Radici del Cielo – Cap. 7

7
Il sigillo del Pescatore
Non ho conosciuto abbastanza bene la Roma di prima del disastro. Per questo lo spettacolo della sua rovina non mi impressiona più di tanto. L'ebbrezza della velocità compensa lo squallore e i pericoli delle zone che attraversiamo, veloci come il vento.
Seguiamo perlopiù le strade, che sono relativamente sgombre da rottami. Non incontriamo tracce di vita. La città è morta, buia.
Potremmo essere sul lato oscuro della Luna.
Yegor Bitka mi dà una pacca leggera sulla spalla. Col braccio mi indica una massa più scura a destra.
– L'ospedale Sant'Eugenio, – mi grida all'orecchio.
Non capisco cosa vuol dire.
Cinque minuti dopo, la motoslitta di testa si ferma, con una sventagliata di ghiaccio.
Durand spegne il motore.
– Perché ci siamo fermati? – chiedo a Bitka.
Lui, portandosi l'indice alle labbra, mi fa segno di tacere.
Il silenzio è totale.
Tutti gli uomini intorno a me hanno impugnato gli Schmeisser, e scrutano nervosi l'oscurità con i loro visori a luce notturna.
Passano dieci minuti.
Lentamente, la vista si adatta. Nella nebbiolina verde appaiono alcune forme geometriche regolari, la cui distanza non mi è possibile cogliere, per l'assenza di prospettiva. Poi capisco che sono palazzi, distanti forse mezzo chilometro.
Una minuscola figura si muove verso di noi.
Quando è a cento metri di distanza, alza il braccio in un cenno di saluto.
– Abbiamo scoperto la stazione un anno fa. Io e il sergente Wenzel facevamo da scorta a una squadra di recupero che doveva ispezionare l'ospedale che le ho indicato prima. Il Sant'Eugenio. Quello che non sapevamo è che anche quelli dell'EUR avevano mandato una squadra di R&R, di ricerca e recupero…
Il quartiere dell'EUR era stato progettato in epoca fascista per ospitare l'Esposizione Universale del 1942. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale aveva impedito il completamento dell'opera. E anche l'Esposizione, ovviamente, non c'era stata. Ma il quartiere era rimasto, con le sue architetture metafisiche, come quella dell'avveniristico Palazzo della Civiltà italiana, detto il "Colosseo quadrato".
– Stavamo ispezionando le cantine, – prosegue Diop, – quando siamo praticamente finiti addosso a una squadra come la nostra. Stavamo per sparare, ma quelli hanno avuto il buonsenso di alzare le mani. Erano meno di noi, e avevano solo armi da taglio. Niente maschere antigas.
Dev'essere stata dura fare le presentazioni, dopo un incontro del genere…
I tre uomini e la donna dell'altra squadra avevano detto di venire da una stazione del metro dell'EUR, la Fermi.
Il sergente non ne era convinto. Stando a quello che ne sapeva, la Fermi era una stazione di superficie. Difficile vederla come un rifugio sicuro.
– Ancora adesso, – conclude il caporale Diop, – non sappiamo se davvero vengano da là o da qualche altra parte. Ci incontriamo a metà strada.
– Sicché avete avuto altri contatti, da allora?
Il nero non risponde. Forse ha capito di aver già parlato troppo.
L'uomo che ci viene incontro indossa una tuta fantastica. Niente a che vedere con le nostre protezioni improvvisate. Al posto delle opprimenti maschere antigas ha in testa un casco di vetro dorato, riflettente. Sembra un astronauta, più che un sopravvissuto. Solo le bombole che ha sulla schiena, arrugginite in più punti, e alcune riparazioni con del nastro isolante stonano con l'aspetto avveniristico della tuta arancione.
Nella mano destra l'apparizione regge una doppietta. La cosa mi farebbe sorridere, se non fossi terrorizzato da questa prima uscita dal Nuovo Vaticano.
Con la sinistra tiene una malandata ventiquattrore in pelle, e anche questa aggiunge una nota d'assurdo all'incontro.
Durand si avvicina allo sconosciuto.
