Metro 2033 – Capitolo 1

CAPITOLO 1 : LA FINE DELLA TERRA


“Chi va là? Artyom, va’ a vedere!”
Artyom si alzò con riluttanza dal posto che aveva occupato vicino al fuoco e, portando la mitragliatrice dalla schiena al petto, si diresse verso l’oscurità. Se ne stava al limitare della zona illuminata quando tolse la sicura all’arma e cominciò a urlare in modo burbero e minaccioso, con tutto il fiato che aveva in corpo: “Fermi! Parola d’ordine!”
Al buio sentiva passi veloci e discontinui nel punto in cui qualche momento prima aveva udito strani sussurri e mormorii sordi: qualcuno stava indietreggiando per tornare nei recessi della galleria, spaventato dal tono brusco di Artyom e dallo sferragliare dell’arma. Il ragazzo ritornò velocemente vicino al fuoco e si rivolse a Pyotr Andreevich.
“Non si è fatto avanti nessuno e non ho neppure ricevuto risposta. Se ne sono andati”.
“Idiota! Te l’avevo detto chiaro e tondo: se non rispondono, spara immediatamente! Come puoi sapere di chi si trattava? E se i Tetri si stessero avvicinando?”
“No... a giudicare dai rumori bizzarri e dalla cadenza del passo, non credo che fossero esseri umani. Pensa che io non riesca a riconoscere il suono dei passi delle persone? E poi, da quando i Tetri se la danno a gambe levate a questo modo? Lo sa anche lei, Pyotr Andreevich: ultimamente hanno cominciato ad attaccare senza esitazione, hanno assalito una pattuglia a mani nude, affrontando a viso aperto le raffiche di mitragliatrice. Ma questa creatura... è fuggita subito, come un animale spaventato”.
“D’accordo, Artyom! Ma sappi che facendo il furbo non andrai lontano. Ti sono stati impartiti degli ordini, perciò è tuo dovere eseguirli, non devi stare troppo a pensarci. Poteva anche essere una sentinella: in quel caso, ora tutti saprebbero che siamo qui, non ci metterebbero molto a calcolare di quante munizioni hanno bisogno... si sbarazzerebbero di noi per il puro gusto di farlo... ci taglierebbero la gola con un coltello e massacrerebbero tutta la stazione, come fecero alla Polezhaevskaya e solo perché tu non hai ammazzato quel miserabile... Fai molta attenzione! La prossima volta li dovrai seguire nella galleria!”
Ad Artyom vennero i brividi al solo pensiero della galleria oltre il settecentesimo metro: nessuno aveva mai avuto il fegato di superare quel punto a nord. Le pattuglie erano arrivate fino al cinquecentesimo, avevano illuminato il posto di frontiera con il riflettore del carrello e si erano auto-convinte che la feccia non fosse riuscita a superarlo, quindi erano tornate indietro in tutta fretta.
Anche le sentinelle, ragazzoni enormi che avevano fatto parte della fanteria di Marina, si fermavano al seicentodiciottesimo metro. Nascondevano il flebile bagliore delle sigarette riparandole col palmo della mano e se ne stavano fermi, immobili, aggrappati agli strumenti per la visione notturna, per poi cominciare lentamente a indietreggiare, senza mai distogliere lo sguardo dalla galleria, senza mai voltarle le spalle.
In quel momento erano di pattuglia al quattrocentocinquantesimo metro, a cinquanta dal posto di frontiera; quest’ultimo veniva controllato una volta al giorno e il sopralluogo quotidiano era già stato effettuato diverse ore prima. Il loro posto era il più distante ed era molto probabile che, dall’ultimo controllo, le bestie messe in fuga dalla pattuglia precedente avessero già ricominciato ad aggirarsi nelle vicinanze. Erano attirate dalle fiamme, dalla gente...
Artyom tornò a sedersi e chiese: “Cosa successe di preciso alla Polezhaevskaya?”
Benché conoscesse a memoria quel racconto raccapricciante (lo aveva sentito dai commercianti della stazione), provava quasi un bisogno fisico di ascoltarlo di nuovo, come un bambino che vuole sentire storie spaventose di mutanti senza testa e di personaggi tetri che rapiscono i più piccoli.
“Alla Polezhaevskaya? Come, non lo sai? Un fatto molto strano... terrificante, direi. Prima di tutto le loro sentinelle cominciarono a scomparire: imboccavano la galleria e non facevano più ritorno. Ovviamente, erano dei pivelli, niente a che vedere con le nostre, ma comunque la loro stazione è di dimensioni ridotte, laggiù vivono molte meno persone... beh, per lo meno, ci vivevano. In ogni caso, le sentinelle cominciarono a sparire: una squadra partiva e non faceva ritorno. Inizialmente pensarono che ci fosse qualcosa a trattenerli: lassù la galleria diventa tortuosa, proprio come qui”. A queste parole, Artyom si sentì gelare. “Nessuna delle pattuglie, nemmeno quelle che rimanevano alla stazione, riusciva a vedere nulla, indipendentemente dalla quantità di luce che utilizzavano per illuminare. Non riapparve nessuno, per mezz’ora, poi per un’ora, che in seguito diventarono due; cominciarono a domandarsi dove fossero finiti quegli uomini che avrebbero dovuto addentrarsi solamente per un chilometro. Non avevano il permesso di avanzare oltre e, comunque, non erano degli stupidi... Per farla breve, dovevano scoprire il prima possibile cosa fosse successo. Inviarono dei rinforzi che li cercarono in lungo e in largo; li chiamarono a squarciagola, con tutto il fiato che avevano in corpo, ma invano: la pattuglia era scomparsa. Le sentinelle erano svanite nel nulla. Ma la cosa peggiore non era che nessuno di loro era riuscito a vedere cosa gli fosse accaduto, ma che non avevano sentito nemmeno un rumore, niente di niente. Di loro non c’era più traccia”.
Artyom cominciava a pentirsi di aver chiesto a Pyotr Andreevich di raccontare gli avvenimenti della Polezhaevskaya, perché o era meglio informato, oppure aggiungeva dettagli di fantasia alla storia: descriveva particolari che i commercianti non si sognavano nemmeno, sebbene fossero maestri e veri entusiasti dell’arte della narrazione. Proprio questi dettagli fecero venire la pelle d’oca ad Artyom, malgrado fosse seduto vicino al fuoco. Qualunque fruscio proveniente dalla galleria, anche il più insignificante, ormai faceva galoppare la sua immaginazione.
“Quindi, dato che non avevano udito alcuno sparo, si convinsero che le sentinelle li avessero semplicemente abbandonati, che fossero in qualche modo insoddisfatte e che avessero deciso di fuggire. Potevano andarsene al diavolo: se desideravano una vita semplice, se preferivano vagabondare con la marmaglia della peggior specie, potevano farlo finché ne avevano voglia. Era più facile credere che fosse così. Molto più facile. Ma una settimana dopo scomparve un’altra squadra di sentinelle, che non avrebbe dovuto allontanarsi più di cinquecento metri dalla stazione. Era andata come la prima volta: non avevano udito alcun rumore, non avevano ritrovato alcuna traccia. Come se gli altri fossero scomparsi nel nulla. Fu così che alla stazione cominciarono a preoccuparsi. La questione si faceva spinosa, nel giro di una settimana si erano dileguate ben due squadre. Dovevano fare qualcosa, o meglio, dovevano prendere dei provvedimenti. Quindi istituirono un posto di blocco al trecentesimo metro. Vi trascinarono dei sacchi di sabbia, piazzarono le mitragliatrici e un riflettore, come prevedono tutte le regole della fortificazione. Mandarono un delegato alla Begovaya, dato che avevano costituito una confederazione con quella stazione e con la Via del 1905. Inizialmente, c’era stato posto anche per la Campo d’ottobre, ma qualcosa era andato storto, nessuno conosce i dettagli, forse ci fu un incidente. Laggiù le condizioni erano diventate invivibili ed erano fuggiti tutti”.
