Radici del Cielo – Cap. 9

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Rivelazioni
– Devo parlarle, Durand. Si fermi.
Il capitano delle Guardie non accorcia di un millimetro il suo passo cadenzato. Per rimanergli a fianco devo praticamente correre.
Il lamento di una sirena d'allarme invade il corridoio sotterraneo.
– Non ora, padre. Manca meno di un'ora alla partenza. Fra poco farà buio. E c'è un'emergenza in atto.
– È urgente!
Durand si arresta di colpo. Mi fronteggia, a muso duro.
– Torni su, padre Daniels. Abbiamo un problema, qui, e dobbiamo risolverlo.
Svoltiamo in un corridoio, e poi in un altro. Durand si ostina a non darmi retta. Ho faticato non poco a trovarlo. La confessione della donna era stata così sconvolgente che non potevo fare a meno di parlarne con l'ufficiale. Ho chiesto in giro, ma nessuno voleva ammettere di sapere dov'era. Alla fine è stato Bune a dirmi di provare alla centrale termica. Uno degli abitanti mi ha fatto da guida per scendere di livello in livello fino al piano più basso della stazione, dove sono ospitati i locali di servizio.
E in quel momento ha cominciato a suonare l'allarme.
Entriamo a passo spedito in uno stanzone illuminato da tubi al neon, uno dei quali lampeggia, evidentemente guasto.
Sembra la sala motori di una nave.
– Qual è il problema? – chiede Durand a un uomo che sembra un corvo rinsecchito, chino su un macchinario che emana un fumo acre.
– Il problema? Non c'è nessun problema. Siamo al di là dei problemi! Questa macchina sta morendo!
– Cosa dobbiamo fare? Che pezzo di ricambio vi serve?
– Nessuno. Vede qui? La macchina è stata volutamente sabotata. Non funzionerà mai più. È morta, capito? Morta!
– Chi può essere stato? – ringhia Durand.
– E che cazzo ve ne frega? Siamo spacciati! Ha capito? Spacciati! Se questa macchina muore, moriamo anche noi!
Durand tira fuori di tasca un walkie talkie.
Radunate i civili. Li voglio tutti in sala mensa alle zero otto zero zero! Chiunque manchi, cercatelo. Li voglio tutti, capito? Tutti!
Compreso lei, prete – conclude, rimettendo in tasca l'apparecchio. Poi si allontana furibondo.
L'uomo che sembra un uccello piagnucola, guardando la macchina che fuma. Il puzzo di plastica bruciata è nauseabondo.
– Che cos'è? – gli domando. – A cosa serve?
– È il computer che regola il flusso di carburante dalla sacca di metano all'impianto di riscaldamento. Senza questo, la luce mancherà nel giro di poche ore, e il riscaldamento… Questione di un giorno, un giorno e mezzo al massimo. Poi questo posto sarà gelido come una tomba…
– Non avete stufe?
– Sì, certo. E cosa ci bruciamo? Sono stufe a gas!
L'uomo ha lo sguardo invasato. Michelangelo l'avrebbe scelto come modello per uno dei profeti della Cappella Sistina. Un profeta portatore di sciagure
– Chi può essere stato? – gli chiedo anch'io, come Durand.
L'uomo scuote la testa.
– Solo un pazzo.
– E quindi?
– Quindi chiunque di noi. Siamo tutti pazzi, qui a Stazione Aurelia. Non lo sapeva? Tutti! Siamo tutti pazzi! Abbiamo mangiato il frutto dell'albero della conoscenza, e siamo diventati matti. Chi le dice che non sia stato io? Sono quello che conosce meglio questo settore della Stazione e…
La testa dell'uomo esplode in una rosa di carne e schegge bianche e grigie. Un lato della faccia, quasi fosse una maschera, si stacca e sbatte contro il muro, con un rumore orribile. Il resto del corpo – il tronco, le braccia inerti – ricade lentamente al suolo.
Bune, appoggiato allo stipite della porta, soffia sulla canna del suo fucile, come un pistolero del West.
– Meno uno, – sogghigna.