Alza il braccio, in un cenno di saluto.
Come risposta, l'uomo con la tuta porge al capitano la valigetta.
Durand l'infila sotto il braccio. Stringe la mano all'altro.
Poi entrambi si voltano.
Durand torna da noi, mentre l'uomo sparisce nella notte.
– Tieni, – fa il capitano, porgendo la valigetta al sergente Wenzel. – Andiamo. Abbiamo già perso abbastanza tempo. L'alba non è lontana.
Corriamo come se avessimo il diavolo alle calcagna.
Ci fermiamo di nuovo quando il primo raggio di luce solare penetra nubi e nebbia, annunciando i pericoli del giorno. La corsa è stata rapida, massacrante. Guidare nella notte non è stato facile: ostacoli da evitare, mostruosità che sembravano uscire dall'ombra per afferrarti e poi si rivelavano un albero morto, marcio, o una gru crollata sulla strada. Spesso ho evitato un pericolo all'ultimo momento, scartando di lato e attirandomi gli insulti di Yegor, le sue pacche sul braccio. Il nevischio tagliava come lamette da barba, il freddo entrava fin sotto la maschera, attraverso il giaccone imbottito e gli strati di vestiti indossati sotto. Sembrava penetrarti nelle ossa, e all'orecchio era come l'urlo di un'anima triturata, schiacciata, demente.
Yegor allunga un braccio, additando il raggio di sole che diventa una lama di luce, sottilissima, a Est. Poi indica più volte una sagoma grigia a ore undici, ed è verso quella cosa dall'architettura e dalla funzione incomprensibili che punto il muso della potente motoslitta Bombardier, seguendo gli altri veicoli. Si muovono stranamente più silenziosi, a mano a mano che la luce aumenta. Come se il pericolo fosse più nel giorno che nella notte.
Ci avviciniamo alla sagoma. Lentamente si delineano i contorni di un edificio lungo e basso, sormontato da qualcosa di grigio e molle, enorme. Mi vengono in mente certi assurdi film di fantascienza, quelli in cui un insetto gigantesco attacca una città. In questo caso la cosa che sembra venuta da un altro mondo è una sacca gonfia, lunga almeno trenta metri ed alta quattro. Una gigantesca lumaca il cui corpo si piega e ondeggia sotto le raffiche di vento.
Seguo le altre slitte, che puntano diritto verso l'edificio, come se volessero sfondarne il muro. È una struttura dall'aria severa, quasi militare: impressione accentuata dalle canne metalliche che spuntano dai finestroni murati e ridotti a bocche di lupo e feritoie, e dalle matasse di filo spinato che la circondano formando una recinzione invalicabile.
La moto di Durand, sbandando e sollevando in aria un arco di neve, si ferma davanti all'ostacolo. Il capitano scende al balzo, alzando il braccio verso la struttura. Per un attimo immagino le mitragliatrici che sparano, e il corpo di Durand crivellato di colpi. Poi una porta metallica si apre sul fianco dell'edificio. Ne esce un uomo basso e tarchiato. O forse è solo basso, e il suo aspetto deriva dagli strati di abiti con cui si è coperto cercando di proteggersi dal freddo siberiano. Siberiano è anch'essa una parola del passato. Per quello che ne sappiamo, può darsi che la Siberia sia più calda di Roma, adesso.
La figura si avvicina a piccoli passi, come se avesse paura di affondare nella neve. Si ferma di fronte a Durand. Il volto è coperto da una maschera nera, col visore a specchio. L'immagine del capitano si riflette sulla plastica argentata. Poi l'altro tende la destra. Durand la stringe, la scuote su e giù in un gesto che non vedevo più da tempo: una stretta di mano. Un arcaismo, di questi tempi. Parlano a voce bassa, il sibilo del vento e la distanza rendono impossibile capire cosa si dicono. Poi la figura tarchiata fa un segno con la mano, e quattro uomini col fucile a spalla si avvicinano correndo. Con dei pali e un grosso sforzo fisico sollevano due matasse di filo spinato, spostandole e aprendo nella recinzione un varco di un paio di metri.
