Metro 2033 – Capitolo 11

CAPITOLO 11 : NON CI CREDO


Artyom decise che non aveva più senso fingere e, onesto, scosse la testa.
“Te lo riveleranno alla Torre di guardia, insieme a molto altro. I tuoi occhi si apriranno e finalmente potrai vedere anche i dettagli più incredibili”, proclamò fratello Timothy. “Sai cosa disse Gesù Cristo, figlio di Dio, ai suoi discepoli di Laodicea?”. Vedendo Artyom che distoglieva lo sguardo, l’uomo, paziente, scosse il capo in segno di rimprovero. “Gesù disse: ‘Vi chiedo di comprarmi del balsamo, con il quale potrò ungere i vostri occhi, così potrete vedere’. Ma Gesù non parlava di una malattia fisica”, sottolineò fratello Timothy, alzando il dito indice; la sua voce assunse un tono esaltato, un’intonazione stimolante che prometteva alle menti avide di sapere un seguito strabiliante.
Artyom espresse subito un vivace interesse.
“Gesù si riferisce alla cecità spirituale, che deve essere curata”, affermò Timothy, per svelargli l’enigma. “Proprio come te, migliaia sono le anime perdute che vagano cieche nell’oscurità. Ma la fede nel nostro vero Dio, Geova, è quel balsamo che apre gli occhi e permette di vedere il mondo per quello che è realmente. I tuoi occhi riescono a vedere, ma gli occhi dello spirito sono ciechi”.
Artyom meditò che una buona pomata avrebbe fatto miracoli con il suo occhio, quattro giorni prima. Dato che non rispose, fratello Timothy decise che questa idea complessa richiedeva un’interpretazione più profonda e per qualche istante non parlò, per permettere ad Artyom di comprendere meglio ciò che aveva udito.
Ma dopo cinque minuti, scorsero una luce tremolante davanti a loro e fratello Timothy interruppe le sue riflessioni e gli riferì l’esaltante notizia: “Vedi quella luce laggiù? È la Torre di guardia. Ci siamo!”
In realtà non c’era alcuna torre e Artyom ne rimase deluso. All’interno della galleria c’era soltanto un normale treno, le cui flebili luci rischiaravano l’oscurità fino a quindici metri più avanti. Quando fratello Timothy e Artyom ci arrivarono, dalla carrozza della manutenzione scese un uomo cicciotto, con indosso una veste uguale a quella di fratello Timothy e li andò a salutare; abbracciò l’uomo dalle guance rosee e lo chiamò “mio amato fratello”, da cui Artyom dedusse che si trattava di un modo di dire più che di una vera e propria dichiarazione d’affetto.
“Chi è questo giovane?”, domandò l’uomo cicciottello, a bassa voce, mentre sorrideva dolcemente ad Artyom.
“È Artyom, un nostro nuovo fratello. Desidera camminare con noi sul sentiero della Verità, per studiare la Sacra Bibbia e rinunciare al Diavolo”, spiegò Timothy dalle guance rosse.
“Allora permetti alla Torre di guardia di darti il benvenuto, mio amato fratello Artyom!”, recitò con voce monotona il ciccione. Il ragazzo si sorprese di nuovo del fatto che nemmeno lui sembrava notare il puzzo insopportabile che aveva ormai pervaso tutta la sua persona.
“E ora”, disse in tono sommesso fratello Timothy, mentre avanzavano tranquilli verso il primo convoglio “prima che tu possa incontrare gli altri fratelli nella Sala del regno, dovrai ripulire il tuo corpo, poiché Geova è puro e sacro e si aspetta che i suoi discepoli si curino della loro purezza spirituale, morale e fisica, oltre a quella del pensiero. Viviamo in un mondo impuro”, sostenne, dando un’occhiata agli abiti di Artyom, in pessime condizioni, “e ci dobbiamo sforzare il più possibile per rimanere senza macchia agli occhi di Dio, fratello mio”, concluse e condusse in tutta fretta il ragazzo verso un angolo ricoperto da teloni di plastica, non lontano dall’entrata della carrozza. Timothy gli chiese di spogliarsi e gli porse una saponetta dall’odore nauseante. Cinque minuti dopo cominciò a fare scorrere l’acqua da un tubo di gomma.
Artyom cercò di non pensare da cosa fosse ricavato il sapone; in ogni caso, non solo si liberò della sporcizia sulla sua pelle, ma riassorbì il puzzo disgustoso che emanava il suo corpo. Quando la procedura fu completata, fratello Timothy porse ad Artyom una tunica relativamente pulita, proprio come la sua, e guardò in tono riprovatorio il bossolo che aveva legato al collo, immaginando che si trattasse di un talismano pagano; tuttavia si limitò a un semplice sguardo di rimprovero.
Artyom era sorpreso anche dal fatto che questo strano treno si fosse fermato, chissà quando, nel bel mezzo della galleria e ora serviva da rifugio ai confratelli, che chissà come erano riusciti a fare arrivare l’acqua, fresca e copiosa, fino a quel luogo.
Ma quando Artyom gli chiese informazioni sull’acqua proveniente dal tubo di gomma e su come fosse possibile costruire una tale struttura, fratello Timothy si limitò a sorridere misteriosamente e a dichiarare che la sola aspirazione di compiacere Geova spingeva le persone ad atti eroici e gloriosi. La spiegazione fu molto vaga, ma gli sarebbe dovuta bastare.
Quindi entrarono nel secondo vagone, in cui erano stati costruiti lunghi tavoli tra rigide panchine, che al momento erano vuote. Fratello Timothy si accostò a un uomo che sembrava stesse facendo un incantesimo davanti a un grande calderone, da cui fuoriusciva un vapore profumatissimo; poi tornò con un grande piatto di una sorta di minestra acquosa, che però si rivelò abbastanza mangiabile, sebbene Artyom non fu in grado di comprendere con cosa fosse stata preparata.
Mentre mangiava avidamente la zuppa calda con un vecchio cucchiaio d’alluminio, fratello Timothy lo osservava con un’espressione affettuosa, senza perdere l’occasione di persuaderlo con i suoi discorsi: “Non pensare che io non mi fidi di te, fratello, ma la tua risposta alla mia domanda sulla fede in Dio non mi è parsa convinta. Riesci davvero a immaginare un mondo in cui Lui non esista? Il nostro mondo non può essersi creato da sé, ma solo in seguito a un atto della Sua saggia volontà. L’infinita varietà di forme di vita, la bellezza della Terra...”, con un cenno del capo, muovendo anche la barba, indicò la sala da pranzo. “È stato tutto generato dal caso?”
Artyom esaminò attentamente lo spazio attorno a sé, ma non vide altre forme di vita, a parte loro due e il cuoco. Si incurvò di nuovo sopra la sua ciotola e emise degli scettici brontolii.
Contrariamente a quanto si aspettava, il suo disaccordo non amareggiò fratello Timothy: l’uomo si era visibilmente rianimato, le sue gote rosee erano avvampate, sembravano quasi infuocate.
“Se tutto ciò ancora non ti convince della Sua esistenza”, continuò fratello Timothy energico, “allora prova a pensarla in maniera diversa: se questo mondo non è la dimostrazione del Suo volere divino, significa che...”, la sua voce si interruppe, come dalla paura. Solo dopo diversi istanti, durante i quali Artyom perse completamente l’appetito, terminò la frase: “Significa che l’uomo è lasciato solo insieme alle sue macchine. La nostra esistenza non ha significato e non ha nemmeno senso prolungarla. Ciò indica che siamo soli, nel vero senso della parola; nessuno si prende cura di noi. Sprofondiamo nel caos e non abbiamo la benché minima speranza che alla fine della galleria vi sia la luce. Vivere in un mondo del genere è spaventoso. È impossibile”.
Artyom non rispose nulla, ma le parole dell’uomo lo fecero riflettere. Fino a quel momento aveva vissuto una vita invasa dal caos più totale, composta da una serie di vicende senza senso, non interconnesse tra loro.
Sebbene questo pensiero lo opprimesse e fosse forte la tentazione di affidare la sua vita a una semplice verità, lo considerava un atto di viltà, poiché grazie al dolore e al dubbio era riuscito a trovare la forza di andare avanti, consapevole che la sua esistenza fosse inutile e che tutti gli esseri viventi avrebbero dovuto resistere all’assurdità e al caos della vita. Ma in quel momento non se la sentiva di contraddire Timothy, che era stato tanto gentile con lui.