“Comunque, mandarono un delegato alla Begovaya, per avvisarli che, come usavano dire tra loro, c’era puzza di guai e per chiedere aiuto se fosse successo qualcosa. Il primo delegato era appena giunto alla Begovaya e non aveva ancora ricevuto risposta, quando ne arrivò un secondo, madido di sudore, raccontando che gli uomini del posto di blocco rinforzato erano morti tutti, senza nemmeno sparare un colpo. Erano stati assassinati e, cosa ancora peggiore, sembrava che fossero stati massacrati nel sonno! Quegli uomini non si sarebbero mai addormentati, erano troppo spaventati e soprattutto seguivano ordini e istruzioni precisi. A quel punto, gli abitanti della Begovaya compresero che, se non avessero fanno nulla, sarebbe capitato lo stesso anche a loro e avrebbero dovuto affrontare gli stessi problemi nella loro zona. Perciò equipaggiarono di mitragliatrici e lanciagranate le forze d’intervento dei veterani, un centinaio di uomini circa. Ovviamente ci volle un po’ di tempo, quasi un giorno e mezzo, ma poi partirono per andare ad assistere i loro compagni. Tuttavia, quando la squadra entrò nella Polezhaevskaya, non c’era più anima viva, neanche un cadavere. Solo sangue ovunque. Proprio così. Chissà che diavolo era successo. Io, però, non credo proprio che degli esseri umani siano capaci di un gesto del genere”.
“Cosa accadde agli abitanti della Begovaya?”. La voce di Artyom suonò diversa, quasi estranea.
“A loro non successe nulla. Non appena si resero conto di come si stavano mettendo le cose, fecero saltare la galleria che conduceva alla Polezhaevskaya. Ho sentito dire che laggiù sono franati quaranta metri di gallerie; non c’è modo di scavare per riaprire il passaggio, a meno di usare dei macchinari speciali, che però scommetto non arriverebbero lontano... Ma soprattutto dove trovare macchine di quel genere? Le nostre sono cadute a pezzi quindici anni fa”.
Pyotr Andreevich tacque e continuò a osservare il fuoco. Artyom tossì rumorosamente e disse: “È vero, avrei dovuto sparare a quella creatura... sono stato un idiota”.
In quel momento sentirono qualcuno chiamare a gran voce da sud, dalla direzione della stazione.
“Ehi, laggiù! Al quattrocentesimo metro! Va tutto bene?”
Pyotr Andreevich si portò le mani alla bocca come se fossero un megafono e urlò: “Avvicinatevi! Siamo accampati qui!”
Tre sagome percorrevano la galleria dalla stazione verso di loro, le torce brillavano al buio; forse erano membri della pattuglia del trecentesimo metro. Quando entrarono nel cerchio di luce emanata dal fuoco, spensero le torce e si sedettero.
“Ciao, Pyotr! Allora sei tu! Proprio oggi pensavo: chissà chi hanno mandato ai confini della Terra?”, scherzò la sentinella più anziana, sorridendo e scuotendo il pacchetto di sigarette per farne uscire una.
“Ascolta un po’, Andryukha! Uno dei miei ha visto qualcuno quaggiù, ma non è riuscito a sparargli... Si è nascosto nella galleria e non sembrava umano”.
“Non sembrava umano? E allora cosa poteva essere?”. Andrey si rivolse ad Artyom.
“Non sono nemmeno riuscito a vederlo... Ho richiesto la parola d’ordine, ma la creatura è fuggita, dirigendosi a nord. Tuttavia, i passi non erano umani, erano leggeri e molto veloci, come se avesse quattro zampe invece che due gambe”.
“Oppure anche tre!”. Andrey fece l’occhiolino, con una smorfia spaventosa.
Artyom rimase senza fiato, mentre ripensava alle storie delle persone a tre gambe della linea Filevskaya: alcune delle stazioni arrivavano fino in superficie e le gallerie non si trovavano in profondità, perciò non avevano potuto beneficiare della protezione dalle radiazioni. Da quelle parti vagavano creature a tre gambe, con due teste e altre terribili mostruosità.
Andrey fece un tiro, quindi si rivolse ai suoi uomini: “Ragazzi, già che siamo qui, perché non ci sediamo per qualche minuto? E se una delle creature a tre gambe torna a infastidire i nostri amici, potremo dar loro una mano. Ehi, Artyom! Hai un bollitore?”
Pyotr Andreevich si alzò e versò un po’ d’acqua da una tanica in un bollitore ammaccato e ricoperto di fuliggine, poi lo appese sopra la fiamma. Dopo qualche minuto, non appena l’acqua cominciò a bollire, prese a fischiare. Udendo questo suono così familiare e rassicurante, Artyom venne avvolto da un’ondata di calore e di calma. Scrutò gli uomini seduti attorno al fuoco: erano persone forti, affidabili e temprate dalla vita disagevole che conducevano in quel luogo. Ci si poteva fidare di uomini del genere, si poteva contare su di loro: la loro stazione aveva sempre avuto un’ottima reputazione e si era affermata, più delle altre sulla stessa linea, proprio grazie a coloro che sedevano attorno a quel fuoco e a uomini altrettanto valorosi. Il loro era un legame affettuoso, quasi fraterno.
Artyom era poco più che ventenne ed era venuto al mondo quando ancora si viveva in superficie. Non era magro e pallido come coloro che erano nati nella Metro, che non osavano uscirne perché temevano le radiazioni e i raggi incandescenti del sole, estremamente dannosi per gli abitanti del sottosuolo. Certo, Artyom riusciva a ricordare di essere stato in superficie una volta sola e solo per un breve istante, giacché le radiazioni di fondo erano talmente forti che se qualcuno fosse stato troppo curioso, ci avrebbe rimesso le penne nel giro di un paio d’ore, prima ancora di riuscire a godersi la passeggiata e di capire cosa fosse successo in quel bizzarro mondo all’aperto.
Non aveva alcun ricordo del padre, mentre la madre era stata con lui fino a cinque anni. Vivevano alla Timiryazevskaya. Tutto andava per il verso giusto, la vita scorreva tranquilla e pacifica, ma poi la stazione venne infestata dai ratti.
Un giorno, senza il minimo preavviso, enormi ratti grigi, fradici fino al midollo, arrivarono in massa da una delle gallerie nella parte oscura della stazione. Era una diramazione dimenticata della tratta principale proveniente da nord, che svoltava lateralmente, piombava fino a profondità inconcepibili e si perdeva nella complessità della rete composta da centinaia di corridoi gelati, di puzzolenti labirinti d’orrore. La galleria si addentrava nel regno dei ratti, in cui nemmeno il più disperato degli avventurieri si sarebbe mai spinto. Neppure un vagabondo, non riuscendo più a trovare la strada con l’ausilio delle mappe e dei sentieri sotterranei, avrebbe imboccato quella galleria, percependo d’istinto il pericolo oscuro e sinistro che ne emergeva; si sarebbe allontanato in fretta dall’entrata, come se conducesse a una città di appestati.
Nessuno infastidiva i ratti, nessuno scendeva nei loro territori, né tantomeno osava oltrepassarne il confine.
Furono loro a raggiungere la gente.
Quel giorno le vittime furono numerosissime: un fiume vivente di ratti giganti, più grandi di quanto fossero mai stati visti nelle stazioni o nelle gallerie, aveva distrutto gli sbarramenti e invaso le stazioni, sommergendo tutti i difensori e la popolazione, ammutolendo le urla di morte con le masse dei loro corpi. Annientavano tutto ciò che trovavano sul loro cammino, sia i vivi che i morti e persino i loro simili già periti. Continuavano la loro infinita corsa letale, avanzando inesorabilmente, alla cieca, come spinti da una forza al di là dell’umana comprensione.
Solo pochi uomini sopravvissero; nessuna donna, nessun anziano o bambino, nessuna delle persone che normalmente sarebbero state salvate per prime. Solo cinque omaccioni erano riusciti a stare al passo del fiume distruttivo. Riuscirono a fuggire solo grazie al carrello parcheggiato lì vicino, mentre stavano di guardia nella parte meridionale della galleria. Udendo le grida provenienti dalla stazione, uno di loro si mosse velocemente in quella direzione per accertarsi di ciò che era successo. Nella Timiryazevskaya erano già quasi tutti morti quando vi fece il suo ingresso. Comprese immediatamente la situazione, scorgendo i primi rigagnoli di ratti che risalivano le piattaforme. Stava per tornare indietro, ben sapendo che non sarebbe mai riuscito ad aiutare coloro che difendevano la stazione, quando improvvisamente qualcuno gli afferrò la mano da dietro. Si voltò e distinse una donna dal volto contratto per la paura, che gli tirava insistentemente la manica e urlava, cercando di sovrastare le innumerevoli grida disperate: “Di me non importa, ma lui deve vivere! Lo salvi, soldato! Abbia pietà!”
