Metro 2033 – Capitolo 12

CAPITOLO 12 : LA POLIS


Rimaneva solo una galleria. Solo una, e l’obiettivo assegnatogli da Hunter, che Artyom testardo e incosciente stava cercando di portare a termine, sarebbe stato completato. Mancavano due, forse tre chilometri in una parte di tunnel asciutta e tranquilla, e poi sarebbe giunto alla meta. La testa di Artyom era pervasa da un’eco silenziosa, molto simile a quella della galleria, ma lui cercava di non farsi troppe domande. Ancora quaranta minuti e sarebbe arrivato.
Non si era reso conto di camminare in un’oscurità impenetrabile. I suoi piedi continuavano la solita, ritmica marcia sulle traversine. Sembrava che si fosse dimenticato dei pericoli che lo minacciavano e di non avere una mitragliatrice, di non possedere dei documenti identificativi, di non avere una torcia e nessun’altra arma; inoltre indossava ancora quella larga tunica e soprattutto non sapeva nulla su questa galleria o sui rischi che attendevano i viaggiatori che l’attraversavano.
Gli era sufficiente la convinzione che nulla lo avrebbe minacciato finché seguiva il suo sentiero. Dov’era finita l’ineluttabile “tunnel-fobia”? Cos’era accaduto alla fatica e alla mancanza di fede?
L’eco rovinò ogni cosa.
Dato che la galleria pareva essere completamente vuota, il rumore dei suoi passi rimbombava sia davanti che dietro di lui. Il riverbero rimbalzava sui muri, rombava, gradualmente diminuiva fino a diventare un fruscio e dopo poco riecheggiava, dando l’impressione che Artyom non fosse l’unica persona a camminare all’interno di quella galleria. In seguito, questa percezione diventò talmente acuta che il ragazzo sentì il bisogno di fermarsi per ascoltare con maggiore attenzione e scoprire se l’eco dei suoi passi avesse vita propria.
Si dibatté nella tentazione per diversi minuti. Si mise a camminare in maniera più lenta e silenziosa. Tese l’orecchio per sentire se questo cambiamento influisse sull’eco. Alla fine Artyom si fermò completamente. Rimase fermo, in piedi, in quelle tenebre impenetrabili e attese: non voleva inspirare profondamente per timore che il rumore dell’aria che gli entrava nei polmoni interferisse con i mormorii più lievi che si udivano in lontananza.
Silenzio.
Ora che non si spostava più, la sua percezione dello spazio svanì nuovamente. Mentre camminava, gli pareva di aggrapparsi alla realtà con le suole degli scarponi. Quando si fermava nel bel mezzo dell’oscurità nero pece della galleria, non capiva più dove si trovava.
Inoltre, aveva la sensazione che quando ricominciava a muoversi, l’eco appena percettibile dei suoi passi raggiungesse il suo udito prima ancora che i piedi posassero sul cemento.
Il battito del suo cuore si velocizzò, ma un istante dopo si convinse che prestare attenzione a tutti i fruscii del tunnel fosse una stupidaggine. Per un po’ Artyom cercò di non fare caso a quella eco. Poi gli parve che gli ultimi rimbombi si stessero avvicinando, si coprì le orecchie e procedette. Persino questa soluzione non funzionò a lungo.
Dopo un paio di minuti allontanò i palmi delle mani dal viso e riprese a camminare, ma si terrorizzò nuovamente perché l’eco dei passi davanti a lui rimbombava più di prima, come se una persona si stesse avvicinando. Doveva solo fermarsi, così si sarebbero interrotti anche quei rumori, con un ritardo di una frazione di secondo.
Questa galleria stava mettendo alla prova Artyom e la sua capacità di sopportare la paura. Ma lui non aveva intenzione di mollare. Era riuscito a sopravvivere in circostanze peggiori, non poteva temere un po’ di oscurità e un’eco.
Ma... si trattava davvero di un’eco?
Si avvicinava, non c’era alcun dubbio. Artyom si fermò un’ultima volta, quando i passi del fantasma erano udibili appena venti metri davanti a lui. La situazione era talmente inspiegabile e bizzarra che non riusciva a sopportarla. Si asciugò il sudore freddo dalle sopracciglia e con voce rotta urlò in mezzo al vuoto: “C’è qualcuno?”
L’eco riverberò vicinissima e Artyom, impaurito, non riuscì nemmeno a riconoscere la propria voce. Le eco si susseguivano, si rincorrevano l’un l’altra nei recessi delle gallerie, man mano perdendo delle sillabe: “C’è qualcuno... qualcuno... uno...”
Ma nessuno rispose. Improvvisamente accadde qualcosa di incredibile: le eco cominciarono a tornare indietro, a ripetere la sua domanda: le sillabe perse si ricomponevano nell’ordine inverso e ritornavano a essere sonore, come se qualcuno, a una distanza di trenta passi, avesse ripetuto la domanda del ragazzo con voce sgomenta.
Artyom non ce la faceva più. Si voltò per tornare indietro. All’inizio cercò di non procedere troppo velocemente, ma poi si mise a correre. Si era dimenticato di non incoraggiare le sue paure e così rovinò a terra. Ciononostante, dopo un minuto, comprese che l’eco dei passi era sempre a venti metri da lui: il suo inseguitore invisibile non voleva lasciarlo andare. Ansimando, Artyom corse senza capire in quale direzione e infine andò a sbattere contro una parete. La galleria si biforcava.
L’eco si affievolì all’istante. Passarono diversi minuti prima che potesse riacquistare le forze, alzarsi e fare un passo in avanti. Era la direzione giusta. Metro dopo metro, il rumore dei passi che strascicavano contro il cemento si faceva più vicino, si avvicinava a lui. Solo il sangue che gli pulsava nelle orecchie riusciva a coprire il minaccioso fruscio. Ogni volta che Artyom interrompeva la sua marcia, anche il suo inseguitore si fermava nell’oscurità. Ormai era sicurissimo che non si trattasse di un’eco.
Continuò in questo modo finché i passi non parvero essere un metro davanti a lui. A quel punto Artyom si mise a urlare e lanciò pugni alla cieca, saltando verso il punto da cui riteneva provenisse il rumore.
Tuttavia, i pugni colpirono solo l’aria, il vuoto davanti a lui. Nessuno cercò di difendersi dai colpi. Era inutile, le percosse rimanevano sospese nell’aria, mentre lui urlava, saltava indietro e muoveva le braccia ai lati del corpo come se volesse afferrare il nemico che, nell’oscurità, non riusciva a intravvedere. Vuoto. Non c’era nessuno. Ma, nel momento in cui recuperò il fiato e fece un passo avanti verso la Polis, sentì un rumore sordo davanti a sé. Di nuovo menò le mani, di nuovo trovò il vuoto. Gli pareva di perdere la testa. Sforzò gli occhi finché non gli fecero male per cercare di vedere qualcosa, mentre le sue orecchie cercavano di percepire il respiro di una creatura nelle vicinanze. Ma non c’era proprio nessuno.
Rimase fermo immobile per diversi, lunghissimi secondi. A quel punto, Artyom rifletté che qualunque fosse la spiegazione di questo strano fenomeno, esso non era pericoloso. Probabilmente era solo l’acustica della galleria. “Quando tornerò a casa chiederò al mio patrigno”, pensò tra sé, ma nel momento in cui stava alzando la gamba per fare un ulteriore passo verso la sua meta, qualcuno gli sussurrò all’orecchio: “Aspetta, non puoi andarci adesso”.
“Chi è stato? Chi va là?”, urlò Artyom ansimando. Ma nessuno rispose. Era nuovamente circondato da un vuoto profondo. Si terse il sudore dalla fronte con il dorso della mano e si mise a correre a perdifiato in direzione della Borovitskaya. I passi del fantasma corrispondevano ai suoi, solo che quest’ultimo procedeva nella direzione opposta; il rumore cominciò ad affievolirsi finché non si interruppe del tutto. Solo allora il ragazzo si fermò. Non sapeva cosa fosse stato. Non aveva mai sentito niente del genere dai suoi amici e nemmeno il patrigno gliene aveva parlato quando gli raccontava le storie la sera, davanti al fuoco. Tuttavia, chiunque fosse stato a sussurrargli all’orecchio, gli aveva ordinato di fermarsi e attendere. Ora che Artyom non temeva più quella presenza, poiché aveva avuto tempo di comprendere cosa fosse accaduto e di meditare per bene sul fatto, comprese che la voce era sembrata alquanto convincente.