– Razza di idiota! – urla il capitano Durand, irrompendo nella stanza. – Perché gli hai sparato?
– Aveva praticamente confessato.
Scuoto la testa. – Ha detto che poteva essere stato chiunque – correggo.
Durand fissa Bune con aria disgustata.
– Dovrei mandarti davanti alla corte marziale. E lo sai come funziona la legge marziale in zona di guerra, vero? Tu, io e una pallottola.
– Jawohl, mein Führer!
– Vattene, idiota!
– Non lo punisce? – domando incredulo a Durand.
– Perché?
– Ma come, perché? Ha appena ucciso un uomo a sangue freddo!
Il capitano alza le spalle. – Tra meno di due giorni questo posto sarà un'enorme tomba. Chi ha fatto questo lavoro ha voluto suicidarsi. E visto che c'era si è portato con sé il resto dei suoi compagni. Se quest'uomo era colpevole, tanto meglio. Ma non fa comunque alcuna differenza. Sono tutti spacciati.
Per un attimo sono tentato di parlargli della confessione della moglie del diacono. Ma mi trattengo.
– Perché dice che sono spacciati? Possono andare al Nuovo Vaticano.
– Ah sì? E come? Noi ci abbiamo messo delle ore usando le motoslitte. Loro dovrebbero muoversi a piedi. Ci metterebbero, beh, non meno di tre giorni. Non ne sopravvivrebbe nessuno. Meglio per loro aspettare qui. Peccato per le serre, però. Di tanto in tanto era piacevole mangiare di nuovo cibo fresco. Pazienza.
– Pazienza? Come può essere così cinico? Stiamo parlando di decine di esseri umani!
– Questione di punti di vista. C'è chi non la pensa così.
– Cosà dirà il cardinale Albani, se li lasciate morire?
Durand scoppia a ridere.
Non è per niente una bella risata.
– Albani non sa nulla, di questo posto. L'abbiamo scoperto noi. È nostro.
– Vostro?
– Un avamposto militare. Sotto la nostra autorità. E a nostra disposizione. Lo consideri un… un protettorato. Noi garantiamo la loro sicurezza. E il nostro silenzio…
– Silenzio su cosa?
– Non sono affari suoi, prete.
– Fino a ieri mi chiamava padre.
– Ieri era ieri.
Indico il macchinario. Il fumo è sempre più denso. Fiamme libere, minuscole ma minacciose come teste di serpenti, cominciano ad apparire nella nebbia nerastra.
– Lo lasciate così?
– Non è più un problema nostro. Venga, mi segua, padre.
– E se non volessi farlo?
– Può restare qui, – taglia corto Durand, voltandomi le spalle e cominciando a salire la scala.
La sala mensa sembra un recinto di bestiame. L'impressione è data già dalle facce sottomesse degli abitanti del posto, e dal modo in cui le Guardie li tengono d'occhio, come pastori con un gregge.
Li hanno radunati al centro della sala. Non ci sono tutti. Non c'è la moglie del diacono, e non c'è la dottoressa Lombard.
Tre delle guardie svizzere – Diop e i due italiani – tengono tutti sotto il tiro delle armi automatiche.
Non è una riunione.
È un appello dei prigionieri.
Istintivamente, come se le mie gambe scegliessero per me, vado a raggiungere i civili, in mezzo alla sala.
Durand sale su un tavolo, con un gesto agile. Le braccia dietro la schiena, si flette sulle gambe, fissando ora uno ora l'altro dei suoi prigionieri. Non pronuncia una sola parola, finché nella sala non entra la bella Adéle Lombard.
Mi aspetto che anche lei venga con noi al centro della stanza. Invece, aiutata galantemente dal capitano, sale sul tavolo, un gesto che mi sconcerta.
Lei e Durand si scambiano uno sguardo preoccupato. Poi è la donna a rivolgersi ai prigionieri.
– Il capitano mi ha riferito di quello che è successo nella sala caldaie. È terribile. Pazzesco. Qualcuno ha sabotato il computer che regola la temperatura. Sapete cosa significa? È la morte sicura per questa comunità. Non c'è modo di salvarla. Chiunque sia stato, il nostro destino è segnato.
