Metro 2033 – Capitolo 14

CAPITOLO 14 : IN SUPERFICE


Prima di raggiungere l’anziano di pietra in poltrona, Artyom girò a sinistra per oltrepassare l’angolo della strada lungo i gradini della Biblioteca. Superandolo, lanciò uno sguardo al maestoso edificio ed ebbe di nuovo i brividi: per un momento ricordò i terribili abitanti di quel luogo. Ora la Biblioteca era nuovamente pervasa da un silenzio tetro; con tutta probabilità i suoi custodi si erano già dileguati e nascosti negli anfratti più bui, a leccarsi le ferite dopo l’impudente incursione, per essere in grado di preparare la successiva non appena fosse tornato il prossimo gruppo di avventurieri.
Davanti ai suoi occhi apparve il viso pallido e senza vita di Daniel. Il ragazzo capì perché l’amico Bramino fosse tanto intimorito da queste creature e si rifiutasse di parlarne. Aveva visto la sua morte nei suoi incubi? Il suo corpo sarebbe giaciuto per sempre negli Archivi, abbracciato a quello del bibliotecario che l’aveva ucciso. Sempre che queste creature non si nutrissero anche di cadaveri...
Artyom trasalì. Sarebbe mai riuscito a dimenticare com’era morto il Bramino, che era divenuto suo amico in soli due giorni? Temeva che Daniel avrebbe tormentato i suoi sogni per molto tempo, continuando a cercare di parlare con lui la notte, articolando parole indistinte con le labbra macchiate di sangue.
Uscendo sull’enorme viale, Artyom ripassò velocemente le istruzioni fornitegli da Melnik. Vai dritto finché la Kalininskiy non si incrocia con l’Anello dei Giardini, non girare da nessuna parte... cerca di capire quale sia il viale. Non stare al centro della strada e nemmeno contro i muri delle case, ma soprattutto cerca di raggiungere la Smolenskaya prima che sorga il sole.
I famosi edifici imponenti della Kalininskiy, che il ragazzo conosceva dalle cartoline ingiallite delle panoramiche di Mosca, cominciavano a cinquecento metri da lui. Nei pressi del luogo in cui si trovava c’erano invece case più piccole, che continuavano a sinistra sul Noviy Arbat. I contorni dei fabbricati erano ben delineati da vicino e confusi quando ci si allontanava, per poi sparire quasi del tutto nella penombra. La luna era nascosta dietro le nuvole basse, dalle quali filtrava una scarsa luce biancastra, e solo quando il sipario brumoso si dissolse le sagome spettrali delle case ripresero forma per un attimo. Anche con quella luce, con i vicoli che sezionavano la strada ogni cento metri, a sinistra si intravvedeva l’imponente profilo dell’antica cattedrale. Un’enorme ombra alata planò nuovamente sulla cupola sovrastata da una croce.
Forse fu proprio per questo motivo che Artyom si fermò, per rivolgere lo sguardo alla bestia che fendeva l’aria, la quale lo notò. Nella semi oscurità era quasi impossibile comprendere se fosse stata solo la sua immaginazione a tracciare la strana figura che, ferma immobile in fondo al vicolo, si era fusa con le pareti praticamente distrutte della casa. Solo quando esaminò quel punto con maggiore attenzione notò che l’area buia si era mossa leggermente e possedeva una volontà propria. Da quella distanza non era facile determinare con esattezza la forma e le dimensioni della creatura, ma era chiaro che stava in piedi su due gambe; perciò Artyom decise di agire come suggerito dallo stalker. Accese la torcia, puntò il raggio nel vicolo e descrisse tre cerchi luminosi.
Non ricevette alcuna risposta. Artyom l’attese invano per un minuto, finché non comprese che stare fermo nello stesso luogo poteva essere molto pericoloso. Ma, prima di proseguire, illuminò nuovamente la figura immobile in fondo alla viuzza. Ciò che scorse gli fece decidere di spegnere immediatamente la torcia e di andarsene il più in fretta possibile.
Chiaramente non si trattava di un uomo. La sagoma rischiarata dal fascio luminoso era più distinta: era alta circa due metri e mezzo, non aveva né spalle né collo e una grossa testa rotonda fuoriusciva direttamente dal corpo possente. La creatura si era nascosta e stava aspettando il momento buono. Nonostante la sua apparente indecisione, Artyom sentì nelle ossa che rappresentava una minaccia.
Percorse centocinquanta metri in meno di un minuto, fino all’ultimo vicolo. Osservò attentamente e capì che non si trattava di una viuzza, bensì di un’apertura scavata in un quartiere residenziale da una sorta di arma. Molto probabilmente gli edifici erano stati bombardati oppure demoliti con armamenti pesanti. Artyom osservò incuriosito le case semi distrutte che si lasciava alle spalle, sebbene la sua attenzione fosse concentrata su un’ombra incerta, immobile. Fu sufficiente puntare la torcia sulla creatura per un solo istante per capire che era lo stesso, oppure un secondo esemplare di mostro. Se ne stava nel mezzo del vicolo, non cercava nemmeno di nascondersi.
Se si trattava della stessa creatura che aveva scorto all’isolato precedente, ciò significava che essa era riuscita a muoversi furtivamente lungo la strada parallela fino a quella in cui si trovava Artyom. Invece comprese che aveva coperto quella distanza due volte più velocemente di lui, perché nello stesso momento in cui raggiunse l’incrocio successivo, lo stava già aspettando lì. Per sua immensa sfortuna, scorse un’altra sagoma simile nel vicolo alla destra della via principale. Come la prima, anche questa stava ferma immobile, come una statua. Per un attimo Artyom pensò che forse non si trattava di esseri viventi, ma di segnali piazzati in quei luoghi da qualcuno che desiderava intimidire o avvertire gli altri...
Stava per giungere alla terza intersezione, fermandosi all’ultima villetta per controllare dietro l’angolo, quando notò che i suoi misteriosi inseguitori lo avevano superato di nuovo. Il numero delle enormi sagome era aumentato ancora, era molto più semplice vederle, anche perché il velo di nuvole che aveva coperto la luna si era ulteriormente assottigliato.
Come in precedenza, le creature se ne stavano in piedi, senza muoversi di un passo, e aspettavano che apparisse dalle aperture delle case. Ma in tutto ciò, era sicuro di non aver confuso degli esseri viventi con pietre e blocchi di cemento appartenenti a strutture crollate? I suoi sensi acuti gli tornavano sicuramente utili sottoterra, nella Metro. Ma in superficie aveva trovato un mondo ingannevole, a lui completamente sconosciuto, in cui tutto era diverso e la vita rispondeva a regole differenti. Non poteva più affidarsi alle impressioni e all’intuizione.
Quindi Artyom cercò di superare i vicoli il più velocemente possibile, senza farsi notare; procedette vicino ai muri delle case, attese un secondo e poi ricontrollò dietro l’angolo. Rimase senza fiato: le sagome si spostavano e in maniera sorprendente; allungavano i muscoli verso l’alto e, alzando la testa, annusavano l’aria. Uno di essi si mise persino a quattro zampe e scomparve dietro l’angolo in un solo balzo. Gli altri lo seguirono qualche secondo più tardi. Artyom indietreggiò, si nascose e si sedette a terra, dove riuscì a riprendere un po’ fiato.