Si sentiva soddisfatto e ristorato, provava una sincera gratitudine nei confronti di questa persona che lo aveva trovato stanco, affamato e puzzolente, che gli si era rivolto con una parola di conforto, che gli aveva offerto un pasto caldo e gli aveva persino dato degli abiti puliti. Si sentiva in dovere di ringraziarlo in qualche modo, perciò quando l’uomo lo invitò a partecipare a un incontro con gli altri fratelli, Artyom si alzò subito, dimostrando che sarebbe andato volentieri all’incontro o in qualsiasi altro luogo in cui lo avessero condotto.
Il ritrovo si sarebbe svolto nella carrozza successiva, cioè nella terza, che era stipata di persone di tutti i generi, la maggior parte delle quali indossava una tunica identica alla sua. Al centro era stato posto un piccolo palco; la persona che lo calcava sovrastava tutti gli altri e quasi toccava il soffitto con la testa.
“È cruciale che tu faccia attenzione a tutto ciò che viene detto oggi”, fratello Timothy si preoccupò di dare istruzioni ad Artyom, mentre si faceva strada tra la gente con delle spinte leggere e accompagnava il ragazzo al centro della stanza.
L’oratore era anziano, il viso incorniciato da una bella barba grigia che gli scendeva fin sul petto; aveva gli occhi infossati di un colore indistinguibile e guardava la folla calmo, come un saggio. Il viso non era né snello né tondo, ma solcato da rughe profonde che non lo facevano sembrare debole o indifeso, anzi sottolineavano la sua saggezza: sprigionava una forza inspiegabile.
“Quello è l’Anziano John”, sussurrò fratello Timothy in tono reverenziale. “Sei molto fortunato, fratello Artyom: non appena comincerà il sermone, i suoi insegnamenti ti pervaderanno all’istante”.
L’anziano alzò la mano e il vociare e i mormorii si interruppero subito. Quindi cominciò a parlare, con voce profonda e sonora: “Con la mia prima lezione, miei amati fratelli, capirete ciò che Dio vi sta chiedendo. Per farlo, dovete rispondere a tre domande. Quali informazioni importanti sono contenute nella Bibbia? Chi è l’autore del Libro Sacro? Perché dobbiamo studiarlo?”. Il suo modo di parlare era molto diverso da quello di fratello Timothy, sempre molto intricato. L’anziano infatti parlava in maniera semplice, con proposizioni corte e di facile comprensione. Inizialmente Artyom ne fu sorpreso, ma poi si guardò attorno e notò che la maggior parte delle persone all’interno della sala sarebbe stata in grado di capire solo un discorso lineare e se l’uomo dalle guance rosee si fosse rivolto a loro sarebbe stato come parlare al muro. Nel frattempo, il predicatore dai capelli grigi li informò che la verità di Dio si trovava nella Bibbia, che spiega chi è Lui e quali siano le Sue leggi. Dopodiché prese in analisi la seconda domanda e affermò che la Bibbia fosse stata scritta in più di 1600 anni da una quarantina di persone diverse, tutte ispirate da Dio.
“Proprio per questo”, concluse l’anziano “l’autore della Bibbia non è un uomo, ma è Dio in persona, che vive nei cieli. Ora rispondente, fratelli: perché dobbiamo studiare la Bibbia?”
Senza aspettare che i fratelli rispondessero, spiegò: “Perché conoscere Dio e compiere la Sua volontà sono promesse di vita eterna. Non tutti concorderanno con la vostra scelta di studiare la Bibbia”, li ammonì, “ma non permettete agli altri di impedirvelo!”. Così dicendo gettò un’occhiata severa su tutta la congregazione.
Ci fu un minuto di silenzio e, dopo aver bevuto un sorso d’acqua, l’anziano continuò: “Con la mia seconda lezione, fratelli, voglio rivelarvi chi è Dio. Rispondete a queste tre domande: chi è il vero Dio e qual è il Suo nome? Quali sono i Suoi tratti più importanti? Qual è il modo giusto per rivolgersi a Lui?”
Qualcuno tra il pubblico voleva intervenire e rispondere a una delle domande, ma in cambio ricevette sguardi severi e John, indifferente, continuò: “La gente prega diversi dèi. Ma nella Bibbia troviamo scritto che esiste un unico Dio. Lui ha creato tutto ciò che si trova in cielo e in Terra. Dal momento che è stato Lui a donarci la vita, noi dobbiamo pregare solo Lui. Qual è il nome del vero Dio?”, urlò l’uomo dopo una lunga pausa.
“Geova!”, a gran voce, la folla rispose all’unisono.
Artyom si guardò attorno stranito.
“Il vero nome di Dio è Geova!”, confermò il predicatore. “Ha molti titoli, ma un unico nome. Ricordate il nome del nostro Dio e non rivolgetevi a Lui come dei codardi, usando i Suoi titoli. Chiamatelo per nome! Ora chi mi dice qual è il tratto più importante del nostro Dio?”
Artyom credeva che qualcuno, tra la folla, fosse vagamente più istruito e rispondesse a quella domanda. Infatti, di fianco a lui, un giovane dall’aspetto serio alzò la mano, ma l’anziano lo batté sul tempo.
“La natura di Geova è rivelata nella Bibbia! E i Suoi tratti più importanti sono l’amore, la giustizia, la saggezza e la forza. La Bibbia ci dice che Dio è misericordioso, giusto, pronto a perdonare, magnanimo e paziente. Noi siamo i suoi figli obbedienti e dobbiamo cercare in tutti i modi di essere come Lui”.
La congregazione non obiettò e l’anziano, toccandosi la bellissima barba, domandò: “Dite: come possiamo rivolgerci al nostro Dio Geova? Egli ci dice che dobbiamo pregare solo Lui. Non dobbiamo venerare effigi, icone e simboli. Non dobbiamo rivolgerci a loro! Il nostro Dio non divide la Sua gloria con altre entità! Le immagini sono impotenti, non ci possono aiutare!”, tuonò la voce, con fare quasi minaccioso.
La folla mormorò in segno d’approvazione. Fratello Timothy rivolse il suo viso gioioso e raggiante verso Artyom: “L’anziano John è un grande oratore, grazie a lui le fila della nostra confraternita accrescono ogni giorno di più e la comunità dei discepoli della vera fede si sta allargando!”
Artyom sorrise amaramente. Su di lui, il discorso entusiastico dell’Anziano John non stava avendo lo stesso effetto appassionante che sugli altri appartenenti alla congregazione. Ma forse avrebbe dovuto solo ascoltarlo ancora per un po’?
“Con la mia terza lezione vi insegnerò chi è Gesù Cristo”, affermò l’anziano. “Le mie tre domande sono: perché Gesù Cristo viene chiamato l’unigenito figlio di Dio? Perché si è fatto uomo ed è sceso sulla Terra? Cosa farà Gesù nel prossimo futuro?”
Fu subito chiaro che Gesù veniva chiamato l’unigenito figlio di Dio perché era stato la prima creazione di Geova, era l’incarnazione terrena dello Spirito Santo e viveva nei cieli. Artyom rimase molto sorpreso: aveva veduto il cielo una volta sola, quel fatidico giorno all’Orto botanico. Qualcuno, una volta, gli aveva raccontato che era possibile che sulle stelle vi fossero altre forme di vita. Il predicatore si riferiva a quelle?
L’Anziano John si spiegò: “Chi, tra voi, vuole dirmi perché Gesù Cristo, figlio di Dio, è sceso sulla Terra?”, e fece una pausa teatrale.
A quel punto Artyom comprese ciò che stava accadendo attorno a lui: i presenti appartenevano al gruppo dei convertiti che seguivano le lezioni da poco. I veterani non provarono mai a rispondere alle domande dell’anziano mentre gli iniziati cercavano di dimostrare le loro conoscenze e il loro entusiasmo, urlando le risposte e agitando le mani, finché l’uomo non forniva la sua spiegazione.
“Quando Adamo non obbedì a Dio, diventò la prima persona a commettere ciò che la Bibbia definisce peccato”, l’anziano affrontò la questione dall’inizio. “Perciò Dio condannò Adamo a morire. Adamo invecchiò e morì, ma trasmise il suo peccato ai figli, i quali invecchiarono, si ammalarono e morirono. Quindi Geova mandò il suo primogenito sulla terra, affinché rivelasse all’uomo la verità di Dio e con i suoi comportamenti puri fungesse da esempio. Poi sacrificò la Sua vita per liberare l’umanità dal peccato e dalla morte”.