Annunciati da un clangore metallico, Yegor Bitka e il sergente Wenzel entrano nella stanza, trascinando in mezzo a loro un corpo che poi buttano a terra, dove rimane immobile come una bambola di stracci.
– Abbiamo preso questa puttana in un ripostiglio del sotterraneo – annuncia fiero il sergente. – Ha cercato di farsi fuori da sola.
Indica i polsi della donna, fasciati alla meglio con un tessuto lercio e sbrindellato.
– E guarda cosa aveva in tasca – sorride Wenzel.
Mostra trionfante un cacciavite e una chiave inglese. Una pinza arrugginita.
Durand balza giù dal tavolo.
Un uomo si stacca dal gruppo dei civili. Si inginocchia accanto alla donna. È il marito, il diacono Fiori.
L'accarezza, l'abbraccia. La culla come una madre con un bambino.
Durand tira su l'uomo per i capelli.
– Brutto idiota! Tua moglie vi ha fottuti tutti quanti! Chiedile perché lo ha fatto!
– Chi vi dice che sia stata lei? – protesta Fiori.
La donna alza lentamente la testa. Ha le labbra spaccate, un dente rotto. Gli occhi rossi di pianto.
– Sono stata io – confessa, calma.
Il diacono scuote la testa. – Non statela a sentire. È impazzita.
– A me invece sembra che ragioni benissimo – obietta Durand, avvicinandosi alla donna con il passo lento e leggero di un predatore.
– Perché l'hai fatto, puttana?
– Perché dovevo.
– Dovevi? Che cazzo vuoi dire? Dimmi la verità, brutta puttana: chi ti ha detto di farlo?
La donna riesce a fatica a drizzare il busto. Risponde orgogliosa col suo sguardo a quello del capitano.
– Me l'ha ordinato Dio.
Il capitano slaccia la fondina della pistola. Punta l'automatica alla tempia della donna.
– Te lo chiedo per l'ultima volta, donna: chi ti ha ordinato di distruggere questo posto?
Incredibilmente, su quelle labbra spaccate appare un sorriso.
– Dio.
L'automatica spara. Il sangue imbratta la giacca del diacono, i capelli bianchi. Al centro della sua fronte è apparso un buco nero.
– Guarda che questa è veramente l'ultima volta. Chi ti ha ordinato di sabotare Stazione Aurelia?
La donna lancia uno sguardo sereno al cadavere del marito. Scuote la testa.
– Proprio ti ostini a non capire.
– Dimmi chi è stato!
– Te l'ho appena detto: Dio.
Durand sbuffa.
– Yegor, vieni qui.
Bitka si avvicina al suo superiore.
– Portati di là questa… questa vecchia, e falla cantare. Voglio nomi, fatti. Devo capire. Vai.
Il caporale Bitka tira su di malagrazia la donna anziana. Lei si alza in piedi, costringendosi a camminare quanto più eretta possibile. Dritta, orgogliosa.
Prima di uscire, sorridendo con l'innocenza di un bambino, Bitka raccoglie dal tavolo la chiave inglese, la pinza e il cacciavite che il sergente Wenzel ha detto di aver trovato addosso alla donna.
Con un ironico saluto militare, Bitka esce dalla sala, portandosi dietro la sua prigioniera.
– Ora veniamo a noi, bravi cittadini di Stazione Aurelia. Avete qualche argomento che vi sta più a cuore? Qualcosa di cui volete assolutamente parlarmi?
Nessuno risponde.
– Ad esempio qualcuno di voi potrebbe dirmi come pensate di cavarvela, ora che la vostra amica ha deciso di togliervi luce e riscaldamento. È vero che già non eravate messi bene, a scorte di metano, ma con qualche economia e qualche sacrificio…
Durand sogghigna malevolo, pronunciando quella parola.
– …avreste potuto tirare avanti ancora un po'. Così, invece, tutto è più difficile. A occhio e croce non vi do più di tre giorni di vita.
– Potreste scortarci voi fino al Nuovo Vaticano…
Durand scuote la testa. – Non posso. Dimenticate chi siete? Cosa avete fatto? E poi laggiù non sanno nulla della vostra comunità. Per loro non esistete.
