Radici del Cielo – Cap. 33

33
La Serenissima
Mi sveglio con la sensazione di qualcosa di fresco e umido che mi accarezza la fronte. Apro gli occhi. Alessia, seduta accanto al mio giaciglio, ha in mano una spugnetta inumidita.
Non indossa più il mantello col cappuccio. I capelli neri sono raccolti in una treccia.
La preoccupazione nei suoi occhi svanisce, quando vede che ho ripreso i sensi.
– Bentornato.
– Bentornato…? Sono stato da qualche parte?
– Questo solo tu puoi dirmelo.
– È strano…
– Cosa?
– Per tante notti ti ho sognata, e ora che ti ho vicina non ti sogno più.
– Non sempre i sogni si ricordano.
– Giusto. Ma se ti avessi sognata ti ricorderei.
– Tutti i sacerdoti sono così galanti?
Arrossisco. Me ne accorgo dalla vampata di calore alle guance. Mi accorgo anche di un'altra cosa: non ho più male. Mi porto la mano al viso e sento una pelle liscia, fresca.
– Vuoi uno specchio?
– Sì.
La mano di Alessia mi porge uno specchietto rotondo, arrugginito sulla cornice.
Mi guardo, sempre più incredulo per ciò che vedo.
– Cosa mi è successo?
La ragazza mi toglie di mano lo specchio, lo ripone in una tasca invisibile.
– Niente. Stai bene. È tutto normale.
– No che non è normale. Stavo malissimo, quando mi hai trovato. Le radiazioni, la fatica. E adesso è come se non mi fosse successo niente. Sto meglio di quando sono partito dal Nuovo Vaticano. E tu dici che è tutto normale?
– Preferivi stare come prima?
– Ma no. Che c'entra? È che non mi sembra una cosa normale, come dici tu.
– L'importante non è quello che dico, ma quello che è.
La guardo, senza capire del tutto. Poi le faccio la domanda che ho più paura di porle.
– Sei stata tu?
– A fare cosa? – risponde lei, con l'aria sinceramente stupita.
– A guarirmi, ad esempio.
– No. Non sono stata io.
– E allora chi… cosa è stato?
Alessia alza le spalle. In quel momento sembra una bambina. La sua indifferenza ai miracoli pare sincera, una cosa del tutto naturale.
– Ti ho aspettato per tanto tempo, – sussurra.
– Hai aspettato me? Com'è possibile?
– A volte sogniamo, e a volte veniamo sognati.
– Quanto ho dormito?
– Due giorni, – risponde lei, come se fosse una cosa normalissima. – Alzati, adesso. Devo farti vedere una cosa.
La stanza in cui ho riposato – se riposare è la parola giusta – ha una strana forma circolare. È stretta e alta, come una ciminiera. Sulle sue pareti di mattoni sono state scavate delle mensole. Su una di queste luccicano tre candele basse e larghe.
Mi alzo, aspettandomi di provare un senso di nausea, o almeno un po' di vertigini. Invece alzarmi è una cosa normalissima.
Molto meno normale è scoprirmi nudo.
Arrossisco di nuovo. Molto più di prima.
Alessia si copre con la mano le labbra, nascondendo un sorrisino.
Volta la testa per non guardarmi, allegra come una bambina.
– I vestiti sono su quel ripiano.
Piegati in ordine sulla mensola ci sono un paio di pantaloni neri, una camicia bianca e un gilet nero, ricamato con fili d'oro che formano complicati arabeschi, o mandala, geometrici.
Niente indumenti intimi.
E nemmeno bottoni. Ci sono, invece, ganci e asole, con cui traffico un po', prima di riuscire a sistemarli. Al posto della cintura, i pantaloni hanno un cordino da annodare, come le tute da ginnastica di un tempo.
– Hai finito? Posso voltarmi?
– Sì.
– Sei elegantissimo. Le scarpe sono là.
Sono mocassini, in una tela tinta di nero. La suola è ricavata da un copertone d'auto.
La misura è perfetta.