Ad Artyom questo concetto sembrava molto bizzarro. Perché era necessario punire gli uomini con la morte per poi sacrificare il proprio unico figlio in modo che tutto potesse tornare al suo stato originario? Come poteva accadere se Lui era onnipotente?
“Gesù tornò nei cieli, risorse. Fu così che Dio lo chiamò il Re. Presto Gesù cancellerà tutto il male e le sofferenze dalla faccia della Terra!”, promise l’anziano. “Ma riparleremo di ciò dopo la preghiera, fratelli miei!”
Chinando obbedienti il capo, si riunirono nella preghiera. Artyom nuotava nel ronzio polifonico da cui non distingueva le singole parole, sebbene il senso fosse chiaro. Dopo cinque minuti, i fratelli cominciarono a scambiarsi parole vivaci, sembrava fossero preoccupati dell’arrivo dello Spirito Santo.
Secondo Artyom c’era qualcosa che non quadrava. Era vagamente irritato, ma decise di rimanere ancora per un po’ perché era probabile che la parte più convincente della lezione dovesse ancora arrivare.
“Con la mia quarta lezione voglio parlarvi del Diavolo”, guardò la folla con un uno sguardo lugubre e incriminante, quindi li avvertì: “Siete pronti? Fratelli! Il vostro spirito è abbastanza forte per sapere ciò che vi sto per rivelare?”
A questa domanda tutti dovettero rispondere, ma il ragazzo non riuscì ad aprire bocca. Come poteva sapere se il suo spirito era abbastanza forte se, in realtà, tutta questa situazione non gli era ancora chiara?
“Le mie tre domande sono le seguenti: da dove viene Satana? In che modo Satana tradisce le persone? Perché dobbiamo resistere al Diavolo?”
Artyom sentì la risposta senza veramente ascoltarla, perché si era distratto a pensare al luogo in cui si trovava e a come sarebbe potuto uscirne. Riuscì solo a capire che il peccato maggiore del Diavolo era volere che l’uomo lo venerasse, privilegio che spettava solo a Dio. Quindi il giovane si domandò se il vero Dio si preoccupasse realmente di ciascuno dei suoi fedeli e se esisteva davvero una persona completamente devota a Dio...
Il linguaggio dell’anziano ora suonava estremamente ufficiale e le domande che poneva al suo pubblico non davano adito ad alcuna discussione. Di tanto in tanto, fratello Timothy volgeva il suo sguardo attento in direzione del ragazzo, andando alla ricerca dell’imminente illuminazione; al contrario, Artyom si stava facendo sempre più cupo.
“Satana inganna l’uomo in modo che lui lo veneri”, diceva nel frattempo l’anziano. “Esistono tre modi in cui arriva al suo obiettivo: le false religioni, lo spiritismo e il nazionalismo. Se una religione insegna menzogne su Dio, è al servizio dei propositi di Satana. È probabile che coloro che professano le false religioni pensino di rivolgersi al vero Dio, ma in realtà venerano Satana. Con lo spiritismo gli uomini credono di richiamare gli spiriti perché li proteggano, danneggino gli altri, predicano il futuro ed eseguano miracoli. Dietro ognuna di queste azioni si nasconde la forza malvagia del Diavolo!”. La voce dell’anziano tremava d’odio e ripugnanza. “Oltre a ciò, Satana inganna gli uomini incentivando il loro orgoglio nazionalistico e inducendoli a supportare le organizzazioni politiche”, li ammonì l’anziano con un dito alzato. “L’uomo crede che la sua razza o la sua nazione siano superiori alle altre, ma ciò non corrisponde a verità”.
Artyom si massaggiò la parte posteriore del collo, ancora deturpata da un livido rosso e tossì. Non era d’accordo con quest’ultima asserzione.
“Alcuni sono convinti che le organizzazioni politiche possano risolvere i problemi dell’umanità. Coloro che credono in questo negano il Regno di Dio. Ma solo Geova riuscirà a trovare una soluzione ai problemi degli uomini. E ora vi rivelerò, fratelli miei, perché dovete resistere al Diavolo. Per farvi ripudiare Geova, Satana potrebbe ricorrere a persecuzioni e ad altre azioni contro di voi. I vostri cari e i vostri vicini potrebbero adirarsi vedendovi studiare la Bibbia; altri potrebbero deridervi. Ma a chi dovete la vita?!”, domandò l’anziano alla platea, con una nota spietata nella voce. “Satana vi vuole spaventare! In modo che smettiate di ricercare Geova! Non permetteteglielo! Rivoltatevi! Contro! Satana!”, le parole di John rombarono come un tuono. “Resistendo al Diavolo darete prova a Geova che volete che sia lui a prendere il sopravvento sulle vostre vite!”. La folla era in estasi.
Con un cenno della mano, l’Anziano John acquietò l’isteria generale, per terminare l’adunanza con la sua ultima, quinta lezione.
“Qual era il progetto di Geova per la nostra Terra?”, si rivolse al suo pubblico aprendo le braccia. “Geova creò la Terra in modo che l’uomo l’abitasse in pace, per sempre. Desiderava che vi risiedesse un’umanità giusta e felice. La Terra non verrà mai distrutta. Esisterà per l’eternità!”
A questa affermazione, Artyom non riuscì a contenersi e sbuffò. In molti lo guardarono adirati e fratello Timothy alzò un dito minaccioso in direzione del ragazzo.
“I primi esseri umani, Adamo ed Eva, peccarono e violarono deliberatamente la legge di Dio”, continuò l’oratore. “Perciò Geova li scacciò dal Paradiso, che venne perduto. Ma Geova non dimenticò mai per quale ragione avesse creato la Terra. Promise di trasformarla in un Paradiso, in cui gli uomini potessero vivere per sempre. In che modo Dio sta portando a termine il suo progetto?”, domandò l’anziano. Una lunga pausa indicò che stava per arrivare il momento chiave del sermone. Artyom era tutto orecchi.
“Prima che la Terra potesse divenire un Paradiso, gli uomini ingiusti dovevano essere eliminati”, John pronunciò le parole a mo’ di presagio di sventura. “Ai nostri avi è stato promesso che la Terra sarebbe stata purificata attraverso l’Apocalisse, una guerra divina per annientare il male. In questo modo Satana sarebbe rimasto incatenato per mille anni. Non ci sarebbe stato più nessuno che potesse arrecare danno alla Terra. Sarebbe sopravvissuto solo il popolo di Dio! E Gesù Cristo avrebbe regnato sulla Terra per mille anni!”. Così dicendo, l’anziano rivolse il suo sguardo grave alle prime file di spettatori, che stavano cercando di digerire le sue parole. “Comprendete il significato di quello che vi ho appena detto? La guerra divina per l’eliminazione del male è già terminata! Ciò che è accaduto alla Terra peccatrice è stata l’Apocalisse! Il male è stato distrutto! Come secondo la profezia, solo gli uomini di Dio sarebbero sopravvissuti! Noi siamo sopravvissuti all’Apocalisse! Il Regno di Dio è alle porte! Ben presto non ci sarà né vecchiaia, né malattia, né morte! I malati verranno liberati dalle loro medicine e i vecchi ritorneranno giovani! Nel regno di Cristo che durerà mille anni, coloro che sono fedeli a Dio trasformeranno la Terra in un Paradiso e Dio farà risorgere milioni di morti!”
Artyom richiamò alla mente la conversazione tra Sukhoi e Hunter riguardo il livello di radiazioni in superficie, che non sarebbe diminuito per almeno altri cinquanta anni; riguardo il fatto che l’umanità era condannata e che altre specie biologiche stavano prendendo il sopravvento... L’anziano non spiegò con esattezza come la Terra si sarebbe trasformata in un giardino fiorito. Artyom desiderava domandargli quali bizzarri tipi di piante sarebbero potute sbocciare in quel paradiso bruciato fino nel midollo, quali uomini avrebbero osato salire in superficie per stabilirsi lassù; se i suoi genitori erano stati figli di Satana e per questo avevano dovuto soccombere durante la guerra per distruggere il male. Ma non disse nulla. Era pervaso da una tale amarezza e da un senso di sfiducia che gli bruciavano gli occhi; si vergognò quando sentì che una lacrima gli scendeva sul viso. Radunando tutte le sue forze, pronunciò un’unica frase: “Mi dica, cosa ne pensa Geova, il nostro vero Dio, dei mutanti senza testa?”. Non arrivò alcuna risposta. L’Anziano John non si degnò neppure di guardare Artyom, ma coloro che stavano vicini al ragazzo lo guardarono spaventati e disgustati, quindi si allontanarono, come se emettesse un odore ripugnante. Fratello Timothy cercò di prenderlo per la mano, Artyom riuscì a liberarsene e, facendosi strada tra i confratelli, arrivò all’uscita.
