Radici del Cielo – Cap. 4

4
Fuori!
Salgo a fatica le scale che portano all'uscita.
Lo zaino mi pesa sulla schiena. Gli spallacci mi stringono le spalle. Eppure il peso che porto è nulla, rispetto a quello che grava sui soldati della Guardia Svizzera, appesantiti da zaini enormi, oltre alle armi e ai giubbotti antiproiettile. Sulla testa hanno caschi di tipo americano, con lenti da visione notturna. Io ne ho uno uguale, appeso a un gancio dello zaino. Sistemo meglio la cinghia dello Schmeisser, cercando di imitare il modo con cui lo portano gli altri. Non ho idea di come usarlo, ma immagino che qualcuno me lo spiegherà, prima o poi.
Un uomo in corsa mi urta la spalla, facendomi sbattere contro il muro.
Il peso dello zaino mi sbilancia. Ruzzolo per terra. L'elmo mi cade, rotolando verso la parete opposta.
– Pista!!! – urla Karl Bune, sorpassandomi con una sghignazzata. È stato lui a urtarmi. Carico com'è di armi e bagagli occupa più di metà della larghezza del corridoio. Caracolla come un cavallo imbizzarrito verso l'uscita. Sembra impossibile che possa correre così, sotto tutto quel peso.
Il capitano Durand lo blocca al volo.
– Fermo, soldato!
Bune scatta sull'attenti, passando dal movimento scoordinato all'immobilità assoluta in un attimo.
– Sissignore, capitano!
– Dove pensi di andare?
– Sissignore, là fuori, signore!
– Smettila di fare il pagliaccio, soldato Bune.
– Fingevo un doveroso entusiasmo, signore. Con tutto il rispetto, signore, sono un soldato della Guardia Vaticana e non un pagliaccio, signore. I pagliacci portano abiti buffi e hanno grossi nasi di gomma rossa.
Il capitano scuote la testa.
– Riposo, soldato. E non correre più. Sai che se ti rompi una gamba lungo il viaggio dovremo lasciarti indietro.
– A farmi soccorrere dalle indigene, signore? A imparare a ballare la hula?
– Più probabilmente a far pratica di cucina. Dalla parte sbagliata dello spiedo. E adesso vattene.
Bune saluta militarmente e riprende a muoversi verso l'uscita.
Durand mi tende la mano, per aiutarmi a rialzarmi. – Tutto a posto, padre? Si è fatto male?
Mi raddrizzo. Mi spolvero la giacca.
– Nessuna ferita. A parte nell'orgoglio.
– Sono le più dure, dicono. Ha mangiato qualcosa?
– Non avevo molta fame.
Soprattutto adesso che ho sentito il tuo odore, vorrei aggiungere. Dagli abiti di Durand si sprigiona un lezzo nauseabondo. Lo stesso che ho sentito quando Bune mi è passato accanto.
– Mangi qualcosa, padre Daniels. Ci aspetta una breve camminata, stanotte. Poi si abituerà, ma i primi chilometri saranno duri, questo deve saperlo subito. Come si trova, con lo zaino?
– Meno peggio di quanto pensavo.
– Bene. Ovviamente se ha problemi divideremo il suo carico tra i soldati.
– Penso di potercela fare. Davvero.
Nella mia stanza avevo esitato a lungo, davanti all'armadietto aperto, prima di rinunciare a portarmi dietro la bottiglia di whiskey regalatami dal cardinale. L'avevo data a Maksim, che vedendola era rimasto senza fiato.
Meglio così. Nella caduta che ho appena fatto si sarebbe rotta. Ed era comunque un oggetto troppo fragile da portare fra i pericoli del mondo esterno.
Mi tocco la tasca della giacca, confortato nel sentire la forma del taccuino nero di Maksim. La bottiglia, in fondo, è stato un modo di ricambiare quel regalo.
– Tutto a posto? – chiede Durand. Gli altri uomini, alle sue spalle, sono pronti ad aprire l'enorme porta blindata a tenuta stagna che isola il rifugio dalla desolazione di fuori. – La maschera funziona?
– Sono pronto, – rispondo, con la voce che esce deformata attraverso la maschera antigas.
Anche se in realtà non ne sono affatto convinto.