Ormai non c’erano più dubbi: lo stavano inseguendo. Era come se le creature lo stessero accompagnando, percorrendo le strade parallele. Avrebbero cercato il momento più adatto, finché il ragazzo non fosse arrivato alla nuova apertura. Sarebbero apparsi in un vicolo per assicurarsi che non avesse preso un’altra strada, poi avrebbero continuato a seguirlo, silenziosi come delle ombre. Ma perché? Stavano decidendo quando attaccare? Solo per curiosità? Per quale ragione non si erano decisi a uscire sul viale e avevano preferito nascondersi nelle ombre più oscure? Ricordò di nuovo le parole con cui Melnik gli aveva proibito di abbandonare la strada davanti a lui: era perché quelle creature sarebbero state lì ad aspettarlo e Melnik sapeva che avrebbe corso questo pericolo? Per calmarsi, Artyom cambiò il caricatore della sua mitragliatrice, fece scattare la sicura, poi accese e spense il laser del mirino. Era armato fino ai denti e qui poteva sparare senza causare ulteriori danni, non come all’interno della Biblioteca. Perciò difendersi sarebbe stato più semplice. Inspirò profondamente e si alzò in piedi. Lo stalker gli aveva vietato di fermarsi e perdere tempo. Doveva sbrigarsi. Pareva che qui, in superficie, bisognasse sempre fare presto.
Passò un altro isolato e rallentò il passo per controllarsi le spalle. Qui la strada si era fatta ancora più ampia, sembrava quasi che formasse una piazza, parte della quale era isolata dal viale da uno steccato ed era stata trasformata in un parco. Per lo meno pareva che in passato fosse stato un parco: in alcuni punti vi erano degli alberi, sebbene non si trattasse propriamente degli stessi che Artyom aveva avuto occasione di vedere sulle cartoline e nelle immagini. Spessi tronchi nodosi con enormi chiome si stagliavano contro il cielo ad altezze del tutto simili a quelle degli edifici di cinque piani che stavano nella parte posteriore dello spiazzo. Quasi sicuramente, gli stalker si recavano in questi parchi per raccogliere la legna da ardere che riscaldava e illuminava tutta la Metropolitana. Strane ombre tremolarono negli spazi tra i tronchi e in lontananza era stato acceso un piccolo fuoco. Artyom l’avrebbe scambiato per la fiamma di un fuoco da campo se non fosse stata giallastra. Il fabbricato stesso aveva un aspetto sinistro: dava l’impressione che fosse stato per più di una volta teatro di scontri brutali e sanguinari. I piani superiori erano crollati in diversi punti e molti erano stati bucherellati da pallottole. In alcune parti erano rimaste intatte solo due pareti e il cielo notturno era visibile attraverso le finestre vuote.
Gli edifici si separavano al di là della piazza e un altro viale enorme si incrociava con la strada. Sopra di lui apparvero dall’oscurità, come delle torrette di guardia, i primi grattacieli del Noviy Arbat. Stando a ciò che indicava la mappa, l’entrata dell’Arbatskaya sarebbe dovuta essere nelle vicinanze, alla sua sinistra. Artyom scrutò di nuovo il parco, così cupo. Melnik aveva ragione: nessuno avrebbe avuto il coraggio di intrufolarsi nelle profondità di questo labirinto per cercare di scendere nella Metro. Più osservava gli arbusti scuri sparsi nei pressi delle strutture in rovina, più gli pareva di intravvedere quelle sagome misteriose che lo avevano inseguito e che si spostavano tra le radici dei giganteschi alberi.
Un repentino refolo di vento scosse i pesanti rami degli alberi e le chiome scricchiolarono per il movimento. Con quella folata arrivarono da lontano anche prolungati lamenti. La boscaglia era tranquilla, ma non perché non vi fosse nessuno. Il suo silenzio era simile a quello dei misteriosi inseguitori di Artyom e anch’esso sembrava stesse attendendo qualcosa.
Artyom venne sopraffatto dalla sensazione che, se si fosse fermato in quel punto, a esaminare le profondità più recondite del parco, sarebbe stato sicuramente punito. Quindi impugnò meglio la mitragliatrice, guardò indietro per controllare se le creature si fossero avvicinate e proseguì.
Qualche secondo dopo si fermò di nuovo perché si trovava all’incrocio dei viali, all’inizio della Prospettiva Kalininskiy. Qui la vista era tale che Artyom non riuscì davvero a sforzarsi di avanzare.
Si trovava nel centro di un’intersezione a forma di X tra due vastissime strade, che un tempo erano state percorse da veicoli a motore. Questo snodo stradale era stato costruito in una maniera del tutto particolare: parte della strada asfaltata scendeva in una galleria, per poi riemergere in superficie, mentre sulla destra i viali continuavano a perdita d’occhio. Li si poteva distinguere dalla lunga fila nera di alberi, che erano alti quanto quelli che aveva appena superato. A sinistra si trovava un’altra vasta piazza asfaltata, un complesso groviglio di diversi sentieri, oltre i quali cominciavano nuovamente gli arbusti. Ora si poteva vedere persino oltre e Artyom si chiese se il sorgere del tanto temuto sole si stesse già avvicinando.
Sulle strade erano sparpagliate carcasse di automobili bruciate e deformate. Non era rimasto nient’altro, giacché in due decenni di viaggi in superficie, gli stalker erano riusciti a prendere di tutto: la benzina dai serbatoi, le batterie e i generatori, i fanali e i segnali stradali, i sedili strappati sui quali c’erano ancora tracce di carne umana. Si potevano trovare tutti questi oggetti anche alla VDNKh e in qualsiasi altro grande mercato della Metropolitana. L’asfalto era scavato e dappertutto si vedevano crateri e ampie crepe, attraverso le quali spuntavano erba e piccoli steli, che si piegavano sotto il peso di corolle a forma di palla, nelle quali, con tutta probabilità, vi erano nascosti dei semi. La gola fangosa del Noviy Arbat fu subito ben visibile davanti agli occhi di Artyom. Da una parte vi era una fila di case, chissà per quale ragione, per nulla danneggiate. Sembravano libri aperti in vetrina. Mentre dall’altra gli edifici più alti, circa venti piani ciascuno, erano tutti crollati. Il ragazzo si stava lasciando alle spalle la strada che conduceva alla Biblioteca e al Cremlino.
Era nel bel mezzo del più maestoso cimitero della civiltà e si sentiva un archeologo, alla scoperta di un’antichissima città, dei resti di un potere passato e di una bellezza sfiorita: anche in coloro che li visitavano a secoli di distanza provocavano soggezione. Cercò di immaginare come vivevano le persone che popolavano questi edifici giganti, che si spostavano su questi veicoli, quando ancora erano nuovi fiammanti e scivolavano sul liscio manto stradale scaldato dalla gomma degli pneumatici e che scendevano nella Metropolitana solo per viaggiare da un punto all’altro di questa città sconfinata. Era impossibile. A cosa pensavano? Cosa li turbava? Cosa può impaurire un uomo che non deve costantemente essere preoccupato della propria vita e non deve combattere ogni secondo per sopravvivere almeno un giorno in più?
