Radici del Cielo – Cap. 3

3
Dietro ogni fortuna
c'è un delitto
Quello che mi ha sorpreso è il modo tranquillo con cui i soldati hanno accolto la notizia della partenza immediata. Dentro di me immaginavo che un preavviso di poche ore avrebbe sollevato un coro di proteste. Invece il capitano Durand si è limitato ad annuire con la testa. Poi ha detto ai suoi uomini: – Preparatevi. Ci rivediamo qui tra due ore. Tenuta mimetica da campagna. Provviste per tre giorni. Se dovete salutare le vostre belle limitatevi a una sveltina.
I suoi uomini hanno risposto subito, chi con un Agli ordini, capitano e chi con un più rilassato Bene o D'accordo.
Poi Durand si è rivolto a me.
– Mi segua, padre Daniels.
– Può chiamarmi John.
– Preferisco "padre Daniels", per il momento. Venga con me, la porto a prendere il suo equipaggiamento.
Mi volto verso il cardinale.
Albani sorride, rassicurante.
– Vada, padre. Ci rivedremo alla vostra partenza.
Il capitano scosta una tenda in fondo alla stanza. Dietro c'è un lungo corridoio buio.
Lo imbocca senza aspettarmi. Lo seguo. Il corridoio ha le pareti ruvide, odorose di terra e ruggine.
Stretto, vero? – commenta Durand, invisibile nel buio. E poi aggiunge: – Perlomeno non rischia di perdersi. Sempre dritto. Si tenga contro la parete…
Come se potessi fare diversamente. Non ho le spalle larghe, eppure spesso devo muovermi di lato, per passare in certe strettoie.
Dopo qualche decina di passi, il corridoio si apre in uno slargo, altrettanto buio. Durand mi posa una mano sulla spalla, fermandomi.
Dal nulla di fronte a noi si fa sentire una voce. Per la sorpresa il mio cuore salta un battito.
– Parola d'ordine!
– Homo homini lupus – pronuncia lentamente Durand. L'uomo è un lupo per gli altri uomini.
Una luce rossastra, a bassa intensità, si accende davanti a noi. Un uomo con la faccia da insetto abbassa la canna del mitra.
– Capitano Durand, – saluta militarmente.
– Da un lato il tuo zelo mi rende felice, Martini. Dall'altro mi fa lo stesso effetto di una spina nel culo. Non hai visto che ero io?
– C'era un estraneo con lei, capitano.
– Questo estraneo è padre John Daniels, della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Anche in questa poca luce, l'espressione perplessa della guardia è evidente.
– La Santa Inquisizione, – chiarisce il suo superiore. – Hai presente? Vuoi finire sulla ruota di tortura? O arso sul rogo?
– Non ci tengo particolarmente, capitano.
– Allora imprimiti bene nella mente la faccia di quest'uomo, soldato Martini. Ricordati chi è, se mai dovesse ripassare da queste parti. Non fargli prendere un'altra paura inutile.
– Agli ordini, mon capitaine.
Passando accanto all'uomo, vedendolo di profilo, realizzo che quello che dava al volto l'aspetto di un insetto è un visore notturno a infrarossi. Anche il mitra tra le sue braccia, visto nella penombra, sembra la chela irta di spine di una mantide.
Attraversiamo lo spazio circolare. Nella luce rossastra intravedo loculi, statue, frammenti di affreschi. Scostata una tenda nera entriamo in un altro corridoio, meno stretto del precedente. Una luce rossastra illumina debolmente i nostri passi. Anche questo passaggio ha le pareti scavate. Dai piccoli loculi ci guardano le orbite vuote di teschi umani di ogni dimensione: di adulti, ma anche di bambini. Sono coperti di polvere. A volte tracce di stoffa avvolgono le ossa. Altri loculi sono coperti di ragnatele. La luce strana in cui siamo immersi mi ricorda la camera oscura di un fotografo dei tempi prima della Tribolazione. La luce delle lampadine dipinte di rosso, per non rovinare le pellicole, e le stampe nel bagno di sviluppo. Naturalmente già prima della guerra quasi tutte le immagini non si sviluppavano più. Le pellicole erano diventate oggetti rari e obsoleti come le cassette VHS. Ma qualcuno le usava ancora. Come il padre di Mina, la bambina che abitava nella casa a fianco alla nostra. Ricordo l'emozione nel vedere il foglio bianco scurirsi nella vasca dell'acido, le immagini formarsi lentamente sulla superficie. Allo stesso modo la luce rossa della lampadina rivela poco a poco i dettagli delle figure morte che giacciono tutto intorno a noi.
La stanza al termine del corridoio, dietro una porta metallica, è come la fine di un incubo. Misura quattro metri per quattro. Qui la luce è normale, per quanto fioca. Al centro c'è un bancone metallico, e dietro il bancone le pareti sono occupate da scaffali, anche quelli metallici. Sugli scaffali ci sono casse di munizioni, pile di indumenti, decine di stivali, borracce, coltelli. E sul ripiano più basso c'è un campionario di armi di ogni genere.
