Radici del Cielo – Cap. 40

40
L'isola dei morti
L'isola dei morti si staglia in una nebbia strana, mai vista, densa e lattiginosa. E davvero San Michele sembra di nuovo un'isola, e non una fortezza di fango e pietra. La nebbia stende un mare perlaceo intorno al muro di cinta.
Un'ora prima dell'alba, la luce comincia a erodere il buio.
L'accolgo con sollievo. Non è stato facile arrivare sin qui. Vorrei poter dire che una forza soprannaturale mi ha guidato, aiutandomi a non perdermi nel dedalo di strade.
C'è voluta buona parte della notte, per percorrere al buio le calli che da Piazza San Marco portano alle Fondamenta Nuove. Se davvero ogni cosa ha un senso, mi chiedo che senso abbia avuto questa assurda perdita di tempo, ricongiungermi così brevemente con Durand e i suoi uomini per poi fuggire.
Con la città alle spalle, mi sento come un marinaio sul ponte di una nave. Davanti a me ho una strana terra promessa, dove i miracoli si confondono con le stregonerie, e i mostri sono gli unici a parlarti con voce umana. Le settimane di viaggio mi hanno temprato nel sangue e nel fango. I tre giorni di solitudine e digiuno mi hanno affilato come la lama di una spada.
Qualunque sia la mia missione, non sarò mai più pronto di così.
Sarebbe bello se dalla nebbia emergesse una barca, per traghettarmi verso l'altra riva. Anche un enorme cigno andrebbe bene. O un cavallo alato. Un ippogrifo…
Pensare a me stesso in un ruolo eroico mi fa sorridere.
Meglio non sognare troppo. Il mondo là fuori sa essere terribilmente concreto, amico mio…
Sono io a dirmi questo, o una voce nel mio cervello?
Alzo le spalle. Che differenza fa?
– La voce nella tua testa ha detto che il suo nome è Legione, – dico a voce alta. Una voce roca, raspante, che quasi mi spaventa.
– Lo so.
– Allora sai anche cosa vuol dire?
– Certo che lo so.
Cito a me stesso il Vangelo di Luca sull'indemoniato di Gerasa.
Gesù gli domandò: "Qual è il tuo nome?", ed egli rispose: "Legione", perché molti demoni erano entrati in lui. Ed essi lo pregavano che non comandasse loro di andare nell'abisso…
– Vedi? Lui stesso, quella creatura mostruosa, ti ha detto di essere un demone! Come puoi ascoltare il suo richiamo? Perché vuoi andare da lui?
– Mi ha liberato dalla prigione.
– Solo per riservarti un destino peggiore.
– Non credo sia così.
– Non credi sia così! Ti fidi di lui, insomma…
– Credo di sì.
– Non ti ricordi proprio niente? I mostri lungo la strada, l'attacco a Torrita Tiberina… La paura…
– Ricordo anche la creatura che chiamavo Gregor Samsa. Anche lui sembrava un mostro. E non lo era. Quindi ora taci. Lasciami i miei dubbi. Il tempo delle certezze tronfie è finito.
L'eco dell'ultima parola vibra ancora nell'aria quando, scendendo dall'imbarcadero crollato, poso per la seconda volta il mio piede sul suolo secco della laguna, muovendo il primo passo nella nebbia, diretto all'isola invisibile.
Mi stupisce la mia reazione, o meglio, la mia mancanza di reazioni, davanti al tradimento di Durand. Forse la verità è che ho smesso di fidarmi di lui da quando ho scoperto che la sua fede non era la mia.
Cammino sul fondo di questo mare di nebbia, ed è una specie di bussola interiore a guidarmi verso l'isola.
Perché so che è lì che sto andando. Non ho bisogno di prove. La mia fede, che da vent'anni consideravo una fiamma spenta, incredibilmente sta riprendendo forza. C'è qualcosa che va oltre la comprensione umana, in quello che mi è accaduto in questa città. E prima ancora, durante il viaggio. Qualcosa che non si può spiegare.
Quand'ero un giovane sacerdote, non mi consideravo altro che un'insignificante pedina, nella lotta tra il Bene e il Male. E anche i miei avversari erano pezzi da poco. Ora mi sembra che sulla scacchiera non ci siano più pedoni, ma solo i pezzi più importanti. Ora so che la partita sta per chiudersi, e che ogni mia mossa è importante.
Mi chiedo solo di chi sia la mano che mi muove.
Chi sia il Giocatore che mi sposta sulla scacchiera.
Fino a pochi giorni fa non avrei avuto dubbi. Mi sentivo un soldato di Dio.
Ora non ne sono più così certo.
Quando ero entrato nel collegio dei Gesuiti, a diciassette anni, mi avevano dato da leggere un libro su Gesù, il cui autore faceva di tutto per provare che il nostro Salvatore aveva natura solo umana. Ricordo che dopo averlo letto ero andato dal sacerdote che doveva farmi da padre spirituale. Gli avevo espresso i miei dubbi. Perché mi avevano fatto leggere quel libro, che smantellava una ad una tutte le mie credenze?
Lui mi aveva sorriso.
– Tutte le tue credenze? – mi aveva chiesto. – Vuoi dire che hai perso la fede in Gesù?
– No – gli avevo risposto. – Credo ancora in Gesù.
– Allora la tua fede non può che essere diventata più pura. Ti sei solo loro liberato di tanti inutili orpelli e incrostazioni. È a questo che serviva, farti leggere quel libro.
Quel sacerdote era già vecchio quando ero un ragazzo. Se fosse ancora vivo, avrei tante domande da fargli su cosa serve, e a chi?
Ad esempio, a chi è servito, questo viaggio? Tanta gente è morta, e per cosa?
Invece alla domanda sul perché, nonostante tutto, continuo nella mia missione, a questa domanda devo rispondermi da solo.
Non c'è nessun altro che possa farlo per me.
Ma una risposta, al momento, non ce l'ho.
Posso solo continuare a muovermi, camminando nella nebbia verso l'isola.
Procedo alla cieca, riuscendo appena a capire quale sia l'alto e quale il basso: quanto basta per non cadere.
In qualche modo so che la direzione è giusta.
Il terreno sotto i miei piedi è liscio, senza ostacoli.
D'altra parte non lo dice il proverbio, che la strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni?
Scuoto la testa.
Tra un po' mi rimetterò a discutere con me stesso, come un pazzo.
D'altra parte devo esserlo, pazzo. Disarmato, sto andando a far visita a un essere che ha il potere di resuscitare i morti…
Nella caligine perlacea non riesco nemmeno a vedermi le mani. Per quello che ne so, per quello che ho visto, o creduto di vedere, in questi giorni, potrei essere anch'io solo un fantasma, un'illusione.
Ma anche così, anche con tutte le paure e i dubbi che mi attanagliano, continuo a camminare. Procedo nel nulla, verso i pericoli e le risposte che mi attendono.
L'isola si annuncia come un muro di pietre e fango secco, alto diversi metri. Non c'è modo di risalirlo. Non posso fare altro che percorrere il perimetro, cercando un punto d'accesso.
Mi aspetto una breccia. Invece quello che si presenta ai miei occhi, dopo che ho percorso quasi per intero due lati del quadrato, è una scala scavata nel fango. I due larghi scalini che riesco a vedere sono rivestiti di lapidi.
La sommità scompare nella nebbia.
Salgo gli scalini, emergendo alla luce grigia del giorno.
Davanti a me appare un grande cancello in ferro battuto.
Qualcuno l'ha dipinto di una vernice rossa.
Una mano incerta, tremante, ha tracciato con la stessa vernice una scritta sulla colonna di destra.
JERUSALEM'S.
La S è incompleta, e finisce con una lunga strisciata verticale.
Gerusalemme.
Davvero la mano ignota intendeva riferirsi alla visione del Libro dell'Apocalisse?
"E io, Giovanni, ho visto la città santa, la nuova Gerusalemme, che discendeva dal cielo, da presso Dio, pronta come una sposa che si è adornata per il suo sposo"…
E se invece chi ha tracciato la scritta avesse voluto dire qualcosa di completamente diverso?
C'era un romanzo di Stephen King. Un romanzo da cui avevano tratto anche un film.
JERUSALEM'S LOT.
Un romanzo di vampiri.
Morti viventi che infestavano una città.
Quali che fossero le intenzioni di chi ha tracciato quella scritta incompleta, spingo il cancello.
Non cigola, come farebbe in un brutto film dell'orrore.
Ma quello che si apre alla mia vista è uno scenario incredibile.
Dovunque volga lo sguardo, appaiono file su file di tombe. Centinaia, migliaia di sepolcri. Colombari in parte crollati chiudono l'orizzonte, con le loro sepolture verticali.
Questa è davvero Necropolis, la città dei morti.
Muovo il primo passo sulla neve, che scricchiola come legno vecchio.
Non c'è modo di muoversi silenziosamente, in questo posto.
Sono già stato qui nel sogno, quando la mostruosità che chiamano il Patriarca mi ha mostrato il suo regno. Attraversando il vialetto in mezzo alle tombe mi sento come un attore che recita un dramma per la seconda volta.
Nessuna incertezza.
E, stranamente, anche nessuna inquietudine.
