Radici del Cielo – Cap. 37

37
Quello che rimane
L'impatto non c'è.
Non c'è.
Mi aspettavo di morire.
Di spezzarmi, di ridurmi in poltiglia.
Invece riapro gli occhi e vedo un vecchio pavimento a listoni di legno.
Con fatica riesco a mettere a fuoco le cose. La lunga fuga ondulata dei listoni. L'angolo sbrindellato di una tenda lercia, che forse un tempo era bianca ed ora è grigia.
Una luce diafana illumina un batuffolo di polvere, a una spanna dal mio naso.
Un alito di vento muove il batuffolo, facendolo rotolare verso il muro.
Il pavimento è gelato.
Sono disteso nella stessa posizione in cui ero quando ho avuto la visione del tunnel.
Ma intorno a me non c'è più la festa, ed è giorno, non notte.
Con uno sforzo che mi strappa note di dolore da tutto il corpo mi giro sulla schiena.
Sopra di me, come un cielo cupo e dorato, incombono i dipinti e le decorazioni del soffitto.
Respiro a fondo.
Respirare mi fa male ai polmoni.
Il mio corpo è debole, fiacco. Provo ad alzarmi, puntando sugli avambracci, e poi sui gomiti. Riesco a rimettermi a sedere, e poi a tirarmi in piedi. La testa mi gira.
Dove sono andati tutti quanti?
Mi guardo intorno, sconvolto. Della festa di stanotte non è rimasta traccia. Come se non fosse mai avvenuta. Come se tutto fosse stato solo un sogno. Dove sono i lampadari sfavillanti? Le lunghe tavole imbandite di cibo?
Mi aggiro trascinando i piedi nella polvere.
Ed è in quel momento, abbassando lo sguardo, che capisco.
La polvere copre tutto il parquet.
Solo le mie impronte spezzano l'uniforme coltre grigia. E non sono le impronte di uno che danza. I passi che le hanno lasciate sono quelli di un uomo stanco, che si è trascinato dall'ingresso al centro della stanza, dove poi è caduto.
Sono i miei passi.
Solo i miei.
L'immensa sala è semibuia. La poca luce viene dalle porte.
Il grande dipinto sulla parete di fondo è quasi invisibile: una massa confusa di forme. Mi avvicino, strascicando il piede destro. I pantaloni mimetici sono strappati all'altezza del ginocchio, neri di un liquido che si è rappreso, e che probabilmente è il mio sangue.
Mi passo una mano sulla guancia, e la trovo ruvida di barba. Le dita sulla pelle incontrano cicatrici aperte, piccole pustole, croste di sangue rappreso.
Vorrei avere uno specchio. Ma in questa città gli specchi sono banditi.
Continuo a muovermi verso il dipinto.
Quindi ho sognato tutto: il ballo, la musica, il Patriarca.
Alessia.
Ma se è così, da quando sto sognando? Forse già dal momento in cui Alessia mi ha liberato dalla cella di quell'assurda cattedrale su ruote. O meglio, dal momento in cui mi è sembrato che tutto ciò accadesse…
Sono a meno di sei passi dalla parete quando mi rendo definitivamente conto che il quadro è intatto. Intatto, cioè, per quanto può esserlo un quadro abbandonato al freddo e all'umido per tutto questo tempo. Ma non ci sono tagli. I personaggi non sono stati mutilati.
Lentamente il dolore e la stanchezza tornano a riempirmi come un'acqua fredda riempie un vaso.
Un vaso rotto, incrinato dappertutto.
Non mi serve uno specchio per capire che sto morendo.
Ho disceso la scala monumentale che porta al cortile interno del palazzo.
Scala dei Giganti, la definisce un cartello giallo, arrugginito sui bordi.
Il cortile di Palazzo Ducale è una rovina. Rotoli di filo spinato rosso di ruggine, protezioni mezze crollate di sacchetti di sabbia…
E il biancore delle ossa, più candide della neve.
Ieri notte avevo avuto l'illusione che la città fosse libera dalla neve. Non è così. Era solo un sogno, una finzione. La neve fresca arriva alle ginocchia, e sotto la neve c'è uno strato di ghiaccio che dev'essere alto almeno un metro.
Anche i vestiti che avevo addosso… che credevo di avere addosso…
Sfioro sgomento la tela ruvida della mia tuta mimetica.
Scuoto la testa.
Ho freddo.
Raccolgo da terra un poncho di tela cerata, più o meno integro. La neve ha reso rigida la stoffa, e muovendola ho paura che si spezzi.
Ma rimane intera.
La indosso.
Raccolgo anche una maschera antigas.
Sto per mettermela, quando dal filtro esce una morchia nera.
Lascio cadere la maschera, con una smorfia di disgusto. Attraverso l'androne che porta fuori dal cortile.