Si accorse che gli stava porgendo la manina paffuta di un bambino, che lui afferrò senza nemmeno pensare che con quel gesto avrebbe salvato una vita: tirò il bambino a sé, lo sollevò e se lo mise sotto il braccio, quindi cominciò la sua corsa contro la morte e i ratti delle prime file, nel tentativo di superare la galleria e di giungere nel luogo in cui il carrello lo attendeva insieme agli altri pattugliatori. Iniziò a urlare da lontano, da una distanza di cinquanta metri circa, chiedendo loro di avviare il carrello, l’unico motorizzato nel raggio di dieci stazioni. Fu così che riuscirono a seminare i ratti. I pattugliatori procedevano ad altissima velocità, superarono la stazione abbandonata della Dmitrovskaya, dove avevano trovato rifugio alcuni eremiti, ai quali riuscirono a urlare: “Correte via! Ratti!”, senza rendersi conto che quelli non si sarebbero mai salvati. Mentre si avvicinavano allo sbarramento della Savyolovskaya, con la quale fortunatamente avevano accordi pacifici, rallentarono per non cadere vittime del fuoco amico, poiché alla velocità a cui avanzavano sarebbero stati senz’altro scambiati per dei razziatori. Cominciarono a urlare a squarciagola alle guardie: “Ratti! Stanno arrivando!”. Erano pronti per proseguire la loro corsa frenetica attraverso la Savyolovskaya e ancora più avanti, si preparavano a implorare perché li lasciassero procedere oltre, sempre che la lava grigia non avesse inghiottito tutta la Metro.
Ma fortunatamente alla Savyolovskaya c’era qualcosa che avrebbe salvato loro, la stazione e persino l’intera diramazione Serpukhovsko-Timiryazevskaya. Erano quasi in stazione, madidi di sudore, urlavano alle guardie della Savyolovskaya di come fossero scampati per un pelo a una morte certa, quando quelle stesse sentinelle cominciarono, con movimenti veloci, a rimuovere la copertura di un’apparecchiatura impressionante.
Si trattava di un lanciafiamme, costruito dagli artigiani del luogo usando pezzi di ricambio: era un’arma improvvisata ma incredibilmente potente. Non appena le prime file di ratti furono visibili, mentre diventavano più numerose e nell’oscurità si cominciava a sentire il rumore frusciante e graffiante di migliaia di zampe, le guardie azionarono il lanciafiamme, per spegnerlo solo una volta esaurito il carburante. Un’ululante fiamma arancione riempì la galleria per decine di metri e bruciò i ratti, dal primo all’ultimo, senza sosta, per dieci, quindici, venti minuti. La galleria venne invasa dall’odore rivoltante della carne bruciata e dallo squittio incontrollato degli animali. Dietro gli uomini di guardia alla Savyolovskaya, che erano già diventati degli eroi, conosciuti in tutta la linea della Metropolitana, il carrello finalmente si fermò. A bordo vi erano i cinque uomini fuggiti dalla stazione Timiryazevskaya, ma vi era anche un altro passeggero: il bambino che avevano salvato. Un ragazzino. Artyom.
I ratti cominciarono la ritirata. La loro cieca volontà era stata spezzata da una delle ultime invenzioni del genio militare umano. Quando si trattava di uccidere, gli esseri umani erano sempre stati di gran lunga i migliori, rispetto alle altre specie.
I ratti defluirono e tornarono nel loro enorme regno, le cui reali dimensioni rimanevano sconosciute. Tutti quei labirinti, che si intrecciavano a profondità inimmaginabili, erano ancora un mistero e comunque totalmente inutili per il funzionamento della Metropolitana. Era difficile credere che quel bandolo fosse stato edificato da dei semplici costruttori di metropolitane, sebbene diversi esponenti alle autorità avessero giurato che era andata proprio così.
In passato, uno di questi personaggi aveva lavorato come assistente del capotreno su un convoglio elettrico. Erano rimaste pochissime persone come lui, ed erano tenute in altissima considerazione perché all’inizio erano le sole a riuscire a orientarsi laggiù. Inoltre, non si lasciavano sopraffare dalla paura nei momenti in cui si trovano fuori dalla sicurezza e dalla comodità del vagone, nelle tetre gallerie della Metro di Mosca, nelle viscere di pietra della grande metropoli. Alla stazione, tutti trattavano l’assistente del capotreno con riverenza e insegnavano ai loro figli a fare lo stesso. Molto probabilmente fu per questo motivo che Artyom si ricordava ancora di lui, un uomo magro, allampanato e smagrito dagli anni di lavoro. Indossava un’uniforme da addetto alla Metropolitana ormai sbiadita e consunta, che già da tempo aveva perduto la sua eleganza, ma che lui portava con il medesimo orgoglio con cui un ammiraglio in pensione sfoggiava l’alta uniforme. Persino Artyom, che al tempo era ancora un bambino, aveva notato una sorta di dignità e di potere nella figura cagionevole dell’assistente del capotreno.
Era ovvio che fosse così, perché tra tutti i sopravvissuti, gli addetti della Metropolitana venivano considerati come delle guide esperte in spedizioni scientifiche nella giungla impenetrabile. La gente gli credeva senza mai mettere in dubbio la loro autorità, si fidava totalmente di loro e affidava la sopravvivenza di tutti i superstiti alle loro conoscenze e abilità. Molti addetti diventarono capi stazione quando il sistema di governo unificato si sciolse e la Metro venne trasformata in un complesso oggetto di difesa civile, un enorme rifugio contro la pioggia radioattiva, una moltitudine di stazioni autonome senza alcun legame tra loro, e sprofondò nel caos e nell’anarchia. Le stazioni divennero così indipendenti e autosufficienti, degli staterelli separati, con le loro ideologie e i loro regimi, i loro esponenti e i relativi eserciti. Erano in guerra le une contro le altre, si alleavano, formavano federazioni e confederazioni. Un giorno diventavano centri metropolitani di un fiorente impero, mentre quello successivo venivano soggiogate e colonizzate da quelli che erano stati loro amici, oppure loro schiavi. Si creavano alleanze a breve termine per affrontare una minaccia comune, salvo poi assalirsi nuovamente l’un l’altra non appena la minaccia fosse passata e le forze non si fossero ristabilite completamente. Si scontravano tra loro al minimo pretesto, sia per i luoghi in cui vivere, che per il cibo. Ad esempio, si contendevano le coltivazioni di lieviti proteici, le piantagioni di funghi che non necessitavano di luce per crescere, i pollai e i porcili, con galline scheletriche e maiali sotterranei che venivano cresciuti a base di funghi sotterranei e incolore. Ovviamente combattevano anche per l’acqua, o meglio, per i filtri. I barbari, che non sapevano come riparare i sistemi di filtri ormai vetusti nelle loro stazioni, morivano a causa dell’acqua avvelenata dalle radiazioni e si scagliavano con rabbia animalesca contro i bastioni civilizzati, nelle stazioni in cui le dinamo e le piccole, semplicissime centrali idroelettriche funzionavano alla perfezione, dove i filtri erano stati riparati e venivano regolarmente puliti. Qui, grazie alle amorevoli mani delle donne, il suolo umido era costellato di piccoli funghi bianchi e i maiali ben nutriti grufolavano nei loro recinti.
Questa infinita e disperata offensiva era generata dal loro istinto di conservazione, che andava oltre l’eterno principio rivoluzionario del divide et impera. Coloro che difendevano le stazioni più ambite si organizzavano in divisioni pronte alla battaglia, composte da ex militari professionisti, affrontavano gli assalti dei vandali, finché l’ultima goccia del loro sangue era stata versata. Si lanciavano in contrattacchi e riconquistavano, con una sola battaglia, ogni metro delle gallerie tra una stazione e l’altra. Le diverse stazioni radunavano i poteri militari per rispondere alle incursioni con spedizioni punitive, o per allontanare i vicini civilizzati da territori cruciali per il sostentamento, nel caso non fossero riusciti a raggiungere degli accordi pacifici, o ancora per resistere a tutte le nefandezze che fuoriuscivano dai buchi e dalle gallerie. Queste ultime erano creature strane, singolari ed estremamente pericolose, del tipo che avrebbe sconfortato Darwin in persona, giacché non soggiacevano ad alcuna delle leggi sullo sviluppo evolutivo. Tuttavia, era chiaro che queste bestie erano diverse dagli animali a cui gli umani erano abituati: che fossero rinati sotto i raggi invisibili e pericolosissimi della luce del sole, che si fossero trasformati da rappresentanti inoffensivi della fauna urbana in tizzoni infernali, o che avessero sempre dimorato a queste profondità e che l’uomo li avesse disturbati solo in seguito, erano comunque parte inconfutabile della vita sulla terra. Sfigurati e perversi, erano cionondimeno degli esseri viventi. Per questo, provavano lo stesso impulso violento di tutti gli altri organismi di questo pianeta: sopravvivere, a qualsiasi costo.