– Possiamo portargli cibo, tecnologie di…
– Chi ha parlato?
– Io – alza la mano un uomo sulla quarantina, che indossa abiti di tela da sacco. Muove due passi in avanti, uscendo dal cerchio dei prigionieri.
– E tu saresti…?
– Ernesto Rabito.
– Non mi sembri esattamente uno scienziato, Ernesto.
– Sono un contadino, adesso. Ma non lo sono sempre stato. Un tempo ero uno studente di medicina. Crede che questo non conti nulla? Non avete bisogno di medici, al Nuovo Vaticano? E Carlo, là, lui è un agronomo. Dategli un metro di terra e vi farà vedere miracoli.
– Posso darglielo io, il suo metro di terra? – chiede Bune a Durand. – Magari anche un metro e mezzo…
– Tieni a freno la lingua, soldato. Quello che dici è molto interessante, fratello Rabito. Purtroppo al Nuovo Vaticano siamo già a posto, sotto questo punto di vista. Certo non facciamo banchetti, ma coltiviamo tutto quello che ci serve per vivere. Funghi, asparagi, patate…
– Una dieta monotona… – commenta Rabito.
– Meglio quella, che fare come voi – taglia corto Durand. – OK, adesso vi spiego perché non possiamo aiutarvi. Noi abbiamo una missione. Una missione importante, affidataci dalla massima autorità del Vaticano. Non possiamo perdere tempo a farvi da scorta. E comunque non riusciremmo a portare via le vostre attrezzature. E senza quelle, tutta la vostra scienza non serve a un cazzo.
Sorride all'uomo vestito di sacco.
– Torna pure al tuo posto, Ernesto. Grazie per esserti offerto.
Quando Rabito gli volta la schiena, Durand estrae la pistola e lo fredda con due colpi alla nuca. La massa dei prigionieri si ritrae come un'onda di marea.
– Questo tanto per chiarire quanto sono arrabbiato con voi. Con tutti voi. Non voglio più sentire stupidaggini. Per me contate meno di niente. Ma sono incazzato nero perché per tutti questi anni siamo riusciti a proteggervi, chiedendo pochissimo in cambio, e voi ci ricompensate così?
Durand si volta verso la dottoressa Lombard.
– Adéle, non dirmi che nemmeno tu hai idea del perché ci hanno fatto questo…
La Lombard salta a terra anche lei. Scuote la testa. – Era da tempo che Chiara dava segni di stanchezza. Forse l'ultimo… sacrificio… quello che abbiamo fatto per offrirvi il banchetto di ieri…
– Zitta! – le intima l'ufficiale. Lei per un attimo mi guarda in modo strano. Calcolatrice, diffidente.
– Anche così – tuona Durand, guardandomi per un momento anche lui dritto negli occhi, per poi distogliere lo sguardo – come mai è impazzita di colpo? Perché proprio adesso?
Una donna relativamente giovane, per quanto segnata dalle fatiche e dalla denutrizione, alza timidamente il braccio, come se fosse una ragazzina a scuola.
– Chiara era… pentita. Diceva che avremmo dovuto fare tutti penitenza.
– Penitenza… – ripete Durand. Poi mi guarda di nuovo negli occhi.
Come se mi sospettasse di qualcosa.
– Che razza di stronzata – commenta infine, sottovoce.
Yegor Bitka rientra, senza la sua prigioniera.
Il silenzio della stanza potrebbe tagliarsi con un coltello.
– La puttana è morta, capitano, – dice Bitka.
– Ha parlato?
Bitka esita un po', prima di rispondere – No.
– Cazzo.
– Ce l'ho messa tutta. Mi dispiace.
– Va bene. Non importa. Cosa dicevi, donna? Quella cosa sulla penitenza…
– Sì. Certo. Lei… Chiara… Chiara diceva sempre che avremmo dovuto pagare per quello che avevamo fatto. Ma nessuno la prendeva sul serio. Pensavamo che era, beh, che era una cosa che diceva tanto per dire. Invece faceva sul serio… Oh, mio Dio! Cosa ne sarà di noi, adesso?