Passò i successivi venti minuti seduto sui binari; si dondolava da una parte all’altra, come un ubriaco, mentre cercava di smettere di tremare e nel frattempo ricordava la voce, che non apparteneva a una creatura umana e che gli aveva ordinato di aspettare. Si mosse solo quando i brividi si affievolirono e il terribile sussurro nei suoi ricordi si mescolò al tranquillo sibilo della corrente d’aria nella galleria.
Da quel momento in avanti camminò e basta, cercando di non pensare a nulla, inciampando di tanto in tanto sui cavi che giacevano sul pavimento. Non gli accadde più nulla di spaventoso. Gli sembrava che non fosse trascorso molto tempo, sebbene non sapesse dire quanti minuti erano passati, dato che nell’oscurità gli istanti si susseguono in maniera totalmente diversa. Poi vide una luce alla fine della galleria.
La Borovitskaya.
La Polis.
Quando arrivò, udì un urlo rozzo provenire dalla stazione, seguito dal rumore di spari. Artyom fece un salto all’indietro e si nascose nella nicchia di un muro. Da lontano, sentì le grida prolungate della persona che era stata ferita, seguite da imprecazioni. Poi l’arma automatica risuonò di nuovo, amplificata dalla galleria.
Aspetta...
Artyom riemerse dal suo nascondiglio più di quindici minuti dopo che la situazione si era calmata. Alzò le mani e camminò lento verso la luce.
In effetti, giunse direttamente sulla piattaforma. Non c’era la guardia di turno alla Borovitskaya, sembrava che si affidassero semplicemente alla mitica inviolabilità della Polis. Un punto d’accesso costruito con blocchi di cemento armato era posizionato a cinque metri dal punto in cui terminavano gli archi circolari della galleria. Di fianco ad esso, sdraiato a terra prono e in un lago di sangue, si trovava un corpo senza vita.
Quando Artyom apparve nel campo visivo delle guardie di confine che indossavano uniformi verdi e berretti militari, gli venne ordinato di avvicinarsi e di rimanere in piedi con il viso rivolto al muro. Vedendo il cadavere a terra, il ragazzo obbedì immediatamente.
Venne subito perquisito, gli fu richiesto il passaporto e, mentre gli tenevano le braccia bloccate dietro la schiena, fu condotto all’interno della stazione.
Luce. Proprio quella. Erano vere. Erano sempre vere. Le leggende non mentivano mai. La luce era così brillante che Artyom dovette strizzare gli occhi per non esserne accecato. Ma la luce gli entrava nelle pupille persino attraverso le palpebre, facendogli male, e solo nel momento in cui le guardie di confine lo bendarono, i suoi occhi furono al riparo. Tornare alla vita delle generazioni precedenti era più doloroso di quanto Artyom potesse immaginare.
La benda gli venne levata dagli occhi solo all’interno del posto di comando delle guardie, che aveva un aspetto del tutto ordinario, cioè un piccolo ufficio con pareti ricoperte da piastrelle crepate. Qui non c’era quella luce accecante, ma sul tavolo di legno color ocra era stata posizionata una candela, la cui fiammella tremolava all’interno di una scodella d’alluminio. Il comandante delle guardie era un uomo tarchiato, con la barba incolta e una camicia militare verde dalle maniche arrotolate. Inoltre, indossava la cravatta con un elastico. Raccolse poca cera liquida con il dito e l’osservò mentre si raffreddava, poi guardò a lungo Artyom prima di domandargli: “Da dove vieni? Dov’è il tuo passaporto? Che è successo al tuo occhio?”
Il ragazzo decise che non aveva senso mentire, così raccontò la verità, riferì che il passaporto se l’erano tenuto i fascisti e c’era mancato poco che anche il suo occhio facesse la stessa fine. Il comandante accolse l’informazione con un’indulgenza inaspettata.
“Sì, ne siamo al corrente. Quella galleria di fronte arriva precisamente alla Checkhovskaya. Laggiù abbiamo dovuto costruire una vera e propria fortezza. Al momento non stiamo combattendo, ma ci sono delle brave persone che ci riferiscono quando tenere le orecchie aperte. Dicono qualcosa del tipo: ‘Si vis pacem, para bellum’”, e strizzò l’occhio ad Artyom.
Il giovane non comprese quest’ultima frase, ma preferì non informarsi sul suo significato. La sua attenzione venne attratta dal tatuaggio nell’incavo del gomito del comandante: rappresentava un uccello deformato dalle radiazioni, con due teste, le ali spiegate e artigli uncinati. Gli ricordava vagamente qualcosa, ma cosa di preciso, non ne aveva idea. Più tardi, quando il comandante si rivolse a uno dei suoi soldati, Artyom scorse la stessa immagine, ma in miniatura, tatuata sulla tempia sinistra del comandante.
“Perché sei venuto fin qui?”, continuò il comandante.
“Sto cercando una persona... si chiama Melnik. Probabilmente si tratta di un soprannome. Ho un messaggio importante per lui”.
L’espressione sul viso del comandante cambiò all’istante. Il monotono sorriso benevolo sparì dalle sue labbra e i suoi occhi, alla luce della candela, si illuminarono di sorpresa.
“Puoi comunicarlo a me”.
Artyom scosse la testa e, scusandosi, spiegò che non avrebbe potuto farlo, perché era un’informazione confidenziale e gli era stato ordinato di non parlarne con nessuno, eccetto che con Melnik.
Il comandante lo studiò di nuovo e fece segno a uno dei soldati che gli passò un apparecchio telefonico in plastica nera insieme a un cavo ricoperto di gomma, accuratamente arrotolato e della lunghezza giusta. Dopo aver digitato il numero, la guardia di confine parlò nel ricevitore: “Posto Bor-sud. Ivashov. Passami il Colonnello Melnik”.
Mentre attendeva risposta, Artyom notò che gli altri due soldati nella stanza avevano lo stesso tatuaggio dell’uccello sulla tempia.
“Chi lo desidera?”, domandò il comandante ad Artyom, premendosi il lato del ricevitore contro il petto.
“Dica pure che il messaggio viene da Hunter e che è molto urgente”.
Il comandante annuì e scambiò un altro paio di frasi con chiunque vi fosse all’altro capo del filo, poi terminò la chiamata.
“Vi troverete domani mattina alle nove all’Arbatskaya, presso l’ufficio del responsabile della stazione. Fino ad allora sei libero di circolare”.
Fece un cenno al soldato che bloccava la porta, il quale si spostò subito di lato, poi si girò verso Artyom e aggiunse: “Aspetta un attimo... Sembra che tu sia un ospite ragguardevole e che questa sia la tua prima visita qui da noi. Perciò usa questi, ma non dimenticare di restituirli!”. Così dicendo offrì al ragazzo un paio di occhiali scuri con una montatura in metallo malandata.
Domani? Artyom venne sopraffatto da un senso di disappunto e di risentimento che gli bruciava dentro. Era giunto fin lì solo per questo motivo, rischiando la sua vita e quella degli altri! Aveva continuato il viaggio, obbligandosi a procedere anche quando le forze lo stavano abbandonando! Era una questione urgente, doveva discutere con questo Melnik, il quale non era riuscito a trovare nemmeno un minuto per riceverlo?
Oppure Artyom era in ritardo e Melnik sapeva già tutto? O ancora, Melnik sapeva già qualcosa di cui Artyom stesso non ne aveva la più pallida idea? Forse era talmente in ritardo che tutta la sua missione non aveva più alcuna importanza?
“Non fino a domani?”, sbottò il ragazzo.
“Il Colonnello è in missione, oggi. Tornerà domani mattina presto”, spiegò Ivashov.
“Vai, così avrai anche l’occasione di riposarti un po’”, propose e condusse Artyom fuori dal gabbiotto delle guardie.
Il giovane si era dato una calmata, ma sentiva ancora il peso del torto subito; poi indossò gli occhiali da sole e pensò che fossero perfetti, anche perché nascondevano il suo occhio nero. Le lenti erano graffiate e gli oggetti più lontani apparivano distorti, ma quando uscì sulla piattaforma dopo aver ringraziato le guardie di confine, comprese che non sarebbe riuscito a farne a meno. Per lui, la luce delle lampade al mercurio era troppo brillante. Artyom notò di non essere il solo a non riuscire ad aprire gli occhi: alla stazione erano in molti coloro che si coprivano gli occhi con delle lenti scure; forse anche loro erano stranieri.