Il cielo del mattino è gravido di neve. Nuvole scure, gonfie come mammelle, ma di un animale morto. Non c'è nessun riflettore, sulla torre dell'orologio. E le statue sulle due colonne che chiudono la piazza sono quelle di sempre: il leone alato su una, San Giorgio e il drago sull'altra. Resto a fissarle a lungo, cercando di capire come i miei sensi possano essersi sbagliati.
La piazza sembra una spiaggia cosparsa di relitti. Immagino che la gente, non sapendo dove andare, si sia radunata qui per tentare di salvarsi.
O per morire.
La neve alta, misericordiosamente, nasconde i resti umani. Ma quel che appare di un passeggino per bambini, e più in là uno zaino di stoffa marcia con un ciondolo di Hello Kitty, suggerisce storie che non voglio sentire.
Volto le spalle al mare, o meglio, a dove un tempo c'era il mare. Con un sospiro, tra gli scricchiolii di protesta delle mie ginocchia, m'incammino verso il centro della città, addentrandomi nel dedalo di calli chiuse tra i mattoni delle case come arterie di un corpo senza sangue.
Fa impressione camminare per queste viuzze strette su ogni lato dai muri delle case. Senza la folla di turisti che doveva animarle, fanno paura. Le finestre sembrano occhiaie morte. Il silenzio rende ogni fruscio, ogni scricchiolio agghiaccianti. Mi trovo spesso a voltarmi, col cuore in gola, per quella che sembra l'eco di passi felpati alle mie spalle. E ogni porta spalancata su un interno buio mi fa trattenere il respiro.
Non avendo più la mia maschera antigas, ho improvvisato un ridicolo filtro avvolgendomi intorno alla bocca più volte una sciarpa di seta che ho preso dalla vetrina rotta di un negozio di Gucci. Anche qui gli specchi erano in frantumi. Sembra che Venezia, dopo la Tribolazione, sia finita in mano a dei furiosi distruttori di specchi, che hanno portato la loro crociata sino a estremi incredibili. Qualsiasi superficie che possa riflettere un'immagine è stata presa di mira, con un metodo e una determinazione incomprensibili.
Mi sembra di sentire la voce di Bune che chiede Ma non avevano altro da fare?
In un mondo in cui sopravvivere giorno dopo giorno è il lavoro più duro, che senso ha andare in giro a spaccare specchi?
Ma se è per questo, che senso ha andarsene in giro come sto facendo io? Eppure continuo a camminare, in una direzione che non so perché ho preso, se non perché in qualche modo è lì che una forza misteriosa mi attira, come un richiamo.
So dove si trova l'isola misteriosa, l'isola quadrata.
Quella che ho visto nel sogno, nella visione, o quello che era.
Non è lontana da qui.
Ma per arrivarci dovrò attraversare la città, da sud a nord. Per fortuna è un percorso molto più corto di quello che richiederebbe attraversarla da est a ovest.
Venezia ha una forma che ricorda un pesce. Cerco di visualizzarla come l'ho vista su una mappa, giù nelle Catacombe di San Callisto.
Sforzando la memoria ci riesco. Ed eccola lì, quell'isola quadrata. A metà strada tra la città e l'isola di Murano. Riconoscibile a prima vista per la sua forma quasi esattamente geometrica.
È l'isola di san Michele.
È il cimitero di Venezia. L'isola in cui tutti i morti della città vengono sepolti dal 1807, quando entrarono in vigore gli editti napoleonici che vietavano di seppellire i defunti all'interno della città. In origine erano due isolotti, uniti per creare uno spazio adatto ai bisogni della popolazione. C'erano dei progetti per ampliarla, ma dubito che la cosa sia avvenuta, dopo la Tribolazione…
Vorrei avere più chiaro in mente il modo di arrivarci, e anche la sua conformazione esatta.
Per fortuna, durante una delle frequenti soste che devo fare per riprendere fiato, vedo qualcosa di inaspettato.
Tutte le porte e le vetrine dei negozi saccheggiati che ho incrociato sinora erano distrutte. E questa non fa eccezione.
Ma è quello che scorgo all'interno, a farmi ridere di gioia.
Nella penombra spicca una colonnina girevole, carica di cartoline e carte, e mappe della città. Probabilmente i saccheggiatori non l'hanno ritenuta degna d'attenzione.
Oltrepasso la soglia. I miei piedi schiacciano la colonna vertebrale di uno scheletro, spezzandola.
