Radici del Cielo – Cap. 31

31
Dove stiamo volando
Entro ed esco dal sonno.
Prima di chiudermi in questo sgabuzzino mi hanno fatto inghiottire delle pillole. E poi Diop mi ha fatto una puntura sul braccio.
Dopo sono svenuto.
E mi sono risvegliato qui.
Devono essere passati giorni, perché mi sento incredibilmente debole.
E poi ho queste visioni.
Ci sono segni, sul muro. Non li posso vedere, perché c'è buio assoluto. Non li posso sentire al tatto, perché le mie mani sono insensibili, paralizzate. Eppure riesco a percepirli.
Come, non so.
Con qualche senso sconosciuto, di cui ignoravo l'esistenza.
Da quei segni riesco a leggere la storia della persona che dormiva in questa stanza.
Entro nei suoi pensieri.
Freddo freddo freddo
Fame
L'ultimo villaggio non aveva niente
Così ha detto il Profeta
Dobbiamo ridurre le bocche
Viaggiare leggeri
Tira il filo
È lungo
Elena ha preso il corto
La portano fuori
Stasera mangeremo
Allontano la mente dal muro, dal rosso di quei ricordi che lo sporcano.
Non so da quanto tempo sono qui.
Ho smesso di star male.
Non so cosa ci fosse, in quelle pillole, ma non sto male.
O forse è stata l'iniezione.
Qualunque cosa sia stata, mi sento come se galleggiassi nell'acqua.
Il corpo e il sangue di Cristo…
La voce di Gottschalk, attraverso le orecchie dell'uomo che abitava in questa stanza.
Una voce unta di grasso.
Prendete e mangiatene tutti…
Non ascoltare.
La voce di donna è cristallina.
Penetra attraverso la nebbia rossa dei segni, li cancella, come un raggio di luce.
È come se nella mente si aprisse un corridoio.
Come in quel vecchio film, La Bibbia, quando Mosè faceva aprire per miracolo le acque del Mar Rosso.
La tenebra si divide, e nel corridoio sempre più largo di luce azzurra una figura si muove verso di me, da molto lontano.
Sembra volerci un'eternità perché la figura sia abbastanza vicina da poterne distinguere i lineamenti. Ma in questo sogno – perché dev'essere un sogno – la mia pazienza è infinita, aspettare non mi pesa.
Mi sento in pace, come non mi sono mai sentito prima in vita mia.
La donna vestita d'azzurro, Alessia, sorride. Non vedo gli occhi, all'ombra del cappuccio, ma so che sono profondi, e intelligenti.
Un attimo prima è lontana, e l'attimo dopo mi è accanto. La sua mano si muove, le dita passano sulla mia fronte, leggere come petali di rosa. Come le mani di mia madre quando da bambino avevo la febbre.
– Non ascoltare le voci. Vieni con me.
– Con te? Dove? Non riesco nemmeno ad alzarmi.
– Ma sì che puoi alzarti. Però prima dobbiamo fare un patto.
– Un patto?
Rido. La mia risata mi scoppia nella testa, come se un martello mi percuotesse il cranio dall'interno.
Lei passa ancora una volta la mano sulla mia fronte.
Il dolore diminuisce, fino a passare del tutto.
– Non ridere. Sul serio, devi fare un patto.
– Che patto?
– Un giuramento. Devi giurarmi che prima di giudicare cercherai di capire. E che prima di capire cercherai di aprire la mente.
– Non è molto. E in cambio cosa ricevo?
– La verità, immagino. La verità e una strada.
La sua mano sfiora la mia.
Sento il mio corpo sollevarsi. So che è impossibile, che in me non è rimasta energia sufficiente per questo.
Eppure mi alzo in piedi.
– Accetti il patto? – chiede di nuovo.
Io non posso fare altro che ridere, e ridendo dirle sì.
E nel momento in cui pronuncio quella singola sillaba, il mondo cambia.
Sento un'energia nuova fluire in me, riempirmi come un liquido.
Sono un contenitore di energia, di luce.
Alessia sorride.
Mi precede, guidandomi lungo il corridoio azzurro. Attraversiamo la Cattedrale, senza guardare a terra, perché adesso stiamo volando. È assurdo, ma stiamo volando. Attraversiamo come se fosse fatta d'aria la cabina dentro la quale la neve arriva ormai all'altezza di un metro, e ha coperto ogni cosa. Voliamo sulla strada, superando le tracce dell'Hummer, e poi l'auto abbandonata sul ciglio della strada. Sorvoliamo le impronte di due uomini, che si perdono nella neve mossa da un forte vento. Tutto è silenzio, calma. Voliamo come in una bolla, immuni a tutto.
Scendiamo a terra, sulla neve fresca.
Non ho freddo.
Alessia si volta verso di me. Alza l'indice della destra, lo punta su un cartello arrugginito sulla strada.
V NE IA.
Il dito di Alessia traccia segni nell'aria.
La scritta sul cartello si completa.
VENEZIA.