Facciamo passare le motoslitte attraverso il varco, tenendo il motore al minimo.
Il filo spinato viene rimesso a posto, le due matasse legate l'una all'altra con una catena.
Uno degli sconosciuti ci fa segno di seguirlo. Una sezione della parete di fronte a noi si apre, rivelando una stanza grigia e spoglia, illuminata da lunghi tubi al neon.
Quando abbiamo parcheggiato le slitte al centro della stazione, e la porta si è richiusa con un suono metallico e definitivo, l'uomo si toglie casco e maschera. Scuote i lunghi capelli biondi.
È una donna.
Sarebbe una bella donna, anzi una splendida donna, se non fosse per la lunga cicatrice che le deturpa il lato sinistro del volto. Il viso è relativamente pulito, per gli standard di oggi. Ed è magro, quasi emaciato, quindi l'ipotesi degli strati di abiti sembra la più probabile. La cosa che più colpisce, del suo volto, sono gli occhi, di un azzurro quasi trasparente. Un viso aristocratico. Bello e intelligente.
Esce dalla sua goffa tuta come una crisalide dal bozzolo. Sorride, e abbraccia Durand come se volesse stritolarlo. Poi i due si baciano. Un bacio lungo, intenso, in cui sembra che le bocche si fondano l'una nell'altra.
Distolgo lo sguardo, imbarazzato, e gli uomini della Guardia Svizzera sogghignano, a quel mio cenno di vergogna.
Durand mi guarda. Ha l'aria radiosa.
– Padre Daniels, mi permetta di presentarle la mia compagna, la dottoressa Adéle Lombard. Adéle, questo è padre John Daniels, della Santa Inquisizione.
– Noi non la chiamiamo… – tento di dire, ma Durand taglia corto.
– In missione per conto del Cardinale Albani, – aggiunge Durand. La donna sembra sinceramente impressionata.
– Piacere di conoscerla, – sorride, tendendomi la mano. La stringo. È sorprendentemente fresca, quasi fredda. – Come avrà intuito non riceviamo molte visite.
– Sono sei mesi che il capitano non vede la sua bella… – sghignazza Bune, facendo un gesto osceno con le dita. – Le ha portato un gran bel regalo… Roba che brilla… Uh, come brilla…
– Zitto, Bune, – gli intima Durand.
Bune fa un gesto plateale di scusa e si allontana camminando a ritroso, il corpo piegato in un inchino che sa di presa in giro.
– Benvenuto a Stazione Aurelia, padre Daniels – fa la dottoressa Lombard. – È un onore e un piacere ospitare un membro della Chiesa.
Qualcuno ridacchia, alla parola membro.
– A proposito di piaceri, non possiamo offrirle molto, ma un letto pulito e una buona cena sì.
– Anche perché sarà l'ultima che potremo goderci per un po' – commenta Durand, togliendosi il giaccone imbottito.
– Un'altra cosa che possiamo offrire è una doccia calda. Beh, quasi calda. Tiepida, diciamo.
– Sarebbe fantastico.
– Lo è.
– Scusi per l'odore. Io…
– Ci siamo abituati, padre. Venga, le mostro la sua stanza.
Era da tanto che non dormivo in una vera stanza. E oltretutto da solo, senza il russare o il respiro asmatico di Maksim, o l'odore della nostra biancheria appesa ad asciugare. L'ambiente è grande, bianco. Una brandina militare ne occupa il centro. Subito dopo essere entrato la spingo contro il muro di destra. La forza dell'abitudine.
Niente finestre. La luce viene da un riquadro di plastica sul soffitto. C'è un armadietto metallico a due ante. E alla parete un crocifisso.
Mi asciugo i capelli.
Con le chiavi della stanza mi hanno dato il piccolo asciugamano che sto usando e una saponetta che per un attimo mi aveva ingannato. Ma poi l'ho portata vicino al naso e ho avuto la conferma che non si trattava di un'introvabile saponetta d'anteguerra ma di un prodotto moderno, fatto di pessimo grasso, nobilitato, si fa per dire, da qualche goccia di un profumo svaporato, dolciastro.
