Radici del Cielo – Cap. 36

36
Il ballo
Saliamo dal livello del canale percorrendo una rampa di terra battuta, con una pendenza ripida. È quasi come camminare sul fianco di una piramide.
A mano a mano che saliamo, la vista della grande piazza si rivela ai nostri occhi.
Piazza San Marco è esattamente come nelle foto. Gli edifici sono più o meno ancora intatti. Anche se immagino sia da secoli che nessuno la vede così. Le finestre dei palazzi sono nere. Nessuna luce, nemmeno una candela.
Eppure la piazza è bagnata dalla luce.
Le due potenti lampade fotoelettriche sono poste sul tetto di un edificio che riconosco come la Torre dell'Orologio, quella coi due Mori di bronzo che segnano le ore battendo con i loro martelli su una campana.
Ma i Mori non ci sono più.
Mi viene in mente che Mori è anche il nome dei boss del Comune, a San Callisto.
Ma i Mori di Venezia si chiamavano così per il colore scuro della pelle.
Comunque non ci sono più.
Al loro posto ci sono due statue di cartapesta, o comunque di un materiale leggero, perché basta un alito di vento per farli oscillare: un uomo e una donna nudi, coperti solo da una foglia di fico. Il loro colore è così rosa da sembrare caricaturale. In mezzo, dove un tempo c'era una campana, hanno messo un albero, sempre di cartapesta, alle cui fronde verdi è appesa una singola mela, enorme. Rossa come quella offerta dalla Strega a Biancaneve.
Ascendere la rampa di terra battuta che porta alla piazza è come fare un viaggio nel tempo. Le vetrine dei caffè e dei negozi sono intatte, e così i tavolini, disposti come se fossero pronti ad accogliere una folla di turisti. Ma nessuno dei veneziani in maschera si siede. Continuano a muoversi in giro, instancabili come squali. I tavolini restano deserti.
Seguo Alberto e Alessia mentre si fanno strada tra la folla. Sembra che in questa piazza si siano riunite migliaia di persone. So che è impossibile. Che una folla, di questi tempi, è tale se arriva alle decine, e non alle migliaia, di persone.
Ma l'impressione è quella.
Tutti indossano maschere, e l'immancabile mantello che sembra parte di un'uniforme. E tutti si fanno di lato davanti ad Alessia, inchinandosi e togliendosi il tricorno in segno di rispetto.
Alzo lo sguardo verso le due colonne che chiudono la piazza nella direzione in cui, un tempo, c'era il mare. Le colonne sono ancora in piedi, ma in cima non ci sono più il leone alato, simbolo di San Marco e quindi di Venezia, e il S. Giorgio col drago.
Sulla prima ci sono le statue di un uomo e di una donna.
Sulla seconda…
Non ho tempo di guardare meglio, perché Alessia mi chiama, imperiosa come una bambina.
Lancio un ultimo sguardo alla statua, ma non riesco a vederla. È come se una nebbia mi calasse sugli occhi, come se i contorni della figura si appannassero.
– Vieni! Il Patriarca ci aspetta…
Passiamo attraverso un portone.
Alla mia sinistra, colta per un fugace attimo, la visione di una statua di pietra scura, o meglio di un gruppo di statue: quattro re, o quattro soldati, abbracciati l'uno all'altro.
– I Tetrarchi. I due Cesari e i due Augusti romani che si dividevano il governo dell'Impero, dopo la riforma di Costantino – spiega Alberto. – Ma i veneziani di un tempo pensavano che fossero i resti di quattro turchi che avevano cercato di rubare le reliquie di San Marco. E il santo li aveva trasformati in statue. Leggende, leggende su leggende…
E poi corre dentro l'androne scuro, e oltre, sotto una specie di arco di trionfo gotico che sembra uscito da Disneyworld.
Dopo un ultimo inchino ironico, si volta e si allontana a passo di danza. Non ha più in mano la torcia. A che gli servirebbe? Tutto intorno a noi la notte è illuminata, allegra. Si sente una musica antica, nell'aria. Rimbalza sulle pietre e ne viene riflessa, scaldando la notte.
