Radici del Cielo – Cap. 27

27
La festa della Purificazione
Seppelliamo Yegor e Marco sulla spiaggia. Non abbiamo attrezzi per scavare il cemento. Così scaviamo una buca nella sabbia, usando dei pezzi di lamiera.
La buca, alla fine, non è molto profonda. Ma non sono rimasti animali da preda che possano esumare i resti del caporale.
Gli altri morti non hanno avuto nemmeno questo. Gli scherani di Gottschalk ci hanno preso in giro, quando abbiamo affrontato l'argomento. Tenendosi al riparo della tettoia ci hanno mostrato quella che chiamano una "soluzione pratica". Seguendo le loro indicazioni, che sembravano più degli ordini, abbiamo raccolto quanto più materiale combustibile siamo riusciti a trovare, ammucchiandolo nel piazzale davanti alla fortezza, accanto a una strana costruzione a spirale che richiama il guscio di una lumaca. Probabilmente era una decorazione della piazza. Ora è solo un orpello inutile, un simbolo del nostro passato illogico e sprecone.
Quando la catasta di legno e cartone è parsa sufficientemente alta alle nostre guardie, ci hanno detto di deporci sopra i cadaveri dei loro compagni.
– E la gente di qui? – ho chiesto.
– Se volete, – ci ha risposto uno di loro, il volto invisibile dietro la maschera che lo faceva sembrare un mostruoso insetto. – Ma teneteli separati dai nostri.
E così abbiamo fatto. Poi sui corpi abbiamo ammucchiato altro materiale, soprattutto vecchi cartelloni pubblicitari su cui si leggevano ancora i nomi di grandi marche del passato: Toshiba, Bacardi, Alfa Romeo. Un manifesto di Intimissimi mostrava una modella russa che aveva avuto un grande successo negli ultimi mesi prima della Tribolazione. Mentre lo buttava sulla pila, Diop si sforzava di ricordare il nome della modella. Irina qualcosa.
Quando abbiamo finito il lavoro, ci hanno detto che potevamo pensare a seppellire i nostri morti.
Nessuno di loro si è offerto di darci una mano. Ci hanno detto di non allontanarci troppo, in modo che potessero sorvegliarci da sotto il riparo della tettoia, dove è rimasto anche Bune, troppo debole per aiutarci.
Non abbiamo più i nostri dosimetri. Un'altra delle cose che ci sono state sequestrate. Così non siamo in grado di misurare quante radiazioni stiamo assorbendo, standocene qui fuori alla luce del sole.
Tanto non ha importanza.
Abbiamo già capito che nessuno di noi uscirà vivo da Rimini.
Quando il sergente Wenzel decide che la fossa è abbastanza profonda, lui e Marcel Diop sollevano il corpo di Bitka, e poi quello del ragazzo italiano, e li depongono nella sabbia umida e fredda. Lo fanno con una delicatezza insospettabile. Il sergente scende nello scavo a comporre il braccio di Bitka sul petto.
Recito l'ufficio funebre.
Abbiamo tutti tolto le maschere. Così possiamo guardarci in faccia. I nostri volti, immagino anche il mio, sono terrei, tesi. Le maschere antigas portate troppo a lungo hanno lasciato segni rossi sulla pelle.
Poi, quando ho terminato il rituale, il capitano Durand muove tre passi, fino a trovarsi di fronte alla fossa aperta.
– Vorrei aggiungere anch'io qualche parola.
Poi chiude gli occhi.
La sua voce è pacata, profonda, mentre recita a memoria il salmo 57:
Spezzagli, o Dio, i denti nella bocca,
rompi, o Signore, le mascelle dei leoni.
Si dissolvano come acqua che si disperde,
come erba calpestata inaridiscano.
Passino come lumaca che si discioglie,
come aborto di donna che non vede il sole.
Il giusto godrà nel vedere la vendetta,
laverà i piedi nel sangue degli empi.
Gli uomini diranno: "C'è un premio per il giusto,
c'è Dio che fa giustizia sulla terra!".
Di colpo, incredibilmente, è come se un vento potente passasse nei nostri cuori.
Un vento che ci ridà energia, speranza.