Riuscì finalmente ad andarsene dalla Sala del regno ed entrò nella carrozza che fungeva da refettorio. Sedute ai tavoli c’erano molte persone con ciotole d’alluminio vuote davanti a loro. Nel mezzo della stanza stava accadendo qualcosa di interessante e tutti guardavano in quella direzione.
“Confratelli, prima di condividere questo pasto”, parlava un tizio magro, bruttino, con il naso adunco. “Ascoltiamo la storia che ci racconterà il piccolo David e che completerà ciò che abbiamo ascoltato oggi durante il sermone sulla violenza”.
Si spostò di lato e il suo posto venne occupato da un bambino cicciotto con il naso all’insù e i capelli talmente biondi da sembrare bianchi, perfettamente pettinati.
“Era arrabbiato con me e mi voleva picchiare”, cominciò David, con l’intonazione usata dai bambini quando recitano versi imparati a memoria. “Forse solo perché sono basso... Io sono indietreggiato e ho urlato: ‘Fermo! Aspetta! Non mi toccare! Io non ti ho fatto niente. Cosa può averti offeso? Dimmi che è successo!’” il viso di David assunse un’espressione d’esaltazione per la quale, di sicuro, si era esercitato a lungo.
“Cosa ti ha risposto quel terribile bullo?”, si intromise il tizio magro, eccitato.
“Alla fine mi spiegò che qualcuno gli aveva rubato la colazione e che perciò stava sfogando la sua rabbia sulla prima persona in cui si era imbattuto”, spiegò David, ma c’era qualcosa nella sua voce che faceva dubitare che comprendesse appieno le parole che aveva appena pronunciato.
“Tu come hai reagito?”, domandò l’uomo magro, per accrescere la tensione.
“Gli ho semplicemente detto: ‘Se mi picchi, non riavrai la tua colazione’, poi gli ho suggerito di recarsi dal fratello Chef e di spiegargli l’accaduto. Così abbiamo chiesto un’altra porzione di colazione, tutta per lui. Dopodiché mi ha stretto la mano e dopo questo episodio è sempre stato gentile con me”.
“L’uomo che ha offeso il piccolo David è presente in questa stanza?”, chiese il tizio magro, con il tono di un pubblico accusatore.
Si alzò una mano e un robusto ragazzo sulla ventina con un’espressione ottusa e malevola si incamminò verso il palco improvvisato per descrivere ai presenti l’effetto che le parole del piccolo David avevano avuto su di lui. Non fu un compito semplice. Il ragazzino aveva memorizzato con maggiore facilità anche le parole che non comprendeva. Quando si concluse la presentazione e il piccolo David insieme al penitente colpevole lasciarono il palco accompagnati da un applauso d’approvazione, l’uomo pelle e ossa occupò il loro posto e si rivolse al pubblico con voce appassionata: “È vero! Le parole del mite hanno un potere immenso! Come troviamo scritto nei Proverbi, le parole dell’umile possono rompere persino le ossa. La dolcezza e l’umiltà non sono debolezze, miei amati confratelli, perché la dolcezza nasconde un’enorme forza di volontà! Ce ne dà esempio anche la Bibbia...”
Facendo scorrere le pagine del libro ormai usurato finché non trovò la pagina cercata, il fratello si mise a leggere una storia ad alta voce, con tono rapito.
Artyom proseguì, seguito da sguardi sorpresi, infine raggiunse la carrozza principale. Non c’era nessuno a fermarlo, stava per scendere sui binari quando la guardia più anziana della Torre, un omaccione garbato ma impassibile, lo salutò cordialmente sulla soglia della porta, bloccandola con il suo corpo e corrugando le sopracciglia folte. Quindi domandò severo ad Artyom se avesse il permesso di uscire. Non sarebbe riuscito a superarlo.
Per trenta secondi attese una spiegazione, poi la guardia fece crocchiare le mani, le serrò a pugno e si diresse verso Artyom. Il ragazzo guardò in tutte le direzioni, si sentiva in trappola, ma poi ricordò la storia del piccolo David. Forse, invece di scagliarsi contro la guardia taurina, avrebbe fatto meglio a chiedergli se qualcuno gli aveva rubato la colazione.
Per fortuna, proprio in quel momento, fratello Timothy lo raggiunse. Scrutò la guardia di sicurezza e disse: “Questo giovane può passare. Qui non tratteniamo nessuno contro la propria volontà”. La guardia, sorpresa ma obbediente, si scansò.
“Permettimi di accompagnarti per un po’, mio amato fratello Artyom”, intonò fratello Timothy e il ragazzo non riuscì a resistere alla magia nella sua voce, così annuì. “Forse non sei abituato al nostro stile di vita, dopotutto questa era la tua prima volta”, Timothy, con voce confortante, cercò di dargli una spiegazione. “Ma ora il seme divino è stato piantato in te. È chiaro ai miei occhi che è caduto su un suolo fertile. Voglio solo ricordarti come non devi agire, ora che il Regno di Dio è più vicino che mai, affinché anche tu possa trovarvi posto. Devi imparare a odiare il male e a evitare ciò che Dio aborre: la fornicazione, che significa infedeltà, la sodomia, l’incesto e l’omosessualità, il gioco d’azzardo, le menzogne, il furto, gli accessi d’ira, la violenza, la stregoneria, lo spiritualismo e l’ubriachezza”. Fratello Timothy snocciolò le parole velocemente, guardando con ansia Artyom negli occhi. “Se ami Dio e se desideri compiacerlo, liberati da quei peccati! I tuoi amici più esperti ti potranno aiutare”, aggiunse, con tutta probabilità alludendo a se stesso. “Onora il nome di Dio, annunciane il Regno, stai lontano dagli affari del male e abiura la gente che ti suggerisce il contrario, perché è Satana che ti parla attraverso le loro parole”, mormorò, ma Artyom non lo stava ascoltando: camminava sempre più veloce e fratello Timothy non riusciva a stargli dietro. “Dimmi, dove potrò trovarti la prossima volta?”, gridò da lontano, respirando affannoso e avvolto nella quasi totale oscurità.
Artyom rimase in silenzio e si mise a correre. Dalle sue spalle, nelle tenebre, l’uomo urlò disperato: “La tonaca...!”
Artyom corse a perdifiato, inciampò poiché non riusciva a vedere nulla davanti a sé. Cadde diverse volte, spellandosi i palmi della mani sul cemento e scorticandosi le ginocchia, ma non poteva fermarsi. L’immagine della mitragliatrice nera montata sul piedistallo era troppo chiara nella sua mente e in quel momento non riusciva a pensare che, se i confratelli lo avessero raggiunto, avrebbero preferito davvero le semplici parole alla violenza.
Era sempre più vicino al suo obiettivo, a un passo dalla Polis, che si trovava sulla stessa linea ed era solo a due stazioni di distanza. Ora doveva solo procedere, senza sgarrare, doveva seguire la sua strada, poi...
Artyom entrò nella Serphukhovskaya. Non si fermò nemmeno per un secondo, si limitò a controllare in che direzione procedere, poi si rituffò nell’oscurità della galleria davanti a sé.
Ma a quel punto gli accadde qualcosa di inaspettato.
La paura della galleria, che aveva da tempo dimenticato, tornò ad assalirlo, pressante sopra di lui, impedendogli di camminare, di pensare o persino di respirare. Ormai credeva di esserci abituato e che, dopo tutto il suo vagabondare, quella paura lo avrebbe lasciato in pace e non avrebbe più osato importunarlo. Non aveva provato timore né preoccupazione mentre si dirigeva dalla Kitay-Gorod alla Pushkinskaya o sul carrello, dalla Tverskaya alla Paveletskaya, e nemmeno durante la faticosa camminata in solitaria, tra la Paveletskaya e la Dobryninskaya. Ma ora era ritornata.
Ogni passo in avanti, la sensazione lo assaliva sempre più. Aveva quasi intenzione di tornare indietro e di risalire alla stazione, dove c’erano luce e altre persone, dove la sua schiena non avrebbe percepito di costanti brividi causati da uno sguardo fisso e malevolo.
