Radici del Cielo – Cap. 30

30
La fine della caccia
Raggiungiamo la nostra preda il quinto giorno.
Siamo riusciti a prenderla viaggiando giorno e notte, alternandoci alla guida, in turni di otto ore. Perdendo un sacco di tempo per fare rifornimento. O, più spesso, per tentare di farlo.
La raggiungiamo con gli ultimi vapori di carburante. Niente più taniche di riserva, nel cofano. Niente più auto da mungere, lungo la strada. Qualcuno l'ha già fatto, poco prima di noi. In qualche caso, gli ultimi due giorni, si sentiva ancora l'odore di gasolio stagnare nell'aria. Non era difficile immaginare chi fosse stato, a precederci.
C'era una sola serie di tracce, sulla strada. Sempre più fresche, sempre più recenti.
Le tracce della nostra preda.
È un modo strano di vedere le cose, parlare di preda, quando la selvaggina che insegui è un gigantesco camion in mano a un assassino impazzito, e gli inseguitori sono quattro moribondi resi mezzi ciechi e mezzi pazzi da cinque giorni di guida ininterrotta.
La jeep è ridotta a un porcile. Il puzzo è terribile. Non mangiamo un boccone da due giorni, e nell'ultima bottiglia c'è rimasto mezzo litro scarso d'acqua. Siamo alla fine.
Nessuno di noi parla più.
Sempre più spesso mi ritrovo a vagare con la mente in territori strani. Prego, ripetendo infinite volte la stessa preghiera. Prego per i miei morti, e per quelli che ci siamo lasciati alle spalle negli ultimi giorni. Un elenco infinito.
A volte mi addormento a occhi aperti.
Ho visioni.
La neve che turbina davanti al parabrezza dell'Hummer si trasforma in un fantasma: la donna azzurra. Alessia. Mi sorride. Sotto l'ombra del cappuccio, le sue labbra sono la cosa più bella che abbia mai visto. Le mie sono spaccate, arse dalla sete. Piagate da ulcere e foruncoli. Gli occhi mi bruciano. Alessia tende il braccio, attraverso il vetro. Le sue dita mi sfiorano la fronte. È un tocco morbido, fresco. O forse è solo un'impressione, per quanto rapido è il contatto. Ma per un attimo mi fa sentire bene. Come se a pronunciarle fosse il vento, mi arrivano in un soffio le parole mi incontrerai nel luogo dove non c'è ombra.
Di colpo uno strattone mi scaraventa in avanti, e solo la cintura mi salva.
Wenzel ha frenato di colpo.
La figura di Alessia scompare.
Una decina di metri davanti a noi c'è un'enorme massa nera, abbandonata sulla strada.
Il camion di Gottschalk.
Siamo scesi senza pronunciare una parola.
Il vento forte come l'ululato di un cane copre i nostri rumori.
Ci avviciniamo tenendoci bassi, rasente il muro di un edificio crollato. La "Più Grande e Veloce Chiesa di Dio su Ruote" sembra una balena arenata. Il rimorchio è piegato verso destra, la sacca di metano completamente sgonfia.
Ecco perché dovevano svuotare i serbatoi delle auto, lungo la strada. È questo che li ha rallentati. Che ci ha permesso di raggiungerli.
Vorrei essere sicuro che sia una cosa buona.
La porta del rimorchio è spalancata.
Entriamo, coprendoci a vicenda con le nostre armi.
Non abbiamo indossato le maschere, né le cerate protettive. Vogliamo essere liberi nei movimenti, in quella che sarà probabilmente l'ultima tappa della nostra missione.
Non avevamo mai visto gli "alloggi della servitù", come li chiama Wenzel.
Il sergente ci spiana la strada, prendendo di mira il buio.
La luce cerulea dell'alba rivela dettagli imprevedibili dell'interno.
Il rimorchio è occupato da minuscoli sgabuzzini, poco più che dei loculi, che si affacciano su un corridoio centrale. In fondo c'è uno spazio comune, attrezzato con un lungo tavolo e due panche. Apro la tenda che chiude uno sgabuzzino, usando la canna del Kalashnikov. Dentro c'è una branda metallica, e appesa alla parete una croce di rozza fattura. Nient'altro, a parte una giubba e un paio di pantaloni fatti di tela di sacco, ordinatamente piegati sulla brandina. Niente lenzuola, coperte, o cuscini.
Controllo altre due stanze, trovando le stesse identiche cose.
– Non c'è nessuno, – fa Diop, scuotendo la testa.
Non c'è modo di dire da quanto il vagone sia deserto. Una porta in fondo alla stanza comune è aperta.
Durand fa un cenno col mento.
– Andiamo. Pauli, tu per primo. Uso una M84.
– Bene.
Il capitano, muovendosi come un lampo, spalanca la porta e lancia dentro la stanza successiva una granata flashbang.
Un'esplosione assordante e una luce fortissima escono dalla porta.
Il sergente Wenzel scatta oltre la soglia, l'arma puntata ad alzo zero.
A un segnale di Durand lo seguiamo.
Bloccandoci di colpo, storditi.
