Radici del Cielo – Cap. 8

8
Paukenmesse
Ho dormito davvero poco.
Non solo a causa di ciò che ho visto, e di ciò che significa.
Fa troppo caldo, in questo posto. E c'è un rumore continuo, come di una turbina nascosta nel muro. Quando ho chiesto cos'era quel rumore, l'uomo che mi ha accompagnato alla mia stanza mi ha risposto che rumore?
Immagino sia l'impianto di condizionamento che permette all'aria fresca di circolare quaggiù. Lo immagino, non posso esserne sicuro. Come non posso essere certo che quello specchio fissato con delle viti alla parete sia davvero uno specchio, e non un vetro da dietro il quale qualcuno mi sta osservando.
Da quando sono qui provo una sensazione strana. Da giovane ho viaggiato quel tanto che basta per sapere cosa significhi vivere in un paese straniero. E in questo posto provo la stessa sensazione. C'è un'atmosfera – quasi una lingua dei gesti, dei silenzi – totalmente diversa da quella del Nuovo Vaticano. La gente sembra muoversi più lenta, come se ponderasse ogni passo, ogni minimo movimento. Si parla poco, ognuno sembra sempre intento a qualche importante lavoro che gli impedisce di fermarsi a parlare con te. Ma appena ti allontani non puoi toglierti di testa l'impressione che uscito dal suo campo visivo l'uomo o la donna con cui parlavi un attimo prima siano ripiombati in un'apatia totale, come automi una volta spento l'interruttore.
E poi, questa notte, mentre a occhi chiusi vegliavo nel buio, cercando di trovare la concentrazione necessaria per pregare, dato che non riuscivo a dormire, a tratti attraverso i muri mi giungevano suoni strani. Suoni inquietanti. Come un lamento, o un grido prolungato, monotono. L'eco del cemento portava quei rumori, distorcendoli e piegandoli fino a farli sembrare il lamento di una balena sott'acqua…
Un'altra cosa che mi è parso di udire è una voce sommessa, una voce adulta, che mormorava parole incomprensibili, in un tono triste, prossimo al pianto.
Rumori e voci. Per tutta la notte. Al margine dei miei sensi, eppure presenti.
Ora mi dico che forse li ho solo sognati.
Che, forse, in qualche punto della notte mi sono addormentato.
Forse. Oppure no.
Perché nel sonno ho avuto una visione così intensa da sembrare vera.
Da bambino ero rimasto affascinato da un'immagine. Figlio di una famiglia metodista, ero stato folgorato dal disegno su un libro. Il libro era di un mio compagno di classe cattolico. Rappresentava una donna vestita d'azzurro, una donna bionda dagli occhi chiari, con in braccio un bambino. Gli occhi della bellissima fanciulla guardavano dritti in avanti, come se potessero vedere attraverso le cose. E il bambino, un infante, sedeva in una posa impossibile, ritto in braccio a lei, con postura di adulto. Aveva gli occhi dello stesso colore di quelli della madre, ma niente avrebbe potuto imitare la dolcezza e la saggezza dello sguardo di quella donna.
La Madonna, sussurrò il mio amico. La dolce Madre di Dio.
Anche nel sogno sento una voce.
Anche nel sogno sono stanco, come se avessi camminato per un milione di giorni, un milione di miglia. Una voce suadente di donna mi sussurra all'orecchio di aprire gli occhi. E lei è lì, davanti a me, vestita d'azzurro, e anche se i capelli sono nascosti da un cappuccio e quel poco di lei che mi è dato vedere è una parte del volto, sono certo che è la donna di quel libro, la Madre di Dio.
La sua risata è un trillo di clarinetto, lo scorrere di un ruscello.
No, non sono la Madonna. Puoi chiamarmi…
Pronuncia il nome, ma non riesco a capirlo. È frustrante.
Presto ci incontreremo.
Alza il braccio. Fa un gesto, e a quel gesto davanti ai miei occhi si apre un paesaggio incantato: un mare calmo, immerso nella luce del sole, e sulla limpida superficie dell'acqua si muove un vascello dalle vele bianche.
Nel sogno non riesco a pronunciare una parola.
La donna si volge, dandomi le spalle. Cammina lentamente verso il mare.
Io sono come paralizzato. La guardo, senza poter fare altro.
Fatti pochi passi, lei si volta.