Ce ne sono due, caduti di traverso poco oltre l'entrata. Uno dei due, uomo o donna che fosse, ha un foro di pallottola in fronte, e il retro del cranio sfondato dall'uscita del proiettile. Il terzo scheletro è dietro il bancone della cartoleria. In mezzo alle ossa c'è un fucile a canne mozze. Lo raccolgo. È incrostato di ruggine. Le pallottole sono marcite come gran parte delle merci. È più utile il coltello che trovo spostando la giacca di uno dei morti all'ingresso. Lo infilo in tasca. L'altro scheletro, di corporatura più esile, sembra disarmato. O, almeno, non gli trovo niente addosso. Sotto le ossa dell'uomo dietro al bancone c'è un portafoglio, ma non ho nessuna voglia di raccoglierlo, e tantomeno di aprirlo, dato che sembra diventato un blocco unico di marciume. Sarebbe stato più interessante sapere qualcosa sull'identità dei saccheggiatori. Ma non hanno portafogli. E comunque ho cose più importanti da fare.
Zoppicando, raggiungo la rastrelliera. Con le dita che tremano raccolgo la mappa più in alto. È ingiallita, umida, ma riesco ad aprirla, ed eccola lì, l'isola, ed ecco le calli che devo percorrere per raggiungerla. Non manca molto. Ho fatto più strada di quanto pensassi. E malgrado mi sia mosso alla cieca, la via che ho seguito è praticamente lineare. Come se qualcosa mi avesse guidato fin qui.
Scoppio a ridere.
Devo essere impazzito.
Ho vissuto questi ultimi giorni nel terrore delle creature dell'esterno, e ora mi sento felice all'idea di essere guidato da una di loro. Di andare, addirittura, da una di loro, di mia volontà.
Ma è davvero così?
Davvero esiste qualcosa come una volontà, quando sei preda di seduzioni e magie che cambiano la realtà sotto gli occhi, che trasformano una città morta in una festa sgargiante? Sotto il loggiato del Palazzo Ducale ho visto quella che alla luce dei grandi lampadari della notte mi era sembrata una tavola generosamente imbandita. La luce del mattino ha rivelato invece un mucchio d'assi marce, con chiodi arrugginiti che sembravano uscire dal legno per mordere. In un angolo del mucchio, il minuscolo teschio di un topo mi fissava con le sue orbite vuote.
Una natura morta che irrideva la mia ingenuità.
Eppure l'illusione era così perfetta…
Raccolgo quante più cartine posso. È una cosa stupida, lo so, ma non posso farne a meno. È una cosa del passato che mi dà sicurezza. È come se stringessi in mano un frammento di un tempo più solido, più stabile. Un pezzo del mondo quando ancora esistevano la speranza, la gioia, il futuro. Quanto fragile era quel mondo. Si reggeva su equilibri più delicati di questa tela di ragno. Una tela antica. Basta il mio alito, anche filtrato dalla sciarpa, per ridurla in polvere.
Chissà da quanto tempo è morto, il ragno che l'ha tessuta.
Sarà morto prima l'ultimo ragno o l'ultima mosca?, mi chiedo, ridendo dentro di me per la stupidità della domanda.
Come se avesse importanza.
Smetto di ridere. Smetto di colpo.
Tempo di rimettersi in moto.
È solo dopo che sono uscito, dopo che trascinandomi nella neve ho messo un po' di distanza dalla cartoleria devastata, è solo allora che penso a come ho guardato i tre corpi per terra. Con quanta indifferenza li ho trattati. Sarebbe stato mio dovere impartire loro l'estrema unzione, o comunque pronunciare qualche parola. Invece li ho trattati alla stregua del teschio del topo. Indifferente al fatto che erano stati esseri umani.
Questa città mi sta cambiando.
Non è stato il viaggio.
È questa città.
Qualcosa, tra gli edifici antichi e deserti, mi mette in discussione dal profondo, rovescia la mia fede come un guanto. Fino a che mi sono mosso freneticamente, passando da una scoperta all'altra, sono stato come uno di quei personaggi degli antichi cartoni animati…
Di colpo mi torna in mente Alessia, come l'ho vista dopo essermi svegliato. Quando ho creduto di vedere un gatto, accanto a me. Dopo che nel sonno, senza rendermene conto, avevo parlato di Bugs Bunny, e del Coyote. O almeno è questo che lei mi aveva detto. Che avevo parlato nel sonno.
Ma come fai a distinguere ciò che hai sognato e quello che hai vissuto davvero? Quello che hai detto e quello che hai solo pensato?
– Perché ti è venuto in mente il coniglio dei cartoni animati? – chiede una voce, al mio fianco.
La voce di Alessia.
Non oso voltare la testa, per paura di scoprire che non c'è nessuno, al mio fianco.
O per paura di scoperte peggiori.
Preferisco fidarmi di quello che sento, la voce giovane e tranquilla che sussurra la sua domanda così vicino al mio orecchio.
Continuo a camminare. Due passi, tre, prima di risponderle.
– Pensavo al viaggio da Roma a qui. Stavo pensando che è stato come quando qualche personaggio dei cartoni animati cammina nel vuoto, e solo quando gli fanno notare che sotto i suoi piedi non c'è nulla precipita giù.