Durand saluta con un gesto della mano l'uomo dietro il bancone. L'altro, che porta sulla manica della divisa i gradi di sergente, scatta sull'attenti con una precisione da parata.
Uno dei requisiti per entrare nelle Guardie Svizzere, un tempo, era l'altezza. Ora devono essere diventati meno schizzinosi sui criteri di arruolamento, perché l'uomo che ho davanti non può essere più alto di un metro e sessanta. Ha la faccia larga, come un piatto su cui siano stati serviti il naso rincagnato, gli occhi piccoli, le labbra piegate in un sorriso canzonatore.
Il capitano si rivolge a lui in tedesco. La lingua del nostro ultimo papa. L'ho studiata per due anni. Quaggiù non è certo il tempo, a mancare. E lo studio è un buon metodo per sopravvivere alla noia.
– Riposo, sergente. Questo è padre John Daniels.
– Signorsì, signore.
– È un nome, non un ordine.
– Un gran bel nome, signore.
– Vorrei che tu rifornissi padre Daniels da capo a piedi. Tutto quello che serve per una missione.
– Agli ordini. Una missione di quanti giorni?
– Quattro settimane.
Il sergente spalanca gli occhi.
– È uno scherzo?
– Mai stato così serio. Sarà il caso di prevedere anche un'arma. Hai ancora uno Schmeisser da darmi?
– Uno degli ultimi.
– Aggiudicato. Aggiungi quattro scatole di proiettili nove millimetri parabellum.
– Quattro scatole sono tante.
– Anche quattro settimane sono tante.
– Ci sono un sacco di caserme abbandonate, là fuori.
– Non dove andiamo. Anzi, facciamo cinque scatole. Poi passeranno gli altri. Come siamo messi, a granate?
– Posso darvene trenta.
– Cinquanta no?
Il sergente scuote la testa: – Al massimo quaranta.
– Quaranta vanno bene. Le faremo bastare.
Guardo stupito il mitra che il sergente appoggia sul bancone, ricavato da una vecchia pubblicità stradale del Martini. L'arma sembra nuovissima, ancora luccicante d'olio, e senza un graffio. Eppure un mitra così l'avevo visto solo in qualche vecchio film di guerra, da bambino.
– Non lo guardi così, – ammicca il sergente. – Questa bellezza ha dormito sottoterra per quasi novant'anni. Eppure non è invecchiata di un giorno da quando è stata sepolta in questi sotterranei. Un autentico vampiro.
Avevo sentito dire del ritrovamento, accanto alle catacombe callistiane, di un paio di depositi sotterranei in cui l'esercito tedesco – la Wehrmacht – aveva nascosto armi e munizioni, nei momenti confusi prima della ritirata del 1944, incalzato dalle truppe angloamericane. Le armi erano conservate, immerse nel grasso, in cassette di legno sigillate. In condizioni così perfette da avere un valore inestimabile. Di questi tempi trovare un'arma in uno stato accettabile è già come vincere il primo premio di una lotteria. Trovarne una praticamente nuova è un miracolo.
Oltre alle armi c'erano statue, quadri antichi e altri tesori d'arte, che ora adornavano le pareti del Nuovo Vaticano e del Comune.
Più del Comune che del Vaticano, per la verità. Il peso dell'apparato amministrativo civile continua a far pendere sempre di più la bilancia dalla sua parte, nel quotidiano gioco di equilibrio che quaggiù passa per politica. Il cardinale Albani ha ragione a preoccuparsi. Quello che oggi viene chiamato col nome per nulla minaccioso di "Comune" non ha in realtà nulla a che fare con l'autorità elettiva che un tempo aveva amministrato la città, per quanto pretenda d'esserne l'erede. Il Comune di adesso è un comitato di tre famiglie, quelle che hanno avuto per prime l'idea di utilizzare la rete di cunicoli delle catacombe. Nei sei giorni cruciali seguiti all'occupazione dei sotterranei, quelle tre famiglie originarie hanno combattuto senza remissione di colpi contro le masse di straccioni che tentavano a loro volta di scendere al sicuro, fuggendo dalla città in fiamme. Era gente disperata, da una parte come dall'altra. Ma quelli che difendevano i sotterranei, dietro le robuste sbarre d'acciaio dell'ingresso alle catacombe, erano disperati con le armi. Decine di scheletri giacevano ancora all'aperto, insepolti, e parecchi erano scheletri di donne e di bambini. Qualche episodio oscuro di quella breve guerra viene ricordato solo sottovoce, al riparo da orecchie indiscrete. Si dice che alcuni corridoi siano infestati dagli spettri dei prigionieri uccisi a bastonate, o murati vivi in alcuni cunicoli lontani dai quartieri abitati. Se appoggi l'orecchio a certi muri, raccontano le madri ai bambini, puoi sentire le voci.
Quando i profughi cominciarono a implorare di entrare, invece di prendere a calci e pugni le sbarre e urlare insulti a vuoto, i difensori delle catacombe rividero, almeno apparentemente, la loro politica d'accesso.