D'altra parte hanno avuto due giorni per misurarmi…
Completano la vestizione una mantella nera senza cappuccio, e un tricorno di stoffa.
Alessia mi guarda soddisfatta.
– Tutto a posto? Andiamo, allora.
Scosta una tenda scura, dietro la quale si apre un breve corridoio, che una decina di metri dopo sbuca in un'altra stanza a pianta circolare, solo più grande. E di lì un altro corridoio che porta ad un'altra stanza, e così via. Se le catacombe di San Callisto mi erano sembrate claustrofobiche, cosa dire di questo dedalo di spazi di dimensione e altezza diversissime, ma caratterizzati tutti da una comune pianta circolare?
– Questo posto è stranissimo, – faccio. – Perché le stanze sono circolari? Non mi sembra molto pratico.
– Oh, ma non sono stanze. Sono antiche cisterne. Venezia è nata e si è sviluppata sull'acqua salata. I pozzi artesiani sono sempre stati una rarità. L'approvvigionamento d'acqua potabile, fino alla costruzione dell'acquedotto nell'Ottocento, si basava essenzialmente sulle cisterne dove veniva a depositarsi l'area piovana. Ce n'erano migliaia: un censimento del 1857 ne contò centottanta pubbliche e oltre seimila private. Praticamente solo le case più povere non ne avevano una. Guarda.
Nelle sue mani è apparso un foglio. Sembra la pagina strappata di un atlante.
– Vedi? – mi fa. – Venezia ha la forma di un pesce.
È vero. Riconosco l'immagine del pesce: il corpo, la coda. Persino un occhio, nella zona più chiara della stazione ferroviaria.
La mappa grigia della città è costellata di puntini rossi. Alcuni grandi, altri molto piccoli. In certi tratti sono talmente fitti che tutta l'area è colorata in rosso.
– Questa è la mappa delle cisterne di Venezia.
– Incredibile, – scuoto la testa.
– Come vedi da questa scala, le misure variavano enormemente. Ce n'erano di piccolissime come di gigantesche: quella del monastero dei Santi Giovanni e Paolo, per esempio, aveva una superficie di raccolta di 2.500 metri quadri. Le cisterne vennero quasi tutte abbandonate, una volta costruito l'acquedotto, nel 1884. Ma quegli spazi vuoti sono rimasti. Occupano un'area vastissima del sottosuolo cittadino: la loro estensione è poco meno di un decimo della città in superficie. È bastato collegare le cisterne per creare degli ambienti sotterranei perfettamente abitabili. E abbiamo riaperto gli antichi pozzi artesiani. Erano stati scavati con tecnologie antiche. Più o meno le stesse di cui disponiamo ora…
Arrivata davanti a una porta in legno, Alessia si sfila dal collo una chiave: un oggetto imponente, in bronzo lavorato. Infila la chiave nella serratura. La porta si apre sull'esterno.
Luce e freddo mi artigliano gli occhi.
– Non posso uscire così! Mi congelerò! E anche tu sei poco vestita.
Alessia ride. Mi passa una maschera nera, con uno strano, lungo becco. – "Non temere la vampa del sole, o la furia scatenata dell'inverno…"
– Quella è poesia. Questa è la realtà.
Ma la ragazza non mi ascolta. Esce, ignorando le mie proteste, calandosi lungo una scala di corda. Siamo a un'altezza di almeno quattro metri sopra il fondo del canale in secca.
Alla fine mi decido a calarmi giù anch'io.
Oggi la visibilità è decisamente migliore. Anche se la nebbia continua a occupare il fondo del canale, da un metro e mezzo d'altezza in su l'aria è sgombra, almeno fino al solito, incombente coperchio di nuvole grigie. Mi infilo la maschera, calzo in testa il tricorno, e sono pronto a seguirla.
L'aria che respiro attraverso lo strano becco della maschera è densa, ricca di profumi vegetali, con un sottofondo salmastro. Strana, per quanto piacevole.
Com'è strano muoversi alla luce del giorno, nella pioggia di morte invisibile che cade su di noi, e "non temere alcun male", come dicono le Scritture.