Durand fa una smorfia dura.
– Una cosa è certa. Non potete andare al Nuovo Vaticano. Prima o poi la verità salterebbe fuori. E vi ho detto cosa pensa la Chiesa delle vostre… abitudini. Se qualcuno andasse a scavare in fondo al tunnel della metro… La Santa Inquisizione è stata ricostituita, e i suoi metodi… Sono terribili. Il cardinale camerlengo è un uomo spietato nel reprimere qualsiasi deviazione dall'ortodossia. Dovrete andarvene da qualche altra parte.
DOVE? – urlano diverse voci. ANDARE DOVE?
Durand alza le spalle.
– Lontano dalla città. E anche dal mare. Il mare è… pericoloso.
Devo ricordarmi di chiedergli perché ha detto una cosa del genere. Ma una cosa che avrei ancora più voglia di chiedergli è perché ha detto tutte quelle stupidaggini. Sull'Inquisizione, e su Albani…
E poi c'è un'altra cosa. Quella più terribile. È ormai chiaro qual è il peccato per cui la moglie del diacono ha sacrificato se stessa, e la sua gente. Ma la Chiesa ha perdonato ben di peggio. E ha convissuto senza gridare allo scandalo con assassini del calibro di Alessandro Mori. Cos'è più grave, uccidere per rapina o per necessità, per fame? La Chiesa ha un disperato bisogno di nuove vite, di linfa fresca. Le catacombe di san Callisto sarebbero in grado di ospitare questa gente senza problemi. E tre o quattro giorni non causerebbero chissà che danno alla nostra missione…
Mi avvicino a Durand.
– Ho bisogno di parlarle – gli dico sottovoce.
– L'ascolto.
– Non qui. Senza che altri ci sentano.
– Non è tempo per queste stupidaggini. Presto verrà il buio, e allora dovremo andarcene. Ci aspetta un lungo viaggio, prima della nostra prossima tappa. Non siamo qui per turismo.
– Questa gente, capitano…
– Non è la mia gente, padre. E nemmeno la sua. Non se ne occupi. Il solo problema è che perdiamo un'ottima base. Per questa gente non è il caso di piangere. O di preoccuparsi.
– Dovremmo scortarli fino…
– Dovremmo? Dovremmo?
La voce di Durand è rabbiosa, sarcastica.
– Chi è che dovrebbe? Lei? Si è quasi fatto prendere dai Muscoli. Vuol dire che io e i miei uomini dovremmo rischiare le nostre vite per questa… per questa gente. Beh, non ho nessuna intenzione di farlo. Questi quartieri non sono messi male come il centro della città. Ce la faranno benissimo, a trovare un'altra tana per nascondersi. E se razionano le scorte, chissà, magari possono arrivare anche al Castello. È un nostro avamposto militare, a soli dieci chilometri da qui.
– Una passeggiata. Considerato che in vent'anni non sono mai usciti da questo rifugio.
– Non so che farci. Si prepari, padre. Partiamo appena possibile. E non pensi di poter restare con questa gente. Hanno un istinto di sopravvivenza… molto affilato. E lei per loro è un estraneo. Carne fresca…
L'orrore dev'essere apparso sul mio volto, perché ne colgo il riflesso negli occhi del capitano. Cerco di ricordarmi se anche lui ha mangiato la carne, o si è limitato al pesce. Ricordo in compenso, lo ricordo benissimo, di aver mangiato due fette di quella carne deliziosa. Ecco perché la Lombard non mi ha fatto vedere gli allevamenti da cui veniva quella carne. Ma allora…
Mi tornano in mente i rumori, i lamenti che ho sentito di notte.
Mi volto verso la donna in camice bianco. La sfido con lo sguardo. Lei non sposta di un millimetro il suo. Non sembra per niente impressionata.
– Cosa vuole, padre Daniels?
Sento che la mia voce potrebbe tremare. Così l'indurisco al massimo.
– Mi deve ancora una visita.
– Cosa?
– I suoi allevamenti. Ricorda?