Ma solo apparentemente.
I racconti di quei giorni sono un nodo inestricabile di orrore e di speranza. Con gli occhi dell'immaginazione guardo le file di derelitti in coda davanti agli uomini armati. I selezionatori, con le maschere a gas e le cerate pesanti, percorrevano la fila, esaminando, scegliendo. Di tanto in tanto posavano la mano sulla spalla di uno dei disperati, e quello era il segno che l'uomo, o la donna, il prescelto, poteva entrare nelle catacombe, al sicuro. Immagino l'intensità di quei momenti, in cui una persona era costretta a scegliere tra la sicurezza di un rifugio e i suoi affetti. Immagino una ragazza. È molto bella, giovane. Ha l'aspetto sano. L'uomo con la maschera e il respiro sibilante le fa segno sgarbatamente di entrare, di passare dietro i tre uomini armati di fucile. La ragazza si volta a guardare la sua famiglia. In quel momento il cuore si indurisce, oppure cede ai sentimenti? Scenderà nei sotterranei, scegliendo la vita, o rimarrà là fuori, nell'aria velenosa, a morire?
Non c'è generosità, in quell'accoglienza. Semplicemente una valutazione di comodo. La ragazza è bella. Il suo arrivo ridurrà la sproporzione tra maschi e femmine giù nei cunicoli. La prima scelta va ai tre capi della comunità. Poi toccherà alle guardie. Alla fine, dopo qualche settimana, verrà accoppiata con uno scapolo, quello in grado di pagare di più. È così che va il mondo.
Le guardie la fanno entrare. Richiudono il cancello. Il suono stridulo del metallo dei cardini sembra una risatina cattiva.
Quando la ragazza è scesa nei sotterranei e il cancello si è chiuso, i tre uomini armati all'esterno hanno fatto svuotare le tasche ai profughi rifiutati. I bagagli sono rimasti per terra. Dentro quelle valigie e carrelli del supermercato e trolley dalle ruote consumate si trovava di tutto. Cibo, oggetti preziosi, libri salvati dalle fiamme. Le guardie hanno guidato i profughi dietro la casa. C'era una fossa, lì, coperta con un telo di plastica. Quando uno dei tre ha tolto il telo, una nuvola di mosche si è levata in volo. Mentre i prigionieri ancora faticavano a capire cosa avevano davanti, dai fucili si è sentito lo scatto della sicura. L'ultimo suono prima dello sparo.
Erano andati avanti così per mesi. A volte, quando i gruppi erano piccoli, li portavano da basso dandogli l'illusione di essere in salvo, e poi li uccidevano a bastonate, come i conigli. A volte, quando avevano fretta e i prigionieri erano troppi, li muravano vivi, facendo crollare una galleria.
L'arrivo dei profughi dal Vaticano rimise in discussione questa tecnica di selezione. Maksim mi ha raccontato di quel giorno memorabile.
Da tempo non si presentava più nessuno, all'ingresso delle catacombe. Nessuna nuvola di polvere si levava di lontano, nella tundra gelata che un tempo era stata la fertile campagna intorno a Roma.
Le notizie di quello che facevano ai profughi dovevano essere trapelate. Forse qualcuno aveva osservato la "selezione", nascosto dietro un muro. Oppure dalla città non usciva più nessuno. La situazione, nelle catacombe, stava diventando critica. Nei dintorni non erano rimasti negozi o abitazioni da saccheggiare. Gli scaffali dei due supermercati più vicini erano ormai vuoti, e le spedizioni a qualche negozio più lontano non avevano portato a casa niente. I centoquindici abitanti delle catacombe di San Callisto erano stati costretti a razionare sempre di più il cibo. Correva voce che qualcuno stesse preparando piani di sopravvivenza che prevedevano il ricorso al consumo di carne umana. E le voci non si fermavano lì: si mormorava che nei quartieri dei capi, a volte, veniva servita della "carne strana".
Naturalmente erano solo voci.
Naturalmente.
E poi di colpo, un giorno, tutto era cambiato.
Gli uomini del Vaticano erano arrivati all'alba, su una colonna di dodici camion militari preceduti da un'autoblindo con sopra dipinto uno stemma bianco e giallo, che nessuno dei guardiani al cancello era stato in grado di riconoscere.
L'autocolonna si era fermata a trenta metri dall'ingresso delle catacombe. Nel silenzio si sentiva solo il ronfare sommesso dei potenti motori diesel, che emettevano nell'aria gelida nuvole lente di gas di scarico.
I finestrini dei camion erano oscurati, neri. Non si vedeva nulla, all'interno. La scena rimase così a lungo, immobile, mentre i due uomini di guardia al cancello diventavano sempre più nervosi. Il terzo era corso giù ad avvisare i capi.
Passarono dieci minuti. Poi dal fondo della colonna si staccò un'auto nera, che portava sul cofano due bandierine con lo stesso simbolo bianco e giallo dipinto sulla torretta dell'autoblindo.