Certo questo posto dev'essere sembrato molto diverso quando alberi e siepi erano ancora verdi, e non fantasmi, mozziconi consumati. La sagoma di una chiesa incombe cupa nella distanza, senza trasmettermi nessun senso di conforto. È un edificio, semplicemente. Il mondo ha tolto senso a tante cose.
Come potevo pensare che questo posto facesse eccezione? È bastato un sogno?
Il verde non c'è più. Punto e basta.
Ora tutto è bianco, e grigio, come la neve che riprende a cadere a grandi fiocchi.
Che cosa muove i miei piedi?
Non certo il senso che la mia missione possa compiersi.
A questo ho rinunciato. Non ci penso più. So che l'energia che mi muove è solo un'illusione. E so che forse non mi basterà nemmeno per uscire di qui. La mancanza di cibo e di sonno mi rende lento, quasi catatonico: una strana tartaruga color verde mimetico, in un mondo in cui sembra non essere rimasto nulla di verde con cui mimetizzarsi.
Come nel sogno, gran parte delle scritte sulle lapidi sono illeggibili.
Sono tombe antiche.
Il tempo ha cercato di divorarle, e il suo pieno successo è dietro l'angolo. Senza manutenzione, presto ogni scritta sarà cancellata, ogni memoria azzerata.
Mi sistemo la sciarpa intorno al viso. Dico al mio piede destro di muoversi e lui scivola in avanti, fa un mezzo passo.
Adesso tocca al sinistro.
Mi muovo così, come un robot dalla programmazione sballata.
Ogni passo mi costa fatica. È come se la gravità fosse di colpo aumentata. Le vene della testa mi si gonfiano, pulsando.
Un tempo conoscevo, mi erano state insegnate, preghiere per ogni occasione. Persino preghiere per chiedere a Dio la pioggia: una cosa che mi sembrava, e mi sembra ancora, incredibilmente primitiva. Se volessi rimettere a posto il mondo, quali preghiere dovrei scegliere.
Forse la scelta migliore è L'eterno riposo, la preghiera per i morti. L'ho recitata tante altre volte, durante questo viaggio.
Mentre mi perdo in questi pensieri, mi accorgo che c'è qualcuno, seduto su una tomba. Non è una statua come le altre che adombrano questo angolo del cimitero, perché ha i colori di una creatura viva, reale. Ma la sua immobilità è sconcertante. Io che sono poco più vivo di un morto accelero il passo per raggiungerla, e invece la creatura vestita di bianco non sembra nemmeno vedermi.
Mi avvicino, senza nessuna cautela.
È coperta di ghiaccio. I colori della vita presto saranno coperti dalla neve.
I vestiti stracciati che indossa sono rigidi come pietra.
Il volto, per quanto coperto di pustole e tagli, è sereno. Un sorriso gli piega leggermente le labbra.
Alberto, sussurra una voce nella mia testa.
La voce del Patriarca.
Del mostro nero che ha detto di chiamarsi Legione.
Sussurra, ma nella mia mente le tre sillabe esplodono come un pugno.
Le viscere mi si stringono in una morsa gelida.
I denti si chiudono così violentemente da ferirmi la lingua.
Il dolore è un lampo devastante, accecante.
Scusami.
Una figura appare davanti ai miei occhi, in un alone di luce, ma in sé nerissima.
Alberto ora è nella luce. Mi ha servito bene. Non come un'altra creatura…
La grata di ferro che chiude una tomba di famiglia sbatte violentemente, quando una figura erompe dall'edificio. Sembra un enorme orso nero, che si divincola con violenza come per sfuggire alla cattura. Sferza l'aria con una zampa, ulula, balza di tomba in tomba ruggendo.
Riconosco con orrore, in quel mostro, David Gottschalk.
Non ha più capelli. Il cranio è una crosta nera, come il resto del corpo.
Il braccio destro pende inerte dalla spalla, come un'orrenda stalattite.
Contempla in questo che fu un uomo la vanità del Male, scandisce la voce nel mio cranio.
Ogni sillaba è una frustata, un dolore acuto e sferzante.
Gottschalk è cieco. La sua faccia si è fusa fino a perdere ogni lineamento. Non ha più occhi, naso, orecchie. Mi accorgo con orrore che assomiglia alla creatura malevola che ho potuto vedere da vicino a Torrita Tiberina.
Ora questo empio conosce l'ira di ciò che ha sfidato, – ringhia la voce nel mio cervello.
Ora i suoi giorni vengono mietuti come erbaccia da seccare per far concime. A che gli è giovato, servire il Male? Ecco, viene la falce!
Gottschalk, imperterrito, continua a ballare la sua danza spastica, colpendo lapidi, inciampando, ma subito recuperando l'equilibrio come se non gli servissero gli occhi o il cervello, per restare in piedi.
Mentre guardo incredulo, qualcosa lo solleva in aria, portandolo ad un'altezza di due metri, e poi lo fa roteare, come se avesse un perno a metà della schiena a fargli da asse. Gottschalk ruota su se stesso, e dalla bocca gli esce un fumo nero, nel quale mi sembra a tratti di scorgere delle figure. Ma è come se i miei occhi si rifiutassero di vedere nitidamente quello che appare nel fumo. Il corpo di Gottschalk gira, gira, gira, sempre più veloce, fino a sembrare una trottola. Poi il vorticare si interrompe, e il corpo viene scagliato via a una distanza incredibile, mandato a sbattere contro il muro di un colombario, su cui si spappola come un melone lanciato da una catapulta. Il sangue imbratta il marmo, cola a terra.
– Perché l'hai fatto? – urlo, voltandomi intorno. – Perché ucciderlo, quando gli avevi già tolto tutto?
Io non l'ho ucciso, – ribatte Legione.
– Sei pazzo? Guardalo!
La voce nella mia testa ride.
Risate che sono come tante lame di ghiaccio che cadono di taglio, inchiodandomi al suolo.
Mi premo le tempie, gridando fino a spremermi i polmoni.
Poi, di colpo com'è venuto, il dolore cessa.
Guardalo, – sussurra la voce.
Volto la testa. Disteso a terra, non riesco a vedere altro che il muro del colombario, le file di lapidi imbrattate dal denso sangue di Gottschalk.
Incredibilmente, dal basso appare la testa del predicatore pazzo. E poi le spalle, e infine il resto del corpo. È un movimento possente, come potente è l'impressione che dà il Gottschalk rinato. Il volto è integro, e la sua sola stranezza è il sorriso gentile, un'espressione che sembra assurdo associare a quel viso.
Gottschalk indossa un'armatura nera da combattimento. Non quella con cui l'ho visto a Urbino, ma una corazza quasi medievale, se non fosse per le anacronistiche placche irte di spine metalliche sulle spalle e sulla schiena, che lo fanno sembrare un dinosauro feroce. Nella destra, il Gottschalk rinato impugna una spada enorme, dalle decorazioni assurde. Sembra uscita da un libro fantasy, o da una delle illustrazioni di Frank Frazetta che mio padre collezionava, da ragazzo.
– Non è possibile, – scuoto la testa. – Gottschalk è morto. L'ho visto morire.
La sensazione che mi viene trasmessa è quella di un sospiro.
Dentro la mia mente, il Patriarca scuote il capo.
Siete come bambini, che giocano nel cortile di casa e pensano che quello sia il mondo. Siete come bambini, che si lamentano per una sbucciatura al ginocchio, e pensano che il loro dolore sia tutto il dolore del mondo. E che durerà per sempre…
– Siete come bambini, – sussurra la voce di Alessia, per un po' accompagnando, e poi proseguendo da sola, il discorso del Patriarca: – Spaventati dalle ombre, felici per un giocattolo da poco. Ignorate le cose davvero grandi intorno a voi e vi mettete a correre dietro una farfalla, a litigare per nulla.
Mi volto a guardarla.
È bellissima.
Non ho mai avuto problemi a controllare le mie pulsioni, soprattutto quelle sessuali: una cosa che destava l'invidia dei miei compagni, in seminario. L'ammirazione che provo per Alessia non ha nulla a che vedere con il sesso, o con il desiderio. È qualcosa di molto più grande. In questo, almeno, non mi sento un bambino.
– Ti sono mancata, John?, – mi chiede sorridendo.
– Ho avuto una giornata pesante, ma sì, mi sei mancata.
– Non manca molto, ormai. Presto potrai riposare.
– Presto? – le chiedo, senza capire.
– Ognuno di noi è una minuscola tessera nel mosaico di un piano più grande. Per quanto piccola sia quella tessera, è parte del mosaico, il cui disegno sarebbe incompleto senza quel tassello.
Allungo la mano cercando di toccarla.
Lei, senza dare l'impressione di muoversi, si sottrae alle mie dita.
– Vieni, ti mostro una cosa, – fa, con la sua voce allegra. E si incammina tra le tombe.
Io mi volto a guardare Gottschalk, che prosegue con un tintinnio di metallo nella direzione opposta, verso l'ingresso del cimitero.
– Lascialo andare. Lui sa già cosa deve fare.
Alessia indica una porta nel muro interno del cimitero.
– Vieni. Non abbiamo molto tempo.
– Lo so. I tre uomini…
– Stanno venendo qui. È per questo che David sta uscendo dai cancelli.
– David? Tu chiami David quel mostro?
– Quello che hai visto non è più Gottschalk. Quell'uomo si è purificato. Ora serve il Patriarca.
– Ma io l'ho visto morire! Cos'è, il tuo Patriarca, uno stregone voodoo?