Per fortuna in quel momento le nuvole scomparvero e divenne visibile una parte del giallognolo disco lunare arricchito di strane striature. La luce intensa che filtrava attraverso quell’apertura tra le nuvole inondava la città morta, intensificandone al massimo la tenebrosa magnificenza. Le case e gli alberi, che finora erano sembrati sagome piatte ed evanescenti, erano ritornati alla vita e avevano acquisito una dimensione.
Incapace di spostarsi da quel luogo, Artyom si guardava attorno rapito, cercando di reprimere quel brivido che lo aveva sopraffatto. Solo in quel momento cominciò a comprendere l’angoscia che aveva udito nelle voci degli anziani che raccontavano il passato, che con la loro immaginazione tornavano alla città nella quale avevano vissuto. Solo ora percepì la distanza tra l’uomo di oggi e i risultati e le conquiste del passato: come un fiero uccello che plana e che, quando viene ferito mortalmente, cade a terra per nascondersi in un crepaccio e, dopo essersi rintanato in quel buco, spira da solo. Gli ritornò alla mente un discorso tra il suo patrigno e Hunter, che era riuscito a origliare: l’uomo riuscirà a sopravvivere? Nel caso dovesse riuscirci, sarà lo stesso uomo che aveva conquistato il mondo e che, sicuro di sé, lo governava? Ora anche Artyom era in grado di valutare quanto in basso l’umanità fosse riuscita a cadere e la sua fede in un futuro migliore si dissolse una volta per tutte.
La dritta e ampia Prospettiva Kalininskiy si allontanava da lui, si assottigliava gradualmente finché scomparve nell’oscurità, in lontananza. Artyom era in strada, completamente solo, circondato dai fantasmi e dalle ombre del passato; cercava di immaginare quante persone avessero popolato i marciapiedi di giorno e di notte, quante auto avessero sfrecciato a tutta velocità nello stesso punto in cui lui si trovava in quel momento, con quale luce calda e confortevole avessero brillato le ormai vuote e oscure finestre delle case. Dov’era finito tutto? Il mondo sembrava ancora più deserto e desolato, ma Artyom comprese subito che si trattava di un’illusione: la Terra non era affatto esanime o abbandonata, aveva semplicemente cambiato proprietari. Dopo aver riflettuto per un istante, Artyom si voltò verso la Biblioteca: loro se ne stavano immobili a un centinaio di metri e lui si trovava nel bel mezzo della strada. Le creature erano cinque e non avevano più intenzione di nascondersi nei vicoli, sebbene non avessero nemmeno cercato di attirare la sua attenzione. Il ragazzo non riusciva a figurarsi come fossero riusciti a raggiungerlo tanto velocemente e in maniera così silenziosa. I loro corpi si distinguevano senza problemi alla luce della luna: erano potenti, con gli arti posteriori molto sviluppati e forse persino più alti di quanto gli fossero parsi all’inizio. Da quella distanza non riusciva a scorgere i loro occhi, tuttavia sapeva che lo scrutavano attentamente, aspettavano il momento adatto e annusavano l’aria umida per riconoscere il suo odore. Probabilmente conoscevano anche l’odore della polvere da sparo che si era attaccata addosso alla tuta del ragazzo e forse era per questo motivo che non avevano ancora deciso di attaccarlo. Pertanto, si limitavano a osservare Artyom da lontano, per attendere un segno di incertezza o di debolezza nel suo comportamento. Poteva anche darsi che lo stessero accompagnando al confine del loro territorio e che non avessero alcuna intenzione di fargli del male... Come poteva sapere quale sarebbe stata la reazione di quelle creature apparse sulla faccia della Terra, che non rispondevano ad alcuna legge dell’evoluzione?
Cercando di mantenere l’autocontrollo, Artyom si voltò con finta disinvoltura e proseguì, guardandosi alle spalle ogni dieci passi. All’inizio i mostri non si muovevano, ma in seguito le sue paure peggiori cominciarono a prendere forma: si misero a quattro zampe e presero a camminare con passo pesante verso di lui. Ma non appena si trovavano a un centinaio di metri dal ragazzo, si fermavano di nuovo. Dopo un po’ Artyom si abituò a questa strana scorta, ma era comunque preoccupato, li teneva d’occhio e la mitragliatrice era sempre pronta. Procedettero così, insieme, lungo l’ampio viale, inondato dalla luce della luna: un uomo, vigile, teso come una corda di violino, che si fermava e si guardava alle spalle ogni trenta secondi dove si trovavano cinque o sei sagome bizzarre, che seguivano il suo passo, senza alcuna fretta.
Ciononostante, ben presto gli parve che la distanza che li separava diminuisse sempre più. Inoltre, le bestie erano rimaste in gruppo, ma a un certo punto si erano schierate a ventaglio, come se volessero circondarlo. Artyom non aveva mai affrontato un branco di predatori in vita sua, ma per qualche ragione, gli era chiarissimo che le creature si stavano preparando ad attaccare. Era tempo di agire. Si voltò di scatto e, con la mitragliatrice pronta, mirò a una delle sagome oscure. Il loro comportamento era decisamente cambiato: questa volta non si fermarono e non aspettarono che proseguisse, ma continuarono ad avvicinarsi senza farsi notare, mentre pian piano costituivano un semicerchio. Doveva cercare di spaventarli prima che riuscissero ad accorciare la distanza che li separava, altrimenti sarebbe di sicuro rimasto vittima del loro attacco.
Artyom alzò la canna dell’arma e sparò in aria. Il fracasso riverberò sui muri dei grattacieli e riecheggiò fino alla fine dell’altro viale. Il bossolo cadde sull’asfalto con un rumore metallico. Quindi le bestie ruggirono in modo assordante e rabbioso e si precipitarono verso il ragazzo. Riuscirono a coprire le poche decine di metri che li separavano da Artyom in qualche secondo, ma anche lui era pronto: non appena la bestia più vicina fu all’interno del suo mirino, sparò e si mise a correre verso le case.
A giudicare dalle urla della creatura, era riuscito a colpirla. Non poteva sapere se questo suo gesto avesse fermato per un attimo le bestie oppure, al contrario, le avesse fatte infuriare ancora di più.
Ma subito dopo udì un altro grido: non il ruggito minaccioso delle bestie che gli davano la caccia, ma un gracchiare assordante e continuo, che gli gelò il sangue nelle vene. Arrivava dall’alto e Artyom comprese che un nuovo concorrente si era unito al gioco. Naturalmente, il rumore degli spari aveva attirato l’attenzione di uno dei mostri volanti che nidificavano sulle cupole della cattedrale.