Drizziamo la schiena, mettendoci sull'attenti. Le parole si incidono nelle nostre menti come lettere d'oro nel marmo.
E quando rispondiamo all'unisono Amen sento che c'è speranza, per noi.
Che il nostro Dio – il vero Dio – non ci abbandonerà.
Torniamo dentro.
Ci scortano in una stanza senza finestre, con una porta di ferro. Probabilmente era una centrale termica, ma ogni parte meccanica è stata asportata, lasciando sul pavimento impronte di ruggine e olio per motori.
Quando la porta si chiude con un tonfo, rimaniamo al buio.
La stanza è piccola, poco più di un ripostiglio. Per poter far stendere Bune a terra, con la giubba piegata di Durand come cuscino, noi altri quattro dobbiamo rinunciare a sederci.
Nessuno parla. Non possiamo essere sicuri che qualcuno non ci ascolti. Parlare troppo ci ha portati a questo.
O forse no.
Forse sarebbe finita così comunque. Forse era tutto già deciso sin dall'inizio.
La porta si apre, appena il tempo che serve ai nostri carcerieri per buttare sul pavimento della cella un sacchetto.
Al buio lo apriamo, tastiamo il contenuto. La carta puzza di muffa, di vecchio, e anche il cibo che c'è dentro non è molto meglio. Pesce secco. Incredibilmente salato. E, ovviamente, non ci hanno dato niente da bere. Mangiamo comunque. Spezziamo i tre pesci con le dita e ci passiamo i pezzi. Quando sono finiti, ci lecchiamo le dita.
La risatina di Bune ci sorprende.
– Cosa c'è? – gli fa Durand.
– Pensavo che non è giusto.
– Cosa?
– Che gli unici due italiani della nostra squadra siano morti. Guido non faceva altro che parlare del pesce di mare. Il tonno, non quello in scatola. Le orate, lo spada... Perfino le sardine. Di come gli mancava
– E ti viene da ridere?
– No. È solo che è, beh, così ironico. Lui muore, e in tavola arriva il pesce di mare. Beh, "in tavola"… si fa per dire.
– Poteva provare uno dei suoi numeri, no, padre? – fa Diop.
– Che numeri?
– Quello di moltiplicare il pesce, per esempio.
– Quello credo sia fuori dalla mia portata. Ci riusciva uno solo, purtroppo.
– Potrebbe provarci.
– Se ne fosse rimasto, volentieri.
Restiamo in silenzio per un po', mentre i minuti passano e la sete aumenta.
– Come mai hanno il pesce? – domanda Diop, a un certo punto. – Pensavo che il mare fosse ormai morto.
– Mai sottovalutare il mare, – sussurra Bune, ed è strano sentirlo parlare a voce così bassa. – È da lì che è nata la vita. Non è così facile ammazzarlo.
Diop si schiarisce la gola.
– Capitano…
– Sì, Marcel?
– Stavo pensando. Pensavo che a Yegor sarebbe piaciuto… Voglio dire, lei al funerale, là fuori, ha detto quelle parole, mi pare che siano nella Bibbia, e, beh, erano proprio giuste. Forti. Ma penso che a Yegor sarebbe piaciuto essere ricordato con le preghiere della sua fede. Così come a me piacerebbe essere salutato con le parole e i riti della mia fede, quando succederà… beh, insomma, quello che deve succedere…
Durand rimane in silenzio per un po'.
Poi sospira. – Certo. Hai ragione. Se a padre Daniels non dispiace…
Le immagini di Durand che celebra un rito pagano, nel silos fuori Roma, mi tornano alla mente. Sentirlo recitare i salmi mi aveva fatto scordare quella scena.
Vorrei obiettare, ma questi uomini, come me, camminano nella valle dell'ombra di morte.
– No, non ho niente in contrario.
È strano sentire la voce di Durand levarsi in un canto monocorde, ipnotico:
– O guardiani dell'Ordine, voi la cui legge sarà sacra per sempre, nel più alto dei cieli il vostro carro ascende…
Ascolto affascinato le parole che sgorgano dall'oscurità, tessendo le lodi di un dio dimenticato.