In qualche modo credo di riconoscerla, la musica.
È qualcosa che ho già sentito.
Vorrei fermarmi, cercare di capire da dove viene, cos'è. Ma sto perdendo di vista Alessia. Il rosso del suo abito appare a momenti, in questa folla uniformemente nera. Cercando di starle dietro passo sotto ad un arco, salgo una scalinata monumentale.
Tutta Venezia sembra essersi data appuntamento qui, nel cortile e nelle gallerie colonnate del Palazzo Ducale, l'antica residenza dei dogi. Sembra incredibile. Tante persone, e tanta bellezza. Tutto sembra intatto. Come se nulla fosse accaduto. Uomini e donne in maschera guardano dall'alto l'arrivo dei nuovi invitati, accogliendoli con inchini e allegri saluti.
Alessia appare accanto a me, come sbucata dal nulla.
– Vieni, John. Vieni a vedere.
Il loggiato è pieno di gente. Centinaia di persone mascherate, che si muovono come l'acqua in una pentola che bolle. Uomini e donne si sono tolti le cappe nere, ed ora appaiono in tutta la loro bellezza i costumi che indossano: abiti lunghi, gonne gonfie come fiori di papavero per le donne; eleganti tenute da cavaliere per gli uomini. Tutti portano parrucche incipriate. Sui volti pallidi di cipria sono incollati finti nei, come si usava nel Settecento. La maschera che copre gli occhi dà loro un'aria misteriosa. È come se la parte superiore del volto contraddicesse l'allegria delle bocche spalancate in una risata, o in un complimento carico di erotismo che un uomo vestito da Casanova sta rivolgendo a una ragazza prosperosa ma che non può avere più di diciott'anni.
Lunghe tavole colme di cibo e bevande occupano il centro del loggiato. C'è un'abbondanza incredibile, e la cosa più assurda è che non sono cibi in scatola. La frutta sembra fresca, e così il pane.
Su un podio rialzato in fondo alla loggia un'orchestra di una ventina di elementi, abbigliati anch'essi con costumi d'epoca, suona una musica meravigliosa.
– Ti piace?
– È Vivaldi?
– No! Boccherini. Il Minuetto. Ma ti piace?
Dobbiamo alzare la voce, per riuscire a sentirci. Il vociare della folla è allegro, di un'allegria contagiosa.
– Credevo di riconoscerla, – esclamo. – invece non la conosco.
– Preferivi qualcosa che conosci?
– Sì.
La musica antica prosegue.
Che delusione.
Pensavo che davvero potesse fare dei miracoli
Ma poi realizzo che lentamente, nota dopo nota, un'altra melodia sta sostituendo il minuetto antico, e la melodia che comincia a emergere, e poi prepotentemente sale in primo piano, è una vecchia canzone degli anni '80.
The Wind Beneath My Wings.
– Questa ti piace di più?
– Sì, – faccio.
– Cosa hai detto?
– Sì!
– Allora perché non balli?
– Un prete non balla…
Alessia scoppia a ridere.
– Qui tutti ballano! Devi ballare anche tu!
Scuoto la testa.
Allora Alessia, con una smorfia divertita, si lancia in mezzo agli altri danzatori. Il ballo non ha niente di antico. Uomini e donne, e anche qualche bambino, alzano a ritmo le braccia, muovendosi a ritmo in cerchio e poi spostandosi di lato, disegnando figure complesse. Una volta, su un vecchio National Geographic, ho visto gli schemi che le api disegnano nell'aria quando cercano i fiori da suggere. Schemi geometrici perfetti, su tre dimensioni. Mi sembra che i passi dei danzatori seguano una logica simile, tracciando schemi complessi che io non sono in grado di capire.
– Stai bene, adesso? – mi chiede la voce di Alessia, da dietro le mie spalle.