Aveva interagito troppo con la gente e non riusciva più ad avvertire quell’illuminazione che l’aveva pervaso la prima volta che aveva lasciato l’Alekseevskaya. Di nuovo venne inghiottito dalla consapevolezza che la Metro non era un mero mezzo di trasporto costruito in un passato lontano, non era un semplice rifugio antiatomico o il luogo in cui vivevano diverse decine di migliaia di persone... Sembrava piuttosto che qualcuno le avesse donato una vita misteriosa e ineguagliabile e che possedesse un proprio, straordinario senso della ragione, che gli esseri umani non potevano penetrare, perché aveva una coscienza del tutto sconosciuta.
Questa sensazione era chiara e precisa, infatti ad Artyom parve che la “tunnel-fobia”, che la gente considerava il proprio rifugio definitivo, fosse una semplice traduzione dell’ostilità di questo enorme essere nei confronti delle creature insignificanti che si erano rintanate tra le sue membra. Ora, questo essere impediva ad Artyom di proseguire. Si metteva in mezzo tra lui e la fine del suo cammino, il momento in cui avrebbe raggiunto il suo scopo: si stava dibattendo, usando il suo antico e potentissimo volere. La resistenza della bestia aumentava, man mano che il ragazzo procedeva. Ora Artyom andava tastoni nell’oscurità più impenetrabile. Gli era impossibile vedersi le mani, anche se le alzava davanti agli occhi. Gli sembrava di essere precipitato al di fuori dello spazio e del tempo e che la sua persona avesse cessato di vivere. Era come se il suo corpo non stesse avanzando, passo dopo passo, all’interno del tunnel, ma si stesse librando, come sostanza di pura ragione in una dimensione sconosciuta.
Artyom non riusciva a intravvedere le pareti che si muovevano di fianco a lui, perciò gli sembrava di stare fermo, di non fare nemmeno un passo cosicché il fine ultimo del suo viaggio fosse tanto irraggiungibile quanto lo era stato cinque o dieci minuti prima. I suoi piedi si spostavano sulle traversine, quindi sapeva che la sua posizione spaziale cambiava. Tuttavia, il segnale che indicava al cervello dove si trovavano le nuove traversine su cui poggiare i piedi era completamente uniforme. Registrato una volta per tutte, si ripeteva all’infinito. Anche questo lo faceva dubitare della veridicità del suo movimento. Stava camminando? Si stava avvicinando alla meta? All’improvviso, ricordò la sua visione, che diede risposta al quesito che lo stava tormentando.
A quel punto, a causa del terrore dell’ignoto, del male e di quell’ostile entità che gravava su di lui, oppure per dimostrare a se stesso di essere ancora in movimento, Artyom corse in avanti con il triplo della forza. Riuscì a malapena a fermarsi, prevedendo grazie a una sorta di sesto senso che davanti a lui vi fosse un ostacolo. Così riuscì miracolosamente a evitarlo.
Attento, sondò con le mani il metallo freddo e arrugginito, poi i frammenti di vetro rimasti incastrati nelle guarnizioni di gomma, i cerchi d’acciaio delle ruote: riuscì a riconoscere che l’ostacolo misterioso era un treno, in apparenza abbandonato. In ogni caso, era circondato solo da silenzio. Gli tornò alla mente la terribile storia di Mikhail Porfirevich, pertanto Artyom non cercò di entrare all’interno dei convogli, ma costeggiò le diverse carrozze rimanendo il più vicino possibile alle pareti della galleria.
Riuscì a superare il treno, tirò un sospiro di sollievo e si affrettò a continuare, ricominciando a correre.
Tra le tenebre era ancora più difficile, ma le sue gambe lo assecondavano e lui corse finché davanti a lui, su un lato, apparve il bagliore rossastro di un fuoco da campo.
La sensazione di conforto fu indescrivibile: era nel mondo reale e stava per raggiungere persone reali. Non gli importava sapere come si sarebbero relazionate con lui, sarebbero potuti essere assassini o ladri, membri di una setta o rivoluzionari. L’importante era che si trattava di creature in carne e ossa, proprio come lui. Non dubitò nemmeno per un istante di poter trovare rifugio presso quelle persone, per nascondersi dall’enorme creatura invisibile che lo voleva soffocare. Oppure stava cercando rifugio dalla sua mente squilibrata?
La scena che si ritrovò dinanzi era talmente bizzarra che per un momento dubitò davvero di essere ritornato al mondo reale. Oppure stava ancora vagando tra gli anfratti e i recessi del suo subconscio?
Alla Polyanka bruciava un unico, piccolo fuoco, ma dato che si trattava della sola fonte di luce, ciò lo aveva fatto sembrare persino più luminoso delle luci elettriche della Paveletskaya. Due persone vi erano sedute attorno, una voltava le spalle ad Artyom, mentre l’altra lo poteva vedere in faccia, ma nessuno dei due si accorse di lui né lo sentì. Era come se fossero separati da una parete invisibile che li estrometteva dal resto del mondo.
In tutta la stazione, per quanto il ragazzo riusciva a scorgere dalla luce del fuoco, erano state impilate cianfrusaglie di qualsiasi tipo; tra gli altri si distinguevano telai di biciclette rotte, pneumatici di automobili, mobili e apparecchi di vario tipo. Inoltre, c’era una montagna di spazzatura dalla quale, di tanto in tanto, i due seduti attorno al fuoco recuperavano cataste di giornali o di libri e li gettavano tra le fiamme. Proprio di fronte al fuoco c’era anche un busto di gesso, di fianco al quale era comodamente acciambellata una gatta. Non si intravvedeva altra anima viva.
Uno dei due uomini seduti attorno al fuoco raccontava qualcosa all’altro, senza alcuna fretta. Avvicinandosi, Artyom riuscì a comprendere cosa dicevano: “Le voci sull’Università... secondo me sono tutte false. Si tratta dell’eco di un antico mito riguardante una Città sotterranea nel distretto Ramenki, che faceva parte della Metro-2. Ma naturalmente non possiamo confutare alcuna teoria al cento percento. In generale, qui, niente è sicuro. Viviamo in un impero di miti e leggende. La Metro-2 sarebbe stato quello principale, se ne fosse stato a conoscenza un numero maggiore di persone. Prendi ad esempio la convinzione che esistano gli Osservatori invisibili!”
Artyom era sempre più vicino, quando l’uomo che gli voltava le spalle disse: “C’è qualcuno”.
“Certo che sì”, confermò l’altro.
“Puoi unirti a noi”, fu di nuovo il primo uomo a parlare, rivolgendosi ad Artyom, ma senza voltare il capo. “In ogni caso, non puoi proseguire”.
“E perché no?”, obiettò Artyom con agitazione. “C’è qualcuno in quella galleria?”
“Ovviamente non c’è nessuno”, spiegò paziente l’uomo. “Chi oserebbe mai entrarci? Non puoi proseguire comunque, te lo dico io. Quindi, siediti con noi”.
“Grazie”, Artyom fece un piccolo passo in avanti e si accomodò di fronte al busto.
I due uomini erano sulla quarantina. Uno aveva i capelli grigi e gli occhiali squadrati, mentre l’altro era magro, aveva i capelli chiari e la barbetta. Entrambi indossavano giacche imbottite consunte. Fumavano qualcosa da un tubo sottile collegato a quella che sembrava una calabassa, il cui fumo emanava una fragranza inebriante.
“Come ti chiami?”, domandò l’uomo dai capelli chiari.
“Artyom”, rispose il giovane meccanicamente, poiché era impegnato a studiare i due strani personaggi che aveva di fronte.
“Si chiama Artyom”, ripeté l’uomo dai capelli chiari all’altro.
“Beh, lo abbiamo capito”, rispose.
“Io sono Yevgeny Dmitrievich e questo è Sergei Andreyevich”, continuò l’uomo con i capelli chiari.
“Cerchiamo di non essere così formali...”, puntualizzò Sergei Andreyevich.
“Sergei, noi due siamo arrivati a una certa età. Potremmo approfittarne. È una questione di status, non trovi?”
“Giusto. E poi?”, chiese quindi Sergei Andreyevich ad Artyom.
La domanda gli parve abbastanza bizzarra, come se fosse la continuazione di qualcosa che non era nemmeno cominciato. Artyom era alquanto perplesso.
