Radici del Cielo – Cap. 39

39
Riunione di famiglia
– Sai, padre, ci hai fatto penare un bel po'. Già è stata una sorpresa scoprire che eri tu. D'altra parte quando ce ne siamo resi conto ti avevamo già sparato un bel po' di colpi, per cui non è che potevamo dirti: Ehi, John, vieni qui, siamo noi, i tuoi amici del Vaticano. Quando siamo tornati a quella cazzo di chiesa su ruote è stato uno shock scoprire che te n'eri andato. Come hai fatto a liberarti? Pauli era incazzato come una biscia. Dovevi sentirlo: Nessuno si libera dai miei nodi, nessuno!
Mentre mi parla, il caporale Diop mi perquisisce con cura. Con educazione, ma anche con tutta la meticolosità possibile. Dubito che uno stuzzicadenti riuscirebbe a sfuggirgli.
– È pulito, capitano.
– Bene.
Con un saltino, Durand scende dalla vera del pozzo.
Si solleva la maschera.
Adesso so a chi somiglia.
A quel politico russo, il presidente Putin.
Gli stessi occhi gelidi, la stessa forma del capo.
– Che tu ci creda o no, sono contento di averti ritrovato, – sorride.
Tende la mano.
Gli indico il mio braccio ferito.
Lui fa una smorfia contrariata
– Caporale, dagli un'occhiata.
– Qui?
– Un'occhiata alla buona. Le cure vere le rimandiamo a dopo. Allora, John, come ti è andata, da queste parti? Hai qualche buona notizia, per il cardinale Albani?
Non gli rispondo.
Il caporale Diop mi controlla la ferita.
– La pallottola è uscita. Un foro pulito. Metto una fasciatura provvisoria perché non sanguini.
– Nessuna notizia?, – insiste Durand, mentre Diop mi medica.
– Se ne ho, le riferirò al cardinale, – rispondo.
Durand scuote la testa.
– Giusto. Giustissimo. Ma, sai come si dice, è sempre meglio non mettere tutte le uova in un paniere. Metti che ti succeda qualcosa, da qui a Roma… Qualcuno dev'essere in grado di riferire al cardinale…
Stavolta tocca a me sorridere.
– Vuol dire che farete ancora più attenzione perché non mi succeda niente di male.
– Ben detto, prete, – ride Marcel Diop.
– Zitto, caporale. Sicché non vuoi dirci cosa hai trovato, in questi tre giorni?
– Sono passati tre giorni?
Durand sembra sinceramente stupito. – Vuoi dire che non lo sai?
– Non è possibile.
– Quello che non è possibile è che tu riesca a stare ancora in piedi, – scuote la testa Wenzel. – Guardati. Da quanto tempo non mangi?
Durand fa un gesto secco con la mano. – Ci sarà tempo, per le domande. Adesso torniamo alla base.
– Che base? – chiedo. Ma nessuno mi degna di una risposta.
– Andiamo. Dobbiamo fare un po' di strada. Te la senti?
– Se ti dico di no, tu cosa fai?
– Una domanda alla volta, per favore, – sorride Durand. – Su, andiamo.
– Io non vado da nessuna parte. Non ce la faccio.
Mi siedo nella neve.
Il braccio comincia a farmi sempre più male.
Sono stanco.
Il mio stomaco sembra ricordarsi solo adesso che digiuno da tre giorni.
Durand si piega sulle ginocchia. I suoi occhi glaciali, attraverso il visore della maschera, sono all'altezza dei miei.
– Devi farcela, prete. Perché o ti alzi subito o ti mando a raggiungere il tuo Dio.
C'è una luce inquietante, nei suoi occhi.
La sua non è una promessa a vuoto.
Spremendo ogni minima stilla di energia che mi è rimasta mi sollevo.
Devo appoggiarmi al muro, ma sono in piedi.
Durand annuisce. Sorride.
– Non abbiamo maschere in più, ma la radioattività qui è relativamente bassa. È strano che la città sia deserta. Comunque puoi coprirti come facevi prima. La sciarpa, voglio dire. Dovrà bastare. In fondo fino ad ora hai usato quella, e sei ancora vivo. Pauli, dagli un po' d'acqua.