Vedere una stazione della Metropolitana completamente illuminata era alquanto bizzarro, perché non c’erano ombre; alla VDNKh, così come alle altre stazioni, piccole o grandi che fossero, si trovava un numero limitato di fonti luminose, che non riuscivano mai a rischiarare l’intero spazio. Vi erano sempre luoghi in cui non penetrava nemmeno un raggio di luce. Tutto aveva diverse ombre: una, avvizzita ed emaciata, riflessa dalla fiammella della candela, un’altra creata dalle luci di emergenza e una terza, nera e ben definita, che derivava dalla lanterna elettrica. Si mescolavano e si coprivano tra loro e con le ombre delle altre cose o delle altre persone, spesso si allungavano sul pavimento per diversi metri: ti facevano trasalire, ti ingannavano, ti obbligavano a presumere e a indovinare. Alla Polis, invece, tutte le ombre erano eliminate dal bagliore spietato delle lampade a giorno.
Artyom rimase di stucco mentre, con gioia, osservava la Borovitskaya. Si era conservata in ottime condizioni. Sulle pareti di marmo o sul soffitto bianco non era visibile nemmeno una traccia di sporco e la stazione era ordinata. Dall’altro capo dell’atrio, una donna con una tuta da lavoro blu si adoperava per lucidare un pannello di bronzo scurito dal tempo, raschiando industriosa il bassorilievo con una spugna e del detersivo.
Gli alloggi erano allestiti sotto gli archi; solo due erano stati lasciati aperti da una parte e dall’altra, in modo da avere accesso ai binari, mentre i restanti erano stati murati su entrambi i lati: erano stati trasformati in veri e propri appartamenti. Ognuno di essi aveva un ingresso e alcuni avevano persino un porta di legno e i vetri alle finestre.
Da uno di questi proveniva una musica. Davanti a diverse entrate erano stati posizionati degli zerbini, in modo che coloro che entravano in casa potessero pulirsi i piedi. Era la prima volta che Artyom vedeva una stazione così. Questi quartieri sembravano talmente comodi e calmi che sentì il cuore stringersi nel petto e un’immagine della sua infanzia gli si presentò davanti agli occhi. Ma il dettaglio che lo sorprese di più erano le file di scaffali di libri su entrambe le pareti, per tutta la lunghezza della stazione. Occupavano anche lo spazio tra gli “appartamenti” e ciò conferiva al luogo un aspetto meraviglioso, strano, che ricordò ad Artyom la descrizione delle biblioteche medievali che aveva trovato in un libro di Borges.
Le scale mobili si trovavano nel punto più lontano dell’androne, in concomitanza con il passaggio per l’Arbatskaya. Le porte a spinta rimanevano aperte e al passaggio c’era un piccolo posto di blocco. Ciononostante, le guardie lasciavano passare chiunque lo desiderasse e in entrambe le direzioni, senza nemmeno controllare i documenti.
Dal lato opposto della piattaforma, di fianco al bassorilievo in bronzo, era collocato un vero e proprio accampamento militare. Erano state allestite diverse tende verdi, sulle quali erano riportati gli stessi disegni tatuati sulle tempie delle guardie di confine. C’era anche un carrello, sul quale era stata montata un’arma sconosciuta al ragazzo: una copertura lasciava intravvedere una lunga canna con un caricatore svasato. Nelle vicinanze erano di turno due soldati con uniformi verde scuro, elmetti e giubbotti antiproiettile. L’accampamento circondava una scala di passaggio che saliva fin sopra i binari. Frecce luminose indicavano che si trattava di un’”Uscita verso la città”, era chiaro che quelle precauzioni erano state adottate proprio per questo motivo. Una seconda scala conduceva nello stesso luogo ed era completamente bloccata da una parete di enormi blocchi di cemento.
Persone con indosso lunghe tuniche grigie di panno pesante sedevano ai tavoli di legno nel mezzo della stazione. Avvicinandosi, Artyom si sorprese nel notare che anche le loro tempie erano tatuate, non con l’immagine dell’uccello, ma con quella di un libro aperto con uno sfondo di linee verticali, che somigliavano a un colonnato. Scorgendo lo guardo assorto di Artyom, uno degli uomini seduti al tavolo sorrise amabilmente e domandò: “Sei nuovo? È la tua prima volta qui?”
Alla parola “nuovo” il ragazzo sussultò, ma si ricompose e annuì. L’uomo che gli aveva rivolto la parola non era molto più vecchio di lui e, quando si alzò per stringere la mano di Artyom, cercando la sua tra le pieghe dell’ampia manica della tunica, notò che erano quasi alti uguali, solo che il fisico dell’uomo era più delicato. Il nuovo amico di Artyom si chiamava Daniel. Non aveva alcuna fretta di parlare di sé e fu subito ovvio che avesse deciso di attaccare bottone con Artyom perché era curioso di ciò che accadeva oltre i confini della Polis, di quali fossero le novità sull’Anello, sui fascisti e sui Rossi...
Mezz’ora più tardi erano già seduti nella piccola casetta di Daniel, uno degli appartamenti ricavati dagli archi, e bevevano tè caldo, che sicuramente era stato portato fin qui dalla VDNKh, percorrendo rotte tortuose. La stanza era arredata con un tavolo, sul quale troneggiava una pila di libri, altissimi scaffali in ferro che arrivavano fino al soffitto, anch’essi carichi di grossi volumi, e un letto. Una lampadina elettrica, che emetteva una luce flebile, dondolava da un filo e illuminava un disegno ben fatto di un enorme tempio antico che il ragazzo non riconobbe subito, ma che di sicuro era la Biblioteca eretta da qualche parte sopra la Polis.
Quando il padrone di casa terminò le domande, fu il turno di Artyom.
“Perché qui tutti hanno tatuaggi in testa?”, domandò.
“Non sai nulla delle caste?”, rispose Daniel attonito. “E non hai mai sentito nominare il Consiglio della Polis?”
All’improvviso Artyom si ricordò che qualcuno, o meglio Mikhail Porfirevich, quell’anziano che era stato ucciso dai fascisti, gli aveva raccontato che alla Polis il potere era diviso tra soldati e bibliotecari perché in passato gli edifici della Biblioteca si trovavano nei pressi di quelli in cui stavano delle organizzazioni militari.
“Sì, ne ho sentito parlare”, annuì. “I combattenti e i bibliotecari. Perciò tu sei un bibliotecario?”
Daniel gli lanciò un’occhiataccia spaventata, impallidì e si mise a tossire. Dopo un po’ si ricompose e affermò calmo: “Cosa intendi per ‘bibliotecario’? Ne hai mai visto uno in carne e ossa? Io non te lo consiglio! I bibliotecari stanno su, in alto... Hai notato le fortificazioni laggiù? Spero che non scendano mai tra noi... Non confondere le cose: io non sono un bibliotecario, ma un guardiano. Ci chiamano anche Bramini”.
“Che nome strano!”, dichiarò Artyom alzando un sopracciglio.
“Vedi, qui abbiamo un sistema di caste, come nell’antica India. Una casta... beh, è come una classe sociale. I Rossi non te lo hanno spiegato? Lascia perdere. C’è la casta dei sacerdoti, detti anche guardiani della conoscenza, che raccolgono i libri e lavorano con essi”, spiegò, mentre Artyom si meravigliò da quanto meticolosamente cercasse di evitare il termine bibliotecario. “Poi c’è la casta dei guerrieri, di coloro che proteggono e difendono. È molto simile a quella che avevano in India, dove c’era anche una casta di mercanti e una di servitori. Ci sono anche qui, e tra di noi le chiamiamo tutte con i nomi in indù: i sacerdoti sono i Bramini, i soldati i Kshatrya, i mercanti sono Vaishya, mentre i servitori si chiamano Shudra. Quando si diventa membro di una casta, rimane quella per la vita. Vi sono speciali riti di passaggio, in particolare per i Kshatrya e i Bramini. In India era una questione ancestrale, di tribù; noi, invece lo scegliamo quando compiamo diciotto anni. Qui alla Borovitskaya, i Bramini sono i più numerosi, quasi tutti apparteniamo a questa casta. La nostra scuola è qui, insieme alle biblioteche e alle celle. Alla Biblioteca si vive in condizioni particolari, perché è attraversata dalla linea Rossa e deve essere protetta. Infatti, prima della guerra, molti di noi vivevano laggiù. Ora si sono spostati alla Giardini di Alessandro. Al contrario, all’Arbatskaya sono quasi tutti Kshatrya, per lo Stato maggiore”.