– Giungerà il Salvatore e risveglierà i morti: egli ucciderà il toro Hatayosh e con questo sacrificio risveglierà i morti. Dal grasso dell'animale e dal bianco soma il salvatore distillerà la bevanda dell'immortalità e ne darà a tutti gli uomini, rendendoli immortali…
Sono pagani, questi inni? Senz'altro.
Sono pagani, quelli che li cantano? Non ne sono altrettanto sicuro.
Quello che sento, al di là della forma, non è poi così lontano da ciò in cui credo: la giustizia, la vita dopo la morte…
Ascoltando le voci e la loro cantilena suadente chiudo gli occhi, e senza nemmeno accorgermene mi addormento, lì in piedi.
Passano più di sei ore, prima che dei passi cadenzati risuonino nel corridoio.
La porta si spalanca.
La luce di una torcia elettrica guizza su di noi.
Sono tre, armati di fucili automatici.
Strizziamo gli occhi per difenderci dalla luce. Ci ripariamo la faccia con il braccio.
– Avanti, uscite fuori! La festa sta per cominciare. Il ferito può camminare?
– Sì.
– Buon per lui. Andiamo, svelti.
La prima cosa che sentiamo è il rullare dei tamburi. Suonano sempre più vicini, e suonano un ritmo primordiale. Al loro echeggiare si unisce quello di alcuni strumenti a fiato: flauti, saxofoni, e un clarinetto la cui musica guizza sinuosa come un serpente, sull'intreccio serrato delle percussioni.
È una musica sgraziata ma non priva di forza. Una musica che ti mette nei piedi la voglia di danzare e al tempo stesso ti manda i brividi lungo la schiena.
Lo spiazzo davanti alla fortezza è pieno di gente che si scalda attorno a due grandi fuochi. La luce più forte dei fari di due auto illumina quasi a giorno la scena.
– Sono pazzi? – mormora Diop, sgranando gli occhi. Escono fuori di notte, a fare tutto questo casino?
Wenzel accenna col mento ai fari. – Che le dicevo?
Durand annuisce, guardando le nostre due Hummer. Sul cofano di entrambe sono appollaiati uomini armati.
Nessuno indossa la maschera. Ci sono molte persone che non ho mai visto, oltre alle donne e ai bambini presi nella fortezza, che siedono radunati in un angolo sotto la minaccia dei fucili.
Il fulcro della festa sembra, assurdamente, il cumulo di materiale infiammabile che abbiamo allestito per fungere da pira per i caduti. Ci sono due pali, piantati in cima al mucchio, che è stato ulteriormente rialzato. Un odore di gasolio impregna l'aria.
– Non promette niente di buono, – mormora Diop.
– Zitto!, – gli intima una guarda, colpendolo alla spalla col calcio del fucile.
Ci fanno sedere in prima fila.
Wenzel e Diop sorreggono per le spalle Karl Bune, che malgrado si sforzi di restare sveglio ogni tanto chiude gli occhi, lasciando cadere il capo. Ha la febbre alta, delira.
La sete mi divora.
Rimaniamo lì a lungo, a guardare i seguaci di Gottschalk danzare alla luce dei fuochi, lanciando grida gutturali, levando le braccia in alto e lasciandole ricadere, come se facessero la "ola" in un antico stadio di calcio.
I tamburi aumentano il ritmo. La musica diventa una cacofonia stridula, accelerata allo spasimo. Il fiato dei danzatori si leva in forme strane, guizzanti come fantasmi.
Quando il parossismo è al massimo, la folla si fende, e David Gottschalk fa il suo ingresso nello spiazzo.
È un ingresso trionfale. Urla di giubilo si levano dai suoi seguaci. Anche la ragazza cieca che mi ha aiutato a uscire dal buio della cattedrale è lì, e canta e balla con gli altri, la testa tenuta alta, le pozze ricucite delle orbite come morti crateri lunari.
Gottschalk non indossa la sua armatura da combattimento. È vestito con una tunica nera lunga fino ai piedi, decorata da decine di croci ricamate in oro. Una coroncina d'oro gli adorna la fronte. I capelli sono unti d'olio luccicante, pettinati all'indietro. Incredibilmente, la corona imita nell'oro quella di spine che cingeva il capo di Gesù. Una vera bestemmia.