Alessia ride.
Sale sulle macerie di un colombario. Ossa umane, resti di bare, frammenti di marmo formano una scala che porta a un altro settore del cimitero: un campo fiorito di croci, diviso in quattro dall'incrocio di due vialetti. Dietro il campo si staglia un edificio massiccio, senza finestre. I monconi dei cipressi bruciati sembrano le colonne di un tempio nero, crollato.
– Il Patriarca è là, – sussurra Alessia. – Ma prima devi vedere una cosa…
Affretta il passo.
Quasi corre, verso una tomba al centro dello spazio quadrato.
Con un sorriso da bambina mi indica una foto consunta, al centro della croce di pietra butterata dal tempo.
Piegandomi su un ginocchio, appoggio la mano sulla croce.
Il guanto libera la foto dal ghiaccio che la incrosta.
Il volto di Alessia mi fissa, dalla vecchia foto color seppia. I lineamenti sono stati diluiti dal tempo, ma è indubbiamente lei.
Con le dita che tremano convulsamente tolgo la neve dalle scritte sulla croce.
Il nome, ALESSIA.
Il cognome.
Due date.
Alzo gli occhi. La guardo.
Allungo la mano verso di lei. Alessia, stavolta, non fa nulla per sottrarsi.
Le mie dita si avvicinano al suo braccio. Tremano sempre di più…
Uno sparo spezza il silenzio, seguito da una raffica di mitra.
Urla rabbiose.
Un altro sparo.
Alessia si volta e comincia a correre verso l'edificio basso e massiccio in fondo al viale. Non mi resta altro da fare che seguirla. A metà del percorso, devia a sinistra lungo un vialetto che taglia l'altro. La seguo. Una raffica sgranata di colpi devasta una tomba due metri dietro di noi. Se non avessi seguito Alessia, ora sarei morto.
Continuo a correre. Quello che non capisco è dove trovo la forza per farlo. Solo poche ore fa, arrivando in vista dell'isola, mi sentivo ai limiti delle mie energie. E adesso invece corro come un ragazzino a una corsa campestre.
Un'altra tomba esplode in polvere di marmo e neve. Mi volto appena un attimo. David Gottschalk sta combattendo col suo spadone assurdo, che rotea tenendo a bada due uomini in tuta mimetica e maschera antigas. Il terzo uomo invece prende di mira me e Alessia.
Non riesco a capire chi sia dei tre quello che ci spara, ma so per certo che non è Durand. Lui non mi avrebbe mancato.
La sagoma di Gottschalk domina la scena, e fa impressione. Ma le guardie svizzere devono essersi accorte che la minaccia è solo apparente. Se è vero che nessuno dei loro colpi, pur scavando crateri sanguinanti nella corazza del gigante, ne rallenta la foga guerriera, è altrettanto chiaro che i fendenti dello spadone, per quanto impressionanti, non procurano neppure un graffio. La spada mulina davanti ai volti, facendo arretrare i due uomini, ma non riesce mai a colpirli. E intanto l'uomo col mitra, con un ginocchio piegato a terra, prende tranquillamente la mira.
So che stavolta non sbaglierà.
Come se avessi gli occhi anche dietro la testa mi sembra di vedere la canna del mitra che inquadra la mia testa, l'occhio del cecchino che si stringe a fessura per prendere meglio la mira.
L'indice si posa sul grilletto.
Lo tira lentamente indietro, come se il cacciatore si godesse ogni frazione di secondo.
L'indice preme il grilletto…
E il mitra, incredibilmente, non spara. Il cane colpisce a vuoto. Il soldato scaraventa per terra il Kalashnikov, imprecando. La maschera deforma le sue esclamazioni in versi bestiali. Urla qualcosa ai compari. I tre smettono di badare allo spettro di Gottschalk, che per quanto si prodighi nello spaventare e minacciare i soldati, non riesce più a distrarli. Adesso sono in tre a sparare su me e Alessia.
Ma Alessia è morta, mi ripeto incredulo.
Alessia è morta.
Le date sulla sua tomba dicevano 1883-1904.
Ventun anni.
E quasi centrotrenta dalla morte.
La sua morte.
Non c'è modo di negare l'evidenza.
Per quanto Alessia sembri viva, è un fantasma.
Ma l'ho toccata, mi dico. E poi realizzo che no, non è vero: io non l'ho mai toccata. Non ci sono mai riuscito. La sensazione delle sue mani sulla mia fronte febbricitante deve essere stata, appunto, solo questo: una sensazione.
Un'illusione.
Dietro di me, i tre uomini si sono lanciati all'inseguimento. Non impugnano più armi da fuoco, ma lunghi machete.
Seguendo Alessia scavalco i resti del muro abbattuto.
Filiamo a rotta di collo verso l'edificio, che sembra abbandonato da secoli.
Ne seguiamo il perimetro, fino a trovare un accesso: una porta di bronzo, che il tempo e gli elementi hanno coperto di una patina verde. Solo il battente presenta l'originario colore dorato del metallo. Qualcuno ha usato questo ingresso altre volte, di recente. Lo testimoniano le impronte sulla neve, davanti alla porta. Impronte umane, ed altre impronte strane, che non so definire, perché Alessia mi ordina di fare in fretta, di entrare.
La porta si chiude, con un tonfo sordo.
Il buio ci avvolge.
– Vedranno le impronte, – sussurro.
– No. Non le vedranno.
La voce di Alessia è vicinissima al mio orecchio.
Mi sembra di sentire il calore del suo alito.
Lentamente, davanti ai miei occhi accade qualcosa di incredibile.
La porta di bronzo sembra dissolversi.
Diventa trasparente.
I tre uomini della Guardia Svizzera avanzano tra le tombe.
Camminano guardinghi, controllando dietro ogni lapide. Camminano piegati, per resistere alle frustate del vento che spazza il cimitero.
Mi volto. Alessia sorride. Mi indica la terra davanti all'ingresso della tomba.
Le impronte sono scomparse. Il vento ha spostato la neve fino a rendere la superficie liscia. È questo che ha messo in crisi i nostri inseguitori.
– Il Patriarca ha fatto questo?
– No. Lui è come… è come un direttore d'orchestra. Siamo noi che lo facciamo.
In quel momento un nuovo prodigio accade sotto i miei occhi.
Alle spalle dei soldati, nei vortici di neve sollevati dal vento, le tombe si scoperchiano, e dal terreno gelato escono forme orribili: larve umane, cadaveri dalle orbite vuote, con le braccia protese verso i tre uomini ignari che continuano ad avvicinarsi al nostro nascondiglio. I morti viventi emettono un verso gutturale, orribile. Il rumore del vento non basta a sopprimerlo. Uno dei tre soldati si volta, e rimane gelato dal terrore. Il machete gli cade di mano. Scappa. Anche gli altri due arretrano, davanti alla massa di corpi in putrefazione che avanza verso di loro, implacabile.
– Anche quelli sono illusioni? – balbetto, vedendo un morto colpire una croce e farla cadere.
– No. Loro non sono illusioni. Andiamo, adesso, – fa Alessia. – Non li fermeranno a lungo.
Guardo con orrore i corpi putrefatti circondare e isolare Diop e Wenzel, stringersi intorno a loro come un cappio di braccia e denti e artigli.
La porta diventa di colpo opaca, il rumore del vento appena udibile.
Alessia raccoglie da terra un lume a petrolio. L'accende.
Alla luce della lampada mi guida lungo un corridoio sui cui lati si aprono decine di loculi, da terra al soffitto. Le lastre di marmo che li chiudevano sono state divelte. Le ossa e il resto del contenuto delle tombe è stato ridotto in pezzi, come se un bambino cattivo avesse preso i corpi a martellate.
Vorrei chiedere ad Alessia chi ha fatto questo, ma sono troppo stupito da quello che ho davanti.
In fondo al corridoio, illuminata da torce appese ai muri, si apre una stanza circolare, larga almeno venti metri. Al centro della stanza c'è una vasca piena d'acqua.
E in fondo alla stanza…
In fondo alla stanza c'è l'essere che ha invaso i miei sogni, che si è intromesso nella mia mente.
Siede scomposto su un trono di pietra. Non ha nulla di solenne, adesso. Il suo corpo tremante trasmette una sensazione di dolore, di terribile fatica.
– Non riuscirà a tenerli a freno a lungo, – sussurra Alessia, guardando la creatura con uno sguardo d'adorazione.
L'essere che chiamano il Patriarca, e che si è definito Legione, come il demone del Vangelo, è rannicchiato su se stesso. Le lunghe braccia stringono il corpo, gli artigli lo dilaniano, lasciando cicatrici che subito si rimarginano. La testa di tanto in tanto si scuote come per uno spasmo. Lo schienale del trono è macchiato di sangue.
Figlio mio, figlia mia, andatevene. Presto saranno qui.
Le parole mi esplodono in testa come spari assordanti.
Il dolore è terribile.
Cado in ginocchio.
– Devo parlarti!
Non c'è più tempo.
– La mia missione non avrà avuto senso, se non riesco a parlarti! – ringhio come un cane, tra i denti che sembrano sul punto di spezzarsi.
Devi andartene.
– Devi venire con me a Roma! – urlo con le mie ultime forze.
Lui ride, dentro la mia testa. Il dolore si acquieta.