“Tu sei Artyom, e cos’altro? Dove vivi, dove stai andando, in cosa credi e in cosa non credi, di chi è la colpa e cosa bisogna fare?”, spiegò Sergei Andreyevich.
“Proprio come ai vecchi tempi, ricordi?”, aggiunse all’improvviso Sergei Andreyevich, senza una ragione apparente.
“Ma certo!”, rise Yevgeny Dmitrievich.
“Vivo alla VDNKh... almeno, una volta vivevo laggiù”, il ragazzo cominciò a raccontare, restio.
“Ad esempio... Chi ha piazzato lo scarpone sul pannello di controllo?”, sogghignò l’uomo con i capelli chiari.
“Sì! Non è rimasto niente dell’America!”. Sergei Andreyevich fece un sorriso furbo, si tolse gli occhiali e li esaminò alla luce.
Artyom li guardò di nuovo, stranito. Forse avrebbe fatto meglio ad andarsene, mentre questi due erano ancora di buon umore. Ma il ragazzo si domandò di cosa stessero parlando prima di notarlo e di farlo avvicinare al fuoco.
“Cosa dicevate a proposito della Metro-2? Dovete scusarmi, ho udito per caso una parte del vostro discorso”, ammise.
“Vuoi conoscere la leggenda più importante della Metropolitana?”, Sergei Andreyevich sorrise altezzoso. “E cosa vorresti sapere di preciso?”
“Stavate parlando di una città sotterranea e di osservatori...”
“Beh, la Metro-2 serviva da rifugio per gli dèi del pantheon sovietico, ai tempi del Ragnarök, nel caso in cui le forze del male avessero avuto la meglio”, cominciò Yevgeny Dmitrievich, contemplando il soffitto ed emettendo cerchi di fumo. “Secondo le leggende, sotto la città il cui cadavere giace lassù, sopra di noi, fu costruita un’altra Metropolitana, quella per l’élite. Al contrario, quella che vedi qui è la Metro per il gregge. L’altra, stando al mito, è per i pastori e i loro cani. All’inizio, quando i pastori non avevano ancora perso i loro poteri sul gregge, dominavano da quel luogo, ma in seguito la loro forza si esaurì e le pecore fuggirono. Tra i due mondi vi erano delle semplici porte e, se credi alle leggende, queste si trovano nel punto in cui la mappa è divisa in due da una cicatrice rosso sangue, sulla diramazione Sokolinskaya, probabilmente al di là della Sportivnaya. In seguito si verificò un evento che fece chiudere per sempre l’entrata alla Metro-2. La gente che vive qui perse la consapevolezza di ciò che si era verificato e l’esistenza stessa della Metro-2 diventò mitica, irreale. Ma...”, così dicendo puntò il dito verso l’alto, “... sebbene l’entrata della Metro-2 non ci sia più, ciò non significa che anch’essa abbia smesso di esistere. Al contrario, io ritengo sia tutt’attorno a noi. Le sue gallerie si snodano attorno alle nostre stazioni e le loro stazioni potrebbero trovarsi qualche passo oltre le pareti delle nostre. Le due strutture sono inseparabili, potrebbero essere paragonate al sistema circolatorio e ai vasi linfatici di un organismo. Coloro che ritengono che i pastori non possono aver abbandonato il loro gregge nelle mani del destino, sostengono che essi siano presenti, in maniera impercettibile, nelle nostre vite, ci dirigano, seguano tutti i nostri movimenti, ma non si rivelano e non ci permettono di sapere che esistono. È il mito degli Osservatori invisibili”.
La gatta, acciambellata di fianco al busto ricoperto di fuliggine, alzò la testa e aprì gli enormi occhi verdi e brillanti, guardando Artyom con un’espressione sorprendentemente lucida e intelligente. Il suo sguardo non era quello di un animale e il ragazzo non poteva mettere la mano sul fuoco che dietro quegli occhi non ci fosse qualcuno che lo studiava attentamente. La gatta sbadigliò, mostrò la sottile lingua rosa, sprofondò il muso nel suo giaciglio e tornò a dormire, come un’illusione scomparsa.
“Ma perché non vogliono metterci al corrente della loro esistenza?”, Artyom ricordò la sua domanda.
“Ci sono due ragioni principali: prima di tutto le pecore sono colpevoli di aver rifiutato l’aiuto dei loro pastori in un momento di debolezza. In secondo luogo, dato che la Metro-2 venne estromessa dal mondo, i pastori si svilupparono in maniera diversa da noi: non sono più umani, ma esseri appartenenti a un ordine superiore, la cui logica ci è incomprensibile e i cui pensieri ci sono inaccessibili. Nessuno sa cosa pensano della nostra Metropolitana, ma loro potrebbero cambiare ogni cosa, persino permetterci di ritornare nel nostro meraviglioso mondo perduto perché sono stati in grado di rimpossessarsi dei poteri precedenti. Dato che ci siamo ribellati contro di loro già una volta e li abbiamo traditi, non hanno più niente a che fare con il nostro destino. Tuttavia, i pastori sono ovunque, sanno tutto di noi: ogni respiro, ogni passo, ogni colpo, tutto ciò che accade all’interno della Metropolitana. Osservano il nostro presente e solo quando espieremo il nostro terribile peccato ci rivolgeranno uno sguardo benevolo e ci tenderanno una mano. Allora comincerà una rinascita. Questo è ciò che sostengono coloro che credono negli Osservatori invisibili”. Non disse altro e inspirò il fumo aromatico.
“Ma la gente come può pagare per il proprio peccato?”, domandò Artyom.
“Nessuno lo sa, eccetto gli Osservatori invisibili. Gli umani non riescono a comprenderlo poiché non sono a conoscenza della dispensa da parte degli Osservatori”.
“Perciò la gente potrebbe non essere mai in grado di espiare il proprio peccato?”. Artyom non ci capiva più niente.
“La cosa ti infastidisce?”. Yevgeny Dmitrievich fece spallucce e produsse due spettacolari anelli di fumo, il primo infilato nel secondo.
Nessuno parlò per diversi minuti, all’inizio il silenzio era leggero e diafano, poi divenne più palpabile, quasi assordante. Artyom provava la necessità di interromperlo il prima possibile, anche con un’affermazione o un rumore senza senso. Chiese: “E voi da dove venite?”
“Prima, vivevo a Smolenskaya, non lontano dalla Metro, a circa cinque minuti a piedi”, Yevgeny Dmitrievich rispose al ragazzo, che lo osservava sorpreso: come poteva vivere non lontano dalla Metropolitana? Probabilmente voleva dire che viveva poco distante dalla stazione della Metropolitana, in una galleria, vero?
“Si dovevano superare bancarelle che vendevano da mangiare e alle volte compravamo anche la birra; c’erano sempre delle prostitute vicino ai banchetti e la polizia... ehm... aveva il proprio quartier generale in quella zona”, continuò Yevgeny Dmitrievich e Artyom capì che in effetti si riferiva ai vecchi tempi, a ciò che accadeva prima.
“Sì, anche io vivevo poco distante da qui, sulla Kalininskiy, in un edificio altissimo”, spiegò Sergei Andreyevich. “Cinque anni fa mi è stato raccontato che qualcuno ha parlato con uno stalker, il quale gli ha riferito che quell’edificio è ridotto in polvere... La Casa del libro è ancora al suo posto, in vetrina ci sono ancora i tascabili in edizione economica, nessuno li ha toccati, ci potete credere? Ma tutto ciò che è rimasto dell’edificio in cui vivevo è un mucchio di polvere e blocchi di cemento. Che strano”.
“Com’era la vita prima?”, Artyom era curioso. Adorava porre domande del genere ai più anziani, perché interrompevano qualsiasi azione stessero compiendo e, ben disposti, si mettevano a descrivere i vecchi tempi. I loro occhi assumevano una velatura sognante, distante. Le loro voci avevano un suono completamente diverso e, dai loro visi, pareva che avessero dieci anni in meno. Le immagini del passato che ricomparivano eteree davanti ai loro occhi non erano per nulla simili a quelle che Artyom evocava durante i loro racconti, ma erano comunque molto piacevoli. Era come una dolce tortura, che faceva male al cuore...
“Beh, era meraviglioso. A quel tempo, noi... sì! Eravamo indemoniati!”, rispose Yevgeny Dmitrievich cercando le parole giuste.
Artyom non riusciva a capire ciò che intendesse l’uomo dai capelli grigi e quando il suo compagno lo capì, spiegò: “Eravamo vivaci e ci divertivamo molto”.