Gottschalk alza le braccia, a chiedere silenzio.
– Mio popolo, popolo di Dio, ascolta! Oggi il Signore ci ha concesso una grande vittoria sui nostri nemici, una vittoria di cui lo ringrazieremo e lo loderemo sino alla fine dei tempi! Oggi Dio ha consegnato nelle nostre mani la città di Rimini! Pesce e sale abbonderanno sulle nostre mense, d'ora in avanti. Perché la mano dell'Onnipotente ha compiuto miracoli!
Si avvicina teatralmente al gruppo dei prigionieri. Sceglie una ragazza giovane e bella, la fa alzare. La giovane sembra spaventata a morte, ma come può reagire? Si lascia condurre al centro dello spiazzo. Gottschalk chiama a sé uno dei suoi guerrieri delle truppe d'élite.
– Donna, che lo stupido orgoglio dei tuoi governanti ha reso vedova, ecco che io ti rendo la fertilità. Donna, questo è il tuo uomo.
Il soldato sogghigna, trascinando via per mano la ragazza.
Lo stesso rito si ripete altre nove volte, finché ognuna delle guardie nere di Gottschalk non è stata compensata con l'assegnazione di una donna.
Il ritmo dei tamburi aumenta, gli altri strumenti stridono sempre più forte.
Gottschalk alza le mani.
Di colpo ogni suono si ferma.
Il silenzio è profondo come il respiro della notte intorno a noi.
– Popolo di Dio! È venuto il momento di purificarci!
Due colpi di tamburo.
– È venuto il momento di toglierci dalle vesti le macchie della colpa e della violenza. Attraverso la purificazione dal male noi diciamo a Dio che siamo suoi, e solo suoi.
La sua mano destra fa un cenno ai soldati. Due piccole figure avvolte in teli bianchi vengono condotte sulla piazza.
Tre colpi di tamburo.
– Dicono i testi sacri che Dio chiede al suo gregge un sacrificio perfetto. Agnelli senza macchia.
I teli vengono calati. Due bambini nudi, tremanti di freddo e di paura, sgranano gli occhi di fronte ai fuochi, alla folla.
Non sono stati presi a Rimini. Questi devono appartenere al gregge di Gottschalk.
L'uomo china la testa. Scuote il capo.
– A noi dispiace, questo sacrificio. Sappiamo che è necessario, ma il cuore ci si stringe, all'idea di perdere questi due giovani agnelli del nostro gregge. Eppure il Signore ci chiede due vittime…
La folla si muove come un mare agitato. Tra di essa ci sono i genitori dei due bambini.
Gottschalk sorride. Raccoglie da terra i due teli.
– Dio chiese un sacrificio ad Abramo. Il sacrificio di suo figlio Isacco. E Abramo obbedì. Ma nel momento in cui il suo coltello si levava su Isacco…
I due teli cadono a coprire i bambini.
Le luci dei due Hummer si spengono.
Nella penombra, la voce di Gottschalk diventa ancor più potente.
– …Dio mandò un angelo a fermare la mano di Abramo. L'angelo disse che Dio era compiaciuto della fedeltà del suo servo, e mandò un agnello a sostituire Isacco, come sacrificio…
I fari delle due jeep si riaccendono di colpo, accecandoci.
Teatralmente, Gottschalk strappa via i teli.
Al posto dei due bambini ci sono un uomo e una donna, completamente nudi.
L'uomo è magro, storpio.
È il Duca di Urbino.
Il suo corpo è una ragnatela di graffi e tagli. La bocca è chiusa da un bavaglio. Geme e si contorce, cercando inutilmente di urlare.
La donna, che cerca di mantenersi composta, è la dottoressa Adéle Lombard.
Vedendola, il capitano Durand scatta in piedi.
Le mani di una delle guardie lo ributtano a terra.
A Gottschalk non è sfuggito nulla, della scena.
Si volta verso Durand, sorridendogli. Poi torna a volgersi verso i suoi seguaci.