Un’enorme ombra sfiorò la sua testa come un proiettile. Voltandosi per un secondo, Artyom notò che le bestie si erano dileguate e che solo una di esse, quella ferita, era rimasta in mezzo alla strada. Continuando a urlare, si trascinava maldestra verso gli edifici, sperando di riuscire a nascondersi al loro interno. Ma non aveva più alcuna speranza di salvarsi: descrivendo un altro cerchio a diverse decine di metri di altezza, il mostro spiegò le enormi ali coriacee e si gettò sulla sua vittima. Si tuffò tanto velocemente che Artyom non fu nemmeno in grado di capire cosa successe in seguito. Dopo aver afferrato la bestia in agonia, l’enorme mostro del cielo sollevò con sé la sua preda senza sforzo visibile e la portò su uno dei tetti dei grattacieli.
I suoi inseguitori non uscirono subito dai loro nascondigli, per paura che il mostro potesse tornare. Artyom non aveva tempo da perdere. Rimanendo il più vicino possibile ai muri delle case, corse in avanti dove, secondo i suoi calcoli, sarebbe dovuto esserci l’Anello dei Giardini. Prima di perdere il fiato riuscì a correre per cinquecento metri, quindi si voltò e controllò che le bestie che lo stavano inseguendo si fossero calmate e avessero deciso il da farsi. Il viale era vuoto. Tuttavia, dopo aver percorso qualche decina di metri, controllò in uno degli ultimi vicoli del Noviy Arbat e, impaurito, notò le familiari ombre immobili. Ora cominciava a comprendere perché queste creature non avevano fretta di uscire allo scoperto e preferivano seguire le loro vittime dalle più buie strade secondarie. Lo volevano catturare, ma temevano di attirare l’attenzione dei mostri più grandi e di diventare le loro prede.
Ora Artyom si doveva voltare a controllare ogni minuto. Sapeva che le bestie erano in grado di muoversi molto veloci e silenziose e temeva che potessero coglierlo alla sprovvista. La fine del viale era già ben visibile quando uscirono dai vicoli e cominciarono di nuovo a circondarlo. Ormai sapeva come comportarsi: il ragazzo sparò un colpo in aria sperando, come prima, di attirare l’attenzione del mostro alato, di spaventare e quindi far fuggire le bestie. In realtà si fermarono per qualche istante sulle zampe posteriori; poi allungarono il collo. Il cielo rimase vuoto. Forse il mostro era ancora impegnato con la prima vittima. Artyom lo comprese prima dei suoi inseguitori e girò a destra, costeggiò una delle case e si tuffò nell’entrata più vicina. Sebbene Melnik lo avesse avvertito di non fare nulla del genere, adducendo la spiegazione che le case erano abitate, era da pazzi affrontare un nemico tanto potente e mobile come quelle bestie. Lo avrebbero fatto a pezzi prima ancora che fosse riuscito a far scattare la sicura della sua mitragliatrice.
L’entrata era avvolta dall’oscurità e dovette accendere la torcia. Il cerchio di luce rendeva visibili pareti logore, ricoperte di oscenità scarabocchiate diversi decenni prima, una scala malandata e le porte rotte di appartamenti distrutti e rasi al suolo dal fuoco. Ratti coraggiosi scorrazzavano in giro come se quel luogo gli appartenesse, aggiungendo un tocco di desolazione alla totalità dell’immagine.
Aveva scelto bene l’entrata di quel condominio, in quanto le finestre della scala si affacciavano sul viale e salendo al piano superiore sarebbe stato in grado di accertarsi che le bestie non avessero deciso di seguirlo. Si avvicinarono furtive alla porta d’entrata, ma invece di entrarvi, la circondarono e, accovacciandosi, rimasero nuovamente immobili come delle statue. Artyom non riusciva a credere che si sarebbero ritirate e che avrebbero permesso alla loro preda di sfuggirgli. Presto o tardi avrebbero cercato di raggiungerlo dall’esterno, sempre che non vi fosse nascosto qualcosa nell’entrata; quindi Artyom sarebbe stato costretto comunque a scappare.
Salì ancora di qualche piano, illuminò le porte e scoprì che una di esse era chiusa. La spinse con la spalla e si accorse che era bloccata. Senza pensarci due volte, avvicinò la bocca della mitragliatrice alla serratura, sparò un colpo e spalancò la porta con un calcio. A pensarci bene, non aveva importanza in quale degli appartamenti avrebbe innalzato la propria difesa, ma non poté lasciarsi sfuggire la possibilità di osservare in prima persona un’abitazione ancora intatta di un’epoca passata.
Prima di tutto chiuse la porta e la bloccò con un piccolo armadio che si trovava nel corridoio. Questa barricata non avrebbe resistito a un attacco serio, ma per lo meno i nemici non sarebbero riusciti a entrare tanto facilmente. Dopodiché, Artyom si avvicinò alla finestra e guardò fuori con attenzione: era un perfetto posto di fuoco, poiché dal quarto piano riusciva a controllare alla perfezione se le bestie si avvicinavano all’entrata. Ce n’erano una decina, tutte sedute a semicerchio davanti alla porta. Ora era in vantaggio e non sprecò altro tempo per dimostrarlo anche ai suoi avversari. Accese il mirino laser, puntò il pallino rosso alla testa della bestia più grande, fece un bel respiro e premette il grilletto. Risuonò un breve colpo e la creatura si accasciò di lato, senza fare alcun rumore. Le altre fuggirono in direzioni diverse alla velocità della luce e un momento più tardi la strada fu di nuovo sgombra. Senza dubbio, non avevano intenzione di allontanarsi troppo. Artyom decise di aspettare per essere sicuro che la morte del loro simile avesse spaventato anche le altre bestie.
Nel frattempo, gli rimaneva qualche minuto per esaminare l’appartamento.
Sebbene i vetri si fossero rotti molto tempo prima, sia nell’appartamento che nel resto del palazzo, l’arredamento e gli accessori si erano tutti conservati quasi alla perfezione. Piccole pastiglie, che sembravano il veleno per topi usato alla VDNKh, erano state sparse sul pavimento. Forse era proprio per questo motivo che in quel punto non se ne vedeva nemmeno uno. Più si aggirava per l’appartamento, più si convinceva che i proprietari non lo avevano abbandonato di fretta, ma avevano cercato in qualche modo di proteggerlo, sperando, un giorno o l’altro, di poterci ritornare. In cucina non avevano lasciato cibo che potesse attirare roditori o insetti e la maggior parte dei mobili era stata accuratamente avvolta nel cellophane.
Spostandosi da una stanza all’altra, Artyom cercò di immaginare come coloro che vi avevano vissuto conducessero la loro vita quotidiana. Quante persone abitavano qui? A che ora si svegliavano, tornavano a casa dal lavoro, cenavano? Chi sedeva a capotavola? Lui conosceva gran parte degli impieghi, dei rituali e di tutto il resto solo grazie ai libri che aveva letto e ora, vedendo una vera e propria abitazione, si convinse che tutto ciò che aveva immaginato fino a quel momento fosse completamente sbagliato.
