante nell’aria... Pareva che fosse accaduto qualcosa di tremendo, la stazione era assai diversa da come se la ricordava. Da lontano, molto probabilmente dall’altra parte della piattaforma, udiva degli ululati selvaggi, come se stessero scuoiando una persona. L’intera stazione era illuminata da solo due lampade di emergenza, i cui deboli raggi penetravano con difficoltà le indolenti nuvole di fumo. Sulla piattaforma non c’era nessun altro, eccetto una bambina che giocava seduta a terra, di fianco a una delle tende vicine. Artyom stava per chiederle cosa fosse successo e dove erano scomparsi tutti gli altri, ma quando incrociò lo sguardo della piccola, quest’ultima si mise a piangere a dirotto, perciò cambiò idea.
Le gallerie. Le gallerie che conducevano dalla VDNKh all’Orto botanico. Se gli abitanti della sua stazione fossero fuggiti da qualche parte, sarebbero andati in quella direzione. Al contrario, se avessero deciso di scappare verso il centro, verso l’Hansa, non avrebbero lasciato lui e la bambina da soli.
Il ragazzo saltò sui binari e si diresse verso il vuoto oscuro dell’entrata della galleria. “È pericoloso senza armi”, rifletté, ma in ogni caso non aveva nient’altro da perdere. Doveva andare in avanscoperta. I Tetri erano riusciti a superare lo sbarramento? Se così fosse stato, lui era l’unica speranza rimasta. Doveva scoprire la verità, per fare rapporto agli alleati a sud.
Non appena varcò l’entrata, l’oscurità lo avvolse, insieme alla paura. Davanti a sé non vedeva assolutamente nulla, ma riusciva a sentire dei disgustosi rumori di morsi. Ancora una volta si rammaricò di non avere una mitragliatrice, ma ormai era troppo tardi per tornare indietro. In lontananza cominciarono a sentirsi dei passi, che si avvicinavano sempre più: pareva si facessero più vicini quando Artyom camminava e che si fermassero quando anche lui interrompeva la sua marcia. Gli era già accaduto qualcosa del genere, ma non si riusciva a rammentare quando e come. Era tremendo doversi muovere nell’invisibile, nell’ignoto... si sarebbe dovuto scontrare con un nemico?
Gli tremavano le ginocchia, non riusciva a spostarsi velocemente e, più il tempo passava, più il terrore cresceva. Le tempie gli si imperlarono di sudore freddo. Secondo dopo secondo si sentiva sempre più a disagio. Infine, quando i passi erano a circa tre metri da lui, Artyom non riuscì più a trattenersi, inciampò, cadde, si rialzò e scattò indietro, verso la stazione. Cadde ancora, però questa volta le gambe si rifiutarono di sorreggerlo e comprese che la sua morte era ormai imminente.

“... Tutto, su questa Terra, deriva dal Grande verme. Una volta il mondo intero era solamente di pietra, non c’era nient’altro, solo pietra. Niente aria, niente acqua, niente luce, né fuoco. Non esistevano né l’uomo né le bestie. Il mondo era di pietra fredda. Fu così che il Grande verme costruì la sua casa”.
“Ma come è arrivato fin qui, il Grande verme? Da dove viene? Chi lo ha generato?”
“Il Grande verme è sempre esistito. Non mi interrompere. Edificò la sua casa nel centro preciso del mondo e poi dichiarò: ‘Questo mondo sarà mio. È costituito dalla pietra più dura, ma io lo rosicchierò e vi costruirò dei passaggi. È freddo, ma io lo scalderò con il calore del mio corpo. È buio, ma io lo illuminerò con la luce dei miei occhi. È morto, ma io lo popolerò con le mie creazioni’”.
“Chi sono le sue creazioni?”
