Radici del Cielo – Cap. 28

28
Nonostante tutto
Non abbiamo potuto dare sepoltura ai morti.
La luce dell'alba ci ha ricacciati dentro, nelle stanze vuote, dove echeggia un silenzio pesante.
Non c'è più vita, tra le rovine di Rimini.
Quello che troviamo, all'interno della cosiddetta fortezza, parla di una comunità relativamente prospera, organizzata. Ci sono magazzini ben forniti, e un groppo alla gola mi prende quando entriamo in una stanza più grande delle altre, che ha ospitato una scuola.
Ci sono disegni e carte geografiche, appesi alle pareti. Una piccola lavagna.
Le carte mostrano nazioni e confini che non esistono più.
I disegni raccontano la vita all'interno del rifugio. Niente alberi, o farfalle, come sarebbero apparsi nei disegni dei bimbi di prima della Tribolazione. Niente animali, niente erba. E nemmeno il sole.
Eppure non sono disegni tristi. Incredibilmente, la gioia di vivere e l'allegria traspaiono anche nella descrizione di scene spoglie come quella della caccia ai topi, in un sotterraneo con ragnatele enormi e un ragno che sembra Shelob del Signore degli Anelli. Qualcuno deve aver raccontato ai bambini la storia di Achille, perché l'eroe greco appare in diversi disegni. Solo che lo sfondo dei disegni non è la pianura di Troia, ma un edificio di mattoni, alle cui finestre si affacciano uomini armati di fucili, che sorridono. La curva strana dell'edificio mi fa capire che il bambino, o la bambina, ha cercato di disegnare la fortezza che era il suo rifugio.
– Bune sta molto male, – sussurra Diop.
Non l'ho sentito arrivare.
– Scendo subito, dico.
Continuiamo a guardare i disegni. Un bambino ha cercato di disegnare un animale che probabilmente vorrebbe essere un gatto. Ma le proporzioni sono tutte sbagliate, e anche il colore è un giallo improbabile.
Scuoto la testa.
– Dio potrà mai perdonarci?
– Non lo so, padre. È lei il tecnico di queste cose.
– Non più.
Scendiamo in quella che era la piccola infermeria della fortezza. È ancora più pulita degli altri ambienti. Quei pochi medicinali e strumenti chirurgici di cui disponeva la comunità sono ordinatamente classificati e conservati in un armadietto chiuso a chiave.
I vetri dell'armadietto sono rotti.
– Non abbiamo trovato le chiavi, – si scusa Wenzel. È seduto accanto al letto di Bune.
La faccia di Karl fa impressione. La pelle tirata sugli zigomi evidenzia i contorni del cranio. Ha un colore giallastro, malsano.
– Cosa gli avete dato?
Wenzel scuote la testa.
– Niente. Non c'è niente, lì.
L'armadietto conteneva solo scatole vuote.
Aspirina, antibiotici, garze…
Solo scatole vuote.
– Può dire qualche parola per lui, padre?
– Sì. Il capitano dov'è?
Wenzel alza le spalle. Quel gesto è così poco tipico per lui che mi getta nello sconforto. Se anche il sergente Paul Wenzel getta la spugna, vuol dire che siamo davvero nei guai.
Immagino sia questo a farmi decidere.
A riscuotermi dal mio personale torpore.
– Torno subito. Ho bisogno di parlare con il capitano Durand.
– Va bene.
Percorro i corridoi deserti. I miei passi producono un'eco.
Trovo Durand al piano terra. È seduto in mezzo all'atrio dell'edificio, con un Kalashnikov posato di traverso sulle ginocchia. Guarda fisso il vuoto oltre la porta che abbiamo fatto saltare per entrare qui. Nella luce della sua torcia elettrica appoggiata a terra il nevischio mosso dal vento produce vaghe figure spettrali, una danza di ombra e di luce.
Lasciare la porta aperta, normalmente, sarebbe un rischio pazzesco. Ma è come se Durand sfidasse qualcuno – qualcosa – ad entrare.
Come se l'aspettasse.
– Capitano, – dico sottovoce, avvicinandomi a lui.
Durand non dà segno di reazioni.
– Fa freddo, qui.
Non risponde.
– Venga su. Non rimanga qui.
La voce con cui mi risponde è roca, come se non fosse più abituato a parlare.
– Sto bene, qui.
Mi siedo accanto a lui. Il pavimento è gelato.
– Allora mi fermo un po' anch'io qui con lei.
Mi guarda. Mi fissa a lungo.
– Ci davamo del "tu".
– Una volta. Tanto tempo fa.
