Metro 2033 – Capitolo 15

CAPITOLO 15 : LA MAPPA


C’era un foglio di carta, preso da un vecchio blocco scolastico e ripiegato in quattro, oltre a un altro foglio, questa volta di una spessa carta da disegno, sul quale era stato tracciato a matita lo schema delle gallerie. Era esattamente ciò che Artyom si era aspettato di trovare all’interno della busta: una mappa e le spiegazioni per utilizzarla. Mentre percorreva di corsa la Prospettiva Kalininskiy per arrivare alla Smolenskaya non aveva avuto tempo per pensare a cosa potesse contenere la piccola busta che Daniel gli aveva affidato. La soluzione miracolosa a un problema all’apparenza irrimediabile, qualcosa che potesse liberare la VDNKh e l’intera Metropolitana da una minaccia incomprensibile e intollerabile.
Nel mezzo del foglio con le spiegazioni c’era una macchia rossiccia. La carta ripiegata si era incollata a causa del sangue del Bramino e, perché rivelasse il suo messaggio, bisognava inumidirla leggermente e prestare attenzione, affinché le istruzioni scritte tanto accuratamente non si danneggiassero.
“Numero di serie... galleria... D6... impianti intatti... circa 400.000 metri quadrati... una sorgente d’acqua... non totalmente funzionanti... imprevisti...”, le parole saltarono subito all’occhio di Artyom e, da una riga all’altra, si univano in un’unica frase. Tuttavia, il loro senso rimaneva oscuro. Non sarebbe mai riuscito a riordinarle in maniera sensata, perciò passò il messaggio a Melnik. Quest’ultimo prese il foglio tra le mani e, con moltissima cura, scrutò avidamente ciò che vi era scritto. Per un po’ non disse nulla, poi Artyom notò che le sue sopracciglia assumevano un piega sospettosa.
“Non può essere”, sussurrò lo stalker. “Sono tutte sciocchezze! Non possono essersi lasciati sfuggire qualcosa del genere...”
Girò il foglio, lo guardò dall’altro lato, poi ricominciò a leggerlo dall’inizio.
“Se lo sono tenuti per loro... non l’hanno riferito ai militari. In realtà non mi sorprende... Se glielo avessero comunicato li avrebbero subito accusati di vivere nel passato”, Melnik borbottò frasi indistinte, mentre Artyom attendeva paziente delle spiegazioni. “Me se lo saranno davvero lasciati sfuggire? È danneggiata... Beh, partiamo dal presupposto che funzioni... Ciò significa che sono andati a controllarla!”
“Può essere davvero una soluzione?”, domandò infine Artyom, che non riusciva più ad aspettare.
“Se tutto ciò che è scritto qui sopra è vero, allora esiste una speranza”, annuì lo stalker.
“Di che si tratta? Io non ci ho capito nulla”.
Melnik non rispose subito. Rilesse ancora un volta il messaggio, dall’inizio alla fine, poi rifletté ancora per qualche secondo e solo in seguito cominciò il suo racconto: “Ne avevo già sentito parlare. Erano sempre circolate molte leggende a riguardo, ma nella Metro ce ne sono a migliaia, tu lo sai bene. Viviamo tutti di leggende, non solo di pane: quelle sull’Università, quelle sul Cremlino e sulla Polis, tanto che si giunge a un punto che non si riesce più a distinguere la verità dalle storie inventate attorno a un fuoco della Ploshchad Ilicha. Devi sapere che un tempo si sentiva spesso raccontare che da qualche parte all’interno o all’esterno della città di Mosca era rimasta intatta un’unità missilistica. Ovviamente, è impossibile che ciò possa essere accaduto, poiché le attrezzature militari sono sempre gli obiettivi primari. Ma le voci sostenevano che l’attacco non fosse andato a buon fine, che non l’avessero centrata oppure che se ne fossero dimenticati. Perciò, una delle unità non era stata per nulla danneggiata. Ritenevano che qualcuno ci fosse stato veramente, che avesse visto qualcosa e che presumibilmente le attrezzature fossero ancora nuove, coperte da un telone impermeabile, all’interno di un hangar... Naturalmente, non servirebbero a nulla dentro la Metro, perché non riescono a raggiungere in nemici a tali profondità. Sono ancora lì? Beh, lasciamocele”.
“Ma cosa c’entrano le attrezzature missilistiche con tutto questo?”. Artyom osservava lo stalker meravigliato; quindi si mise seduto sul divano.
“I Tetri sono arrivati alla VDNKh dall’Orto botanico. Hunter sospettava che fossero scesi all’interno della Metro dalla superficie, proprio in quella zona. È logico immaginare che vivano lì sopra. Per la verità, abbiamo due teorie: i fautori della prima ritengono che quelle creature vengano da un luogo che potremmo paragonare a una sorta di alveare, non lontano dall’entrata della Metro. Il secondo gruppo, invece, sostiene che non vi sia alcun alveare e che i Tetri arrivino da fuori città. In effetti, io mi sono sempre chiesto perché non li abbiamo mai notati da nessun’altra parte... Non mi pare logico!”
“Ciononostante, forse è solo questione di tempo. Parliamoci chiaro: se giungono qui da un luogo lontano, non possiamo farci niente comunque. Dobbiamo far saltare in aria le gallerie al di là della VDNKh oppure persino oltre la Prospekt Mira, ma presto o tardi troveranno altre entrate”.
“Barricarci all’interno della Metropolitana sarebbe la nostra unica possibilità. Dovremmo chiuderci qui dentro, scordarci di salire in superficie e vivere per sempre nutrendoci di maiali e funghi. Io sono uno stalker e posso dirti con certezza che in questo modo non dureremmo a lungo. Ma se questo alveare esistesse davvero e si trovasse nelle vicinanze della Metro, come pensava Hunter...”
“Missili?”, suggerì infine Artyom.
“Una salva di dodici razzi, con testate a frammentazione ad altissima carica esplosiva, coprirebbe una zona di circa 400.000 metri quadrati”, lesse Melnik, individuando subito il frammento di messaggio corretto. “Se diverse salve di questo tipo colpissero la zona dell’Orto botanico, li ridurrebbero in cenere”.
“Ma ha appena detto che sono solo leggende”, obiettò Artyom.
“Beh, i Bramini non la pensano allo stesso modo”. Lo stalker agitò il foglio. “Qui spiegano persino come giungere al luogo in cui si trova questa unità militare. Cionondimeno, affermano anche che parte di queste attrezzature sono inutilizzabili”.
“E come facciamo ad arrivarci?”
“D-6. Qui indica D-6. Cioè la Metro-2. Viene citata anche una delle entrate. Ritengono che la galleria conduca direttamente a quell’unità. Tuttavia, prevedono che per superare la Metro-2 potrebbero sorgere ostacoli inaspettati”.
“Osservatori invisibili?”. Artyom ricordò una conversazione che aveva intrattenuto in passato.
“Osservatori? Quelle sono solo sciocchezze!”. Melnik fece una smorfia.
“Anche l’unità missilistica era solo una leggenda”, aggiunse Artyom.
“E rimarrà tale finché non la vedrò con i miei occhi”, tagliò corto lo stalker.
“Dove si trova l’uscita per la Metro-2?”
“È scritto proprio qui: la Mayakovskaya. È molto strano... ho visitato quella stazione un’infinità di volte e non ne avevo mai sentito parlare”.
“Allora che facciamo ora?”. Artyom non stava più nella pelle.
“Vieni con me”, rispose lo stalker. “Mangerai un boccone, ti potrai rilassare un po’. Ne discuteremo domani”.
Solo nel momento in cui Melnik pronunciò la parola boccone, Artyom si rese conto di avere una fame da lupi. Si alzò, mise i piedi sulle piastrelle fredde del pavimento e prese a barcollare verso gli scarponi, quando lo stalker lo fermò con un gesto.
“Lascia le scarpe e tutti i tuoi vestiti qui, mettili in quello scatolone. Te li laveranno e li disinfetteranno. Controlleranno anche il tuo zaino. Là su quel tavolo ci sono un paio di pantaloni e una giacca, indossa quelli per il momento”.