L'auto aveva l'aspetto imponente. Era una Humvee, un modello militare. Una jeep brutta e cattiva, più adatta a Schwarzenegger che all'uomo che ne scese, aggrappandosi alla portiera e facendo un salto dal predellino per toccare terra.
Indossava una tuta antiradiazioni di plastica bianca, quasi immacolata. In testa aveva un elmetto dello stesso materiale, con una visiera scura.
Grasso com'era, sembrava il Bibendum della Michelin. Ai due uomini affamati che lo fissavano increduli da dietro le sbarre, parve un'apparizione magica. Non si sarebbero stupiti di più se davanti ai loro occhi fosse apparso un unicorno.
– Salve, figlioli. Come va? – chiese l'uomo. In realtà la sua voce venne trasmessa da un altoparlante sul tettuccio della jeep.
– Sono il cardinale camerlengo Ferdinando Albani, rettore provvisorio della Santa Sede. Sono venuto a riprendere possesso di uno dei beni della Chiesa.
– Ah sì? Beh, provaci, – ruggì una voce, in risposta.
Alessandro Mori, l'uomo che aveva gridato, era di fatto il capo degli occupanti di San Callisto. Era il più anziano, e anche quello che aveva dietro di sé il maggior numero di seguaci, almeno al momento. Impugnava nella mano tremante una pistola lanciarazzi. Le armi erano scarse: tre fucili, con una manciata di pallottole ciascuno, erano le sole armi da fuoco nell'arsenale dei sotterranei, se non si voleva considerare la vecchia pistola lanciarazzi Very in mano a Mori.
– Spero non sia necessario, signore, – replicò la voce amplificata. – Perché la Chiesa ha in orrore lo spargimento di sangue.
A quelle parole, dal retro di uno dei camion balzarono a terra una dozzina di uomini che indossavano tute antiradiazioni, anche se le loro non erano bianche ma dipinte di colori mimetici. Impugnavano armi lunghe dall'aria micidiale: fucili d'assalto con mirini a puntamento laser.
Mori e i suoi uomini si ricoprirono di colpo di puntini rossi, come per una malattia infettiva. Ognuno di quei puntini era un fucile puntato: alla fronte, al cuore, alle braccia.
– Ovviamente la scelta è vostra, – concluse Albani, serafico. – Che ne dice di venire qui e parlare?
In quel momento tutto avrebbe potuto accadere, e la storia del nostro piccolo insediamento sarebbe stata diversa. In quel momento molti mondi possibili avrebbero potuto nascere, invece di quello che fu realmente. Alcuni di quei mondi possibili sarebbero stati senz'altro migliori del nostro. Non lo sapremo mai. Fatto sta che il vecchio Mori si infilò la Very nella cintura e fece segno ai suoi uomini di aprire il cancello. Un uomo gli allungò un telo di plastica, ma il vecchio lo respinse con un gesto brusco.
Si mosse verso il cardinale col passo strafottente di un bullo di periferia, cosa che in effetti era stato, da giovane, prima di dedicarsi, assieme a figli e nipoti, a un lucroso traffico di auto e moto rubate in quella zona ai margini della metropoli.
Si fermò a due passi da Albani. Non riusciva a vedere gli occhi del cardinale, attraverso il plexiglas spesso e scuro della maschera. Se avesse potuto farlo, avrebbe visto che il prelato era tutt'altro che tranquillo. I fucili delle tre guardie al cancello erano tutti puntati su di lui. Ed era un bersaglio decisamente facile.
Il cardinale scrutò la faccia del vecchio. Vide che una brutta cicatrice da ustione gli deturpava una guancia. Le dita della mano sinistra sembravano fuse insieme, in un pugno deforme, grottesco.
Albani tese la mano. Il vecchio non la strinse.
Sputò per terra.
– Fa freddo, qua fuori, – disse il cardinale.
– Ci sono abituato. Veniamo al sodo, senza tanti complimenti.
– Come vuole.
– Tu hai quella tuta, io invece non ho niente. Non ho paura di morire, ma non ho tempo da perdere qua fuori. Dimmi quello che devi dirmi e poi girate i tacchi. Questo posto è nostro.
Albani scosse la testa.
– Tecnicamente non è proprio così. Le catacombe di San Callisto sono un luogo sacro per la Chiesa.
– Avete già il Vaticano. Non vi basta? Non c'è abbastanza spazio?
– Anche troppo. Soprattutto adesso che è diventato una specie di open space radioattivo. Non esiste più, il Vaticano. Solo terra bruciata.
– Cazzi vostri.
– Abbiamo passato sei mesi nei sotterranei di Castel Sant'Angelo.
– Potevate restarci. Sono di sicuro più comodi di casa nostra.
– Quella che chiamate casa vostra è una proprietà della Chiesa.
– Non più.
Albani non replicò. Si limitò a tenere lo sguardo fisso sul vecchio. Mori spostò la mano verso la cintura. Immediatamente cinque puntini rossi fiorirono sulla sua faccia.
Sorrise.