Seguo Alessia lungo il profondo e vasto canale, che si piega su se stesso come un serpente. L'impressione di una foresta morta è sempre più forte. Alcuni palazzi non hanno retto al tempo e agli elementi. Alcuni sono bruciati, altri crollati. Ma i più resistono, orgogliosi e splendidi, ritti sul complicato intrico di pali che li sostiene.
– Venezia è costruita su più di centomila palafitte piantate nella melma, alcune antichissime. L'assenza di ossigeno ha lentamente trasformato il legno in pietra.
Mi indica un punto, altrimenti invisibile. Venezia è una città di camuffamenti e inganni. Dove l'occhio all'inizio non coglie nulla, aguzzando la vista scorgi segni e tracce di vita, così ben mascherati da risultare irriconoscibili. Una sentinella armata di lancia e spada si stacca dalla parete. Il colore dei suoi indumenti è uguale a quello delle palafitte contro le quali stava appoggiata. Anche il viso, e le mani, sono dipinte di colori mimetici. Quando si muove verso di noi è come se un pezzo della città si avvicinasse.
Alessia non parla. C'è uno scambio di sguardi e basta, fra i due. O forse c'è altro, ma io non riesco a coglierlo. La sentinella ci fa segno di passare.
– Non l'avevo visto, – sussurro, ammirato.
– Come non hai visto gli altri, – replica Alessia.
– Ce n'erano altri?
– Ne abbiamo incrociati quattordici.
E non aggiunge altro. Né io le chiedo niente. Ho già abbastanza a cui pensare.
Arrivati a una svolta del canale, che un tempo si chiamava Canal Grande, ci imbattiamo nel relitto di un battello, per metà racchiuso dal fango secco. Coricato sul fianco, rovinato dall'acqua e da vent'anni di intemperie, sembra il cadavere di un gigantesco animale, più che un relitto.
– Non sei mai stato a Venezia, – sorride Alessia. La sua non è una domanda.
– No. Ma è come se ci fossi già stato. I film, immagino. Le foto.
– È una città bellissima. Lo è anche adesso, ma con l'acqua doveva essere incredibile.
– Come mai è in secca?
Alessia indica un punto lontano, oltre la fine del canale.
– Non lo sappiamo. Il mare si è ritratto di dieci chilometri. Qualcuno pensa sia stato il freddo. Le calotte polari che si sono riformate. Dicono che stiamo attraversando una piccola era glaciale.
– Sì, è una cosa che ho sentito anch'io.
La neve arriva alle caviglie. Il vento che soffia ininterrottamente dai giorni della Guerra le impedisce di attecchire, di formare uno strato significativo. Se la neve che vola nel vento potesse depositarsi, formerebbe uno strato alto un metro, mi ha detto una volta Maksim. Come vorrei che fosse qui, a vedere questa città. A camminare alla luce del giorno.
Alessia mi fa segno di fermarmi.
Ci arrampichiamo su una scala metallica appoggiata al fianco del "canyon". Più che mai i tronchi fossilizzati ricordano una foresta morta.
Alessia bussa, con una complicata sequenza di colpi, a una porta collocata sotto il livello delle fondamenta di un palazzo dalla facciata decorata da leggeri intarsi e trafori marmorei che le danno un'aria quasi di leggerezza, come se fosse fatta di vetro.
La porta si apre. Due guardie mascherate si fanno di lato, lasciandoci passare.
Un odore leggermente fastidioso si fa strada attraverso i filtri profumati che devono riempire il becco della mia maschera.
Un sentore acre, dolciastro.
Dopo un breve corridoio, scostata di lato una pesante tenda nera, entriamo in un ambiente vasto, dal soffitto basso. Sembra scavato nell'argilla. Le uniche luci sono due candele appese alle estremità dello stanzone. Sono luci fioche.
Ma la luce non serve, agli occupanti della stanza.
I morti sono appesi alle pareti laterali.
Pendono a decine da una serie di lucidi ganci da macelleria.