La Smolenskaya aveva un aspetto cupo, a causa del soffitto basso e semi circolare, dei piccoli archi e degli enormi muri ricoperti di marmo che un tempo era stato bianco. Sebbene le volte fossero sorrette da fittizie colonne decorative e un intonaco ben conservato adornasse la parte superiore delle pareti, tutto ciò non faceva altro che nutrire la sua prima impressione: la stazione sembrava una cittadella assediata da tempo, che i difensori avevano abbellito alla loro maniera, conferendole un aspetto ancor più severo. Le pareti di cemento armato sulle quali erano state montate immense porte d’acciaio da entrambi i lati della porta a pressione, i punti di fuoco in calcestruzzo all’entrata delle gallerie, tutto indicava che qui gli abitanti avessero motivo di temere per la loro incolumità.
Alla Smolenskaya quasi non vi erano donne e tutti gli uomini erano armati. Quando Artyom domandò a Melnik cosa fosse accaduto alla stazione, lui scosse il capo in maniera vaga e sostenne di non notare nulla di insolito.
Tuttavia, Artyom riusciva a percepire una strana sensazione di tensione che vorticava nell’aria, come se gli abitanti stessero aspettando che succedesse qualcosa. Le bancarelle erano sistemate in fila al centro dell’atrio, mentre gli archi erano tutti sgombri, come se temessero di bloccarli e di intralciare una possibile evacuazione d’emergenza. Gli alloggi, invece, erano situati esclusivamente negli spazi tra gli archi.
A metà delle piattaforme, dove queste scendevano fin sui binari, stava il personale di guardia, che teneva le gallerie costantemente monitorate da entrambi i lati. L’assenza quasi totale di rumori rendeva l’immagine ancora più grottesca. Qui le persone parlottavano tra loro, talvolta sussurravano perfino, come se temessero che le loro voci potessero attirare dei rumori molesti provenienti dalle gallerie.
Artyom cercò di ricordare cosa sapeva della Smolenskaya. Aveva forse dei vicini pericolosi? No: i binari, da una parte, conducevano alla sicurissima Polis, il cuore della Metro, mentre l’altra galleria portava alla Kievskaya, della quale Artyom ricordava solo che fosse popolata per lo più da quegli stessi “caucasici” che aveva incontrato per la prima volta alla Kitay-Gorod e nelle celle dei fascisti, alla Pushkinskaya. Ma si trattava comunque di persone normali, perciò non c’era motivo di preoccuparsi tanto.
Il refettorio si trovava nella tenda centrale. A giudicare da ciò che gli accadeva intorno, l’ora della cena era passata da un pezzo, perché ai tavoli grezzi, costruiti a mano, rimaneva solo qualche uomo. Artyom si sedette e dopo qualche minuto Melnik tornò con una ciotola piena di una pappetta liquida, grigia e fumante, di certo non invitante. Grazie allo sguardo rassicurante dello stalker, Artyom osò assaggiarla e non si fermò finché non ebbe ripulito la scodella. Il piatto locale si rivelò davvero notevole, sebbene fosse abbastanza difficile capire con quali ingredienti fosse stato preparato. Una cosa era certa: il cuoco non si era risparmiato nell’usare la carne.
Una volta terminato di mangiare, Artyom ripose la ciotola in terracotta e si guardò attorno con più calma: due uomini erano ancora seduti al tavolo vicino al loro e parlavano a voce bassa. Indossavano delle normali giacche imbottite, ma c’era qualcosa nel loro aspetto che glieli faceva immaginare in tute protettive, armati di fucili automatici.
Artyom notò che uno di essi scambiò uno sguardo con Melnik. Non dissero una sola parola. L’uomo con la giacca imbottita esaminò Artyom quasi con indifferenza, poi ritornò alla sua tranquilla conversazione.
Passarono diversi minuti in silenzio. Artyom provò a parlare ancora una volta con lo stalker della stazione, ma Melnik rispose secco e con estrema riluttanza.
Quindi l’uomo con la giacca imbottita si alzò dalla sedia, si diresse al loro tavolo e, piegandosi su Melnik, domandò: “Allora, cosa ne facciamo della Kievskaya? Siamo giunti al punto critico...”
“Ok, Artyom, va’ a riposarti”, gli ordinò lo stalker. “La terza tenda che troverai è quella per gli ospiti. Il tuo letto è già stato preparato. Ho fatto sistemare tutto. Io starò qui ancora per un po’, devo discutere con questi ragazzi”.
Artyom ebbe la sensazione, a lui ben nota, di essere mandato da qualche altra parte perché non ascoltasse le conversazioni degli adulti; tuttavia, il ragazzo obbedì, si alzò e si diresse verso l’uscita. Si consolò pensando che in questo modo avrebbe avuto tempo di dare un’occhiata da solo alla stazione.
Guardò più da vicino e con maggiore attenzione: fu così che scoprì diverse piccole particolarità. L’atrio era stato ripulito alla perfezione, tutta la spazzatura che inevitabilmente si trovava nella maggior parte delle stazioni, qui era assente.
La Smolenskaya era molto grande, ma non dava per nulla l’idea di essere abitata. All’improvviso si ricordò di un’immagine di un libro di storia, in cui era raffigurato un accampamento miliare di legionari romani. Nello spazio organizzato in maniera perfettamente simmetrica, dal quale si potevano controllare tutte le direzioni, non vi era nulla di superfluo; le guardie erano ovunque e rinforzavano sia le entrate che le uscite...
Non riuscì a vagare per la stazione a lungo: dopo aver notato gli sguardi apertamente sospetti dei suoi abitanti, diversi minuti dopo Artyom comprese che lo stavano controllando e preferì ritirarsi nella tenda degli ospiti.
Lo aspettava davvero un giaciglio pronto, mentre in un angolo trovò un sacchetto di plastica sul quale era stato scritto il suo nome. Artyom affondò nelle molle cigolanti della branda e lo aprì: all’interno c’erano le cose che aveva lasciato nel suo zaino. Infilò dentro la mano ed estrasse il libro per bambini che aveva portato con sé dalla superficie. Si domandò se avessero controllato questo piccolo tesoro con il contatore Geiger. Di sicuro, vicino a quel libro, il dosimetro avrebbe cominciato a emettere dei clic nervosi, ma Artyom preferiva non pensarci. Sfogliò diverse pagine, decifrando i disegni scoloriti sulla carta ingiallita, attardandosi su alcuni di essi per posticipare il momento in cui avrebbe trovato la sua fotografia tra le pagine successive.
Era davvero la sua?
Qualsiasi cosa sarebbe successa, sia a lui, che alla VDNKh e all’intera Metropolitana, prima sarebbe dovuto tornare alla sua stazione per chiedere a Sukhoi “Chi è la donna in questa foto? È davvero mia madre?”. Artyom poggiò le labbra sulla foto, poi la ripose di nuovo tra le pagine del libro, che nascose sul fondo del suo zaino. Per un secondo gli parve che tutta la sua vita assumesse un senso compiuto. Un momento più tardi si addormentò.

Quando Artyom aprì gli occhi e uscì dalla tenda non si accorse nemmeno di quanto fosse cambiata la stazione. Erano rimasti solo una decina di alloggi intatti, mentre gli altri erano stati distrutti o bruciati. Le pareti erano ricoperte di fuliggine e piene di fori causati da proiettili, mentre l’intonaco si staccava dal soffitto a grossi pezzi che cadevano al suolo. Sui bordi delle piattaforme scorrevano minacciosi rigagnoli neri, che annunciavano l’imminente inondazione. L’atrio era praticamente deserto, a eccezione di una bambina che si trovava di fianco a una tenda ed era impegnata con i suoi giocattoli. Provenienti dall’altra piattaforma, dove si trovava una scala che conduceva a un’uscita, si udivano urla soffocate. All’interno dell’atrio erano rimaste accese solo due lampade d’emergenza che ne dissipavano l’oscurità.
La mitraglietta che Artyom aveva lasciato vicino alla branda era scomparsa. La cercò dappertutto, ma invano. Alla fine si rassegnò al fatto di dover andare in perlustrazione disarmato.
Cos’era accaduto? Il ragazzo avrebbe voluto domandarlo alla bambina che giocava, ma quando lei lo vide scoppiò in lacrime disperata: cercare di estorcerle delle informazioni era impossibile.
Lasciò la bambina singhiozzante, passò sotto un arco e diede un’occhiata al sentiero. Il primo dettaglio che attirò la sua attenzione furono le tre lettere in bronzo avvitate al marmo: “V... NKh”. Dove sarebbe dovuta essere la “D” era visibile solo un alone scuro e una crepa profonda percorreva l’iscrizione marmorea.