“È esattamente quello che volevo dire io: eravamo indemoniati”, confermò Yevgeny Dmitrievich.
“Possedevo una Moskvich-2141 verde e per acquistarla, per metterla a punto e cambiarne l’olio avevo speso un’intera busta paga. Una volta, come uno stupido, feci anche sostituire il carburatore con quello di un’auto sportiva e poi usai il protossido d’azoto”. Era ovvio che fosse ritornato indietro nel tempo, quando recuperare il carburatore di una vecchia macchina sportiva per montarlo sulla propria era facile come bere un bicchiere d’acqua. Il suo viso assunse la solita espressione sognante che Artyom tanto amava. Era un peccato che il ragazzo potesse comprendere così poco di ciò che stava raccontando.
“È probabile che Artyom non sappia nemmeno cosa sia una Moskvich, figuriamoci un carburatore!”, Sergei Andreyevich interruppe i ricordi dell’amico.
“Che significa che non lo sa?”, l’uomo più magro lanciò al giovane un’occhiata seccata. Artyom si mise a studiare il soffitto, riflettendo.
“Perché bruciate questi libri?”, cambiò discorso.
“Li abbiamo già letti”, lo apostrofò Yevgeny Dmitrievich.
“I libri non contengono alcuna verità!”, aggiunse Sergei Andreyevich.
“E comunque, potresti spiegarci perché sei vestito così? Sei membro di una setta, forse?”. Yevgeny Dmitrievich mise a segno il colpo decisivo.
“No, naturalmente no”, si affrettò a spiegare Artyom. “Ma mi hanno aiutato quando ero in difficoltà”. Con poche parole chiarì in quale cattivo stato si trovasse fino a poco prima, ma non si soffermò sui particolari.
“Sì, certo. Fanno sempre così. Riconosco la tattica. Orfani e miserabili... o qualcosa del genere”, annuì Yevgeny Dmitrievich.
“Ho partecipato a uno dei loro incontri. Raccontano storie molto stravaganti”, aggiunse Artyom. “Ho ascoltato per un po’, ma non sono riuscito a rimanere a lungo. Ad esempio, sostengono che l’immoralità di Satana consista principalmente nel volere l’adorazione e la gloria dell’uomo anche per sé... Prima credevo fosse un peccato molto più grave, il suo. Ma pare che si tratti di gelosia. Il mondo è davvero tanto semplice? Tutto ruota attorno al fatto che qualcuno non ha intenzione di condividere la propria gloria e i propri fedeli?”
“Il mondo non è per nulla semplice”, assicurò Sergei Andreyevich prendendo il narghilè dalle mani dell’amico con i capelli biondi e inspirando profondamente.
“Inoltre asseriscono che le principali qualità di Dio siano la sua benevolenza, la gentilezza e la prontezza al perdono. Dio è amore ed è onnipotente. Tuttavia, la prima volta che l’uomo gli disobbedì, Lui decise di scacciarlo dal Paradiso e di renderlo mortale e così perirono molte altre persone. Ma alla fine Dio decide di inviare Suo figlio per salvare il mondo. Quando poi Cristo viene condannato a una morte orribile, si rivolse al Padre, domandandogli perché Lui lo avesse abbandonato. E qual è la spiegazione di questo gesto? Dio voleva epurare, con il sangue del figlio, il peccato del primo umano, che Dio stesso aveva provocato e punito, affinché l’uomo potesse ritornare in Paradiso e scoprire di nuovo l’immortalità. A me sembra una sciocchezza in piena regola, perché Lui avrebbe potuto punire l’uomo meno severamente per il peccato che in realtà non aveva commesso. O comunque avrebbe potuto perdonarlo prima, perché il reato era stato perpetrato nel passato più remoto. Sacrifichi il tuo unico figlio e lo tradisci? Ma che razza di amore è questo? Dio è pronto a perdonare? Dov’è la sua onnipotenza?”
“Credo che tu abbia centrato la questione, anche se sei stato un po’ troppo brutale”, approvò Sergei Andreyevich passando la pipa al compagno.
“Su questo argomento posso solo dirti che...”, cominciò Yevgeny Dmitrievich, riempiendosi i polmoni di fumo e sorridendo spensierato. Si interruppe per un minuto, poi continuò: “Se Dio possiede davvero qualità particolari o caratteristiche distintive, queste non includono l’amore, la giustizia e il perdono. Osservando ciò che è accaduto sulla Terra dal momento che è stata, ehm, creata, si nota subito che Dio ama solo una cosa e cioè le storie interessanti: prima getta le basi perché si sviluppi una situazione interessante, poi si mette da parte per assistere allo spettacolo. Se il risultato è noioso, aggiunge un po’ di pepe. Il vecchio Shakespeare aveva ragione: il mondo è un palcoscenico. Solo che non si trattava di quello a cui alludeva lui”, concluse.
“Solo questa mattina ti hanno descritto secoli di inferno”, rifletté Sergei Andreyevich.
“Ciò significa che quando ci arriverai, avrai qualcuno con cui discorrere”, Yevgeny Dmitrievich si rivolse all’amico.
“D’altra parte, laggiù si possono incontrare personaggi molto interessanti”, aggiunse Sergei Andreyevich.
“Ad esempio quelli dei ranghi più alti della gerarchia della Chiesa cattolica”.
“Sì, loro ci sono di sicuro. Ma, a dire la verità, anche i nostri...”
Era chiaro che i due uomini non credevano nel fatto che sarebbe giunto il momento in cui sarebbero stati giudicati per ciò che avevano detto fino a quel giorno. Ma il racconto di Yevgeny Dmitrievich su ciò che era accaduto all’umanità era un storia interessante e Artyom si mise di nuovo a riflettere.
“Ho letto moltissimi libri”, affermò “ma mi sorprendo sempre quando noto che non hanno nulla a che vedere con la vita reale. Gli eventi, in un libro, sono sempre lineari, ognuno è collegato all’altro, le cause hanno i propri effetti, non c’è nulla che succede e basta. Ma la realtà è completamente diversa! La vita è piena di eventi senza senso che ci accadono a caso, nulla ha una sua sequenza logica. Inoltre, i libri terminano quando si interrompe la catena logica: c’è un inizio, un intreccio, un picco e una fine”.
“Un climax, non un picco”, lo corresse Sergei Andreyevich ascoltando le osservazioni di Artyom come se fosse annoiato.
Anche Yevgeny Dmitrievich non sembrava particolarmente interessato. Avvicinò a sé l’aggeggio che avevano costruito per fumare, inspirò un po’ di fumo inebriante e trattenne il respiro.
“D’accordo, un climax”, continuò Artyom, vagamente scoraggiato. “Nella vita, è tutto diverso. Per prima cosa, una catena logica potrebbe non avere una fine. Inoltre, anche se dovesse concludersi, nessun avvenimento termina solo per questo motivo”.
“Con ciò, vuoi dire che la vita non segue alcuna trama?”, gli chiese Sergei Andreyevich, aiutando Artyom a formulare meglio il suo pensiero.
Artyom ci pensò un attimo, poi annuì.
“Non credi nel destino?”, lo sollecitò Sergei Andreyevich, inclinando il capo da un lato, studiando il ragazzo, mentre Yevgeny Dmitrievich perse interesse nel narghilè e si mise ad ascoltare.
“No”, rispose deciso Artyom. “Il destino non esiste, all’uomo accadono solo avvenimenti causali, poi siamo noi a trarne le nostre conclusioni”.