– E Dio ha mandato due agnelli, a sostituire i nostri figli in questa cerimonia di purificazione!
Un grido esultante si leva dalla folla.
– Dio ha salvato i nostri figli!, – tuona il pazzo vestito di nero. – Dio gradisce il sacrificio di questi due esseri, tutt'altro che puri. Ecco qui, davanti ai vostri occhi, il giovane Duca di Urbino. Egli, cui era stato assegnato da Dio il compito di custodire e guidare la città di Urbino, si è lasciato traviare dalla sua indole debole e malvagia, abbandonandosi a fornicazioni con esseri immondi, e facendo del tempio del suo corpo un postribolo colmo di marciume. Volete voi che sia offerto in sacrificio?
Dalla folla sgorga un urlo: SÌ!!!
– E questa donna…
Adéle Lombard ha lo sguardo smarrito. Si volta intorno, cercando qualcosa. Quando i suoi occhi incontrano quelli di Durand, per un attimo sorride. Ma è solo un attimo.
Il corpo nudo è coperto di lividi e cicatrici. Bruciature sui seni. Segni di morsi.
– Questa donna è una peccatrice ancora più orribile. Ha confessato di aver compiuto esperimenti proibiti, cose scientifiche…
Alla parola scientifiche un brivido percorre la folla, che trattiene il respiro.
– Sì, mio popolo, hai udito la parola: scientifiche. Questa donna perpetrava il peccato d'orgoglio che ha portato il genere umano sull'orlo dell'annientamento. Faceva esperimenti su esseri umani…
– Solo per salvare delle vite! – protesta lei.
Sotto gli occhi impotenti di Durand, tenuto fermo da tre guardie, e sotto tiro da una quarta, Gottschalk assesta un terribile calcio alla testa di Adéle, che ricade a terra come un sacco sgonfio.
– Dice il Signore: "Non permetterai che la strega viva!"
– NON PERMETTERAI CHE LA STREGA VIVA!, – ripete la folla, all'unisono.
Senza bisogno di ordini, quattro uomini raccolgono il corpo di Adéle e lo portano in cima alla pira, legandola al primo palo.
Poi scendono e fanno lo stesso con il Duca, che non accenna la minima resistenza, come se si fosse già rassegnato alla fine.
Quando i quattro inservienti sono scesi dalla pira, una torcia accesa viene messa nella mano di Gottschalk.
– Ecco, il momento è giunto. Il Signore, nella sua infinita misericordia, accoglierà nel suo seno le anime di questi due peccatori, purificando dal male la nostra comunità.
Durand sta per scattare. Ogni muscolo del suo corpo tradisce quell'intenzione. Scatterà contro Gottschalk, senza pensare a niente. Per avere anche solo una possibilità di stringere le mani intorno al collo di quel mostro. Di salvare la donna che ama.
Ma Gottschalk non è stupido.
Dopo aver fatto segno con gli occhi alle guardie di tenere fermo il capitano, cammina lentamente verso il mucchio di legno e cartone.
– Con questo fuoco…
La fiamma della torcia si accosta alla pira.
– …chiedo a Dio di purificare la nostra comunità.
Lingue azzurre di fiamma divampano dalla catasta, levandosi verso l'alto.
Durand piange, urla, tentando di liberarsi dalla presa dei suoi custodi.
Il fuoco lambisce i piedi del Duca. Il ragazzo deforme sembra inebetito. Un rivolo di bava gli scende lungo il collo. Poi la fiamma raggiunge il volto. La saliva sfrigola, evapora. Il Duca caccia un urlo di dolore, un urlo lunghissimo che sembra il guaito di un cane.
In quel momento Adéle spalanca un occhio. L'altro è coperto da un ematoma, lasciato dal tremendo calcio di Gottschalk.
Le labbra rotte e riarse si aprono, mostrano i denti spezzati.
– È questo il vostro capo? Questo? Mi ha violentata! Ha abusato di me in modi ignobili! Se quest'uomo è un santo, allora la santità è il peggiore dei delitti agli occhi di Dio! Io non ho fatto altro che…
Esplode un colpo di pistola. La testa di Adéle si disintegra. Quando le fiamme la raggiungono, non fanno che consumare un corpo morto.