A Roma? Per fare cosa? Per morire sul rogo?
– Il cardinale camerlengo vuole indire un conclave. Tu sei il Patriarca di questa città…
Questo è ridicolo. Il tuo cardinale non riconoscerà mai la mia autorità. E adesso vattene. Andatevene.
Il volto di Legione viene colpito da un'altra scarica di sofferenza. È come vedere un lampo passare sulla superficie nera e liscia della sua faccia.
Una frustrata di quel dolore mi raggiunge alla tempia destra. Barcollo. Devo appoggiarmi al trono, per non stramazzare al suolo.
Ti piace, il mio trono? I miei fedeli l'hanno portato qui da Torcello. Lo chiamavano "il trono di Attila". E adesso è il mio trono. Come puoi pensare che chi siede sul trono di Attila possa prendere parte a un conclave?
Scuoto la testa.
L'assurdità delle mie azioni mi colpisce come un pugno.
Davvero ho pensato di poter riportare a Roma quest'essere, e presentarlo ad Albani come il Patriarca di Venezia? Cosa mi è preso? Come posso essere stato così stupido?
Io SONO il Patriarca – ruggisce la voce nella mia testa. Il popolo di questa città mi ha eletto, nei giorni in cui le sette piaghe d'Egitto colpivano questa terra. Io riuscivo a guarirli! Io riuscivo a salvarli! Così colui che era stato trattato come un mostro divenne il loro Salvatore. E loro, in segno di gratitudine, mi hanno offerto questo trono, e il titolo di Patriarca. Ben prima che i Dogi la governassero, agli albori della sua storia, Venezia era una città patriarcale. La mia autorità discende da quella dei primi apostoli.
La rivelazione che questo essere, questa… mostruosità… si professa cristiano, mi getta nello sconforto. Ogni convinzione, ogni dogma appreso a forza di rinunce alla mia indipendenza mentale, ogni pilastro della mia esistenza è crollato di fronte a questo volto lucido da insetto, alla voce che nella mia mente mi parla di apostoli, e delle piaghe d'Egitto…
La tua religione è morta – sussurra la voce, con un tono che sembra quasi tenero. – Io non sono cristiano. Le forme della tua fede, i suoi titoli, le sue credenze, sono solo un supporto alla nuova religione che predico. Tu l'hai visto: se anche il mio più grande nemico, come David Gottschalk, diviene uno strumento della mia fede, chi mai potrà resistere? Che bisogno avrei, di eleggere un papa?
Il mio corpo è scosso da spasmi.
Poi capisco che quella che mi sale dal diaframma è una risata.
Scoppio a ridere, in maniera irrefrenabile. Non riesco a smettere.
Alessia è spaventata.
Vedo nella tua mente cosa ti fa ridere. Hai ragione. È buffo, pensare a un papa come me…
– No, è che… scusami… ma è da secoli che i fedeli si aspettano un papa nero… Solo che non pensavano certo a questo, quando dicevano "nero".
Io non sarò mai papa. Tra poco i miei nemici entreranno qui. Mi strapperanno le viscere. Io non sarò mai più.
– I tuoi zombi…
Non possono trattenerli a lungo. Entreranno. Mi uccideranno. È scritto. Il tempo non è la strada retta che tu credi. È una spirale. Da un tratto di quella spirale ho visto questo momento. Non c'è niente che tu o io possiamo fare. La mia fine è inevitabile. Ma nella mia fine è l'inizio di molte cose.
Il rumore di colpi battuti contro la porta, in fondo al corridoio.
Colpi sempre più forti.
Vai, adesso. Tu e Alessia dovete fuggire. Quegli uomini portano con sé un male terribile. L'hanno portato fino a qui. Uno degli ordigni che hanno distrutto il tuo mondo. È qui. Devi impedire che distrugga tutto. Devi impedire che altra morte si aggiunga alla bilancia che pesa il male del tuo mondo.
– Non è possibile. Durand e i suoi uomini sono qui per aiutarmi a portarti a Roma.
Questo è ciò che ti è stato detto. Ma non è la verità. Albani mi vuole morto, e per sicurezza vuole uccidere anche ogni abitante di questa città.
– Ma non c'è nessuno, a Venezia!
Ti sbagli. Anche se non li hai visti, molti simili a me abitano qui. Ho chiesto loro di essere discreti, per non turbarti. Ma mi rendo conto che per te non è facile considerarle persone. Parliamo degli umani, allora. I sotterranei scavati tra le radici di questa città sono abitati da molti di loro. Venezia ha più di trecento abitanti. E anche quelli che io ho fatto rinascere, i miei nati per la seconda volta, i miei figli, anche loro sono migliaia, e sono il fiore più bello del mio giardino. La bomba, distruggendo la città, distruggerebbe anche loro. Sono legati a lei più di quanto tu possa immaginare. Non possono vivere, se la città muore.
– Ma come puoi definirla vita?
La vita ha molte forme. È comunque vita. L'equilibrio è stato rotto, e non era possibile ripararlo. Solo trovare altre forme, altri modi. La vita è adattabile. Io ne sono un esempio. La vostra via è sbagliata.
Un'altra serie di colpi. Ancora più forti.
Andate, adesso. Troverete la bomba all'inizio del canale che unisce quest'isola alla città.
Mi volto verso Alessia. Non l'ho mai vista più bella di adesso, coi lineamenti pallidi e sconvolti, mentre guarda alternativamente il Patriarca e il fondo del corridoio, la nostra via d'uscita.
– Ma tu morirai!
Niente muore davvero. Niente. E poi ricorda le Scritture: se il seme non muore, come potrà dare frutti? Andate, adesso. E riferisci queste mie parole al tuo cardinale, all'uomo che ha ordinato ai suoi soldati di distruggermi, e di distruggere la città. Digli che la sua ricompensa è in viaggio.
Con uno schianto, la porta di bronzo cede e rimbalza sui cardini. I passi di un solo uomo risuonano lungo il corridoio. L'uomo zoppica. Dietro di lui, qualche momento dopo, si sentono altri passi strascicati.
È troppo tardi, sospira la voce nella mia mente.
– Jack… Daniels… Fottuto…bastardo…
La voce del capitano Durand è spezzata, ansimante.
L'uomo che emerge nella luce nella stanza rotonda è ferito. La maschera antigas pende, strappata. Il braccio destro gronda sangue. Ma nella sinistra impugna saldamente il machete dalla lama sporca.
– Traditore della tua religione! – mi urla contro.
– Che te ne importa, della mia religione? Tu non credi nel mio Dio!
– Credo in un Salvatore molto più grande del tuo Giudeo crocifisso.
– Credi in un Dio morto da tanti di quei secoli da essere meno di niente!
– Ti sbagli! Credo in un Dio infinitamente più antico del tuo! Un Dio per cui vale la pena battersi, e morire!
– La tua missione è sempre stata un tradimento! Tu servi i Mori, non la Chiesa!
– Servo entrambi, coglione! A Mori andrà l'oro di San Marco, e al cardinale la distruzione dei suoi nemici, del suo unico rivale. E chiunque vinca, nei sotterranei di San Callisto, io sarò il suo uomo di fiducia.
Scuoto la testa.
– Guardati alle spalle.
I morti viventi si sono disposti a semicerchio dietro di lui. Mi sarei aspettato che scattassero in avanti, per morderlo. Invece rimangono fermi in attesa.
In attesa di un ordine del Patriarca.
Di Legione.
Con uno scatto felino, Durand balza dietro il trono. Porta la lama del machete alla gola del Patriarca.
Come hai fatto a trovarmi?
Durand scoppia a ridere.
– È stato il tuo amico, padre John Daniels, a portarci da te. Grazie, padre.
– Hai seguito le mie tracce?
– Ho seguito la logica. Quando ti abbiamo sorpreso, ieri, eri alle Fondamenta Nuove. Mi è bastato tornare lì e guardare davanti a me. Gottschalk era scappato verso quest'isola. Che potesse essere anche la tua meta era una scommessa. Ma mi sarebbe bastato anche solo trovare quel pazzo. Avevo un conto in sospeso con lui. Purtroppo era già morto. Ho potuto solo pisciare sul suo cadavere. E sfottere il suo fantasma. Spero che resti a girare in questo cimitero per l'eternità, con quella sua spada e armatura ridicole. Ma adesso, pensa un po' che fortuna, ho trovato anche questo mostro. Il cardinale sarà entusiasta, quando lo saprà.
– Quindi vuoi portarlo indietro…
Durand mi fissa, stupito. – Perché?
Tira fuori di tasca una cosa che sembra un telefono cellulare. Uno di quegli apparecchi che agli inizi del XXI secolo sembravano aver ereditato la Terra. Non ne vedevo uno da…
Un pensiero mi blocca.
L'immagine di un banco da lavoro.
Di un uomo dai capelli arruffati chino su uno di questi apparecchi, sventrato e con tutti i componenti visibili.
Maksim.
Durand mi guarda. Sorride.
– È stato il tuo compagno di stanza a darmelo. A te ha dato quel cazzo di radio da campo che non funziona, e a me invece ha dato questo.
Solleva lo smartphone con la sinistra, perché io possa vederne lo schermo.
Un oggetto del genere, nel nostro nuovo mondo, è più favoloso di Excalibur.
Non pensavo potessero esisterne ancora. O che potessero funzionare.