Mi sono detto che non devo fare lo schizzinoso. Che il sapone è sapone. L'importante è che lavi via la stanchezza, e l'odore di morte che ho addosso. Lo stesso odore che mi spruzzeranno sui vestiti quando partiremo da qui.
La doccia era appena tiepida, e nell'aria fredda del bagno comune non faceva quasi vapore. Era la mia bocca a produrne, mentre saltellavo da un piede all'altro per tenere il sangue in circolazione. Ero solo, nudo, nel locale dalle pareti sbrecciate che ospita dodici docce, tutte in fila, senza nessuna separazione. Un neon illuminava lo stanzone. I tubi vibravano, a volte il flusso dell'acqua s'interrompeva, e quando riprendeva era rossastro di ruggine. Ma è una doccia, mi dicevo, una doccia!, infilando la testa sotto il getto dell'acqua, tiepida o meno, che mi lavava via il sapone dai capelli.
C'è un libro, sul comodino. Mi aspettavo il Vangelo. Invece è un manuale di sopravvivenza. Uno di quei libri che si usavano quando il mondo era ricco, e in pace, e la gente provava un senso di divertita emozione leggendo di come si fa a scuoiare e cucinare un ratto, o a cacciare scarafaggi…
Apro il libro. È appartenuto a un uomo che si chiamava Massimo Oliviero. È in buone condizioni, malgrado le ultime pagine siano state rovinate dall'acqua, o da un altro liquido incolore. Lo sfoglio un po'. Sono arrivato alla parte in cui il manuale insegna a costruire delle pentole usando la corteccia di betulla, quando qualcuno bussa alla porta.
– Un momento, – rispondo, finendo di passarmi l'asciugamano sulla testa. – Arrivo.
Apro, e il volto che appare nel riquadro della porta è quello del capitano Durand.
– Venga, ci aspettano per cena.
Non mangiavo così bene da anni.
E da più di venti non assaggiavo del pesce fresco.
Quando l'ho visto sul mio piatto ho pensato a un miracolo.
– Un'idea di uno dei nostri tecnici… – sorride Adéle, parlando col suo accento francese che oggi sembra così esotico. E qualcosa di esotico c'è anche nei suoi lineamenti: una piega asiatica degli occhi, i lineamenti minuti…
– …Aveva letto un libro di un inglese, un vecchio libro illustrato che spiegava come creare una fattoria autosufficiente. Era così ben fatto che anche un bambino avrebbe potuto usarlo. Purtroppo nel nostro caso le possibilità pratiche erano decisamente limitate, dato che coltivare qualcosa all'aperto è impossibile, e di animali da fattoria non ne avevamo nessuno… Ma nel corso degli anni abbiamo avuto la fortuna dalla nostra. In una cisterna sotterranea abbiamo trovato alcune carpe, che chissà come erano arrivate lì. Così è stato possibile creare le vasche di decantazione dell'acqua, e fare entrare i pesci nel ciclo produttivo. Non li mangiamo quasi mai. Solo in occasione di qualche grande evento. Come la sua visita qui.
– Non mi sembra un così grande evento.
Adéle sospira. – Fra queste mura non è mai stata celebrata una messa. Personalmente, e mi scusi la sincerità, non ne sento la mancanza, ma gli altri sì. Quasi tutti. Così mi chiedevo…
– Se potrei dire una messa?
– Sì.
– Con piacere.
– Allora, dopo. Adesso ceniamo.
Assieme al pesce vengono servite verdure bollite: patate, carote, e alcune radici dal gusto piccante. Segue un piatto di carne tenera e sugosa, con un contorno di riso. Il riso sotto vuoto, come abbiamo scoperto nei nostri sotterranei, dura molto di più della data di scadenza stampata sulle scatole.
Non assaggio la carne da così tanto tempo che il primo boccone quasi mi mozza il respiro, per com'è buono. Assaporo tutto con piacere. Maiale, a giudicare dal sapore. Mi domando cos'abbiano da essere così tristi, gli abitanti di questo posto. Tengono tutti gli occhi bassi. Quasi non assaggiano il cibo, e sembrano così magri.