– Ho capito. Ma cosa c'entra il vuoto?
Mi sembra di vederla alzare le spalle.
Scuotere la testa.
La tentazione di voltarsi è forte.
Con la mente immagino il suo volto, i capelli. Come se la ricostruissi a memoria.
– Il vuoto è questa città, – le rispondo. – O meglio, è il vuoto che questa città mi ha scavato dentro. Prima di arrivare qui ero un sacerdote, avevo una missione, credevo in una cosa chiamata realtà…
– Che strano. Mi sarei aspettata di sentirti dire che credevi in Dio, non nella realtà.
– In Dio credo ancora. Più che mai.
– Perché hai bisogno di credere?
– No. Tutt'altro. Credo in Dio perché in questa città ho conosciuto un potere che supera ogni immaginazione. E so che questo potere non è nulla rispetto a quello del mio Signore. Ho ancora lui. Di tutto il resto, non mi rimane più nulla.
– Ti rimane il mondo. Hai visto quanto può essere bello.
– Oh, sì. Come no. Bello come un sogno da ubriaco.
– Non è un sogno.
– Qualunque cosa sia, vi ho rinunciato. Confido nel mio Dio, che non mi abbandonerà. Tutto il resto non conta.
– Neanch'io? – sussurra Alessia, con una nota di infinita tristezza nella voce.
Mi volto di scatto, con rabbia.
Non c'è nessuno accanto a me.
La neve mostra solo le mie impronte.
Cammino lungo stradine chiamate calli, dai nomi incredibili.
Salizzada San Canziano.
Calle del Fumo.
Calle Larga dei Botteri.
Calle della Vida…
Un tempo queste strade strette e chiuse erano gremite di gente fino a scoppiare. Turisti da tutto il mondo calpestavano queste pietre antiche, sfioravano con le dita o con i loro abiti questi muri. Il vociare e la musica erano un tappeto sonoro che si legava all'aria ricca di aromi, e anche di odori meno piacevoli, ma che comunque erano l'alito vivace della città.
La vita era fatta di questo.
Ora che la città è morta, tutto quello spreco di vita fa rabbia. Niente è rimasto, niente. Il silenzio, il vuoto, il freddo: questo è ciò che rimane. Nulla di umano se non le nostre ossa, le macerie dei nostri giorni perduti, e un prete pazzo che si trascina per strade che non conosce, puntando a nord, verso l'isola dei morti. Il vento mi preme le spalle, spingendomi avanti.
Il freddo mi ha incrostato gli occhi. Le lacrime – di fatica, di rabbia – si raggrumano in nodi dolorosi. Non posso chiuderli, e non posso tenerli aperti. Un supplizio dantesco.
Minuscoli aghi di ghiaccio penetrano attraverso la sciarpa, pungendomi guance e labbra.
Ogni passo mi costa più fatica di quello precedente.
Sento le forze mancarmi, il calore che ho dentro spegnersi.
Proprio quando ho la sensazione di non potercela fare più, di non riuscire a sottrarmi a quel labirinto, esco ansimando da Calle della Vida e mi trovo di fronte lo spettacolo incredibile di due isole diventate due grandi fortezze di terra. La cartina mi dice che quella più lontana, col campanile crollato, è Murano. Quella più vicina, che incombe a poche centinaia di metri da me, è l'isola di San Michele.
Il cimitero di Venezia.
Cado in ginocchio. Le mie labbra balbettano parole sconnesse.
– Suvvia, padre. Addirittura inginocchiarsi…
Spalanco la bocca per lo stupore.
Poi capisco che dev'essere un'altra illusione. Un altro dei miracoli crudeli di questa città.
Un altro inganno.
Studio il molo di legno a cui attraccavano i traghetti. È in parte crollato, ma dovrebbe consentirmi abbastanza agevolmente di scendere fino a quello che era il fondo della laguna. Da lì non dovrei fare troppa fatica per raggiungere l'isola. L'importante è riuscire a scendere fino a lì.
– Padre, ma non mi ascolta?
Mi volto, per cancellare quell'illusione.
La faccia di David Gottschalk è una maschera di pustole e cicatrici. Un occhio è andato, l'altro è semichiuso tra le palpebre gonfie.
Scuoto la testa, incredulo.
Il pugno dell'energumeno, per quanto debole e mal diretto, mi prende in piena faccia, facendomi crollare lungo disteso.
Gottschalk si china su di me, mi strattona per le spalle.
– Ehi, prete, vedi di non morire. Non morire, eh? E poi dobbiamo fare un patto, noi due: che l'ultimo a tirare le cuoia deve assolvere l'altro dai suoi peccati. Non voglio mica girare per il Purgatorio, no? Dopo tutto il lavoro che ho fatto per il Regno di Dio mi aspetto un viaggio in limousine, con stereo e vetri fumé e tutto. Oh, sì, perché quantunque uno viaggi nella valle dell'ombra della morte, l'importante è viaggiarci con stile, no?