Mi sorride, e quel sorriso è un'alba.
Le voci che senti, presto taceranno.
E con quelle parole sibilline il suo corpo sembra perdere sostanza, sbiadendo fino a perdersi in una trasparenza d'acqua. Finché non rimane solo il mare, e il suo azzurro, e un vuoto senza sogni mi trascina a fondo.
Alle sei del mattino la luce sul soffitto si è accesa da sola. Per un attimo, appena prima dell'alba, avevo sognato di essere ancora a casa dei miei a Medford, la nostra cittadina poche miglia a nord di Boston. Le finestre erano aperte, e l'aria fresca della primavera entrava muovendo le tende leggere. Il canto degli uccelli annunciava il giorno, e da basso sentivo il rumore di stoviglie fatto da mio padre che preparava la colazione…
Mi sono svegliato di colpo, per la luce. Niente uccelli, ma il suono di una sveglia per terra. Una sveglia meccanica, a molla. Un residuato cinese del secolo scorso. La brezza che sentivo era solo l'aria, tutt'altro che fresca, che usciva dalla griglia di ventilazione appena sotto il soffitto.
Mi sono stropicciato gli occhi, recitando dentro di me una preghiera per mia madre e mio padre, e per mio fratello e la sua famiglia. Una preghiera incerta fra un'invocazione all'angelo custode e un requiem.
Il centro della sala mensa è stato liberato dai mobili. Tavole e sedie sono accatastati contro la parete di fondo. Una quindicina di persone stanno in piedi, davanti a un altare attrezzato alla meglio con un tavolino e una tovaglia pulita, per quanto vistosamente rammendata. Il diacono Fiori è in prima fila, accanto a una donna dai capelli bianchi che potrebbe essere sua moglie come sua madre. Non vedo la dottoressa Lombard e non è presente nessuna Guardia Svizzera.
Non ho paramenti. Solo una "stola" ricavata da un tovagliolo drappeggiato sulle spalle. La croce dietro di me è fatta con due semplici pezzi di legno appesi al muro.
Ho chiesto se potevo avere della musica, per la messa.
C'è un lettore portatile Philips, talmente malandato che sembra impossibile possa ancora far musica. Lo attaccano a una presa di corrente con la stessa devozione con cui un intenditore stapperebbe una bottiglia del vino più raro.
Il diacono mi ha mostrato alcuni vecchi CD. Gran parte dei dischi erano illeggibili, perché la vernice metallica era venuta via. Altri erano piegati, altri ancora graffiati in profondità.
È ironico che l'unico disco sano sia la Paukenmesse di Haydn. La Messa in tempo di guerra. Una musica che mi ha sempre colpito per la sua energia e vitalità. Niente di più lontano da questa assemblea di morti viventi, che stanno in piedi come se fossero appesi a un filo, e rispondono meccanicamente a ogni mia invocazione.
Non è la reazione che mi aspettavo.
Celebro la messa dando le spalle ai fedeli. Dopo la Tribolazione preghiamo così, per decisione del cardinale camerlengo. Il colloquio con Dio è stato tolto agli uomini comuni, che hanno peccato distruggendo la Terra. Solo il celebrante può guardare il tabernacolo. Che in questo caso è una coppa da gelato metallica coperta da un fazzoletto bianco. Contiene venti fettine di pane, tagliate quanto più sottili possibile. E già di per sé questo è un miracolo. L'ultima spiga di grano è morta da vent'anni. Questo non è vero pane. Mi hanno spiegato che la farina con cui è fatto viene da un cereale ibrido coltivato quaggiù, alla luce di lampade al neon. Ma il sapore è simile a quello del pane vero.
C'è anche il vino, e questo è già più normale, anche se non ne bevo da anni. Le viti che l'hanno prodotto, le mani che l'hanno lavorato, sono cenere. Ma il suo gusto c'è ancora tutto, e bevendolo senti il calore della terra di un tempo, la carezza del sole.
Pane, vino, e la fede.
Uno di questi tre elementi mi manca.
Ma recito comunque le formule giuste, mi muovo come previsto dal rito. Lodo Dio e lo invoco, recito il Credo all'unisono con le voci di quello che per un breve spazio di tempo è il mio gregge.
Quando è il momento mi volto, e con la coppa delle ostie in mano vado incontro ai fedeli.