E per sopravvivere, riprodursi.
E per sopravvivere, combattere.
Anche uccidere, per sopravvivere.
Artyom accettò una tazza bianca smaltata, in cui era stato versato un po’ del tè prodotto nella stazione. Certo, non si trattava propriamente di tè, ma di un infuso di funghi essiccati e di altri additivi. Il vero tè era rarissimo, veniva razionato e servito solo nelle festività più importanti; inoltre, poteva raggiungere un prezzo decine di volte superiore a quello del tè di funghi. Tuttavia, erano molto orgogliosi dell’infuso che producevano alla loro stazione, tanto da chiamarlo proprio “tè”. Gli stranieri lo sputavano dopo il primo sorso, perché non erano abituati al gusto, ma ben presto vi si abituavano. Il loro tè divenne famoso anche oltre i confini della stazione; persino i commercianti arrivavano alla spicciolata per acquistarlo, rischiando la vita. Così divenne conosciuto su tutta la linea della Metropolitana, tanto che persino la Lega Hanseatica aveva cominciato a interessarsene e grandi carovane piene di infuso magico avevano iniziato a partire dalla VDNKh. Cominciò a girare moltissimo denaro e, dove c’erano quattrini, c’erano anche armi, legna da ardere e vitamine. C’era vita. Da quando alla VDNKh avevano cominciato a produrre quel tè, la stazione era diventata sempre più forte, mentre gli abitanti di quelle limitrofe si erano avvicinati, anche perché erano stati posati nuovi binari. Era arrivata la prosperità. Alla VDNKh erano anche molto soddisfatti dei loro maiali, poiché la leggenda voleva che questi animali fossero entrati nella Metropolitana proprio da questa stazione. Quando tutto cominciò, dei temerari si erano introdotti nel padiglione della fiera in cui venivano allevati i maiali e avevano fatto scendere il bestiame nella stazione.
“Artyom, come vanno le cose con Sukhoi?”, gli domandò Andrey, bevendo il suo tè a piccoli sorsi cauti, soffiandoci sopra con attenzione.
“Con lo zio Sasha? Va tutto bene. È tornato poco tempo fa da un’escursione lungo la linea, con alcuni dei nostri. Una spedizione, come forse saprà”.
Andrey aveva circa quindici anni in più di Artyom. In realtà era una sentinella, ma raramente se ne stava di guardia nei pressi del quattrocentocinquantesimo metro e comunque lo faceva in qualità di comandante dello sbarramento. Laggiù lo assegnavano al trecentesimo metro, sempre con un’ottima copertura; tuttavia sentiva il bisogno di addentrarsi più in profondità, dunque ogni pretesto e ogni falso allarme erano buoni per avvicinarsi all’oscurità e al segreto. Adorava la galleria e conosceva molto bene tutte le diramazioni. Alla stazione non si sentiva a proprio agio tra i fattori, gli artigiani, i commercianti e gli amministratori; molto probabilmente si sentiva inutile. Non riusciva a costringersi a zappare la terra per coltivare i funghi oppure, ancora peggio, a far abbuffare, sempre di funghi, i maiali delle stazioni, immerso nel letame fino alle ginocchia. Ma non sarebbe potuto essere nemmeno un commerciante, poiché non sopportava questa categoria, sin da quando era bambino. Era sempre stato un soldato, un guerriero, e credeva con tutto se stesso che questo fosse l’unico lavoro degno di un uomo. Era orgoglioso di non aver fatto altro nella vita che difendere fattori puzzolenti, commercianti pignoli, amministratori sempre efficienti, oltre naturalmente a bambini e donne. Queste ultime erano attratte dalla sua forza arrogante, dalla sicurezza che ostentava, dalla serenità con cui si proponeva e si relazionava con gli altri, perché era sempre in grado di difenderli. Quando le donne gli promettevano di amarlo, gli offrivano anche il benessere, ma lui si sentiva bene solo oltre il cinquantesimo metro, oltre il punto di svolta, dove le luci della stazione venivano nascoste. Per questo le donne non lo seguivano. Ma perché no?
Dopo essersi scaldato per bene grazie al tè, si levò il vecchio berretto nero e con la manica si asciugò i baffi umidi di vapore. Quindi prese a fare una domanda dopo l’altra ad Artyom, ansioso di conoscere le novità e i pettegolezzi provenienti dal sud e scoperti durante l’ultima spedizione dal patrigno, cioè lo stesso uomo che diciannove anni prima era riuscito a strapparlo ai ratti alla Timiryazevskaya e che, non essendo stato capace di abbandonarlo, lo aveva cresciuto.
“Anche io so un paio di cose, ma ascolterò con piacere, dovesse anche trattarsi di fatti già noti. Cosa... Ti dispiace?”, insistette Andrey.
Non dovette faticare a convincerlo, poiché Artyom si divertiva molto a ricordare e a raccontare le storie del patrigno. Dopotutto, chiunque le avrebbe ascoltate a bocca aperta. “Beh, forse sa dove sono andati”, cominciò Artyom.
“Ho saputo che si sono diretti a sud. Compiono missioni top secret, i tuoi amici ‘escursionisti’”, lo canzonò Andrey. “Si tratta di missioni speciali per conto dell’amministrazione!”, fece l’occhiolino a uno dei suoi.
“Non c’era proprio nulla di segreto”, Artyom gesticolò in maniera sprezzante. “Era un spedizione di ricognizione, per raccogliere delle informazioni... che potessero essere attendibili. Non ci si può fidare degli stranieri, dei commercianti che ci ammaliano con le loro parole alla stazione, perché potrebbero persino essere degli agenti segreti che tentano di diffondere informazioni errate”.
“Non ci si può mai fidare dei commercianti”, rincarò la dose Andrey. “Pensano solo al loro bene. Impossibile fidarsi. Il giorno prima vendono il tuo tè all’Hansa, e il giorno dopo decidono di vendere sia te che i tuoi reni a qualcun altro. Potrebbero essere persino tra noi, a raccogliere informazioni. Ad essere onesto, io non mi fido nemmeno dei nostri”.
“Beh, secondo me si sbaglia, Andrey Arkadych. I nostri sono dei bravi ragazzi. Li conosco quasi tutti di persona e sono delle persone normali, come ce ne sono dappertutto, solo che a loro piacciono molto i quattrini e desiderano vivere meglio degli altri, quindi si sforzano di ottenere qualcosa in più”, controbatté Artyom, cercando di difendere i commercianti della zona.
“Hai proprio centrato il bersaglio, è quello che intendevo dire io: adorano il denaro e vogliono vivere meglio di tutti gli altri. Chi mi sa dire che fanno quando imboccano la galleria? Riuscite ad assicurarmi che alla prossima stazione non verranno reclutati dagli agenti?”
“Quali agenti? A quale fazione apparterrebbero gli agenti ai quali i nostri commercianti si sarebbero sottomessi?”
“Ascolta bene ciò che dico ora, Artyom: sei ancora giovane e molte sono le cose che non sai. Dovresti ascoltare gli anziani e, se presterai la dovuta attenzione, riuscirai a vivere più a lungo”.
“Ma qualcuno dovrà pur fare il loro lavoro! Se non fosse per i commercianti, ce ne staremmo qui senza equipaggiamento militare, a bere il nostro tè con i fucili Berdan, a sperare che i Tetri se ne stiano alla larga”, replicò Artyom, ribadendo la sua opinione.
“Ottimo, c’è un economista in mezzo a noi... Datti una calmata. Piuttosto raccontaci cosa ha visto Sukhoi laggiù. Che sta accadendo ai vicini? All’Alekseevskaya? E alla Rizhskaya?”
“All’Alekseevskaya? Nulla di nuovo, coltivano funghi. Dopotutto, cos’è l’Alekseevskaya se non una semplice fattoria... Per lo meno, così ho sentito dire”. A quel punto Artyom abbassò la voce per creare la suspense necessaria all’informazione che stava per rivelare: “Vogliono unirsi a noi. Alla Rizhskaya sono d’accordo. Subiscono crescenti pressioni da sud e il loro morale continua a peggiorare, infatti si è cominciato a parlare di una sorta di minaccia, gli abitanti hanno paura, anche se nessuno sa di cosa. Potrebbe esserci una specie di nuovo impero all’estremità più lontana della linea; o magari la popolazione ha cominciato a temere l’Hansa, perché crede che si voglia espandere; oppure il motivo è ancora diverso. Quei miserabili hanno cominciato ad avvicinarsi a noi, sia la Rizhskaya che l’Alekseevskaya”.