Sentendo un’altra parola di indiano antico Artyom sospirò rumorosamente. Era molto improbabile che avrebbe ricordato tutti i nomi delle caste. Tuttavia, Daniel non se ne curò e continuò il racconto: “Naturalmente, vi sono solo due caste che hanno accesso al Consiglio, la nostra e quella dei Kshatrya... anche se in realtà noi li chiamiamo solo ‘guerrafondai’”, e così dicendo fece l’occhiolino ad Artyom.
“Perché si tatuano uccelli a due teste?”, volle sapere Artyom. “Almeno voi avete i libri, che hanno un significato particolare. Ma gli uccelli?”
“Si tratta del loro totem”, chiarificò il Bramino Daniel e si strinse nelle spalle. “Penso che fosse il guardiano dello spirito della forze radiologiche di difesa. Suppongo sia un’aquila. Dopotutto, loro hanno credenze particolari. In generale, le caste qui non vanno molto d’accordo. Un tempo c’era anche una faida in corso”.
Attraverso le persiane, scorsero le luci della stazione: erano state abbassate perché si stava facendo notte. Artyom si mise a radunare le sue cose.
“C’è un hotel dove posso andare a dormire? Domani mattina alle nove devo incontrare una persona all’Arbatskaya e non ho un posto dove stare”.
“Se vuoi puoi rimanere qui”, gli propose Daniel facendo spallucce. Io dormirò sul pavimento, tanto ci sono abituato. Stavo per preparare la cena. Resta pure, così potrai raccontarmi qualche altra tua avventura. Sai, io non vado mai da nessuna parte. I guardiani si impegnano a non viaggiare più in là di una stazione”.
Dopo averci pensato per un minuto, Artyom annuì. La stanza era comoda e calda, inoltre il ragazzo aveva preso in simpatia il padrone di casa sin dall’inizio. Avevano qualcosa in comune. Dopo quindici minuti, lui stava già pulendo i funghi, mentre Daniel tagliava il lardo in piccole fette.
“Hai mai visto la Biblioteca con i tuoi occhi?”, domandò Artyom a bocca piena. La cena era composta da maiale stufato con funghi e i due ragazzi mangiavano da piatti di alluminio da campeggio.
“Intendi la Grande Biblioteca?”, chiese di rimando il Bramino, con un’espressione arcigna.
“Intendo quella lassù... è ancora al suo posto, vero?”. Artyom puntò la forchetta verso il soffitto.
“Solo gli anziani hanno il permesso di recarsi nella Grande Biblioteca. Oltre agli stalker, ovviamente, che lavorano per i Bramini”, rispose Daniel.
“Sono loro che portano i libri qui sotto dalla superficie? Dalla Biblioteca... cioè, dalla Grande Biblioteca?”, si corresse velocemente Artyom, quando vide che l’amico si accigliava di nuovo.
“Sì, ma solo su ordine degli anziani della casta. Non abbiamo il permesso di farlo da soli, perciò dobbiamo usare dei mercenari”, spiegò a malincuore il Bramino. “Secondo il Testamento, avremmo dovuto farlo noi, proteggendo la conoscenza e impartendola ai cercatori. Ma perché la conoscenza possa essere trasmessa, prima deve essere ottenuta. Tuttavia, chi tra noi oserebbe andare fin lassù?”, chiese tra sé, alzando gli occhi verso il soffitto con un sospiro.
“A causa delle radiazioni?”, disse Artyom comprensivo.
“Anche per quello, ma per lo più a causa dei bibliotecari”, ribatté Daniel con voce pacata.
“Ma tu non fai parte dei bibliotecari? O per lo meno non sei uno dei loro discendenti? Io credevo che fosse così”.
“Senti, non parliamone a tavola. Anzi, preferirei che te lo spiegasse qualcun altro. A me non piace parlare di questo argomento”.
Daniel si mise a sparecchiare, poi dopo averci riflettuto per un momento, spostò di lato alcuni libri su uno scaffale, rivelando uno spazio vuoto tra i volumi della fila posteriore, dove luccicava una bottiglia panciuta di liquore fatto in casa. I bicchierini erano tra le stoviglie. Per qualche minuto Artyom si era divertito a esaminare le diverse scaffalature, ma dopo un po’ decise di spezzare il silenzio.
“Wow, hai davvero moltissimi libri”, esclamò. “Dove vivo io, alla VDNKh, non credo che ce ne siano tanti nemmeno alla biblioteca. Li ho già letti tutti molto tempo fa. Raramente arriva qualcosa di interessante. Solo il mio patrigno mi porta opere interessanti, mentre le valigie dei mercanti non contengono altro che stupidaggini, come romanzi gialli, in cui la metà delle volte non si riesce nemmeno a capire cosa succede. Questa è l’altra ragione per la quale sognavo di avere accesso alla Polis, per la Grande Biblioteca. Non riesco nemmeno a immaginare quanti libri devono esserci al suo interno, se hanno dovuto costruire un luogo tanto immenso per conservarli”, e fece un cenno con la testa in direzione del disegno sopra il tavolo. Gli occhi di entrambi baluginavano a causa dell’alcool. Daniel, lusingato dalle parole di Artyom, si piegò in avanti dichiarò con voce grave: “Tutti quei volumi non hanno senso. La Grande Biblioteca non è stata costruita per loro. Al suo interno non sono conservati i libri”.
Artyom lo guardò con estrema sorpresa. Il Bramino aprì la bocca per continuare, ma si alzò improvvisamente dalla sedia, andò alla porta, la spalancò e si mise all’ascolto. Quindi la richiuse, si sedette e sussurrò la fine di ciò che stava dicendo: “La Grande Biblioteca è stata costruita per un unico Libro. Al suo interno vi è nascosto solo quello. Gli altri servono solo a celarlo. A dire la verità, noi lo stiamo cercando”, aggiunse, visibilmente in imbarazzo.
“Di che libro si tratta?”, domandò Artyom, anch’egli abbassando la voce.
“Un antico volume: le pagine sono nero ardesia e al suo interno è descritta, a lettere d’oro, la Storia, fino alla fine”.
“Perché lo state cercando?”, gli chiese Artyom con un filo di voce.
“Non capisci davvero?”, domandò il Bramino, scuotendo il capo. “‘Fino alla fine’ significa davvero fino alla fine. Manca ancora del tempo prima di arrivarci... perciò chiunque ne sia a conoscenza...”
Un’ombra traslucida si illuminò al di là delle tendine e Artyom, sebbene stesse guardando Daniel negli occhi, la notò e gli fece un cenno. Interrompendo il racconto a metà della frase, Daniel saltò in piedi e si fiondò alla porta. Artyom lo seguì a ruota.
Sulla piattaforma non c’era nessuno, ma in direzione del passaggio si udivano dei passi che si allontanavano. Le sentinelle erano assopite sulle loro sedie da entrambi i lati della scala mobile.
Quando ritornarono all’interno della stanza, Artyom attese affinché il Bramino continuasse la sua storia, ma quest’ultimo era tornato sobrio e scosse la testa con cipiglio.
“Abbiamo il divieto assoluto di raccontare questa storia”, disse seccamente. “La parte sul Testamento è solo per gli iniziati. L’alcool mi ha sciolto la lingua”, fece una smorfia irritata. “E non pensare nemmeno lontanamente di riferire a qualcuno la storia che hai ascoltato! Se vengono a sapere che sei a conoscenza dell’esistenza del Libro, tu avrai guai a non finire, e anche io”.
A quel punto Artyom comprese perché le mani avevano cominciato a sudargli quando il Bramino gli aveva raccontato del Libro. Si ricordò.
“Di questi libri, ce ne sono diversi, non è così?”, domandò e il suo cuore quasi si fermò per un istante.
Daniel lo guardò cauto negli occhi.
“Che vuoi dire?”
“‘Dobbiamo temere le verità celate negli antichi volumi in cui le parole sono stampate in oro, su pagine nero ardesia dove rimarranno per sempre’”, recitò, mentre il viso senza espressione di Bourbon gli si ripresentava davanti agli occhi, avvolto da una nebbia, mentre in modo meccanico ripeteva parole strane, incomprensibili.
