Radici del Cielo – Cap. 34

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Il gatto
A risvegliarmi da un sonno senza sogni è qualcosa di totalmente inaspettato. La sensazione è quella di qualcuno che mi respira sulla guancia. Un respiro fresco, ritmico, quasi ipnotico.
Apro un occhio, e mi trovo a fissare due pupille verticali.
Alzo la testa, e il gatto fa tre passi indietro. Dei passi, e non un balzo. Perfettamente sicuro di sé.
Non vedo un gatto dai giorni della Tribolazione.
Pensavo fossero estinti. Con una sola eccezione, gli unici animali che ho visto, negli ultimi vent'anni, sono i topi. I bambini danno loro la caccia nei cunicoli più esterni delle catacombe, per poi rivenderne la carne e le pelli.
Ma un gatto…
Dicono ci siano bande di questi animali, inselvatichiti, che infestano le rovine, dando la caccia agli umani isolati. Dicono anche ci siano mute di cani, alcuni grossi come gli orsi di un tempo.
Ma nessuno che conosco ne ha mai visti.
A parte i topi, l'unico cane che ho visto, dopo la Tribolazione, è stato il mastino dei Mori. Una bestia malridotta dall'età e dagli acciacchi, che strisciava fra le gambe del patriarca Alessandro nelle occasioni pubbliche. Quando il vecchio era morto, il cane l'aveva seguito nell'oltretomba, anche se non nella tomba. Le leggende dei tunnel dicevano che era stato servito per cena alla tavola dei giovani Mori.
Per quanto malridotto, era pur sempre una pietanza rara…
Il gatto mi fissa a lungo. L'intelligenza è evidente nei suoi occhi: attenti, cauti. È un gatto giovane. Il manto grigio tigrato, gli occhi verdi. Ha l'aria pasciuta, in salute.
Puntando sui gomiti mi levo a sedere.
La luce che entra dalle finestre è gravida d'ombra. La luce della sera.
Il gatto continua a guardarmi.
Poi, con grande dignità, mi volta la schiena e trotterella verso la finestra.
E lì sparisce.
Sparisce.
Letteralmente.
Nel senso che è come se venisse assorbito dal vetro e dalla luce.
Fisso incredulo il punto in cui l'animale è scomparso.
– Sei sveglio, – fa una voce maschile.
Mi volto.
Il ragazzo, alto e magro, indossa una maschera nera che gli copre metà volto, dalla fronte al naso. È vestito con uno strano costume antico, forse settecentesco. Il costume sembra autentico, compreso lo spadino affibbiato al suo fianco. I pantaloni al ginocchio e la giacca sono intessuti di fili dorati, che disegnano una trama complicata, d'ispirazione floreale. Sopra porta un mantello nero.
– Chi sei? – gli faccio.
– Il mio nome è Alberto. Devo scortarti alla festa.
– Pensavo che mi ci avrebbe portato Alessia.
– Lei si sta preparando.
Mi alzo in piedi. Normalmente le ginocchia dovrebbero scricchiolare. Ma non stamattina. Nonostante non abbia mangiato nulla prima di addormentarmi, ed anzi non ricordi nemmeno da quanto tempo non mando giù qualcosa, mi sento incredibilmente bene. Riposato, in forma.
Eppure non posso fare a meno di chiedermi cosa segnerebbe un dosimetro. Le ampie finestre non sono certo un ostacolo alle radiazioni, né a quelle solari né a quelle prodotte dall'atomo. Del resto non dovrebbero neppure proteggermi dal freddo, e invece…
Invece la temperatura in questa stanza è abbastanza alta perché il mio fiato non si condensi in una nuvola quando dico al ragazzo: Dammi dieci minuti per prepararmi.
Ho trovato il bagno in fondo alle scale. È un bagno minuscolo, con poca luce. Ma non mi servirebbe comunque, dato che anche qui lo specchio è rotto. C'era un'eresia, un tempo, che credeva che gli specchi fossero una cosa malvagia? O è solo il ricordo falsato di un racconto di Borges?
Comunque sia, devo contare sul solo tatto per radermi la barba, sperando di non tagliuzzarmi.
Mi pulisco come posso, col minuscolo pezzo di sapone che mi hanno lasciato accanto al letto. Quando mi asciugo, il telo da bagno immacolato diventa subito grigio.
Tornato di sopra, trovo una pila di indumenti posati sul pavimento accanto al sacco a pelo. Un paio di lucide scarpe nere, apparentemente nuove, sta senza farsi intimidire davanti a uno smoking elegante e al resto di una tenuta da sera. Dietro la pila, piegato con cura, c'è un cappotto nero col bavero di pelliccia. E sopra quello una maschera dal lungo becco, simile ma non uguale a quella che ho usato stamattina.
Niente cappello a tricorno.
