Radici del Cielo – Cap. 35

35
Fantasmi
Scendiamo fino al fondo del canale.
È una notte senza luna e senza stelle, come sono ormai tutte le nostre notti.
Ma non nevica. Il cielo è incredibilmente fermo, quieto.
Alberto ci accompagna, due passi avanti a noi, reggendo una lanterna.
Abbiamo attraversato in silenzio la stanza delle mummie, che ormai mi è diventata quasi familiare, o almeno non mi stupisce più, come la carezza che passando Alessia ha fatto a sua sorella, sussurrandole all'orecchio parole che non ho capito.
Poi siamo usciti, e il gelo della notte è stata una sorpresa. Malgrado la mia camera non avesse alcuna fonte di calore, non ho patito il freddo, nell'involucro leggero del sacco a pelo. Se questo fosse un momento normale, probabilmente chiederei alle mie guide di spiegarmi quel fenomeno. Ma è tutt'altro che un momento normale. Sto per raggiungere la meta del mio viaggio. Sto per incontrare il Patriarca di Venezia. Nella tasca della giacca ho messo la lettera che Albani mi ha incaricato di consegnargli. Il lungo viaggio l'ha gualcita e bagnata, ma dovrebbe essere ancora leggibile. Il sigillo di cera che la chiude è consunto e rovinato sui bordi, ma è ancora intatto. Nonostante il tradimento di Durand, la mia missione può ancora compiersi.
Accelerando il passo raggiungiamo gli ultimi viaggiatori diretti alla festa. Ci uniamo a loro. Camminano di buon passo, qualcuno fa una battuta e scoppiano a ridere. Rido anch'io, e Alessia annuisce, vedendomi allegro.
Sembra incredibile che guardando dall'alto questa folla festante, guadandola attraverso i vetri, abbia pensato ai fantasmi.
– Oh, ma i fantasmi ci sono. Ci sono sempre stati, a Venezia. Vero, Alberto? Alberto sa tutto dei fantasmi di Venezia…
– Vero, signora.
– Vuoi raccontare a padre Daniels una delle tue storie, Alberto?
– Con piacere. Quale preferisce, padre?
– Non lo so.
– Raccontagli la storia della figlia del Tintoretto.
Alberto medita un po'.
– La strega che uscì dal muro, vuoi dire. No, per John è meglio un'altra storia. Quella del vecchio usuraio del Campo de l'Abbazia.
– Sì, raccontala. Quella non l'ho mai sentita.
La voce di Alberto cambia timbro. Diventa cupa, solenne.
– Se di notte, passando per Campo de l'Abbazia, vi imbattete in un vecchio chino sotto il peso di un enorme sacco, non ascoltatelo. Vi chiederà di aiutarlo. Ma, se vi avvicinate, si trasformerà sotto i vostri occhi in uno scheletro infuocato. È il fantasma di un vecchio usuraio, Bartolomeo Zenni. Una notte di maggio del 1437, durante un incendio, si rifiutò di aiutare i suoi vicini a salvare i loro figli. Era troppo occupato a salvare dalle fiamme un sacco con i suoi averi. Lo trascinò fino al canale, e sparì nell'acqua, sotto il peso del sacco.
La lanterna di Alberto si solleva, illuminando un rio secco che si immette nel canale.
Per un attimo mi sembra di vedere una figura, china sotto un sacco, che arranca verso di noi lungo il piccolo rio in secca.
– Il vecchio usuraio ricomparve, qualche notte dopo. Aveva ancora in spalla quell'enorme, pesante fardello. Respirava a fatica, e chiedeva a tutti che lo aiutassero. Ma tutti quelli che lo conoscevano lo evitavano, e se qualcuno si impietosiva doveva poi fuggire spaventato, perché sotto i suoi occhi il vecchio Bartolomeo si trasformava in uno scheletro infuocato. Si dice che l'anima del vecchio usuraio sarà liberata solo quando qualcuno lo aiuterà a portare il sacco fino alla chiesa di Santa Fosca. Qualcuno…
I passi dello sconosciuto che viene verso di noi lungo il canale laterale sono ora molto più vicini.
Alberto fa una pausa ad effetto, prima di alzare la lanterna a illuminare lo sconosciuto.
– …come voi!
Non è un vecchio, quello che vedo. E non trasporta un sacco, ma una coppia di bambini. Tutti e tre sono in maschera. I piccoli, maschio e femmina, sembrano gemelli.
– L'hai spaventato, Alberto! – fa Alessia.
La nostra scorta alza le spalle. Il papà con i due bambini si allontana, con un gesto incerto di saluto e la faccia stupita.
– Vuole sentirne un'altra? Quella della dama vestita di bianco di corte Lucatello, magari? O quella del crociato senza onore?
