Radici del Cielo – Cap. 32

32
La foresta morta
È strano, camminare al fianco di Alessia.
È un'esperienza reale, perché sento sotto le suole degli stivali le irregolarità della strada, e respiro l'aria fredda del mattino.
Al tempo stesso non può essere vero.
Se davvero respirassi quest'aria morirei.
Basterebbe la luce del giorno, a ferirmi, anche attraverso il sudario plumbeo delle nubi.
Invece non mi sono mai sentito così bene. Non ho più fame, o sete. Né freddo, o stanchezza.
D'altra parte è così che sarà dopo la morte, secondo le dottrine in cui credo.
Mi domando se non sia questo, il "corpo glorificato" di cui parlano le Scritture. Il corpo incorruttibile che avremo dopo la Resurrezione. Il corpo ricreato per abitare i cieli.
Alessia ride.
– No. Niente di così poetico. Sei semplicemente guarito. Non devi aver più paura del sole. "Non temere la vampa del sole, o la furia scatenata dell'inverno…"
– Shakespeare…
– Sì.
– Che cosa sei? – balbetto.
– Alessia.
– No. Non chi sei. Cosa sei?
– Che domanda assurda. Sono una donna.
Muovo un passo lontano da lei. Alessia si avvicina.
Faccio due passi indietro. Lei continua a seguirmi. È come se non volesse che la distanza tra noi due aumenti.
Camminando all'indietro inciampo. Finisco per cadere seduto in un mucchio di neve.
Alessia scuote la testa.
– Povero John. Hai tanta paura di me?
– No che non ne ho, – mento.
– Pensi che io sia il Male. Un demone tentatore, come nelle leggende dei vostri martiri. Ma non sono niente di questo. Sono una donna. Anche se è vero, per questi tempi sono una donna speciale. Ma sono una donna, non un essere soprannaturale. Soprattutto, non sono un demone.
Con un gesto lento, sorridendo, solleva il cappuccio.
Il viso che si rivela è bellissimo, tanto da darmi un tuffo al cuore.
Ha i capelli color castano scuro, e gli occhi…
Gli occhi sono incredibilmente vivi. Scurissimi, ma con dentro una luce che viene dall'anima.
I lineamenti sono finissimi, aristocratici.
È una bellezza che viene da lontano, per me. Dalle immagini della Madonna viste sui libri. Dalla dolcezza delle labbra di mia madre, quando mi leggeva la favola della buonanotte. Dalle risate delle compagne più belle, al liceo.
È una bellezza intessuta di nostalgia, di rimpianto.
Mi ero aspettato di tutto. Ma non certo questo.
– Vedi? Non sono il diavolo. Anche se dicono che spesso i diavoli tentavano gli eremiti mutandosi in belle fanciulle…
– È il tuo caso?
– No. Mostrami la tua mano.
Tendo la destra, senza esitazioni. Lei non la prende tra le dita, come mi sarei aspettato. Si limita a studiarla, sfiorando con lo sguardo ogni osso, ogni tendine.
– La punta dell'indice è storta, – conclude, alla fine di quell'esame.
– Si è rotta due anni fa. La falange, o quello che è. L'aggiustaossi l'ha sistemata come poteva.
– Ti fa male?
– No. All'inizio, ma adesso non più. Ci sono ormai abituato.
– Ti sei abituato a una cosa sbagliata? A una cosa storta?
– Sì.
Il volto bellissimo si fa severo.
– Ti insegnerò a non abituarti mai alle cose storte. Vieni.
– Dove andiamo?
– Su un ponte che non serve a nulla.
Camminiamo a lungo. È strano camminare all'aperto, alla luce del giorno, e non avere paura. Ma non più strano del vivere vent'anni sotto terra, tra i morti.
– Com'è, vivere in una catacomba? – chiede Alessia, confermandomi, se mai ce ne fosse bisogno, che sa leggermi nei pensieri.
– È vivere, appunto. Nient'altro. Non è una cosa che uno sceglierebbe, se potesse. È una vita tranquilla. A parte il pericolo di crolli, o qualche momentanea carestia, non è nemmeno una vita troppo dura.
– Ma la luce non vi manca?
– Dopo un po' smetti di pensarci. Certo, a volte invidi quelli che fanno parte delle squadre di recupero. Quelli che vanno fuori in esplorazione, o anche solo alla ricerca di materiale utile. Ma poi li vedi tornare, quelli che tornano, e vedi le loro facce tese e stanche, e capisci che sei un privilegiato a restartene giù, sottoterra.
