Radici del Cielo – Cap. 5

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Arrivano i mostri
Riprendiamo in silenzio la nostra marcia nel nevischio che si fa di minuto in minuto più fitto. Mi sembra che qualcosa di importante sia cambiato, nel gruppo. Parlano meno sottovoce, come se prima avessero avuto qualcosa da nascondere. Come se io non fossi più un estraneo.
Cammino più svelto, fino a raggiungere Durand in cima alla fila.
– Capitano!
– Mi dica, padre.
– Quali altre sorprese devo aspettarmi, da qui a Venezia?
Durand non si volta, per rispondermi. La sua voce suona deformata attraverso la maschera e il rumore del vento.
– Da parte nostra, nessuna. Ma non escludo che ce ne siano. Si sarà accorto che è un bel po' pericoloso, qui fuori.
– Anche senza che voi ci mettiate del vostro, vuol dire?
Durand scuote la testa. – Se l'è cavata, no?
– Non certo grazie a voi.
L'ufficiale non risponde. Continua a camminare con lo sguardo fisso davanti a sé.
– Mi avrebbe lasciato uccidere? – gli chiedo.
– No.
– Prima, vicino alla piscina, ha detto di sì.
– Sì, l'ho detto.
Dopo questa battuta ambigua, camminiamo in silenzio. Il buio attorno a noi è sconfortante.
– È la seconda volta che Bune mi fa cadere, quest'oggi. Anche la prima caduta era un'idea sua, capitano?
– No, quella è stata una cosa di Karl. Io non c'entro.
– Potevo morire, in fondo a quella piscina.
– Poteva, ma non è andata così. Come diceva, quel santo della Chiesa? "Tutto ciò che non mi uccide mi rende più forte"…
– L'ha scritto Friedrich Nietzsche. Tutt'altro che un padre della Chiesa.
– Ma dai. Nietzsche? Quante cose si imparano, stando vicino a voi preti.
Sorridendo, Durand accelera il passo. Dopo qualche minuto rinuncio a cercare di stargli dietro. È Bune, invece, ad affiancarmi.
– Ancora arrabbiato? Pensavo che il perdono fosse tipo una cosa obbligatoria, per voi preti – mi canzona.
– Il perdono presuppone il pentimento.
– Ma io sono pentito, santità. Sinceramente pentito.
– Certo. Come no.
– Se si fosse messa davvero male saremmo intervenuti.
– Me l'hanno detto. Ma ti posso assicurare che per me le cose andavano già male.
– Uh, per un paio di graffi! Li ho visti. Le cicatrici verranno benissimo. Le daranno un bell'argomento di conversazione, con le donne.
– Bune, mi stai prendendo per il culo?
– Mi chiami pure Karl, padre. E io posso chiamarla Jack?
– No.
– E perché?
– Perché il mio nome è John. John, e non Jack. John Daniels, non Jack Daniels. Quello è un whisky.
– Va bene. Come vuole. Sicché davvero rispetta il voto di, come si chiama?
– Dipende da qual è il voto cui ti riferisci.
– Quello che non permette a uno di andare con le donne. È per questo che si è offeso, no?
– Si chiama voto di castità.
– Ma lei…?
– Sì. Io sì.
– Scherzavo. Lo so, cos'è un voto di castità Una volta l'avevo fatto anch'io. Certo adesso è parecchio più facile mantenersi casti. Donne in giro ce ne sono poche, e quelle poche non sono precisamente fighissime. E puzzano, anche.
– Tutti puzziamo, Bune.
– Karl.
– Karl, d'accordo. Come vuoi. Karl.
– Da una donna ti aspetti grazia, raffinatezza. Non che puzzi di cane bagnato, o di formaggio andato a male. Questo laggiù, non so se mi capisce…
– Per capirti ti capisco. Solo che non mi va di affrontare certi argomenti con te.
– Va bene. Ehi, hai visto là?
– Dove?
Bune ha cambiato di colpo tono di voce. Ora è mortalmente serio.
– Aspetta qui. Mettiti dietro quell'auto.
Indica un mucchio di neve conico. Mi chiedo che tipo d'auto si celi sotto la pesante coltre bianca. Forse una di quelle piccole auto elettriche che cominciavano a comparire sulle strade europee, e che avrebbero anche potuto prendere il sopravvento, se dal cielo non fosse calato il maglio della Tribolazione.
Corro a nascondermi dietro quel riparo. Bune invece si acquatta a terra, puntando il mitra verso il buio. Il visore notturno non rivela segni di attività. Non capisco cosa possa aver visto, il soldato. Accenno a rialzarmi ma lui, senza nemmeno voltarsi, mi fa segno di stare giù, di non muovermi. Come se avesse gli occhi anche sulla nuca.
Rimango immobile.
Passa un minuto. Due.
