Radici del Cielo – Cap. 6

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I draghi dell'Eden
– Bene, ragazzi, – fa il capitano. – Ci siamo tutti? Ottimo. Toglietevi gli occhiali, svelti.
Obbedisco.
Un rumore strano, come il borbottio di una bestia enorme. Un sibilo, in alto.
Sei lunghi tubi al neon, dei dieci appesi al soffitto, si accendono, alimentati dal gruppo elettrogeno che Bune ha appena messo in moto.
È da tanto che non sento l'odore di benzina. È un odore buono, com'era stato buono quando ero bambino e annusavo l'aroma pungente del combustibile quasi fosse un profumo. Allo stesso modo mi piaceva l'odore della colla per modellismo. Un tempo si credeva che il petrolio avrebbe ucciso l'umanità. E ora, vent'anni dopo, la benzina vale più dell'oro e la fine del mondo, beh, quella è arrivata, ma la benzina non ci ha avuto niente a che fare.
Respiro rumorosamente. Gli altri sorridono.
– Buono, eh? – ridacchia Bune. – Molto meglio del Sudore di Morto.
Ecco imparato un altro termine del gergo di questa squadra, mi dico. Vorrei ricambiare il sorriso. Ma il mio stupore per quello che ho intorno mi lascia a bocca aperta.
La stanza è pulita. Neanche un po' di polvere. E le sagome nascoste da teli grigi sono quelle di una dozzina di motoslitte nuove di zecca. A mano a mano che le guardie le scoprono rivelano le loro forme. E i colori. Dio onnipotente, come sono belli…
Rosso fuoco, blu elettrico, verde smeraldo…
I nomi di quei colori mi tornano in mente di colpo, riportandomi a un tempo in cui il mondo non era solo grigio e nero, ma aveva luce e colori e suoni bellissimi.
Mi avvicino a una di quelle macchine. Sfioro con le dita le curve del serbatoio, e anche attraverso i guanti spessi si trasmette alle dita la sensazione di qualcosa di liscio, di perfetto…
È il Graal di un'epoca mitica e perduta, in cui macchine come questa dominavano la Terra. Ora non ci sono più. E non ci sono nemmeno più animali che possano trasportarci sulla schiena. Niente più cavalli, asini, o muli. Non qui, almeno. Non in un mondo in cui un gatto, per non dire un cane, sono considerati una meraviglia.
Abbiamo divorato ogni creatura che ritenessimo commestibile.
Compreso l'uomo.
Siamo tutti, in diversa misura, cannibali. E non è necessario essere dei mostri, per cibarsi dei nostri simili. Le serre idroponiche realizzate nei sotterranei di San Callisto utilizzano la carne e le ossa dei morti come concime. E le stesse candele che adornano i nostri altari sotterranei, che illuminano le nostre scrivanie… di cosa credete siano fatte? Di cera d'api? Non esistono più, le api. Una volta qualcuno ha detto che il mondo si sarebbe perduto, che ci sarebbe stata una catastrofe, se le api si fossero estinte. Niente impollinazione uguale niente frutti. Guai se le api dovessero sparire! Beh, le cose hanno funzionato alla rovescia: la catastrofe ha ucciso le api. E l'Era del Progresso si è trasformata in un nuovo medioevo.
Naturalmente non sappiamo come vadano le cose altrove. Sarebbe ironico se le tenebre fossero scese solo su questo paese, e tutto intorno a noi la vita continuasse normale. Maksim ha scosso la testa, quando gli ho esposto questo dubbio.
Temo che dappertutto sia così, mi ha detto. Tutto il pianeta dev'essere andato a puttane. Prima le bombe, e poi quello che un tempo chiamavamo inverno nucleare.
Forse tra mille anni, o un milione d'anni, qualche insetto – magari uno degli scarafaggi che sono rimasti i nostri unici animali di compagnia… – si evolverà in una forma simile a quella delle api. Qualche seme nascosto in profondità tornerà a fiorire. Il nostro pianeta si coprirà nuovamente di verde, e ci saranno colori, e luce, e il ronzio degli insetti e il cinguettio degli uccelli…
Ma per il momento il mondo dorme un sonno profondo come la morte, e sulla superficie della Terra si muovono creature che sembrano uscite da un incubo.