Lo schermo da quattro pollici mostra un cerchio, sul quale appaiono e scompaiono puntini luminescenti di diverso colore: blu, giallo, rosso.
– Quando questa app è uscita, poco prima della guerra, nessuno capiva come funzionasse. Si basava sul fatto che i sensori degli smartphone erano in grado di captare le differenze di potenziale quantistico. Qualsiasi cosa significhi… la chiamavano "Ghost radar" perché pensavano servisse a captare le voci dei morti, che apparivano sullo schermo. In realtà i morti non c'entrano nulla, ma la fisica quantistica sì.
– È una stupidaggine. La telefonia cellulare non esiste più.
– E infatti questo programma non ha bisogno di agganciare una cellula. Comunica sfruttando meccaniche quantistiche. Come la tua radio improvvisata. Solo che quella non funziona.
Potrei smentirlo. Dirgli quello che mi ha detto Gottschalk.
Ma dall'altoparlante del cellulare, in quel momento, esce una parola, pronunciata da una voce femminile.
PRONTO.
La stessa parola appare sullo schermo.
– Maksim? Sono qui! – grida Durand.
Un punto rosso appare e si sposta sullo schermo.
Appare un'altra parola.
PERFETTO.
– Riferisci al cardinale che la missione è compiuta.
CARDINALE. DIRE.
– Sono qui, davanti al suo Patriarca. È un mostro.
RIPETERE.
– È un mostro. Una di quelle creature nere uscite dall'inferno.
SA. DIRE.
– Evoca i morti. Si circonda di zombi. Ce ne sono cinque in questa stanza, in questo momento.
RIPETERE.
– Evoca i morti.
Un lungo silenzio. Sullo schermo verde del telefono appaiono in rapida sequenza puntini rossi, blu, verdi.
Poi il telefono pronuncia una sola parola.
UCCIDERE.
Senza un attimo di esitazione, Durand preme la lama del machete sul collo di Legione. La carne si squarcia. Un getto di sangue scuro schizza fino al centro della stanza, bagnandomi il viso.
Come marionette a cui vengano troncati i fili, i cinque morti viventi cadono scompostamente a terra.
Durand lancia un urlo di trionfo.
Io mi volto.
Alessia è sparita.
Di colpo realizzo quanto fredda sia la stanza, e umida. Mi arriva di botto alle narici il lezzo dei cadaveri.
Durand, deposto il cellulare sul bracciolo del trono, mi posa una mano sulla fronte. Con l'indice disegna un simbolo, usando il sangue del Patriarca.
PORTA, dice la voce di donna.
Il simbolo tracciato dal suo dito è un triangolo.
Poi Durand raccoglie nella mano a coppa altro sangue, e si imbratta il viso, fino a farne una maschera.
– Missione compiuta, – sussurra. – Cosa ti ricordo, così?
Scuoto la testa.
ATTIVARE.
– Non ti ricordi quel vecchio film? Apocalypse Now?
– No.
TEMPO.
– Ho eseguito i miei ordini. Ora non resta molto da fare. Caricare la jeep, e tornare a casa. Tu mi aiuterai a caricare. Poi potrai restare qui, se ti va.
FREDDO.
MAI.
TENERE.
Io non rispondo. Non ascolto più niente, e nessuno. A testa china, le mani giunte, recito una preghiera per Legione, e per i troppi morti di questo giorno.
"L'eterno riposo dona loro o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua…"
Durand sbuffa. – Però, ripensandoci, forse potrei fare anche da solo. Un po' più di fatica, un po' più di tempo, ma ce la farei lo stesso.
BOMBA.
– Abbiamo svuotato alcune caldaie. Abbiamo abbastanza gasolio per tornare a casa. Devi solo decidere se vuoi aiutarmi, e tornare a Roma con me, o se invece vuoi restare qui a morire.
FORTE.
MAI.
PERICOLO.
Alzo lo sguardo. Sul volto imbrattato di sangue, gli occhi di Durand luccicano come quelli di un pazzo.
Il machete si sposta sulla mia gola. La sua lama, premuta, mi costringe ad alzare la testa.
– Hai deciso? – sibila.
Il suo alito è terribile. Sa di marcio.
Guardo il corpo del Patriarca.
Per un attimo mi blocco, incredulo.
Poi sorrido.
Il braccio di Legione scatta in alto, facendo saltar via il machete dalla mano di Durand. La lama mi graffia la guancia e rimbalza contro la parete.
Mi butto addosso al francese con tutto il mio peso.
La mano di Legione è ricaduta, inerte.
Il breve miracolo che mi ha salvato la vita si è consumato.
Durand è molto più forte di me, ma ha un braccio ferito. Riesco a tenerlo a bada senza difficoltà, a inchiodarlo con la schiena al pavimento. O almeno così pensavo, perché con uno scatto di reni riesce a gettarmi a terra, a rimettersi in ginocchio, e ora è lui che mi assale, con una scarica di pugni, anche se quelli assestati con la destra sono deboli, portati male.
Non ho comunque speranza, con lui. Giorni di digiuno hanno sfiancato il mio fisico. Mi sento addosso tutta la stanchezza accumulata nel corso del viaggio.
Arretro inesorabilmente, passo dopo passo, verso il centro della stanza, verso la vasca d'acqua scavata nel pavimento. Durand mi incalza, con colpi sempre più potenti e precisi. Un occhio mi si gonfia, vedo attraverso un velo di sangue il viso di Durand deformarsi in un ghigno diabolico.
Un altro colpo mi paralizza una guancia. Un calcio al ginocchio mi atterra, a pancia in giù.
Durand raccoglie il machete. Mi si avvicina, tranquillo. Io non ho la forza di rialzarmi.
Mi tira per i capelli, trascinandomi di peso fino alla vasca scavata.
– Vuoi pregare per l'ultima volta, prete? O vuoi che lo faccia io per te? Il mio Dio è più potente del tuo!
Scuoto la testa. Ho il labbro superiore spaccato, la testa che ronza.
Il telefonino di Durand sembra impazzito.
La voce femminile continua a ripetere meccanicamente RIFERIRE, RIFERIRE. RIFERIRE.
Faccio segno di no con la testa ancora una volta.
Il capitano alza il machete.
Prima di chiudere gli occhi, per un attimo incredibile mi sembra di scorgere una luna bianca salire dal fondo della vasca, salire lentamente come se l'acqua fosse profondissima. La luna scende, diventa sempre più grande, e salendo si trasforma in un volto.
Tutto in un attimo, mentre la lama del machete si solleva, per poi ricadere.
Il volto pallido di Alessia risale dalle profondità dell'acqua scura.
È un volto serio, duro. Determinato. I suoi bei lineamenti sono aggrottati.
E di colpo, a sovrastare ogni suono, a coprire quello dispettoso del telefonino, una voce risuona potente nella mia testa, ma sembra riempire lo spazio intorno a me.
È tempo che tu impari quanto è grande Dio!
Alessia balza dall'acqua, una forma fatta a sua volta d'acqua, lustra come metallo. Le sue mani afferrano il capitano alla gola, e lo trascinano in alto. Il machete affonda nell'acqua. Rimango a guardare incredulo Alessia e Durand che roteano contro l'altissimo soffitto, come se danzassero.
Non sei migliore dell'assassino a cui davi la caccia, – tuona Legione.
Roteano sempre più veloci sotto il soffitto, come dervisci. Gli occhi del capitano sembrano sul punto di uscire dalle orbite. La lingua per metà fuori dalla bocca. La pelle del volto sempre più rossa, gonfia. I suoi piedi scalciano, sospesi a mezz'aria. Scalciano due, tre volte. Quattro. Poi si fermano. Il corpo oscilla brevemente come un pendulo.
Alessia apre le mani.
Durand scivola giù, affondando nell'acqua nera che lo inghiotte.
Alessia ha una smorfia guardandolo, gli lancia uno sguardo di pietà.
Sento la forza di due mani sollevarmi per le spalle.
Fatico a restare in piedi, ma alla fine ce la faccio.
Alessia è in piedi davanti a me. Non l'ho mai vista così bella.
– Durand è morto, – mi dice. – Ora sei libero.
– Libero?
Scuoto la testa. – Libero di fare cosa? Di andare dove?
– Libero di compiere la tua missione.
– La mia missione… Non ce l'ho più, una missione. Non hai capito? Tutti tradiscono tutti…
– Tu no, – sussurra lei, soffiandomi sul collo. Poi si allontana ridendo, prima che io possa provare a toccarla.
Bilanciandosi sui piedi, si tuffa nell'acqua, con un'entrata tecnicamente perfetta.
La guardo allontanarsi a nuoto dalla luce, diretta verso il fondo.
Il corpo di Durand è già sparito nell'abisso.
Infilo la mano nell'acqua. Le dita incontrano la pietra.
La vasca è profonda meno di dieci centimetri.
Quando l'ho toccata, è diventata quello che è davvero. Ma l'illusione ha divorato un uomo…
Parlami.
La voce del Patriarca è stanca, incerta. A mano a mano che l'orrenda ferita sulla sua gola si rimargina, diventa sempre meno difficile capirlo.
– Mi hai salvato la vita…
Era il minimo che potessi fare.
– Ma ho visto la tua ferita. Era impossibile…
Quello che hai visto è possibile. L'hai visto. È successo. È stato. È possibile.