Il suo alito è terribile: un misto di carne cruda e putredine.
Quando mi carica sulle spalle come un animale morto, la pelle della sua guancia scoppia al contatto con la mia giacca, sprigionando un odore mefitico. Ho visto zombie, nei film, che avevano un aspetto più sano del predicatore pazzo.
Tenendomi sulla spalla, il folle comincia a muoversi lungo la banchina crollata, scendendo verso il fondo secco della laguna come su una rampa.
– Quanta fatica ho fatto per trovarti. Ho battuto questa città strada per strada. Beh, non proprio strada per strada, okay, altrimenti avrei visto le tue impronte. È che pensavo di trovarti in centro, e non quassù in culo al mondo. Poi, dopo che ho girato tutto quel tempo a vuoto, ho pensato che forse era il caso di battere le chiese, le basiliche, e tutto il resto. E un'ora fa, bingo, ho trovato le tue impronte e le ho seguite fin qui. Volevo farti una sorpresa e ci sono riuscito, eh? Sei contento di vedermi, eh?
Chiudo e riapro più volte gli occhi, sperando che la visione scompaia. Che Gottschalk torni all'inferno da cui è uscito.
– Oh, d'accordo: abbiamo avuto le nostre divergenze. I nostri punti d'attrito. Ma adesso che siamo qui, direi che è il caso di darci una mano a vicenda, se vogliamo compiere la nostra missione.
– La… nostra…?
– Ma certo. Cosa credi, che io sia stupido? Pensi che non sappia cos'era quello che tenevate nascosto nel vostro gippone?
Gottschalk fa un gesto ironico, piegando tre volte indice e medio delle due mani.
– Pensi che non abbia capito con cosa la tua chiesa vuole esorcizzare il diavolo nero?
– Non so di cosa stai parlando.
– E dai! Guarda che ho letto il diario del tuo amico russo.
– Me l'hai rubato tu!
– Rubato è una brutta parola. Diciamo che è così raro poter leggere un lavoro originale, di questi tempi, che la scoperta del diario di Maksim è stata un raggio di luce nel grigiore di questa vita dedicata al servizio di Dio… E quella radio, poi! Straordinaria!
Gottschalk si gratta il collo. Una pustola scoppia, facendo uscire un rivolo di una sostanza calda e appiccicosa, che mi scivola sul collo.
Il pus ha un odore ributtante.
– Scusa. Immagino che come tutti i preti tu sia un tipo schizzinoso. Certo non siete più quelli di un tempo. Quelli delle crociate e dei roghi.
Vorrei poter svenire. Addormentarmi e non sentire più questa voce melliflua, rovinata dall'aria gelida e forse dal bere, perché tra le infinite varietà di odori che compongono quell'alito devastante c'è l'alcool, e si sente.
Giunto a metà della rampa sbilenca, Gottschalk apre le braccia, bilanciandosi come un equilibrista.
Guardo le assi del vecchio pontile piegarsi pericolosamente sotto il nostro peso. Ma reggono, anche se scricchiolando come in agonia. Alla fine l'orco riesce a posare i piedi sul terreno solido che un tempo era il fondo di una laguna. Il ghiaccio scricchiola sotto i suoi stivali. Mi scarica sulla neve come un sacco.
– Ecco fatto. Vedi, uomo di poca fede?
Si toglie dalla tasca del parka lercio una corda da alpinismo e un coltello. Canticchiando, con un pezzo di corda mi lega le mani, facendo un nodo stretto. Poi con il tratto più lungo della corda fa un nodo scorsoio e mi lega i piedi.
– Non posso portarti in spalla. Ti faccio viaggiare in slitta. Anzi, ti faccio diventare una slitta.
Prima che possa replicare, si mette a tracolla la corda e comincia a trascinarmi via, sulla neve fresca. Lo strato di ghiaccio che c'è sotto lo aiuta, perché fa quasi da scivolo.
– Ti ho cercato tanto, sai? Volevo parlarti. Solo parlarti, giuro. Sei una persona interessante. L'ho capito subito. Mi dispiace che ci siano stati dei fraintendimenti. Tu e io siamo fatti della stessa pasta, sai? Siamo uomini di Dio…
Per distrarre la mente dalle chiacchiere insensate di Gottschalk cerco di capire dove mi sta portando. Per un po' ho sperato che stesse puntando verso l'isola dei morti. Invece ha piegato a destra, seguendo la linea delle case. E intanto non la smette di cianciare.