Doveva controllare cosa stava accadendo nelle gallerie. Se qualcuno aveva conquistato le stazioni, prima di tornare a chiedere aiuto, doveva comprendere la situazione e spiegare con esattezza ai suoi alleati meridionali quale fosse il pericolo che li minacciava.
Subito dopo essere sceso sui binari, Artyom notò che l’oscurità era talmente impenetrabile che non riusciva a vedere più in là del suo naso. C’era qualcosa di insolito: rumori singolari provenivano dai recessi della galleria. Entrarci disarmati sarebbe stata una pazzia. Quando quel fracasso si interruppe per un momento, cominciò a udire quello dell’acqua che scorreva a terra, attorno ai suoi scarponi e si dirigeva verso la sua stazione, verso la VDNKh.
Gli tremavano le gambe, che si rifiutavano di fare un passo in avanti. La voce nella sua testa non faceva altro che avvertirlo che era pericoloso entrare nel tunnel, che il rischio era troppo alto e che non sarebbe comunque stato in grado di comprendere cosa stava accadendo al buio. Ma un’altra parte del suo cervello, che non voleva prestare ascolto a tutti quelle argomentazioni sensate, lo spingeva sempre più all’interno della galleria, nell’oscurità. Si arrese e, come un giocattolo a molla, fece un passo in avanti.
Le tenebre che lo circondavano divennero totali: non riusciva più a vedere nulla. Venne pervaso da una strana sensazione, come se il suo corpo fosse scomparso del tutto. Rimaneva solo la voce del suo io, che dipendeva in tutto e per tutto dalla sua mente.
Artyom avanzò per diversi minuti, ma il rumore che proveniva dal luogo in cui cercava di dirigersi non si avvicinava. Poi ne udì degli altri: il fruscio di passi, identici a quelli che aveva sentito in precedenza, in un’oscurità molto simile, sebbene non si ricordasse dove e in quali circostanze. Più quei passi si avvicinavano dalle profondità ignote della galleria, più il ragazzo sentiva che un orrore freddo e oscuro gli penetrava nel cuore, goccia dopo goccia.
Non riusciva a sopportare la sensazione, perciò qualche momento dopo si voltò e si mise a correre a perdifiato verso la stazione. Non potendo vedere le traversine nell’oscurità, inciampò su una di esse e cadde. Era consapevole che ormai fosse giunta la sua inevitabile fine.
Si svegliò in un bagno di sudore e non si accorse subito di essere caduto dalla brandina durante il sogno. Si sentiva la testa insolitamente pesante, mentre un dolore sordo gli pulsava nelle tempie. Artyom rimase ancora per qualche minuto a terra, finché non si riprese del tutto, sebbene non fosse ancora in grado di reggersi in piedi.
In quel momento riuscì a schiarirsi un po’ le idee: i resti dell’incubo erano completamente svaniti e non era più in grado di ricordare nemmeno una parte di ciò che aveva sognato. Alzò il lembo della tenda e sbirciò fuori. Oltre a qualche sentinella, sulla piattaforma non c’era nessun altro. Era già notte. Inspirò ed espirò profondamente la consueta aria umida per diverse volte, poi tornò all’interno della tenda, si stiracchiò sul suo giaciglio e si riaddormentò, sprofondando in un sonno senza sogni.
Fu Melnik a svegliarlo. Indossava una giacca impermeabile scura, con il colletto alzato e pantaloni militari multitasche; sembrava fosse pronto a partire di lì a qualche minuto. In testa aveva lo stesso vecchio berretto nero, mentre vicino ai suoi piedi si trovavano due grandi sacche, che Artyom sapeva di aver già visto.
Melnik ne avvicinò una ad Artyom, usando la punta del suo scarpone, poi disse: “Ecco. Scarpe, tuta, zaino e armi. Cambiati gli stivali e preparati. Non devi indossare alcuna protezione, perché per il momento non abbiamo intenzione di salire in superficie. Però portala con te. Ce ne andiamo tra mezz’ora”.
“Dove siamo diretti?”, domandò Artyom con gli occhi ancora assonnati, mentre cercava di trattenere uno sbadiglio.
“Kievskaya. Poi, se riuscirai, proseguiremo sull’Anello fino alla Belorusskaya e alla Mayakovskaya. Poi vedremo. Forza, preparati”.
Lo stalker si sedette su uno sgabello nell’angolo e, dopo aver preso un pezzo di un foglio di giornale dalla tasca, cominciò a prepararsi una sigaretta. Di tanto in tanto lanciava un’occhiata ad Artyom e il suo sguardo vigile rendeva il ragazzo nervoso e maldestro.
Tuttavia, dopo circa venti minuti, Artyom fu pronto. Senza dire una parola, Melnik si alzò dal suo sgabello, afferrò la borsa e uscì sulla piattaforma. Artyom guardò un’ultima volta la stanza e lo seguì.
Passarono sotto un arco e uscirono dalla parte che conduceva ai sentieri. Percorsero le scale di legno utilizzate per scendere sui binari, Melnik fece un cenno con il capo alla sentinella e si mise a camminare in direzione della galleria. Solo in quel momento Artyom notò che le entrate sulle linee erano organizzate in maniera insolita: dalla parte della piattaforma che conduceva alla Kievskaya, metà del sentiero era bloccato da una postazione di cemento armato sulla quale troneggiava un’arma con piccoli spazi riservati ai fucili. Inoltre, c’era anche una grata metallica che ostruiva il passaggio e vi erano due pattugliatori di guardia.
Melnik scambiò con loro frasi brevi e incomprensibili, in seguito alle quali una delle guardie aprì il blocco articolato e spinse la grata.
Un lato della galleria era percorso da un cavo isolante nero, dal quale ogni dieci o quindici metri penzolavano deboli lampadine. Nonostante l’illuminazione fosse del tutto improvvisata, ad Artyom parve un vero e proprio lusso.
Dopo circa trecento passi, il cavo si staccava e altre guardie li attendevano. I membri delle pattuglie non indossavano uniformi, ma avevano un aspetto molto più serio di quelli dell’esercito alla Polis. Riconobbero subito Melnik e uno di loro gli fece segno con la testa e li lasciò passare immediatamente. Quindi lo stalker si fermò al limitare della zona illuminata, prese una torcia dal suo zaino e la accese.
Percorsero ancora qualche centinaio di metri, quindi udirono delle nuove voci e scorsero il bagliore di altre torce. Melnik si fece passare la mitraglietta dalla spalla alle mani, con un movimento pressoché impercettibile. Artyom seguì il suo esempio.
Molto probabilmente si trattava di un’altra pattuglia della Smolenskaya, posizionata nelle profondità della galleria. Due grossi uomini armati, con giacche avvolgenti dal collo in pelliccia, stavano discutendo con tre venditori ambulanti. I pattugliatori indossavano cappelli fatti a maglia, mentre al collo avevano appesi degli strumenti per la visione notturna grazie a dei lacci in pelle. Anche due dei venditori erano armati, ma Artyom era pronto a scommettere che fossero davvero dei semplici commercianti. In mano tenevano enormi sacchi fatti di stracci e una mappa delle gallerie, mentre negli occhi avevano uno sguardo scaltro, che baluginava ai raggi delle torce; di uomini del genere ne aveva visti a centinaia. Di solito permettevano agli ambulanti di entrare in tutte le stazioni senza particolari problemi, ma sembrava che nessuno volesse accoglierli alla Smolenskaya.
“Va tutto bene amico mio, vogliamo solo continuare su questa rotta”, uno dei commercianti cercava di convincere un membro della pattuglia, un uomo allampanato con i baffi, che indossava una giacca imbottita troppo stretta per lui.
“Qui ci sono i nostri effetti personali, potete dare un’occhiata da voi. Vorremmo andare a vendere alla Polis”, gli fece eco l’altro ambulante, un tipo massiccio con i capelli che gli coprivano gli occhi.
“Che male possiamo farvi? Qui dentro c’è solo della merce. Forza, date un’occhiata, ci sono dei jeans, che sembrano nuovi. Sono sicuro che ci sia anche la vostra taglia, sono di marca, ve ne posso regalare un paio”, il terzo prese l’iniziativa.
La sentinella scosse il capo senza parlare, bloccando loro il passaggio. Non rispose, ma non appena uno degli ambulanti fece un passo in avanti, interpretando il suo silenzio come un assenso, entrambe le guardie fecero scattare le sicure delle loro mitragliatrici, quasi in simultanea. Melnik e Artyom stavano a circa cinque metri dietro di loro e, sebbene lo stalker avesse abbassato la sua arma, nel suo comportamento si notava una certa tensione.