– Sì.
– E allora balla!
Di colpo le mie gambe sembrano muoversi di propria volontà, accennando un primo passo, e poi un altro, e un altro ancora, finché i passi non compongono l'avvio di una danza, dapprima lenta e poi sempre più ritmata, e io mi trovo a ballare nel cerchio dei veneziani, seguendoli, precedendoli, adeguandomi al loro ritmo. Anch'io sollevo le braccia e le lascio cadere, e poi le muovo a destra, a sinistra, mentre i piedi percorrono una linea invisibile e rigida.
La risata di Alberto risuona al mio fianco.
Mi volto, e per un attimo, nel riflesso di un vetro, mi sembra che il suo volto sia tutto una maschera: un teschio. Le orbite vuote, la chiostra dei denti…
Ma poi Alberto mi è davanti, e il suo viso mi canzona.
– Allora, John, danzi anche tu? Anche tu fai festa con noi?
Le immagini di un'altra orrenda festa bussano alla mia mente. All'unico, sempre più esiguo spazio della mia mente che ancora ragiona. Intanto i miei piedi non smettono di agitarsi. Sotto la musica di Boccherini mi sembra di sentire, sempre più forte, un ritmo forsennato di tamburi, che mi fa correre un brivido lungo la schiena. Sento un sapore cattivo salirmi in bocca, e l'emicrania battere di nuovo.
Rivedo forme nere, forme alate e veloci, piombare dall'alto sulla folla inerme, dilaniare, squartare. La risata folle di Gottschalk mi gela il sangue. Ma non è Gottschalk: è Alberto, che guida una catena di maschere al galoppo. Tra di loro Alessia, scarmigliata, sudata, che salta e danza a occhi chiusi.
Senza sapere come, mi trovo legato anch'io alla lunga catena, legato dalla musica e dal bisogno di non perdere il contatto con le uniche due persone che conosco.
Attraversiamo lunghi corridoi, e una serie interminabile di stanze, a volte buie e a volte illuminate a giorno da enormi lampadari in vetro soffiato che sembrano anch'essi vibrare al suono della musica.
Non so chi, nella nostra catena di corpi, si è messo ad urlare per primo. So che a quel lungo, allegro ululato se ne sono uniti man mano degli altri, finché tutti non hanno urlato, e anche dalla mia gola è scaturito quel verso animale, quel grido di gioia più antico dell'uomo. Ogni atomo di stanchezza, ogni stilla di consapevolezza sono volati via in quell'urlo primordiale che mi sconquassa i polmoni, che mi schiarisce la testa come un lampo squarcia le nuvole.
Urlo.
Al mio urlo risponde quello della ragazza davanti a me, e di un altro, e di Alessia, che accelera il passo. Corriamo come pazzi lungo le stanze del palazzo, ignorando il pericolo, schivando all'ultimo momento mobili e spigoli, e nessuno di noi si fa male, la folle galoppata non si arresta, prosegue veloce come il vento, fragorosa, assordante.
Temevo che il cuore non mi reggesse. Invece corro e salto senza fatica, come se avessi ancora quindici anni e stessi correndo nei boschi dietro casa, alla caccia di un cervo ferito che Tommy diceva di aver visto, e che non si trovò…
D'improvviso, la catena si spezza. I danzatori si separano, come palle da biliardo colpite dalla stecca di un giocatore. Alcuni spariscono attraverso la soglia di altre stanze, altri letteralmente scompaiono, come se i muri li avessero inghiottiti.
Rimaniamo io e Alberto.
Alessia non c'è più.
Prima che possa chiedermi dov'è finita, e come abbia potuto sparire sotto i miei occhi, Alberto, ansando, le mani posate sulle ginocchia per riprendere fiato, mi scruta con occhi febbricitanti, da dietro la maschera.
– Adesso sei pronto a incontrarlo?
– A incontrare chi?
– Il Patriarca! Sei venuto qui per quello, no?
– Dov'è?