E senza aggiungere altro si incammina.
Non mi resta altro da fare che seguirlo, stretto tra Diop e il sergente Wenzel. I loro fucili sono puntati all'esterno, ma non dubito che basterebbe un mio movimento falso per farmi sparare. Per un attimo ho persino la tentazione di provarci, a fare uno scatto. Ma ho una missione da compiere, e sono così vicino alla meta che non posso permettermi di buttare via tutto. La disperazione non deve impadronirsi delle mie azioni.
Così mi decido.
L'acqua, la poca rimasta sul fondo della borraccia di Wenzel, mi ha rimesso un po' in forze.
Cammino, muovendo a fatica un passo dietro l'altro, coi pensieri confusi.
Mi sento come se fossi alto un chilometro, e la mia testa fosse tra le nuvole. Ho la sensazione che, se cadessi, la mia caduta durerebbe ore.
A volte il sergente deve sorreggermi, quando vede che sto per crollare.
– Tenga duro. Non manca molto, – mi sussurra.
Ma anche quel poco è troppo, per il mio corpo. Non so dove abbia tratto la forza per la mia corsa pazza lungo il canale, ma ora quell'energia è esaurita, definitivamente drenata. Cammino come un vecchio, sentendo la debolezza di ogni muscolo, l'incertezza di ogni passo.
È con sollievo che sento Wenzel dire siamo arrivati.
Giriamo l'angolo, e proprio di fronte a noi c'è la basilica di San Marco.
– Un tempo non ti potevi nemmeno avvicinare alla basilica, per la ressa dei turisti, commenta Durand, aprendo la porta massiccia.
La luce del giorno entra con noi, traendo riflessi e stendendo ombre all'interno. Wenzel e Diop si affrettano a sbarrare la porta.
Durand solleva da terra un cero, lo accende. Lo stesso fanno Wenzel e Diop.
Io li seguo, attirato dalla luce come una falena. Le fiamme suscitano riflessi d'oro tutto intorno a noi.
I miei piedi schiacciano qualcosa sul pavimento. Forse dei legnetti, penso, che si spezzano scricchiolando.
Poi Durand abbassa il cero, e un teschio emerge dal buio.
Tutti e tre illuminano la scena, piegando in basso le candele.
Il pavimento è coperto d'ossa. Decine, centinaia di scheletri. Un tappeto di morte che sembra stendersi per tutta la basilica.
Mi ritraggo d'istinto contro una colonna. Durand e gli altri, invece, non mostrano il minimo disagio di fronte a quella scena.
– Andiamo, John. Non avrai paura di un po' di ossa…
Non è paura.
È rispetto.
È l'emozione di trovare i resti di tanti miei fratelli, riuniti in questo luogo di culto. Le ossa, i resti in cui mi sono imbattuto lungo le calli di Venezia, era come se in qualche modo ai miei occhi facessero parte del paesaggio. È una cosa terribile da dirsi, ma è così. Questi morti sono diversi, per me. Per la prima volta da quando sono qui vedo dei resti umani per quello che sono davvero.
Devono essersi riuniti qui quando la notizia della guerra li ha raggiunti. O forse quando hanno capito che non ce l'avrebbero mai fatta a sopravvivere. Quando il fallout e le epidemie avevano cominciato a mieterli come il grano.
Istintivamente, sono venuti nel luogo in cui potevano fare l'ultima cosa che gli era rimasta. Pregare.
Morire accanto alle reliquie degli antichi martiri.
Penso che abbiano ritrovato, nel momento del loro personale Giudizio, la fede che aveva ispirato i loro antenati, e che era andata perduta nell'Italia del consumismo e del relativismo.
Una ben magra consolazione, ritrovare tanti fedeli poco prima della loro morte.
Vorrei non doverli calpestare, ma non è possibile.
Prego per loro, in silenzio, mentre attraverso la valle dell'ombra della morte, che tra poco accoglierà anche me.
– Venga, padre, – fa il sergente.
Mi accompagna, tenendomi per la manica del braccio sano, verso una scala che scende nel buio.