“Le creazioni sono le creature del Grande verme, generate dal suo grembo. Sia tu che io, siamo tutti sue creazioni. E così fu. Quindi il Grande verme parlò di nuovo: ‘Tutto sarà come ho deciso, perché d’ora in avanti questo mondo sarà mio’. Così cominciò a rosicchiare i passaggi nella roccia più resistente, che passando all’interno del suo ventre si ammorbidì, grazie alla sua saliva e alla sua linfa vitale. In seguito la roccia prese vita e generò i funghi: il Grande verme rosicchiava la pietra e la faceva passare attraverso sé. Questo processo durò migliaia di anni, finché i passaggi non percorsero tutta la Terra”.
“Migliaia? Quanti sono? Uno, due, tre...? Quanti? Un migliaio?”
“Le tue due mani hanno dieci dita, Sharap ha dieci dita... No, Sharap ne ha dodici... Così non funziona. Allora... Dron ha dieci dita. Se prendiamo te, Dron e altre persone tutte insieme, se ce ne fossero tante quante sono le vostre dita, tutti voi insieme ne avreste dieci ciascuno moltiplicato per dieci. In questo modo ne risultano cento. Un migliaio sono dieci volte cento”.
“Sono moltissime dita. Non riesco a contarle”.
“Non importa. Quando i sentieri del Grande verme apparvero sulla Terra, venne completata la sua prima opera. Quindi proclamò: ‘Ho creato migliaia di sentieri rosicchiando la pietra più resistente, che si è sgretolata. Questa ghiaia è passata attraverso il mio ventre, si è inzuppata della mia linfa ed è venuta alla vita. In precedenza, la pietra occupava tutto lo spazio di questo mondo, ma ora sono apparsi degli spazi vuoti. D’ora in poi, quando genererò i miei figli, loro popoleranno questi spazi’. Le sue prime creazioni, il cui nome è stato ormai dimenticato, si fecero strada attraverso il suo ventre; erano grandi e forti, proprio come il Grande verme. E Lui le amava. Ma le creature non avevano nulla da bere, poiché nel mondo non esisteva l’acqua, così morirono di sete. Il Grande verme ne fu addolorato. Prima di allora non aveva mai provato nulla di simile, perché nessuno lo aveva amato. Inoltre, non sapeva nemmeno cosa fosse la solitudine. Tuttavia, aveva creato una nuova forma di vita, l’aveva amata e ora era difficile separarsene. Il Grande verme cominciò a piangere e le sue lacrime riempirono il mondo e così apparve anche l’acqua. Quindi affermò: ‘Ora esiste sia un luogo in cui vivere, sia l’acqua per dissetarsi. La Terra, saziata dalla linfa del mio ventre, è viva e genera i funghi. Ora plasmerò delle nuove creature. Genererò i miei figli. Vivranno nei sentieri che ho rosicchiato, berranno le mie lacrime e si nutriranno dei funghi cresciuti dalla linfa del mio grembo’. Temeva di dare alla luce altre creazioni grandi quanto lui, perché era preoccupato che non ci sarebbe stato abbastanza spazio, acqua e funghi. Inizialmente creò le pulci, poi i ratti e quindi i gatti; poi i polli, i cani i maiali e quindi l’uomo. Ma le cose non andarono come se le era immaginate: le pulci cominciarono a nutrirsi di sangue, i gatti a mangiare i ratti, i cani a infastidire i gatti; l’uomo invece uccideva tutti gli altri e li usava per sostentarsi. Quando poi, per la prima volta, un uomo uccise un altro uomo e con lui si sfamò, il Grande verme comprese che i suoi figli non erano più degni di lui, quindi versò lacrime di dolore. Ogni volta che un uomo si alimenta di un altro uomo, il Grande verme si dispera, le sue lacrime scorrono nei passaggi e li inondano. L’uomo è buono. La carne è appetitosa. Dolce. Ma ci si può nutrire solo dei propri nemici. Io lo so”.