Il Bramino lo fissava sbalordito.
“Come fai a saperlo?”
“Ho avuto una rivelazione. Non esiste un solo Libro... Cosa contengono gli altri?”, domandò Artyom, osservando il disegno della Biblioteca come se fosse vittima di un incantesimo.
“Ne è rimasto uno solo. I volumi erano tre”, spiegò Daniel in segno di resa. “Il Passato, il Presente e il Futuro. Il Passato e il Presente sono scomparsi secoli fa. È rimasto solo l’ultimo volume, il più importante”.
“E dove si trova?”
“Non si sa con esattezza, deve trovarsi negli Archivi principali. Ci sono più di quaranta milioni di volumi ed Esso è tra questi, sia il suo aspetto che la rilegatura sono normali; per riconoscerlo, bisogna aprirlo e sfogliarlo. Secondo la leggenda, le pagine del volume sono nere. Ma ci vorrebbero settant’anni, senza mai dormire o riposarsi, per controllare tutti i libri che si trovano negli Archivi principali. Ma prima di tutto, non si può stare lassù per più di un giorno e in secondo luogo nessuno ti permetterebbe di guardare ogni singolo libro che si trova in quel posto. Questo è tutto”.
Mise delle coperte sul pavimento, accese una candela sul tavolo e spense la luce. Artyom si distese controvoglia. Non aveva sonno, sebbene non si ricordasse quale fosse l’ultima volta che era riuscito a riposarsi un po’.
“Mi domando: si riesce a scorgere il Cremlino quando si va alla Biblioteca?”, chiese all’aria, perché Daniel si stava già addormentando.
“Ma certo. Solo che non lo si può guardare, perché ti risucchia”, mormorò.
“Che significa ‘ti risucchia’?”
Daniel si alzò sul gomito mentre il suo viso incorniciato da una smorfia d’irritazione veniva illuminato da una macchia di luce gialla.
“Gli stalker sostengono che, quando si va in superficie, non si può osservare il Cremlino e in particolare non le stelle sulle torri. Non appena lo guardi non riesci più a distogliere lo sguardo. Se lo fissi troppo a lungo, le stelle del Cremlino ti risucchiano. C’è un motivo per cui i cancelli rimangono spalancati e perché gli stalker non salgono mai nella Grande Biblioteca da soli: se uno rivolge lo sguardo al Cremlino, l’altro cerca di distrarlo subito”.
“Che c’è dentro al Cremlino?”, sussurrò Artyom deglutendo.
“Nessuno lo sa, perché tra coloro che sono riusciti a entrare, nessuno è mai tornato indietro. Se vuoi, là su quello scaffale, c’è un libro con una storia interessante sulle stelle e sulle svastiche, tra cui quelle sulle torri del Cremlino”. Si alzò, cercò a tastoni il libro sullo scaffale, lo aprì sulla pagina giusta e tornò sotto la sua coperta.
Daniel si addormentò in un paio di minuti, ma Artyom avvicinò la candela e si mise a leggere.
“... dal momento che erano il gruppo politico meno numeroso e meno influente che intendesse raggiungere il potere in Russia dopo la prima rivoluzione, i Bolscevichi non venivano considerati avversari pericolosi da nessuna delle fazioni opposte. Non godevano del supporto della classe contadina e si affidavano ai pochi sostenitori della classe operaia e nella marina. Lenin, che aveva studiato alchimia e invocazione degli spiriti presso delle scuole svizzere segrete, riuscì a trovare i suoi alleati principali dall’altra parte della barriera tra i mondi. È proprio in questo periodo che il pentagramma apparve per la prima volta come simbolo del movimento comunista all’interno dell’Armata Rossa”.
“Come è noto, il pentagramma è il portale tra i mondi più diffuso e accessibile ai novizi, che permette ai demoni di avere accesso alla nostra realtà. Allo stesso tempo, se il creatore di un pentagramma lo usa nella maniera corretta, può controllare i demoni evocati nel nostro mondo e loro gli devono obbedire. Di solito, per controllare al meglio una creatura evocata, viene disegnato un cerchio di protezione attorno al simbolo, per impedire ai demoni di fuggire al di là dell’anello”.
“Non è noto come il leader del movimento comunista fosse stato in grado di ottenere ciò che avevano cercato i più potenti maghi oscuri di tutte le ere: stabilire delle connessioni tra i signori dei demoni che controllavano orde di loro simili. Gli esperti sono convinti che i signori stessi, avendo percepito che la guerra era stata annunciata e che il più orribile spargimento di sangue di tutta la storia dell’umanità si stava avvicinando al confine tra i due mondi, evocarono coloro che sarebbero stati in grado di raccogliere delle vite umane per loro conto. In cambio, gli promisero supporto e protezione”.
“La storia del modo in cui la leadership bolscevica venne fondata dall’intelligence tedesca è vera, ma sarebbe sciocco e superficiale credere che fu solamente grazie ai suoi compagni stranieri che Lenin e i suoi furono in grado di guadagnarsi il loro favore. Persino allora, il futuro leader comunista aveva dei protettori molto più potenti e saggi degli ufficiali appartenenti all’intelligence militare della Germania del Kaiser”.
“Ovviamente, i dettagli del patto con i poteri dell’oscurità non sono accessibili ai ricercatori moderni. Tuttavia, il risultato è chiaro: dopo un breve periodo di tempo, i pentagrammi apparvero sugli stendardi e sui copricapi dei soldati dell’Armata Rossa, ma anche sul loro equipaggiamento militare, allora decisamente scarso. Ognuno di essi apriva una porta a un demone protettore che aveva accesso al nostro mondo e che proteggeva dalle violenze esterne colui che indossava il pentagramma. Come sempre, in cambio, i demoni venivano ripagati con del sangue. Solo nel ventunesimo secolo, secondo le stime più ottimistiche, furono sacrificati circa trenta milioni di abitanti del paese”.
“Il patto con i signori dei poteri evocati si giustificò all’istante: i Bolscevichi salirono al potere e lo consolidarono. Lo stesso Lenin, che era servito da intermediario tra i due mondi, non riuscì a sopportare tutto ciò e morì a soli cinquantaquattro anni, consumato dall’interno dalle fiamme dell’inferno; tuttavia, i suoi seguaci continuarono la sua opera senza alcuna esitazione. Subito dopo il paese venne demonizzato. I bambini si appuntarono i loro primi pentagrammi al petto. Pochi sanno che, sin dal primo momento, il rituale dell’iniziazione dei Piccoli ottobristi richiedeva che la spilla bucasse la pelle del bambino. In questo modo, il demone della ‘stella’ del Piccolo ottobrista avrebbe assaggiato il sapore del sangue del proprio ospite futuro, instaurando con lui un rapporto sacro, una volta e per sempre. Crescendo e diventando un Pioniere, il bambino avrebbe ricevuto un nuovo pentagramma e una parte dell’essenza del patto sarebbe stata rivelata a coloro che avessero avuto un’intuizione: un ritratto del leader stampato sull’oro, avvolto tra le fiamme nelle quali scompariva. In questo modo la generazione in ascesa ricordava il suo eroico atto di abnegazione. Dopodiché veniva il Komsomol e infine si poteva arrivare tranquillamente alla casta dei sacerdoti, il Partito comunista”.
“Miriadi di spiriti evocati proteggevano tutto e tutti all’interno dei confini dello stato sovietico: bambini e adulti, edifici ed equipaggiamenti, mentre i signori dei demoni si stabilivano nei giganteschi pentagrammi di rubino delle torri del Cremlino, confinandosi di propria spontanea volontà solo per riuscire ad aumentare il loro potere. Da questo particolare punto, linee invisibili di forza si diffondevano in tutto il paese, prevenendo il caos e il tracollo, assoggettando gli abitanti al volere di coloro che occupavano il Cremlino. In un certo senso, l’intera Unione Sovietica si trasformò in un enorme pentagramma, il cui perimetro divenne il confine della nazione stessa”.
Artyom alzò la testa dalla pagina del libro e si guardò intorno. La candela si era quasi del tutto consumata e la cera aveva cominciato a emettere fumo. Daniel dormiva della grossa, con la faccia rivolta verso il muro. Artyom si stiracchiò e tornò al libro.