In fondo alla scala mi attende qualcosa che non mi sarei mai aspettato.
Una cripta dall'aspetto medievale, illuminata da torce appese al muro. Qualcosa di totalmente inaspettato, in una città costruita sull'acqua.
Ma ancora più inaspettata è la vista di quello che giace per terra, tra le colonne della cripta.
– Eh sì, ci siamo dati un po' da fare, mentre lei gironzolava per la città – commenta Durand, con un tono divertito.
Il pavimento è ingombro di cassette, stipate fino all'orlo d'oggetti d'oro massiccio. Il luccichio delle pietre preziose, sotto i raggi delle torce, fa sembrare il pavimento della cripta un cielo stellato.
Una pala d'altare giace davanti alle casse. Anch'essa risplende d'oro. È stata segata, in modo da ridurla in pezzi più trasportabili. Le pietre preziose sono già state staccate, senza nessuna cura. Il volto di un santo è stato sfregiato dallo scalpello, e adesso sembra il Joker, l'avversario di Batman.
Mi volto verso il capitano.
– Eh dai! Non fare l'offeso. Questi tesori non servono a nessuno, quaggiù.
– Non servono neanche alla Chiesa.
Durand stringe le palpebre a fessura.
– La missione che ci è stata assegnata è quella di recuperare il tesoro di San Marco.
– E le reliquie del santo. Lo so. Ma era solo una copertura! Per convincere il Comune ad autorizzare la spedizione! La vera missione era riportare a Roma il Patriarca!
L'ufficiale scuote la testa.
– John, John, John… Quanta ingenuità… Lo sappiamo benissimo, che missione ti ha affidato veramente Albani. L'abbiamo sempre saputo. Quando ti dico che la nostra missione è recuperare questo tesoro, non ho mica detto che ci è stata assegnata da Albani. È stato Patrizio Mori a darci gli ordini. E, come vedi, li abbiamo eseguiti. O almeno, una parte di essi. C'è ancora parecchio lavoro da fare. Ah, sì: abbiamo recuperato anche le ossa del santo. Sono in quella cassa laggiù.
– Tu servi i Mori! Li hai sempre serviti! Che razza di sporco doppio gioco…
Con tutta tranquillità, il capitano estrae la pistola dalla fondina e me la punta alla fronte. Tra me e la canna dell'arma ci sono pochi centimetri. La sua mano non trema minimamente.
– Avrei potuto ucciderti là fuori.
– Ci hai provato, mi pare. L'incidente con la "spruzzata". Non è stato un incidente, vero?
Durand sorride.
– Beh, no. In effetti no. All'inizio, devo ammetterlo, l'idea è che potevi darci un po' fastidio…
– E allora cos'è che ti ha fatto cambiare idea? Mi hai portato con voi per farmi fare un po' di sport all'aria aperta?
– Simpatica, questa. No. L'ho fatto per quello che vedi. C'è un sacco di roba da portar via, e ogni paio di braccia in più mi fa comodo. Sai come si dice, no? "Molta è la messe, pochi i mietitori"…
– Un paio di braccia, nel mio caso, non è proprio esatto.
– Adesso Marcel ti curerà meglio. Non è una gran ferita. E comunque, se ti fossi fermato, non ti sarebbe successo.
– Ne terrò conto per la prossima volta. Adesso posso sedermi? Sono stanco.
– Immagino. Certo che puoi sederti. Marcel, porta a John qualcosa da mangiare, e anche da bere. E sistemagli la ferita.
Mi siedo per terra, con la schiena appoggiata a una colonna.
– Ti sei guardato allo specchio, ultimamente? – mi chiede Diop, mentre mi toglie la giubba per medicarmi.
– Non ne ho trovati. Perché?
– Perché sembri uno zombi.
– Forse lo sono. Non hai paura che ti morda?
– No. Di questi tempi gli zombi se la cavano meglio dei vivi. Quanto tempo sei stato all'aperto senza la maschera?
– Non lo so.
– Non lo sai. Bene… Okay, adesso ti farò un po' male.