E comunque noi non ci saremo, ha concluso il mio amico, alzando il bicchiere vuoto in un brindisi ironico alla nostra specie.
Stacco la mano dal metallo lucido, dalla vernice perfetta, quasi fosse nuova.
YAMAHA, c'è scritto sulla fiancata della macchina.
– La sa portare una di queste, padre? – chiede Durand, andando a scoprire un'altra motoslitta, nera e bombata come uno scarabeo.
– Sì. Dove vivevo da ragazzo gli inverni erano siberiani. È un sacco di tempo che non ne guido una, ma immagino che non avrei problemi a…
– Verissimo. Dicono che andare in bicicletta sia come fare l'amore – commenta Bune, alle mie spalle, togliendo il telo da una motoslitta rossa come quella che ho davanti. – Anche se questa ovviamente non è una bici, e lei altrettanto ovviamente non sa com'è, fare l'amore.
– Vattene, Bune – ordina Durand.
– Mi benedica, capitano, perché ho detto il vero, – ridacchia il soldato, andandosene verso un banco da lavoro intorno al quale si sono raccolti gli altri membri della spedizione, con la sola eccezione del caporale Rossi. Il piccolo italiano è in piedi accanto alla porta, intento a fissare la saracinesca come se temesse che da un momento all'altro possa scappare via.
Durand sorride.
– Buon per lei che sa giù usare la motoslitta. Non abbiamo tempo per farle anche lezioni di guida.
– L'importante è che Bune non mi dia altre lezioni di sesso. Ammetto che mi ha molto infastidito.
Durand si passa una mano su una guancia ispida, macchiata di fuliggine. La neve potrà anche sembrare bianca, ma non lo è. La cenere delle cose e delle persone uccise nel fuoco atomico della Tribolazione viaggia ancora nel tempo, e di tanto in tanto si posa su di noi, fredda e inquietante come la carezza di uno sconosciuto.
– Non giudichi troppo severamente Bune, padre. Dietro ogni uomo c'è una storia. E la storia di Bune è terribile. Durante il FUBARD… durante la Tribolazione, o il Giorno del Giudizio, o come le va di chiamarlo… Quel giorno Karl perse tutta la famiglia. La moglie, le sue due bambine. Lui lavorava a Ostia, in uno scavo archeologico nella zona del porto…
– Come mai?
– Non certo come operaio. Karl Bune era uno stimato studioso di epigrafia greca. Uno dei più apprezzati talenti del suo campo.
– Ostia è una città romana, non greca.
Durand scuote la testa. – Bune mi ha detto di come Roma in realtà fosse una città abitata da una varietà di razze e minoranze, ognuna delle quali parlava e scriveva nella sua lingua. L'unico idioma comune era il greco.
Guardo il soldato ridere e scherzare con i suoi commilitoni, a volte in modo greve: pacche sul sedere, versacci con la bocca…
È dura immaginarlo nei panni di un archeologo.
– Bune mi ha raccontato che in un sotterraneo nelle rovine di Ostia, un edificio che dev'essere stato usato per qualche tempo come carcere, erano state trovate numerose iscrizioni greche, incise su una parete, probabilmente con un coccio appuntito. Erano sfuggite all'occhio di tutti finché un fotografo che doveva illustrare una guida storica di Ostia aveva usato un'illuminazione radente. E quella aveva rivelato le scritte sulle pareti della cella, che un trattamento con prodotti chimici aveva poi esposto in chiaro.
– Che scritte?
– Bune mi ha detto soltanto che erano scritte terribili. Che appena le ha lette ha provato l'istinto di fuggire a gambe levate, non importava dove. Fuggire e lasciarsi alle spalle tutto. Stava uscendo dalla trincea coperta dello scavo, quando la terra ha cominciato a tremare, a sobbalzare. Una, due, tre volte, a mano a mano che i missili impattavano intorno alla capitale. Bune venne sbalzato a terra, e il soffitto dello scavo venne giù, seppellendolo. Fortunatamente non svenne, così riuscì a tirarsi fuori dal mucchio di terra e tufo che l'aveva coperto...