Alessia ride.
– Alberto era uno scrittore, nell'altra vita. Raccontava storie di fantasmi.
– Non solo. Organizzavo anche giri turistici di Venezia, alla ricerca dei suoi luoghi magici. O stregati.
– Mi dispiace. Sono un prete. Non credo alla magia.
– Però prima si è spaventato. Quando ha visto Nane e i suoi due bambini.
– E poi la tua chiesa crede nei miracoli, – aggiunge Alessia, compunta.
Quell'aria da scolaretta diligente mi fa pensare a quanto è giovane.
Sospiro. – I miracoli non sono magia.
– No? E allora cosa sono? Come fai a distinguerli dalla magia?
Potrei recitarle la definizione di miracolo secondo la dottrina della Chiesa: un'interruzione delle leggi naturali per opera di un intervento divino. Ma che senso avrebbe? Farei anch'io la figura del bambino puntiglioso che ripete a memoria la lezione.
– I miracoli sono buoni. La magia non sempre.
– I miracoli sono buoni? – ripete Alberto, ridacchiando. – Tutti i miracoli? Anche quelli di Mosé? Le piaghe d'Egitto, per dire? Lo sterminio dei primogeniti egiziani? La pioggia di sangue?
Sto pensando a come uscire dall'angolo, quando Alessia mi salva.
– Lascia stare padre John, Alberto. Raccontaci un'altra storia, invece.
La nostra guida scuote la testa.
– No. Sono storie magiche. Al prete non interessano.
Cammina in silenzio, per un po'.
Ci muoviamo, ora, in mezzo a una folla mascherata che cammina a passo lento sul fondo dell'antico canale.
C'è qualcosa che mi disturba, nella scena, anche se non saprei dire cosa. Una nota stonata, che una parte del mio cervello coglie ma non sa esprimere.
Alla fine, Alberto si decide a parlare.
Lo fa con una foga quasi rabbiosa. Parlando a scatti.
– Tu che credi ai miracoli ma non alla magia, dimmi, cosa mi dici di questo? Come lo spieghi? Camminiamo all'aperto senza le vostre maschere e le vostre tute! Viviamo alla luce del sole, quando e come vogliamo. Non abbiamo più bisogno di cibo, o di acqua! Secondo la tua logica dovremmo essere tutti morti! Se questo non è un miracolo, allora cos'è?
– Lascialo stare, – insiste Alessia.
– E perché? Lui predica il suo Dio, e io non posso esaltare il mio?
Lo sguardo di Alberto è teso, quasi febbricitante.
– Qual è, il tuo Dio? – gli urlo in faccia.
Le persone che camminano intorno a noi si ritraggono istintivamente, al mio grido.
Provo una sensazione di nausea. Non so se per la mia reazione imprevista o per cos'altro.
Alberto non risponde. Si limita a voltarsi e a farci strada reggendo la lanterna.
La sensazione di nausea lentamente recede. Rimane sullo sfondo, come un cane cacciato da sotto la tavola.
Camminiamo sul fondo asciutto di quello che un tempo era il Canal Grande. La luce delle lanterne illumina, di tanto in tanto, una sagoma arenata. Quasi sempre sono barche, sfondate e spesso a malapena riconoscibili come tali. Ma poco prima del Ponte dell'Accademia la lanterna scopre qualcosa di incredibile.
La carcassa di un'enorme creatura marina.
Gli altri camminatori ignorano la gigantesca sagoma, girandoci attorno.
Io rimango a fissarla.
Le costole bianche formano una gabbia, come le doghe di una nave d'ossa. Il muso della creatura è assurdo, un misto di pesce e di predatore terrestre: un incrocio da bestiario mitologico, una figura da incubo uscita dalla fantasia di un miniatore medievale.
– Che cos'è? – balbetto, mentre la sensazione di nausea fa ritorno.
Alessia scrolla le spalle. – Non lo so. È lì da tanto tempo.
– Un'altra magia. O forse un altro miracolo, – commenta sarcastico Alberto, tirando dritto.
– Da quanto tempo è lì?
– Non lo so. Da sempre. L'ho sempre visto lì, – taglia corto Alessia. – Oh, guarda, là, sul ponte: ci sono i mangiafuoco.
Guardo in alto.
Il Ponte dell'Accademia non ha nulla di solenne. Non è il Ponte di Rialto, con la sua maestosa architettura in pietra. È in legno dall'aria provvisoria. Ma in questo momento è il ponte più affascinante che abbia mai visto.
Su tutta la lunghezza della campata si sono disposti una ventina di uomini e donne mascherati. Ognuno di loro ha in una mano una bottiglia, e nell'altra una torcia. Di tanto in tanto mandano giù un sorso e poi sputano il liquido, che si infiamma al contatto della torcia. Producono così fiammate lunghe anche diversi metri, che disegnano nel buio forme fantastiche simili a draghi, a fiori, a favolosi uccelli.