– Si ricordi di controllare il dosimetro.
Guardo l'apparecchio. Non è uno degli aggeggi artigianali che ognuno di noi tiene nella propria stanza. È un apparecchio di prima della Tribolazione. La plastica che copre il pannello di controllo è così graffiata da essere più traslucida che trasparente, ma il dosimetro è comunque un tesoro senza prezzo.
– Quando entra nel rosso, cerchi di tornare sui suoi passi a tutta velocità. Capito?
Faccio segno di sì con la testa.
L'ambiente esterno, in certi punti, è così saturo di radiazioni che anche la tuta e la maschera non bastano a proteggerti. Il dosimetro, là fuori, è la tua arma più importante. La tua unica arma contro un nemico invisibile e mortale.
Durand sorride.
– Andiamo, allora.
Guardo l'orologio. Le otto.
Due uomini – il caporale Diop e il soldato Bitka – stanno accanto alla prima porta. A un cenno del loro comandante, manovrano la porta blindata. È stata portata quaggiù dal caveau di una banca nelle vicinanze. Il lavoro per staccarla e trasferirla nel sottosuolo è durato tre mesi. Rimontarla ha richiesto altre due settimane. Vedendo le squadre di lavoro partire per i pericolosissimi turni di lavoro all'aperto mi tornavano in mente le litografie antiche che illustravano il trasporto e l'erezione dell'obelisco in Piazza San Pietro. File di uomini come formiche. Siamo tornati indietro di quattrocento anni.
Bitka e Diop girano insieme l'enorme volano metallico, sotto gli occhi di quattro inservienti del Comune. La porta Fichet-Bauche si apre lentamente, millimetro dopo millimetro, ruotando sugli enormi cardini. Altri due uomini – i due italiani, di cui non riesco a ricordare il nome – puntano le armi verso il buio oltre la porta. Ma quando questa si apre, dietro ci sono solo le tenebre della notte. Le torce elettriche – oggetti rarissimi, dal valore inestimabile – illuminano a tratti le scale che portano al cancello. Un tempo c'erano le telecamere di sorveglianza, e prima ancora delle sentinelle, ma dopo l'installazione della porta blindata il Consiglio ha preferito non sprecare energia elettrica e pezzi di ricambio per tenere in funzione la videosorveglianza. E nessuno voleva più fare i turni di guardia all'esterno. Troppo pericoloso.
Così mi batte forte il cuore, mentre salgo le scale. Mi aspetto di tutto. Ogni passo potrebbe essere l'ultimo. Alle nostre spalle, gli uomini del Comune richiudono lentamente la porta, come becchini che riempiono una fossa. Continuiamo a salire. Nella luce nervosa proiettata a destra e sinistra dai tre soldati in avanscoperta i cumuli di neve scintillano, come scintilla il ghiaccio che copre le sbarre del cancello. I passi risuonano scuri nel silenzio, affondando nella crosta di neve con un rumore di carta strappata. Arriviamo al cancello senza problemi. Imitando gli altri, calzo anch'io le racchette da neve che troviamo nel capanno accanto alla garitta abbandonata delle sentinelle.
Mentre ci prepariamo a uscire dal perimetro difensivo, guardo la notte e mi sembra che la notte a sua volta guardi me. È uno sguardo che mette i brividi fin dentro il cuore. Un vento gelido urla intorno a noi, piegandoci in due come sotto un peso enorme. Dietro quel muro, invisibili ma presenti, ci sono le fosse colme di cadaveri, le vittime innocenti della politica del Consiglio Comunale.
Dicono che di notte si sentono i loro lamenti provenire da sotto quei mucchi di terra coperti di neve. Stanotte si sente solo il rumore del vento, ma anche quello è sufficientemente lugubre.
Durand mi batte la mano sulla spalla. Mi fa segno di muovermi.
Bitka sta aprendo il cancello, mentre il caporale Diop brandisce la sua arma a destra e a sinistra. Non è uno Schmeisser: è un'arma decisamente più moderna, con una potente torcia elettrica montata sulla canna.
Durand accosta la testa al mio orecchio infreddolito.
– Non dobbiamo fare troppa strada a piedi. Appena un paio di chilometri. Rimanga sempre al centro della squadra, e cerchi di tenersi caldo. Va bene? La maschera è a posto?