– Perché mi dai del "lei"?
Alzo le spalle.
– Credo… Credo perché ho bisogno di parlare con il capitano Marc Durand, della Guardia Svizzera.
– Sono io.
– No. Il capitano Durand che conosco non se ne starebbe qui a fissare il vuoto. Non con una missione da compiere.
– Il capitano Durand in questo momento è assente. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.
Sorride.
Prima Wenzel, e adesso lui.
La spedizione è finita.
Mi resta una sola carta da giocare.
– Cosa sta aspettando, quaggiù, da solo?
– Una donna. Sai com'è, aspettare una donna?
– No. Non lo so.
Si volta. Mi fissa.
– In Adéle avevo trovato la donna della mia vita. Qualcuno da proteggere, non solo da amare. Qualcuno per cui potevo rappresentare la vita. E adesso lei è…
Scuote la testa.
– Quella voce nella mia testa… La voce di quel mostro… L'hai sentita anche tu? Diceva che Adéle era il male.
Annuisco.
– Adéle era la donna più in gamba che abbia mai conosciuto. E non era cattiva. Faceva le cose che faceva perché era giusto farle. Studiava il cambiamento, per poterlo sfruttare a nostro vantaggio.
– Di cosa sta parlando?
– Non ti ha fatto vedere il suo laboratorio? No? Peccato. I suoi studi stavano arrivando a una svolta. La mentalità scientifica è una rarità, ormai. Adéle si ostinava a ritenere che la scienza potesse avere un ruolo, per la salvezza del pianeta. Ma hai visto cosa è successo? È morta! Era riuscita a mettere in salvo i suoi appunti, da Stazione Aurelia. Ma non ci sono più. Ho visto…
Si ferma. Come se non volesse richiamare alla mente quello che deve dire.
– Ho visto il posto dove quel maniaco l'ha torturata e… dove le ha fatto quello che le ha fatto… C'era un grosso mucchio di cenere, in un angolo. E le due borse che Adéle aveva salvato. Tutti i suoi appunti sono stati distrutti. Anni di lavoro gettati al vento. Credo sia stata la tortura peggiore.
– Adéle è morta, Marc.
– Marc? Mi dai di nuovo del "tu"? Non hai più bisogno del capitano, adesso?
– Spero che Marc e il capitano possano ricongiungersi. Ne ho bisogno, per la mia missione.
Durand fa un gesto. Uno sbuffo.
– La tua missione… La missione è finita, morta. Dimenticala, mon ami. Siamo troppo pochi. Perché credi che abbia finto di bermi le storie di Gottschalk, che ci avrebbe portati a Venezia? Perché senza il suo camion, ridotti come siamo, non riusciremo a fare nemmeno un miglio, fuori da qui. E Venezia è lontana. Ammesso che ci sia qualcosa, lassù.
– E allora cosa dovremmo fare?
– Io aspetto. Tu fai quello che vuoi. Ah, quasi mi dimenticavo. Ho un regalo per te.
– Costa stai dicendo?
– In quell'angolo. È una cosa che ho fatto per te.
Aguzzo lo sguardo, ma non riesco a scorgere niente, nella penombra.
Così mi alzo, andando verso quell'angolo dell'atrio.
Rimango schifato vedendo che è un mucchio di merda. Emana un lezzo terribile.
Sto per voltarmi, quando scorgo un luccichio, fra le feci.
– Devi farlo a mani nude, John! A mani nude!
La voce di Durand è come quella di un ubriaco.
Non c'è niente con cui possa smuovere il mucchio di escrementi. Così devo farlo con la mano, vincendo il disgusto.
Perché sono quasi sicuro di cos'è, quell'oggetto luccicante.
Con l'indice e il pollice raccolgo dalla merda il sigillo del papa. L'Anello del Pescatore.
– Non ho avuto il tempo di darlo ad Adéle. Doveva essere il mio anello di fidanzamento. Adesso è tuo. Non che voglia fidanzarmi con te, ma non mi serve più. Può tornare alla tua chiesa. Una pulita con acqua e sapone e tornerà come nuovo. I succhi gastrici non corrodono l'oro. Intanto tieni. Avvolgilo qui.
Mi passa un fazzoletto. Ci avvolgo l'anello.
La mia mano trema, reggendo il peso simbolico di quell'oggetto.
– L'ho inghiottito quando ci hanno catturati. Sapevo che ci avrebbero tolto tutto. E questo non volevo che lo trovassero. Sei contento? È uno dei simboli più importanti della tua religione…
Scuoto la testa. – Non della mia religione. Dei riti della Chiesa. La religione è un'altra cosa. Come l'hai avuto?