Il tempo li ha mummificati. La pelle è secca come pergamena, i denti scoperti in sorrisi inquietanti. Le mani giunte al petto, i corpi avvolti in fasce come mummie. Le orbite prosciugate sono coperte dalle palpebre chiuse, come se i morti sognassero.
Alessia si muove in mezzo a quelle due file di cadaveri appesi come se niente fosse.
La seguo. Che altro potrei fare.
I morti sono d'ogni età. Moltissimi i bambini, disposti su due file orizzontali sovrapposte. Appuntato sul petto hanno un cartiglio con su scritto il nome, e l'età.
Cinque anni,
Sei anni e due mesi,
Tre anni…
Pronuncio dentro di me una preghiera per tutti quei morti.
Alessia si volta, sorride.
– Guarda che sono in pace. Non hanno bisogno di preghiere.
Si avvicina alla mummia di una bambina, fasciata in una stoffa che un tempo doveva essere rosa.
– Questa è mia sorella.
Con orrore, mi rendo conto che non mi sorprenderebbe se la bambina morta facesse un piccolo inchino per presentarsi.
– È morta tanto tempo fa. Aveva undici anni, vedi?
– Perché tenete i vostri morti qui? – chiedo, con un filo di voce.
– Perché? Voi cosa ne fate?
La sua domanda mi spiazza.
– Beh, li seppelliamo.
Il suo volto è severo.
– In che modo?
– Quando muore qualcuno, la squadra di sepoltura del Comune lo viene a prendere e lo trasporta all'esterno.
– E poi?
– Mah, vengono seppelliti.
Alessia scuote la testa.
– La terra gelata è dura come la pietra.
Capisco dove vuole arrivare. È un dubbio che ha colto anche me, più di una volta. Nessuno sa se le squadre di sepoltura fanno davvero quello che dicono di fare, o se si sbarazzano in qualche altro modo dei corpi.
Come molte altre cose della nostra vita, anche questa rappresenta un articolo di fede.
Alessia ha l'aria triste.
– Eppure vivete nelle catacombe. Gli antichi cristiani le hanno scavate per seppellire i loro morti accanto alle tombe dei santi. Voi invece cacciate fuori i vostri, li buttate via come se fossero spazzatura…
Mi volta la schiena.
I pugni tesi lungo i fianchi, come a trattenere la rabbia.
Non l'ho mai vista così.
Accarezza la spalla della bambina morta. Lo fa con una dolcezza commovente.
– Noi non mandiamo via i nostri morti. Sono sempre con noi.
– Li custodite tutti qui?
La risata di Alessia è amara. Quasi derisoria.
– Tutti i morti di Venezia? No, sarebbe impossibile. L'esperienza ci ha insegnato a individuare i siti più appropriati. Quelli dove le condizioni dell'aria e del suolo consentono il processo di conservazione. È importante, per noi, mantenere il contatto con i morti.
Dopo un'ultima carezza alla mummia della sorella, mi volta la schiena e si allontana verso l'uscita della stanza.
Un altro corridoio, più breve del primo.
Una scala, scavata fra i tronchi pietrificati, conduce al piano terra del palazzo.
Ho vissuto per tanto tempo nell'ombra di un sotterraneo da non ricordare quasi più quale miracolo sia la luce. Quanto preziosa sia, più ancora dell'acqua, e dell'aria. Guardare gli oggetti che luccicano, le ricche ombre che lasciano, è uno spettacolo. È come se fossi stato cieco, per lunghi anni, come se avessi conosciuto le cose solo al tatto, ed ora il mondo mi venisse svelato per la prima volta.
– Ti piace? – mi chiede, con gli occhi che ridono.
È incredibile il modo in cui il suo umore cambia. Questa ragazza è come un giorno di temporale.
– È bellissimo, – le rispondo.
– Non hai ancora visto niente.
– Di chi è questo posto?
– Questo? È casa mia.
– Questo palazzo? Casa tua?
– Sì. Vieni, ti faccio vedere una cosa.
Saliamo lungo una scalinata imponente, immersa nella luce che per quanto grigia e velata è comunque gloriosa.