Facendo molta attenzione, Artyom sollevò la pellicola semi trasparente di polietilene ed esaminò lo scaffale dei libri. Tra i vari romanzi gialli che aveva già visto anche alle bancarelle all’interno della Metro, si trovavano anche diversi coloratissimi libri per bambini. Ne afferrò uno per il dorso e lo estrasse con delicatezza. Mentre sfogliava le pagine sulle quali erano raffigurate immagini di animali felici, dal libro cadde un foglio di carta più pesante. Artyom si abbassò a raccoglierlo dal pavimento e si accorse che si trattava di una foto scolorita di una donna sorridente con un bambino piccolo.
Rimase di sasso.
Il suo cuore si mise a palpitare. Dopo aver portato il sangue in tutto il corpo per mezzo di battiti misurati, questi si velocizzarono in maniera impropria. Artyom sentiva il bisogno di togliersi quella stretta maschera antigas per prendere una boccata d’aria fresca, se quest’ultima non fosse stata avvelenata... Prestando sempre moltissima attenzione, come se la fotografia potesse ridursi in cenere al suo tocco, l’avvicinò agli occhi.
La donna rappresentata era sulla trentina e il piccolo che teneva in braccio aveva suppergiù due anni, perciò a giudicare dal buffo copricapo che aveva in testa era difficile determinare se si trattasse di un maschietto o di una femminuccia. Il bambino guardava verso la macchina fotografica e la sua espressione era sorprendentemente adulta e seria. Artyom girò la fotografia e il vetro della sua maschera antigas si appannò: sul retro era stato scritto, con una penna a sfera blu: “Il piccolo Artyom a 2 anni e 5 mesi”.
Fu come se qualcuno lo colpisse con una spranga: le gambe gli cedettero e lui scivolò al suolo, avvicinando l’immagine alla luce lunare che filtrava dalla finestra. Perché il sorriso della donna gli sembrava tanto familiare, così simile al suo? Perché aveva cominciato a sentirsi soffocare non appena aveva scorto il suo viso?
In questa città, prima che venisse rasa al suolo, vivevano più di dieci milioni di persone. Artyom non era un nome molto usato ma, di sicuro, esistevano decine di migliaia di bambini che si chiamavano così in una megalopoli di diversi milioni di abitanti... come se coloro che vivevano nella Metropolitana portassero tutti lo stesso nome. Le possibilità erano talmente minime che non valeva nemmeno la pena considerarle. Tuttavia, perché il sorriso della donna gli sembrava conosciuto?
Provò a frugare tra i suoi ricordi di bambino che alle volte gli si ripresentavano: una piccola stanza confortevole, luci soffuse, una donna che legge un libro... su un ampio divano. Si alzò e si mise a passare da una stanza all’altra come un vortice, per trovare uno dei mobili che rassomigliasse a quelli che aveva visto nei suoi ricordi. Si accorse subito che l’arredamento di una delle camere era sistemato nello stesso modo che rammentava. Il divano era leggermente diverso e la finestra non c’era, ma l’ambiente poteva essere rimasto impresso in maniera distorta nella mente di un bambino di tre anni...
Tre anni? L’età sulla fotografia era diversa, ma anche questo non aveva alcun significato. Sulla scritta non vi era una data precisa. Avrebbero potuto scattarla in qualsiasi momento, non per forza qualche giorno prima che coloro che vivevano nell’appartamento dovessero decidere di lasciarlo per sempre. Si convinse: la fotografia poteva risalire a sei mesi, forse anche a un anno prima. A quel punto l’età del bambino con il cappellino strambo sarebbe coincisa con la sua... Allora la probabilità che quello nella fotografia fosse lui... con sua madre... sarebbe stata maggiore. “Ma la foto potrebbe essere stata scattata tre o persino cinque anni prima”, affermò freddamente una voce estranea, dentro di lui. Poteva essere.
All’improvviso venne sopraffatto da un altro pensiero. Spalancò la porta del bagno, si guardò attorno e quasi non distinse ciò che stava cercando: lo specchio era ricoperto di uno spesso strato di polvere che non riusciva nemmeno a riflettere la luce della sua torcia. Artyom prese da un gancio un asciugamano lasciato dai proprietari di casa e pulì lo specchio. La zona che aveva strofinato rivelò il suo riflesso con indosso maschera antigas ed elmetto. Illuminò la sua immagine con la torcia e si specchiò.
Il suo viso stanco ed emaciato non era del tutto visibile oltre la visiera della maschera antigas, ma lo sguardo degli occhi scuri profondamente incavati gli pareva simile a quello del bambino. Artyom avvicinò la fotografia al suo viso, osservò attentamente quello del piccolo e poi guardò di nuovo il suo riflesso nello specchio. Illuminò ancora l’immagine e poi riguardò la sua faccia nascosta dalla maschera antigas, cercando di immaginare che aspetto avesse l’ultima volta che l’aveva vista. Quando era stato? Poco prima di lasciare la VDNKh, ma non gli riusciva di ricordare quanto tempo fosse passato da allora. A giudicare dall’uomo che scorgeva nello specchio, sembravano passati degli anni... Se solo si fosse potuto togliere quella dannata maschera antigas per confrontare il suo viso con quello del bambino! Molte persone diventavano irriconoscibili quando crescevano, ma nei loro visi rimaneva sempre un tratto che ricordava la loro infanzia.
Avrebbe fatto così: non appena fosse tornato alla VDNKh, avrebbe domandato a Sukhoi se la donna che gli sorrideva da quel pezzo di carta poteva rassomigliare a quella condannata a essere divorata dai ratti, che gli aveva affidato la vita del suo bambino. Se poteva sembrare sua madre. Sebbene il suo viso fosse distorto da una smorfia di disperazione e di supplica, Sukhoi sarebbe stato in grado di riconoscerla. Aveva una memoria da elefante e sarebbe riuscito a ricordare con precisione se aveva già incontrato la donna nella foto. Era lei oppure no?
Artyom esaminò nuovamente la fotografia e, con una tenerezza di cui non sapeva di essere capace, sfiorò l’immagine della donna. Poi ripose con cura la foto nel libro da cui era caduta e li richiuse entrambi all’interno del suo zaino. Era strano, rifletté, che solo qualche ora prima si trovava nel più enorme magazzino di sapere di tutto il continente, da cui avrebbe potuto scegliere un libro per sé tra uno dei milioni di volumi diversi, molti dei quali avevano un valore inestimabile. Malgrado ciò, li aveva lasciati dov’erano, sugli scaffali a prendere la polvere, e non gli era mai balenato il pensiero che avrebbe potuto trarre profitto dalle ricchezze della Biblioteca. Al contrario, si stava appropriando di questo semplice libro per bambini, dalle immagini modeste, ma gli sembrava di essere entrato in possesso di uno dei tesori più preziosi del mondo.
Artyom tornò in salotto per sfogliare anche i libri rimasti sullo scaffale e dare un’occhiata negli armadi, alla ricerca di album fotografici. Ma, alzando gli occhi verso la finestra, percepì che qualcosa era cambiato. Un senso di disagio prese il sopravvento, c’era qualcosa che non andava. Avvicinandosi sempre più, comprese: il colore della notte stava mutando e stavano facendo capolino toni rosa e giallognoli. Stava facendo giorno.