– Giù in quei sotterranei ci sono cento uomini armati. Se non torno entro cinque minuti usciranno e vi faranno fuori.
Albani alzò la mano. Il suo indice si mosse come la lancetta di un metronomo, facendo segno di no.
– Vi abbiamo osservati a lungo. Gli uomini che escono a… ad accogliere i profughi sono solo tre. Sempre gli stessi. E anche i fucili sono gli stessi.
Albani fece un gesto a mostrare gli uomini inginocchiati dietro di sé, le armi puntate.
– Questi sono soldati della Guardia Svizzera. I fucili automatici che impugnano sono fucili d'assalto M4. Tutto quello che vedo, dalla vostra parte, sono tre fucili da caccia e una vecchia pistola lanciarazzi da barca. Immagino che la usaste allo stadio, per festeggiare un gol della Roma…
– Della Lazio, – ringhiò il vecchio. Albani scosse la testa. La rivalità tra le due squadre di calcio sembrava così lontana. Il football era una cosa del passato, destinata a diventare una leggenda come Atlantide, o i ciclopi. Che qualcuno potesse arrabbiarsi ancora per questioni di tifo sarebbe stato commovente, in un certo senso, se solo quel vecchio odioso non fosse stato un assassino.
Beh, non sarà la prima volta che la Chiesa si umilia a parlare con un assassino, si disse il cardinale. Nell'interesse di un bene superiore.
– Mi scusi, – disse. E poi aggiunse, mentendo: – Sono anch'io un tifoso della Lazio.
Il vecchio Mori lo guardò con aria diffidente. Il fiato che gli usciva di bocca in piccole nuvolette sapeva di aglio. I denti erano in condizioni terribili.
I puntini rossi danzavano sul suo viso. A volte puntavano sugli occhi, e il vecchio chiudeva le palpebre infastidito.
Sospirando, il cardinale si tolse l'elmo protettivo di plastica. I capelli sudati erano appiccicati al cranio. Rabbrividì, nell'aria gelida. Il sudore si rapprese subito in ghiaccio.
– Restando alle cose serie, – sorrise, sforzandosi di apparire simpatico, – la sproporzione tra le nostre forze è evidente. Potremmo entrare senza fatica, anche se lei si oppone.
– Provateci, – lo sfidò Mori.
In quell'atteggiamento, sembrava un cane che difende un pezzo di carne contro un altro randagio.
Del resto è quello che siamo diventati tutti, dopo la Tribolazione.
Cani randagi.
– Senta, – scosse la testa Albani, – l'alternativa, per noi, non è tra andarcene o restare. In un modo o nell'altro noi entreremo nelle catacombe.
– Perché non ve ne siete rimasti nel vostro castello?
– Perché è troppo vicino al sito dell'esplosione. Le radiazioni laggiù sono mortali, a lungo andare. Inoltre Roma, nonostante tutto, è ancora… come dire… troppo abitata, per sentirsi sicuri. Ci siamo spostati verso la campagna. Abbiamo passato due settimane in una caserma abbandonata. È lì che abbiamo trovato i camion, e le armi. L'Humvee, quel mostro laggiù, invece era di un produttore cinematografico. Fa impressione, vero?
Il cardinale si interruppe, fissando negli occhi il vecchio.
– Le sto dicendo queste cose, quello che abbiamo fatto, perché in un modo o nell'altro, comunque vada a finire…
Indicò il cancello.
– Possiamo entrare con la forza, e in tal caso lei e i suoi ragazzi andrete sicuramente a fare compagnia alla gente che avete massacrato, in quella fossa là dietro. In questo caso le cose che sa di noi non ci metteranno a rischio. Oppure potete farci entrare da buoni amici, e avrete già qualcosa in comune con noi. Sta a lei scegliere. Personalmente, per quanto non provi nessuna simpatia per lei, preferirei che trovassimo un accordo. È già morta troppa gente. Non possiamo più permetterci di uccidere.
– Voi preti parlate bene.
– È una delle prerogative della nostra missione. Dobbiamo convincere la gente che esiste il Bene, e la certezza di una vita migliore, dopo questa. Nel contempo, se possiamo, dobbiamo migliorare anche questa vita terrena. Inoltre il nostro gregge ha subito già troppe perdite. Dobbiamo salvare quante più vite è possibile. Anche quelle che ci paiono meno meritevoli. Anche da un seme malato può crescere un albero bellissimo.
– Hai la lingua svelta, tu.
Il cardinale scoppiò a ridere. – Svelta? Dovresti vedere come sono svelti loro… – fece, indicando con il pollice i soldati schierati alle sue spalle.
La risata allegra e franca di Albani fece forse ancora più effetto a Mori delle armi puntate su di lui e i suoi uomini.
Maksim mi guarda.
I suoi racconti di quel giorno sono preziosi. Io sono arrivato a San Callisto solo mesi dopo, quando la situazione si era normalizzata. Non sapevo nulla di quel primo arrivo, se non attraverso i racconti di Maksim.