– Secondo te, come l'ho avuto?
– Puoi averlo avuto solo dalla mano del papa.
– Bravo. Hai indovinato. Ho visto come lo guardavi, sai, durante la cena a Stazione Aurelia. Confesso di aver giocato con te un po' come fa il gatto col topo. Volevo vedere quanto avresti resistito prima di chiedermi dove l'avevo preso. Beh, complimenti. Hai superato ogni mia aspettativa.
– Dove l'hai preso, Marc?
Il capitano china la testa. Rimane così a lungo. Poi la rialza, e sulle labbra ha un sorriso ironico.
– Ti ho detto che quando le bombe colpirono Roma, il giorno del FUBARD, ero ai Musei Vaticani. Ti ho raccontato di come il cardinale Albani e la sua scorta mi hanno salvato, quel giorno. Di come ho conosciuto Tommaso Guidi, che sarebbe diventato il mio maestro…
Quello che non ti ho detto, quello che non ho mai raccontato a nessuno, è come sono entrato in possesso dell'anello.
Usciti dalle rovine della Cappella Sistina percorremmo un labirinto di stanze e stanzette, di lunghi corridoi rivestiti d'arazzi, decorati con uno sfarzo che avrebbe fatto inorridire Gesù. Tommaso ci incitava ad affrettare il passo, a non fermarci. Albani sembrava sull'orlo del collasso. Era molto più in carne di adesso, anche se ovviamente aveva vent'anni di meno. Ma non ce la faceva più. E io avevo una sete tremenda. Avevo la gola secca per i calcinacci caduti dal soffitto. Così ho chiesto a Guidi se potevo entrare in un bagno, a bere qualcosa.
Albani l'ha pregato a sua volta di fare una sosta.
Così sono entrato in un bagno.
Non è stato facile trovarlo. Alcune stanze erano crollate, e altre sarebbero venute giù da lì a poco. Il Vaticano non è un edificio moderno. È composto da un patchwork di costruzioni originarie e di aggiunte…
Trovai un antibagno. Il soffitto della stanza era crollato. Fra i calcinacci e le travi spuntavano i resti di due uomini. Li scavalcai. Dietro il mucchio di detriti si vedeva la porta semiaperta di un bagno.
Dentro, era un sogno.
L'acqua scorreva ancora dai rubinetti. Ne ho bevuta fino a star male. Mi sono bagnato i capelli. Era una sensazione fantastica. Allora non sapevo che non l'avrei provata mai più. Che i giorni dell'acqua corrente stavano per finire. Poi mi sono voltato, e ho aperto la porta del WC.
Per poco non mi ha preso un colpo, trovandomi di fronte il papa.
Era seduto sul water. Immobile, mi fissava con uno sguardo che sembrava quello di un gufo con la preda.
Io ho chiesto scusa, ho fatto per uscire, ma la sua espressione non cambiava.
Così ho capito che era morto.
Morto sul water, con le mutande calate.
Come sia morto non lo so. Può essere stato un attacco cardiaco, anche se il volto non mostrava tracce di sofferenza. Ma che fosse morto non c'erano dubbi.
Avrei potuto fare tante cose.
La più ovvia era uscire e chiamare il cardinale e gli uomini della scorta.
Invece rimasi lì a guardare quell'uomo morto che era stato il capo della più grande chiesa del pianeta. Rimasi a guardarlo finché non vidi più niente, davanti a me, se non un uomo vestito in modo buffo, con un anello d'oro al dito.
Un anello enorme.
Non sono uno stupido.
Avevo capito benissimo che i vecchi giorni non sarebbero più tornati. Che si preparava per noi un futuro incerto, in cui la civiltà sarebbe stata messa a rischio. Ancora non conoscevo le proporzioni del disastro. Ma era chiaro che l'oro…
L'oro è sempre stato la moneta dei tempi di crisi.
Così mi chinai sul corpo del pontefice e gli strappai l'anello dal dito ancora tiepido.
Doveva essere morto da poco.
Mi domandai com'era possibile che un uomo così potente fosse stato lasciato solo a morire. Ancora oggi non so darmi una risposta.
Infilai l'anello in tasca e raggiunsi Albani e la sua scorta. Il resto già lo conosci. Più o meno.
– Non è quello che ci hanno raccontato, sulla morte del papa, – dico.
– Lo so. Hai conosciuto anche tu quel buffone del cameriere di Albani?
– Anselmo?