Davanti ai nostri occhi, la cosiddetta "cattedrale" di Gottschalk si rivela come l'ennesima scena da incubo. La luce tremolante di alcune candele rosse ormai agli sgoccioli illumina la carneficina sul pavimento. Una dozzina dei seguaci di Gottschalk giacciono scompostamente a terra. La loro morte non dev'essere stata facile. I volti, gli arti, rivelano un'agonia dolorosissima. Accanto a ognuno di loro c'è un bicchiere. Una pentola proprio sotto la croce è mezza piena di un liquido azzurrino, dall'odore dolciastro.
Alcuni dei morti indossano la divisa nera della guardia scelta di Gottschalk. Riconosco un solo corpo: quello della ragazza cieca che mi aveva portato fuori da questa stanza. È stato appena qualche notte fa, ma mi sembra sia passato un secolo.
Ci aspettavamo di dover combattere. Di poter anche morire, nel tentativo di fare giustizia.
Ma non ci aspettavamo questo.
Il corpo della ragazza cieca è stato scientificamente mutilato. Mancano buona parte delle cosce e dei glutei. Qualcuno l'ha macellata, scegliendo i tagli migliori. Come si fa con una bestia.
– Dobbiamo fermarlo, – sussurra Diop. – Anche se fosse l'ultima cosa che facciamo. Quell'uomo è il Male.
Durand annuisce.
– Sono d'accordo. Qualcuno deve farla finita, con quel pazzo.
Fa un cenno a Wenzel, ancora scosso per quella scena. Il sergente annuisce. Lui e il suo superiore imboccano cautamente il corridoio che porta alla cabina di guida. È l'ultimo posto in cui Gottschalk potrebbe nascondersi.
Io e Diop ci muoviamo subito dopo. C'è una luce fortissima, in fondo al corridoio nero. Acceleriamo il passo.
La cabina è invasa dal vento. Il pavimento coperto di neve.
I vetri sono stati fatti esplodere. L'aria dell'esterno è libera di impadronirsi della cabina.
Wenzel sale di corsa la scaletta che porta al posto di guida.
– Caliban è qui, capitano!
– Vivo?
– Morto. Un colpo alla nuca. Anche i comandi sono fottuti. Spaccati a colpi di mazza.
Durand scuote la testa.
– Dove può essersi nascosto?
Poi guarda il tetto. La botola che porta alla terrazza d'osservazione.
Fa segno a Wenzel di arrampicarsi sulla scala. Lo segue.
Aprono la botola ed escono nel fragore della tempesta di vento.
Quando scendono, pochi minuti dopo, hanno l'aria tetra.
– Niente. È scappato.
– Con questo vento non troveremo mai le tracce, – fa Diop.
– Lo so. Ci penseremo dopo. Adesso cerchiamo quello che sapete.
Prima ancora che possa chiedermi cos'è, "quello che sappiamo", le tre guardie svizzere si mettono a frugare nei mucchi di masserizie che ingombrano la cabina.
Alla fine è il sergente Wenzel a richiamare l'attenzione degli altri.
– Guardi qui, capitano.
Mi avvicino anch'io.
La cassa metallica è quella che le Guardie avevano portato via dal garage delle motoslitte. La cassa misteriosa la cui possibile perdita preoccupava tanto Durand. È qui, apparentemente intatta, ancora avvolta nella tela cerata verde.
Per la prima volta da cinque giorni le labbra del capitano si piegano in un sorriso.
Pronuncia una sola parola. – Bene.
Lo guardo ammutolito.
Bene?
Come può usare una parola del genere, dopo quello che ci è successo? Stiamo cadendo a pezzi, e lui sorride?
– Adesso dobbiamo solo trovare i codici di attivazione, conclude Durand. Lui e i suoi uomini si rimettono a frugare, con nuova lena.
È Diop a lanciare un urlo selvaggio, pochi minuti dopo. Solleva tra le mani, come un trofeo, una valigetta.
La riconosco. L'ho già vista. È quella che l'uomo con quella tuta fantastica e la doppietta ha consegnato a Durand fuori dalla stazione Fermi, all'EUR.
– Aprila, – ordina il capitano.
Diop armeggia a lungo con la serratura. Alla fine tira fuori il coltello.
La valigetta si apre con uno scatto.
Durand si china, esamina il contenuto.
– Ci sono. I codici sono intatti. Possiamo compiere la nostra missione, – conclude soddisfatto, prima di voltarmi la schiena.
Sto per chiedergli cosa vuol dire. Di che missione parla.
Ma la canna di una pistola mi preme la spina dorsale.
– Sia gentile, padre. Metta a terra il suo Kalashnikov.
La voce del sergente Wenzel è educata come sempre, ma tesa.
Depongo a terra il mitra. Alzo le mani.
– Chiudilo in una delle stie sul retro, Pauli. Di lui ci occuperemo dopo.
Poi il capitano Durand si volta verso di me.
– Sembra che almeno uno di noi due potrà portare a termine la missione. Peccato che non sia la stessa. Mettilo a dormire, Pauli.