– Non capisco cosa sei. Sei vivo? Sei un fantasma?
Sono quello che sono. Toccami.
Allungo la mano verso il suo petto.
Le mie dita attraversano la carne, senza provare nessuna sensazione se non un leggerissimo prurito.
Molte delle stelle che vedi in cielo sono morte milioni di anni fa. La loro luce è la luce di stelle morte.
– Non vedo una stella da vent'anni.
Cerca di immaginare. Il cielo ti mostra la realtà: quello che vedi come il cielo presente è in realtà fatto di stelle la cui luce ha viaggiato per molto tempo, prima di arrivare a noi. Ognuna di quelle luci viene da un tempo diverso. Il mio mondo è lo stesso. La materia è solo una delle fasi della vita, e nemmeno la più importante. Devi uscire dallo schema, se vuoi vedere lo schema. O se vuoi cambiarlo…
Lentamente, dal fondo della vasca, risale una figura, avvolta in lunghe bende, o veli, che ondeggiano bianchi nell'acqua.
Alessia è il dono più bello che potessi fare a Venezia. Al tempo stesso è un dono che la città ha fatto a me. È morta giovane, ma la sua bellezza si è impressa sulla città. È stato facile, riportarla qui. È una creatura splendida.
Legione, il Patriarca Oscuro, adesso è in piedi accanto a me. Il suo corpo liscio, dall'apparenza di plastica, è perfettamente integro.
Piegandosi su un ginocchio, affonda il suo braccio mostruosamente lungo nell'acqua, afferra la mano di Alessia. La solleva fino al bordo della vasca.
Quando le lascia la mano, la ragazza vacilla, sembra sul punto di cadere.
D'istinto l'afferro.
Le mie mani la stringono.
Rimango senza fiato. Fra le mie dita c'è un corpo reale, vivo.
Alessia mi abbraccia. È calda. Non è un'illusione.
Come ti ho detto, Alessia è la mia creatura più preziosa. È il mio dono alla vita.
– È stregoneria. È…
No. È un dono. Le vostre armi mi hanno dato il potere di riportare in vita i morti. Ma il vostro Cristo non faceva lo stesso? E voi salutavate quei miracoli come un segno della sua divinità. Perché i miei dovrebbero essere un atto di stregoneria?
Gli occhi di Alessia sono scuri e profondi come l'acqua da cui è emersa, l'acqua della sua nascita.
– Dobbiamo andare, John.
– Andare? Andare dove?
– In un posto nuovo. Un posto in cui piantare i semi della vita.
– Il mio posto è in seno alla Chiesa.
La Chiesa… – sospira la voce del Patriarca. – La Chiesa non sa che farsene, dei miei doni. Ha le sue idee, i suoi progetti a lungo termine. Voi pensate ancora di poter salvare la vita nei vostri rifugi sotterranei. Vi sbagliate. È una strada senza uscita. Il mondo sta diventando un luogo sempre meno ospitale, per la vostra razza. Le risorse grazie alle quali vi difendete dall'inesorabile avanzata dell'entropia stanno esaurendosi. Quando avrete consumato l'ultima goccia di benzina, quando avrete messo in bocca l'ultima razione di cibo, il mondo vi divorerà. La via della Chiesa è sbagliata. Pensa al vostro cammino per giungere sin qui: costellato di violenza, di morti. Dal tuo viaggio avresti dovuto imparare che la tua chiesa semina il male. Considera i suoi emissari. Guarda cos'hanno fatto. Tu chiami mostro David Gottschalk. Allora come chiami il tuo capitano Marc Durand?
Non so cosa rispondergli.
Un grande poeta del vostro passato ha scritto che aspettava la morte per rinascere, come un libro, "in una nuova versione, riveduta e corretta dall'Autore"… Io sono in grado di riscrivere così il mondo, e la razza umana. Posso adattarvi a questo nuovo tempo. In questi giorni hai mai sentito il bisogno di nutrirti? Di bere? O una qualunque altra necessità corporale? Sei sopravvissuto in questa città alla luce del giorno. Senza maschera, senza altre protezioni.
Allarga le braccia. Apre le mani dalle lunghe dita. Poi le richiude entrambe a pugno.
Io ho questo dono da offrire, a tutti voi. Potete accettarlo o meno, ma il vostro futuro sta in una sola di queste mani. È una scelta difficile, ma spetta a te farla.
– Perché proprio a me?
Perché tu sei l'inviato della Chiesa. Non c'era guerra, tra me e voi, ma voi vi siete comportati come un esercito nemico. Spetta a te scusarti e accettare la pace.
– Non ho questo potere.
Ognuno di voi ce l'ha. Molti hanno già deciso di seguirci, e vivono felici nella città che voi volevate distruggere.
– Io non…
Conosci il concetto di responsabilità collettiva? Certo che lo conosci.
Resto in silenzio a lungo, prima di rispondergli: – Posso decidere solo per me stesso.
Mi basterà. Decidi.
– Non starò né con te né con la Chiesa. Scelgo la terza strada.
Non c'è, una terza strada.
Sorrido. Allungo la destra e stringo la mano di Alessia nella mia.
– Ti sbagli, Legione. Quando ognuna delle due alternative è sbagliata, devi scegliere la terza. E se non c'è devi costruirtela. E adesso lascia che ti dica qual è la mia decisione.
Epilogo
Il principio e la fine
Abbiamo camminato a lungo, per arrivare al punto da cui si vede il mare, alle vecchie bocche di porto. Per arrivarci abbiamo attraversato i canali che un tempo erano le vie acquatiche d'accesso alla città. La neve ha ripreso a cadere, ma meno forte. Il nostro cammino non ha subito ostacoli o ritardi.
Di tanto in tanto mi sono voltato, ma non così spesso come avrei pensato.
Tanta gente mi sta accompagnando in questo viaggio. Sono qui intorno a me. Alcuni veri, nel senso che sono fatti di carne e d'ossa, altri invece senza corporeità, ma non per questo meno vivi. Alberto è uno di loro. Si è scusato perché non può aiutarmi a portare il mio carico, ma ha cercato comunque di rendere il mio viaggio più leggero raccontandomi altre storie di fantasmi, e di certi angoli magici di Venezia che mi dispiace non aver visto.
E poi c'è Alessia.
Alessia, la mia Alessia, entra ed esce da uno stato all'altro con la facilità dei sogni. A volte riesco a toccare la sua mano, altre volte le dita attraversano come una specie d'aria densa, leggermente elettrica. E se le sue parole ogni tanto mi arrivano all'orecchio, più spesso le sento nella testa, con la stravagante nitidezza di un sogno.
E davvero mi sembra un sogno poter camminare alla luce del giorno, alla testa di una schiera di morti e fantasmi, e di creature viventi che hanno deciso di non ostacolare la mia scelta, nonostante i pericoli che comporta anche per loro. I poteri oscuri del Patriarca li mantengono in vita, come hanno fatto con me per tutti questi giorni, e come fanno ancora. Continuo a poter respirare quest'aria velenosa. Non ho più fame, o freddo. I nostri corpi sono glorificati, come quello di Cristo dopo la resurrezione? Non lo so. Non è ancora il tempo delle riflessioni teologiche. È il tempo di vivere, di agire, di mettere al riparo dalla follia dell'uomo gli strani semi che ho scoperto in questa città. E comunque la protezione del Patriarca non è illimitata. Quando mi allontanerò da Venezia, dovrò di nuovo contare solo sulle mie forze. Viaggiare di notte. Usare la maschera. Trovare del cibo. Le probabilità che io riesca a raggiungere Roma sono minime. Eppure, nel profondo del mio cuore, lì dove mettono radici le paure e le speranze più forti, sono certo che ce la farò.
Non ho dubbi.
Siamo venuti qui per salutare quelli che partono. Le vele della nave che li porterà via sono già visibili da lontano, due triangoli bianchi come pinne di squali, all'orizzonte.
Sono un centinaio, le persone che hanno deciso di partire. Quasi tutte vive. Non hanno con sé alcun bagaglio. Solo il loro corpo, e qualcuno neanche quello. Uomini, donne. Vecchi, bambini. Questi ultimi compostissimi, sereni.
Alessia cammina leggera al mio fianco. L'orlo della sua lunga veste azzurra si trascina sulla sabbia gelata, ma senza sporcarsi. Lei non partirà con gli altri, diretti a un posto sicuro, dall'altra parte del mare. Lei correrà il rischio che la mia missione non riesca. Rimarrà a Venezia, questa strana città dove la Comunione dei vivi e dei morti – uno fra i dogmi più antichi della mia chiesa – sembra essersi miracolosamente realizzata. Ma in un certo senso partirà con me. La sua presenza mi accompagnerà per tutto il viaggio, assieme alle benedizioni del Patriarca, che mi faranno da salvacondotto per passare sicuro tra le creature da incubo che popolano il buio. Egli ha posto il suo marchio su di me.
Anche se camminassi nella valle dell'ombra della morte, non temerò alcun male.
Le navi sono vicine. Quelli che devono imbarcarsi si dispongono in due file ordinate. Alessia passa in mezzo a loro, e a ciascuno riserva un saluto, una parola, un sorriso.