Quando il professor Bune uscì dallo scavo vide che il cielo era nero, screziato di un colore rosso come il sangue. Una grande luce si accese ad est, seguita da un rombo immane e poi da una folata di vento che sembrava l'alito di un drago. È così che lo descrive. Rimase in quel sotterraneo per tre giorni, perché aveva capito cos'era successo. Il cellulare non funzionava più. Idem il telefono satellitare del responsabile dello scavo, che non sapeva darsi ragione di cosa potesse essere accaduto. Malgrado Bune si sforzasse di spiegarglielo, l'idea stessa di una guerra nucleare era qualcosa di così spaventoso che la gran parte di loro si rifiutò anche solo di pensarci. Escogitarono mille spiegazioni diverse, per evitare ad ogni costo di guardare in faccia la realtà. Fu così che Bune si salvò: mentre gli altri decisero di tentare la fortuna uscendo da Ostia antica e provando a raggiungere il centro di Roma, nella vana speranza che nel cuore della città ci fossero più possibilità di salvezza, Bune rimase lì, chiuso nel suo dolore e nelle sue paure. Gli altri se ne andarono, lasciandogli un po' di provviste che lui non toccò mai. Tornò in fondo allo scavo, si raggomitolò in posizione fetale e dormì per tre giorni interi, mentre in superficie le pinete ardevano e un fumo acre e unto copriva la terra, avvelenando ogni cosa. Quando si svegliò, la prima cosa che fece fu andare alla parete della cella e trascrivere una per una le lettere incise nella calce. Non avendo altro materiale per scrivere, e volendo essere certo di non perdere quelle parole, le tatuò sul suo stesso corpo, usando un coltello e l'inchiostro ricavato da una penna rotta. Gli servirono tre giorni per completare l'opera, e alla fine il suo corpo, dovunque potesse giungere la sua mano, a eccezione del viso, era coperto di lettere greche. Così, nudo e sanguinante, in preda alla febbre, era uscito dall'edificio, incamminandosi verso Roma. E così lo trovarono due altri sopravvissuti, che gli diedero da bere e da mangiare, e lo portarono con sé, affascinati dall'alfabeto inciso sulla sua pelle. Lui li implorò di trascrivere quelle parole sulla carta. Gli indicò col dito le frasi che venivano prima. I due acconsentirono. Quando ebbero finito se ne andarono anche loro, lasciandolo febbricitante in una casa abbandonata. Rimase lì per tre giorni e tre notti, senza mangiare né bere. Poi uscì, e marciò come in trance verso Roma.
– Lo trovammo noi, coi piedi insanguinati, il corpo coperto di cicatrici sottili a forma di lettere greche… Lo arruolammo nella squadra. È così che Bune da archeologo è diventato un soldato. Non lo sottovaluti, padre. È un buon combattente, e un amico fidato. Ed ha un cervello di primissima qualità. Tutto il resto è posa, finzione. Un modo per scendere a patti con la realtà. Non si faccia ingannare.
– Non ce lo vedo, Bune, come archeologo, – mi decido finalmente a buttar fuori.
Durand scuote la testa, lentamente.
– Perché, come sacerdote, lo vede? Karl Bune era un prete. Come lei. A volte le cose sono diverse da quello che sembrano. Lo dice anche il vostro Vangelo, no? Vediamo come attraverso uno specchio oscuro…
– Pensavo fosse anche il suo Vangelo. Piuttosto, cosa c'era scritto, su quel muro? Cosa c'era scritto, sul corpo di Bune?
Il capitano non risponde. Mi guarda, sorride.
– Abbia fede in Dio. Ma si ricordi di controllare il dosimetro, di tanto in tanto.
Poi, sempre col sorriso sulle labbra, mi volta le spalle, andando verso la moto.