– Naturalmente venimmo fatti entrare. Non srotolarono il tappeto rosso, ma ci fecero entrare, soprattutto dopo aver visto quello che portavamo con noi. Tutto il ben di Dio che avevamo nei camion. Ovviamente per primi scesero giù Durand e i suoi ragazzi. Uscirono un'ora dopo, facendo una faccia schifata. Dissero che laggiù era ancora peggio di quanto si erano aspettati. Gran parte del centinaio e più di occupanti delle catacombe vivevano al buio, dormendo sulla terra fredda e umida. Spesso senza nemmeno una coperta. Il ricambio d'aria in certe zone era quasi inesistente. Malattia e denutrizione mettevano a rischio la vita di quasi due terzi degli abitanti di San Callisto. I due terzi che vivevano negli alloggi "normali". La zona riservata all'èlite non era accessibile.
Mentre ascolto il mio compagno di stanza continuo a riempire e a svuotare lo zaino, cercando di capire cosa mi potrà servire davvero, o servire di più, là fuori. Intanto Maksim lavora a uno dei suoi congegni assurdi. Il "tavolo da laboratorio" è composto da due assi ruvide appoggiate su cavalletti, i resti di un ponteggio smontato. Sopra le assi sono disposte alla rinfusa componenti elettroniche, radio e televisioni portatili sventrate, una pila di vecchi circuiti stampati. Maksim pesca, apparentemente a caso, questo o quel componente, lo scruta, e a seconda del risultato dell'esame lo ripone con cura in una scatola di cartone o lo butta per terra.
– Cosa stai costruendo? – gli ho chiesto quando sono entrato, guardando lo strano aggeggio che stava prendendo forma grazie alla magia delle sue mani. Era un congegno a metà tra una radio e una macchina per scrivere elettronica. Chissà quante erano le macchine che avevano donato le loro parti a quel piccolo Frankenstein di metallo e plastica.
– Oh, questo… Dipende… Se non funziona è solo un sogno.
– E se dovesse funzionare?
– Una cosa a cui lavoro da anni. Finalmente penso di aver raccolto tutti i pezzi per costruirlo. Poi se funzionerà o meno, questa è un'altra storia.
– Ma se funzionasse, cosa dovrebbe fare?
– Essenzialmente è una radio.
– Lo era anche prima che tu la smontassi. E comunque sai che le radio non funzionano più, ormai. Troppe radiazioni.
– Oh, ma questa è una radio speciale. È una radio quantica.
– Qualunque cosa sia.
– Se avessi il tempo te lo spiegherei. Anzi, io il tempo ce l'ho. Ma tu ce l'hai?
– Temo proprio di no.
– Diciamo che è una radio che può trasmettere attraverso il tempo. Più o meno. Detta così in soldoni. Trasmette agendo sugli universi paralleli. C'era un gruppo di scienziati, a Cambridge in Inghilterra, che negli anni '80 del secolo scorso aveva già costruito un trasmettitore quantico. Almeno questo diceva una leggenda metropolitana. Il problema è che non avendo un ricevitore non sapevano se il loro messaggio sarebbe stato ricevuto o meno da qualcuno…
– Avevano solo il trasmettitore?
– Sì. Non è difficile da costruire. Ne ho diversi. Sono piccoli, non ci vuole granché a costruirli. Anzi, tieni. Prendine uno. Avevo già in mente di dartelo. Può darsi che prima del tuo ritorno io sia riuscito a sintonizzare il ricevitore.
Mi ha infilato il piccolo apparecchio in mano. Era una specie di torcia elettrica, con attaccati un altoparlante e una tastiera QWERTY larga dieci centimetri, saldata alla torcia con un preziosissimo e raro nastro da idraulico.
Non sembrava affatto una radio.
Ho scosso la testa, sorridendo.
– Sei completamente matto, Maksim…
Una scrollata di spalle. Un sorriso, in quel volto grinzoso come una mela secca.
– Cosa ti resta se non la pazzia, in questo mondo terribile?
– Continua a raccontarmi di come siete arrivati qui, – gli faccio, tornando al presente.
– Ho saputo da fonte certa che il capitano Durand chiese al cardinale camerlengo il permesso di sparare sul posto a Mori e agli altri capi del rifugio. "Mi dia carta bianca e ci metto meno di dieci minuti", lo implorò. Ma il cardinale rispose di no. Peccato.
Annuisco.
– Già, peccato.
Se fosse andata così, questo posto oggi potrebbe essere un paradiso.
Dai camion del Vaticano vennero scaricate decine di casse di cibo, e d'acqua minerale. L'acqua non mancava, quaggiù. Erano stati scavati, a forza di braccia, due profondi pozzi. Ma l'acqua raccolta aveva un pessimo sapore. Andava bollita, prima di berla. E la legna da ardere era ancora più scarsa dell'acqua…
Dietro i soldati – le guardie svizzere, come si facevano chiamare – scesero nei sotterranei uomini e donne vestiti con tute logore ma pulite. L'odore – il puzzo – li sconcertò. I medici inorridirono nel vedere il cosiddetto "ospedale": dodici fra uomini e donne giacevano sulla terra battuta del pavimento. Una di loro aveva un braccio fasciato con bende grigie dallo sporco. La ferita stava suppurando. Gli altri giacevano senza ricevere cure.