– Capisco.
– Ma anche voi dovete vivere sottoterra. Come fate? Venezia è una città d'acqua.
La sua risata è il trillo di un campanello. Il suono di una cascata d'acqua pura.
– Non è proprio così. Vedrai. Però è una cosa più facile da vedere che da spiegare.
Attraversiamo le rovine di un quartiere completamente bruciato. Il nero dei muri contrasta col bianco della neve. Sembra di muoversi in una stampa antica.
– Questa città si chiamava Mestre. Era collegata a Venezia da un ponte. Era una città bruttissima, ma anche uno dei principali nodi ferroviari italiani. È strano che nessuna bomba l'abbia colpita.
– E allora cosa l'ha distrutta?
– Gran parte delle distruzioni sono avvenute a distanza di settimane, se non di mesi, dalla caduta delle bombe. Un rubinetto del gas lasciato aperto. Un'apparecchiatura elettrica in corto circuito. Piccoli incendi che a volte si sono allargati fino a distruggere intere città. Niente vigili del fuoco, niente acqua per spegnerli…
Indica un punto lontano, a sud. Alcune ciminiere storte interrompono il grigio del passaggio.
– Quella è Marghera. C'erano impianti di lavorazione dei carburanti, e altre industrie. Può darsi che l'incendio sia nato da lì.
– Ha distrutto anche Venezia?
Alessia scuote la testa leggermente, come sovrappensiero.
– No. Tra Marghera e Venezia c'era il mare.
– In che senso, c'era?
Ci arrampichiamo su un dosso coperto di neve, pestando i piedi per arrivare in cima.
– In questo senso, – fa lei, indicando lo spazio aperto davanti a noi.
Niente mi ha preparato a quello che vedo.
Mi ero aspettato, naturalmente, di rimanere colpito da Venezia, ma non in questo modo.
La città appare in distanza, coi suoi campanili e le sue architetture antiche. Ma fra noi e la città non c'è la laguna, ma una distesa di terra emersa.
Un ponte, spezzato a metà, attraversa quella steppa battuta dal vento.
– Quella è Venezia, – sorride Alessia.
– E quello è il famoso ponte che non serve a nulla, – sorride, scendendo, allegra come una bambina, la collinetta. – Sembra la baia di Dorothy Cove con la bassa marea, vero?
– E tu che ne sai, di Dorothy Cove?
Lei, ridendo, mi volta le spalle. Si lascia scivolare lungo il fianco della collina.
– Ehi, ti ho chiesto come fai a sapere di Dorothy Cove!, – le urlo dietro. Ma lei non risponde, e non si ferma.
La seguo. È come scendere lungo una duna di sabbia. Altre dune, un misto di terra più scura e neve, marcano la distanza tra noi e l'antica città dei Dogi. A occhio e croce poco meno di quattro miglia.
Non ho né armi né provviste, con me.
Non ho maschera antigas, o abiti pesanti.
Eppure mi sento leggero come se avessi vent'anni.
E davvero la distesa sabbiosa davanti a me mi ricorda la baia di Dorothy Cove, vicino a Nahant. Nei weekend papà ci portava lì. Per me era il più bel posto del Massachusetts, e forse del mondo. Era un paradiso di scoperte. Camminavamo sulla spiaggia che la bassa marea rendeva vastissima. Agli occhi di noi bambini sembrava una distesa infinita da esplorare. Raccoglievamo conchiglie e pezzi di legno lavorati dal mare. Una volta mio fratello più piccolo, Thomas, trovò qualcosa che lo fece urlare di gioia. Lo mostrò a papà. Sembrava un enorme smeraldo. Luccicava. Ero invidiosissimo. Poi papà spiegò a Tommy, con pazienza perché mio fratello non voleva credergli, che quello non era uno smeraldo ma un pezzo di fondo di bottiglia. Anzi, di un culo di bottiglia, come si espresse lui.
Anche questo deserto di sabbia e fango lasciato dal mare ha i suoi tesori. Passiamo accanto ai resti di una barca antica.
Frammenti di metallo arrugginito, sul fondo. Forse i resti di una spada, o forse solo di una lattina di birra. Chi può dirlo, ormai?
Camminiamo, e la sabbia e la neve inghiottono i nostri passi. Lasciamo due lunghe file di impronte gemelle, mentre percorriamo la lunghezza del ponte, che al centro si è spezzato. I ponti, in realtà, sono due, paralleli: uno ferroviario e uno stradale, ma così vicini da sembrare uno solo. Eppure entrambi sono crollati al centro.