Poi vedo cosa ha messo Bune in allarme. Una fila di sei esseri dall'aspetto umano, ma completamente rivestiti da stracci bianchi, come fantasmi. Procedono con cautela, passo dopo passo, lenti come animali torpidi, come dei bradipi, muovendo intorno gli occhi alla ricerca di qualcosa. Come se gli occhi fossero torce elettriche in grado di frugare l'oscurità. Non sembrano armati, ma dalle loro sagome massicce emana comunque un sentore di autentico pericolo.
Non vedo più Bune. È come se si fosse mescolato con la neve. Non vedo nemmeno gli altri. Dove si sono nascosti?
Come se invece di pensare avessi parlato a voce alta, tradendo la mia posizione, uno dei sei fantasmi solleva la testa, puntando il naso nella mia direzione. Annusa forte, più volte. Non indossa un respiratore. I suoi lineamenti sembrano umani, ma gli occhi hanno una fissità anormale. Sembrano quelli di un morto.
Gelandomi il sangue, la figura bianca muove un passo verso il mio nascondiglio.
Un altro passo.
Sento il suo odore.
Anche attraverso il filtro della maschera.
Non è un puzzo di marcio come quello dei morti viventi in fondo alla piscina.
È un odore buono…
Di colpo mi viene in mente la parola.
Un profumo.
Da quanto tempo non la uso.
La Tribolazione ha ucciso i profumi.
Anche il cibo non ha più un odore buono, quando lo cuoci su un maleodorante fornello a petrolio o lo scaldi su una griglia arrugginita, sporca dell'unto e del fumo di infiniti altri pasti.
L'odore dell'uomo bianco è buono. È un profumo di fiori. Verrebbe voglia di sporgere la testa oltre il nascondiglio, per godere meglio quel profumo.
Un braccio mi tira indietro di peso. Con un guizzo silenzioso una mano mi tappa la bocca, impedendomi di urlare.
Mi trovo spinto per terra, tenuto giù. Non posso muovere un muscolo.
La neve è gelida, ha un odore metallico che scaccia il profumo buono della creatura angelica, della…
La mano mi lascia libera la bocca. Mi volta di peso.
La faccia di Bune ha un'espressione divertita. Ma anche un sorriso su quel volto sembra sinistro.
– Dico, prete, hai più culo che anima. Sei appena scampato a un Muscolo! È una cosa che potresti raccontare ai tuoi nipoti, se la tua chiesa ti permettesse di averne…
– Cos'era quella cosa? Cos'è un Muscolo?
Poi mi volto, e vedo con orrore che la creatura è ancora lì, a pochi metri da noi. Come se niente fosse Bune si rialza, mi tende la mano e quando la stringo mi strattona su, come se tirasse fuori dal terreno una radice.
– Un Muscolo è quello – fa a voce alta, puntando il dito verso la creatura bianca. – Un quintale per sei di carne senza occhi né orecchie, ma con un naso finissimo.
Si muove verso la creatura, che sembra ignorarlo del tutto e si volta per raggiungere gli altri suoi simili, che si stanno allontanando in direzione opposta alla nostra.
– Sono creature strane. Vedi?
Indica il muso – perché non c'è altro modo di definirlo – della creatura. Ha tratti da pipistrello: un naso piatto, dalle froge dilatate. Gli occhi vuoti, ciechi, sono terribili da guardare.
Altri due soldati emergono dal buio.
Incredibilmente, le creature non sembrano accorgersi di loro, mentre si muovono all'unisono: sei piedi che muovono un passo a sinistra, sei piedi che muovono un passo a destra… È come se fossero una sola creatura, divisa in sei corpi.
Indifferenti alle Guardie che si muovono intorno a loro, le creature continuano la loro marcia, con una precisione e un ritmo tale che diresti stiano camminando dall'inizio dei tempi, e possano farlo per secoli senza mai fermarsi.
– Che cosa sono? – chiedo, in un sussurro.
Bune non si cura di abbassare la voce.
– Sono organi di senso. Organi di cosa? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che questi mostri se ne vanno in giro ad annusare l'aria, fregandosene delle radiazioni e dei pericoli dell'esterno. Sono sempre sei, e potrebbero sembrare sempre gli stessi, ma non lo sono. Una volta, dall'alto di un palazzo, abbiamo visti tre gruppi pattugliare un'area poco più grande di un campo di calcio. Perché è questo che pensiamo facciano. Giri di pattuglia. Spedizioni di ricerca.
– Di cosa?
Bune fa per grattarsi la testa, sotto il cappuccio. Poi si ferma. Procurarsi anche un semplice graffio non è una buona idea già all'interno di un rifugio. Figurarsi all'esterno.
La creatura ci oltrepassa muovendo braccia e gambe a ritmo, come una macchina, allontanandosi nel buio.
Durand piomba su Bune come un falco su un coniglio.
– Bune, pezzo d'idiota!
– Ehi ehi, capitano, perché mi urla? Cosa ho fatto?
– La responsabilità del prete era tua!
– Non è colpa mia se quello stronzo di Muscolo ha puntato proprio lui!
Si china sulla mia spalle. Mi annusa.
– Questo non si è fatto la "spruzzata"! Capitano, non si è spruzzato! Chiaro che l'hanno sniffato.
