Radici del Cielo – Cap. 29

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Addio
Le tracce della "Più Grande e Veloce Chiesa di Dio su Ruote" non sono certo difficili da seguire, sulla neve, anche se ci abbiamo messo quasi un giorno per prepararci all'inseguimento.
Cannibalizzare il secondo Hummer ha richiesto più tempo del previsto, per mancanza di attrezzi. La cassetta di Wenzel è sparita, e in tutta la fortezza non ce n'era traccia.
– Se la sarà portata a bordo del suo camion, quel maledetto imbroglione – ha imprecato, cercando di staccare a forza una placca corazzata dal cofano dell'Hummer guasto. Non ha trovato una chiave inglese della misura giusta.
Le imprecazioni e i brontolii del sergente sono stati la colonna sonora continua delle ultime quarantott'ore.
Ha dovuto fare praticamente tutto da solo, perché Durand si sta occupando di recuperare armi e provviste per il viaggio, e il caporale Diop è impegnato ad assistere Bune, le cui condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno. Non che sia l'unico a star male. Non facciamo che vomitare quel poco che riusciamo a ingerire. In queste condizioni, non avere più i dosimetri è una relativa benedizione. Almeno non siamo costretti a sapere quante radiazioni abbiamo assorbito, negli ultimi giorni. Non ce ne curiamo più. Che nessuno ritornerà vivo da questa spedizione è ormai un dato di fatto. E anche la possibilità di compiere la missione affidataci dal cardinale Albani è tutt'altro che certa. L'importante, per ognuno di noi, è compiere la missione più specifica che ci siamo dati, e che solo per me coincide con quella affidatami. Per Diop è assistere Bune sino alla fine. Per il sergente, riparare la Hummer.
Per Durand…
Guardandolo affilare per ore la lama del suo coltello, o ricontrollare per l'ennesima volta la scarna lista dei rifornimenti, è chiaro che qualcosa nel suo cervello si è rotto. Che dentro di lui un ingranaggio gira ormai a vuoto. Dentro l'involucro del capitano Marc Durand c'è un'altra persona. Ho affidato tranquillamente la mia vita e la mia missione all'uomo che conoscevo, ma non so quanta fiducia posso accordare alla persona che ha preso il suo posto.
D'altro canto non ho alternative.
Al crepuscolo del quarto giorno tra le rovine di Rimini, il sergente Wenzel annuncia a me e al capitano che la Hummer è pronta e possiamo partire.
Carichiamo armi e provviste sulla jeep.
Poi andiamo da Bune.
Non entro in quella stanza da due giorni.
L'odore è terribile.
Carne in cancrena, e altro.
Sangue, escrementi. Orina.
Gli occhi di Marcel Diop si spalancano, bianchissimi nel volto nero come l'ebano.
– Non volevamo spaventarti.
– Oh. È lei, capitano. E padre Daniels... Non c'è bisogno di lei, padre. Karl sta bene. Sta guarendo, vede?
Vedo.
Il viso di Bune è praticamente scomparso. La pelle si è ritratta, lasciando scoperte le gengive. Quasi fosse già morto. Dentro il teschio traslucido, come due braci nelle orbite scure, gli occhi iniettati di sangue bruciano per la febbre.
– Non è stato facile… Non è stato facile – cantilena il caporale Diop, dondolandosi avanti e indietro.
– Non è stato facile, nossignore… senza antibiotici… senza disinfettante… e neanche una benda… No, non è stato facile, ma ce l'abbiamo fatta, eh, Karl? Ce l'abbiamo fatta…
Durand si inginocchia accanto a lui. Io non riesco a mettere piede in questa stanza che puzza di morte e decomposizione. Rimango sulla soglia, a guardare inorridito la scena.
– Marcel…
La voce del capitano è sommessa, quasi dolce.
D'altra parte, chi più di lui può comprendere la follia?
Dalle labbra riarse di Bune esce un rantolo.
Una parola. Due.
– Si… rialzi…
E poi: – …capitano Durand.
– Sono venuto a vedere se volevi…
– Condividere… Sì…
E poi richiude gli occhi, stremato dallo sforzo.
Durand annuisce, solenne. Poi si alza. Apre le braccia nel gesto della preghiera.
– Riconosco, o Mitra, nel mio pensiero, che tu sei il Primo e l'Ultimo, l'Alfa e l'Omega. Tu sei il vero creatore del mondo, il signore dell'esistenza. Guarda al tuo servo, che si desta dal lungo sonno in cui ha dormito per tanti anni e si apre a una nuova esperienza che è quella della luce. Noi rendiamo lode e sacrificio a te, Mitra, signore dei vasti pascoli: insonne, sempre vigile, che salva dalla morte il suo fedele. Salvaci dall'angoscia, liberaci dal male, Mitra, nostro Signore, perché la nostra fede in te non è mai venuta meno. Fai scendere dall'alto il terrore in chi non crede in te, togli forza alle loro braccia, terribile e onnipotente. Togli la velocità ai loro piedi, la vista ai loro occhi, l'udito alle loro orecchie. Né lancia affilata, né freccia veloce possono colpire colui che Mitra protegge. Per quanto ben mirata, quand'anche raggiunga il bersaglio, la lancia o la freccia non lo ferirà. A nulla varrà la magia del nemico: il vento spazzerà via frecce e lance. Noi rendiamo lode e sacrificio a te, Mitra, signore dei vasti pascoli: insonne, sempre vigile, che giudica sui popoli e sulle nazioni. Se il padrone di casa gli è infedele, o il signore di un borgo, o il signore di una città, o il signore di una provincia, se qualcuno di questi lo offende, Mitra nella sua ira farà a pezzi la casa, il borgo, la città, la provincia e i loro signori. Da qualunque parte stia colui che offende Mitra, contro di lui si alzerà la mano di Mitra, la cui ira è lenta a calmarsi. Coloro che offendono Mitra, per quanto corrano non riusciranno a fuggire…
Esco dalla stanza. Sento che devo farlo. Non ho bisogno di Dio, in questo momento. Di nessun Dio. Ho fame, ho sete, e questo basta a chiudere l'elenco dei miei bisogni.