Quando siamo a un centinaio di metri dal crollo capisco perché. Un aereo è caduto sul ponte, esplodendo. I rottami della carcassa sono ancora visibili, in mezzo alle pietre. La ruggine e il sale, dopo vent'anni, non sono ancora riusciti a rodere del tutto i colori della bandiera francese, su quello che resta della coda del jet.
– Se potessimo volare ti farei vedere dove sono caduti altri aerei. Sette aerei. Hanno lasciato dei grandi crateri nella sabbia. Sai, l'aeroporto di Venezia era laggiù. Alcuni aerei sono caduti a causa dell'impulso elettromagnetico, ma i più devono aver girato in tondo sulla laguna finché non hanno esaurito il carburante. Le piste dell'aeroporto sono coperte da decine di aerei che sono atterrati e non hanno potuto ripartire. Tanti da non consentire ad altri di atterrare.
Distolgo lo sguardo dalla carcassa. Non voglio pensare a uomini, donne e bambini a bordo. Anche se forse, col senno di poi, sono stati fortunati. Le epidemie e la fame hanno fatto molte più vittime delle bombe, negli anni immediatamente successivi alla Tribolazione.
Alessia si è tirata di nuovo su il cappuccio. Vista da dietro, nel suo mantello azzurro, sembra una figura leggendaria, una principessa degli elfi.
Mantengo il suo passo senza fatica. Mi chiedo quanti anni abbia. Sembra così giovane, poco più di vent'anni, ma i suoi occhi hanno una profondità che fa pensare a una saggezza antica.
Da tempo non vedevo una donna così bella.
So che non dovrei pensarlo, ma non posso farne a meno.
Alessia è una creatura incredibile.
Vorrei chiederle come ha fatto a entrare nei miei sogni. Ma so già che la sua risposta non mi soddisferebbe. Così mi limito a camminarle dietro, perché per quanto affretti il mio passo non riesco mai a raggiungerla. La città intanto cresce all'orizzonte, alzandosi davanti al mio sguardo a mano a mano che ci avviciniamo.
Incontriamo altri relitti, sempre più numerosi. Battelli in legno, motoscafi, e persino una gondola, con il ferro di prora dorato. Sembra un delfino morto.
Il silenzio è irreale.
Sembra impensabile che un tempo l'aria brulicasse ovunque di richiami d'uccelli e del ronzio degli insetti.
Una simile ricchezza di vita non esiste più.
La Terra, mi dico ancora una volta, è diventata un enorme cimitero.
– Cosa è successo ai tre uomini che stavano con me? – le chiedo, urlando per sovrastare il rumore del vento, che è cresciuto di intensità. La città ora è nascosta ai nostri occhi come da un muro grigio. Le raffiche devono arrivare almeno a cinquanta miglia all'ora. Eppure, nonostante il nevischio mi sferzi il volto, non sento freddo, o dolore.
– Perché ti preoccupi per loro? – mi chiede.
– Hanno detto che hanno un'altra missione. E hanno qualcosa con loro. Qualcosa che forse è un'arma terribile.
– Credevamo vi foste stancati delle armi terribili.
Il senso di quella frase mi sfugge.
– Non devi pensare a loro, – aggiunge in fretta, facendo uno strano gesto con la mano. – Devi pensare alla tua missione. Tutto andrà bene.
Non ho mai creduto nella magia. E nemmeno l'idea dei miracoli mi ha mai convinto del tutto. Ma sono sicuro che è stato proprio quel gesto di Alessia, un agitarsi delicato delle dita, una lieve torsione del polso, a convincermi che davvero non c'è nulla da temere.
Che tutto andrà bene.
D'altra parte cos'altro posso fare se non seguirla? Tutto intorno a noi il nevischio si è chiuso come una coltre, e il vento ora ci trascina in avanti, verso la città morta.
Camminiamo alla cieca, io seguendo Alessia e lei lasciandosi guidare da qualche istinto o senso a me sconosciuti. Di tanto in tanto, nel turbinio della tempesta, si intravedono forme scure in movimento, che mi fanno rabbrividire. Impossibile non ricordarsi dei Muscoli che si aggirano intorno a Roma.
Sarà per l'odore di cose marce che comincia a farsi sentire, camminando fra quelle che sembrano le pareti di una gola e che rimandano l'eco dei nostri passi.
– Qui non ne avete? – sussurro, mettendola alla prova due volte. Perché pronuncio le parole con un tono così basso che io stesso non le sento.
– Che cosa? – risponde lei. – Oh, ho capito. No, non ne abbiamo. Sono una cosa vostra, locale.