Guardo a bocca aperta i soffitti decorati a stucco, gli enormi lampadari, i quadri dalle cui cornici personaggi austeri – prelati, militari in corazza e parrucca seicentesca, magistrati e gran dame – ricambiano il mio sguardo con espressioni sprezzanti, altere.
Salite due rampe monumentali, Alessia mi fa strada verso un salone dal soffitto affrescato. Alle pareti della sala ci sono grandi vetrine dal contenuto fantastico.
– Venezia un tempo era famosa per la produzione del vetro. C'era un'isola intera, chiamata Murano, specializzata in quest'arte.
Le vetrine contengono una costellazione di miracoli: vasi e bicchieri dai colori incredibili, decorati con una fantasia che lascia senza fiato.
Alessia mi precede verso una vetrina più piccola delle altre, che contiene un unico oggetto. È una fiala di vetro traslucido, lunga pochi centimetri. Sembra così leggera da poter volare via se ci soffiassi sopra.
– È un oggetto molto antico, – sussurra Alessia, come per non disturbarne la pace. – È stato trovato su una nave romana. Quando l'acqua si è ritirata dalla laguna, abbiamo scoperto grandi tesori. Questo vetro ha più di 1800 anni. È splendido, vero?
Annuisco. È incredibile che un oggetto così fragile abbia potuto attraversare i millenni senza perdere nulla della sua bellezza.
Alessia sembra cogliere ancora una volta i miei pensieri.
– Un mondo è morto, miliardi di persone... Città intere sono andate perdute, il pianeta è una rovina radioattiva…
Apre la vetrinetta. È un gesto quasi surreale, perché la "vetrina" è completamente priva di vetri. Così non ci sarebbe nessuna necessità pratica di aprire l'anta. Ma lo fa ugualmente.
Con dita delicate, Alessia solleva l'oggetto dal suo supporto e me lo porge.
– Vuoi romperlo? Puoi farlo.
Le mie dita si tendono verso la fiala. Per un attimo provo davvero la tentazione di premerle su quella superficie perfetta, di spezzarla in modo che nessuno, nemmeno un miracolo divino, possa salvarla.
Tiro indietro la mano.
– No, – dico. – Non sarebbe giusto.
Alessia sembra delusa.
– So che avete ucciso degli esseri umani, per arrivare qui. So che anche tu hai ucciso.
Vorrei poterlo negare.
Ma ovviamente non posso.
Scuoto la testa. – Ho fatto quello che dovevo, per arrivare sin qui. La mia missione…
– Oh, già. La tua missione. Quella è importante. Quella sola conta. Cos'altro sei disposto a fare, per la tua santa missione?
– Tutto quello che sarà necessario, – le rispondo, con una tristezza che sale da dentro.
– Saresti disposto anche a uccidermi, per la tua missione? – mi chiede, richiudendo l'anta della vetrina, mettendo al sicuro il prezioso oggetto antico.
– No, – le rispondo. – Non potrei mai ucciderti.
– E perché no?
Cosa dovrei risponderle? Cosa potrei risponderle?
Dalla bocca mi escono parole che non mi sarei mai aspettato di pronunciare.
– Perché questo posto è bellissimo. E tu appartieni a questo posto. Non potrei mai farvi del male.
– Neanche se da ciò dipendesse il successo della tua missione?
– No. Neanche per quello. No. Io non sarò mai tuo nemico.
Alessia sembra delusa.
– Mai è una parola importante. Mai vuol dire un sacco di tempo.
Rifletto su quelle parole. Ha ragione. Mai vuol dire un sacco di tempo, davvero.
Ma non esito a ripetere il mio giuramento.
– Non ti farò mai del male.
Alessia sorride.
Di colpo ogni cupezza scivola via da lei.
Ritorna ad essere la ragazza dal passo leggero che incantava i miei sogni.