“Ma cosa vogliono da noi? Cosa ci offrono?”, sollecitò Andrey.
“Vorrebbero creare una federazione e istituire un sistema di difesa comune, per rafforzare i confini di entrambe le estremità, fare in modo che vi sia un sistema di illuminazione costante nelle gallerie tra le stazioni, organizzare una forza di polizia per pattugliare le gallerie laterali e i corridoi, oltre a predisporre carrelli per il trasporto, posare un cavo del telefono, delimitare tutti gli spazi disponibili per la coltivazione dei funghi... Insomma, auspicano un’economia comune: lavorare e aiutarsi l’un l’altro, se ciò si rendesse necessario”.
“Ma dov’erano quando noi avevamo bisogno di loro? Quando venivamo infestati dai parassiti che venivano dall’Orto botanico e da Medvedkov? Quando i Tetri ci attaccarono? Loro dov’erano?”, ringhiò Andrey.
“Non fare l’uccello del malaugurio, Andrey! Fa’ molta attenzione!”, si intromise Pyotr Andreevich. “Al momento i Tetri non sono qui e tutto va come dovrebbe. Non siamo stati noi a sconfiggerli: gli è successo qualcosa e si sono acquietati; la loro potrebbe anche essere una tattica per risparmiare energia, quindi una federazione non causerà alcun danno, a maggior ragione se ci alleiamo con i nostri vicini. E se ciò andrà a loro vantaggio, porterà benefici anche a noi”.
“Così avremo libertà, uguaglianza e fratellanza!”, precisò ironicamente Andrey, usando le dita della mano per sottolineare la sua affermazione.
“Beh, non vuole ascoltare il resto?”, reclamò Artyom, offeso.
“Certo, Artyom, continua pure”, gli rispose Andrey. “Terminerò la discussione con Pyotr più tardi, l’abbiamo già posticipata troppo a lungo”.
“Va bene: quindi, il loro capo parrebbe concordare, non ha alcuna obiezione particolare. Devono solo valutare i dettagli, ben presto ci sarà un’assemblea. Quindi, un referendum”.
“In che senso, un referendum? Se il popolo dice sì, allora, tutti d’accordo; se invece dice no, significa che la gente non pensa abbastanza e bisogna darle più tempo per decidere”, lo punzecchiò Andrey.
“Secondo te, Artyom, che succede oltre la Rizhskaya?”, sollecitò Pyotr Andreevich, non prestando attenzione ad Andrey.
“Cioè, quale sarà il prossimo passo? La Prospekt Mira. Mi sembra la scelta più naturale, dal momento che è il confine della Lega Hanseatica. Il mio patrigno sostiene che la situazione tra l’Hansa e i Rossi sia sempre la medesima e che hanno mantenuto la pace. Nessuno laggiù pensa più alla guerra”, affermò Artyom.
La “Lega Hanseatica” era il nome dell’”Accordo tra le stazioni della linea dell’Anello”. Tali stazioni si trovavano alle intersezioni tra le diverse linee e, di conseguenza, anche sulle rotte dei commercianti. Le linee erano interconnesse da gallerie che diventarono il luogo d’incontro per gli uomini d’affari di tutta la Metropolitana. Questi ultimi si arricchirono a una velocità incredibile e ben presto, sapendo che il loro benessere stava suscitando sentimenti di invidia in troppe persone, decisero di unire le forze. Tuttavia, il nome ufficiale era fin troppo scomodo e, tra coloro che non vi appartenevano, l’Accordo veniva soprannominato “Hansa”, poiché una volta qualcuno lo aveva accuratamente paragonato all’alleanza delle città commerciali della Germania medievale; questo nomignolo era accattivante e rimaneva impresso. Al principio, facevano parte dell’Hansa solo poche stazioni e l’Accordo prese piede soltanto gradualmente. La parte dell’Anello che andava dalla Kievskaya alla Prospekt Mira veniva chiamata Arco settentrionale e includeva la Kurskaya, la Taganskaya e la Oktyabrskaya, alle quali si aggiunsero poi la Paveletskaya e la Dobrynskaya, formando un secondo Arco, il meridionale. Ma il problema maggiore, che intralciava l’unione tra i due Archi, era rappresentato dalla linea Sokol.
“Questo perché”, gli aveva rivelato una volta il suo patrigno, “la linea Sokol è speciale, sotto un certo punto di vista. Quando si osserva una mappa, è lei ad attirare subito l’attenzione. Prima di tutto, è una linea diritta, come fosse una freccia. In secondo luogo, sulle mappe della Metropolitana è segnalata con un rosso acceso; inoltre, anche i nomi delle sue stazioni fanno la loro parte: Krasnoselskaya, Krasnye Vorota, Komsomolskaya, Biblioteca Lenin e Leninskie Gory...”. Non si sa se fossero i nomi o altro, ma quella linea aveva attirato a sé tutti coloro che si sentivano particolarmente nostalgici del glorioso passato russo. Laggiù, l’idea di fare rinascere lo stato sovietico dalle proprie ceneri trovò terreno fertile. Inizialmente, solo una stazione ritornò ad affermare gli ideali comunisti e una forma di governo socialista, poi fu il turno della vicina e, quando la gente delle gallerie cominciò ad avere il sentore di quest’ottimismo rivoluzionario, si liberò degli amministratori e poi di tutti gli altri. I veterani ancora in vita, ex membri del Komsomol e funzionari di partito, oltre ai membri permanenti del proletariato, si riunirono tutti alle stazioni rivoluzionarie. Fondarono un comitato responsabile della divulgazione, all’interno dell’intera Metropolitana, di questa nuova rivoluzione e delle sue idee comuniste, che venne chiamato “Interstazionale”, nome dall’eco alquanto leniniana. Assemblarono divisioni di rivoluzionari professionisti e di propagandisti per inviarli alle stazioni nemiche. Di norma, non veniva mai versato del sangue, poiché gli abitanti della linea Sokol morivano di fame e aspiravano a ristabilire la giustizia, per la quale, secondo loro, a parte l’egualitarismo non giustificato, non vi era altra opzione. Perciò ben presto l’intera diramazione, dopo essersi infiammata solo da un lato, venne pervasa completamente dal fuoco rosso della rivoluzione. Le stazioni adottarono nuovamente i loro precedenti nomi sovietici: Chistye Prudy ritornò Kirovskaya, Lubianka tornò ad essere Dzerzhinskaya, Okhotnyi Ryad ridiventò Prospekt Marksa. Le stazioni dai nomi più neutrali vennero ribattezzate con appellativi più ideologici: Sportivnaya si trasformò in Kommunisticheskaya, Sokolniki cambiò nome in Stalinskaya, mentre Preobrazhenskaya Ploshchad, dove tutto era cominciato, divenne Znamya Revolutsya. Anche la linea stessa, un tempo Sokol, ora veniva comunemente chiamata la “linea Rossa”. In passato i moscoviti non avevano mai avuto l’abitudine di riferirsi alle linee della Metropolitana con il colore riportato sulla mappa, ma ora questa veniva chiamata ufficialmente “linea Rossa”. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Nel momento in cui fu istituita la linea Rossa, prese a circolare anche il progetto di estenderla nel resto della Metropolitana, ma a quel punto la pazienza delle altre stazioni venne velocemente a mancare: troppe persone ricordavano l’era sovietica, così come erano in molti coloro che consideravano gli agitatori in missione per l’Interstazionale nella Metropolitana come un cancro che si stava espandendo e che minacciava di uccidere l’intero organismo. Ma finché gli agitatori e i propagandisti promettevano alle persone l’elettricità in tutta la Metropolitana, li informavano che se si fossero uniti ai poteri sovietici avrebbero vissuto il vero comunismo, sebbene fosse poco probabile che questa trovata venisse dallo slogan di Lenin, poiché la prima era decisamente intesa allo sfruttamento degli individui, la gente che si trovava al di là dei confini non era per nulla tentata. I divulgatori dell’Interstazionale venivano acciuffati e rimandati nel loro territorio sovietico. A quel punto l’autorità Rossa decise che era venuto il momento di agire in maniera più incisiva: se il resto della Metropolitana non avesse accettato le fiamme divampanti della rivoluzione, allora avrebbero dovuto provare ad accenderle con le loro stesse mani. Inoltre, le stazioni vicine erano preoccupate dalla propaganda comunista che si stava facendo sempre più violenta, la quale nel frattempo era giunta alla stessa conclusione: la storia dimostra che non esiste metodo migliore per inoculare il virus del comunismo che con una baionetta.