Stringo i denti. La sensazione, mentre il caporale mi disinfetta, è che sulla ferita venga versato un acido corrosivo.
– Sei fortunato che abbiamo riscoperto la penicillina. E che Gottschalk non se l'è rubata.
– Riscoperto…?
– La dottoressa Lombard. Le sue ricerche. Tra le cose che abbiamo portato via da Stazione Aurelia c'era una piccola scorta di medicinali. Quella donna era eccezionale. Vorrei avere per le mani quello stronzo maniaco di Gottschalk. Mi basterebbe qualche minuto.
– Eri tu che gli sparavi? E che hai sparato a me…
– Già. Scusami.
– Se avessi saputo che ero io mi avresti sparato?
– No.
– Allora non c'è bisogno che ti scusi.
Le bende con cui Diop mi fascia la ferita non sono certo sterili. Ma non posso permettermi di essere schizzinoso.
Gli occhi del caporale sono rossi, iniettati di sangue.
– Anche tu te la sei vista brutta, – gli dico.
– Sì, è stata dura. Questa città è… strana.
– Inquietante?
– Sì.
Scrolla le spalle.
– Hai visto qualcosa di strano, vero?, – insisto.
Il caporale fa segno di sì con la testa.
– Cos'era?
– Niente.
Ma i suoi occhi si fissano nei miei. Occhi dilatati, pieni di paura.
– Sicuro di non volermelo dire?
– Ho visto cose che non potevano esserci.
– Nei sogni?
– No. Non nei sogni. Tipo che guardavo fuori dalla finestra e vedevo i canali pieni d'acqua. E persone. Ma poi quando aprivo la finestra non c'erano più, e anche l'acqua era sparita. E una volta… Non rida… una volta ho visto un gatto.
– Un gatto.
– Sì.
– Com'era?
– Un gatto nero. Con degli occhi verdi come questo smeraldo qui.
Si toglie dal taschino della giubba uno smeraldo lavorato grosso come una noce.
Risponde al mio sguardo interrogativo con un'altra scrollata di spalle.
– Dobbiamo tutti pensare alla vecchiaia. E qui ce n'è per tutti. A proposito…
Infila di nuovo pollice e indice nel taschino e ne tira fuori una busta di carta, piegata più volte.
L'apro.
L'Anello del Pescatore scintilla, come se ammiccasse.
– Sono stato io a prenderglielo, quando il capitano ci ha detto di legarla. Mi dispiace.
– Non me n'ero neanche accorto. Era l'ultima cosa a cui avrei pensato.
– Perché lei è un prete. Ma io ho tre figli, giù a San Callisto. Devo pensare al loro futuro. Ogni volta che esco in missione potrei non tornare.
– Sicché esiste ancora, il futuro. Qualcuno ci pensa ancora…
– Tutti quelli che hanno figli, – conclude Diop, con un'eco di rimprovero nella voce.
– Ecco, finito. È come nuovo.
Si rialza, si allontana.
Io guardo a lungo l'anello. È come se non riuscissi a metterlo a fuoco.
Ma anche questo è un simbolo, in un'epoca in cui pochi simboli sono sopravvissuti.
Lo rimetto nella busta di carta e lo infilo in tasca.
Diop torna dopo qualche minuto, con un piatto e una bottiglia.
– Non abbiamo più acqua. In compenso abbiamo trovato un sacco di vino. Questo dev'essere buono. Peccato che Marco e Guido non siano più con noi…
Il vetro della bottiglia, già stappata, è coperto di polvere.
Guardo l'etichetta.
Vertigo di Livio Felluga, 2008.
– Invecchiato venticinque anni, – commento. – Dovrò berlo con il dovuto rispetto.
– Anche le razioni alimentari sono d'annata. Un pranzo da re, teoricamente... Ne sono rimaste così poche. Qui abbiamo, aspetti che guardo, spezzatino di qualcosa con contorno di piselli. O comunque di roba verde. Sa come funziona, no? Si strappa la busta lungo questa linea e il piatto si scalda da solo.
– Una raffinatezza. Mi dai una mano col vino?
– Sono in servizio.
– Magari se bevi la tua mira migliora.