– Vieni. Ti porto io da lui. Non è lontano.
Entriamo, facendoci strada in mezzo a una folla in maschera che danza, in una sala enorme, lunga almeno cinquanta metri, decorata da quadri che occupano ogni parete. Altri dipinti sono incorniciati da fregi e cornici dorate sul soffitto. Uno scenario di una bellezza e di una grandeur mozzafiato.
– La Sala del Maggior Consiglio, – urla Alberto al mio orecchio, per sovrastare la musica, che ora sembra un can can scatenato. – Il cuore e il cervello della Serenissima.
I piedi della folla fanno vibrare il pavimento come una carica di bufali.
– Poteva contenere più di duemila persone.
Io quasi non lo sento. Rimango a bocca aperta davanti alla gigantesca tela che occupa la parete di fondo.
– Il Paradiso, dipinto dal Tintoretto, – mi spiega.
Conosco quel quadro dalle foto.
Ma vederlo dal vero è uno shock.
I miei piedi si muovono verso l'immenso dipinto, gremito di personaggi che convergono, quasi mossi da una corrente aerea, verso le due figure che dominano il centro della scena: Cristo e la Madonna, immersi in una luce gloriosa.
Ma qualcosa non va.
Qualcuno ha sfregiato il dipinto.
Ogni figura, ogni volto, sono stati strappati via come da colpi di rasoio. I vandali si sono accaniti soprattutto sull'immagine di Cristo, che è stata completamente tagliuzzata.
Se è l'opera di un folle, era un folle metodico, perché nessuna figura è stata risparmiata. Agli angeli più giovani, coi loro volti da bambini, sono stati cavati via gli occhi.
Mi volto, per chiedere ad Alberto chi ha commesso questo scempio, quando qualcosa mi colpisce.
È una sensazione terribile, come se una mano mi rovesciasse le budella da dentro. Un dolore pulsante, intollerabile. Cado in ginocchio. Urlo. Una sferzata elettrica mi colpisce la nuca. Cado riverso in avanti, battendo la guancia sul pavimento. Un gelo pungente mi afferra, mi stringe. Sento voci, movimento intorno a me, ma nessuno viene ad aiutarmi, a sollevarmi da terra.
Sento la mia bocca gemere la parola aiuto, ma inutilmente.
La musica intorno a me si fa stridente, cupa. Le note si trascinano come serpenti.
Alessia, grido, ma è solo dentro di me che lo faccio, perché la voce, il fiato, non escono più dai miei polmoni gelati.
Per un attimo mi sembra di vedere il suo volto, chino sul mio, ma poi diventa il volto di un altro, e poi qualcosa di bianco, indistinto, e le voci mutano in un gorgoglio, come acqua che scorre in una caverna buia.
Mi lasciano morire, mi lasciano morire, steso sul pavimento, mentre il mio corpo diventa sempre più freddo, sempre più rigido...
Quando riapro gli occhi, invece del pavimento vedo davanti a me un lungo tunnel. Sembra fatto di latte, o di un'acqua bianca. O di un fumo denso. La sua superficie è in continuo movimento. È un tunnel lunghissimo.
Mi rialzo, con una facilità incredibile, assurda.
Il tunnel sembra allargarsi per accogliermi, per consentirmi di restare in piedi. Ammesso che questo sia stare in piedi. Mi sembra piuttosto di volare, di rimanere sospeso a mezz'aria. Non muovo un passo, eppure ho la sensazione di viaggiare, proiettato in avanti come da una mano. Le pareti tonde intorno a me trasmettono la sensazione di movimento, di una direzione. Allungo il braccio. La mano sembra circondata da un alone bianco, che produce una scia luminescente. Mi sto muovendo. In avanti, verso il fondo del tunnel, ammesso che abbia un fondo, una fine.