E così fuga ogni residuo dubbio.
– Se puoi leggermi così facilmente nei pensieri, sai che c'è un'altra cosa che mi preoccupa.
– Oh, sì. Quell'uomo. Lo conosciamo. Ma non è un problema. Non ora. Non per molto tempo.
– Non per molto tempo, – ripeto, canzonandola.
La sua voce suona leggermente offesa, quando mi risponde.
– Voi antichi vi preoccupavate sempre del futuro. Qualcuno di voi aveva paura anche che il Sole esplodesse, o che l'universo finisse, a milioni di anni nel futuro. Tanta paura. E a cosa vi è servita? Siete morti quasi tutti.
– Com'è che mi hai chiamato? Antico?
– Sono giovane. Come altro dovrei chiamarti?
– Voi antichi… Posso avere al massimo vent'anni più di te. Posso essere anziano, okay. Ma antico…
– Non intendevo in quel senso. Oh, ma hai detto okay… Era una vita che non lo sentivo…
– Sono americano. Cioè, lo ero.
– Americano… Sai che c'è una buona probabilità che siate stati voi a dare il via a questo disastro?
– Buone probabilità…?
– Fifty-fifty, diciamo.
Non so cosa sia più surreale. Se camminare attraverso questa landa desolata intrattenendo un'amabile conversazione, o essermi di colpo lasciata alle spalle ogni paura su Durand e la sua cassa misteriosa, o su…
– C'è un'altra cosa che mi preoccupa, – faccio.
– Tu ti preoccupi di troppe cose.
– Noi antichi eravamo così. La cosa che mi preoccupa è una persona. Il padrone del camion in cui mi hai trovato.
– "La Più Grande e Veloce Chiesa di Dio su Ruote", vuoi dire? Ti riferisci a David Gottschalk, l'Uomo del Dolore…
– Sì.
– Nemmeno lui rappresenta un pericolo. Andrà tutto bene, John. Vedrai. Rientra tutto nel piano.
– Che piano?
– Presto capirai. E adesso preparati, perché stai per vedere qualcosa di meraviglioso.
Si ferma. Rimane come in ascolto di una voce che non posso sentire.
E poi, lentamente, dapprima come un sussurro e poi come un suono nitido, mi arriva il rumore di una folla in cammino. Richiami, musica, voci di bambini, frasi pronunciate in tono allegro in lingue che non conosco. Se chiudo gli occhi posso quasi pensare di essere tornato indietro nel tempo, e di essere in un parco di Roma, o in una via affollata di turisti di qualche città d'arte.
Il vento cala. Il nevischio non cade più. L'ha sostituito la nebbia. E anche quella si sta aprendo. Nel grigio chiaro della caligine comincia a delinearsi una forma strana: un arco, enorme, quasi sopra di noi. L'arco diventa sempre più visibile, mostrando sul suo dorso macchie più chiare che sembrano occhi. Decine d'occhi.
Poi un rapido, ultimo colpo di vento dissipa la nebbia, e davanti ai miei occhi, alto nel cielo, appare un ponte di pietra a una sola campata.
L'ho visto infinite volte in documentari, e foto. Mai di persona, ma l'immagine è viva nella memoria.
È il ponte di Rialto.
La bocca mi si spalanca per lo stupore mentre mi guardo intorno, girando su me stesso, provando un senso di vertigine.
Il suono della folla si affievolisce e poi scompare del tutto.
Il ponte è davvero sopra di noi.
Siamo in piedi al centro di un canyon, le cui pareti sono una foresta d'alberi morti. E in cima agli alberi palazzi che sembrano usciti da una fiaba. Palazzi dalle facciate che sembrano ricamate nel marmo e nel granito.
Venezia.
Il Canal Grande completamente asciutto.
Girando su me stesso guardo incredulo la folla di persone affacciata ai parapetti del ponte, allineata sulle rive del canale. Centinaia di persone vestite con lunghi mantelli neri, il viso mezzo nascosto da maschere bianche sotto i cappelli a tricorno. Una folla silente, immobile. Solo un refolo di vento muove l'orlo dei mantelli.
Sento le gambe cedermi.
Precipito come da una grande altezza.
Cadendo agito le braccia. Inutilmente.
Batto la schiena nel fango secco.
Come al rallentatore vedo la neve volare in alto, per poi ricadere.
E poi gli occhi si chiudono sull'immagine di Alessia, lo sguardo rivolto in alto, la bocca spalancata in un silenzioso grido di aiuto.