– Guarda questi, John. Ti piacciono? Si chiamano goti de fornasa, "bicchieri da fornace". Gli artisti che soffiavano il vetro li producevano per sé, come bicchieri. Erano pezzi unici non destinati al commercio. Poi le cose sono cambiate, ma questi, nella vetrina, sono tutti pezzi originali. Sono vecchi di più di cinquant'anni. Più vecchi di te.
C'è una nota scherzosa, nell'ultima osservazione.
Un tono irridente, quasi complice.
È una battuta che sarebbe normale tra un uomo e una donna sessualmente coinvolti. Ma non è normale tra una donna e un prete.
Dovrei dirglielo, immagino.
E allora perché non lo dico?
Perché sorrido, e le rispondo poche cose sono più vecchie di me, in questo nuovo mondo?
Alessia mi fa strada verso altre stanze, che contengono nuovi tesori.
– Abbiamo dovuto concentrare gli oggetti d'arte nei palazzi più sicuri. Alcuni edifici sono crollati, dopo che le acque si sono ritirate. Altri sono pericolanti.
Mi mostra quadri, mucchi di stoffe preziose, e altre cose che ai miei occhi sembrano solo ciarpame: una Barbie senza un braccio, un mazzo di carte da gioco consumate dall'uso. Si muove con una leggerezza incantevole, sotto i miei occhi incatenati da ogni suo passo.
Non sono mai stato un uomo passionale. Non per scelta, ma per natura, ho preferito sin da ragazzo i piaceri intellettuali a quelli della carne. Il voto di celibato non ha fatto che sancire uno stato di fatto.
No, quello che mi attira in questa giovane donna è la bellezza in sé, una bellezza non diversa, ai miei occhi, da quella della fiala di vetro che mi ha appena mostrato. È una bellezza che non mi sogno nemmeno di possedere. Che nelle mie mani non varrebbe nulla, non durerebbe.
Eppure…
Eppure, in fondo all'anima, provo un senso di perdita. Quello dato dal sapere che questa donna non sarà mai mia, come non sarà più mio il passato, i giorni che ci siamo lasciati per sempre alle spalle.
– Sei triste, – sussurra.
– Sì.
– Non devi essere triste. Questa è la città della gioia. Stanotte faremo una grande festa, per te.
A quelle parole, il mio cuore affonda. Ricordo l'orribile festa a Rimini. La morte di tanti innocenti.
– Devi smetterla, – mi rimprovera Alessia, severa. – Non puoi prenderti sulle spalle tutte le colpe del mondo.
– Hai ragione. Per schiacciarmi bastano le mie.
– Le tue? E quali sono? Che colpe potrai mai avere? Non sei tu che hai provocato la guerra. Non sei tu che hai distrutto il tuo mondo. La verità è che non sapremo mai chi è stato. Ma sicuramente non sei stato tu.
– Non è questo. Ho altre colpe. Colpe personali. Questa spedizione è stata un errore. Ci siamo lasciati dietro una scia di morte, e non riesco a convincermi che non sia stata colpa mia. Colpa nostra.
– È una cosa sciocca anche solo da pensare.
– Io sono un uomo sciocco. È stato un errore affidarmi questa missione.
– Vuoi parlarmene? Non ho mai saputo qual era, la tua missione.
– Ma sei sai leggermi nel pensiero…
– No, non so farlo.
– Non mentire.
– Io non mento mai.
Sospiro. Come possono mentire, occhi così? Giovani, apparentemente più giovani del mondo e di ogni sua colpa. Occhi scuri, quasi neri, e al tempo stesso incredibilmente luminosi.
Le parole mi escono di bocca, troppo rapide perché possa fermarle.
– Eppure sono sicuro che tu mi leggi nei pensieri.
Alessia si porta una mano alla bocca. Gli occhi le ridono.
– Oh no! Davvero pensi questo? No che non so leggerti nel pensiero. Nessuno di noi sa farlo, a parte il Patriarca…
Sentire quel nome è uno shock.
– Allora il Patriarca esiste!
– Certo, che esiste. Perché ti stupisce?
– Perché…
Esito a lungo. Alla fine, scelgo di raccontarle una bugia.
– Perché pensavo fosse solo una leggenda.