Le bestie erano sedute vicino all’entrata ed esitavano ad accedere all’edificio. Il corpo senza vita era scomparso, ma non poteva sapere se l’avesse portato via il gigante alato oppure se fosse stato ridotto a pezzi dai suoi simili. Artyom non riusciva a comprendere cosa impedisse loro di prendere d’assalto l’appartamento, ma per il momento andava bene così.
Sarebbe riuscito a raggiungere la Smolenskaya prima del sorgere del sole? Ma soprattutto, sarebbe riuscito a fuggire dai suoi inseguitori? Avrebbe potuto rimanere barricato nell’appartamento, nascosto nel bagno per non essere raggiunto dai raggi solari, in attesa che questi ultimi scacciassero i suoi predatori, per poi tornare nella Metro non appena fosse calata nuovamente la notte. Ma quanto sarebbe durata la tuta protettiva? I filtri della maschera antigas sarebbero riusciti a resistere? Che avrebbe fatto Melnik non trovandolo nel luogo e all’orario pattuiti?
Artyom si avvicinò alla porta che conduceva alle scale e si mise in ascolto. Silenzio. Spostò piano l’armadietto e, molto lentamente, aprì poco la porta e sbirciò dallo spiraglio. Non c’era nessuno, ma quando il ragazzo fece scorrere il raggio della sua torcia sulle scale, notò un particolare che non aveva considerato in precedenza.
I gradini erano ricoperti di una melma spessa e trasparente, come se qualcuno vi avesse appena strisciato sopra, lasciandosi una traccia alle spalle. Quest’ultima non si avvicinava alla porta dell’appartamento in cui aveva passato tutto questo tempo, ma ciò non consolò Artyom. Significava che le case abbandonate non erano affatto vuote come sembravano? Ora non desiderava più rimanere lì dentro, né tanto meno dormirci. Gli si presentava un’unica soluzione: creare un diversivo per quelle bestie e provare a raggiungere la Smolenskaya prima del sorgere del sole che gli avrebbe bruciato gli occhi e prima del risveglio dei mostri invisibili.
Questa volta non prese la mira accuratamente come prima, ma cercò di causare il maggior numero di danni possibile ai predatori. Due di loro ruggirono e caddero al suolo, mentre gli altri si trovarono un nascondiglio nei vicoli. Così sembrava che la strada fosse sgombra.
Artyom la percorse correndo, prestando la massima attenzione, preoccupato di un’imboscata. Cercava con tutte le sue forze l’entrata della stazione mentre percorreva a perdifiato l’Anello dei Giardini. “Che spaventosa boscaglia doveva esserci in quei giardini”, rifletté mentre correva. Dopo tutti quegli anni, persino i filari di alberi sui viali si erano trasformati in labirinti senza uscita... E chissà com’era diventato l’Orto botanico e cosa ci era cresciuto.
I suoi inseguitori gli permisero di avere un po’ di vantaggio e, mentre loro ricostituivano il branco, lui riuscì a raggiungere quasi la fine del viale. Il cielo si faceva sempre più chiaro, ma pareva proprio che i raggi del sole non scoraggiassero minimamente le bestie, che si divisero in due gruppi, si precipitarono in avanti, accorciando sempre più la distanza che li separava da Artyom. Qui, nello spazio aperto, loro erano avvantaggiati, mentre Artyom non riusciva nemmeno a fermarsi per sparare. Al contempo, si misero a quattro zampe, tanto che le loro sagome non erano più alte di un metro e quasi si confondevano con la strada. Più Artyom cercava di sbrigarsi, più la tuta protettiva, lo zaino, le due mitragliatrici e la fatica accumulata durante quella notte che pareva infinita, si facevano sentire.
Ben presto questi demoni lo avrebbero superato e gliel’avrebbero fatta pagare; era disperato. Gli ritornarono alla mente i corpi deformati ma potenti dei mostri che giacevano in pozze di sangue, all’entrata dell’edificio dove avevano avuto la sfortuna di incontrare la sua mitragliatrice. Artyom non aveva avuto il tempo di esaminarli con attenzione, ma un minimo sguardo era stato sufficiente per incidere quell’immagine nella sua memoria: pelo marrone lucido, enormi teste rotonde, bocche nelle quali scintillavano decine di piccoli denti affilati, che sembravano crescere su diverse file. Facendo scorrere mentalmente la serie di immagini degli animali da lui conosciuti, Artyom non riusciva a ricordarne nessuno che potesse essere in grado di diventare un mostro del genere, nemmeno sotto l’effetto delle radiazioni.
Fortunatamente, sull’Anello dei Giardini non vi erano alberi: era solamente una strada molto vasta, dalla quale si estendevano diramazioni sia a destra che a sinistra. Prima di mettersi nuovamente a correre, Artyom sparò alle bestie senza nemmeno guardare. Si trovavano ancora a meno di cinquanta metri da lui e si erano divise in un semicerchio, tanto che alcune avanzavano a pochi centimetri da lui.
Nei pressi del Sadovoye dovette cercare la strada tra i diversi crateri di cinque o sei metri di profondità ed effettuare una deviazione per costeggiare l’immensa crepa che divideva in due il manto stradale. Le strutture nelle vicinanze avevano un aspetto bizzarro: non erano bruciate, piuttosto parevano sciolte e davano l’impressione che in quel luogo fosse accaduto qualcosa di decisamente particolare, che questa zona avesse dovuto sopportare un attacco più efferato rispetto a quella della Prospettiva Kalininskiy. A qualche centinaio di metri di distanza sorgeva un edificio di dimensioni inconcepibili: pareva un castello medievale, rimasto incolume al passaggio del tempo e degli incendi, che faceva da sfondo cupo e maestoso a quell’ambiente mutilato. Artyom lo osservò per una frazione di secondo, poi fece un sospiro di sollievo, perché una spaventosa ombra alata volò sopra di esso: poteva essere la sua salvezza. Avrebbe solo dovuto attirare la sua attenzione, così che si occupasse dei suoi inseguitori. Alzò la mitragliatrice che teneva in una mano e puntò verso l’alto, al mostro volante, poi premette il grilletto.
Non accadde nulla.
Aveva terminato le munizioni.
Mentre correva, non riusciva a recuperare la mitragliatrice di riserva, che teneva sulla schiena. Perciò, si tuffò nel primo vicolo, si appoggiò al muro e cambiò arma. Ora doveva impedire alle bestie di avvicinarsi: avrebbe svuotato il caricatore del secondo mitra.
La prima bestia era già apparsa da dietro l’angolo e si era seduta sulle zampe posteriori con il solito movimento, allungandosi e mostrandosi in tutta la sua incredibile altezza. Si era fatta più audace e si era avvicinata talmente tanto che, per la prima volta, Artyom fu in grado di vederle gli occhi, che erano piccoli, nascosti sotto enormi sopracciglia e che bruciavano di un fuoco verdognolo intriso di malvagità, del tutto simile al bagliore misterioso di quella fiamma che era riuscito a scorgere al parco.