“Fermi! Vi do cinque secondi per girare i tacchi e andarvene. Questa è una stazione di sicurezza, qui non consentono a nessuno di entrare. Cinque... quattro...”, una delle sentinelle cominciò il conto alla rovescia.
“Beh, ma allora come facciamo ad arrivarci? Dobbiamo passare di nuovo sull’Anello?”, era chiaro che uno degli ambulanti fosse pronto alla rissa, ma un altro scosse la testa rassegnato e lo prese per una manica. Pertanto i commercianti raccolsero i loro enormi sacchi da terra e fecero dietro front.
Lo stalker e Artyom attesero per circa un minuto, dopodiché il primo fece segno al ragazzo e insieme ripresero il loro cammino verso la Kievskaya, alle spalle degli ambulanti. Mentre superavano i pattugliatori, uno di loro annuì silenzioso guardando Melnik e si portò due dita al lato della fronte, in segno di saluto.
“Una stazione di sicurezza?”, Artyom chiese allo stalker non appena superarono lo sbarramento. Il ragazzo non ne poteva più dalla curiosità. “Che significa?”
“Torna indietro e chiediglielo”, lo apostrofò l’uomo, e ciò gli fece capire che non doveva più porgli alcuna domanda.
Sebbene Artyom e Melnik cercassero di stare qualche passo indietro dai commercianti, il suono delle loro voci si faceva sempre più vicino, finché non si interruppe all’improvviso. Non avevano percorso nemmeno venti metri, quando un fascio di luce li colpì direttamente negli occhi.
“Ehi! Chi va là? Di cosa avete bisogno?”, urlò qualcuno nervoso e Artyom riconobbe la voce di uno degli ambulanti.
“Calmatevi. Lasciateci passare e non vi infastidiremo. Siamo diretti alla Kievskaya”, rispose lo stalker tranquillo, ma con voce decisa.
“Passate, vi lasceremo andare avanti. Non c’è bisogno che ci teniate il fiato sul collo”, annunciarono dall’oscurità, dopo aver conferito per qualche istante.
Melnik scosse le spalle con disprezzo e si rimise in cammino senza alcuna fretta; i tre li attendevano a circa trenta metri. Quando Artyom e Melnik si avvicinarono, gli ambulanti poggiarono educatamente la merce a terra, li salutarono e permisero loro di passare. Lo stalker, come se nulla fosse, camminava davanti, ma Artyom aveva notato che la sua andatura era mutata: ora procedeva in silenzio, come se sperasse di smorzare il rumore dei suoi passi. I commercianti li seguivano a ruota, ma Melnik non gli prestò più attenzione. Artyom stesso aveva fatto del suo meglio per sopraffare il desiderio di voltarsi, ma dopo circa tre minuti si girò indietro.
“Ehi!”, udirono una voce tesa provenire dalle loro spalle. “Aspettate!”, lo stalker si fermò. Artyom era perplesso: perché Melnik obbediva tanto prontamente a dei semplici venditori ambulanti?
“Le regole sono così severe a causa della Kievskaya o perché devono proteggere la Polis?”, domandò uno dei commercianti dopo averli raggiunti.
“Ovviamente a causa della Kievskaya”, rispose Melnik e Artyom percepì una fitta di gelosia perché lo stalker non aveva voluto rivelargli niente.
“Sì, posso capirlo. La situazione sta diventando insostenibile, alla Kievskaya. Per ora va bene così, ma ben presto quei bacchettoni dovranno essere un po’ più elastici: la gente sta fuggendo in massa dalla Kievskaya. Chi rimarrà alla stazione? Meglio essere uccisi”, borbottò il venditore allampanato.
“Tu avresti già imbracciato le armi?”, disse l’altro schiarendosi la voce con tono perfido. “Smettila, non fare l’eroe!”
“Beh, se è per questo nemmeno tu”, rispose l’allampanato.
“Ma cosa succede laggiù?”. Artyom non riuscì a trattenersi.
I due commercianti lo guardarono come se gli avesse posto una domanda alla quale persino un bambino sarebbe stato in grado di rispondere. Lo stalker non aprì bocca e i venditori non risposero, al contrario rimasero in silenzio per diversi minuti. Per questo, o forse perché il silenzio si stava facendo alquanto sinistro, Artyom decise di non voler più alcuna spiegazione. Ma proprio nel momento in cui credeva di non avere più alcuna speranza di ricevere una risposta, l’uomo allampanato disse riluttante: “Le gallerie che conducono alla Parco della Vittoria sono laggiù, davanti a noi...”
Udendo il nome della stazione, i suoi due colleghi si avvicinarono l’uno all’altro e Artyom immaginò per un istante che vi fosse una corrente di aria umida e fredda e che la galleria stesse crollando. Persino Melnik si strinse nelle spalle, come se cercasse di scaldarsi un po’. Artyom non aveva mai scoperto nulla di strano sulla Parco della Vittoria e non riusciva a ricordare di avere già sentito racconti riguardanti questa stazione. Allora perché si era sentito a disagio quando aveva udito quel nome?
“Cosa? Sta peggiorando?”, domandò lo stalker in tono grave.
“Noi che ne sappiamo? Siamo persone normali. Ci passiamo di tanto in tanto. Se ci andrete, lo capirete da voi”, borbottò vago l’uomo con la barba.
“La gente scompare”, disse a bassa voce l’ambulante più tarchiato. “Sono molti quelli che hanno paura, perciò fuggono. Però non si riesce a capire chi scompare e chi se ne va di sua spontanea iniziativa, il che è peggio per coloro che rimangono”.
“Queste gallerie sono dannate”, disse l’uomo allampanato e sputò a terra.
“Ma sono bloccate”, affermò Melnik.
“Sono bloccate da sempre e allora? Se non sei di queste parti, faresti meglio ad ascoltarci! Tutti sanno che queste gallerie fanno paura, anche se sono state fatte saltare in aria e sono state bloccate per tre volte. Tutti se lo sentono addosso, non appena arrivano qui, persino Sergeich, laggiù...”, l’allampanato indicò l’amico con la barba.
“Proprio così”, confermò l’arruffato Sergeich e si fece il segno della croce, senza un motivo in particolare.
“Ma quelle gallerie sono controllate, non è così?”, domandò Melnik.
“I pattugliatori le percorrono tutti i giorni”, confermò l’uomo barbuto.
“E hanno mai catturato qualcuno o visto qualcosa?”, incitò lo stalker.
“Come facciamo a saperlo?”, il commerciante fece un gesto rassegnato. “Non ne ho idea, ma so che hanno cercato di prendere qualcuno”.
“Cosa ne pensano coloro che vivono qui attorno?”, Melnik non aveva intenzione di mollare la presa.
Il commerciante allampanato non rispose, gesticolò qualcosa di vago, ma si guardò indietro e disse con un sussurro ben udibile: “È la città dei morti”, e si fece di nuovo il segno della croce.
Artyom sentiva il bisogno di scoppiare in una grassa risata, perché aveva già udito abbastanza storie, favole, leggende e teorie su dove si trovavano i morti all’interno della Metro: oltre alle anime nei tubi lungo le pareti delle gallerie e al cancello dell’inferno, a cui cercavano di arrivare scavando in una delle stazioni... ora c’era anche una città dei morti alla stazione Parco della Vittoria. Tuttavia, la spettrale corrente d’aria gli aveva stroncato la risata sul nascere e, nonostante gli abiti caldi che indossava, provò un brivido. Però, il peggio era che Melnik non disse più nulla e non pose più domande. Artyom sperava che l’uomo, sprezzante, avesse semplicemente scartato un’idea tanto assurda.
Percorsero il resto della strada in silenzio, ciascuno immerso nei propri pensieri. La galleria era tranquilla, vuota, asciutta e sgombra, ma nonostante tutto, la sensazione di una disgrazia incombente pesava come un macigno su di loro e si intensificava passo dopo passo.
Non appena entrarono in stazione, quel presentimento li investì, come un fiume sotterraneo, incontrollabile, torbido e agghiacciante.
Qui la paura la faceva da padrona e lo si capiva dal primo istante in cui si metteva piede in stazione. Questo era il “sole di Kiev” di cui gli aveva parlato l’uomo con la pelle scura che stava con lui nella cella in cui lo avevano imprigionato i fascisti? Oppure si riferiva alla stazione dallo stesso nome sulla diramazione Filevskaya?