– No che non lo è. Lo incontrerai alla festa, stanotte. Vieni, ti faccio vedere la tua stanza.
La notizia che il patriarca esiste avrebbe dovuto riempirmi il cuore di gioia. La mia missione sta per compiersi. E invece tutto è passato in secondo piano rispetto alla meraviglia di questo posto, e ai suoi tesori, primo fra tutti Alessia.
La seguo in silenzio.
Attraversiamo lunghi corridoi, e altre stanze, perlopiù in penombra. In alcune mi sembra di vedere persone stese a terra, addormentate. Ma seguendo il passo rapido di Alessia non ho modo di cogliere i dettagli.
Un altro corridoio ha le pareti interamente occupate da grandi cornici vuote.
– Dove sono finiti tutti i quadri? – le chiedo. Lei fa una smorfia rapida, che altrettanto rapidamente sparisce.
– Non lo so.
Passando accanto a una delle cornici colgo un luccichio. Mi chino, con la scusa di allacciarmi lo scarpone.
Incastrata nella fuga della cornice c'è una scheggia di vetro, verniciato d'argento su un lato.
Le cornici non racchiudevano quadri, ma specchi.
Alessia mi fa un cenno impaziente, dalla stanza in fondo al corridoio. Raccolgo e mi infilo in tasca la minuscola scheggia, avvolgendola nel mio fazzoletto unto e sporco. Poi mi affretto a raggiungere la mia guida.
La stanza è grande. Giù a San Callisto, uno spazio così forse non l'ha nemmeno il cardinale Albani. Doveva esserci un grande letto, perché sul parquet sono rimasti i segni delle gambe. Ma non c'è più. C'è soltanto una specie di futon giapponese, al centro della stanza, e accanto una coperta piegata, un asciugamano immacolato e un piattino con un piccolo pezzo di sapone.
Su un lato, da terra fin quasi al soffitto, sono accumulate pile e pile di libri, delle più svariate dimensioni, dal tascabile al tomo settecentesco.
La cosa che li accomuna è che non hanno copertina. O meglio, le copertine sono impilate contro il muro opposto. Come se qualcuno si fosse preso la briga di scuoiare i libri come animali da pelliccia.
Alessia sorride.
– Quando la fame comanda, qualsiasi cosa diventa cibo. Alcune di quelle copertine, quelle in cuoio, sono state bollite per fare una specie di brodo. Poi qualcuno ha capito, forse l'ha letto da qualche parte, che si poteva bollire la colla e ricavarne una pasta commestibile. Così hanno raschiato via la colla dai libri, ricavandone uno sciroppo con cui facevano delle specie di caramelle.
Scuoto la testa. – Un mio amico, un russo, dice che a Leningrado, durante l'assedio dei tedeschi, facevano lo stesso. I suoi genitori sono sopravvissuti così.
Accarezzo la costa di un libro. Leggo il titolo. De Phaenomenis in Orbe Lunae, 1612. Chissà dov'è finito, il testo. In quel mucchio laggiù, sicuramente.
– I volumi messi contro il muro facevano da isolante, – spiega Alessia.
– Ci sono usi migliori, per i libri, – sospiro.
– Certo che ci sono. Ma non ti aiutano a sopravvivere.
Mi affaccio alla finestra, su quello che un tempo era il Canal Grande e ora sembra un paesaggio alieno.
Mi passo una mano sulla guancia. A parte la barba di tre giorni, non sento né cicatrici né pustole, come sarebbe normale per uno che ha passato così tanto tempo all'aperto. Anzi, non dovrei nemmeno essere in grado di alzare il braccio. Probabilmente dovrei essere morto.
– Come fate a proteggervi dalle radiazioni? – le chiedo, ammirando stupito la sua pelle perfetta.
– Come ci proteggiamo dal freddo, o dalla fame. Il nostro Patriarca pensa a tutto. Vedrai.
Il canale è quasi sgombro di neve. E ce n'è poca anche sui tetti dei palazzi. Sul fondo del lungo canyon fangoso emergono a tratti sagome più scure.