– …li hai visti anche tu. I morti, voglio dire. Le voci, la gente in maschera. Non li vedi mai chiaramente ma ci sono. Non sono pazzo. Li ho visti, li ho sentiti. Sono anime in pena, e il loro signore e padrone è un demone. Anche lui l'ho visto. Sono tutto intorno a te. Sei tu che li attiri. È te che vogliono. Ma io sono più furbo di loro. Ora che ho te, ho in pugno anche loro. Se ti vogliono, dovranno venire da me. E io li aspetto. Non ho paura dei demoni. Ne ho esorcizzati tanti. Col ferro e con l'acqua. E col fuoco, ovviamente. Ho il rimedio giusto per loro…
La sua voce è stanca, ansimante per lo sforzo di trascinarmi e per il male che lo divora da dentro.
– Questa città è piena di visioni. È come il deserto dove il diavolo tentò Nostro Signore. Non devi ascoltare le voci. Non devi credere ai miraggi. La verità…
Non completa la frase. Continua a trascinarmi sulla neve.
– Dove mi porti? Dove mi stai portando?
Gottschalk non risponde.
La neve s'infila negli abiti, mi gela la schiena. Sassi, schegge di vetro e altri oggetti invisibili sotto la coltre bianca mi graffiano, feriscono. L'uomo che mi ha catturato non può non accorgersene, ma continua imperterrito a trascinarmi come se fossi un sacco, un tronco, qualcosa di morto. Se avessi ancora un po' d'energia in corpo cercherei di liberarmi. Ma anche già solo respirare è un'impresa.
Dopo un po', Gottschalk mi parla.
– Grazie per il regalo. Il più bel regalo che abbia mai ricevuto in vita mia. Avresti dovuto leggerlo, il diario del tuo amico. È una cosa che ti apre la mente. Sai quanto più avanti di noi erano i russi, in certe cose? Beh, il tuo amico era il più avanti di tutti. Mi meraviglio che dopo il default dell'Unione Sovietica non l'abbiano fatto fuori. O che non sia diventato il numero uno dell'ufficio ricerche e sviluppo di qualche grossa multinazionale...
Di chi stai parlando?, vorrei chiedergli. Di Maksim? Ma andiamo!
– …ma immagino sia andato a Roma per trovare rifugio sotto le ali della Chiesa. Di solito i russi chiedevano asilo politico agli Stati Uniti. Ma il tuo amico si è rifugiato in Vaticano. Di', da come ti scrive sembra che voi due siate amiconi. E in tutto questo tempo non hai mai saputo chi era, o a cosa stava lavorando?
– Non so niente.
– Ti dico che quell'uomo mi ha aperto la mente. È un genio. Ma lo sai cosa c'è, in quel diario?
– Non l'ho letto.
– Lo so. Se l'avessi letto si vedrebbe. Nessuno può leggerlo e restare normale. In quel diario c'è tutto. Tutto. Una spiegazione di quello che è successo… I mostri… Quelle creature infernali…
Mi chiedo come possa parlare di mostri, un individuo come David Gottschalk.
– C'è tutto, lì dentro. Compreso il modo di fermarli, quei mostri. Ma non è tutto! No, che non è tutto! La tua radio… La radio che ti ho preso assieme al diario, giù a Urbino… Quella radio di merda, che sembrava uno scherzo fatto da un bambino… Beh, di punto in bianco, prima che arrivassimo a Rimini, la tua radio ha cominciato a ricevere un segnale. Si è accesa una luce, e una voce si è messa a parlare. A chiedere di te. Distorta, ma si riusciva a capire. È da vent'anni che non sento una radio. È stato uno shock. Sul momento ho pensato a un'interferenza, ma la voce mi ha detto che trasmetteva da un posto chiamato Nuovo Vaticano. E allora, bingo, ho capito che era tutto vero. Quello che mi avevi raccontato, insomma. Da dove venivi, e tutto il resto. Io e Maksim siamo diventati amiconi. Gli ho detto che stai male, il che è anche abbastanza vero, no? E che appena ti sarai rimesso lo chiamerai. Poi ho spento la radio, con la scusa delle batterie. E mi sono dedicato alla tua ricerca…
– Perché? – ansimo.
– Perché tu sei il mio lasciapassare per la salvezza. E forse anche per qualcosa di più grande. Sarai tu a farmi entrare nel tuo Nuovo Vaticano, e con tutti gli onori. Quando avremo sbarazzato il mondo del demonio, nessuna ricompensa sembrerà eccessiva. Magari potrei persino far carriera, che dici? Predicare so predicare, e la presenza fisica non mi manca…
Ascoltare simili buffonate mi dà la nausea.
Ma ovviamente non mi conviene reagire.
– Perché non mi liberi, allora? Se dobbiamo essere amici, perché non mi liberi?
Il gigante fa altri tre passi. Poi si ferma di botto, mollando la corda con cui mi trascina.