Non si poteva dire che la stazione fosse del tutto dimenticata e che i suoi abitanti fossero fuggiti. In realtà qui vivevano molte persone, sebbene si avesse l’impressione che la Kievskaya non appartenesse ai suoi residenti. Cercavano tutti di stare gli uni vicini agli altri, le tende erano adiacenti ai muri, oppure attaccate l’una all’altra se si trovavano al centro dell’atrio. Qui la distanza di sicurezza prevista dalle regole antincendio non era rispettata in alcun modo: era chiaro che questa gente temesse qualcosa di più pericoloso del fuoco. I passanti distoglievano subito lo sguardo stanco non appena Artyom li guardava negli occhi e per evitare gli stranieri si dileguavano in direzioni diverse, come scarafaggi che si insinuano tra le crepe.
La piattaforma era stretta all’interno di due file di archi bassi e rotondi, scendeva da una parte con diverse scale mobili, mentre dall’altra si rialzava; vi era infatti una piccola scala dove era stato riaperto il passaggio verso l’altra stazione. Carboni ardenti fumavano dappertutto e nell’aria aleggiava un invitante aroma di carne arrostita. Un bambino piangeva da qualche parte. Nonostante la Kievskaya si trovasse al limitare della città dei morti di cui avevano parlato i commercianti spaventati, la stazione era piena di vita.
Salutarono velocemente gli ambulanti che scomparvero nel passaggio verso l’altra linea. Melnik diede un’occhiata prudente attorno e si mise a camminare risoluto lungo uno dei passaggi. Era chiaro che conosceva bene questa stazione, perciò Artyom non riusciva davvero a comprendere perché lo stalker avesse sommerso i commercianti di domande tanto dettagliate su quel luogo.
Sperava che, inavvertitamente, potessero rivelare il vero stato in cui si trovava? Stava cercando di smascherare delle spie?
Si fermarono per qualche istante all’entrata di un ufficio. La porta era stata scardinata, ma era comunque vigilata da una guardia. Artyom suppose si trattasse della sede delle autorità della zona.
Lo stalker venne accolto da un uomo anziano, con la barba rasata e i capelli ben pettinati. Indossava una vecchia uniforme blu da operaio della Metropolitana, scolorita ma sorprendentemente pulita. Era ovvio che, in questa stazione, riusciva a prendersi cura di sé senza troppi problemi. L’uomo accolse Melnik, anch’egli usando le due dita a fianco della fronte, ma non era sincero come il pattugliatore all’interno della galleria, al contrario pareva un gesto eccessivo. Poi fece una smorfia ironica.
“Buongiorno”, disse con una piacevole voce profonda.
“Buongiorno signore”, rispose lo stalker e gli sorrise.
Dieci minuti dopo erano seduti in una stanza riscaldata e bevevano il miglior tè di funghi che Artyom avesse mai assaggiato. Questa volta al ragazzo non venne ordinato di allontanarsi, così come si era aspettato, al contrario gli permisero di prendere parte alla discussione. Sfortunatamente non comprese nulla della conversazione tra lo stalker e il capo della stazione, che Melnik chiamava Arkadiy Semyonovich. Inizialmente Melnik gli chiese notizie di un certo Tretyak, poi domandò se vi erano dei cambiamenti nelle gallerie. Il capo riferì che Tretyak era partito per un viaggio personale, ma sarebbe dovuto tornare presto, perciò gli propose di attenderlo. Poi entrarono nel dettaglio di alcuni accordi e ben presto Artyom perse completamente il filo del discorso. Era seduto lì a guardarsi intorno e a sorseggiare del tè caldo, il cui aroma di funghi gli ricordava la stazione da cui proveniva. La Kievskaya aveva visto tempi migliori: alle pareti della stanza erano appesi arazzi rosicchiati dalle tarme, sebbene il disegno fosse completamente conservato. In alcuni punti, appena sopra le decorazioni, erano attaccate delle bozze disegnate a matita degli snodi delle gallerie, contornate da grosse cornici dorate. Il tavolo a cui erano seduti sembrava antico e Artyom non riusciva a immaginare quanti stalker ci erano voluti per portarlo dall’appartamento vuoto di qualcuno fino sottoterra e quanto denaro era stato disposto a pagare il responsabile della stazione. Su una delle pareti vi era anche una sciabola che si era scurita a causa del tempo, insieme a una pistola antichissima, che pareva essere inutilizzabile. Dall’altro capo della stanza, sopra un guardaroba, era posizionato un enorme teschio bianco di un essere sconosciuto.
“Non c’è assolutamente niente in queste gallerie”, scosse il capo Arkadiy Semyonovich. “Continuiamo a controllarle, così la gente può stare tranquilla. Ci sei stato anche tu e sai bene che entrambe le linee sono state bloccate a circa trecento metri dalla stazione. È impossibile che ci sia qualcuno. Sono solo superstizioni”.
“Ma le persone continuano a sparire?”, Melnik aggrottò le sopracciglia.
“Sì, scompaiono”, concordò il capo. “Ma non si sa dove vadano. Io ritengo che fuggano. Non abbiamo sbarramenti ai passaggi e laggiù...”, indicò le scale con la mano. “Comincia un’intera città. Possono andare dove vogliono, sia sull’Anello che sulla Filevskaya. Alcuni sostengono che ora l’Hansa faccia uscire la gente dalla nostra stazione”.
“Ma di cosa hanno paura?”, domandò lo stalker.
“Di cosa? Della gente che scompare! È un circolo vizioso!”, affermò Arkadiy Semyonovich come se non potesse farci nulla.
“È strano”, Melnik era sospettoso. “Mentre aspettiamo Tretyak, vorrei andare di nuovo con le guardie, giusto per conoscerle meglio. Spero che non gli dispiaccia”.
“D’accordo”, annuì il capo. “Anton vive nella terza tenda. È il comandante del prossimo turno. Riferiscigli che ti mando io”.
La tenda su cui era stato dipinto il numero “3” era molto rumorosa. Due bambini di dieci anni circa giocavano a terra con bossoli di armi automatiche. Insieme a loro c’era anche una bambina che osservava i suoi fratelli con enorme curiosità, ma che aveva deciso di non partecipare al gioco. Una bella signora di mezza età con indosso un grembiule stava affettando del cibo per la cena. L’ambiente era confortevole e nell’aria c’era un delizioso profumo di casa.
“Anton è uscito un attimo. Sedetevi pure mentre aspettate”, offrì la donna, sorridendo cordiale.
I bambini osservavano i due uomini molto attentamente, quindi uno si avvicinò ad Artyom.
“Ha dei bossoli?”, domandò, guardandolo serio.
“Oleg, smettila subito!”, lo riprese la donna, continuando a preparare la cena.
Artyom rimase sorpreso dal fatto che Melnik si mise una mano in tasca, rovistò un po’ e ne estrasse diverse cartucce usate, insolitamente oblunghe, che di sicuro non erano stati usate per un Kalashnikov. Prima le strinse nel pugno, poi le fece risuonare, quindi lo stalker porse il tesoro al bambino. I suoi occhi si illuminarono immediatamente, ma non aveva il coraggio di accettare il regalo.
“Prendili, forza!”, lo stalker gli fece un occhiolino e passò i bossoli nel palmo disteso del bambino.
“Ora vincerò io! Guarda quando sono grossi! Saranno di uno Spetsnaz!”, il bambino gridò felice.
Artyom aveva notato che i bossoli con cui i bambini stavano giocando erano stati posizionati su file identiche e a quanto pareva rappresentavano piccoli soldatini di piombo. Anche lui aveva giocato a quel modo un tempo, solo che era stato più fortunato perché aveva posseduto dei veri e propri soldatini, nonostante provenissero da collezioni diverse.
A terra si stava svolgendo una battaglia, quando il padre dei bambini entrò nella tenda. Era un uomo basso, magro e con i capelli bagnati, di un color biondo scuro. Vedendo i due estranei, annuì in silenzio e, senza dire una parola, fissò Melnik.
“Papà, papà, ci hai portato altri bossoli? Ora Oleg ne ha di più, gliene hanno dati alcuni lunghi!”, il secondo bambino, insistente, tirava i pantaloni del padre.
“Siamo stati mandati dalle autorità della stazione”, spiegò lo stalker. “Verremo con voi nella galleria, di guardia. Come dei rinforzi”.