– Esatto. Hai sentito la storia che racconta? Il papa che predica in piazza San Pietro davanti a una folla immensa? Il papa che rimane al balcone a pregare finché non cadono le bombe? Beh, sono tutte balle. Chissà quante leggende sono nate così. Santi che non hanno mai fatto le cose che sono state loro attribuite. O, peggio ancora, che non sono mai esistiti… Non c'è mai stata nessuna folla oceanica a San Pietro, quel giorno. C'era gente che pregava, ma non certo migliaia di persone. No, la morte del papa è stata molto meno eroica di come è stata raccontata. Naturalmente la cosa resterà un segreto tra me e te. Come lo è stato tra me e Adéle.
Nel pronunciare quel nome, Durand fissa di nuovo il vuoto oltre la soglia.
Come se la sua voce avesse il potere di evocare l'amata perduta.
– Non puoi mollare così, – gli dico.
– Anche se non volessi, cosa potrei fare?
– Potresti riprendere il comando della squadra.
– Non c'è più, la squadra.
Mi guarda con rabbia.
– La squadra è quella che è partita da San Callisto! Sette persone, in buona salute. La squadra ha due fuoristrada! La squadra ha fucili mitragliatori! Noi non abbiamo niente di tutto questo! Noi non siamo più una squadra!
Siamo a malapena dei sopravvissuti, sussurra, chinando il capo. E là fuori ci siamo beccati abbastanza radiazioni da ammazzarci.
Torno di sopra. La scena non è cambiata, come se gli uomini che ho lasciato quassù fossero diventati delle statue.
– Sergente, – faccio, chinandomi su Wenzel che sembra essersi assopito. – Si svegli, sergente.
– Che c'è?
– Il capitano vuole che andiamo a controllare là fuori.
– Controllare cosa?
– Andiamo a controllare le auto.
– Che auto?
– I due Hummer.
– Perché?
– Lei obbedisca e basta.
– Non prendo ordini da lei.
– L'ordine è del capitano.
Un altro uomo mi guarderebbe con sospetto. Ma Wenzel crede nei valori dell'obbedienza e del rispetto per la gerarchia.
– Andiamo, allora.
Raccoglie da terra un Kalashnikov.
Gli Schmeisser che abbiamo trovato erano inservibili. Calpestati nel fango, o bruciati. Comunque inservibili.
Prendo su una pistola, dal mucchio di armi e munizioni disparate che siamo riusciti a recuperare.
Anche se non avessi una missione da compiere, non vedrei l'ora di lasciare questo posto dove sento tutto il peso di ciò che abbiamo fatto. Questa era una comunità felice, per quanto si possa essere felici in tempi come questi. Abbiamo aiutato un pazzo a distruggerla, e non siamo nemmeno riusciti a fare giustizia.
Il momento che temo è quello in cui scendiamo nell'atrio. Ma Durand non c'è più. Ha lasciato per terra il fucile, e la maschera antigas.
Wenzel guarda l'arma, ma non fa commenti.
Usciamo.
Il buio è totale.
Quante notti di viaggio abbiamo già perso inutilmente?
Di quante miglia potremmo essere più vicini a Venezia?
Un vento affilato come la lama di un coltello spazza le dune di sabbia e neve, confondendo le cose.
Passiamo accanto ai resti della pira funeraria. Nell'aria stagna ancora un odore rancido, di legno e carne bruciata.
Facendoci luce con due lanterne a gas trovate nella fortezza ci spingiamo nel buio, sino ai confini della piazza.
Le due Hummer sembrano emergere dall'ombra, come se ci venissero incontro.
Sono tutte e due malandate. La carrozzeria è sfondata in più punti. Quella messa meglio è la Hummer gialla, quella con le lame spazzaneve.
Wenzel annuisce.
– Questa sembra a posto.
– I fari sul tetto…
– Posso fare un trapianto dall'altra jeep. Questione di un'ora.
Potersi occupare di quello che sa fare meglio sembra rianimare a poco a poco il sergente. Gira intorno alla Hummer, toccandola, provando a scuotere una portiera. Poi passa all'altra.
Alla fine sembra soddisfatto dal risultato dell'esame.
– Di due, possiamo farne una sana, e con poco lavoro. Il capitano ha avuto buon occhio.
– In cos'è che ho avuto buon occhio? – chiede la voce di Durand, alle mie spalle.
Il sergente lo guarda, sconvolto. Scatta sull'attenti.
Durand mi passa accanto. Non ha né la maschera né la cerata antiradiazioni. Con passo tranquillo va verso il sergente, e la Hummer gialla.