Non posso fare altro che annuire.
Bitka apre il cancello. Fa segno di passare, tenendo d'occhio come può l'oscurità oltre il raggio delle torce.
Ci affrettiamo a uscire dal perimetro recintato. Wenzel e Bune chiudono la retroguardia.
È strano muoversi all'aperto. Vivo da tanto tempo sottoterra che penso subirei uno shock trovandomi sotto un cielo stellato. Ma i cieli stellati appartengono al passato.
La cappa di nubi da cui scende un nevischio appiccicoso sembra il soffitto basso di una tomba. A volte mi dico che la Terra è diventata un enorme sepolcro, la tomba dell'umanità, e che noi pochi sopravvissuti non siamo che fastidiose anomalie statistiche, il risibile resto di un'operazione matematica riuscita quasi alla perfezione.
Inutile usare gli occhiali a visione notturna, in questa tormenta.
Corriamo bassi, come se ci muovessimo in un tunnel. Ed è davvero così: un tunnel di tenebra e gelo, in cui ogni passo può rivelarsi l'ultimo. Ci sono tante di quelle storie, su cosa succede fuori. Quando le senti e sei al riparo di quattro mura ti viene da sorridere, se non addirittura da prendere in giro chi le racconta. Ma qui è tutto un altro paio di maniche. Qui fuori siete soli, tu e il buio. Tu e la morte.
Camminiamo su quella che un tempo era una strada. I mucchi di neve che di tanto in tanto appaiono attorno a noi sono altrettante auto sepolte e intrappolate nel ghiaccio. È inquietante pensare che quelle auto sono spesso occupate da cadaveri. Li ho visti coi miei occhi, quando ho percorso nell'altra direzione questa strada, fuggendo dalla città semidistrutta, colpita a morte.
Le auto, allora, erano visibili. Le lamiere avevano offerto poco o nessun riparo dal ruggito mortale delle radiazioni. C'erano uomini e donne, e anche molti bambini, dietro i vetri di quelle auto. Dentro le Mercedes SLK come nelle auto scassate degli immigrati, cariche di bagagli.
E di gente.
Ricordo un volto gonfio, verde, la guancia premuta contro il finestrino come una ventosa. Come se quell'uomo fosse diventato una mostruosa creatura marina.
Ricordo un politico, nella sua Lancia nera blindata. Seduto come la mummia di un faraone.
Mi vedo ancora davanti agli occhi una donna giovane che negli spasmi dell'agonia si era piantata le unghie negli occhi. Unghie che anche da morte sarebbero cresciute, come un'orrida pianta.
Ma i più terribili erano i bambini. Quelli che sembravano giocattoli buttati sul sedile. Capelli lunghi e ancora morbidi a coprire il ghigno di un cadavere. Bambini abbracciati a un peluche, o alla madre, avvinghiati nella morte come in una lotta. Erano passate solo due settimane dal Giorno della Tribolazione. Così lo chiama la Chiesa, per evitare la più diffusa definizione di Giorno del Giudizio.
Uno dei disperati che scappava con me dalla città devastata aveva aperto la portiera di una delle auto, attratto, immagino, dal luccichio dei gioielli al collo di una passeggera. Il collo della donna si era gonfiato per la decomposizione, tanto che la collana di smeraldi sembrava una garrota. L'uomo, che da come tossiva e sputava non aveva più molti giorni da spendere prima di diventare anche lui un cadavere, aveva aperto con un gesto rapace la portiera, allungando la mano verso il collo della donna.
Poi di colpo era stramazzato a terra, urlando.
L'odore che usciva dalla portiera spalancata era terribile, ti mozzava il respiro.
L'uomo aveva cercato di strisciare via, ma il corpo della morta, privato del supporto della portiera, gli era scivolato addosso. L'uomo gridava, cercando di tirarsi fuori da sotto il cadavere mostruoso, che gli si era disfatto addosso come un sacco di gelatina. Sembrava la scena di un film dell'orrore.
Ero passato oltre, senza fermarmi. Poi le urla dell'uomo erano cessate, si era ripreso. Ma il puzzo di marciume mi era rimasto nelle narici a lungo.
Lo stesso puzzo che sento ora, anche se non può venire da quello che ho intorno.