“Altri rinforzi sono fuori discussione”, borbottò il capofamiglia, ma le rughe sul suo viso si rilassarono. “Io mi chiamo Anton. Mangeremo un boccone e andremo. Sedetevi pure”, e indicò dei sacchi riempiti che nella sua casa fungevano da sedie.
Sebbene i due ospiti si rifiutarono più volte, alla fine dovettero cedere e accettare una ciotola fumante contenente dei tuberi che Artyom non aveva mai visto. Guardò lo stalker con aria interrogativa, ma quest’ultimo ne infilzò uno senza farsi troppi problemi, lo mise in bocca e cominciò a masticare. Il suo viso, solitamente così enigmatico, rifletteva una sensazione simile alla soddisfazione e ciò infuse coraggio nel ragazzo. Il sapore dei tuberi era completamente diverso da quello dei funghi: erano dolci e un po’ grassi. Artyom terminò la sua porzione in pochi minuti. Inizialmente, avrebbe voluto chiedere con cosa fosse stata cucinata la cena, ma poi rifletté che forse sarebbe stato meglio non saperlo. Erano buoni, e ciò era sufficiente. In alcuni luoghi il cervello di ratto veniva considerato una prelibatezza...
“Papino, posso venire di guardia con te?”, domandò il bambino al quale lo stalker aveva dato i bossoli, dopo aver mangiato metà della sua porzione e aver spalmato il resto sui bordi della ciotola.
“No, Oleg”, rispose il padrone di casa, corrucciando le sopracciglia.
“Olezhenka! Cos’è questa storia della guardia? Cosa ti viene in mente? I bambini non ci possono andare!”, lo rimproverò la donna, prendendo per mano il figlio.
“Mamma, perché parli di bambini?”, ribatté Oleg, osservando imbarazzato i due ospiti e cercando di pronunciare le parole con una voce più profonda.
“Non pensarci nemmeno! Vuoi farmi venire un esaurimento nervoso?”, la madre aveva alzato ulteriormente il tono di voce.
“Va bene, va bene”, borbottò il bambino.
Tuttavia, non appena la donna si recò dall’altro lato della tenda per prendere qualcosa da mettere in tavola, il piccolo tirò la manica del padre e sussurrò: “Ma l’ultima volta mi hai portato con te...”
“Il discorso è chiuso”, fece il padrone di casa severo.
“Non importa...”. Oleg borbottò le sue ultime parole tra sé, in modo che gli altri non potessero sentirlo distintamente.
Quando finirono di cenare, Anton si alzò dal tavolo, aprì la scatola in metallo che stava sul pavimento, ne estrasse un vecchio AK-47 dell’esercito e propose: “Andiamo? Oggi il turno è più breve, sarò di ritorno tra sei ore”, riferì alla moglie.
Sia Melnik che Artyom si alzarono immediatamente. Il piccolo Oleg rivolse uno sguardo disperato al padre, si agitò sulla sua sedia, ma decise di non dire nulla.
All’entrata oscura della galleria c’erano due guardie sedute sul bordo della piattaforma con le gambe penzoloni, mentre un terzo uomo bloccava il passaggio e osservava l’oscurità. Sulle pareti comparivano delle scritte: “Confederazione dell’Arbat. Benvenuti!”, le cui lettere erano quasi del tutto cancellate perché non venivano ritracciate da molto tempo. Le sentinelle conversavano a sussurri e si zittivano l’un l’altra se una alzava un po’ troppo la voce.
Oltre allo stalker e ad Artyom, insieme ad Anton c’erano altri due uomini della zona. Entrambi erano molto seri e non propensi a fare conversazione; osservavano gli ospiti in modo malevolo e Artyom non riuscì mai a capire come si chiamavano.
Scambiarono qualche frase con le persone di guardia all’entrata della galleria e si misero lentamente in cammino. Gli archi rotondi del tunnel erano convenzionali e le pareti sembravano essere rimaste intatte nel tempo.
Tuttavia, la sensazione sgradevole di cui avevano parlato gli ambulanti aveva cominciato ad avvilupparsi attorno ad Artyom non appena aveva mosso i primi passi in quella galleria.
Una tenebrosa e inspiegabile paura si rivelò dai recessi della galleria e gli diede il benvenuto. Al fronte, però, era tutto tranquillo. Da lontano si udivano voci umane, perché con tutta probabilità era stato posto uno sbarramento anche in quel luogo. Era uno degli appostamenti più strani che Artyom avesse mai visto.
Diversi uomini sedevano in cerchio su sacchi pieni di sabbia; nel mezzo si trovava una stufa in ghisa, mentre a qualche metro di distanza c’era un secchio di nafta. I visi dei pattugliatori erano illuminati esclusivamente dalle fiamme che penetravano dalle fessure della stufa e dalla flebile e tremolante luce emessa dallo stoppino di una lampada a olio appesa al soffitto. Quest’ultima oscillava leggermente a causa delle stantie correnti d’aria della galleria e in questo modo sembrava che le ombre delle persone avessero vita propria. I membri della guardia sedevano con la schiena rivolta al tunnel, come se l’aria proveniente da quella direzione gli irritasse gli occhi.
Proteggendosi con le mani dai raggi accecanti delle torce dei loro sostituti, le sentinelle si preparavano a tornare a casa.
“Beh, com’è andata?”, domandò Anton a uno di loro, versando un po’ di combustibile nella stufa.
“Come vuoi che sia andata?”, il membro più anziano della pattuglia sogghignò amaramente. “Come sempre. È vuota, tranquilla. Troppo tranquilla...”. Tirò su con il naso, si alzò e si mise a camminare in direzione della stazione.
Mentre gli uomini rimasti avvicinavano i sacchi alla stufa e si sistemavano sopra di essi, Melnik si rivolse ad Anton: “Possiamo proseguire e andare a dare un’occhiata a quello che c’è là in fondo?”
“Non c’è nulla da vedere, la galleria è bloccata. L’ho vista centinaia di volte. Va’ a controllare, se lo desideri, si trova a una quindicina di metri da qui”, Anton indicò alle sue spalle, in direzione della Parco della Vittoria.
Prima del vero e proprio blocco, la galleria era praticamente crollata. Il terreno era ricoperto di frammenti di roccia e terriccio, mentre in alcuni punti il soffitto era imbarcato, le pareti si sbriciolavano, anche perché si erano avvicinate le une alle altre.
Su un lato si trovava un’entrata di uffici non altrimenti identificati, dalla quale era stata scardinata la porta: qui l’oscurità era imperante e alla fine di questa appendice le rotaie arrugginite erano state ammonticchiate su un lato, in una pila ricoperta da blocchi di cemento mischiati a ciottoli e terra. Anche i tubi di metallo che percorrevano le pareti erano immersi in quello stesso strato di terriccio.
Illuminando la galleria crollata con la torcia, senza trovare alcuna botola segreta, Melnik scrollò le spalle e rivolse la sua attenzione alla porta sbilenca. Puntò il fascio di luce e guardò all’interno, ma non superò la soglia.
“Nemmeno sulla seconda linea ci sono stati cambiamenti?”, domandò ad Anton, non appena ritornò nei pressi della stufa.
“Tutto è ancora com’era dieci anni fa”, rispose l’uomo.
Rimasero in silenzio per diverso tempo. Le torce erano state spente, perciò la luce proveniva esclusivamente dalla stufa bucherellata e dalla piccola fiamma che danzava oltre il vetro fuligginoso della lampada a olio; l’oscurità che li circondava era densa. Tutte le sentinelle si erano avvicinate il più possibile alla stufa perché i suoi raggi gialli riuscivano a scacciare il buio e il freddo e si respirava con molta meno difficoltà. Artyom aveva cercato di resistere il più possibile, ma il desiderio di sentire un qualsiasi tipo di rumore lo aveva spinto a superare la timidezza: “Non ero mai stato alla vostra stazione prima d’ora”, disse ad Anton tossendo. “Tuttavia, non riesco a capire perché siete di guardia qui, se non c’è niente... Inoltre, non controllate nemmeno nella direzione giusta!”
“Così vanno le cose...”, spiegò Anton. “Sembra che qui non vi sia nulla proprio perché siamo di pattuglia”.
“Cosa c’è laggiù, oltre quel blocco?”
“Vogliamo pensare che vi sia la galleria che arriva...”, si interruppe per un istante e si voltò a osservare la strada senza uscita “fino alla Parco della Vittoria”.