Gli uomini tornano dal bancone con cassette di attrezzi e taniche di plastica piene di un liquido verde, dall'odore pungente. Aprono i serbatoi delle motoslitte, facendo il pieno. C'è una motoslitta per ogni due uomini. Uno guida, l'altro tiene l'arma sempre pronta a sparare. Cavaliere e scudiero.
Dietro la slitta di Durand viene fissato un piccolo rimorchio, e su quello i suoi uomini fissano una cassa metallica non troppo grande, ma dall'aria pesante. Su un lato della cassa ci sono delle scritte. Ne vedo una parte attraverso un taglio nel telo di plastica verde che la copre. Numeri, sigle. Devono averla trovata qui, perché nessuno può averla portata durante la nostra marcia dal Nuovo Vaticano.
Una pacca sulla spalla rischia di farmi cadere. Mi volto di scatto.
Troppo di scatto.
Yegor Bitka fa istintivamente un passo indietro.
– Ehi, padre, sono solo il suo numero due…
– Scusami, non volevo spaventarti.
– Non mi sono spaventato. Dove posso mettere questa?
Mi indica una grossa sacca.
– È la mia radio, – spiega. – Un peso morto, in realtà, dato che neanche da qui riusciamo a metterci in contatto con la base.
– E allora perché te la porti dietro?
– Perché Durand mi spara se la perdo, o se si danneggia.
– Capito. Penso che potresti metterla lì, – gli dico, indicando un gancio laterale che mi sembra possa tenere.
– Devo avere le mani libere, sa? È vero che queste cose dovrebbero andare veloci, ma ci sono creature, là fuori, che vanno ancora più svelte di una motoslitta…
– Quindi non è la prima volta che le usate?
– No.
– Sembrano nuove.
– Perché non sono quelle che abbiamo usato. Quelle sono là fuori, ridotte a rottami. Ne usiamo di nuove a ogni missione.
– Che genere di missioni?
– Oh, un po'di questo, un po' di quello… Faccia vedere 'sto gancio. Sì, ecco. Ci sta perfettamente.
– Visto che dovremo tenerci belli stretti, potresti anche darmi del "tu".
– Okay, padre. Basta che non la prenda come un'avance.
Strizza l'occhio, come un ragazzino. Sulla sua faccia solcata da rughe e vecchie cicatrici sembra un'apparizione magica.
Non posso fare a meno di sorridere.
– Un attimo di attenzione, signori – ci richiama all'attenzione la voce del capitano Durand. – Tra cinque minuti partiremo. Seguite la moto di testa, tenendo conto che dobbiamo arrivare alla Stazione Aurelia prima dell'alba, e prima della Stazione dobbiamo far tappa alla metro, all'EUR. Entrambi i waypoint sono già impostati sui navigatori delle moto. Ricordatevi che se vi perdete dovrete tornare alla base. Non tentate, ripeto, non tentate di ritrovarci. Non abbiamo tempo da perdere. Non possiamo fermarci per nessuno. È chiaro?
Una serie di voci fuori sincrono, e non certo entusiastiche, confermano: – Chiaro.
– Un momento, – dico. – Nessuno mi ha mai parlato di questa "Stazione Aurelia". Cosa sarebbe? Dov'è?
– Lo scoprirà prima dell'alba.
La metropolitana di Roma è stata (e non poteva che essere così) il primo rifugio della popolazione dopo che la radioattività ha cominciato a esigere il suo pedaggio di morte. Immagino, anche se forse non lo sapremo mai, che lo stesso sia accaduto in altre parti del mondo. Ma la metro di Roma, a differenza di altre, come quella di Mosca, o di Londra, si spinge poco in profondità. Il riparo che offre è scarso. È stata la prima tappa della lunga marcia alla ricerca della salvezza, che per tante migliaia di persone si è trasformata in una marcia verso la morte.
Non sappiamo quanta gente viva in quei condotti sotterranei. Conosciamo appena una manciata di stazioni, quelle più vicine al Nuovo Vaticano. Non hanno mai riconosciuto la nostra autorità. Se ci rispettano, è solo per la nostra forza militare e per la nostra fama di spietatezza. Ma immagino che sarebbero felici di approfittare di un momento di debolezza per saltarci alla gola.