Si volta verso di me. Lo spettacolo del suo volto è terribile.
– Hai ragione. Ma certo. Se siamo amici, devo trattarti meglio. Eccomi, eccomi.
Toglie dalla fondina un coltellaccio lungo e largo, dall'aria micidiale. Si avvicina con un sorriso ebete. Poi si china accanto a me, e con due colpi decisi mi libera le mani, e poi i piedi.
Mi tiro faticosamente a sedere, massaggiandomi i polsi per ripristinare la circolazione.
– Purtroppo la testa non mi funziona più bene, – si scusa. – Maledetta aria di merda! È peggio della kriptonite. Di', vuoi dell'acqua?
Gottschalk sgancia dalla cintura una borraccia metallica.
La svita, me la porge.
– Tieni. È buona. La faccio sciogliendo la neve.
Guardo la borraccia con una smorfia di disgusto.
– Bevi!
Non mi resta altro da fare che obbedirgli.
Mandando giù un cauto sorso cerco di non pensare ai rischi che corro bevendo quell'acqua tutt'altro che pura.
– Bene, – fa lui, scuotendola. – Bravo. Bere è importante. E mangiare, hai mangiato? Hai fame?
Faccio segno di no con la testa.
– Non dire bugie. Si vede, che non hai mangiato. Tieni, dai.
Si toglie dalla tasca del parka alcune strisce di un qualcosa color rosso mattone.
– Assaggia, dai. È buono. È pieno di energia.
Infilo in bocca la striscia, impolverata e sporca.
– Mastica bene…
Da quanto tempo nessuno mi faceva un'osservazione così? Quando riesco a strappare dalla striscia una porzione abbastanza grossa per sentirne il sapore, è come se mi fossi cacciato in bocca il passato. Mordendola, a occhi chiusi, assaporo le stagioni andate, la pioggia, il sole, il vento caldo sulla pelle.
Poi di colpo realizzo cos'ho in bocca.
Cosa sto masticando.
Sputo il boccone.
Gottschalk scoppia a ridere.
– Cos'hai, contro la comunione della carne? Ricordi la ragazza cieca?
– Comunione…?
– Ricordi la ragazza cieca? Quella che ti ha aiutato a uscire dalla mia cattedrale? Beh, quella che hai appena sputato era lei.
Per un attimo l'enormità di quello che ha detto si rifiuta di filtrare nella mia coscienza.
Poi non posso più fingere di non capire.
Gottschalk ride.
– Avrei mangiato anche la vostra dottoressa! Quella sì che dev'essere stata tenera!
Ruggendo, mi scaglio verso il mostro con tutta la forza che ho. Cioè molto poca. Col pugno più forte che posso dare riesco appena a fargli perdere per un attimo l'equilibrio. Poi, con una risata, il predicatore pazzo mi assesta una sberla che mi fa cadere a terra.
È quella sberla a salvarmi.
Sento un sibilo passarmi accanto, e poi uno schiocco quando la pallottola colpisce la neve. Lo sparo arriva, stranamente, dopo.
Io e Gottschalk ci guardiamo attorno.
Un riflesso metallico balugina su una torre campanaria.
Un altro sparo.
La spalla di Gottschalk sobbalza, l'uomo rotola su se stesso e piomba su di me. Poi si rialza a quattro zampe, ululando per il dolore, si raddrizza e fugge, puntando, con movimenti a zig zag per ingannare il cecchino, verso l'isola di San Michele.
Il canale lungo il quale si svolgeva il servizio dei vaporetti è più profondo di almeno due metri rispetto al resto della laguna. È come una lunga trincea che collega Venezia alla sua isola-cimitero. Gottschalk, che non è uno stupido, si sposta in direzione di quel canale asciutto.
Un altro colpo solleva uno spruzzo di neve accanto alla mia guancia. Mi rialzo anch'io, ma quando mi metto a correre è nella direzione opposta, verso la terraferma.
Non so cosa mi abbia guidato, in questa scelta. Se è stato l'istinto, dev'essere un istinto atavico, da cacciatore primitivo. Correre così vuol dire costringere il cecchino invisibile a una scelta. Moltiplicare i bersagli.
Corro a zig zag, come ho visto fare a Gottschalk. Anche questo aumenta le mie possibilità.
La meta è così vicina: un canale a secco, che un'infilata di case scherma dal punto di tiro. Ancora poche decine di passi e non potrà più colpirmi.
Se solo riuscissi a non morire prima…
Le ossa mi fanno male, una sinfonia di dolori, il respiro taglia come se invece d'aria mandassi giù nei polmoni lamette di rasoio. Il rombo del sangue nelle orecchie è assordante.