Così si scatenò una fragorosa tempesta.
La coalizione di stazioni anti comuniste, gestita dall’Hansa, fece irruzione sulla linea Rossa per cercare di chiudere l’Anello. Naturalmente l’Hansa non si aspettava di dover affrontare una resistenza organizzata e aveva sopravvalutato i propri poteri. Si era figurata una vittoria senza sforzi, che in realtà non sarebbe mai stata possibile, nemmeno nel futuro più remoto. Il conflitto si trasformò in una guerra lunga e sanguinosa, che continuò senza tregua. Inoltre, la popolazione della Metropolitana non era poi così numerosa... Le ostilità proseguirono per un anno e mezzo e consistettero per lo più in battaglie di posizionamento che comportavano scorribande e diversivi da parte dei guerriglieri, barricate nelle gallerie, esecuzioni di prigionieri, oltre a numerose altre atrocità commesse da entrambe le fazioni. Accadde di tutto: operazioni dell’esercito, accerchiamenti, sfondamenti degli accerchiamenti, oltre a diverse altre imprese, a cui parteciparono comandanti, eroi e traditori. Ma la caratteristica principale di questa guerra era che nessuna delle due fazioni belligeranti riusciva a spostare la propria linea del fronte di una distanza considerevole.
Alle volte sembrava che una delle due stesse guadagnando terreno, che avrebbe conquistato la stazione vicina, ma gli avversari resistevano, mobilitavano forze aggiuntive e il piatto della bilancia cominciava a pendere dalla parte del nemico.
Tuttavia, la guerra esaurì le risorse ed eliminò le persone migliori; la guerra era sempre estenuante. Coloro che riuscirono a sopravvivere cominciarono a stancarsi. Il governo rivoluzionario, scaltro, sostituì gli enormi obiettivi iniziali con altri più modesti. All’inizio auspicavano la distribuzione del potere socialista e delle idee comuniste all’interno della Metropolitana, ma in seguito i Rossi presero a sperare solo di ottenere il controllo su ciò che consideravano il loro più alto baluardo, cioè la stazione chiamata Piazza della Rivoluzione: prima di tutto per il nome che portava, e in secondo luogo perché era la più vicina alla Piazza Rossa e al Cremlino, le cui torri erano ancora adorne di rubini a forma di stella, stando alle testimonianze di alcuni coraggiosi, così motivati da ciò in cui credevano da risalire solo per ammirarle. In superficie, vicino al Cremlino, al centro della Piazza Rossa, si ergeva il Mausoleo; nessuno sapeva se il corpo di Lenin fosse ancora conservato al suo interno, ma ciò non importava granché. Per i lunghi decenni dell’era sovietica, il Mausoleo non era più stato una tomba, ma si era trasformato in un santuario, simbolo sacro della continuità del potere.
Le parate dei grandi capi militari del passato cominciavano proprio da lì, mentre quelle dei leader del presente aspiravano ad arrivarci. Inoltre, si diceva che dagli uffici della stazione della Piazza della Rivoluzione si diramassero passaggi segreti che conducevano ai laboratori segreti del Mausoleo, i quali portavano direttamente alla bara stessa.
I Rossi avevano ancora la Prospekt Marksa, prima chiamata Okhotnyi Ryad. Fortificata, divenne una base da cui venivano lanciati gli attacchi sulla Piazza della Rivoluzione. Più di una crociata venne benedetta dall’autorità rivoluzionaria e inviata a liberare la stazione e il sepolcro. Tuttavia, coloro che la difesero comprendevano quale significato avesse per i Rossi e proprio per questo motivo cercarono di resistere fino all’ultimo. La Piazza della Rivoluzione diventò una fortezza inavvicinabile. La battaglia peggiore e più sanguinosa fu combattuta nelle vicinanze della stazione, dove perse la vita un numero incalcolabile di persone; in moltissimi si comportarono da eroi e affrontarono i proiettili a viso aperto, i più coraggiosi si fecero saltare in aria insieme alle granate che si legavano al corpo, nel momento in cui giungevano nei pressi di punti di artiglieria nemica; per di più vi furono coloro che azionarono i lanciafiamme, proibiti contro la gente. Ma fu tutto invano. Riuscivano a riconquistare la stazione per un giorno, ma non erano in grado di fortificarla, perciò venivano sconfitti e si ritiravano il giorno successivo, quando la coalizione si rifaceva avanti con un contrattacco.
Lo stesso stava accadendo alla Biblioteca Lenin: era una fortezza dei Rossi e le forze di coalizione avevano ripetutamente provato a conquistarla. La stazione aveva un enorme valore strategico, poiché se fossero riusciti a ottenerla, la linea Rossa si sarebbe divisa in due, assicurando un passaggio diretto ad altre tre linee, con le quali la Rossa non si interseca in nessun altro punto. Era un nodo cruciale, paragonabile a una ghiandola linfatica infettata dalla peste, che di conseguenza avrebbe ammorbato anche il resto dell’organismo. Quindi, per impedire che ciò accadesse, la Biblioteca Lenin andava conquistata ad ogni costo.
I tentativi dei Rossi di impadronirsi della Piazza della Rivoluzione si erano rivelati un buco nell’acqua e lo stesso era stato per gli sforzi della coalizione con la Biblioteca Lenin. Nel frattempo la gente era stremata dai combattimenti. La diserzione era molto diffusa: spesso accadde che, durante una battaglia, i soldati dei due fronti decidessero di gettare le armi e di fraternizzare... Al contrario della Prima guerra mondiale, però, i Rossi non ne trassero alcun vantaggio. La miccia rivoluzionaria si stava spegnendo lentamente, mentre la coalizione non si trovava in acque migliori: delusi dal fatto che dovessero costantemente mettere a repentaglio le loro vite, gli alleati decidevano di lasciare e, famiglia dopo famiglia, si spostavano dalle stazioni più centrali a quelle periferiche. Questo esodo lasciò l’Hansa semideserta e indebolita. La guerra aveva avuto un effetto estremamente negativo sul commercio, tanto che i commercianti trovarono altri modi di condurre i loro affari e le più importanti rotte del mercato si svuotarono e pian piano si caddero in disuso...
I politici, spalleggiati da sempre meno soldati, sentirono l’urgenza di trovare una maniera di porre fine alla guerra, prima che le armi gli si rivoltassero contro. Per questa ragione, in circostanze che rimasero segrete, i leader delle fazioni nemiche, cioè il presidente dell’Hansa, Loginov e il capo della Confederazione dell’Arbat, Kolpakov, si incontrarono in una delle stazioni neutrali.
Firmarono un accordo di pace in tutta fretta; le parti si scambiarono le stazioni: la linea Rossa ricevette una semidistrutta Piazza della Rivoluzione, ma rinunciò alla Biblioteca Lenin. Non era un passo semplice da compiere, per nessuno dei due movimenti; inoltre, la confederazione perse una delle sue parti a causa delle sua influenza sul settore nord-occidentale, mentre la linea Rossa si frammentò, giacché non vi era più alcuna sua stazione che non fosse stata divisa in due. Malgrado entrambe le parti avessero garantito l’un l’altra il diritto di libero transito attraverso i loro ex territori, una situazione del genere non poteva che turbare i Rossi... Purtroppo, ciò che la coalizione aveva proposto loro era troppo allettante. E la linea Rossa non riuscì a resistere. In seguito alla stipulazione dell’Accordo, l’Hansa ebbe la meglio, proprio perché si trovava più vicina all’Anello: l’ultimo ostacolo verso la loro prosperità era stato rimosso.
Concordarono di osservare lo status quo e il divieto di condurre propaganda e attività sovversive nei territori dell’ex nemico. Furono tutti soddisfatti e nel momento in cui le voci dei cannoni e dei politici tacquero, toccò ai propagandisti spiegare alle masse che il loro gruppo era riuscito in un’incredibile impresa diplomatica, vincendo la guerra.
Trascorsero molti anni da quel giorno memorabile in cui venne firmato il trattato di pace, che in seguito fu sempre rispettato da entrambe le parti. L’Hansa trovò nella linea Rossa un partner economico vantaggioso, mentre quest’ultima rinunciò a tutti i propositi aggressivi: il compagno Moskvin, segretario generale del partito comunista della Metropolitana di Mosca nel nome di Vladimir Lenin, provò, con un’acrobazia dialettica, che esisteva la possibilità di ricostituire il comunismo su una linea della Metro separata e che le antiche ostilità erano state dimenticate.