Gottschalk abbassa la canna della pistola.
– Tipico delle femmine, rovinare tutto.
Poi si volta verso Durand.
Punta l'arma.
In quel momento, come in un racconto biblico, il cielo si apre, e una pioggia pesante si abbatte sui fuochi, sulla gente.
Ma non è acqua: è una tempesta vorticante di ali coriacee, artigli, zanne. Piomba dal cielo e si diffonde su ogni lato, colpendo indiscriminatamente la folla, non distinguendo tra prigionieri e aguzzini. Uno dei due bambini nudi viene afferrato da un lungo braccio e scaraventato contro un muro, dove lascia un'impronta insanguinata. Una donna viene letteralmente strappata a metà. Sembra una scena infernale, come quelle dipinte dagli artisti medievali.
Approfittando di quello scompiglio, Durand allunga una gomitata a uno dei sorveglianti. Con un'agilità che ha qualcosa di magico scatta a destra, e poi a sinistra, mettendo KO altre due guardie. Una cade col collo spezzato, l'altra viene finita con un calcio al naso. Diop e Wenzel non aspettano un invito. Attaccano a mani nude le altre guardie, avendone presto ragione.
Senza neanche rendermi conto di quello che faccio, anch'io mi volto, colpendo con un pugno il braccio di una guardia. Quella però non molla la presa sull'arma. Solleva la canna del fucile e me la punta in faccia.
Come al rallentatore, vedo il suo dito premere il grilletto…
Di colpo un guizzo, un movimento rapido.
Una lama riflette la luce.
Il manico di un coltello da lancio spunta dalla gola della guardia.
– Devi essere più svelto, prete, – sogghigna Marcel Diop, recuperando l'arma dal collo della guardia che si contorce ancora.
Raccogliamo le armi dei nostri carcerieri.
Le creature alate, dai corpi neri e lucidi, fanno strage tutto intorno, ma non attaccano me e le guardie svizzere. È come se ci trovassimo nell'occhio immobile di un ciclone.
Durand guarda ammutolito il corpo di Adéle divorato dalle fiamme, le chiome che si accendono come una candela.
Poi cerca con lo sguardo David Gottschalk.
Il pazzo sta scappando verso il suo camion gigantesco, la sua stramaledetta chiesa di Dio su ruote.
I suoi scherani proteggono la fuga, morendo al posto suo sotto gli artigli e i denti degli aggressori alati.
– GOTTSCHALK! – urla Durand. – ORA VENGO A PRENDERTI!
Scatta come una belva verso lo stregone pazzo. Ogni passo riduce la distanza.
Riesce a raggiungerlo quando mancano meno di dieci metri al camion, che Caliban ha già messo in moto.
Lo afferra alle gambe, facendolo cadere.
Gottschalk squittisce come un topo. Durand lo inchioda a terra, schiacciandolo sotto il suo peso. Lo costringe a voltarsi.
– Hai finito di uccidere, bestia!
Con tutta la sua forza, Durand afferra la stretta corona di spine e la tira giù sulla testa di Gottschalk. Le spine lacerano la pelle e i muscoli, giungendo fino all'osso. Un occhio salta via, e poi il labbro, finché la corona non è diventata un collare insanguinato.
Gottschalk ulula, cercando di tamponare il sangue con le mani.
Durand si solleva. Wenzel è al suo fianco, mentre io e Diop sosteniamo in mezzo a noi Bune, svenuto.
Durand arma la pistola, la punta alla fronte di Gottschalk.
Una figura alata atterra, piantandosi a gambe larghe sul corpo inanimato.
Al termine di un braccio lunghissimo e scheletrico una mano si leva, posandosi sul petto del capitano.
Una voce echeggia fortissima nei nostri cervelli.
NON UCCIDETELO.
NON UCCIDETELO.
NON UCCIDETELO.
ABBIAMO ALTRO PER LUI.
Durand cerca di puntare la pistola, ma il suo braccio non ci riesce. Pur tremando per lo sforzo, non ce la fa a prendere di mira Gottschalk.