Non sento più gli spari intorno a me. Vedo solo la neve sollevarsi come una piccola fontana. Tre, quattro, cinque volte. Gli spari sempre più precisi mi costringono a rinunciare alla mia meta originaria. L'entrata del piccolo canale è ostruita dal relitto di un motoscafo messo di traverso, e uno slargo tra due case lascerebbe al cecchino un altro campo libero di tiro.
Punto invece verso l'imbocco di un canale più grande.
Corro per quella che sembra un'eternità. Il cecchino non spara più. Mi dico che sta cambiando posizione.
Passo sotto un ponte in pietra.
Prima di immergermi nell'ombra del canale, mi volto verso l'isola di San Michele. Sul momento non riesco a vedere Gottschalk. Ma poi, dopo un po', vedo apparire la sua testa oltre il dosso di una duna innevata, e poi, con un salto che denota un'agilità insospettabile, sparire nella profonda trincea che collega San Michele alla città.
Maledicendo il cecchino che mi allontana dalla mia meta mi inoltro lungo il canale.
Una lunga raffica stacca una pioggia rossa di schegge di mattone dal muro alla mia sinistra, disintegrando il cartello col nome della strada. Riesco a leggere solo la parola italiana MENDICANTI.
Ora so che il cecchino non è solo.
C'è almeno un altro cacciatore, con lui.
Un fucile. Un mitra. E cos'altro?
Accelero la corsa, lanciandomi verso uno strano edificio: un capannone con una rampa che scende verso l'acqua. Lo scheletro di una barca in costruzione mi rivela che è uno dei piccoli cantieri nautici di cui un tempo la città era ricca. Uno squero, come venivano chiamati. Quello che importa è che può offrirmi riparo. Mi arrampico, perdendo l'appiglio più volte. Alla fine ce la faccio. Raggiungo il riparo del capannone e mi lascio cadere, stremato, contro il muro esterno della costruzione.
Ansando, quando ormai penso di avercela fatta, do un'occhiata al percorso che ho fatto.
Le mie impronte sono nitide nella neve.
Troppo nitide.
Anche un cieco saprebbe seguirle.
Soffocando un grido di disperazione mi sollevo in piedi. La porta verso l'esterno è sbarrata, chiusa a chiave.
Non mi resta altro da fare che scendere di nuovo nel canale, sperando di essere più veloce dei miei inseguitori.
Ma non conosco la città, e rischierei di finire dritto in bocca a loro. La mappa l'ho persa. Chissà dove, chissà quando. Non mi resta che pregare e seguire l'istinto. Su questo lato del canale le costruzioni sono basse. Sull'altra sponda, invece, sono più monumentali.
Alla mia sinistra c'è la facciata con quattro alte colonne corinzie di quella che sembra una chiesa. E la strada che costeggia il canale è aperta. Troppo aperta.
Da quella parte non c'è riparo per me.
Con una decisione che io stesso non capisco, invece di risalire il canale faccio ritorno sui miei passi, correndo in direzione del ponte. Percorro metà della strada, contando ogni secondo, in attesa di un altro sparo.
Ma lo sparo non arriva.
Sento invece degli altri rumori, impossibile dire se lontani o vicini. Suoni di passi in corsa, di richiami sommessi.
A metà strada dal ponte, inaspettata, si apre una galleria, o quella che sembra una galleria, chiusa con sbarre di legno. Nell'impeto della corsa per mettermi al riparo non l'avevo notata. Ma ora sì.
È una di quelle aperture attraverso le quali le barche trasportavano ogni sorta di rifornimenti ai palazzi affacciati sul canale. Alta quasi due metri, è chiusa solo parzialmente dalla cancellata di legno, che ha comunque l'aria fragile. Infatti, basta esercitare un po' di forza e una sbarra si spezza, e poi un'altra. Ora l'apertura è abbastanza larga da permettermi di entrare.
L'androne è buio, e non ho nulla per illuminarlo. Le pareti puzzano di marcio, coperte fino all'altezza di un metro e mezzo da quello che sembra uno strato d'alghe seccate.
Mi muovo alla luce che filtra dall'ingresso della galleria, cercando un'apertura che so che dev'esserci.
La trovo, finalmente. Puntellandomi sui gomiti salgo sul primo di tre scalini che conducono a una porta di legno.
È chiusa anche questa, ma la disperazione aumenta quanto basta le forze.
Con quattro spallate decise scardino l'uscio.
Il rumore, nel chiuso della galleria, risuona come uno sparo. Mi affretto ad attraversare la soglia, a richiudere la porta dietro di me, anche se non mi faccio illusioni. Le tracce che ho lasciato sulla neve sono troppo evidenti.
Ma ho solo bisogno di tempo.
La visione di quella galleria sotterranea mi ha dato un'idea.
Forse c'è un modo, per sfuggire a chi mi insegue.
Ammesso che quello che ho visto in questi giorni non sia stato soltanto un delirio.
Presto ne avrò la prova.