– Sembrava quel film girato dagli inglesi nel campo di sterminio di Bergen Belsen. Gli stessi corpi scheletrici. Lo stato di totale abbandono. Eppure Mori e le sue guardie non erano per niente magri. Erano in salute, come gli altri che abitavano i "quartieri alti". Quelli che adesso chiamano il Comune.
– Perché non ve ne siete andati? Perché siete rimasti? Potevate girare i camion e cercare un altro rifugio…
Maksim scrolla la testa. – Non so. Certo fu il cardinale a decidere, ma nessuno di noi protestò, quando ci disse che saremmo rimasti lì. Forse era l'emozione per aver trovato un nucleo di sopravvissuti così numeroso. Non so. Era come se fossimo in qualche modo tornati a casa. Anche se come casa faceva schifo. Se quello fosse stato un matrimonio, noi saremmo stati la sposa ricca e bella, e il marito un troll povero in canna, che la porta a vivere in una cantina umida e fredda.
Sorrido. – Le cantine non sono male, oggigiorno. Ai nostri tempi le avevamo decisamente sottovalutate.
Fatti non foste a viver come topi… – commenta Maksim.
Dante, nella Divina Commedia, aveva scritto "Fatti non foste a viver come bruti". Ma la modifica del verso è calzante: viviamo come topi, in un modo che i nostri genitori avrebbero considerato indegno. Ci nutriamo di cibo immondo. Frughiamo e saccheggiamo case abbandonate, festeggiando quando troviamo cose che prima della Tribolazione avremmo considerato spazzatura. Ci nascondiamo dalla luce crudele del giorno, rifugiandoci sempre più in basso. Pallidi come spettri. Infetti. Siamo cupe caricature dell'umanità che un tempo fummo.
Ma vivere, sopravvivere, vuol dire fare ricorso a riserve d'orgoglio profonde.
– L'importante è vivere, – rispondo.
Maksim scuote la testa. I suoi folti capelli grigi (che non so come faccia a mantenere sempre puliti, quaggiù) si muovono come la criniera di un leone. Maksim è uguale a un attore polacco del secolo scorso, Daniel Olbrychski.
– Non sono d'accordo, – dice. – È importante anche come si vive. Nelle situazioni impossibili, lo stile è tutto. Lo so, lo so: non sei d'accordo. Non sforzarti a ripeterlo. Ma io la vedo così.
L'accento di Maksim è leggero, appena percepibile. E il suo italiano è decisamente migliore del mio. Nella sua vita precedente era un professore di fisica teorica all'Università Statale di San Pietroburgo. Il giorno in cui tutto cambiò lui era a Roma, per una conferenza organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze. Un anno dopo entrava a far parte dell'Accademia, di cui oggi, per quanto ne sapeva, era l'ultimo membro.
– Un giorno o l'altro chiederanno anche a me di uscire con una spedizione, e non farò ritorno. Come gli altri prima di me. Il Comune non ha alcuna considerazione per la scienza. Non posso dargli torto, con quello che abbiamo combinato. Ma insomma, la fisica teorica non ha mai ucciso nessuno. Non direttamente, voglio dire.
Io e lui abbiamo diviso questa stanza per quasi dieci anni. Ci conosciamo ormai come una vecchia coppia di coniugi. O due compagni di cella. Le dimensioni dell'ambiente sono tali da costringerci, volenti o nolenti, all'intimità.
O da indurre alla pazzia.
Sopra la sua branda, Maksim ha appeso una serie di foto. Una donna bellissima, molto più giovane di lui. Due bambine, bionde e con gli occhi azzurri. Non sono vere foto, ma ritagli da una vecchia rivista di moda. I bordi sono tutti rovinati.
– Non ho nessuna foto di Alexia e di Irina. O di mia moglie, – mi aveva confidato una sera, guardando verso quell'angolo della stanza. – Tutto quello che ho è il loro ricordo. Non so nemmeno se sono vive. Ma suppongo di no. Le probabilità sono tutte contro. E comunque, questa non è vita. Non saprei proprio cosa augurarmi, per loro. O per noi.
Accanto alle foto ci sono quattro cartoline. Il ponte di Brooklyn. Il Cremlino. La Tour Eiffel. L'Hermitage.
Le foto, dopo decenni di umidità e logorio, sono piegate ai bordi come una pergamena. I colori sbiaditi. Mi chiedo cosa ne sia stato, di quelle città. Morte come l'antica Tebe. Come i templi di Angkor. La rovina delle immagini dev'essere nulla, rispetto a quella dei luoghi che ritraggono.