“Peccato... peccato davvero”, sospirò Sergei Andreyevich con disappunto, osservando il ragazzo con uno sguardo austero, da sopra i suoi occhiali. “Voglio descriverti la mia teoria, poi capirai da te se corrisponde alla tua vita oppure no. A me sembra che la vita sia una barzelletta senza avvenimenti, senza alcuno scopo, nella quale non esiste il destino, cioè quella molla esplicita e definita che quando nasci ti comunica se diventerai un astronauta, una ballerina o se morirai da piccolo... No, niente di tutto ciò. Quando vivi il periodo di tempo che hai a disposizione... come posso spiegartelo... potrebbe verificarsi qualcosa che ti obblighi a eseguire azioni specifiche, a prendere decisioni particolari e, sempre con il libero arbitrio, tu possa decidere di dedicarti a un’attività o a un’altra. Ma se prendi la decisione giusta, allora tutto accade di conseguenza, non si tratta di eventi casuali, come li hai chiamati tu. Vengono causati dalle tue scelte. Non voglio dire che se avessi deciso di vivere sulla linea Rossa prima che diventasse comunista, allora ci saresti rimasto per sempre e che gli eventi a te riservati non ti sarebbero accaduti. Parlo di una questione molto più sottile. Tuttavia, se in seguito ti dovessi trovare di nuovo a un incrocio e decidessi di percorrere la via giusta, ti ritroveresti a prendere una decisione che non ti sembra più casuale perché la puoi comprendere. La tua vita non sarà più solo un insieme di eventi, ma si trasformerà in una... trama, in cui tutto è collegato da un filo rosso, non necessariamente diritto. Questo è il tuo destino. A un certo punto, se hai percorso la tua strada e la tua vita è diventata una trama, vivrai vicende che sembrano inspiegabili dal punto di vista strettamente razionale o della tua teoria degli eventi casuali. Però, se guardi la vita come una trama, allora ti accorgi che questi stessi fatti si susseguono secondo una certa logica. Il destino non accade e basta, ci devi arrivare tu. Quando gli eventi nella tua vita cominciano a prendere il loro posto all’interno della trama, allora puoi fare passi da gigante. Ancor più interessante è il momento in cui una persona non sospetta nemmeno che gli accada qualcosa, oppure concepisce ciò che gli succede sulla base di false premesse, cercando di sistematizzare gli eventi per farli corrispondere alla propria visione del mondo. Ma il destino ha la sua logica”.
Questa teoria balzana, che inizialmente pareva ad Artyom solo una serie di paroloni giustapposti, lo obbligò a guardare con occhi diversi tutto ciò che gli era accaduto dall’inizio del viaggio, da quando aveva acconsentito alla proposta di Hunter di raggiungere la Polis.
Tutte le avventure, i viaggi, che in precedenza gli erano sembrati dei tentativi inutili e disperati di raggiungere l’obiettivo della sua missione, che avrebbe inseguito ovunque, gli apparvero in una luce diversa: un sistema elaborato ma organizzato che formava una struttura complicata ma ben concepita.
Infatti, se si considerava come primo passo il fatto che Artyom avesse accettato la proposta di Hunter, proprio come aveva teorizzato Sergei Andreyevich, tutti gli eventi successivi, tra cui la spedizione alla Rizhskaya, l’incontro con Bourbon in quella stessa stazione e il momento in cui il ragazzo aveva acconsentito di andare con lui, erano tutti passi in avanti... come il momento in cui Khan lo aveva trovato, anche se sarebbe potuto rimanere alla Sukharevskaya, sebbene il filosofo avrebbe potuto spiegare l’avvenimento in maniera diversa, anche perché Khan stesso aveva fornito una ragione differente alle sue azioni. Quando Artyom era stato preso prigioniero dai fascisti, avrebbe potuto essere impiccato alla Tverskaya, ma le circostanze avevano voluto che la Brigata Internazionale avesse deciso di attaccare la stazione proprio quel giorno. Se i rivoluzionari si fossero presentati un giorno prima o uno dopo, la morte di Artyom sarebbe stata inevitabile e la sua missione sarebbe stata interrotta.
Era veramente possibile che la perseveranza con cui proseguiva il suo cammino avesse influenzato gli eventi futuri? Poteva essere che la determinazione, la rabbia e la disperazione che lo avevano condotto a fare passi in avanti avessero dato adito, in maniera inspiegabile, a una realtà che intrecciava tra loro una serie di eventi caotici, che il pensiero e le azioni di qualcuno le avessero ordinate in un sistema, trasformando la vita in una trama, proprio come gli aveva spiegato Sergei Andreyevich?
A un primo sguardo, sembrava che non fosse possibile. Ma se ci si soffermava a pensarci un secondo... come altro poteva spiegare l’incontro con Mark, che aveva offerto ad Artyom l’unica possibilità di uscire dal territorio dell’Hansa? Ma soprattutto, quando era stato condannato a pulire le latrine, sembrava proprio che il destino gli avesse voltato le spalle. Tuttavia aveva lottato con le unghie e con i denti, senza nemmeno comprendere le sue azioni ed era accaduto l’impossibile: la guardia che doveva essere al posto di blocco era scomparsa e nessuno lo aveva inseguito. Perciò, dal sentiero che lo aveva portato fuori strada, era riuscito a tornare in carreggiata. Per quanto ne sapeva, la realtà sarebbe potuta essere già seriamente distorta e si sarebbe potuto limitare a sperare che il suo futuro si sviluppasse senza ulteriori intralci.
Ma allora ciò significava che, se avesse fatto un passo nella direzione sbagliata, se si fosse allontanato dall’obiettivo, il destino lo avrebbe abbandonato e lo scudo invisibile che evitava che Artyom rimanesse ucciso si sarebbe sbriciolato in mille pezzi? Il filo di Arianna che stava seguendo con tanta attenzione si sarebbe rotto e lo avrebbe costretto ad affrontare faccia a faccia una realtà turbolenta, che si era infuriata in seguito alle sue impudenti intrusioni nella sua sostanza caotica? Era possibile che chiunque provasse a ingannare il fato, e fosse abbastanza irriverente da perseverare nonostante sopra la sua testa si fossero formati nuvoloni oscuri, non potesse lasciare il sentiero a lui predestinato? Da allora la sua vita si sarebbe trasformata in un grigio luogo comune, non sarebbe accaduto nient’altro di particolare, magico o inspiegabile perché la trama era stata interrotta e lui aveva scritto la parola fine alla sua missione da eroe...
Ciò significava che Artyom non aveva il diritto, non poteva allontanarsi dal sentiero a lui riservato, cioè dal suo destino? Lo stesso destino nel quale non credeva? Non ci credeva solo perché non sapeva come interpretare ciò che gli era accaduto, non sapeva come leggere i segni che aveva trovato lungo la strada. Al contrario, aveva continuato a credere ingenuamente che la strada che conduceva all’orizzonte, costruita solo per lui, fosse un intricato sentiero abbandonato che portava in direzioni diverse?
In realtà sembrava che stesse procedendo dalla parte giusta: gli eventi della sua vita formavano una trama armoniosa che influenzava la volontà e la ragione umana, tanto che i suoi nemici ne erano abbagliati e i suoi amici vedevano la luce ed erano in grado di aiutarlo in tempo. Era una trama che controllava la realtà; le leggi immutabili della probabilità ne cambiavano obbedienti la forma, come con uno stucco, in risposta al potere crescente di una mano invisibile che lo spostava sulla scacchiera della vita. E se fosse stato davvero così, allora la domanda: “Che significato ha tutto ciò?”, che in precedenza avrebbe trovato una risposta solo nel silenzio cupo e rabbioso, ora sarebbe scomparsa. Il coraggio con cui professava a se stesso e la testardaggine con cui proclamava agli altri che non esisteva alcuna Provvidenza o piano divino, che non c’erano né leggi né giustizia a questo mondo, si rivelavano completamente inutili, perché il progetto poteva essere previsto. Non riusciva a resistere a questo pensiero. Era troppo seducente: la stessa risolutezza con cui aveva rifiutato le spiegazioni offerte dalle religioni e dalle ideologie non riusciva a distruggere questa idea.
Nel complesso ciò significava una sola cosa.
“Non posso rimanere oltre”, disse deciso Artyom e si alzò, sentendo i muscoli che si riempivano di una nuova forza. “Non posso rimanere oltre”, ripeté, ascoltando attento la sua stessa voce. “Devo andare. Devo farlo”.
Non si guardò più attorno. Si era dimenticato di tutte le paure che lo avevano condotto sino al fuoco. Saltò sui binari e cominciò a camminare nell’oscurità. I dubbi lo abbandonarono, lasciando spazio a un senso di pace e di sicurezza che collocava ogni tessera del puzzle al suo posto. Era come se, nel momento in cui aveva cominciato a percorrere la strada sbagliata, fosse riuscito a tornare sui suoi passi, a ritrovare il sentiero a lui destinato. Sembrava che le traversine su cui poggiava i piedi si spostassero da sole, senza che lui facesse alcuno sforzo. In un istante, scomparve completamente nelle tenebre.
“È una bellissima teoria, vero?”, domandò Sergei Andreyevich, inspirando.
“Sembrerebbe quasi che tu ci creda davvero”, rispose Yevgeny Dmitrievich stizzito, grattando la gatta dietro l’orecchio.