“Laggiù ci vive qualcuno?”
Anton non rispose e scosse solo vagamente il capo. Rimase in silenzio per un altro po’, quindi domandò interessato: “Non sai nulla della Parco della Vittoria?”, e senza nemmeno attendere una risposta da parte di Artyom continuò: “Chissà cosa diavolo c’è laggiù... In passato era un’enorme stazione, che aveva anche una gemella, fu una delle ultime a essere edificata. I più anziani l’avranno visitata a quel tempo... beh... finché... In ogni caso, si racconta fosse lussuosissima, ma anche molto profonda, non come le altre stazioni più recenti. Si deve pensare che la gente laggiù vivesse nell’abbondanza. Malgrado ciò, non durò a lungo. Ben presto la galleria franò”.
“Come successe?”, domandò Artyom.
“Si ritiene”, Anton diede un’occhiata furtiva agli altri, “che crollò da sola. Era stata progettata male oppure i materiali che la sostenevano erano stati rubati o un’altra ragione di questo tipo. È accaduto così tanto tempo fa che nessuno lo ricorda con esattezza”.
“Beh, io ho sentito dire”, cominciò una delle sentinelle “che le autorità della stazione fecero esplodere entrambe le gallerie. Pareva fossero in competizione con quelle della Parco della Vittoria o qualcosa del genere... Forse temevano che, con l’andar del tempo, la stazione rivale le avrebbe sottomesse. Si sa chi era a capo della Kievskaya allora... chi gestiva gli affari. I personaggi più in vista, che sono abituati a fare sparire le prove. Una scatola di dinamite in questa galleria, un’altra nella successiva, ancora un po’ vicino alla stazione e... bum! Il problema venne risolto senza spargimento di sangue”.
“Ma cosa può essere accaduto agli abitanti?”. Artyom si era incuriosito.
“Non lo sappiamo con certezza, quando siamo arrivati qui...”. Anton era in procinto di cominciare a raccontare, ma la sentinella che aveva parlato in precedenza lo interruppe: “Cosa può essere successo? Sono morti tutti! Devi capire che quando una stazione viene isolata dal resto della Metropolitana, non può sopravvivere a lungo. I filtri si bloccano, oppure si inceppano i generatori o si allaga. Non possiamo permetterci di vivere in superficie, nemmeno adesso. Ho sentito dire che inizialmente avevano provato a scavare, ma poi ci avevano rinunciato. Coloro che stavano di guardia qui riferivano di udire urla che giungevano attraverso le tubature... Ma ben presto smisero anche di gridare”.
Tossì e allungò le mani verso la stufa e non appena si furono scaldate, il pattugliatore osservò Artyom e aggiunse: “Non c’era nemmeno una guerra in corso. Chi combatte così? Al di là c’erano donne e bambini, persino anziani... un’intera città. E perché lo hanno fatto? Semplice: non avevano intenzione di spartire il denaro. Loro avevano la coscienza a posto, non avevano ucciso nessuno. Però... Qual era la tua domanda? ‘Cosa c’è laggiù, oltre quel blocco?’ C’è la morte”.
Anton scosse il capo ma non proferì parola. Melnik osservava Artyom con estrema attenzione e per poco non aprì la bocca per aggiungere un dettaglio alla storia appena ascoltata, ma ci ripensò. Il ragazzo ora aveva molto freddo e anch’egli si avvicinò un po’ di più alla stufa. Cercò di immaginare cosa significasse vivere in quella stazione, i cui abitanti credevano che i binari che passavano sotto le loro tende conducessero direttamente al regno dei morti.
Pian piano Artyom comprese che il bizzarro posto di guardia all’interno del tunnel bloccato non era davvero necessario, ma era più che altro un rituale. Chi cercavano di spaventare standosene seduti lì? A chi impedivano di giungere alla stazione e nel resto della Metropolitana? Si fece sempre più freddo: né la stufa di ghisa né la calda giacca che gli aveva dato Melnik gli impedivano di rabbrividire.
All’improvviso, lo stalker si voltò verso la galleria che conduceva alla Kievskaya, si alzò, controllò attentamente lo spazio attorno a sé e si mise in ascolto. Persino Artyom comprese in pochi secondi la ragione della sua inquietudine: si stavano avvicinando passi veloci e leggeri, mentre in lontananza si intravvedeva il tenue bagliore di una torcia che ballonzolava qua e là, come se colui che la teneva in mano stesse andando di fretta e saltasse da una traversina all’altra per raggiungere il gruppo di guardia il più velocemente possibile.
Lo stalker si avvicinò al muro e puntò la mitraglietta verso la fonte luminosa.
Anton si alzò piano, scrutò le tenebre e, dalla sua espressione, si riusciva a comprendere che non fosse per nulla preoccupato, perché da quella parte della galleria non sarebbe mai potuto arrivare alcun pericolo serio.
Melnik accese la sua torcia e l’oscurità si dissolse quasi a fatica. A una decina di metri da loro, in mezzo ai binari, c’era una piccola sagoma delicata che se ne stava immobile con le braccia alzate.
“Papino, sono io! Non sparate!”, era la voce di un bambino.
Lo stalker spostò il raggio della torcia in quella direzione e, spolverandosi, si alzò da terra. Il piccolo raggiunse la stufa in meno di un minuto e, imbarazzato, si fissava la punta delle scarpe. Era il figlio di Anton, quello che gli aveva chiesto di montare di guardia insieme a lui.
“È successo qualcosa?”, domandò il padre preoccupato.
“No... volevo solo stare con te. Non sono più un bambino che deve stare nella tenda con la mamma”.
“Come sei riuscito ad arrivare fin qui? C’è una guardia laggiù!”
“Ho mentito. Ho detto che la mamma mi aveva chiesto di venire a chiamarti. C’era lo zio Petya, che mi conosce. Mi ha solo ordinato di non guardare in nessuno dei sentieri laterali e di sbrigarmi, così mi ha permesso di passare”.
“Più tardi farò un’altra chiacchierata con lo zio Petya”, promise solennemente Anton. “Tu intanto pensa a come lo spiegherai a tua madre. Non ti lascio tornare indietro da solo”.
“Posso rimanere con te?”, il bambino quasi non riusciva a contenere la gioia e si mise a saltellare in giro.
Anton si spostò di lato, facendo sedere il figlio su uno dei sacchi presso la stufa. Si tolse la giacca per avvolgerlo, ma il bambino scivolò sul pavimento e, estraendo dalla tasca ciò che aveva portato con sé, sistemò il tutto su un fazzoletto: si trattava di una manciata di bossoli e di diversi altri oggetti. Si sedette di fianco ad Artyom, che ebbe il tempo di controllare di che cosa si trattava.
Una scatoletta in metallo con una piccola manovella attirò subito la sua attenzione. Oleg la teneva con una mano e con l’altra girava la levetta. In questo modo la scatoletta emetteva un suono metallico, una semplice melodia malinconica. Era ancor più divertente perché, se la si poggiava su un altro oggetto, quest’ultimo risuonava, amplificandone il rumore. Il risultato migliore si aveva con la stufa in ghisa, ma non si poteva lasciarla appoggiata troppo a lungo, perché si scaldava in fretta. Il gioco era talmente intrigante che Artyom decise di provare da sé.
“Fa’ attenzione!”, disse il bambino, dandogli la scatoletta bollente e soffiandosi sulle dita bruciate. “Più tardi ti mostrerò un altro trucchetto”, assicurò misterioso.
La mezz’ora successiva trascorse lentamente. Artyom, non notando gli sguardi infastiditi delle sentinelle, continuava a girare la piccola manovella all’infinito e ascoltava la musica, mentre Melnik sussurrava qualcosa ad Anton e il bambino giocava a terra con i bossoli. La melodia del piccolo carillon era alquanto monotona, ma aveva un suo fascino. Gli risultava impossibile fermarsi.
“No, non capisco”, disse lo stalker e si alzò. “Se entrambe le gallerie sono crollate e vengono protette, secondo te dove vanno a finire le persone che scompaiono?”
“Chi l’ha detto che succede tutto in quelle gallerie?”. Anton lo scrutò dal basso in alto. “Ci sono anche dei passaggi che conducono su altre linee, due in tutto, oltre ai binari che portano verso la Smolenskaya... Dico solo che qualcuno si sta prendendo gioco di noi facendo leva sulle nostre superstizioni”.