Nelle ultime ore, Maksim mi ha parlato di quello che potremmo trovare, lungo il cammino. Mi ha descritto i cambiamenti climatici e le altre conseguenze dovute alla nuova Era Glaciale. Di come i mari si siano ritirati. Mi ha parlato delle strane creature che si aggirano là fuori, nel buio o persino alla pallida e mortale luce del sole. Mortale per noi ma non per loro.
Mi ha fatto dono di tutto quello che sa, di tutta la sua conoscenza. Ha infilato nel mio zaino un taccuino rilegato in cuoio nero, dall'aria consunta, gonfio di fogli incollati alle pagine.
Cos'è? – gli ho chiesto.
Prendilo. Ti servirà. È il frutto di un lungo lavoro. La voce di molte persone che non ci sono più. Usandolo onorerai il loro sacrificio. E anche il mio lavoro. Leggilo un po' alla volta.
Sfogliando le pagine del grosso taccuino Moleskine ho visto decine di disegni, e mappe, e astruse tabelle di conversione. Certi disegni erano strani. Non trovo altro modo per definirli. Creature mostruose. Vive o sezionate, con gli organi bene in vista fra le costole divaricate. Organi per i quali non avevo un nome. Immagino che la fantasia di ognuno di noi contenga cose del genere. Un giorno, nella biblioteca del seminario, un prete, passando accanto a me, mi aveva allungato un ceffone. Quando mi ero voltato con rabbia, lui si era limitato a puntare l'indice sul disegno che avevo fatto sul quaderno. Era una donna con delle grandi ali. Non mi ero reso conto di averla disegnata, mentre studiavo. Probabilmente quello che l'aveva offeso non era la donna in sé, che indossava abiti relativamente castigati, ma il fatto delle ali.
Allo stesso modo, forse, Maksim disegnava quelle mostruosità a margine dei suoi appunti per un fatto meccanico. Ognuno di noi ha i suoi lati oscuri.
Ho infilato il quadernetto nella tasca della mia giubba, e non nello zaino. Il suo peso sul petto, nella posizione del cuore, nonostante tutto mi trasmette una sensazione rassicurante. È lì che resterà, durante il viaggio. L'amicizia, di questi tempi, è più rara dell'acqua, del caldo.
Sulla porta Maksim mi saluta stringendomi fra le braccia che un tempo erano forti come quelle di un orso, e adesso sono le braccia di un vecchio. Poi mi libera dalla stretta, dicendomi: – Stai attento, là fuori.
– Starò attento.
– Vorrei chiederti una cosa, – sussurra con voce esitante.
– Dimmi.
– Quando sarai là fuori…
– Sì?
– Mi farebbe piacere se tu trovassi il tempo di scrivere qualche appunto sul taccuino che ti ho dato. Meglio ancora se potessi tenere un diario del tuo viaggio.
– Va bene.
– Vedrai cose interessanti. A volte spaventose, ma comunque interessanti. Nei tempi che verranno la scienza sarà a rischio, e dobbiamo fare il possibile perché sopravviva. Per cui qualsiasi osservazione dovesse sembrarti importante, qualunque cosa singolare tu noti o pensi, ti pregherei di scriverla, in modo che venga condivisa da altri che le leggeranno.
– D'accordo. Lo farò. Ora devo andare.
Maksim fa segno di sì con la testa. Poi mi scruta negli occhi.
– Hai preso la radio?
– Non mi piace la musica. Mi distrae. E là fuori non puoi permetterti di essere distratto.
– Sai benissimo a che radio mi riferisco. Prendila.
– Va bene.
Maksim si gratta la testa. Una spolverata di forfora cade sulla spalla del suo camice da laboratorio.
– Ho visto che non hai messo nello zaino il Vangelo. E che hai tolto la croce dal tuo maglione.
– Dove andiamo, Vangelo e croce potrebbero non essere graditi.
– Ma sul tuo maglione si nota ancora. Vedi? Dove c'era la croce il nero è più scuro. Come se avesse lasciato un'impronta. E anche il Vangelo è ancora dentro di te.
– Può darsi.
– Comunque non so se sarà abbastanza. Dicono che alcune creature là fuori siano capaci di leggere i pensieri.
– In tal caso cercherò di non pensare.
– È una cosa che riesce bene ai soldati. Non so se tu ne sei capace.
– Vedremo.
– Già. Vedremo. Allora addio, John.
– Addio è troppo drammatico. Preferisco un ciao. All'italiana.
– Ciao, allora, John.
– Ciao, Maksim.
Mi carico in spalla lo zaino. Esco dalla stanza che è stata casa mia per tutti questi anni. Non mi volto indietro. Non c'è nulla per me, lì dentro. C'è il mio amico, è vero. Ma l'amicizia è una cosa che ti porti dentro, nel cuore. Come la nostalgia, e il rimpianto. Devi sforzarti di pensare che è così, se vuoi sopravvivere in questo terribile mondo nuovo. Che gli affetti sono una fiammella accesa nel tuo cuore. Se ti volti indietro, se cerchi con la memoria le persone e i luoghi che ti sono stati cari, rischi di trasformarti in una statua di sale, come la moglie di Lot nella Bibbia.