Radici del Cielo – Cap. 38

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Il dottor Livingstone, suppongo
Cerco di ricordare la mappa che Alessia mi ha fatto vedere, mentre mi guidava alla scoperta del suo regno sotterraneo.
I puntini rossi che marcavano un pozzo o una cisterna sotterranei sul foglio di quell'atlante erano decisamente più fitti al centro della città. In zone esterne come questa, invece, la concentrazione dei punti rossi era minore.
Ignorando se ci siano dei segni a marcare l'ingresso del vasto mondo sotterraneo, non posso fare altro che affidarmi all'istinto.
Cercando di fare meno rumore possibile attraverso il piano terra del palazzetto in cui mi sono introdotto. Niente a che vedere con il palazzo di Alessia. La poca luce che filtra dalle spaccature delle imposte rivela mobili dozzinali, senza pretese. L'odore di muffa e di salsedine è fortissimo.
Mi siedo in quello che dev'essere stato un salotto. Definirlo biblioteca mi sembra fuori luogo, anche se i libri ci sono. Ma non sono certo volumi rilegati in pelle, o codici miniati. Su uno scaffale dell'Ikea stanno allineati un centinaio di tascabili che l'umidità ha ridotto in fin di vita. Ne estraggo uno, o per meglio dire cerco di farlo. Il libro non esce da solo, ma incollato per la copertina a quelli che gli stanno accanto. Dopo averli staccati a forza, vedo che quello che ho scelto. È Il principe Caspian di Clive S. Lewis.
Ricordo di averlo letto, da ragazzo, dopo aver visto il film.
Non mi ha lasciato nulla nel cuore, e poco nella memoria. Il suo autore, curiosamente, ai miei tempi era diventato noto per una frase che probabilmente non aveva mai scritto o pronunciato.
Il dolore di oggi fa parte della felicità di ieri.
Lo diceva Anthony Hopkins, l'attore che interpretava Clive Lewis. Ma era una frase inventata dagli sceneggiatori.
Provo ad aprire le pagine, ma sono incollate.
Il libro è inutile.
Lo butto in un angolo. Una nuvola di polvere si solleva, cattura un raggio di sole. Per un attimo immagino di vedere in quel pulviscolo un volto umano, ma è solo un'illusione.
La polvere ricade.
E in quel momento capisco.
Non ci sono impronte, per terra, se non le mie.
In una casa abbandonata, normalmente ci sarebbero impronte di topi, o di uccelli.
Ci sarebbero ragnatele, negli angoli.
Invece questa casa è morta. Come tutta la città.
Nessun richiamo di animali, nessuno zampettare frettoloso nell'oscurità, come nelle gallerie di San Callisto. L'unico animale che ho visto qui, un gatto, è sparito attraverso il vetro.
La città è morta.
Questo è il regno delle illusioni. Non puoi fidarti dei tuoi sensi.
La neve sul fondo del Canal Grande era intatta, dopo il passaggio della folla in maschera che si recava alla festa.
E tutti gli specchi erano rotti, i frammenti di vetro spazzati via fino all'ultimo.
O è stata anche questa solo un'illusione?
Gli specchi erano rotti, ma l'unica volta in cui ho guardato Alberto di sguincio ho visto un teschio ghignante.
Mi chiedo cosa vedrei se guardassi il mio volto in uno specchio.
La barba incolta.
Gli occhi affossati in fondo alle orbite.
Non mangio da giorni. Aveva ragione, il Patriarca. Anche questo è un miracolo? Anche la febbre, allora? Anche la tosse che mi squassa i polmoni? Noi che abitiamo in caverne, noi che viviamo in un perenne inverno, siamo così abituati alle malattie polmonari da non farci più caso, tranne quando ci uccidono…
Ma è innegabile che da quando sono qui tossisco molto di più. Forse ho la febbre. La febbre spiegherebbe tutto.
Le visioni, questo delirio a occhi aperti.