Ma due soltanto, fra loro, si mettono in fila per ricevere la Comunione. Gli altri rimangono fermi al loro posto, a testa bassa. Guardo la moglie del diacono. Nonostante la testa china vedo lacrime sulle sue guance. La gola che freme, trattenendo il pianto.
Dopo la Messa mi aspettavo che si sarebbero fermati a parlare con me. Invece mi lasciano solo, a sistemare le cose che ho usato per celebrare il rito. Così mi tolgo la stola improvvisata e la ripongo con la cura che avrei per una autentica, una di quelle stole ricamate e dorate che davano un'aria antica alla Messa. Poi consumo una ad una le ostie rimaste, perché non ci sia il rischio che vengano profanate.
Questa è una cosa che non ho mai capito. Quale profanazione può essere peggiore del far transitare il pane e il vino consacrati attraverso il corpo, per poi espellerli come escrementi e urina?
Ma ho imparato a obbedire. La Chiesa non è una democrazia.
Quando la coppa da gelato è vuota, per un attimo resto indeciso su cosa farne. È una coppa pesante, in metallo che assomiglia ad argento. Ha forme così essenziali da poter essere senza tempo. Il lungo uso ha graffiato e segnato la superficie, mentre l'interno è ancora lucido. Per un attimo, reggendone il peso nella mano, ho la stupida idea che questa coppa possa essere il Graal.
Una mano bussa leggermente alla porta.
– Avanti, – faccio.
Il volto dell'anziana moglie del diacono fa capolino.
– Posso entrare, padre?
– Certo. Venga pure.
La donna è molto piccola. Un tempo non lo è stata. Forse era persino bella. Ma ora sembra un albero rinsecchito.
Guardandola da vicino mi rendo conto che l'impressione di vecchiaia non era giusta. Che non dev'essere molto più vecchia di me. Che la sua è solo stanchezza. Una stanchezza non solo fisica.
– Cosa posso fare per lei? – le chiedo.
La donna esita. Scuote la testa.
– Sono anni che aspetto…
Poi si volta di scatto. Prima che esca dalla stanza la trattengo per la spalla. Lei non fa nulla per liberarsi.
– Non qui, – sussurra, chiudendo gli occhi.
– Perché?
La donna non risponde.
La lascio.
Lei muove due passi verso la porta. Poi si trattiene. Torna indietro.
– Venga con me, – mi ordina.
Camminiamo senza incontrare anima viva lungo corridoi intatti e ben illuminati, così diversi da quelli del Nuovo Vaticano. C'è un leggero odore di polvere, ma niente di paragonabile al puzzo che ormai sono abituato a non sentire. E c'è tanto di quello spazio non usato, e fa tanto caldo, persino nei corridoi, che un simile spreco mi sembra un delitto, pensando alle condizioni in cui viviamo nelle catacombe.
Arriviamo di fronte a una porta metallica. La donna spinge la maniglia. Entriamo.
È uno spogliatoio. Forse un tempo, quando questa era una stazione della metropolitana, serviva agli inservienti del complesso. C'è una panca, lunga quasi quanto la stanza, e una parete di armadietti. La donna apre ne apre due. La vedo attraverso le fessure dell'anta, mentre si inginocchia e congiunge le mani in preghiera.
– Vorrei confessarmi, padre. Sono anni che volevo farlo, ma non c'è mai stato un prete per farlo.
– Ma perché qui? Avremmo potuto farlo nella stanza dove ho detto messa.
– Preferivo ci fosse…
– Qualcosa tra noi? Una grata?
– Sì.
Non posso fare altro che sedermi per terra.
– Mi benedica padre, perché ho peccato.
Poi la donna tace. Sospira.
– Non mi ricordo cosa si fa. Cosa si dice. È tanto tempo che…
– Ti ascolto, figlia. Le parole non sono importanti. Parla come ti viene.
Scuote la testa. – Non è facile.
Poi chiude gli occhi e comincia a parlare.
Non è facile.
Non è per niente facile.