La mia visione è opaca, distorta. Per un attimo mi è sembrato ci fosse una figura, in fondo al tunnel. Ma dev'essere stato solo uno scherzo della luce. Continuo a muovermi, e ora la sensazione non è più quella di spostarmi in avanti ma di salire verso l'alto. Il mio corpo si abbandona, si lascia portare via dalla corrente. Testa e piedi restano più indietro del tronco, come se una gigantesca mano mi stesse sollevando.
La sensazione di nausea cresce dentro di me, come un liquido denso e velenoso che lentamente mi riempie. Entro ed esco dallo stato cosciente, mentre la figura si delinea, e al tempo stesso diventa più confusa. Come se in qualche modo riuscisse a mettersi fuori fuoco.
E poi la voce mi raggiunge, potente come quando accendi una radio e senza volerlo hai il volume al massimo.
– CHI CERCA IL PATRIARCA?
La voce viene dalla figura deforme in fondo al tunnel. Braccia lunghissime e magre, un corpo liscio, lucido.
Qualcosa, nella figura, ricorda l'essere alato che ha attaccato Yegor Bitka nella soffitta di Torrita Tiberina, ma anche lo sfortunato Gregor Samsa. Al tempo stesso, malgrado l'alone che rende sfuggenti i contorni, l'essere di fronte a me sembra qualcosa di completamente diverso.
Il senso di nausea aumenta, e così il dolore alle tempie.
Vomiterei, se avessi qualcosa da vomitare, in corpo.
L'essere in fondo al tunnel sembra leggermi il pensiero.
La sua voce ha un'intonazione ironica.
Da quanto tempo non mangi? Da quanto tempo non bevi?
Scuoto la testa. O almeno tento di farlo, ma è come se fossi invischiato in una ragnatela, o dentro un liquido denso. La mia testa oscilla lentamente, troppo lentamente.
Ti piace, la mia festa?
Non riesco a rispondergli.
Ti piace, Alessia?
Vorrei dirgli di non nominarla. Di lasciarla in pace. Ma dalla bocca non mi esce una sillaba. Nella mia mente passa un'ondata di tristezza. Una tristezza non mia. Viene dall'essere che ho di fronte, e che continuo a non distinguere, avvolto com'è in una luminescenza cangiante.
Il vostro era un bel mondo. Lo sarebbe ancora.
Mi appare davanti agli occhi l'immagine di un oceano. La visione è così reale che trattengo il fiato, per la paura di cadere in quell'acqua così vera.
Il mio corpo si tuffa nell'oceano. Nuoto come un delfino sotto il pelo dell'acqua, passando su una barriera corallina dai colori sgargianti. Trattengo il fiato finché posso, e poi apro i polmoni a respirare l'acqua che mi circonda.
Un geyser sottomarino, un'immensa bolla di vapore, mi solleva lanciandomi in cielo. Un cielo azzurro come questo pianeta non ne vede da più di vent'anni.
La Terra era un paradiso. Se solo aveste saputo comprenderlo.
Venezia, centinaia di metri sotto di me, è una distesa di tetti rossi e canali asciutti. Appena oltre i limiti della città la neve ammanta il paesaggio. È come se Venezia fosse una cicatrice, o un'isola nel bianco, accecante quasi come l'azzurro del cielo.
Il vostro antico Dio disse che avrebbe mandato un segno, per testimoniare la sua pace con gli uomini…
Un arcobaleno gigantesco sorge a occidente e si inarca, stendendosi per decine di miglia verso Est.
Ma il segno che io vi mando è molto più grande…
Il mio volo si arresta a mezz'aria. I miei occhi puntano – o vengono puntati – verso una strana isola quasi perfettamente quadrata, che si eleva sulla distesa di neve come un antico fortilizio.
L'isola, in qualche modo, brucia di luce. È come se emettesse una radianza accecante, assoluta. L'isola vibra di luce. Come un segnale.
Vieni a incontrarmi, umano. Vieni a incontrarmi. Ti aspetto sull'isola dei morti…
Di colpo cado, da quell'altezza. Agito le braccia, le gambe, ma precipito verso il suolo.
L'impatto…