Mi volto indietro. Venezia, un tempo signora della laguna, ora che l'acqua si è ritirata sembra un castello irto di torri. Sono i campanili della città, una volta simbolo della fede alla croce, e ora nido di pipistrelli, e di altre creature che quando me ne sarò andato riprenderanno a muoversi liberamente per le calli, e lungo i canali in secca. È un mondo nuovo e strano, quello che mi è stato in parte, ma solo in parte, rivelato. Un mondo in cui la stessa definizione di vita è messa in discussione. Ho conosciuto qui più cose di quante la mia intelligenza possa elaborarne. Lo farò durante il viaggio.
La prima cosa che dovrò fare, la mia prima missione, per usare un termine tanto caro a Durand, è capire che cosa sono diventato. Se sono ancora un sacerdote di Santa Romana Chiesa, per prima cosa. Una chiesa tanto forte da sopravvivere alla fine del mondo, ma che forse non ha più senso, nel nuovo mondo a cui Venezia e il suo Patriarca mi hanno fatto rinascere. Incredibilmente ho nelle mie indegne, fragili mani l'arma che può assicurare il trionfo o decretare la fine della mia chiesa. Sta a me decidere. La scelta è solo mia. Che grande, assurda responsabilità. Nessun personaggio umano del Vecchio o del Nuovo Testamento si è trovato investito di un simile potere.
Per questo ho deciso che il mio viaggio dovrà essere il più lento possibile. Per darmi il tempo di capire, e solo quando avrò capito, di decidere.
Uscendo dalla cripta del Patriarca ho celebrato il mio ultimo rito da sacerdote cattolico. Mi sono chinato sul corpo maciullato di Paul Wenzel. Sulle labbra spaccate del sergente si era fissato per sempre un sorriso sarcastico. Come se la morte fosse una faccenda da non prendere sul serio.
Gli ho chiuso gli occhi. Ho tracciato col pollice il segno della croce sulla fronte imperlata di ghiaccio. Ho pronunciato le parole del rito.
– Per questa santa Unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo e, liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi.
Poi ho cercato Diop.
Il soldato nero giaceva in mezzo a una pila di corpi mutilati. Si era battuto fino all'ultimo, armato solo del suo machete. Anche per lui la morte non è arrivata di sorpresa. L'ha affrontata da uomo, guardandola negli occhi.
Non conoscendo i rituali appropriati per un mussulmano, ho cercato nella memoria l'unico passo del Corano che ricordassi.
– In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso, il tuo Dio non ti dimentica né ti ha abbandonato.
E poi ho aggiunto: – Riposa in pace, Marcel. Prendi il tuo posto tra le schiere degli angeli.
Non c'erano occhi, da chiudere. Il suo volto era una devastazione totale.
Credevo, a quelle parole? Credevo, alle mie stesse labbra? Forse no. Forse i riti sono il modo in cui affermiamo, contro la nostra stessa intelligenza, che la Fede è più grande dei nostri dubbi, delle nostre paure.
Molto mi è stato dato, ma molto mi è stato anche tolto, da questa città, mi sono detto, lasciandomi alle spalle quel luogo di morti e di morte.
Le due navi calano le passerelle. I veneziani cominciano a imbarcarsi.
– Ecco, – sorride Alessia. – Dicono che la parte più difficile di un viaggio sia il primo passo.
– Non so, – le rispondo.
Per me, invece, la parte più difficile è stata svuotarmi, per poi farmi riempire dalle cose che ho visto e conosciuto in questa città.
Fare il vuoto, ecco: per me è stata questa, la cosa più difficile.
– Non sei obbligato a partire, John.
La sua voce è la cosa più dolce e triste che io possa immaginare.
Scuoto la testa.
– Se non andassi, vivrei nella paura continua che un giorno qualcun altro tenti di nuovo di distruggere quello che state costruendo qui.
– È un viaggio lungo.
– Sì. Ma non sarò solo. E poi avrò tante cose su cui riflettere. Quale occasione migliore di un lungo viaggio?
Alessia sorride. Poi lancia uno sguardo assorto verso il mare.
– Sei cambiato. Venezia ti ha cambiato.
Per un attimo non le rispondo. Qualcosa mi ha distratto.
Uno dei bambini ha in braccio un gatto, identico a quello che ho visto, o creduto di vedere, nel palazzo di Alessia.
La ragazza, cercando di non farmelo capire, mi guarda, studiandomi.
– Qualcosa che non va?
– Quel gatto…
– Quale gatto?
Indico con la mano. Ma il bambino ha in braccio una sacca di tela.
Scuoto la testa. – Sì. Venezia mi ha cambiato. E continua a farlo.
Lei annuisce. Mi passa un braccio sulle spalle. È un contatto che non mi imbarazza, né mi turba. Ho imparato che sono altre le cose di cui devi provare paura, o vergogna.
L'imbarco si conclude in fretta, in un silenzio incredibile. I marinai – strane creature, la cui più grande stranezza è che, per quanto mi sforzi, non riesco mai a vederli bene, come se si muovessero dietro un velo – stanno per salpare le ancore.
– Perché non vai con loro? – le chiedo.
Alessia distoglie il viso. Il cielo è relativamente sgombro, stamattina. Le nuvole sono alte. Anche se è impossibile, sembra che da un momento all'altro debba aprirsi.
– Non vado perché il mio posto è qui.
– Ma se la mia missione fallisse…
– Anche questa missione è fallita. Ma è stato un bene, no? E poi sono certa che ce la farai.
Guardo la slitta, col suo carico avvolto in una cerata nera. Già tirarla fin qui non è stato facile.
– Certo. Ce la farò, – le rispondo.
Alessia saluta con la mano i passeggeri affollati alle murate delle navi. Pochi di loro ricambiano il gesto, come se con la mente fossero già altrove.
– Prima di andarmene…
– Sì?
– Ho una cosa per te, – le dico.
Infilo la mano in tasca. Tra le mie dita chiuse a pugno c'è l'Anello del Pescatore.
Quando faccio per aprire le dita, Alessia mi chiude la mano nelle sue.
– Non è un regalo adatto a me. Ti ringrazio, John.
– Non hai nemmeno visto…
– So cos'è. E so cosa significa. Non è per me, ti dico. È una cosa che va restituita all'uomo a cui appartiene. E poi guarda…
Si china. Infila la mano sotto la neve. Quando la solleva, tra l'indice e il pollice stringe un anello d'oro, coronato da un rubino enorme, cui fa corona un cerchio di pietre più piccole.
Me lo posa sul palmo della mano. È incrostato di sabbia, gelido al tatto.
Alessia si china di nuovo.
– In questo punto, per secoli e secoli, il Doge si recava ogni anno, il giorno della festa dell'Ascensione, sulla sua nave dorata, il Bucintoro, seguita da un corteo di altre imbarcazioni, per celebrare lo sposalizio di Venezia col mare. Il Doge lasciava cadere in mare un anello, pronunciando la formula "Desponsamus te, mare, in signum veri perpetuique dominii": "Ti sposiamo, mare, in segno di vero e perpetuo dominio".
Immerge entrambe le mani nella sabbia.
Quando le solleva, nelle sue mani a coppa ci sono altri due anelli, di splendida fattura. La loro luce è abbagliante.
Alessia raccoglie gli anelli nel palmo della mano, me li mostra, e poi li lancia lontano.
– Puoi prenderne quanti ne vuoi. Non significano nulla. Da bambina…
Tace.
– Continua, – sussurro.
– Da bambina ero molto povera. Molto povera e molto ignorante. Ora ho tutto. Quel palazzo…
– Il tuo palazzo?
Alessia ride. – Non è mio. Io l'ho solo preso. Avrei potuto prenderne altri, ma mi piaceva quello. L'ho scelto perché c'erano tutti quei vetri bellissimi.
– La bambina nei sotterranei non è tua sorella?
– No.
La nave, lentamente, si stacca dalla riva. Le vele si tendono, un vento sorto dal nulla le gonfia, portandola rapidamente al largo.
– Credo che un giorno il cielo tornerà azzurro, – mormora Alessia.
– Ne sono sicuro anch'io. E quel giorno tu sarai qui a vederlo.
– Anche tu.
Sorrido.
– Certo, – le rispondo, distogliendo lo sguardo. Non voglio che veda le lacrime nei miei occhi.
Apro il pugno.
I due anelli pesano nel palmo della mia mano.
Il sigillo del Papa e l'anello del Doge.
Entrambi simboli potenti.
Ma quando li guardo meglio non vedo altro che due inutili, pomposi orpelli di un'epoca ormai passata.
"Vanità delle vanità, tutto è vanità".
Alzo il braccio. Lo tendo all'indietro.
Scaglio i due anelli lontano, con tutta la forza che ho.
Cadono in acqua venti metri più in là, sollevando due piccoli spruzzi.
Di loro non resta altro che due cerchi nell'acqua, che pian piano spariscono.
Raddrizzo la schiena. È tempo di pensare alla mia nuova missione..
La strada verso sud è piana e priva di ostacoli. Mi basterà seguire il profilo della costa. Quando sarà il momento, fra molte settimane, piegherò ad ovest. Fino a quel giorno non mi servono mappe, o bussole. La strada sarà facile da percorrere: basterà camminare sulla sabbia gelata, tenendo la linea della costa sulla destra. I veneziani hanno costruito la slitta in modo che sia facile trascinarla su questa superficie. Lo spirito di un vecchio fabbricante di barche li ha guidati nel lavoro.