Artyom aprì e richiuse le dita delle mani, che erano legate dietro la schiena con un cavo e si erano intorpidite, ma per lo meno rispondevano ancora agli impulsi nervosi. Persino il fatto che aveva dolori in tutto il corpo era un buon segno. La paralisi causata dall’ago era temporanea. In testa gli vorticò la stupida idea che, al contrario dello sconosciuto narratore, lui non ricordava come i polli fossero entrati nella Metro. Sicuramente alcuni mercanti erano riusciti a portarli sottoterra da qualche mercato. Sapeva che avevano trovato i maiali in uno dei padiglioni della VDNKh, ma chissà com’era andata con le galline... Cercò di dare un’occhiata a ciò che aveva intorno, ma riusciva a vedere solo l’oscurità più nera. Tuttavia, percepiva la presenza di qualcuno, poco lontano da lui. Era già passata più di mezz’ora da quando Artyom aveva ripreso i sensi. Pian piano si rendeva conto di dove si trovava.
“Si sta risvegliando, lo sento”, pronunciò una voce rauca. “Chiamo il comandante. Il comandante li interrogherà”. Si era mosso qualcosa, poi si era fermato. Artyom cercò di stiracchiare le gambe, ma si accorse che anche queste erano state legate con il cavo; quindi provò a rotolare di lato, ma andò a colpire qualcosa di morbido. Poi udì un lamento prolungato, pieno di dolore.
“Anton! Sei tu?”, sussurrò Artyom. Nessuno rispose.
“Ah ah! I nemici del Grande verme si sono risvegliati...”, disse qualcuno nell’oscurità, in tono derisorio.
“Sarebbe stato meglio se non aveste ripreso conoscenza”, era la stessa voce saggia e rozza che, nell’ultima mezz’ora, aveva narrato la storia del Grande verme e della creazione della vita. Fu subito chiaro che questo guardiano era diverso dagli altri abitanti della stazione: invece di esprimersi con un linguaggio primitivo, fatto di frasi sconnesse, lui parlava correttamente, quasi in maniera pomposa e persino il timbro della sua voce era del tutto umano, al contrario di quello degli altri.
“Chi sei? Liberaci!”, sibilò Artyom muovendo la lingua con difficoltà.
“Sì, sì. È quello che dicono tutti. No, sfortunatamente, a prescindere da dove foste diretti, il vostro viaggio è giunto al termine. Vi tortureranno e poi vi cucineranno. E voi cosa farete?”, rispose la voce dall’oscurità, piena di indifferenza.
“Anche tu sei... imprigionato?”, chiese Artyom.
“Beh, siamo tutti in prigione. Ma voi verrete liberati oggi stesso”, ridacchiò il suo compagno invisibile.
Anton si lamentò di nuovo e cominciò a muoversi. Borbottò qualcosa di incomprensibile ma non aveva ancora ripreso conoscenza.
“Perché siamo tutti seduti qui, nell’oscurità, come abitanti delle caverne?”
Venne acceso un accendino e la fiamma illuminò il volto dell’uomo che aveva parlato: aveva una lunga barba grigia e sporca, capelli imbrattati e opachi, occhi beffardi, che si perdevano in una ragnatela di rughe. Di sicuro era sulla sessantina. Sedeva su una sedia, dall’altra parte delle sbarre di ferro che dividevano in due la stanza. Anche alla VDNKh avevano un luogo del genere, che aveva un nome strano, “la gabbia delle scimmie”. Artyom aveva visto le scimmie solo nei libri di testo di biologia e in quelli dei bambini. In ogni caso, quella struttura veniva usata come prigione.
“Non riuscirò mai ad abituarmi a questa dannata oscurità, devo usare questa robaccia”, si lamentò il vecchio, coprendosi gli occhi. “Beh, perché siete venuti fin qui? Non c’è abbastanza posto dall’altra parte?”
“Ascolta”, Artyom non gli permise di finire di parlare. “Tu sei libero... puoi farci uscire, prima che tornino quei cannibali! Tu sei un uomo normale...”
“Certo che potrei”, rispose. “Ma ovviamente non lo farò. Non scendiamo a patti con i nemici del Grande verme”.
“Che diavolo è il Grande verme? Di cosa stai parlando? Io non l’ho mai sentito nominare, perciò non posso essere suo nemico...”