Durand scuote la testa. – Se l'avessero scoperto sarebbe morto.
Annusa a sua volta la mia divisa.
Poi fa un gesto stizzito verso Bune.
– Prendi il mio posto in testa alla colonna. Mi occupo io di padre Daniels.
Bune si allontana, imprecando fra i denti.
– Un po' troppe emozioni per un giorno solo, vero? – fa il capitano.
– Direi.
– Li chiamiamo Muscoli, quelli.
– Lo so.
– Muscoli perché sembrano far parte di un solo organismo. Come se fossero le braccia e le gambe di un corpo umano, staccate ma capaci di funzionare in modo coordinato.
– Non sono umani, quindi?
– Non del tutto. Non in modo convenzionale. Sono creature strane, che però sembrano quasi normali pensando ad altre… cose… che si aggirano qui fuori.
– Che cosa fanno? Sono pericolosi?
Il volto del capitano si piega in una smorfia. – Lei cosa dice? I Muscoli sono cacciatori. Usano uno strano profumo per ipnotizzare le loro vittime. Come producano quel profumo, o cosa facciano delle prede non lo sappiamo, ma dubito che catturino la gente per qualcosa di simpatico.
– Sembrano così deboli…
– La loro forza è nel numero. In questo momento, qui intorno, possono essercene dieci o dodici, di quelle squadre, ammesso che sia il termine giusto. In realtà credo siano una forma di organismo composito. Immagini un cerchio: all'esterno ci sono i sei Muscoli. Dentro… Dentro pensiamo ci sia il Cervello. Ma non ci siamo mai avvicinati abbastanza da accertarlo.
Le sagome bianche sono state assorbite dal nevischio. Scomparse. Come se non ci fossero mai state.
– Bune ha detto qualcosa su una "spruzzata".
Durand annuisce. – La "spruzzata", sì. Beh, è una cosa che facciamo sempre prima di uscire all'esterno. Avrà notato l'odore che abbiamo tutti addosso…
– Difficile non notarlo.
– Lo otteniamo strofinandoci addosso dei… delle cose…
– Tipo quali?
– Tipo… Beh, tipo questo…
Apre una tasca del suo zaino, tira fuori un fazzoletto macchiato di giallo. Dentro c'è una minuscola boccetta di vetro marrone, che forse un tempo conteneva qualche medicinale. Durand svita il tappo, fa cadere qualcosa di piccolo e nero nella mano guantata. Sorridendo, l'avvicina al mio naso.
L'effetto è stordente, immediato, anche attraverso i filtri. Cadrei per terra se le braccia di Durand non mi sostenessero.
– Dio onnipotente! Cos'è questo puzzo?
Durand richiude la boccetta.
– Lei cosa pensa che sia, padre? È succo di morto. È così che lo chiama chi va all'esterno e deve usarlo ogni volta. Succo di morto, brodo di morto, "spruzzata", acido cadaverico… In pratica, un concentrato di liquami da decomposizione. L'ha studiato quel professore russo che divide l'alloggio con lei.
– Maksim?
– Lui. A volte ha delle idee geniali. Il succo di morto serve a evitare che i Muscoli ti annusino. Avevo dato ordine che lei venisse… trattato… prima di uscire. Evidentemente qualcuno non ha obbedito.
– Chi?
– Questo, se permette, è affare mio, padre. Lasci che sia io a occuparmene. Stia certo che il responsabile la pagherà.
– Ma se non sono stato… trattato con questo succo, come mai non mi hanno scoperto?
Durand alza le spalle. – Penso che a salvarla sia stata la sua lotta con i Revenants.
– Con chi?
– Quelli che ha incontrato in fondo alla piscina. Revenants, zombi, faccia lei. Non sono morti, almeno non nel senso comune del termine, ma sono indubbiamente in decomposizione. Il loro puzzo dev'esserle rimasto addosso. Non abbastanza da reggere a un confronto da vicino, ma alla distanza che c'era tra lei e il Muscolo ha funzionato. Ha avuto una fortuna sfacciata, sa? Ho perso già tre uomini, a causa di quelle… di quegli esseri…
Una ventata d'aria gelida porta fino a noi un rumore metallico, raspante.
– Venga – fa il capitano.
Giriamo l'angolo. Gli altri della squadra sono disposti in un perimetro difensivo davanti a un negozio. Il soldato Bitka e il caporale Diop sollevano una saracinesca arrugginita, su cui una mano incerta ha scritto, a grande pennellate rosse, PERICOLO STATE LONTANI.
– Dentro, presto, – incita Durand, spingendomi a forza nell'androne buio, puzzolente di muffa. Incurante del monito. Gli altri uomini mi passano accanto con la delicatezza di una mandria di rinoceronti, rischiando di mandarmi a gambe all'aria. Quando tutti sono entrati, Bitka e Diop tirano giù la saracinesca.
I visori si adattano presto alla debole luce che filtra attraverso le fessure della saracinesca di nuovo chiusa. Il locale è ingombro di casse e di altre sagome irregolari, indistinguibili.