Passo una mano sulla tela cerata. Sotto, la bomba atomica è pronta.
Avrei potuto caricarla sull'Hummer di Durand, già rifornito di gasolio a sufficienza, o cercare di rimettere in funzione il mostruoso camion di Gottschalk. Ma il mio viaggio è anche una forma di espiazione. Per questo voglio farlo a piedi. Avrò tempo così per meditare sulla saggezza della mia decisione, ed eventualmente per cambiarla. Forse Dio, il mio antico Dio, la cui voce non ho mai sentito, deciderà che vale la pena di parlarmi. O forse dovrò farne a meno, ed affidarmi al tribunale del mio cuore. L'intelligenza non basta. È questione di cuore, e di fede. I santi e i martiri del passato hanno vissuto e sono morti nella convinzione che la Città di Dio sia superiore a quella dell'Uomo. Qui ho avuto invece la visione di un mondo in cui Dio e l'Uomo abitano la stessa città. I pali su cui si fonda questa città, e i cuori dei suoi abitanti, sono le radici del cielo. Qui ho avuto la visione di un futuro che dà senso a tutti i nostri dolori, a tutte le nostre miserie.
Quel futuro è a un palmo dalla mia mano.
Basta allungarla e afferrarlo.
È quello che farò, con il mio viaggio.
Forse alla fine della strada si compirà anche l'ultima profezia, e un arcobaleno scenderà dal cielo per mostrare che Dio ha finalmente fatto pace con l'Uomo. Sono vent'anni che questo pianeta non vede un arcobaleno.
Non è ancora questo il giorno, penso, guardando il sudario di nubi che opprime la terra.
Ma quel giorno verrà.
Alessia ed io ci guardiamo a lungo.
Uno di fronte all'altra, ci guardiamo senza dire nulla.
Si sta alzando il vento.
Non mi sorprende che soffi nella direzione giusta.
– Allora addio, – dico.
– Addio è una brutta parola.
– Arrivederci, allora.
È lei a muoversi per prima. Si avvicina a me, finché i nostri volti sono a pochi centimetri di distanza.
Rimaniamo così, senza dirci nulla, senza fare nulla.
Poi Alessia si gira, incamminandosi verso la città.
La guardo a lungo, sperando e al tempo stesso temendo che si volti.
Ma lei continua a camminare, finché non diventa una figurina minuscola, lontanissima.
Non si volta mai.
Siamo rimasti soli, io e la bomba.
Hai fatto tanta strada per arrivare fin qui, penso, e adesso ti riporto indietro.
Che cosa ironica.
Che cosa stupida.
Gli uomini che ti hanno costruita non avrebbero mai immaginato un mondo come questo, le dico. Né che avresti servito uno scopo così strano.
Accarezzo il telo che la copre. La mia compagna di viaggio.
Prima di partire ho ancora una cosa da fare.
Mi tolgo di tasca il cellulare di Durand. Attivo il programma che mostra un radar.
Il Ghost Radar, è così che l'ha chiamato.
Poi accendo anche la radio che Maksim mi ha dato, sembra un secolo fa, nella nostra stanzetta a San Callisto. La radio che ha parlato a Gottschalk.
Giro l'interruttore, calibro la frequenza.
Lo schermo del radar simulato sul cellulare si accende di punti rossi e verdi. Un'attività frenetica.
– Maksim? – faccio, parlando al microfono della radio che il mio amico mi ha dato. La radio che secondo Durand non funzionava.
Sullo schermo verde del cellulare appare, contemporaneamente, la parola MAXIM.
La voce femminile la ripete, meccanica e distante.
– Maksim, di' al cardinale che sto tornando, – pronuncio, staccando bene ogni sillaba.
MAXIM, – leggo sullo schermo.
CARDINALE DIRE TORNANDO.
Lo schermo rimane vuoto a lungo.
Poi appare una parola.
JOHN.
JOHN, ripete la voce.
Un sorriso mi piega le labbra.
Getto a terra il telefono, e poi la radio.
Li pesto col tacco dello scarpone, finché non scompaiono sotto la sabbia.
Raccolgo da terra le corde di traino e le aggancio all'imbracatura di cuoio che mi hanno preparato.
Dicono che la parte più difficile di un viaggio sia il primo passo, ripete la voce di Alessia nella mia mente.
Io non so dire se davvero è così.
So che al primo passo ne segue un altro, e un altro, e poi il rumore della slitta mi dà il ritmo, e la strada è liscia e diritta, e conosco un sacco di canzoni che questo mondo non conosce, ed altre, senz'altro molte di più, non le conosco io, ma sono certo che il viaggio me le insegnerà.
Alla memoria di mio padre
Giorno Uno
Due parole dal creatore dell'Universo
Nel mio romanzo Metro 2033, i pochi sopravvissuti dell'Ultima Guerra sono rifugiati nelle gallerie e nelle stazioni della metropolitana di Mosca, il più grande rifugio antiaereo del mondo.
Sono passati vent'anni da quando la civiltà è stata spazzata via dai missili nucleari e dalle armi biologiche, e costoro non possono ancora - né probabilmente vorranno mai - tornare sulla superficie contaminata della Terra, né vedranno mai più la luce del sole o potranno seppellire i loro cari estinti...
Non ci sono ponti radio con altre città o con altri paesi e la Rete globale si è spenta ormai da due decenni. Si narrano storie di radiofonisti tanto fortunati da ricevere disperati SOS da terre lontane, ma in realtà sono soltanto leggende. I sopravvissuti ritengono che la Metro di Mosca sia l'ultimo baluardo dell'umanità nel mondo distrutto e infestato dai mutanti.
In Metro 2033, non racconto mai il destino del resto del mondo. Il fato dell'America e dell'Europa, della Cina e dell'Africa, dell'Australia e del Giappone rimane un mistero.
E tuttavia, quel mondo è là fuori: enorme, inesplorato e pericoloso. Si è liberato di noi uomini, e adesso vive una strana vita a se stante... E ci chiama e ci sfida a strisciare fuori dalle gallerie, per mostrarci la Terra che abbiamo perduto, per esplorarla e riconquistarla... se ne avremo il coraggio.
Non ricordo quante volte mi sia stato chiesto dai vari lettori cosa fosse accaduto alla loro città o al loro paese natale... e molto spesso, giovani autori sono venuti a dirmi: vorrei scrivere della mia stazione, sto scrivendo un romanzo sulla mia città, all'interno del tuo mondo. Nell'ambientazione dell'Universo di Metro 2033.
Fin dall'inizio, fin dalla sua nascita sul Web, Metro 2033 è stata un'esperienza interattiva: i miei lettori hanno seguito in diretta la sua pubblicazione sul sito del romanzo, offrendomi i loro commenti e influenzando la storia, aiutandomi a renderla più precisa e meno prevedibile.
Quindi due anni fa, dopo che mi è stato chiesto ancora una volta cosa fosse accaduto a San Pietroburgo, e poi se un giovane autore avrebbe potuto scriverci sopra un romanzo, ho pensato: e che diavolo! Continuiamo questa ricerca interattiva, trasformiamola in un grande gioco. Esploriamo e governiamo l'Universo di Metro 2033 insieme, e lasciamo che altri scrittori creino questo mondo con me.
Da allora, abbiamo già pubblicato 20 romanzi. Sono tutti ambientati nell'anno 2033, nello stesso mondo di Metro 2033. In Russia, tra San Pietroburgo, la Siberia o i monti Urali, nel nord e nel sud del paese, ma anche in altre nazioni. Il Regno Unito e Cuba, e ora... anche l'Italia!
Sembra che non sia mai successo prima d'ora, di avere tanti autori provenienti da varie nazioni pronti a scrivere i loro romanzi ambientandoli nello stesso universo coerente, e facendolo in diverse lingue, inserendovi la loro cultura e la loro mentalità, il loro stile unico e la loro visione sociale. Mai prima d'ora degli scrittori provenienti da tutto il mondo avevano creato la loro singola e coerente visione del futuro, per quanto cupo possa essere.
E sono fiero che un geniale scrittore come Tullio Avoledo, innovatore e intellettuale, abbia deciso di unirsi al nostro progetto per dirci cosa è accaduto in Italia dopo l'Ultima Guerra, e cosa sta succedendo lì adesso, nell'anno 2033.
"Le Radici del Cielo" è un meraviglioso romanzo, ed è anche un grande inizio per l'Universo di Metro 2033 in Italia. Seguiranno altri libri scritti da altri autori internazionali, che racconteranno storie di Mosca e di San Pietroburgo, dell'Inghilterra e di Cuba, degli Stati Uniti e... chissà dove ci fermeremo?
Quindi, benvenuti a bordo! E vi prego di ricordare una cosa: nell'Universo di Metro 2033 non siete semplicemente dei lettori. Potete creare questo mondo insieme a noi, anzi, vi invitiamo caldamente a farlo! È questo che rende il nostro Universo vivo e palpabile quanto quello "vero". E siamo solo al Giorno Uno della nostra creazione. Con un po' di fortuna, avremo almeno una settimana per creare un mondo che possa paragonarsi a quello esistente.
E ora, un punto sulla mappa del mondo dell'anno 2033 sta lentamente uscendo dalle nebbie del mistero... vedo il Colosseo, il Vaticano... Sì, è Roma...
Tullio Avoledo
Metro 2033 Italia
Le Radici del Cielo