Niente mantella.
Niente scarpe con la suola ricavata da un copertone.
Abiti di gala.
Alberto non si vede.
Mi affaccio alla finestra.
Ci sono delle persone che camminano nell'ombra del canale. Invisibili se non per le fiammelle a mezz'aria, lanterne o candele, quasi fossero fuochi fatui.
Decine, centinaia di persone.
Mi chiedo che senso abbia quella silenziosa marcia all'approssimarsi della notte, finché il suono di un corno lontano non rompe il silenzio.
È un suono lugubre, che si riverbera sulle facciate dei palazzi e sulle pareti di quella strana specie di canyon.
Come ubbidendo al richiamo di quel corno, i pellegrini invisibili accelerano il passo. Sembrano convergere da ogni canale laterale, come tanti affluenti. Scendono giù anche dai palazzi, calandosi lungo scale di legno o di corda e andando ad aggiungersi al flusso di fiammelle che unendosi formano un lento fiume di luce.
Una visione incredibile.
Il ragazzo in maschera, riapparso senza far rumore alle mie spalle, si schiarisce la gola.
– Dobbiamo andare.
– Certo, – rispondo, sovrappensiero.
– Deve cambiarsi.
– Va bene.
Alberto si fa rispettosamente indietro.
Attraverso le finestre mi sembra di sentire una musica.
Per quanto sia incredibile, sembra una canzone di Conor Oberst, Milk Thistle. Una canzone che non diventerà mai vecchia, perché non esistono più nuove canzoni. Nessuno canta, nei nostri rifugi sotterranei. I vecchi CD che dovevano essere eterni si decompongono, e le voci e i suoni che contengono diventano fantasmi, codice digitale che nessun apparecchio è in grado di decifrare.
Canticchio a mezza voce le parole della canzone, mentre mi vesto con cura.
Lazarus, Lazarus
Why all the tears?
Did your faithful chauffeur
Just disappear…?
La sensazione di indossare abiti nuovi e puliti è strana.
Mi vanno a pennello, oltretutto.
– Sei elegantissimo.
Mi volto.
Alessia è splendida.
Indossa un abito lungo, di quelli che un tempo le dive si mettevano per una prima, o per la notte degli Oscar.
Si volta leggermente a destra, a sinistra. Sorride.
– Ti piace? Dicono che l'abbia indossato Audrey Hepburn. Sai chi era?
– Sì, lo so.
– Io no. È molto antico, però.
L'abito rosso accentua il pallore del suo volto, il nero degli occhi. Sulle spalle porta la mantella nera che sembra l'uniforme dei veneziani. È di stoffa leggera, praticamente inutile contro il freddo o il fallout.
– Come mai per me c'è un cappotto? – le chiedo.
Alessia piega la testa, come un uccello. Alza le spalle. – Se vuoi una mantella posso fartela avere.
– No, il cappotto va bene. La mantella è una specie di vostro costume nazionale?
– Costume…? No. È solo una cosa che usiamo.
– Una specie di moda, insomma.
– Non lo so. Cos'è, una "moda"?
Si muove intorno a me con piccoli passi leggeri, come se dovesse disegnare un cerchio intorno a me, sul parquet del pavimento. I suoi piedi si muovono leggeri, come se danzasse a un millimetro da terra, senza attrito. Ricordo un carillon, a casa di un vecchio a cui portavo i giornali. Una volta, lanciandogli nel vialetto il Boston Herald, ero caduto dalla bici, scorticandomi il ginocchio. Lui mi aveva fatto entrare in casa. Mentre trafficava per trovare il disinfettante, io guardavo gli oggetti disposti su una mensola in cucina. C'erano vecchie foto, articoli incorniciati, e un ricamo sotto vetro che diceva in caratteri gotici GOD BLESS THIS HOME.
Al centro della mensola c'era una scatola nera laccata, con sopra la statuetta di una ballerina in tutù.
Ti piace?, aveva chiesto il vecchio, tornando con una bottiglietta di acqua ossigenata e un rotolo di garza.
Cos'è?
Aspetta, ti faccio vedere.
Aveva aperto la scatola, e dentro c'era una chiave. La infilò sul retro della scatola e cominciò a girarla in senso antiorario. Quand'ebbe finito staccò la chiave.
Dalla scatola allora uscì una musica dolcissima, una specie di valzer allegro. E la ballerina sulla scatola cominciò a danzare al ritmo della musica. Si alzava e si abbassava al ritmo della musica.
Alessia mi ricorda quella ballerina. La sua leggerezza, la sua eternità.
Da qualche parte, sulla mensola di una vecchia casa a Medford, la ballerina raccoglie la polvere, guarda con i minuscoli occhi aperti il mutare delle stagioni, la neve che scende dal cielo, le auto che arrugginiscono lungo la strada, il tempo che si fa sudario.