È tanto più facile giudicare. Pensare che il male è tutto da una parte e il bene tutto da un'altra. Ma non è così. Non è così. Vede, padre, il male a volte… a volte è difficile da riconoscere… Uno decide una certa cosa, e gli altri pensano che quella cosa è bene, o non è così male, e allora tutti fanno lo stesso. Magari all'inizio qualcuno resiste, qualcuno dice che non è giusto, che non si fa così, ma poi anche lui deve cedere…
Ha visto che quasi nessuno ha fatto la comunione, oggi? Non io, non mio marito… Crede che non ne avessimo voglia, di fare la comunione? Quei due che l'hanno fatta… Mi chiedo se l'hanno fatto perché non si rendono conto dei loro peccati o perché… perché avevano voglia di assaggiare il pane, dopo tutti questi anni…
Il corpo e il sangue di Cristo, davvero…
Dio che si è fatto uomo ed ha dato la sua carne e il suo sangue per noi…
– Non capisco, – sussurro.
Non capisce, dice. Non capisce…
Io e mio marito viaggiavamo sulla metro, quando le bombe hanno colpito. Il treno è deragliato in galleria. L'esplosione l'aveva spinto fuori dai binari. Pensammo a un attentato. A una bomba di qualche gruppo terrorista. Lei si ricorda i gruppi terroristi? Più di metà dei passeggeri erano morti e feriti. Quelli sani, o feriti più leggermente, decisero di muoversi nel buio per arrivare alla fine del tunnel. Dicemmo agli altri che avremmo mandato dei soccorsi. Li lasciammo lì al buio, perché la corrente si era interrotta.
Avevamo due scelte: tornare verso la stazione da cui eravamo appena passati o muoverci verso quella successiva. Mettemmo la decisione ai voti. Qualcuno disse che le esplosioni sembravano venire dalla parte della città. Così decidemmo di andare avanti. Usando fiammiferi, accendini, o torce improvvisate coi giornali, ci muovemmo verso l'uscita, seguendo i binari. Terrorizzati che il ritorno dell'elettricità ci friggesse sulle rotaie.
Percorremmo un tratto di tunnel lunghissimo, prima di cominciare a vedere un filo di luce davanti a noi, in lontananza. Era questa stazione.
Ci aspettavamo di trovare una squadra di soccorso. Invece nella stazione c'erano decine di persone impaurite. Alcuni parlavano a monosillabi. Altri sembravano aver perso la parola. E altri ancora, invece, blateravano frasi senza senso, discorsi lunghissimi e incomprensibili come quelli dei matti. E avevano uno sguardo da matto, negli occhi…
Uno di loro mi tirò per il braccio. Aveva una ferita orribile, in testa. Era coperto di polvere bianca. Era come un fantasma. Mi tirò per la giacca, all'esterno, per farmi vedere qualcosa. Puntò il dito a est.
Nel cielo di Roma stagnava un'immensa nube bianca, un fungo gigantesco. Capimmo allora cos'era successo.
La donna esita a lungo, prima di proseguire. La sua voce è secca come la polvere.
I primi giorni sono stati i peggiori. Sulla terra calò una grande oscurità, come se il cielo fosse stato coperto con un sacco. Cominciò a nevicare. Una neve sporca, scura. Uomini e donne vagavano per le strade come spettri. Alcuni erano pericolosi. C'era un cantiere, lì vicino. Recuperammo carriole e attrezzi da lavoro. Alternandosi in turni, gli uomini cominciarono a rendere sicura la stazione. Avevamo anche due pistole, per difenderci. Una volta le usammo.
Gli uomini riuscirono a fortificare questo posto. Noi donne, intanto, frugavamo le case e i negozi attorno alla stazione, cercando cibo, e batterie, e acqua in bottiglia. Quando fummo sicuri di avere abbastanza scorte, murammo la porta d'entrata e ci chiudemmo ai livelli inferiori della stazione.
Fa fresco.
Quasi freddo.
Il mio respiro si condensa in nuvolette davanti alla mia bocca.
Rimanemmo così per due mesi.
Eravamo in trentanove.
Ventidue adulti, il resto erano bambini che stavano andando a una gita.
Una squadra era tornata al treno deragliato. Per cercare i feriti che avevamo lasciato indietro.
Quando tornarono dissero che erano tutti morti.
Nessuno discusse quell'affermazione.
Li dimenticammo, punto e basta.
Poi all'inizio del terzo mese finimmo le scorte.
Comincio a temere quello che sta per dirmi.
Certe cose, a noi, sono state risparmiate.
Ma sono successe. Dappertutto.
Spesso.