Durand e i suoi soldati invece mangiano come se volessero consumare anche i piatti.
Mi volto verso Adéle per chiederle perché non mangiano, quando per un attimo colgo sul suo volto chino sul piatto un'espressione avida. È solo un attimo, e potrebbe essere solo uno scherzo della scarsa luce della sala, perché quando si accorge di essere osservata cambia espressione di colpo, sorridendomi.
– Sì, padre? Voleva chiedermi qualcosa?
– Io, beh, sì…
Ma non riesco a fare la domanda che ho sulla punta della lingua. Invece improvviso.
– Volevo chiedere cos'è quello strano sacco sul tetto di questo edificio.
La dottoressa Lombard sembra visibilmente sollevata da quella domanda.
– Oh, il sacco. È un'idea che ci è venuta guardando delle vecchie foto. È da quel sacco che viene l'energia che fa andare avanti la stazione. È gonfio del metano prodotto dai nostri… allevamenti. Combustibile da biomassa. Più o meno. Non sono un tecnico.
– Non è molto gonfio.
Adéle si morde leggermente il labbro inferiore.
– No. In effetti non è… molto gonfio. Ma presto sarà di nuovo a posto. Molto presto. Gradisce ancora della carne?
– No, grazie. Sono sazio. Lei non mangia?
– Io… No, grazie. Non mi sento molto bene.
– Se non mangia la sua roba – bercia Bune, dal suo posto a fondo tavolo, – può passarla a me. Vedrà che da solo le rimetto a posto la scorta di metano.
E senza scomporsi molla una scoreggia tremenda: fragorosa e interminabile. Poi scoppia a ridere. Nessuno dei presenti sembra risentirsi. Il salone in cui ceniamo rimanda l'eco di ogni rumore.
– In cambio della sua carne, dottoressa, le do una bella notizia in anteprima.
– Zitto, Bune – gli intima il capitano. Ma il soldato pazzo continua il suo show.
– Il capitano Durand ha qualcosa per lei, dottoressa. Qualcosa di grosso… Oh, ma una cosa nuova, non quello…
– Bune…
– Avanti, capitano. Glielo faccia vedere. Glielo dia…
E prima che Durand possa fermarlo, Bune scatta verso di lui, bloccandolo con un braccio, mentre gli fruga nel taschino della giacca verde oliva, tirandone fuori una scatolina blu.
La tiene alta in mano.
– Bune, maledetto! Non…!
– Ecco il pegno d'amore che il capitano voleva offrirle, evidentemente in gran segreto. Ma io ho pensato che era giusto che tutti vedessero questo magnifico dono, che testimonia dell'immensa generosità e nobiltà del suo cuore.
La Lombard arrossisce.
Le dita svelte di Bune aprono la scatoletta da gioielliere.
Un oggetto brilla alla luce, scintillando di riflessi dorati.
Il soldato lo prende e lo solleva, perché tutti possano vederlo.
È un anello d'oro. Molto grosso. Sembra pesante.
La sua forma…
La mano del capitano Durand schiaffeggia forte Bune sulla guancia. Afferra al volo la scatola quando sfugge dalle dita del soldato.
Durand rimette l'anello nel taschino.
– Prendetelo e mettetelo in cella – ordina a due delle guardie locali.
Sono gli unici uomini armati nella stanza, poiché Durand e le altre Guardie hanno dovuto consegnare gli Schmeisser e le altre armi, subito dopo essere entrati a Stazione Aurelia.
Bune non accenna nemmeno una resistenza simbolica. Si lascia trascinare via dalla stanza. Sulla soglia, un attimo prima di sparire alla vista, porta la mano alla fronte in un saluto militare.
La porta si richiude alle sue spalle.
– Scusate per il disturbo – fa Durand, rimettendosi a sedere come se niente fosse.
Non ho potuto fare a meno di notare come le due guardie hanno obbedito subito agli ordini del capitano. Non si sono nemmeno guardate in giro, cercando l'approvazione di qualcuno della Stazione. Hanno obbedito e basta, senza discutere.