Artyom ricordava bene questa lezione di storia recente, nello stesso modo in cui cercava di ricordare tutto ciò che il patrigno gli aveva raccontato.
“Per fortuna quel massacro si è concluso”, affermò quindi Pyotr Andreevich. “Per un anno e mezzo è stato impossibile avvicinarsi all’Anello: c’erano sbarramenti ovunque, controllavano i documenti di tutti anche un centinaio di volte, se ne era necessario. In quel periodo conducevo degli affari da quelle parti e non c’era modo di superare gli sbarramenti se non attraverso l’Hansa. Mi fermarono proprio alla Prospekt Mira, mi misero praticamente al muro”.
“E poi cosa successe? Non ce lo hai mai raccontato, Pyotr... Com’è andata?”, chiese Andrey interessato.
Artyom si mise più comodo, dato che la staffetta del narratore era stata passata a qualcun altro. Ma la storia si preannunciava interessante, di conseguenza decise di non intromettersi.
“Beh, è molto semplice: ritenevano che fossi una spia rossa. Uscii dalla galleria alla Prospekt Mira, sulla nostra linea, che oltretutto era controllata dall’Hansa. È, per così dire, adiacente; laggiù la situazione non era poi così controllata, c’era un mercato, un’area adibita al commercio. Come sapete, la situazione era simile ovunque vi fosse l’Hansa, le stazioni sull’Anello formavano una sorta di territorio base, mentre i passaggi di trasferimento dalle stazioni dell’Anello avevano la funzione di radiali, dove erano stati istituiti dazi doganali e controllo dei passaporti...”
“Sappiamo tutti come funzionava laggiù, ce lo vuoi insegnare tu? Dicci piuttosto cosa ti è accaduto!”, lo interruppe Andrey.
“Controllo dei passaporti”, ripeté Pyotr Andreevich, corrucciando le sopracciglia, determinato ad arrivare al punto della questione.
“Nelle stazioni radiali vi erano mercati ed empori... a cui gli stranieri avevano la possibilità di accedere. Ma non si potevano superare i confini, non c’era alcun modo per farlo. Quel giorno andai alla Prospekt Mira, avevo con me mezzo chilo di tè e avevo bisogno di munizioni per il fucile. Pensavo di riuscire a barattare. Beh, pare che laggiù vigesse la legge marziale, perciò non permettevano di vendere equipaggiamento militare. Chiesi a una persona, poi a un’altra. Trovavano tutte una scusa e si allontanavano di fretta. Solo una mi sussurrò: ‘Ma quali munizioni, idiota che non sei altro. Vattene subito da qui e in fretta. Probabilmente sono già stati informati di ciò che cerchi’. Lo ringraziai e me ne ritornai cautamente nella galleria. All’uscita, una pattuglia mi fermò e sentii fischiare dalla stazione, dopodiché vidi un distaccamento che si avvicinava di corsa. Mi chiesero i documenti e diedi loro il mio passaporto, con il timbro della nostra stazione. Lo controllarono con attenzione e chiesero: ‘Dov’è il tuo lasciapassare?’. Io risposi, sorpreso: ‘Lasciapassare?’. Così scoprii che per avere accesso a quella stazione si era obbligati ad avere un lasciapassare: vicino all’uscita della galleria c’era un tavolinetto, un ufficio, dove controllavano i documenti di identificazione e, nel caso fosse necessario, rilasciavano un lasciapassare. Quanta burocrazia, quei topi di fogna!”
“Come riuscii a superare quel tavolinetto, ancora non so dirlo... Perché quei buoni a nulla non mi fermarono? Vallo a spiegare alla pattuglia... Arrivò una montagna di muscoli con il cranio completamente rasato e la tuta mimetica, che cominciò a urlare: ‘È sgattaiolato qui! Si è intrufolato! Si è insinuato furtivamente!’. Cominciò a fare avanti e indietro tra le pagine del mio passaporto e, quando vide il timbro della Sokol, dove avevo vissuto tempo prima, i suoi occhi si iniettarono di sangue, come quelli di un toro che vede un drappo rosso. Di scatto, sfoderò la pistola e ruggì: ‘Mani in alto, delinquente!’. Il suo livello di addestramento mi fu subito ovvio. Mi prese per il bavero e mi trascinò per tutta la stazione, finché non passammo dal punto di trasferimento, dove stava il suo superiore. Qui, mi minacciò: ‘Aspetta qui, devo solo ricevere il permesso dal comando, così posso metterti al muro, sporca spia’. In quel momento stavo per sentirmi male, così cercai di giustificarmi: ‘Che tipo di spia dovrei essere? Io sono un commerciante! Ho portato del tè dalla VDNKh!’. Per tutta risposta mi disse che mi avrebbe riempito la bocca di tè e me l’avrebbe fatto ingoiare con la canna della pistola. Capii quindi che non ero stato molto convincente e che, se il suo superiore gli avesse concesso l’approvazione, mi avrebbe condotto al duecentesimo metro e, con il visto rivolto verso i tubi, mi avrebbe riempito di piombo, come voleva la legge marziale. Pensai che le cose si stavano mettendo male... Giungemmo al punto di passaggio e la mia montagna di muscoli andò a concordare quale fosse il luogo migliore in cui uccidermi. Guardai il suo capo e sentii tutto il peso che portavo sulle spalle dissolversi in un batter d’occhio: si trattava di Pashka Fedotov, un mio ex compagno di classe, con il quale ero rimasto amico anche dopo aver terminato gli studi, ma che poi avevo perso di vista...”
“Dannazione! Mi hai spaventato a morte! E io che già pensavo che eri fritto, che ti avrebbero ucciso”, si intromise Andrey, in tono ostile. Tutti gli uomini riuniti attorno al fuoco dell’accampamento del quattrocentocinquantesimo metro scoppiarono in una risata.
Persino Pyotr Andreevich, che un momento prima aveva dato un’occhiataccia ad Andrey, non riuscì a trattenersi e sorrise. Le risate risuonarono lungo la galleria, dando vita, da qualche parte nelle sue profondità, a un’eco distorta, uno stridore sinistro che non somigliava a niente che avessero mai udito... sentendolo, uno dopo l’altro, tutti si ammutolirono.
Proprio dal fondo della galleria, proveniente da nord, i rumori sospetti diventavano più distinti: si trattava di fruscii e di passi leggeri e ritmici.
Ovviamente Andrey fu il primo a udirli. Tacque all’istante e con la mano accennò anche agli altri di fare silenzio, quindi prese la mitragliatrice da terra e si alzò in piedi.
Fece scattare lentamente la sicura e caricò una cartuccia; prese a camminare con la schiena rivolta al muro, muovendosi silenziosamente dal fuoco fino all’interno della galleria. Anche Artyom si alzò, era troppo curioso di vedere cosa si era fatto scappare poco prima, ma Andrey tornò indietro e lo guardò stizzito. Si fermò nel punto più lontano che la luce riuscisse a raggiungere, posizionò la mitragliatrice sulla spalla e si sdraiò a terra, gridando: “Illuminate quaggiù!”
Uno dei ragazzi aveva con sé una potente torcia ad accumulatore, costruita con vecchi fanali di automobili, l’accese e il fascio luminoso lacerò l’oscurità. Dal luogo che pochi istanti prima era avvolto nelle tenebre, apparve al suolo una sagoma sfuocata, ma solo per un secondo. Era qualcosa di minuto, dall’aspetto non esattamente allarmante, che corse nuovamente verso nord.
Artyom non riuscì a trattenersi e urlò: “Spara! Sta fuggendo!”
Ma per una qualche ragione Andrey non sparò. Anche Pyotr Andreevich si alzò in piedi, con la mitragliatrice pronta, quindi urlò: “Andryukha! Sei ancora vivo?”
Gli uomini seduti attorno al fuoco sussurrarono qualcosa, agitati, e sentirono la sicura di Andrey tornare in posizione.
Fu allora che Andrey riapparve alla luce della torcia, togliendosi la polvere dalla giacca.
“Sì, sono vivo, sono vivo!”, li informò ridendo.
“Che c’è di tanto divertente?”, gli chiese Pyotr Andreevich con sospetto.