È il puzzo delle Guardie che camminano accanto a me.
Non può venire da dentro le auto.
Sono decine, le automobili sepolte nella neve.
Camminiamo attraverso un immenso cimitero.
Camminiamo per quelle che mi sembrano due ore, anche se l'orologio dice che sono passati meno di trenta minuti.
Le strade alla periferia della città sono intasate. In tanti hanno tentato di scappare, i primi giorni. A tratti incontriamo i resti di uno scontro a catena: auto incastrate l'una nell'altra come pezzi di un sinistro puzzle. La neve, misericordiosamente, nasconde come un sudario i morti. I dettagli emergono a sprazzi, attraverso i raggi delle torce. A tratti una raffica di vento ci sposta di lato come un'enorme mano, o ci spinge a terra. Il nevischio si rapprende sui bordi di pelliccia dei parka, punge la pelle scoperta del volto, gli occhi.
Vado quasi a sbattere contro il primo muro. Un edificio di mattoni, rustico.
Gli uomini intorno a me si bloccano.
Una mano mi batte sulla spalla, facendomi sussultare.
Durand punta il braccio verso il muro di neve di fronte a noi.
Urla, per sovrastare il rumore del vento.
Batte con l'indice sul mio petto.
– Controlli il dosimetro ogni cinque minuti. L'ha fatto?
– No.
– Faccia vedere.
Il capitano solleva la piastrina di plastica appesa al taschino sinistro del mio parka.
– Niente paura, – fa alla fine. – Tutto nella norma. Si ricordi: ogni cinque minuti.
– Spero sappiate dove stiamo andando.
– Stia tranquillo. È là, davanti a noi. Non manca molto.
Annuisco.
Durand sembra esitare. Come se volesse aggiungere qualcosa. È imbarazzato.
– Padre, volevo chiederle…
– Sì?
– Potrebbe pregare? Voglio dire, nessuno di noi è un buon cristiano, ma pensiamo tutti che una preghiera non può far male.
Lo guardo.
Annuisco.
– Va bene.
Allargo le braccia. Chiudo gli occhi. La neve che mi punge il viso si scioglie, scivolandomi sulle guance come lacrime. – Signore, padre onnipotente, affidiamo le nostre vite alla tua misericordia. Confidiamo nella tua protezione, mentre ci accingiamo a entrare nella valle dell'ombra della morte. Non negarci la tua benedizione, e infondi in noi la forza del tuo braccio possente. Noi ti preghiamo, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen, sento borbottare intorno a me. Ma il primo volto che vedo riaprendo gli occhi è quello scanzonato e irridente di Karl Bune.
– Belle parole, padre. Davvero belle. Ammetto di essermi toccato le palle quando ha detto quella cosa della valle della morte, ma nel complesso è stato un discorso davvero niente male.
– Bene, – sospira Durand, scuotendo la testa. – Vediamo di rimetterci in viaggio. Grazie, padre Daniels.
– Non c'è di che.
– E tu, Bune, cerca di tenere per te le tue opinioni. Tanto a nessuno di noi interessa conoscerle.
Senza aggiungere altro, il capitano imbraccia di nuovo il mitra.
– Andiamo.
Ci muoviamo rasente il muro, annerito dal fumo.
– Dove stiamo andando? – chiedo.
– A fare un po' di sport – ghigna Bune, esplodendo in una risata.
Poi si allontana a destra, la torcia che illumina un'altra auto. Un'altra tomba.
Presto sparisce nella tormenta. Diop prende il suo posto alla mia destra, senza pronunciare una parola. La bardatura di fasce che porta in testa sembra il copricapo dei Tuareg.
Non sono per niente tranquillo, in mezzo a questi uomini di cui non so ancora se posso fidarmi. Non mi lascia tranquillo il modo spavaldo con cui affrontano l'ignoto. Solo l'idea di camminare qua fuori, esposti ai veleni e ai pericoli della notte, è qualcosa che darebbe gli incubi a ogni persona normale. Invece questi soldati, questi mercenari – perché è quello che sono, mercenari – camminano all'aperto con una tranquillità che ha dell'assurdo.