– Dici che puoi rimetterla a posto?
– Certo, capitano!
– Allora comincia a lavorarci. Portala sotto la tettoia.
– Mancano le chiavi.
– Frugate i cadaveri. Non possono essere lontane. John, vorrei parlarti un momento. In privato.
Ci allontaniamo in silenzio dall'Hummer. Torniamo verso i resti della pira su cui sono bruciati Adéle e il Duca, e i corpi dei caduti durante l'assalto.
Durand si siede per terra. Con un bastone fruga la cenere, la smuove, fino a rivelare un mucchietto d'ossa.
– Non ho più niente, di lei, se non i ricordi. Quando l'ho conosciuta era una creatura smarrita. Non sopportava che nessuno la toccasse. Aveva continue crisi di pianto. Ci vollero mesi, perché tornasse in sé, quanto bastava per riprendere il contatto con la vita. E adesso è lì. E io non la vedrò mai più. E non cerchi di raccontarmi qualche pia cazzata sul regno dei cieli, perché non ne ho bisogno. Non esiste nessun regno dei cieli.
Scuoto la testa.
– Sono stato educato nella religione dai Gesuiti. I primi libri che mi hanno fatto leggere erano saggi che mettevano in dubbio la stessa esistenza di Gesù. E che comunque ne davano un'immagine molto diversa da quella che la Chiesa ha tramandato. Soprattutto la Chiesa cattolica. Eppure io sono qui. Anche dopo aver letto quei libri, sono entrato nella Chiesa. E sì, ho ancora fede nel Regno dei Cieli. E nella resurrezione dei morti.
Durand raccoglie da terra un calcinaccio. Lo scaglia tra la cenere, sollevando uno sbuffo di polvere che il vento agita e gonfia, facendone un mulinello. Poi con il suo bastone rovista tra la cenere fino a riattizzare il fuoco. Le fiamme guizzano verso l'alto, illuminando la smorfia sarcastica del capitano.
– Sono tornato altre volte a vedere il papa morto. Il Vaticano è una miniera, e io e i miei uomini eravamo i suoi esploratori. Quando trovammo Stazione Aurelia il cerchio si chiuse: avevamo un luogo sicuro in cui portare il nostro bottino.
– Ma che senso ha? Che cosa ve ne facevate, dei tesori del Vaticano?
– Li usavamo come merce di scambio. Oro in cambio di cibo.
– Chi può essere così pazzo da accettare lo scambio? L'oro non ha più nessun valore.
– Lo dica ai Mori, e agli altri del Consiglio. Perché crede che il Comune abbia accettato di autorizzare la sua spedizione? Solo perché il cardinale Albani ha promesso che porteremo indietro il Tesoro di San Marco.
Durand alza il braccio.
Indica il buio.
Il suo volto, nel riverbero della fiamma, non sembra più ironico, ma infinitamente triste.
– Ogni volta che tornavamo tra le rovine del Vaticano andavo a far visita al papa morto. Ci andavo da solo, mentre il resto della squadra si dava allo shopping... Era la mia udienza papale privata… Ogni volta guardavo il disfarsi della carne, la decomposizione del corpo di quello che era il capo della più potente chiesa della Terra. Vedevo davanti a me solo un uomo morto, un vecchio il cui corpo prima si gonfiò di gas e poi si spaccò, riversando fuori fiotti di materia putrida e uova di vermi. Ti disgusto, John? Anch'io ero disgustato da quello che vedevo. Tornai a vederlo altre sette volte, finché non fu ridotto a uno scheletro. E quando tornerò a Roma… se tornerò a Roma… andrò a trovarlo di nuovo. Ormai è diventato un vecchio amico…
– Qualcun altro lo sa?
– No. L'avevo detto ad Adéle. Ma ovviamente lei non conta più.
Raccoglie dalla cenere un osso. Una piccola vertebra annerita dal fuoco. Ci soffia su, la ripulisce sulla manica della giubba. Poi se la infila nel taschino.
– Andiamo. Abbiamo già perso troppo tempo.
– Andiamo? Cos'è che le ha fatto cambiare idea?
Si volta. Mi guarda a lungo, come se faticasse a vedermi.
Poi sorride.
– Non ho cambiato idea. Sono ancora convinto che non ce la faremo a raggiungere Venezia.
– Ma allora…?
– Quello che voglio è raggiungere Gottschalk. Quell'uomo è mio.
– Ma la mia missione è di arrivare a Venezia…
– Ti piace scommettere, John?
– No.
– Nemmeno a me. Però scommetto che anche quell'assassino è diretto a Venezia.