Il braccio della creatura aliena lo scaraventa di lato.
Sembra un gesto da nulla per la creatura, ma Durand vola per quasi due metri, atterrando su un cumulo di neve. Gottschalk non si fa sfuggire l'occasione. Col volto ridotto a una maceria sanguinante scatta ansimando verso il suo gigantesco camion. Nonostante la mole si arrampica lesto come una scimmia sulla scaletta del mostruoso mezzo. Caliban gli spalanca la portiera, e riparte come se avesse l'inferno alle calcagna. Ma nessuno li insegue. Le truppe di Gottschalk sono impegnate a combattere per tentare di salvarsi la vita. Le creature nere non danno loro tregua. Per ognuna di esse che cade altre due ne prendono il posto. Gli umani vengono abbattuti, uno dopo l'altro. I mostri non fanno distinzioni tra adulti e bambini, tra armati e disarmati. La strage è totale. Solo noi cinque veniamo lasciati in pace. L'essere alato che ha fermato Durand ci protegge, e al tempo stesso ci sorveglia…
Il capitano fissa impotente la massa del camion che si allontana, fino a scomparire nel nevischio che ha cominciato a cadere.
– Perché mi hai fermato? – urla alla creatura.
L'essere non risponde. Guarda la strage che si compie nello spiazzo davanti alla fortezza. La luce dei falò, e del rogo su cui è morta Adéle, illuminano scene che sembrano uscire dall'Inferno di Dante. Gli umani hanno ormai rinunciato a difendersi. Si arrendono, gettano le armi. Ma è inutile. Gli esseri alati passano loro in mezzo come una trebbiatrice in un campo di grano. Finché tutto non resta immobile, i morti e i loro uccisori, freddi e remoti come statue.
Nel silenzio, si sente solo il fruscio della neve, il crepitio delle fiamme che consumano la carne di Adéle e del Duca, e gli altri morti della pira.
Non ho il coraggio di guardare Adéle.
Del Duca non è rimasto molto. Le catene con cui l'hanno legato sostengono qualcosa che sembra un feto nero. Con uno scoppio e uno sbuffo di vapore il cranio si spacca. La testa carbonizzata rotola nella cenere, sollevando una nube di scintille.
Se potessi, se solo potessi farlo, mi pianterei una pallottola in testa. Venendo contro a tutti i principi e gli insegnamenti della mia fede mi toglierei la vita. Fregandomene del Bene e del Male, di Paradiso e Inferno.
Sono stanco di tutta questa morte. Stanco di vivere in un mondo che è diventato un immenso cimitero. Ma la mia mano non riesce a muoversi.
Siamo come marionette a cui è stato tagliato ogni filo.
Nessuna voce risuona nella nostra mente.
Ci lasciano liberi.
Liberi di ascoltare il gemito del vento che passa tra i cadaveri.
Di guardare i relitti delle nostre due jeep.
Liberi di respirare quest'aria fetida, mortale, carica di radiazioni.
Liberi di vivere ancora un po' nel regno della Morte.
Gli esseri alati si muovono solennemente. Le loro movenze sono tutto meno che bestiali. Sono creature coscienti, dotate di poteri incomprensibili. Com'è possibile che vent'anni, solo vent'anni, abbiano potuto generare una simile meraviglia, un simile incubo?
IL TEMPO, sussurra una voce nella mia mente.
IL TEMPO NON È QUELLO CHE TU PENSI. NON È UN FIUME. È UN MARE.
– Perché non hai salvato Adéle? Perché non hai salvato la donna? Siete arrivati tardi!
LA DONNA ERA IL MALE. NON DOVETE PIANGERLA.
E poi la voce sparisce, interrotta da uno strepito, come di uno stormo di uccelli.
Le creature battono le ali, spiccando rapide il volo.
Il buio le inghiotte, come poco prima le ha liberate.
In un istante.
Come finisce un sogno.
Restiamo soli.
Io, Durand, Diop e il sergente Wenzel. E Bune, che non ha ripreso i sensi. La pelle del suo volto è appena meno bianca della neve.
Questo è ciò che rimane dell'orgogliosa spedizione del Vaticano.