Mi chiedo, a volte, chi siamo noi per capire i disegni di Dio. E se lui, nella sua infinita saggezza, avesse deciso che il tempo dell'Uomo era giunto alla fine? Chi ci dice che la nostra sopravvivenza non sia un abominio, ai suoi occhi? Forse è il destino della Terra, tornare al silenzio, al tempo prima del tempo. Eppure immaginare la desolazione della mia vecchia città mi scava un buco nel cuore. Forse non abbiamo amato abbastanza intensamente la vita, nei giorni che ora chiamiamo felici. Forse dovevamo passare attraverso tutto questo per apprezzarla davvero. Per apprezzare di nuovo cose come un sorso d'acqua pura, o il verde di uno stelo d'erba. In questo senso la Tribolazione è stata anche una rinascita. Ma è un'occasione così fragile, un dono tanto facile da perdere.
– Sei triste, – sussurra Alessia. E in quelle sue parole c'è a sua volta tristezza.
– Pensavo a una cosa…
– Che cosa?
– Un oggetto. Una cosa che ho visto. Tanto tempo fa.
– Abbiamo tanti oggetti, qui. Ne troverai un altro.
La guardo.
Sorrido. – Sì, hai ragione. Ne troverò un altro.
Infilo le scarpe. Sono morbide, e al tempo stesso robuste. Scarpe costose.
Poi indosso il cappotto.
Vorrei avere uno specchio, per vedermi.
Appena penso questo, un rossore mi sale alle guance.
Come ho potuto dimenticarmi chi, cosa sono?
La mia missione, la mia dignità sacerdotale.
– Devi prendere le cose con più leggerezza, – fa Alessia. – Non puoi prenderti sulle spalle tutto il male e la tristezza del mondo.
– Il mio Maestro l'ha fatto.
– Il tuo maestro è morto.
Scuoto la testa. – Noi crediamo che poi sia risorto.
– Sarebbe triste. Perché poi nessuno ci è riuscito, dopo di lui.
– La resurrezione è una promessa. Nessuno sa quando arriverà.
– Ma questo sarebbe il momento migliore, non credi? Ora che tutti sono morti.
Il luccichio dei suoi occhi è divertito.
Sembrano gli occhi di un bambino che ha appena fatto un dispetto.
– Non tutti. Io e te siamo vivi, – ribatto.
Alessia, senza rispondermi, si incammina verso la porta.
Io non mi muovo.
È lei a tornare verso di me, dopo un po'.
Mi guarda senza parlare. Attendendo che sia io a rompere il ghiaccio.
– C'era un gatto, qui, – faccio.
– Un gatto?
– Un gatto tigrato. Giovane.
– Non c'è nessun gatto, qui.
– Io l'ho visto.
– Non c'è nessun gatto. Vieni, andiamo. Non dobbiamo arrivare tardi.
Potrei rifiutarmi, immagino. O almeno è quello che mi dico.
Potrei tornare a chiudermi nel sacco a pelo. Stringere forte gli occhi, per non vedere più nulla.
Un tempo c'erano cose chiamate cartoni animati. Erano cose che vedevi in una scatola dentro alla quale c'erano delle persone e degli animali piccolissimi….
È così che lo racconteranno, tra mille anni.
Uno di questi cartoni animati mostrava un coniglio. Non chiedermi cos'è un coniglio. Un animale di un tempo, che ora non c'è più. Quel coniglio si riteneva furbissimo. Un giorno fece una gara con un coyote. Il coyote era un animale come un topo, ma più grande, e con certi denti aguzzi che mettevano paura. Quel giorno il coniglio sfidò il coyote alla corsa. Corsero come fulmini nel deserto. Il deserto era come quello che abbiamo intorno, ma caldo, caldissimo, e senza neve. Corsero fino a raggiungere la cima di un burrone, e il coniglio e il coyote continuarono a correre anche quando il burrone era finito. Correvano nel vuoto. Finché il coniglio si fermò dall'altra parte del burrone mentre il coyote rimase fermo nel vuoto…
Allora Bugs Bunny indica a Wile E. Coyote il vuoto sotto i suoi piedi. Wile deglutisce, fa ciao ciao con la manina e poi precipita in fondo al burrone.
Sbufff.
Una nuvoletta di polvere si solleva a fungo, sul fondo del canyon.
– È una bellissima storia. Il coniglio, il coyote…
La guardo. – Non sapevo di aver parlato ad alta voce.
– Non l'hai fatto. L'hai solo pensato.
E poi sorride. – Andiamo?
La sua mano sembra brillare, nell'ombra del corridoio.
La seguo.
Fuori dalle finestre è notte.
I vetri non riflettono la stanza.
Il mio cuore batte veloce come quello di un ragazzo.
Un ragazzo felice e impaurito.