“La prova suprema per il potere sovietico fu lo scontro con la Germania nazionalsocialista. Protetta da poteri non meno antichi e potenti di quelli che si trovavano nell’Unione Sovietica, la corazzata della nazione teutonica avrebbe potuto penetrare nelle profondità del nostro paese per la seconda volta in mille anni. Ma in questa occasione sui loro stendardi troneggiava il simbolo rovesciato del sole, della luce e della prosperità. Da quel giorno, cinquant’anni dopo la Vittoria, i carri armati con i pentagrammi sulle torrette si scontravano in battaglia perpetua contro i cingolati con le svastiche: nei musei, sugli schermi televisivi, sui fogli di carta millimetrata staccati dai blocchi usati a scuola...”
La candela tremolò un’ultima volta e si spense. Era ora di dormire.

Dando le spalle al monumento, si riusciva a intravvedere una piccola sezione del muro altissimo e delle sagome delle torri appuntite che si stagliavano contro il cielo nello spazio tra le case mezze distrutte. Ma, come gli era stato spiegato, non avrebbe potuto girarsi a osservarle. Inoltre, era obbligatorio sorvegliare porte e scalini, perché nel caso fosse accaduto qualcosa, si sarebbe dovuto suonare l’allarme; tuttavia, anche se si osava solo dare un’occhiata, era finita, si era spacciati e anche altri avrebbero sofferto per quel gesto.
Di conseguenza, Artyom se ne stava fermo immobile, malgrado il desiderio di girarsi e di guardare lo stesse divorando.
Nel frattempo, esaminò il monumento, sulla cui base cresceva copioso del muschio. La statua rappresentava un anziano dall’espressione cupa, seduto su una poltrona capace e appoggiato su un gomito. Qualcosa gocciolava lento e denso dai buchi delle sue pupille bronzee fino al petto, dando l’impressione che il monumento stesse piangendo.
Era insopportabile guardarlo troppo a lungo. Perciò, Artyom girò intorno alla statua e controllò attento le porte. Era tutto tranquillo, il silenzio era totale e si udiva solamente una brezza leggera che sfiorava le varie carcasse degli edifici. Il distaccamento si era allontanato diverso tempo prima, ma i superiori non avevano permesso al ragazzo di proseguire con il gruppo. Gli avevano ordinato di stare di guardia e, se fosse accaduto qualcosa, di scendere nella stazione per dare l’allarme e informare gli altri su cos’era successo.
Il tempo passava lento, il ragazzo lo misurava con i suoi passi che ritmava tutt’attorno al monumento: uno, due, tre...
Successe quando arrivò al cinquecentesimo: udì un frastuono e un ringhio alle sue spalle, dove non poteva guardare. C’era qualcosa lì vicino a lui, che avrebbe potuto aggredirlo da un momento all’altro. Si fermò, tese le orecchie, poi si gettò a terra, a filo della base della statua, con l’arma pronta.
Ora era ancora più vicino, lo sentiva dall’altra parte del monumento, distingueva il rauco respiro animalesco. Muovendosi lungo il blocco alla base della statua, si avvicinò pian piano alla fonte del rumore. Voleva fare in modo che le mani non gli tremassero e che il suo sguardo rimanesse fisso sul luogo in cui la creatura sarebbe apparsa.
All’improvviso, il respiro e il rumore dei passi cominciarono a battere la ritirata. Ma quando Artyom guardò oltre la statua per approfittare dell’opportunità di sparare alle spalle del nemico sconosciuto, si scordò immediatamente sia del suo oppositore che di tutto il resto.
La stella sulla torre del Cremlino era chiaramente visibile da quel punto. La torre stessa rimaneva solo una vaga sagoma alla luce instabile di una luna semi coperta dalle nuvole; al contrario la stella spiccava contro il cielo, attirando l’attenzione di chiunque la osservasse, per una ragione comprensibilissima: luccicava. Artyom non credeva ai suoi occhi, perciò afferrò il cannocchiale. La stella bruciava di un potente rosso acceso, illuminando per diversi metri lo spazio attorno a sé e quando il ragazzo la guardò più da vicino, notò che il fuoco che emetteva era irregolare, come se dentro al rubino gigante fosse confinata una tempesta; brillava a intermittenza, come se al suo interno ci fosse qualcosa che scorreva, ribolliva, che stava per esplodere... Era uno spettacolo di una bellezza incredibile, impossibile da osservare a questo mondo; tuttavia, non era granché visibile da una tale distanza. Doveva avvicinarsi.
Spostandosi l’arma sulla spalla, Artyom corse giù dalle scale, saltò sull’asfalto crepato della strada e si fermò nell’unico angolo da cui potesse vedere tutti i muri del Cremlino... oltre naturalmente alle torri. Ciascuna di essere irradiava quella luce dalla sua stella rossa. Artyom quasi non riusciva a riprendere fiato, ma provò di nuovo a guardare attraverso il cannocchiale. Le stelle ardevano, ribollivano con lo stesso splendore irregolare. Avrebbe desiderato osservarle per sempre.
Concentrandosi su quella più vicina, il giovane si mise ad ammirare i flussi fantastici, finché all’improvviso non gli parve di poter individuare anche la forma di ciò che si muoveva all’interno, sotto la superficie cristallina.
Per meglio distinguere gli strani contorni, doveva avvicinarsi di più. Si era totalmente scordato di tutti i pericoli e si era fermato nel bel mezzo di uno spazio aperto, tenendo il binocolo incollato agli occhi per cercare di capire cosa era riuscito a intravvedere.
Infine si ricordò: i signori dei demoni. I marescialli di un esercito di spiriti impuri che erano stati evocati per difendere lo stato sovietico. Il paese e il mondo intero erano ridotti in pezzi, ma i pentagrammi sulle torri del Cremlino erano rimasti intatti: i governatori che avevano stretto il patto con i demoni erano deceduti molto tempo prima e non c’era più nessuno che poteva liberarli... Nessuno? Magari avrebbe potuto provarci lui...
Però prima devo trovare i cancelli, pensò. Devo trovare un modo per entrare...

“Svegliati! Tra poco devi andare!”, era Daniel che lo scuoteva.
Artyom sbadigliò e si sfregò gli occhi. Aveva fatto un sogno interessantissimo, ma non appena si era svegliato era svanito all’instante e non riusciva a ricordare cosa avesse visto. Tutte le luci della stazione erano già accese e sentiva anche il vociare allegro delle donne delle pulizie che spazzavano le piattaforme.
Inforcò gli occhiali scuri e si avviò verso i bagni per darsi una ripulita con l’asciugamano, non esattamente pulito, che il padrone di casa gli aveva prestato. Le toilette si trovavano dalla stessa parte del pannello di bronzo e la fila di persone in attesa non era propriamente breve. Si mise in attesa, continuando a sbadigliare e cercando di ricordare almeno qualcuna delle immagini del suo sogno.
Per qualche strana ragione la fila si fermò e le persone in attesa si misero a parlottare a voce alta. Cercando di capire quale fosse il problema, Artyom si guardò attorno. Tutti gli sguardi erano fissati su una porta di ferro che fino a un momento prima era sprangata: si era aperta e ne era apparso un uomo altissimo. Quando lo vide, anche il ragazzo dimenticò dove si trovasse.
Era uno stalker.
Li aveva immaginati esattamente così, sia dalle storie del patrigno che dalle voci che aveva raccolto qua e là dai mercanti girovaghi. Lo stalker indossava una tuta protettiva macchiata e in alcuni punti bruciacchiata, oltre a un lungo e pesante giubbotto antiproiettile. Le spalle erano ampie e da quella destra pendeva, come se niente fosse, una mitraglietta, mentre una cintura di proiettili splendente e ben oliata era appoggiata sull’altra come una bandoliera. Portava un paio di scarponi stringati ma grossolani, nei quali erano infilati i pantaloni. Sulle spalle aveva un grosso zaino di tela.
Lo stalker si levò l’elmetto rotondo delle forze speciali insieme alla maschera antigas in gomma e rimase lì fermo, rosso in viso e bagnato, a discorrere di qualcosa con il comandante del luogo. Non era più molto giovane: Artyom notò una barba ispida e grigia sulle guance e sul mento, oltre a qualche filo argenteo tra i corti capelli neri. Tuttavia l’uomo emanava un senso di potenza e di sicurezza in sé, era totalmente a suo agio e, persino qui, in una stazione calma e serena come questa, sarebbe stato pronto ad affrontare il pericolo; non si sarebbe fatto cogliere alla sprovvista.