Dopo l'uscita di scena di Bune, la cena prosegue quasi in silenzio. Il commensale alla mia destra, quello che Adéle mi ha presentato come il diacono Fiori, è il più taciturno tra gli ospiti della stanza. Di tanto in tanto Adéle o un altro gli parlano con deferenza, a voce sommessa. Suppongo sia il capo, qui, o comunque un'autorità riconosciuta. Come gli altri non sembra badare al cibo che ha sul piatto. La fetta di carne rimane integra, ed è un peccato, perché è davvero ottima. Lo stesso pensano le Guardie, a giudicare dagli sguardi avidi con cui fissano le fette rosate. Ma i piatti vengono portati via da due inservienti, così silenziosi e controllati da parere automi.
– Quanti siete, quaggiù? – chiedo, per fare un po' di conversazione.
Adéle trasale, a quella domanda.
È Durand, a rispondere.
– Stazione Aurelia ha pochi abitanti. Quelli che vede qui, più un paio di guardie.
– Ma questo complesso sembra in grado di ospitare molta più gente – mi stupisco, indicando la ventina scarsa di persone riunite intorno al tavolo.
– Ci sono molte… variabili, di cui tenere conto, – sussurra la Lombard.
– La vita qui non è facile come sembra – aggiunge il diacono Fiori.
– Inoltre, – conclude il capitano Durand, – questa non è una colonia, è una semplice stazione di sosta e di controllo. Non è destinata a ospitare più di una trentina di persone al massimo.
– La vita qui non mi sembra certo peggiore di quella nel Nuovo Vaticano – obietto.
Durand alza le spalle. – È qui da poco. Non è in grado di esprimere opinioni.
Dopo cena, la professoressa Lombard mi porta a fare un giro della fattoria, come la chiama. Il posto dove viene prodotto il cibo che abbiamo mangiato. Nessun altro si aggrega a noi.
È un complesso di stanze sotterranee, illuminate da grandi pannelli sul soffitto che proiettano una luce quasi identica a quella del sole.
– Cerchiamo di mantenere il ritmo giorno/notte, soprattutto per le piante – spiega la donna. – Abbiamo la fortuna di una fonte d'acqua perenne…
– Anche noi. Al Nuovo Vaticano, voglio dire.
– Lo so. Coltivate anche voi funghi, vero?
– Certo. Non belli come i vostri, però.
– Grazie.
– Quelli sono asparagi?
– Sì.
– Incredibile. Non vedevo un asparago da una vita…
– Questo è niente. Venga, le faccio vedere una cosa.
Scosta una tenda pesante, e poi un'altra. Come quelle di un cinema dei tempi andati.
Entriamo in un'altra stanza, poco illuminata. La luce è verde. C'è un odore più forte, piuttosto sgradevole.
Quando gli occhi si sono abituati alla penombra distinguo una grande vasca di plastica, sollevata su due cavalletti. Una di quelle vasche che un tempo si usavano come piccole piscine all'aperto. Da lì l'acqua cola in una vasca più piccola e bassa, e da quella in un'altra, ancora più piccola, da cui poi scorre dentro una griglia nel pavimento.
La dottoressa mi indica la vasca più in alto.
– Lì ci sono le carpe. Buttiamo in quella vasca i rifiuti organici non riciclabili. Quello che non usiamo per la concimazione. Le carpe se ne nutrono. L'acqua arricchita dai loro escrementi passa nella vasca sottostante…
Mi indica la seconda vasca, la cui superficie è coperta da foglie e fiori di ninfee.
– Le ninfee ripuliscono l'acqua, e si nutrono dei rifiuti della vasca soprastante. I rizomi delle ninfee sono ricchi di amido. Teoricamente commestibili, anche se noi li usiamo soprattutto come foraggio per il bestiame. I fiori invece hanno proprietà curative. Favoriscono il sonno e curano la tosse e le infiammazioni bronchiali.
– Credevo che le ninfee amassero il sole.