Sul Kalashnikov di Daniel non c’era il mirino laser, ma da quella distanza non avrebbe potuto sbagliare per nulla al mondo. Incorniciò la sagoma immobile della bestia con quel mirino, tenne incollata la mitragliatrice alla spalla e premette il grilletto.
L’otturatore si mosse lentamente verso il centro, poi si fermò. Cos’era successo? Aveva potuto confondere le due armi, nella fretta? Impossibile, perché la sua arma aveva il mirino laser! Artyom tirò con forza l’otturatore. Era bloccato.
Un vortice di pensieri turbinò nella sua testa: Daniel, i bibliotecari... era per questo motivo che il suo amico non era riuscito a ribellarsi quando il mostro grigio lo aveva attaccato in quel bandolo di libri! La sua mitragliatrice non aveva funzionato. Molto probabilmente vi aveva fatto forza in maniera convulsa, mentre il bibliotecario lo trascinava nei recessi dei corridoi...
Tutto rimase in silenzio mentre, come degli spettri, apparvero altre due bestie. Attente, studiavano Artyom, che disperato fissava l’arma di Daniel. Sembrava che i mostri stessero tirando le somme della situazione. La creatura più vicina, molto probabilmente il capobranco, saltò e si ritrovò a cinque metri da Artyom.
In quel momento, una gigantesca ombra sorvolò le loro teste. Le bestie si sdraiarono a terra e alzarono la testa. Approfittando del momento di confusione, il ragazzo corse verso uno degli archi, senza più alcuna speranza di uscire vivo da questo disastro, ma cercando istintivamente di posticipare la sua morte. Nei vicoli non aveva la minima possibilità contro di loro, ma in ogni caso, tornare sull’Anello dei Giardini era ormai fuori discussione.
Si ritrovò al centro di una piazzetta vuota, circondata dai muri delle case, in cui si intravvedevano altri archi e dei passaggi. Lo stesso castello oscuro che l’aveva sorpreso lungo il viale dei Giardini si stagliava contro il cielo, dietro l’edificio verso cui era rivolto. Quando finalmente riuscì a distoglierne lo sguardo, Artyom vide la scritta sull’edificio opposto: “Metropolitana di Mosca - Vladimir Lenin”, e nella parte inferiore “Stazione Smolenskaya”. Le enormi porte di quercia erano socchiuse.
Non riusciva a capire come fosse riuscito a schivarli. Ebbe una premonizione di pericolo e la leggera brezza che sentì era quella del predatore che attacca la sua preda. La bestia finì a mezzo metro da lui. Artyom si spostò di lato, cauto, e poi si mise a correre con tutta la forza che aveva nelle gambe verso l’entrata della Metropolitana. Laggiù c’era la sua casa, il suo mondo e sottoterra avrebbe recuperato il controllo della situazione.
Il vestibolo della Smolenskaya era esattamente come Artyom se l’aspettava: buio, grigio e vuoto. Fu subito chiaro che gli abitanti di questa stazione salivano sovente in superficie: sia le cabine, un tempo preposte alla vendita dei biglietti, che gli uffici erano stati aperti e saccheggiati e tutto ciò che poteva servire era stato portato via molti anni prima. Non rimanevano né i tornelli né le guardiole degli impiegati della Metro, le fondamenta di cemento erano il solo riflesso della loro passata presenza. L’arco che conduceva alle gallerie era già visibile, mentre diverse scale mobili raggiungevano profondità incredibili. La luce emessa dalla torcia si perdeva durante la discesa e Artyom non era in grado di constatare se l’entrata della Metro fosse davvero in quel luogo oppure no. Tuttavia, non poteva rimanere dove si trovava, perché le bestie si erano già introdotte nel vestibolo, lo sapeva perché aveva udito lo scricchiolio della porta. In pochi secondi avrebbero raggiunto le scale mobili e non avrebbe più potuto approfittare di quel minimo vantaggio che ancora manteneva.
Impacciato, percorrendo i traballanti gradini di ferro, Artyom cominciò la sua discesa. Cercò di superare diversi scalini con un unico salto, ma il suo piede scivolò su qualcosa di umido, lui cadde verso il basso e batté la nuca contro un angolo. Riuscì a fermarsi solo dopo aver sbattuto la testa e la nuca sui gradini, ma per fortuna indossava ancora l’elmetto. Scrutando lo spazio dietro di lui con la torcia, Artyom notò subito quello che stava cercando e che temeva di trovare: le immobili sagome scure. Come d’abitudine, prima di attaccare, se ne stavano ferme a studiare la situazione o a decidere impercettibilmente il da farsi. Artyom si voltò e cercò di nuovo di saltare due gradini. Questa volta ci riuscì, aiutandosi con il corrimano in gomma, mentre nella mano sinistra teneva la torcia. Corse per quasi venti secondi, finché non cadde ancora.
Dietro di lui udì dei passi pesanti, le creature erano determinate. Artyom sperava con tutto se stesso che le vecchie scale, che cigolavano sotto il suo peso più leggero, sarebbero crollate poiché non erano in grado di sostenere quello superiore dei suoi inseguitori. Ma il fracasso che si avvicinava nell’ombra era indice che le scale stavano sopportando bene il peso. Un muro in mattoni con una grande porta nel mezzo apparve alla luce della sua torcia. Rimanevano solo venti metri prima di raggiungerlo, non di più. Alzandosi in piedi con difficoltà, Artyom coprì il tratto finale in quindici secondi, che gli parvero un’eternità.
La porta era costruita con dei pannelli d’acciaio e, sotto i colpi dei suoi pugni, risuonava come una campana. Artyom batté la porta con tutta la sua forza. Nel frattempo le ombre si avvicinavano, le scorgeva indistinte nella semi oscurità, si preparavano all’attacco. Solo dopo qualche secondo comprese, e un brivido improvviso gli percorse la spina dorsale: aveva appena commesso un errore imperdonabile e invece di bussare alla porta seguendo il codice predisposto, aveva solo allarmato le guardie, le quali non avrebbero mai più aperto le porte, non importava chi stesse cercando di entrare. Inoltre, il fatto che il sole stesse sorgendo rendeva la cosa ancora più improbabile.
Com’era il codice? Tre veloci, tre lenti, tre veloci? No di sicuro, quello sarebbe stato un SOS. Era certo fossero tre all’inizio e tre alla fine ma non riusciva più a ricordare se dovessero essere colpi lenti o veloci. Se si fosse messo a provare le diverse combinazioni, non avrebbe più avuto alcuna speranza di entrare. Meglio l’SOS... per lo meno in questo modo le guardie avrebbero compreso che dall’altra parte della porta si trovava un uomo.
Bussò di nuovo sull’acciaio, poi Artyom prese la sua mitragliatrice dalla spalla e, con le mani che gli tremavano, cambiò il caricatore. Poi mise la luce sulla canna dell’arma e con essa seguì nervosamente i contorni degli archi che si trovavano sopra di lui. Le lunghe ombre delle lampade della stazione si sovrapponevano una all’altra al raggio teso della torcia e non riusciva ad essere sicuro che dietro una di esse non si fosse appostata una delle sagome oscure...