Ormai Artyom era l’unico che continuava a fissare, senza troppe cerimonie, il nuovo arrivato. La gente dietro di lui cercava di incitarlo ad avanzare, poi cominciò a superarlo.
“Artyom! Perché sei tanto in ritardo? Se non fai attenzione arriverai tardi!”. Daniel era venuto a cercarlo.
Sentendo il suo nome, lo stalker si voltò verso Artyom, lo guardò attentamente, poi fece un lungo passo verso di lui.
“Vieni dalla VDNKh?”, gli domandò con una profonda voce sonora.
Artyom annuì in silenzio e sentì che le ginocchia cominciavano a tremargli.
“Sei tu che stai cercando Melnik?”, continuò lo stalker.
Artyom annuì di nuovo.
“Io sono Melnik. Hai qualcosa per me?”, lo stalker guardò Artyom negli occhi.
Il ragazzo agguantò in tutta fretta lo spago che aveva legato al collo, con il bossolo cilindrico. Gli sembrava strano doversene separare, era diventato un talismano, ma comunque lo porse allo stalker.
Quest’ultimo si tolse i guanti di pelle, aprì il coperchio ed estrasse con attenzione qualcosa dalla piccola capsula. Era un pezzo di carta. Un biglietto.
“Vieni con me. Non ce l’ho fatta ad arrivare ieri. Mi dispiace. La telefonata è giunta quando ci stavamo già dirigendo in superficie”.
Artyom salutò, ringraziò velocemente Daniel e si mise a inseguire Melnik su per le scale mobili che conducevano al passaggio con l’Arbatskaya.
“Ha notizie da Hunter?”, domandò con imbarazzo, quasi non riusciva a stare dietro alle lunghe falcate dello stalker.
“Mai più sentito. Temo che tu debba chiederlo ai tuoi amici Tetri”, rispose Melnik, voltandosi e guardando Artyom da sopra le spalle. “D’altro canto, si potrebbe dire che ci sono fin troppe novità dalla VDNKh”.
Artyom sentì il cuore battere con maggiore forza.
“Quali novità?”, chiese cercando di non far notare il tono preoccupato nella sua voce.
“Niente di buono”, rispose lo stalker, freddo. “I Tetri sono tornati all’attacco. Una settimana fa c’è stata una dura battaglia e sono rimaste uccise cinque persone. Sembra che il numero dei Tetri sia salito ancora. La gente sta cominciando a fuggire dalla stazione, perché dicono di non riuscire a sopportare l’orrore. Hunter aveva ragione quando mi ha riferito che laggiù si nascondeva qualcosa di sinistro. Riusciva a sentirlo”.
“Chi è morto, lo sa?”. Artyom era spaventato, cercava di ricordarsi chi sarebbe dovuto essere di pattuglia quel giorno, una settimana prima... Che giorno era oggi? Era Zhenka? Andrey? Ti prego, fai che non fosse Zhenka...
“Non saprei. Non basta che quei non morti si insinuino nelle gallerie, c’è anche qualcosa di sinistro nei tunnel attorno alla Prospekt Mira. Le persone che li percorrono perdono la memoria e in molti sono morti sui binari.”
“Cosa possiamo fare?”
“Oggi c’è la riunione del Consiglio. Gli anziani Bramini e i generali discuteranno, anche se dubito che potranno aiutare la tua stazione. Riescono a malapena a difendere la Polis, e comunque perché non c’è ancora stato nessuno che abbia fatto un tentativo serio in quella direzione”.
Uscirono sulla piattaforma dell’Arbatskaya. Anche qui bruciavano le lampade al mercurio e, proprio come alla Borovitskaya, gli “appartamenti” si trovavano tra gli archi murati. Le sentinelle stavano di guardia ad alcuni di essi e, in generale, c’era un numero di soldati stranamente superiore rispetto al solito. Le pareti erano bianche e in alcuni punti erano appesi stendardi da parata dell’esercito, con ricami dorati rappresentanti aquile, che sembravano quasi insensibili al passare del tempo. C’era molto movimento: i Bramini camminavano senza fretta con le loro tuniche lunghe, mentre le donne delle pulizie lavavano il pavimento e rimproveravano coloro che cercavano di passare sulle zone ancora bagnate. Anche qui c’erano diverse persone provenienti da altre stazioni. Le si poteva identificare dagli occhiali scuri o dal modo in cui usavano le mani per proteggersi mentre strizzavano gli occhi. Gli unici quartieri residenziali e amministrativi si trovavano sulla piattaforma, mentre la zona dei commercianti e di coloro che vendevano cibo si trovava sui passaggi.
Melnik condusse Artyom alla fine della piattaforma, dove cominciavano gli uffici, lo fece sedere su una panchina di marmo dai profili in legno, lucidata dal contatto con migliaia di passeggeri e gli chiese di attendere, quindi se ne andò.
Osservando gli stucchi intricati che decoravano il soffitto, Artyom rifletté che la Polis era stata all’altezza delle sue aspettative. Qui la vita era organizzata in maniera completamente diversa, la gente non era accanita, esasperata o intimidita come nelle altre stazioni. La conoscenza, i libri e la cultura avevano un ruolo fondamentale. Nel passaggio tra la Borovitskaya e l’Arbatskaya avevano superato almeno cinque bancarelle di libri. C’erano persino dei poster che annunciavano la messa in scena di opere di Shakespeare la sera successiva e, proprio come alla Borovitskaya, si sentiva della musica provenire da tutte le direzioni.
Il passaggio ed entrambe le stazioni erano mantenuti in condizioni eccellenti. Nonostante le macchie e le infiltrazioni fossero evidenti sulle pareti, tutti i danni venivano immediatamente riparati dalle squadre di manutenzione, che si ritrovavano dappertutto, sempre frettolose. Per curiosità, Artyom diede un’occhiata alla galleria, dove notò che tutto era in perfetto ordine, era pulito e asciutto; a intervalli di cento metri e fin dove l’occhio riusciva ad arrivare, era accesa una lampadina elettrica. Di tanto in tanto passavano dei carrelli a mano pieni di casse, si fermavano per scaricare qualche passeggero o per caricare una scatola di libri che la Polis mandava nel resto della Metro.
“Ben presto tutto ciò finirà”, meditò Artyom dal nulla. “La VDNKh non potrà più sopportare la pressione di quei mostri... E ciò non mi meraviglia”, disse tra sé, ricordando una sera passata al posto di guardia, quando avevano dovuto contenere un attacco dei Tetri, oltre a tutti gli incubi che lo avevano tormentato dopo quello scontro.
Era vero che la VDNKh stava cedendo? Questo significava che non aveva più una casa. Chissà se i suoi amici e il suo patrigno erano riusciti a fuggire e, in quel caso, se sarebbe mai riuscito a rincontrarli un giorno, nella Metropolitana. Se Melnik gli avesse detto che aveva completato la sua missione e che non avrebbe dovuto fare altro, allora si promise che sarebbe tornato a casa. Se la sua stazione era destinata a fare la parte di una forza di copertura solitaria contro i Tetri e se i suoi amici e i suoi parenti erano destinati a morire per difenderla, avrebbe preferito essere con loro piuttosto che rifugiarsi in questo paradiso. All’improvviso, sentì il bisogno impellente di tornare a casa, intravvedere le due file di tende dell’esercito, la fabbrica di tè... e di starsene a parlare del più e del meno con Zhenka, raccontargli tutte le sue avventure. Di sicuro non avrebbe creduto alla metà di quello che gli era accaduto... sempre che fosse ancora vivo.
“Forza, Artyom”, lo chiamò Melnik. “Ti vogliono parlare”.
Si era liberato della tuta di protezione e indossava un maglione a collo alto, un cappello nero della marina senza alcuno stemma particolare e pantaloni multitasche, gli stessi che portava anche Hunter. In qualche modo, lo stalker gli ricordava il cacciatore, non per il suo aspetto ma per il comportamento: era controllato e forte, parlava nello stessa maniera, usando frasi brevi, telegrafiche.
Le pareti degli uffici erano ricoperte di legno di quercia macchiato, su cui erano appesi due grandi dipinti a olio, uno di fronte all’altro. Artyom riconobbe subito la Biblioteca del primo quadro, mentre l’altro rappresentava un gigantesco edificio in pietra bianca. La didascalia sotto di esso riportava la scritta: “Stato maggiore, Ministero della difesa della Federazione russa”.