Le tre stazioni di Agnanina, Cinecittà e Subaugusta, sulla linea A, formano una comunità fragile, in continua regressione. Questa almeno è l'immagine che esce dai rapporti dell'intelligence vaticana, forse l'unico servizio di controspionaggio ancora esistente al mondo. L'atteggiamento del Comune, nei confronti di quegli insediamenti, è molto più prosaico, e si limita a valutarli dal punto di vista della forza militare e delle possibilità di annessione. Un giorno o l'altro le Famiglie decideranno che il gioco vale la candela, e per le tre stazioni sarà la fine dell'indipendenza. Di per sé non sono interessanti, ma la linea A porta dritta al centro di Roma, attraversando zone ricche di negozi e depositi di materiale. Il suo controllo potrebbe diventare strategico, se il Comune decidesse di espandere la propria zona di influenza.
Ma la stazione che sarà la nostra prima tappa non è una delle tre che conosco. Sorprendendomi, Durand indica sulla mappa una stazione della linea B.
EUR Fermi.
– Come mai facciamo tappa lì?
Lui mi guarda. Sorride.
– Anche questo lo scoprirà prima dell'alba.
Bune e Diop sollevano la saracinesca arrugginita, cercando di fare meno rumore possibile. La loro motoslitta è al centro della stanza, col motore già acceso. Il frastuono dei quattro veicoli in moto è assordante, fra le pareti del garage. I fari sono spenti. Oltre il rettangolo di luce proiettato dalla stanza c'è il buio più totale.
Diop e Bune si precipitano verso la loro moto. Quattro fari potenti si accendono. I motori rombano al massimo.
Il primo a partire è Durand, naturalmente. Non riesco a capire chi è seduto dietro di lui. Poi parte Diop, superando sulla destra la mia slitta. Bune, abbracciato al nero, lancia un urlo selvaggio da cowboy, sventolando il casco come se fosse uno Stetson texano.
Una pacca sul fianco. Parto anch'io, dando gas.
La moto sembra sfuggirmi tra le gambe, lanciarsi in avanti come se fosse dotata di una sua volontà. Come se stessi cavalcando un animale. Passo attraverso la porta e via, nel buio. La slitta sfreccia a tutta velocità, sbandando sulla neve. Riacquisto il mio equilibrio, e l'assetto del mezzo.
Gli altri mezzi – due davanti, uno dietro – accendono i fari. Trovo i comandi, li accendo anch'io. L'oscurità è trafitta da un tunnel di luce, un tunnel in movimento come un serpente intorno a noi: auto coperte di neve, muri, rottami informi che schivo col cuore che canta. È incredibile ritrovare la velocità: qualcosa che avevamo perduto il giorno in cui il mondo è andato in pezzi. È una sensazione fantastica. Mi sembra di volare sulla neve, e la luce potente proiettata dal muso del mezzo è una lama che sfonda le tenebre. Il fischio dell'aria intorno al casco è pura musica, come il ruggito del motore. Tutto questo rumore, e la luce, sono una sfida, un grido che lanciamo contro il Male che ci circonda e vorrebbe afferrarci: ombre lunghe, ombre rapide, cose orribili in agguato a ogni buco che un tempo era una porta, o una finestra. Attraversiamo la notte fregandocene di tutto, procedendo implacabili, sollevando una nube di neve che scintilla nella luce. Il buio, il puzzo dei nostri rifugi, la paura che copre come una putrida vernice i buchi in cui ci rintaniamo: tutto sparisce nella sferzata di adrenalina che ci fa battere il cuore a mille.
Sento una voce gridare, un urlo di gioia primordiale. Solo un attimo dopo realizzo che quella voce è la mia. Un grido da cowboy, subito ripetuto dalla voce di Bitka dietro di me.
Visti da fuori dobbiamo sembrare una masnada infernale: otto uomini urlanti a cavallo di mostri metallici.
Il buio si chiude rapido dietro di noi. Sigilla il nostro passaggio. Copre le impronte.
Ci inghiotte.