Come in precedenza, dall’altra parte della porta non si udiva alcun rumore. “Santo cielo, non è la Smolenskaya”, pensò Artyom. Forse questa entrata era stata bloccata decenni prima e nessuno l’aveva più utilizzata? Era riuscito ad arrivarci per caso, senza seguire le istruzioni dello stalker e forse si era sbagliato!
Le scale scricchiolarono poco lontano da lui, a circa quindici metri. Non riusciva più a sopportare la situazione, perciò Artyom aprì il fuoco nella direzione in cui aveva udito il rumore. L’eco causò un impeto di dolore alle orecchie di Artyom.
Tuttavia, non si trattava dell’ululato di una bestia ferita. I colpi erano andati sprecati. Non aveva più il coraggio di distogliere lo sguardo, pertanto Artyom poggiò la schiena contro la porta e batté il metallo con il pugno: tre colpi veloci, tre lenti, tre veloci. Gli pareva di aver sentito un pesante stridio metallico provenire dalla porta, ma proprio in quel momento vide arrivare dall’oscurità la sagoma di un predatore, che saltava a tutta velocità.
Artyom teneva la mitraglietta nella mano destra e premette il grilletto quasi per caso, perciò il rinculo lo spedì all’indietro. I proiettili squarciarono il corpo della creatura, che invece di azzannare Artyom alla gola cadde sugli ultimi gradini della scala mobile, dato che non si era spostato di più di due metri dal luogo da cui aveva spiccato il salto. Un istante dopo il mostro si alzò e, ignorando il sangue che sgorgava copioso dalle sue ferite, procedette verso il ragazzo.
A quel punto, barcollando, saltò di nuovo e spinse Artyom contro il freddo acciaio della porta. Non riusciva più ad attaccare il giovane, perché le ultime pallottole lo avevano colpito alla testa e quindi morì prima ancora di terminare il suo balzo. Tuttavia, l’inerzia del suo corpo sarebbe stata sufficiente per fracassare il cranio di Artyom, se lui non avesse avuto l’elmetto.
La porta si aprì e una luce bianca e accesa lo inondò. Dalle scale provenne un terribile ruggito e a giudicare dal baccano c’erano almeno cinque bestie.
Le mani forti di qualcuno lo agguantarono per il bavero e lo tirarono verso l’interno, poi il metallo risuonò di nuovo. Serrarono la porta e la sbarrarono.
“Sei ferito?”, domandò la voce di fianco a lui.
“Dannazione a lui!”, rispose un altro. “Hai visto chi ha portato fin qui? L’ultima volta siamo riusciti a malapena a spaventarli e lo abbiamo fatto usando il gas”.
“Lasciatelo in pace. È con me. Artyom! Ehi, Artyom! Torna in te!”, udì una voce familiare e Artyom aprì gli occhi con difficoltà.
Sopra di lui c’erano tre uomini; con tutta probabilità due di loro erano le sentinelle e indossavano giacche color grigio scuro e berretti fatti a maglia, oltre a giubbotti antiproiettile. Con un sospiro di sollievo, Artyom riconobbe il terzo uomo: era Melnik.
“Beh, è lui o cosa?”, chiese una delle guardie con un tono di disappunto.
“Allora prenditelo, ma non dimenticatevi della quarantena e della decontaminazione”.
“Avete qualcos’altro da insegnarmi?”, rispose ironico lo stalker. “Rimettiti in piedi, Artyom. È passato molto tempo”, aggiunse, porgendogli la mano.
Artyom cercò di alzarsi, ma le sue gambe si rifiutavano di funzionare. Barcollò, non si sentiva bene e soprattutto era stordito.
“Dobbiamo andare in infermeria. Tu, aiutami. E tu, chiudi le porte a pressione”, Melnik ordinò agli altri due uomini.
Mentre il medico lo visitava, Artyom studiava le piastrelle bianche della sala operatoria. Erano immacolate. Nell’aria della stanza si sentiva anche un forte odore di candeggina e diverse lampade fluorescenti erano agganciate appena al di sotto del soffitto. C’erano anche diversi tavoli operatori e una scatola con gli strumenti pronti all’uso, appesi uno di fianco all’altro.
Le condizioni del piccolo nosocomio erano sorprendenti, ma Artyom non riusciva a comprendere perché la pacifica stazione della Smolenskaya avesse bisogno di un ospedale del genere.
“Non ci sono fratture, solo qualche livido e diversi graffi. Dobbiamo disinfettarli”, affermò il medico, strofinandosi le mani con un asciugamano pulito.
“Può lasciarci soli per un istante?”, domandò Melnik al dottore. “Avremmo bisogno di parlare un po’ in privato”.
Annuendo con aria d’intesa, il medico se ne andò.
Lo stalker si sedette sul bordo del divano su cui giaceva Artyom e gli chiese di raccontargli nel dettaglio ciò che era accaduto.
Secondo i suoi calcoli, il ragazzo sarebbe dovuto arrivare alla Smolenskaya due ore prima e Melnik aveva già programmato di tornare in superficie per andare a cercarlo. Ascoltò la storia dell’inseguimento fino alla fine, senza particolare interesse, chiamò i mostri volanti con un termine preciso, cioè “pterodattili”, ma solo la storia di come Artyom si era nascosto nell’edificio lo sorprese davvero. Quando seppe che, mentre lui se ne stava comodamente all’interno dell’appartamento, qualcuno aveva percorso furtivo le scale, lo stalker si accigliò.
“Sei sicuro che non hai messo i piedi nella melma sulle scale?”, scosse il capo. “Ci manca solo che quella schifezza arrivi anche qui in stazione. Ti avevo detto di non avvicinarti alle case. Considerati fortunato che lui non abbia deciso di farti visita durante la tua incursione nell’appartamento...”
Melnik si alzò, raggiunse l’entrata, dove erano stati posti gli stivali di Artyom, e controllò meticolosamente le suole di entrambi. Non avendo trovato nulla di sospetto, li rimise al loro posto.
“Come ti ho già spiegato, per il momento non potrai tornare alla Polis. Non sono riuscito a raccontare la verità ai Bramini, credono che siate scomparsi entrambi mentre ci trovavamo all’interno della Biblioteca e io sono stato inviato a cercarvi. Ma allora, cos’è successo al tuo amico?”
Artyom gli raccontò tutta la storia dall’inizio alla fine, spiegandogli sinceramente com’era morto Daniel. Lo stalker trasalì.
“È meglio che tu lo tenga per te. A essere onesti, preferivo di gran lunga la prima versione. Se rivelassi la seconda, i Bramini ti sommergerebbero di domande. Tu hai ucciso il loro uomo e non hai trovato il Libro, ma la ricompensa è rimasta a te. A proposito...”, aggiunse guardando Artyom corrucciato “Cosa c’era nella busta?”
Alzandosi sui gomiti, il ragazzo estrasse dalla tasca il sacchetto ricoperto di sangue coagulato, guardò Melnik negli occhi e lo aprì.