– Cosa sono? – chiedo, indicandone uno ad Alessia.
– Sono relitti. Cioè, non grandi relitti. Sono piccole barche da trasporto, rimaste in secca e poi marcite. Non contengono tesori. Quelli li abbiamo trovati da altre parti. All'Arsenale, ad esempio. O al largo. C'è un posto, oltre la Bocca di Lido, dove puoi trovare cose meravigliose…
– Quanti siete? – le chiedo, interrompendola.
Alessia aggrotta le ciglia.
Non risponde.
– Non è una domanda difficile, – insisto.
Lei si volta verso la finestra. La luce le illumina il viso, trasfigurandolo.
Più che mai mi torna alla mente il concetto di corpo glorificato. Il corpo che avremo dopo la resurrezione: simile a quello fisico, ma diverso: un corpo che può mangiare e respirare, ma che non sarà più soggetto alla malattia e alla morte. Un corpo che può muoversi liberamente tra cielo e terra, spostarsi di luogo in luogo all'istante, come Gesù dopo essere risorto. Un corpo simile a quello umano, ma infinitamente superiore.
Muovo una mano verso la sua spalla, e per un attimo la luce mi gioca uno scherzo. Il suo corpo diventa diafano, e ho la sensazione che se allungassi ancora la mano le passerebbe attraverso.
Poi Alessia si volta, e io rimango ancora una volta prigioniero della magia dei suoi occhi.
– Puoi pazientare ancora un po'? Ti prego. Quando incontrerai il Patriarca capirai tutto. Ora devi riposare. È importante che tu stia bene, quando lo incontrerai. Dormi un po', vuoi?
– Come posso dormire, in un posto del genere? È come chiedere a un bambino di riposare prima di visitare Disneyworld…
Lei annuisce.
– Non mi chiedi cos'è Disneyworld?, – le domando.
Alessia distoglie lo sguardo da me. Torna a fissare il canale fuori dalla finestra, dai vetri così puliti che sembrano fatti d'aria e di luce. Un vetro che non riflette nulla. Che forse non ha memoria di nulla.
– Lo so, cos'è Disneyworld. Cos'era.
– Ma non puoi avere più di vent'anni. Come fai a sapere cos'era Disneyworld?
Alessia sorride. Pronuncia alcune parole in una lingua che non conosco.
Poi mi guarda dritto negli occhi.
– Hai giurato che prima di giudicare cercherai di capire. E che prima di capire cercherai di aprire la mente.
Faccio un passo. Mi metto al suo fianco. Guardiamo per un po' il canale deserto, e io cerco d'immaginarmi com'era quando l'acqua lo riempiva, e le sue sponde erano piene di gente, mentre ora sono deserte come una cattedrale in rovina.
– Doveva essere bellissima, – sussurro. E ora guardala.
– Quomodo sedet sola civitas…
– Conosci il latino.
– Poche cose. So cosa significano le parole che ho appena detto. "Com'è deserta la città un tempo piena di gente"…
– Ma non sai in quanti siete.
– Non ho mai detto che non lo so. Solo che non voglio dirtelo. Devi aspettare. Stasera saprai tutto. E adesso stenditi, riposa.
– Tu dove vai?
– Da un'altra parte.
– Perché non resti?
L'enormità delle mie stesse parole mi colpisce. Mi sento arrossire.
– Tu sei un uomo grande, – risponde lei, senza nessuna remora.
– E sono un prete, – mi affretto ad aggiungere.
Alessia non dice nulla.
Mi guarda negli occhi, e i suoi sembrano diventare sempre più grandi, sempre più scuri.
Finché non sento le ginocchia cedere e mi trovo disteso per terra. Sembra che nella stanza stia calando il buio. Le ombre si staccano dalle pareti strisciando verso di me. Il sonno è una tazza sempre più grande in cui annego. Mani forti, mani che non riesco a pensare siano quelle di Alessia, mi infilano dentro il sacco a pelo, chiudono la zip. Il sacco odora di muffa, è l'ultima sensazione di cui sono cosciente.