Nonostante le assicurazioni del capitano Durand camminiamo a lungo, muovendoci come un verme di luce all'interno delle tenebre. Attraversiamo una terra desolata, un paesaggio alieno in cui lo stesso suono dei nostri passi mette inquietudine. Avanziamo per mezz'ora, seguendo ognuno il raggio della torica che ha davanti, fiduciosi che il primo uomo della fila sappia cosa fare, dove andare. A un certo punto, quando potremmo avere percorso cinque miglia come aver semplicemente girato in tondo, per quello che ne so, Bune ritorna verso di me, camminando guardingo.
– Ha sentito, padre? – mi chiede in tedesco.
Automaticamente gli rispondo.
– Ma allora parla la mia lingua!
Come altre sei lingue, potrei rispondergli. Mi limito ad annuire.
– Sono tornato indietro per avvertirla, padre.
– Avvertirmi? Di cosa?
– Di un pericolo.
– Che pericolo?
– Quello di cadere.
Lo guardo perplesso. Lui mi fa un gran sorriso, e prima che possa reagire mi afferra per le cinghie dello zaino e mi scaglia lontano.
Mi preparo a toccare terra, invece mi trovo a cadere nel vuoto.
Le mie braccia mulinano per tenermi in equilibrio, ma è inutile. Cado, e la caduta sembra non finire.
Precipito nel nulla.
Una buca!
Profonda!
Atterro con un tonfo nella neve soffice. Affondo per un metro. La neve che mi entra in bocca ha un sapore metallico. Ferro bruciato.
Mi tiro in piedi. Sono immerso nel buio totale. Completamente cieco. Mentre mi stavo rialzando le mie mani hanno sentito qualcosa, sul fondo della buca, una specie di palla, e altre cose lunghe, che si sono spezzate sotto il mio peso. Raccolgo la palla da terra, la palpo con le dita. Attraverso i guanti mi arriva la sensazione di una superficie liscia, con due buchi. Una palla da bowling, mi dicono i miei ricordi d'infanzia. Ma quando mi tolgo un guanto e tocco i contorni della palla, la mia schiena è percorsa da un brivido.
Non è una palla, quella che stringo nelle mani.
È un teschio umano.
Riconosco le cavità delle orbite, la superficie irregolare dei denti.
Lo lascio cadere. La mia mano tocca altre cose, che sembrano bastoni e invece devono essere ossa.
Arretro, strisciando, finché la mia schiena non urta contro qualcosa di solido. Un muro. Liscio. Appoggiandomi al muro mi tiro su in piedi.
Da principio tutto quello che sento è il mio respiro ansimante dentro la maschera. Il rombo del sangue nelle orecchie.
Poi colgo un altro rumore.
Leggero, tanto che sul momento mi sembra di averlo solo immaginato.
Ma poi capisco che non è così.
Che c'è davvero qualcosa, nell'oscurità di fronte a me, da cui esce un verso orribile: un animale che ringhia. Che digrigna i denti. Un animale grosso.
Sempre più vicino.
Guardo in alto.
Niente.
Il nevischio mi cade sul volto. Mi punge gli occhi. Non lo vedo, nel buio.
L'animale è a pochi passi da me. Si ferma. Sento che mi sta studiando.
Cerco di trattenere il respiro. Di non fare movimenti.
Un fruscio alla mia destra, nel buio.
Un rumore come uno strappo, a sinistra, in basso.
Il tocco di qualcosa sulla gamba.
Non è un solo animale. Ce ne sono altri. Con le spalle al muro, mi trovo circondato.
Mi stanno addosso.
Di colpo una lama di luce scende dall'alto. Un'altra.
Mi illuminano, mi feriscono gli occhi.
La scena che mi appare gela il sangue.
Tre creature orrende si ritraggono dalla luce piovuta dall'alto. Riparandosi gli occhi con le braccia incespicano nella neve alta. I raggi li cercano, li colpiscono.
– Prendi! – grida una voce. E qualcosa viene lanciato, entra nel mio campo visivo e poi sparisce con un riflesso metallico, cadendo nella neve ai miei piedi.
Mi chino, raccolgo l'oggetto. È un coltello, la lama lunga almeno venti centimetri. Affilato, mortale.
– Usalo, coglione! – urla un'altra voce.