Rimango a bocca aperta. Il ponte sembra esso stesso un drago di fuoco che si inarca, si scuote, ruggisce.
Una volta, da bambino, ho visto la festa del Capodanno cinese, nella Chinatown di Boston. I colori, la musica forte, mi avevano spaventato come e anche più del drago dalle infinite gambe che serpeggiava tra la folla, ondeggiando. Il muso dagli occhi sgranati si era puntato su di me, i suoi lunghi baffi sembravano vibrare come se mi annusasse.
Avevo urlato.
Senza riuscire a smettere.
Riapro gli occhi, e il ponte è di nuovo un ponte, e le torce degli acrobati sfilano lentamente verso sinistra, allontanandosi.
– Dove vanno? – chiedo ad Alessia.
– Dove andiamo anche noi. Al palazzo del Patriarca.
– Ma non saliamo sul ponte?
– No. Noi ci arriveremo lungo il canale. Sai, ci sono tanti modi per arrivare a uno stesso punto.
Continuiamo a camminare, lungo le sponde irte di palazzi meravigliosi e bui. Niente sembra vivo, nella città, tranne i camminatori, il fruscio dei loro passi e delle loro vesti sul fango gelato. Lentamente il canale si apre. Sulla destra, alta come su un promontorio, la chiesa di Santa Maria della Salute sembra una fortezza a difesa della città dal mare. La sostengono oltre un milione di pali, così fitti da sembrare una parete di roccia
L'edificio triangolare che chiude la punta somiglia alla prua di un incrociatore. Oltre quell'edificio, l'antica Dogana, si apre la valle desolata che un tempo era la laguna di Venezia.
I relitti sono più numerosi. Uno troneggia su tutti: quello di una gigantesca nave da crociera, un relitto non meno impressionante del cadavere del mostro al Ponte dell'Accademia. La nave bianca è semicoricata su un fianco, apparentemente intatta ma inclinata di quasi trenta gradi.
Altri relitti più piccoli la circondano.
– La laguna si è ritirata di una dozzina di miglia, – spiega Alberto. – Non sappiamo perché.
– Un professore russo che conosco dice che è colpa del freddo. Le calotte polari si stanno riformando, e i mari di tutto il mondo si ritirano.
– Sarà. C'è chi dice che sono state le bombe.
– Non credo.
Alberto mi fissa a lungo.
– Lei non crede a troppe cose, per essere un prete. C'è qualcosa in cui crede?
Non c'è vento. Eppure la figura di Alberto sembra oscillare davanti ai miei occhi, piegarsi come una fiamma.
Una punta di dolore mi penetra il cervello, come una scheggia. L'occhio destro mi si chiude.
– Credo nel Dio che ha fatto lei e me, e questo mondo, – replico con forza, stringendo i denti.
Per tutta risposta ottengo una risata.
– Dio non ha fatto questo mondo. L'abbiamo fatto noi così. Siamo stati noi a creare questa meraviglia. Guardi laggiù, padre.
Vincendo la sensazione di dolore alla testa, seguo la direzione indicata dalla torcia. Tra gli edifici della riva sinistra, che prosegue per quelli che sembrano chilometri e chilometri, due potenti raggi di luce puntano verso il cielo, raggiungendo un'altezza di almeno un miglio.
Mi ricordano qualcosa, un'immagine dal passato.
– Anche quello l'abbiamo fatto noi. Non c'è niente di simile al mondo. Niente di simile…
Ridendo si allontana, a un passo così veloce da sembrare una corsa. Sembra attirato, insieme agli altri, da quelle luci come una falena, uno sciame di falene. Le fiamme delle torce balzano e vibrano mentre tutti si affrettano, e solo dopo un po' mi rendo conto che anch'io sto correndo con loro, verso i due raggi gemelli di luce.
Di colpo realizzo cosa mi ricordano. Le Twin Towers, i grattacieli caduti l'11 settembre di 32 anni fa. È come se i fantasmi di quei due edifici proiettassero la loro luce ultraterrena nel cielo di Venezia.
Sento i polmoni bruciare, mentre corro a perdifiato verso la luce, e il rumore pulsante e ritmico dei miei passi si unisce a quello degli altri, e ora so cosa mi aveva colpito, cosa avevo notato senza notarlo marciando con gli altri lungo il Canale.
Quella folla immensa non lasciava tracce.
Nessuna impronta dietro di noi.
Come se stessimo volando.
O come se non ci fossimo mai stati.
E poi davanti a me, vera e incredibile, si è aperta Piazza San Marco.