“Ma quali superstizioni!”, interruppe il pattugliatore che aveva raccontato la storia dei tunnel fatti saltare in aria e della gente rimasta dall’altra parte. “La maledizione della nostra stazione è la Parco della Vittoria. Siamo stati condannati a conviverci per sempre...”
“Tu, Sanych, rendi le cose più difficili”, lo interruppe Anton disgustato. “Qui c’è gente che pone domande serie e tu vai in giro a raccontare le tue storielle!”
“Facciamo quattro passi. Ho visto delle porte e un’uscita laterale mentre venivamo qui. Voglio dare un’occhiata”, gli riferì Melnik. “Anche alla Smolenskaya hanno paura. Kolpakov è personalmente interessato alla questione”.
“Adesso gli interessa, eh?”. Anton abbozzò un sorriso triste.
“Persino alla Polis si stanno già facendo qualche domanda”, lo stalker estrasse dalla tasca un foglio di carta piegato.
Artyom lo aveva già visto alla Polis. In uno dei passaggi erano in vendita su un vassoio, ma costavano dieci cartucce e non valeva la pena pagare così tanto per un pezzo di carta da imballaggio sul quale era stata stampata qualche notizia. Al contrario, sembrava che per Melnik quelle dieci cartucce non facessero la differenza.
Diversi articoletti erano ammassati sotto l’orgoglioso nome di “Notizie dalla Metro”; la carta era giallognola e tagliata in maniera imprecisa. Uno degli articoli era persino corredato da una fotografia in bianco e nero. Il titolo richiamava l’attenzione dei lettori: “Continuano le misteriose sparizioni alla Kievskaya”.
“Sostengono che i fumatori siano ancora vivi”, Anton prese il pezzo di giornale con cautela e lo appianò. “Ok, andiamo. Ti mostrerò le biforcazioni laterali, sempre che tu la smetta di leggere...”
Lo stalker annuì, Anton si alzò, guardò suo figlio e gli disse, perentorio: “Io torno subito. Non fare il cattivo mentre io non ci sono”. Poi, rivolgendosi ad Artyom, domandò: “Puoi tenerlo d’occhio, per favore?”
Il ragazzo non poté fare altro che annuire.
Non appena il padre si fu allontanato insieme allo stalker, Oleg saltò in piedi e con uno sguardo da monello rubò il carillon dalle mani di Artyom, poi gli urlò: “Prendimi!”, e si mise a correre verso la strada senza uscita. Il bambino era sotto la sua responsabilità, perciò Artyom lanciò un’occhiata colpevole alle altre guardie, accese la torcia e si mise a inseguire Oleg.
Il bambino non si fermò a indagare all’interno dell’ufficio semi distrutto, come il ragazzo aveva temuto, al contrario lo aspettava di fianco all’ostruzione.
“Senti cosa succede ora!”, esclamò il piccolo.
Oleg si inerpicò sulle rocce, raggiunse il livello delle tubature e scomparve tra le macerie. Poi prese il suo piccolo carillon, lo appoggiò sul tubo e girò la manovella. “Ascolta!”
Il tubo si mise a ronzare, poi a risuonare, come se quella semplice e triste melodia lo riempisse dall’interno. Quindi, il bambino poggiò l’orecchio al tubo e, come stregato, continuò a girare la manovella per fare in modo che il carillon non smettesse di suonare.
Si fermò per un istante, ascoltò e sorrise felice, poi saltò giù dall’ammasso di detriti e porse la scatoletta di metallo ad Artyom: “Forza, prova anche tu!”
Artyom già immaginava come sarebbe cambiata la melodia attraverso il tubo cavo di metallo, ma gli occhi del bambino erano talmente vivi che decise di non fare il guastafeste e di provare anche lui. Appoggiò il carillon al tubo, premette l’orecchio contro il metallo freddo e girò la manovella. La musica prese a risuonare talmente forte che quasi spostò di scatto la testa. Artyom non era pratico delle leggi dell’acustica, ma in ogni caso non riusciva a capire come quel pezzo di metallo potesse miracolosamente amplificare la melodia emessa da un carillon tanto piccolo.
Girò la manovella ancora per qualche secondo e risentì il motivetto per ben tre volte, poi concordò con Oleg: “È magnifico”.
“Ascolta di nuovo”, il bambino si mise a ridere. “Non farlo suonare, ascolta e basta!”
Artyom fece spallucce e lanciò un occhiata al posto di guardia per controllare che Melnik e Anton non fossero ritornati, quindi avvicinò di nuovo l’orecchio al tubo. Cosa si sarebbe sentito ora? Il vento? L’eco dello spaventoso rumore che riempiva le gallerie tra l’Alekseevskaya e la Prospekt Mira?
Da una distanza inconcepibile, facendosi strada con difficoltà verso la crosta terrestre, giungevano rumori soffocati. Non c’era alcun dubbio: provenivano dalla direzione della Parco della Vittoria, nella quale in realtà sarebbero dovuti essere tutti morti. Artyom, scioccato, rimase immobile ad ascoltare; quando si calmò, cominciò a comprendere: stava udendo qualcosa di impossibile. Udiva della musica.
Qualcuno o qualcosa, a diversi chilometri dal punto in cui si trovava, stava riproducendo, nota dopo nota, la musica malinconica del carillon. Tuttavia, era chiaro che non si trattasse di un’eco: il musicista sconosciuto aveva sbagliato in diversi punti, aveva accorciato una nota, ma il motivo rimaneva riconoscibile. Soprattutto, non si trattava di un fischio acuto, ma il rumore somigliava più a quello emesso da una persona che canticchia tra sé... o era un vero e proprio canto? Il coro indefinito di una moltitudine di voci? No, stavano più altro canticchiando...
“Allora, lo senti?”, domandò Oleg sorridendo.
“Zitto, sto ancora ascoltando! Che cos’è?”, borbottò Artyom con voce rauca, muovendo a malapena le labbra.
“È musica! Il tubo suona!”, spiegò semplicemente il bambino.
L’impressione mesta e opprimente che questo canto inquietante aveva risvegliato in Artyom sembrava non aver avuto alcun effetto sul ragazzino, per il quale tutto ciò era solo un bel gioco: non si sarebbe mai chiesto come riusciva a sentire una melodia proveniente da una stazione tagliata fuori dal resto del mondo, da cui i vivi erano scomparsi più di dieci anni prima.
Oleg salì di nuovo sulla montagna di detriti e si preparava a riavviare il piccolo carillon. Artyom, però, percepì un’improvvisa sensazione di timore inspiegabile, sia per il bambino che per sé, perciò lo afferrò per la mano e, senza prestare attenzione alle sue proteste, lo trascinò di nuovo vicino alla stufa.
“Codardo che non sei altro!”, si dimenò Oleg. “Solo i bambini credono a queste favole!”
“Quali favole?”, Artyom si fermò per un istante e lo osservò negli occhi.
“Che prendono i bambini che entrano nelle gallerie ad ascoltare i tubi!”
“Chi li prende?”, Artyom lo fece avvicinare ancora di più alla stufa.
“I morti!”
La conversazione si interruppe così, anche perché una sentinella che esponeva le sue idee sulla dannazione gli lanciò un’occhiataccia tale che non dissero una parola di più.
La loro avventura era terminata giusto in tempo: Anton e lo stalker stavano tornando al posto di guardia, accompagnati da una terza persona. Artyom mise subito a sedere il bambino: il padre gli aveva chiesto di tenere d’occhio Oleg e di non assecondare i suoi capricci. Inoltre, chissà in quali superstizioni credeva Anton...
“Scusate, siamo stati trattenuti”, Anton si lasciò cadere sul sacco di fianco ad Artyom. “Ha fatto il bravo, vero?”
Artyom annuì, sperando che il bambino avesse il buonsenso di non andare a spifferare la loro avventura al padre.
Tuttavia, sembrava proprio che il ragazzino sapesse il fatto suo. Oleg, con sguardo rapito, si dedicò nuovamente ai suoi bossoli.
Artyom non conosceva il terzo uomo che era arrivato con Anton e con lo stalker, che era pressoché calvo, magro, con le guance infossate e le borse sotto gli occhi.
Si avvicinò alla stufa solo per un istante e fece un cenno agli altri pattugliatori, così il ragazzo ebbe il tempo di guardarlo più da vicino, ma non gli rivolse la parola; fu Melnik a presentarli.
“Questo è Tretyak”, disse rivolgendosi ad Artyom. “Proseguirà con noi. È uno specialista: lui è un esperto di missili”.