Diop mi fissa a lungo. Scuote la testa. Poi sorride.
– Sa, padre, se non sembrasse un'eresia direi che Venezia le ha fatto bene. Dove ha trovato il senso dell'umorismo?
– In fondo a un pozzo, ti direi. Comunque l'ho perso quasi subito.
– Non si direbbe. Ah, un'ultima cosa.
– Dimmi.
– La mia mira è okay. È che ho tentato dei tiri difficili. Volevo immobilizzarlo, quello stronzo, non ucciderlo. Per quello che il capitano vuole fargli, ci serve vivo.
Si volta per andarsene.
– Caporale Diop…
– Sì?
– E io? Io vi servo vivo?
Lui stringe le labbra, a testa china.
Poi mi guarda dritto negli occhi.
– Fino a che avremo caricato le casse.
E se ne va. Lasciandomi da solo, con cibo e vino vecchi di vent'anni, e l'unica, dubbia consolazione che finiranno un po' prima di me.
Ma questi sono proprio i pensieri in cui non devo indulgere. Se mi lascio prendere dallo sconforto, morirò senza avere la possibilità di compiere la mia missione. E le missioni, come i simboli, sono una cosa rara, di questi tempi. Rara come l'aria pulita, e il cibo, e tutto quello che serve a un uomo per sopravvivere.
Mi ero fidato, di Durand. Avrei dovuto sospettare di lui sin dall'inizio, per quelle due tappe impreviste all'EUR e a Stazione Aurelia, di cui il cardinale camerlengo non mi aveva parlato. E i suoi uomini? Sapevano sin dall'inizio che la loro missione non era al servizio della Chiesa?
Mi addormento. L'ultima volta che l'appoggio a terra, la bottiglia è ancora piena per metà.
O vuota per metà. È ancora e sempre una questione soggettiva. Naturalmente so che l'alcool non estingue la sete. Ma il vino è buono, e il suo sapore è quello del passato.
Il cibo troppo sostanzioso, invece, mi ha dato la nausea. Mi sono costretto a mandarlo giù solo perché il mio corpo ne ha bisogno. Ma è stato un po' come fare benzina. Combustibile per il corpo. Un atto meccanico, senza nessun piacere.
Mi chiedo se un giovane capirebbe l'espressione "fare benzina".
Tanti modi di dire sono scomparsi, o li usiamo solo noi "vecchi".
Noi "di prima".
Il vino mi aiuta a scendere nel sonno, ad attraversare il confine oltre il quale nulla è certo, nulla è sicuro. Ma tutto il mondo che ho intorno ha attraversato quel confine tanto tempo fa. Così quando il sogno arriva, non saprei dire se è così diverso dalla realtà.
Comincia con un suono di tamburi lontani. E dei fuochi, distanti. Io sto volando, e questa, avrei detto un tempo, è una cosa irreale. Ma con Alessia ho volato, e quella era la realtà. O almeno credo.
I tamburi battono una cadenza lenta, ipnotica. I suoni si trasmettono come attraverso l'acqua. Ed è un'acqua nera quella su cui cammino. Mi viene incontro una figura, nera come l'acqua, che non lascia riflessi sullo specchio liquido ai suoi piedi.
Anche quando è a pochi passi da me non riesco a distinguere i lineamenti. Sembrano una superficie liquida, in continuo movimento. Riflessi cangianti scorrono sul suo volto liscio.
Hai mangiato, sussurra delicatamente una voce nel mio orecchio. Stai riposando. La ferita sta guarendo.
– Chi sei?
La figura non risponde. Alza due dita, le schiude, e tra le dita nasce una farfalla, che spicca il volo.
– Non ho più male, – sussurro, smarrito.
Il dolore veniva dalla paura. Tu non hai paura di me, adesso. Queste immagini, l'acqua, l'insetto dalle ali colorate, tutto questo viene dalla tua mente ed è piacevole, per te. Per questo non c'è dolore.
– Hai preso queste immagini dalla mia mente?
Non ho preso. Tu me le hai offerte.
– Anche… anche Alessia era solo un'immagine?