La febbre…
Penso che potrei restare qui per sempre.
Appoggiato al muro.
Non sarebbe male.
La soluzione più facile.
Potrei fermarmi qui, e guardare la vita scorrere via da me come sabbia da una clessidra.
E poi? Dopo la morte, cosa mi accadrebbe?
Diventerei anch'io uno dei fantasmi che abitano questa città?
Tornerei a vedere Alessia, e gli altri?
Come si spiega, questa mezza vita…
O questa mezza morte…
Come si concilia con l'idea cristiana di Paradiso…?
O di Inferno…?
Mi addormento come se mi lasciassi scivolare giù in un'acqua profonda.
Mentre perdo coscienza, mentre mi svuoto nel nulla, mi pare che la polvere sussurri il mio nome, con una voce leggera come un fruscio…
Mi sveglia un rumore.
Dei passi, nella stanza accanto.
Non so quanto tempo è passato.
Un'ora? Un giorno?
Vorrei mi lasciassero in pace.
Voglio dormire.
Dormire…
La sensazione è quella di un alito fresco sulla guancia.
Non apro gli occhi.
È bello sentire il suo respiro sulla mia pelle. Non voglio aprire gli occhi. Non voglio vedere.
Ho l'impressione che dita piccole e magre mi sfiorino il collo, la barba.
Trattengo il fiato.
– Apri gli occhi, – sussurra Alessia.
– No.
– Apri gli occhi, John.
– Se li apro, tu sparirai. L'hai già fatto. È già successo.
– Se li apri, ti giuro che non sparirò. Aprili, John.
– No.
– Devi andartene. Subito. Stanno venendo a prenderti.
– Sto bene qui.
– Apri gli occhi.
Alessia ha gli occhi lucidi di pianto.
– Non devi arrenderti, John.
– Sono stanco.
– Guarda questa cartina.
– Io…
– Guardala!
Davanti agli occhi ho la cartina che ricordavo, quella dei pozzi e delle cisterne sotterranee di Venezia.
– Guardala! Devi guardarla!
Mi sforzo. Ma quei puntini rossi, e il grigio e l'azzurro della pagina, mi danno la nausea.
– Non devi arrenderti. Alzati. Non c'è tempo.
– Non ce la faccio ad alzarmi.
– Non posso aiutarti, John. Devi farlo da solo.
La guardo. Sembra così reale. Se allungassi la mano per toccarle il volto, cosa accadrebbe?
– Alzati, John.
Non so dove trovo la forza per farlo, ma lentamente, dolorosamente, centimetro dopo centimetro mi sposto, mi sollevo.
Mi sento come il mostro di Frankenstein in uno di quei vecchi film. Goffo, lento. Disarticolato. Uno zombie.
– Seguimi, John.
Cammino dietro di lei lungo un corridoio buio, eppure non inciampo, non barcollo. In qualche modo è come se una luce mi guidasse.
Alessia apre la porta esterna. Dà su una minuscola piazzetta, un campiello.
La luce grigia del giorno irrompe, assieme a un vento tagliente, che mi respinge indietro.
– Vieni, John!
Seguo la voce di Alessia, sagoma confusa nella tormenta di neve. Un'ombra più scura nell'ombra del giorno. La sciarpa mi cade dal volto, sventola dietro di me come una bandiera rossa.
BLAM!
Il primo colpo scortica un muro, a un palmo dalla mia gamba.
Schivo il secondo buttandomi in una calle laterale.
Una pioggia di schegge mi graffia il viso.
Il terzo colpo mi raggiunge al braccio, appena sotto la spalla.
È come un calcio, terribile. Mi mozza il fiato.
Il sangue imbratta la neve.
Il braccio destro è semiparalizzato.
Fa male. Un male cane.
I polmoni mi scoppiano.
Vorrei stendermi a terra e morire.
Ma non posso. La salvezza è così vicina...