Mi siedo fuori, nel corridoio buio.
La luce delle candele nella stanza disegna un riquadro sul muro. La voce di Durand diviene lentamente una specie di mantra ipnotico, che concilia il sonno.
Non so quanto tempo sia passato quando il capitano e Diop escono dalla stanza. Mi sveglia il rumore dei loro scarponi sul parquet del corridoio. È un parquet logoro per il passaggio di tanta, di troppa gente. Quando ce ne saremo andati, avremo aggiunto un altro fantasma a quelli che già devono infestare questo edificio.
– Andiamo, – fa Diop.
– Dove?
– Andiamo via. Qui non c'è più niente.
– E Karl?
– Karl è andato. Non c'è più.
Non avremmo potuto comunque caricarlo a bordo dell'Hummer. Non ci sarebbe stato spazio per farlo stare disteso.
Non so come sia morto. Preferisco non fare domande. Non voglio sapere se si è addormentato fra le preghiere al suo Dio o se è stato aiutato ad andarsene.
Non c'è più, e questo è tutto.
Ho scoperto cos'è, il libro rilegato in tela verde che Diop non si stanca mai di leggere.
È il Corano.
Comincio a chiedermi se io non sono l'unico cattolico di questa spedizione.
Che a bordo di questa jeep ci siano un mussulmano e un adoratore di Mitra (sulla religione di Wenzel non oso fare supposizioni) non mi colpisce quasi più. Ognuno di noi sopravvissuti ha reagito in modo diverso alla morte del mondo che conoscevamo. Quanto ai giovani, quelli nati dopo la Tribolazione, non ho il coraggio di pretendere da loro che credano a un Dio di misericordia. Non in questo mondo.
Un tempo credere era una necessità. Oggi è un lusso. Qualcosa che non tutti possono permettersi.
E anche la Chiesa è cambiata. Contrariamente a quel pazzo di Gottschalk non predichiamo più crociate, non bruciamo più nessuno sull'altare della fede.
Proprio per questo, forse, sento come anche mia la missione di vendetta che stiamo perseguendo.
La jeep divora la strada.
Ci sono pochissime auto abbandonate.
La nostra puzza di vomito. Non sempre riusciamo a trattenerci il tempo necessario perché Wenzel fermi l'auto, o per abbassare il finestrino. Anche se respiriamo ancora, la morte ci ha già in pugno.
Dalle nostre gole secche, dai nostri stomaci vuoti, sale su solo un fiotto di bile. È soltanto questione di tempo.
Le impronte del gigantesco camion di Gottschalk si stagliano nitidissime sulla neve che copre la strada. Le stesse impronte che abbiamo trovato accanto al luogo di ogni massacro. Ora tutto è chiaro. I morti di Torrita Tiberina, la ragazza con l'abito rosso, sull'autostrada…
I morti di Sant'Arcangelo…
Durand ha voluto andare lassù. Vedere con i suoi occhi.
È entrato da solo nei sotterranei.
La massa della fortezza – questa sì una fortezza vera, antica – opprimeva il paese morto ai suoi piedi. I segni di distruzione erano evidenti dovunque.
Quando è riemerso, Durand portava una sacca dall'aria pesante.
Dopo averla deposta nel portabagagli aveva fatto segno a Wenzel di ripartire.
– Che cosa hai visto, là dentro? – sussurro. Diop è addormentato, sul sedile anteriore. Wenzel sembra assolutamente concentrato nella guida.
Durand fissa il buio oltre il finestrino.
– Niente che tu non abbia già visto, John. Gottschalk è un pazzo. Chiunque di noi lo uccida deve piantargli un paletto di legno nel cuore. C'era una ragazza… Aveva la voce più bella che abbia mai sentito. Cantava come un angelo…
Non aggiunge più nulla.
Non nevica. Le stelle non si vedono, nascoste da una coltre di nubi che non si apre da vent'anni. Ma non nevica, e questo è l'importante. Le tracce che il mostro meccanico di Gottschalk lascia sulla neve gelata sembrano incise nella pietra. Wenzel sta attento a non far passare le gomme della jeep in quei soldi. Quando capita, per una distrazione o per schivare un ostacolo visto all'ultimo momento, l'Hummer vibra come se lo scuotesse la mano di un gigante.
– Vorrei riuscire a prenderlo prima che…
Non finisce la frase.
– Lo prenderemo, – dico.
Non so perché lo faccio. Forse perché è l'unica cosa giusta da dire.
Spero solo che nel momento in cui lo raggiungeremo ci sia rimasta abbastanza forza per affrontarlo.
Abbasso il finestrino.
Vomito bile.
E sangue.