“Aveva tre zampe. E due teste. Mutanti! I Tetri sono qui! Ci sgozzeranno tutti. Spara o fuggiranno via! Dovevano essere in molti! Proprio così!”. Andrey continuò a ridacchiare.
“Perché non hai sparato? È vero, il mio ragazzo non ce l’ha fatta, ma lui è giovane, non sa come vanno queste cose. Ma tu... perché non l’hai finito? Non sarebbe stata la prima volta! Sai cosa è successo alla Polezhaevskaya?”, lo ammonì Pyotr Andreevich stizzito, nel momento in cui Andrey tornò al fuoco da campo.
“Sì, so esattamente cosa è successo alla Polezhaevskaya, l’ho sentito decine di volte!”. Andrey agitò la mano nella sua direzione. “Era una cane! Un cucciolo, per giunta... È già la seconda volta che cerca di avvicinarsi al fuoco, al calore e alla luce. Voi l’avete quasi ammazzato e ora chiedete a me perché ho usato tanta cautela. Siete solo dei macellai!”
“Come facevo a sapere che era un cane?”, asserì Artyom offeso. “Faceva un rumore tanto strano... Inoltre, la settimana scorsa si diceva che vi fossero ratti grandi quanto maiali”.
“Credi ancora alle storielle. Aspetta un momento, porto qui il tuo bel ratto!”, rispose Andrey, spostando la mitragliatrice dietro la schiena e ritornando nell’oscurità.
Un minuto dopo sentirono un fischiettio provenire dalle tenebre, quindi una voce che chiamava affettuosa, persuasiva: “Vieni qui piccolino, non avere paura!”
Ci mise un po’ a convincerlo, circa dieci minuti, chiamandolo e fischiando. Alla fine la sua sagoma riapparve nella penombra.
Tornò al fuoco, sogghignò trionfante e aprì la giacca. Un cagnolino cadde al suolo, tremante, patetico, bagnato e sporchissimo, il pelo arruffato di un colore indistinto, gli occhi neri pieni di paura e le orecchie abbassate.
Quando toccò il terreno, cercò immediatamente di fuggire, ma la mano pronta di Andrey lo riacciuffò e lo rimise dove si trovava. Gli accarezzò testa e si tolse la giacca, con la quale coprì l’animale.
“Dobbiamo scaldare questo cucciolo”, spiegò.
“Dai, Andrey, è un sacco di pulci!”. Pyotr Andreevich cercò di far tornare la ragione in Andrey. “E potrebbe anche avere i vermi. Così prenderai un’infezione e la trasmetterai al resto della stazione...”
“Basta, Pyotr, ne ho abbastanza. Smettila di piagnucolare. Guardalo!”, così dicendo ritrasse i lembi della giacca e mostrò a Pyotr il muso del cagnolino che continuava a tremare, probabilmente sia per il freddo che per la paura.
“Guarda i suoi occhi, non mentirebbero mai!”
Pyotr Andreevich osservò scettico il cucciolo: erano occhi spaventati e senza alcun dubbio onesti. L’uomo si lasciò un po’ andare.
“D’accordo, animalista che non sei altro... Aspetta, gli cerco qualcosa da mettere sotto i denti”, mormorò e cominciò a cercare nel suo zaino.
“Guarda, guarda. Non si sa mai, potrebbe tornarci utile. Magari quando cresce diventa un bel pastore tedesco”, continuò Andrey, spostando la giacca con il cucciolo più vicino al fuoco.
“Ma da dove è venuto un cucciolo del genere e soprattutto com’è arrivato fin qui? In quella direzione non vive nessuno. Ci sono solamente Tetri... Forse allevano i cani?”, chiese uno degli uomini di Andrey, un ragazzo con i capelli arruffati che fino a quel momento non aveva proferito parola e che osservava con sospetto il cagnolino che si era assopito al caldo.
“Hai ragione, Kirill”, rispose serio Andrey. “Per quanto ne so, i Tetri non hanno animali domestici”.
“Allora come vivono? E cosa mangiano?”, chiese un altro uomo, sfregandosi la mascella non sbarbata, emettendo così il rumore di uno strofinio leggero.
Era molto alto e indurito dalle battaglie, aveva spalle larghe ed era tozzo, con la testa completamente rasata. Indossava un lungo mantello di pelle di ottima fattura, che a quei tempi era una vera rarità.
“Cosa mangiano? Si dice che si nutrano di qualsiasi tipo di schifezza: carne putrefatta, ratti, umani... Non credo siano schizzinosi”, rispose Andrey, contorcendo il viso con disgusto.
“Cannibali?”, chiese l’uomo con la testa rasata, senza far trasparire sorpresa; sembrava che si fosse già imbattuto in cannibali prima.
“Beh, cannibali... non sono nemmeno umani. Sono non morti. Chissà che diavolo sono! Per fortuna non sono armati, così ci possiamo difendere, almeno per il momento. Pyotr! Ricordi sei mesi fa, quando siamo riusciti a catturarne uno?”
“Certo che mi ricordo”, reagì Pyotr Andreevich, a voce alta. “Rimase nella guardina per due settimane, non beveva acqua, non toccava cibo. Poi ha tirato le cuoia”.
“Non l’avete interrogato?”, volle sapere l’uomo.
“Non comprendeva ciò che gli dicevamo nella nostra lingua. Gli parlavano un russo semplice, ma lui se n’è stato zitto, per tutto il tempo. Come se avesse la bocca piena d’acqua. Lo hanno anche picchiato, ma non ha comunque parlato. Gli hanno dato da mangiare e non ha parlato. Si limitava a ringhiare, di tanto in tanto. E, poco prima che morisse, ha ululato talmente forte che tutta la stazione si è svegliata...”
“Beh, ma il cane come ha fatto ad arrivare fin qui?”, ricordò loro Kirill, riprendendo il filo del discorso.
“E chi diavolo lo sa... Forse è fuggito dai Tetri, che volevano mangiarselo. Saranno un paio di chilometri da qui. Non potrebbe essere fuggito da laggiù? Forse appartiene a qualcuno che veniva da nord ed è rimasto vittima di quelle creature. Il cucciolo è riuscito a fuggire. Beh, non importa come sia arrivato fin qui. Guardalo: ti sembra un mostro? Un mutante? No, è solo una cagnetta, nulla di più. È stata attirata dagli umani e ciò significa che è abituata alla nostra presenza. Altrimenti perché avrebbe cercato per tre volte di avvicinarsi al fuoco?”
Kirill rimase in silenzio, pensando a quello che era stato detto. Pyotr Andreevich riempì il bollitore d’acqua presa dalla tanica e chiese: “Qualcuno vuole dell’altro tè? Beviamo un’ultima tazza, ben presto ci daranno il cambio”.
“Tè, questo sì che è parlare! Beviamo”, ripeté Andrey. Anche gli altri si rianimarono all’idea.
Il bollitore cominciò a fare il suo lavoro, Pyotr Andreevich versò un’altra tazza di tè a coloro che lo desideravano, poi fece una richiesta a sua volta: “Ragazzi... non c’è ragione di parlare dei Tetri. L’ultima volta che eravamo qui a discuterne, si sono presentati. Altre persone mi hanno riferito che lo stesso è capitato anche a loro. Forse è solo una coincidenza, io non sono superstizioso, ma... se non lo fosse? Se potessero percepirlo? Il nostro turno è quasi finito, non abbiamo bisogno di affrontare quegli scherzi della natura proprio all’ultimo minuto”.
“Sì, ha ragione... non ne vale la pena”, asserì Artyom.
“Ragazzo mio, non vorrai tirarti indietro proprio adesso?! Alla fine vinceremo noi!”. Andrey cercò di risollevare Artyom, ma non riuscì propriamente a convincerlo.
Il solo pensiero dei Tetri causò un brivido lungo la schiena di tutti, compreso Andrey, malgrado questi cercò di nasconderlo; non temeva gli umani, di nessun tipo: i banditi, gli anarchici più spietati, i soldati dell’Armata Rossa. Ma i non morti gli causavano un senso di disgusto e non perché ne avesse paura, ma perché quando pensava a loro, o a qualsiasi altro tipo di pericolo, non riusciva a stare calmo.
Attorno al loro fuoco rimasero tutti in un silenzio pesante, oppressivo, che sentivano schiacciante.
I ceppi di legno nodoso crepitavano, mentre di tanto in tanto si sentiva in lontananza provenire da nord un rumore gracchiante, ma attutito e profondo, come se la Metropolitana di Mosca fosse l’intestino gigante di un mostro sconosciuto. Era un rumore terrificante, che lasciava senza fiato.