Nel mezzo della stanza spaziosa si trovava un enorme tavolo in legno, al quale erano seduti dieci uomini, che osservavano attenti Artyom. Metà di loro indossava le tuniche grigie dei Bramini, mentre gli altri portavano uniformi militari da ufficiali. Come notò in seguito, gli ufficiali sedevano sotto il quadro dello Stato maggiore, mentre i Bramini stavano sotto quello della Biblioteca.
Un uomo, basso di statura ma dai modi autorevoli, sedeva solenne a capotavola. Portava un paio di occhiali austeri ed era pressoché calvo. Indossava un abito giacca e cravatta e non aveva alcun tatuaggio a designare l’appartenenza a una delle caste.
“Cominciamo”, disse senza nemmeno presentarsi. “Comunicaci tutto quello che sai, compreso ciò che sta succedendo nelle gallerie tra la tua stazione e la Prospekt Mira”.
Artyom cominciò a descrivere nel dettaglio la storia delle battaglie sostenute dalla VDNKh contro i Tetri, poi della missione di Hunter e infine del suo viaggio per giungere fino alla Polis. Quando riferì gli eventi accaduti nelle gallerie tra l’Alekseevskaya, la Rizhskaya e la Prospekt Mira, i soldati e i Bramini cominciarono a sussurrare qualcosa tra loro, alcuni erano increduli, altri animati, mentre un ufficiale che sedeva nell’angolo e registrava tutto il suo racconto, di tanto in tanto gli domandava di ripetere ciò che aveva appena detto.
Quando alla fine la discussione terminò, ad Artyom venne accordato il permesso di continuare la sua storia, che però suscitò poco interesse nel suo pubblico, finché non giunse alla parte relativa alla Polyanka e ai suoi abitanti.
“Se posso!”, lo interruppe uno degli ufficiali, indignato. Aveva cinquant’anni circa, una corporatura massiccia, i capelli tirati indietro e indossava un paio di occhiali dalla montatura in metallo che tagliavano a metà il suo grosso setto nasale. “Tutti sanno, senza alcun dubbio, che la Polyanka è disabitata. La stazione è stata abbandonata molto tempo fa. È vero che ogni giorno vi passano almeno una decina di persone, ma nessuno può vivere laggiù: di tanto in tanto vi sono fuoriuscite di gas, ci sono cartelli di pericolo dappertutto. E anche i gatti e i rifiuti cartacei sono stati portati via da tempo. La piattaforma è completamente vuota. Noi non accettiamo questo tipo di insinuazioni”.
Gli altri ufficiali annuirono concordi e Artyom rimase in silenzio, perplesso. Quando si era fermato alla Polyanka, gli era balenato il pensiero che le condizioni tranquille della stazione fossero surreali per la Metropolitana, ma era stato subito distratto dai suoi abitanti, che erano molto più che reali.
Tuttavia, i Bramini non ebbero la stessa reazione furiosa dei militari. Al contrario, il più anziano, l’uomo stempiato con la lunga barba grigia, osservò Artyom con estremo interesse e, in una lingua inintelligibile, scambiò qualche parola con coloro che gli sedevano vicini.
“Ragazzo, quel gas ha proprietà allucinogene se si mescola in proporzioni particolari con l’aria”, spiegò il Bramino che stava alla destra dell’anziano, in tono conciliante.
“Il punto è: ora possiamo credere al resto della sua storia?”, ribatté l’ufficiale, aggrottando le sopracciglia e guardando verso Artyom.
“Grazie per il tuo resoconto”, l’uomo con il completo elegante interruppe la discussione. “Il Consiglio ne discuterà e ti informerà del risultato. Puoi andare”.
Artyom si diresse verso l’uscita. Tutta la conversazione con i due abitanti della Polyanka che fumavano il calumet era stata davvero solo un’allucinazione? Ciò avrebbe significato che l’idea di essere stato selezionato, di poter piegare la realtà per realizzare il proprio destino era un prodotto della sua immaginazione, un tentativo di auto consolazione? Ora persino il misterioso incontro nella galleria tra la Borovitskaya e la Polyanka non gli sembrava più un miracolo. Gas? Gas.
Si sedette sulla panchina di fianco alla porta e non prestò attenzione al vociare distante dei membri del Consiglio che litigavano. La gente gli passava davanti, i carrelli a mano e a motore attraversavano la stazione, i minuti scorrevano e lui rimaneva seduto a pensare. Aveva davvero una missione da compiere o si era immaginato tutto? Cosa avrebbe fatto ora? Dove sarebbe andato? Qualcuno attirò la sua attenzione toccandogli la spalla: era l’ufficiale che durante il suo racconto aveva preso appunti. “I membri del Consiglio hanno deciso che la Polis non può aiutare in alcun modo la tua stazione. Ti ringraziano per il tuo rapporto tanto dettagliato sulla situazione attuale nella Metropolitana. Ora puoi andare”.
Era finita. La Polis non li poteva aiutare. I suoi sforzi non erano serviti a nulla. Aveva fatto tutto ciò che aveva potuto, ma non sarebbe cambiato nulla. Ora sarebbe dovuto ritornare alla VDNKh per assistere spalla a spalla gli uomini rimasti a difenderla. Artyom si alzò dalla panchina e si mise a camminare piano, senza una meta precisa.
Aveva quasi raggiunto il passaggio verso la Borovitskaya, quando udì un leggero colpo di tosse alle sue spalle. Il ragazzo si girò e vide il Bramino del Consiglio, lo stesso che sedeva alla destra dell’anziano.
“Aspetta un attimo, giovanotto. Ritengo che tu e io abbiamo qualcosa di cui discutere... in privato”, aggiunse, sorridendo educatamente. “Se il Consiglio non è in grado di fare qualcosa per te, forse il tuo servo obbediente può darti un aiuto maggiore”.
Afferrò Artyom per il gomito e lo condusse verso uno degli appartamenti in mattoni tra gli archi. Qui non c’erano finestre né luci elettriche, solo la fiammella di una candela, che illuminava i visi delle persone radunate nella stanza. Artyom non riuscì a osservarli bene perché il Bramino che lo aveva scortato fin lì spense la fiamma e la stanza sprofondò nell’oscurità.
“È vero ciò che hai riferito sulla Polyanka?”, domandò una voce indistinta.
“Sì”, rispose Artyom, deciso.
“Sai come la chiamiamo noi Bramini? Quella è la stazione del destino. Lasciamo che i Kshatrya pensino che sia il gas a causare cupe suggestioni, noi non li contraddiciamo. Non ridoneremo la vista al nostro nemico più recente. Noi crediamo che, in quella stazione, le persone possano incontrare dei messaggeri della Provvidenza. Quest’ultima non significa nulla per la maggior parte di loro, perciò si ritrovano ad attraversare una stazione vuota, abbandonata. Ma coloro che hanno incontrato qualcuno alla Polyanka dovrebbero considerare molto attentamente ciò che gli è accaduto e ricordarsi ciò che gli è stato detto per il resto della vita. Tu lo ricordi?”
“L’ho dimenticato”, mentì Artyom, poiché queste persone non gli ispiravano troppa fiducia e gli ricordavano i membri di una setta.
“I nostri anziani sono convinti che tu non sia arrivato qui per caso. Non sei una persona qualunque e le tue abilità speciali, che ti hanno salvato diverse volte, ci possono aiutare. In cambio vogliamo dare una mano a te e alla tua stazione. Siamo i guardiani della conoscenza e abbiamo informazioni che potrebbero salvare la VDNKh”.
“Cosa c’entra la VDNKh?”, si agitò Artyom. “Parlate esclusivamente della VDNKh! Non capite che non sono venuto qui solo per salvare la mia stazione e non per una serie di eventi sfortunati! Tutti, tutti voi, siete in pericolo! La VDNKh sarà la prima a cadere, poi il resto della linea e in seguito tutta la Metropolitana...”
Nessuno rispose. Il silenzio si fece più fitto. Si udivano solo i respiri ritmici dei presenti. Artyom attese ancora un po’, poi, incapace di starsene zitto, domandò: “Che devo fare?”
“Sali, recati agli Archivi principali. Trova ciò che ci appartiene di diritto e riportacelo qui. Se riuscirai a trovare ciò che stiamo cercando, ti conferiremo la conoscenza che ti aiuterà a distruggere la minaccia. E che la Grande Biblioteca possa bruciare se mento”.