Sa come dice quel poeta, padre? Dante, nella Divina Commedia…
"Poscia, più che il dolor poté il digiuno"…
La fame fu più forte del dolore.
L'anta dell'armadietto si chiude.
Il volto della donna è lì accanto al mio.
Tiene la testa bassa.
Lacrime scendono lungo le sue guance.
C'era una famiglia di zingari. Padre, madre e tre figli. Chiedevano la carità sui vagoni della metro. Oh, come li ricordo bene… Se non loro, qualcuno che somigliava a loro… C'erano così tanti zingari, e mendicanti, sulla metropolitana di Roma…
Salivano su un vagone, il padre, o uno che fingeva di esserlo, suonava il violino, o una fisarmonica, o non suonava niente e si limitava a dire "Sono povero, ho tre figli, quattro figli, cinque figli piccoli da mantenere…", e i bambini passavano chiedendo la carità. Poi alla fermata successiva scendevano per salire sul vagone accanto. La madre invece si fingeva vecchia, o malata. Dico che fingeva, sono sicura che fingeva, perché quando scendeva dal vagone il suo passo incerto e malato spariva come per magia, e da vecchia la donna tornava ad essere un'agile ragazza che correva via.
Io non so se gli zingari qui erano gli stessi…
Come le ho detto, le scorte alimentari finirono all'inizio del terzo mese.
Fu allora che… successe.
Il primo a sparire fu il bambino zingaro più piccolo.
Era andato a giocare verso il fondo della galleria.
Nessuno l'aveva più rivisto.
Il padre e la madre lanciarono accuse, ma noi insistemmo che non avevamo idea di dove fosse sparito.
Due giorni dopo sparì il padre.
E sulle nostre tavole cominciò ad apparire la carne.
Polpette, macinate con un coltello, e cotte su griglie improvvisate. I cacciatori dissero che era carne che si erano procurati nei tunnel, e che era meglio non chiedessimo di che animale era. Ma noi sapevamo. Lo sapevamo tutti, cos'era quella carne…
La donna alza la mano, fa un gesto come a dire: basta. Ma continua a parlare.
Quando la carne finì, toccò alla donna.
E poi ai bambini rimasti.
Morendo, mentre la tenevamo ferma contro il pavimento, la zingara ci lanciò una maledizione.
Disse che dopo i suoi avremmo divorato anche i nostri figli.
E così è stato.
Così è stato…
Non ci sono bambini, a Stazione Aurelia…
Le mani della donna si posano sulla sua fronte, come se la testa fosse diventata terribilmente pesante.
– È facile giudicare, per quelli che hanno avuto una vita comoda, – sussurra.
– Nessuno di noi l'ha avuta, ultimamente.
Mi rendo conto che ho pronunciato questa frase con troppa durezza.
La testa della donna si è abbassata. La pelle rosa del cranio appare tra i capelli bianchi e fini. Potrei schiacciarle la testa per terra, e poi sotto il piede. Penso che me ne sarebbe grata.
Invece poso la destra su quel capo chino. Pronuncio sottovoce le parole dell'assoluzione.
– Ego te absolvo in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Gli occhi della donna mi guardano da sotto in su, velati dai capelli bianchi.
– Non mi dà una penitenza da fare?
– No. Non ce n'è bisogno.
– Ma come? Quello che abbiamo… che ho fatto… Deve darmi una penitenza.
– La vita che facciamo è già una penitenza sufficiente.
La donna scuote la testa. Sempre più veloce, fino alla frenesia. Sembra pazza.
La fermo, stringendole le spalle. Poi le mie mani si posano sulle sue tempie. Sento una vena pulsare, rapida.
Le rialzo la testa, fino a guardarla negli occhi.
– Abbiamo fatto tutti cose terribili – le dico.
– Lei non capisce.
– La Chiesa perdona. Soprattutto per le cose che sono state fatte… inevitabilmente… durante la Tribolazione. Un male necessario.
La donna mi fissa come se non capisse.
– Le cose che abbiamo fatto… Non le abbiamo fatte solo in quei giorni…
Si rialza di scatto, con un'energia inaspettata in un corpo apparentemente così fragile.
Cammina a ritroso, inciampando in una scatola e cadendo. Le tendo una mano, per aiutarla a rialzarsi. Lei mi respinge. Mi schiaffeggia il braccio.
– NON È STATO SOLO IN QUEI GIORNI! – urla, scappando via.