“Non importa che tu lo abbia sentito nominare oppure no. Tu vieni da quella parte, dove vivono i suoi nemici e questo significa che voi siete delle spie”, l’inflessione derisoria nella voce del vecchio si fece all’improvviso inflessibile. “Voi avete le armi e le torce! Dannati giocattoli meccanici! Macchine per uccidere! Di quale altra prova hai bisogno per comprendere che voi, gli infedeli, siete i nemici della vita, i nemici del Grande verme?”, saltò in piedi dalla sua sedia e si avvicinò alle sbarre. “Tutto ciò che è accaduto è colpa vostra e di quelli come voi!”, il vecchio spense l’accendino surriscaldato e, nell’oscurità che invadeva la stanza, lo si sentì soffiarsi sulle dita. A quel punto si udì una nuova voce, che sibilava e faceva raggelare il sangue. Artyom si spaventò ancor di più e si ricordò di Tretyak, ucciso da un ago avvelenato.
“Ti prego”, si mise a implorare con veemenza: “Prima che sia troppo tardi! Perché ti comporti così?”
Il vecchio non rispose e, un minuto più tardi, la stanza venne riempita da rumori diversi tra loro: passi di piedi nudi sul cemento, respiri affannosi, il fischio dell’aria attraverso le narici. Nonostante Artyom non vide nessuno di coloro che entrarono, comprese subito che lo stavano studiando molto attentamente, lo guardavano, lo annusavano e ascoltavano il rumore assordante del cuore nel petto del ragazzo.
“Il popolo del fuoco. Odora di fumo, odora di paura. Uno è l’odore della stazione dall’altra parte. L’altro è straniero. Uno, l’altro, sono nemici”, sibilò qualcuno.
“Lascia che lo faccia Vartan”, ordinò un’altra voce.
“Accendi il fuoco”, intimò qualcuno.
L’accendino venne acceso nuovamente e, nella stanza, oltre all’uomo anziano nelle cui mani vacillava la fiamma, c’erano tre selvaggi con la testa rasata, che si proteggevano gli occhi con le mani. Artyom aveva già avuto modo di vederne uno, quello più tarchiato e con la barba. Anche gli altri gli sembravano visi già conosciuti. Osservando Artyom negli occhi, fece un passo avanti e si fermò alle sbarre. Il suo odore non era come quello degli altri: il ragazzo vi percepì un vago puzzo di carne decomposta. Non riuscivano a smettere di osservarlo. Artyom trasalì, perché comprese dove aveva visto quel viso in precedenza: era la creatura che lo aveva attaccato nella notte alla Kievskaya. Una strana sensazione si impadronì di lui: era simile a una paralisi, solo che questa volta era la sua mente a essere colpita. I suoi pensieri si fermarono e, obbediente, mostrò la sua coscienza al silenzioso inquisitore.
“Attraverso una botola... rimasta aperta... Sono venuti per il bambino, il figlio di Anton. Lo hanno rapito durante la notte. È tutta colpa mia, gli ho permesso di ascoltare la vostra musica nel tubo... Sono salito sul carrello. Non l’ho raccontato a nessun altro. Siamo arrivati insieme. Non l’abbiamo chiusa...”. Artyom rispose alle domande che sembrava sorgessero spontanee nella sua testa. Era impossibile resistervi o nascondere qualcosa alla voce silenziosa che esigeva delle risposte. Colui che interrogò Artyom venne a sapere tutto ciò che gli interessava in meno di un minuto. Poi annuì e fece un passo indietro. L’accendino venne spento. Lentamente, come quando ritorna la forza in una mano intorpidita, Artyom riacquistò il controllo di sé.
“Vovan, Kulak! Tornate nella galleria, al passaggio. Chiudete la porta!”, diede istruzioni una delle voci, con tutta probabilità si trattava del comandante con la barba. “I nemici rimarranno qui. Dron controllerà. Domani sarà festa, il popolo mangerà i nemici, onorerà il Grande verme”.
“Che avete fatto a Oleg? Cosa gli avete fatto?”. Artyom inveì contro di loro, ma la porta si richiuse emettendo un rumore sordo.