La luce delle torce elettriche si sposta, lasciando i mostri liberi di attaccare. Dopo un attimo di esitazione, i tre ritornano sui loro passi, circondandomi di nuovo.
– Metti gli occhiali! – fa una voce che mi pare di riconoscere.
Sul momento non capisco. Poi tocco il visore a luce notturna che ho sull'elmetto. Lo abbasso.
I miei occhiali non sono sofisticati come quelli degli altri uomini della squadra. Sono molto graffiati, e di almeno due generazioni più arretrati di quelli di Bune, o del capitano Durand. Ma servono allo scopo, e lo fanno subito, perché le luci si spengono, e l'enorme buca che è la mia trappola ripiomba nel buio.
Le tre sagome luminose si muovono intorno a me, evidenziate come ectoplasmi nella nebbia verde in cui il visore trasforma le tenebre. Visti così sono ancora più orribili. Morti viventi, come quelli dei film. Si muovono lenti, ma a tratti hanno guizzi improvvisi, animaleschi, malgrado non possano essere animali. Sono esseri umani, devono esserlo, per quanto orrendamente mutati. L'odore di carne marcia mi arriva anche attraverso la maschera.
Nessuno di loro è armato. Si muovono circospetti. Hanno paura di me. Del mio coltello. In qualche modo sanno che sono armato. Mi girano intorno, studiandomi. Vedono nel buio.
Come se mi leggesse nei pensieri, uno dei tre scatta in avanti, cercando di cogliermi di sorpresa. La sua mano – il suo artiglio – mi colpisce sul braccio. Una fitta di dolore, bruciante. Altre mani si muovono, mi frugano, mi colpiscono. Reagisco d'istinto. Il coltello si allunga in avanti, trafigge carne, un braccio. Sangue fiorisce come macchie di luce sulla sagoma che arretra. Tento un altro colpo. Un altro. Mi porto in avanti, pugnalo l'aria due volte, e poi colpisco ancora qualcosa di vivo. Una delle tre sagome cade a terra, torcendosi come un groviglio di serpenti. Qualcosa mi graffia il collo, passando oltre i vestiti. Colpisco menando un fendente da sopra la spalla. Un ringhio, un tonfo. Ora sono io il cacciatore. L'ultimo mostro ancora in piedi si ritira, muovendosi all'indietro, a scatti. Senza capire cosa sto facendo annaspo nella neve, goffo come un orso, gli corro dietro, lo spingo per terra. Lo pugnalo alla schiena, tre volte, atterrito dall'urlo selvaggio che sento, finché non capisco che quell'urlo bestiale è il mio.
Mi volto, pronto a colpire ancora. Una creatura si muove, rotolandosi a terra. Gli meno un calcio alla testa. Un altro. Risponde il rumore di qualcosa che si spacca, e la bestia non si muove più.
Tenendo stretto il coltello nella destra mi piego, ansimante. Respiro nella maschera, la visiera si appanna. Tutto diventa vago. Mi strappo di dosso il visore a luce notturna, ed è un bene, perché di colpo tante lame di luce scendono dall'alto a illuminare il fondo della buca. Guardo in su. Nello sfarfallio del nevischio che cade vedo la luce di sei potenti torce elettriche. Ogni cosa mi appare per incanto, come quando da bambino ti svegli per un incubo e identifichi una per una le cose che ti hanno spaventato.
I tre corpi scuri giacciono in pose scomposte. Il sangue tinge la neve di rosa come un gelato alla fragola. Uno si muove ancora. Una gamba, un braccio. Sta rinvenendo.
Uno sparo dall'alto, e la testa del mostro esplode. Due, tre sagome saltano in fondo alla buca.
– Dai, prete. Vieni fuori.
La mano di Bune si tende verso di me.
– Hai superato la prova, prete. Dai, non vorrai mica restare quaggiù con questi sacchi di pus?
Guardo sgomento i tre corpi. I volti tumefatti da ulcere e piaghe. Le unghie delle mani, lunghe e affilate come artigli.
– Cosa… Cosa sono? – balbetto.
Bune alza le spalle.
– Non sono come quei cosi, gli zombi dei film. Sono vivi. Gente che abita le rovine. Saccheggiatori. Pieni di radiazioni fino al buco del culo. Guarda le facce. E questi qui sono anche freschi. Dovresti vedere quelli davvero marci. Quelli sembrano morti viventi.