Il dolore ritorna, improvviso e imprevisto. Se è un sogno, allora perché la sensazione è così viva, così feroce?
La femmina Alessia non era nella tua mente. La femmina Alessia è stata presa dalla città. La città ha espresso lei come ha espresso le maschere, e il palazzo. Potrebbe esprimere anche l'acqua del grande canale, e un cielo azzurro, e altre cose ancora.
– Non capisco. Cosa vuol dire, esprimere? Cosa è stato reale, di quello che ho visto? Le gallerie sotterranee… i corpi appesi a mummificare… Era tutto illusione?
La figura scivola sull'acqua, allontanandosi da me. Non ha genitali visibili, e gambe e braccia sono lunghissime. Sembra pensare a lungo. Forse non trova le parole.
Poi fra me e la creatura si sviluppa un'immagine tridimensionale. L'isola quadrata, l'isola dei morti.
San Michele.
Il dito indice della strana creatura punta sull'isola. L'immagine si allarga, fino ad assorbirci dentro di essa. Ora siamo in piedi su un viale di ghiaia, un viale in mezzo alle tombe. La luce è calda di sole. Fra le siepi ronzano insetti. Il loro brusio sembra una canzone.
La creatura si fa strada tra le tombe. Sono sepolture antiche, coi nomi sbiaditi o cancellati del tutto dalle intemperie. La mano dalle dita esili sfiora una lapide, e a quel contatto le scritte riprendono colore, la pietra torna nuova. Spariscono il muschio, la patina grigia del tempo.
Questo che esprime la pietra è la non essenza del tempo.
– Non capisco.
Capirai, è la risposta che scivola nella mia mente come un sussurro.
Vieni da me e capirai.
La figura si allontana, lenta e solenne. Io non riesco a muovermi. Come se le gambe fossero paralizzate.
– Non andartene! Chi sei? Da dove vieni?
La figura si volta. Anche se il suo viso non ha lineamenti, sono sicuro che in questo momento, mentre mi guarda, sorride.
Vieni da me, padre John Daniels. Ma fai in fretta.
– Sono prigioniero. Questo è solo un sogno. Nella realtà sono prigioniero. Non posso venire da te.
Che cos'è la realtà? Che cos'è il sogno? Sei prigioniero di questa distinzione. Liberati da questa illusione e sarai davvero libero.
La sua mano deforme – almeno ai miei occhi – fa un gesto di taglio. Il cimitero di San Michele sparisce, e al suo posto ora c'è una cella antica. Un uomo anziano, dal respiro ansimante, giace su un pagliericcio, al buio.
Il Dio in cui credi liberò il suo apostolo Pietro dalla prigione.
Il vecchio si alza. Le catene cadono dai suoi polsi, dai piedi.
Il muro si disintegra davanti ai nostri occhi. Le pietre si svellono dal cemento, aprono una porta.
Le guardie all'uscita della cella sono profondamente addormentate.
Seguo, incredulo, il vecchio.
Fa freddo, qui fuori. Cade un nevischio che il vento spinge fin dentro i vestiti. I fiocchi tagliano come lamette…
Da quanto tempo non usi una lametta?, chiede la voce nella mia testa. Eppure la sua immagine è ancora dentro di te. La senti tagliente, e rigida, e fredda. Cosa distingue la lametta nella tua mente dalla lametta vera? Entrambe tagliano.
Il vecchio sparisce in una nuvola di pulviscolo gelato. Così il paesaggio intorno.
Mi trovo in piedi, fuori dalla basilica di San Marco.
Le mie impronte sembrano uscire dal muro.
Provo un impeto di rabbia dentro di me.
– Perché mi hai fatto questo? Se sei capace di liberarmi da una prigione, perché hai lasciato che mi prendessero? Ero così vicino all'isola! Perché mi hai fermato?
L'eco di una risata – la risata della città – mi risuona intorno.
– Aspetta! – grido, ingoiando la rabbia.
– Dimmi se hai un nome!
Il mio nome è Legione, sussurra la voce nella mia testa.
La voce del vento e della neve che taglia le strade e, nascondendo i miei passi, mi spinge nella notte verso la mia meta.