– Infatti. Ma in questa stanza il ciclo giorno/notte è invertito. Non mi chieda perché. Il nostro è un ecosistema complicato.
Ma confortevole, vorrei aggiungere. La temperatura di questo sotterraneo è di almeno diciotto gradi. Un paradiso, rispetto al Nuovo Vaticano.
– La terza e ultima vasca ospita questi simpatici animaletti…
Infila la mano in acqua. Quando la solleva, fra le sue dita scivolano decine di minuscoli gamberetti grigi, quasi trasparenti.
– Simpatici, – ammetto.
– E anche molto buoni, – aggiunge lei, lasciandoli cadere di nuovo nella vasca. Forniscono la base per diverse pietanze. Sono molto popolari, quaggiù.
Indica la griglia attraverso la quale l'acqua esce dalla stanza.
– Laggiù l'acqua viene depurata attraverso sei filtri combinati, sia organici che chimici, e alla fine è pronta per essere riutilizzata, in caso di bisogno.
– Mi pareva di aver capito che avete una fonte perenne…
La dottoressa Lombard fa una smorfia ambigua. – Meglio non fidarsi della fortuna. Venga, le mostro un'altra cosa.
– Sarei curioso di vedere i vostri allevamenti. È da tanto tempo che non vedo un animale che non sia un topo.
La donna si morde il labbro inferiore.
– Domani, magari. Adesso è ora di riposo, per il bestiame. C'è qualcosa di molto più interessante da vedere.
La stanza è incredibile.
Non trovo altre parole per definirla.
Posta al livello più sotterraneo della stazione, è lunga trenta metri e larga venti. Le pareti basse sono letteralmente coperte di quadri: grandi tele a olio che raffigurano scene di battaglia, ritratti rinascimentali, nature morte fiamminghe. E statue, collocate al centro, che sembrano uscite da un libro di storia. Statue famose, come il Bruto Capitolino, o la Lupa con Romolo e Remo.
Guardo a bocca aperta, incredulo per quello che ho davanti agli occhi.
– Non abbiamo dedicato le nostre energie solo alla ricerca di cibo e munizioni, – sussurra la bella Adéle. – Abbiamo anche cercato di salvare i tesori d'arte più a rischio. Finora siamo riusciti a fare così poco. Ma speriamo di poter fare di più in futuro. Molti di noi hanno dato la vita per il recupero di queste opere.
Ci sono altre quattro stanze così.
Incredibile, mi ripeto, mentre i miei occhi passano di meraviglia in meraviglia.
Poi la vista di un oggetto mi colpisce come un pugno allo stomaco.
Cerco di non darlo a vedere.
Distolgo lo sguardo.
La Lombard non sembra essersi accorta della mia reazione.
Quella che brilla in un angolo della stanza, il riflesso dell'oro appena velato dalla polvere, è la Crux Vaticana, la croce donata alla città di Roma dall'imperatore Giustino II, nel VI secolo. La croce rappresentava uno dei più antichi e venerati tesori della Chiesa: non tanto per il valore dell'oro e delle gemme che la compongono, quanto per quello che contiene. Un frammento della vera croce di Cristo. O almeno è quello che il suo donatore credeva.
Ma la cosa che mi toglie il respiro è che la croce era conservata in un luogo in cui si suppone che nessuno abbia messo piede da oltre vent'anni.
Il Tesoro di San Pietro.
Improvvisamente mi è chiaro il senso di quello che ho visto durante la cena. L'oggetto d'oro che luccicava tra le dita di Bune, e poi di Durand.
L'ingombrante anello d'oro massiccio.
Era il sigillo del Pescatore.
L'anello del Papa.
L'anello che sigla ogni atto ufficiale del Pontefice, e che alla sua morte viene spezzato dal cardinale camerlengo.
Quell'anello, adesso, era nella tasca del capitano Durand.
C'era un solo luogo in cui l'anello poteva essere stato trovato.
Il vecchio Vaticano.
E c'era un solo modo in cui qualcuno poteva esserselo procurato.
Sfilandolo dall'anulare del papa.