Mi tira per la spalla, spingendomi verso una scaletta metallica fissata a due metri di altezza sulla parete di mattonelle azzurre, sporchissime. Senza fatica, almeno apparentemente, mi solleva di peso finché non riesco ad arrampicarmi sulla scaletta. Quattro braccia mi aiutano a tirarmi su, oltre il bordo della buca.
Mi volto.
Bune è tornato indietro, verso il lato opposto della buca. Sbuffando come un cavallo prende la rincorsa. Le sue gambe pompano come pistoni, pestando la neve compatta del fondo. A un metro e mezzo dal bordo spicca un balzo, che lo porta fino al primo piolo della scaletta. Si arrampica lesto come una scimmia, e poi si pianta davanti a me a gambe larghe, facendomi una smorfia.
– Bitka! – urla. – Controlla se il padre se l'è fatta nei calzoni.
L'addetto alla radio sogghigna, senza muoversi.
Bune mi allunga il mio visore a luce notturna. Poi mi dà una sberla.
– Sai quanto valgono questi occhiali, prete?
– Questa è una piscina! – urlo. – Cosa ci facevano, quei mostri, in fondo a una piscina? E perché mi hai buttato giù?
– Sono stato io a ordinarglielo – risponde per Bune il capitano Durand, piazzandosi davanti a me in una posizione rilassata ma che trasmette un senso di silenziosa minaccia. Le mani incrociate dietro la schiena, come se non temesse minimamente le mie reazioni.
– Perché?
– Ci siamo passati tutti. Lo consideri un rito di iniziazione. Dovevamo sapere se in caso di bisogno sapeva cavarsela con le armi. Soprattutto volevamo sapere se era disposto a sacrificare una vita per difendere la sua. O quella dei suoi compagni di squadra.
– Un rito? Un rito di chi? Di voi cosiddette guardie svizzere?
– In un certo senso. Noi lo chiamiamo Trier. Non mi chieda perché. Comunque se l'è cavata bene, no?
– Erano tre. E se mi avessero ucciso?
– L'avrebbero mangiata. Di chi crede che siano, le ossa in fondo alla piscina?
– Volete dire che tenete dei cannibali mutanti in fondo a una piscina per addestrare i vostri uomini?
– Non li teniamo sempre. Solo quando ci serve. Trovarli non è facile, sa? E poi bisogna prepararli. Tenerli a stecchetto, stuzzicarli. Ci vuole una settimana, per preparare un buon Trier. Di solito lo facciamo con un solo zombi. Nel suo caso abbiamo dovuto un po' improvvisare. Secondo Bune un equivalente accettabile di un avversario ben addestrato potevano essere tre zombi non allenati. Mi sa che non è proprio così, ma la prova è andata. Amici come prima?
Respingo bruscamente la mano che mi tende.
– Amici un cavolo.
– Un cavolo… – ridacchia Bune. – Senti, senti…
– Zitto, Bune – intima il capitano.
L'altro si spegne all'istante.
– Cura il padre. Il braccio, e il collo. Disinfetta e sigilla.
Poi, rivolto agli altri suoi uomini, aggiunge: – Padre Daniels ha superato la prova. Ora sappiamo che è in grado di far parte della nostra squadra, con uguali diritti e doveri. Sappiamo che è disposto a battersi, e che lo farà al meglio delle sue possibilità. Congratulatevi quindi con lui, e dategli il benvenuto nella squadra.
Uno ad uno, gli uomini sfilano davanti a me: Bitka, Diop, Karl…
Mi stringono la mano, pronunciano qualche parola a bassa voce, o una battuta, come nel caso di Bitka.
L'ultimo a fermarsi di fronte a me è Bune. Mi guarda negli occhi, con quel suo mezzo sorriso stampato in faccia. Poi allunga la mano. – Senza rancore, prete?
Rimango in silenzio per un po'.
Poi ricambio la stretta.
– Senza rancore.
Il vento passa tra di noi, urlando come un fantasma.
L'ago del dosimetro è pericolosamente vicino alla zona rossa. Se emettesse un verso, mi dico che sarebbe come quello del vento che si lamenta, mentre cerca di strapparci le vesti e la carne di dosso.