Cercando di sovrapporre l'immagine mentale della carta alla realtà corro verso la fine della calle, e poi a destra. So che è sbagliato, che sto tornando verso l'imbarcadero crollato delle Fondamenta Nuove, e che una volta lì non avrò modo di nascondermi. Ma ormai ho realizzato che questo isolato è chiuso su quattro lati da canali, che non avrei il tempo di attraversare.
Così continuo a correre, tamponandomi la ferita con la mano.
Alessia non c'è più. È sparita.
Qualcuno fischia, cinquanta metri dietro di me. Se la calle fosse dritta mi avrebbe già visto.
Sbuco in un altro campiello, ancora più piccolo.
Di colpo mi torna in mente la mappa. Mi appare davanti agli occhi, come se fosse lì.
Cerco, in alto, il nome della piazzetta.
E poi i miei occhi scendono al livello della strada.
Eccola!
Una pietra con sette fori.
È pesante. Si farebbe fatica a sollevarla anche con due mani, figurarsi con una...
È finita.
La salvezza è così vicina, ma è finita.
Ansimando, mi appoggio alla vera del pozzo al centro del campiello.
Guardo giù.
C'è una sola cosa da fare.
I passi dei cacciatori risuonano come colpi battuti su un tamburo prima di un'esecuzione.
Sono tre.
I loro richiami sono più forti del sibilo del vento che sferza i muri antichi.
Non fanno niente per nascondersi.
Sono veloci, determinati. Sicuri di sé.
Nascosto in fondo al pozzo li sento avvicinarsi sempre più.
Mi stringo alla parete umida e gelida, cercando di rendermi invisibile. Non guardo verso l'alto, dove la luce più chiara del crepuscolo disegna il cerchio irregolare dell'imboccatura del pozzo. Senza bisogno di vederlo, so che il nevischio sollevato dal vento è come un lenzuolo grigio. So che nasconde le nuvole di un grigio diverso che incombono sulla città morta. Lo so senza bisogno di alzare la testa.
C'era una probabilità su tre che il pozzo fosse cieco, non collegato alla rete di cunicoli della città.
Una possibilità su tre. Ed io l'ho centrata.
Non c'è modo di uscire, da questo buco.
Mi appoggio al muro di mattoni come da bambino mi rannicchiavo tra le coperte, per paura dei mostri.
E adesso i mostri mi danno la caccia.
E non c'è più mio padre, a cacciarli via accendendo la luce. O l'abbraccio di mia madre, in cui rifugiarmi.
La ferita pulsa. Ma per ora è come se il dolore fosse lontano. Come se il mio braccio fosse diventato lungo cinque metri. La pallottola è entrata e uscita, lasciando un foro netto. L'ho tamponato con uno straccio, fermando come potevo il flusso del sangue.
Mi sento debole come un agnellino.
Tutte le volte che ho immaginato questo momento non mi hanno preparato alla realtà. Non mi aspettavo che potesse finire così, in fondo a un pozzo senza uscita, in una città popolata da incubi e fantasmi.
Mi tornano in mente mille ricordi sconnessi, schegge di uno specchio infranto.
I passi sono a pochi metri dal pozzo. Presto i miei inseguitori si affacceranno, guardando in basso.
Chiudo gli occhi.
Non mi aspetto di riaprirli.
Un lampo bianco squarcia il buio.
Un altro.
Due torce elettriche frugano l'oscurità.
– Capitano, è qui! – grida una voce, alterata dal filtro della maschera antigas.
Passi calmi, metodici, si avvicinano alla vera del pozzo.
Anche attraverso il filtro, la voce di Durand è chiaramente riconoscibile.
– Il dottor Livingstone, suppongo. Come hai fatto a finire laggiù?
– Ci sono dei supporti metallici…
– Allora usali per risalire, per favore. Sei disarmato?
Faccio segno di sì con la testa.
– Sei disarmato, John? – chiede di nuovo, con una voce decisamente meno paziente.
– Sì, – grido.
– Allora vieni su. Dai, che voglio vederti.