Radici del Cielo – Cap. 26

26
La fortezza
La cabina del camion è in preda all'agitazione. Il sergente Wenzel e le altre Guardie fronteggiano un gruppo di una dozzina di uomini in divisa nera, con tenute che sembrano quelle di un giocatore di football: spalliere, ginocchiere, elmetti che avrebbero potuto essere usati in un Super Bowl, se non fosse per il particolare della maschera antigas abbinata. Alla testa degli uomini in nero c'è David Gottschalk. Indossa l'armatura che portava a Urbino, quando ci ha catturato. Quella decorata da una croce d'oro con l'immagine di uno di quei mostri dalle lunghe braccia.
Sembra ancora più imponente. Sottobraccio ha un casco come quello dei suoi soldati.
– Qual è il problema? – fa Durand, entrando con me e Bune al seguito nella stanza.
– Il problema è che il suo sergente, qui, si rifiuta di obbedirmi.
– Gli ho solo detto che come soldato della Guardia Vaticana prendo ordini solo da lei.
– Che ordini gli ha dato?
Gottschalk accenna col pollice al finestrino alle sue spalle. Dietro il sedile in cui Caliban continua a guidare come se niente fosse, il finestrino è oscurato da una nebbia fitta.
– Stiamo arrivando a Rimini. Siamo già alla periferia della città, diretti alla fortezza.
– Che fortezza?
Gottschalk pianta le mani sui fianchi, in una posa autoritaria.
– La fortezza degli atei che si oppongono al nostro Dio!
– Se sono atei, come possono opporsi a Dio? – fa Bune.
Durand lo zittisce con un gesto.
Poi si rivolge a Gottschalk.
– Era previsto che ci avreste portati a Venezia. Non credo che siamo arrivati. Anche perché sino a poche ore fa ci siamo mossi verso est, e non verso nord.
– Ve ne siete accorti, eh? No, non siamo ancora arrivati a Venezia. Vi porterò lassù, ma prima ho bisogno di voi.
– Per cosa?
– La fortezza di Rimini. Immagino che ne avrete già sentito parlare.
– No.
– Vuol dire che il potente regno del Vaticano ignora cosa succede ai confini del suo territorio?
Durand non risponde.
– Rimini era un covo del peccato sin da prima che Dio ci punisse con la sua pioggia di fuoco. Questa spiaggia albergava vizio e promiscuità, era un inno stonato al demonio. Ogni estate ospitava una torma di giovani che venivano qui per adorare gli idoli effimeri del piacere. Danzavano fino a stordirsi, facendo uso di droghe e di bevande proibite, prostituendo i loro corpi e abusandone.
Gottschalk scuote la testa.
– Scendendo a un livello più terreno, Rimini ha avuto l'impudenza di rifiutarmi l'accesso, un mese fa. Ho mandato loro un emissario, e quei barbari mi hanno rispedito indietro la sua testa.
Ha la faccia tosta di chiamare barbari gli altri, l'uomo che acceca e mutila senza farsi problemi una donna indifesa.
– Che cosa vuole da noi? – fa Durand, impassibile.
– Che ci diate una mano. La vostra potenza di fuoco, assieme alla nostra, può fare la differenza.
Durand lo studia a lungo.
– È la prima volta che ci provate?
– Cosa vuol dire?
– È la prima volta che cercate di entrare con la forza in città?
Gottschalk aggrotta le sopracciglia.
– No. Non è la prima volta.
– E l'altra? Com'è andata a finire?
Gottschalk sbuffa.
– Male. Ci hanno respinto. Per questo…
– Quanti uomini ha perso, in quel tentativo?
L'altro non risponde.
– Quanti uomini? – lo incalza Durand.
– Dodici. Quei maledetti avevano una mitragliatrice pesante. Ma ora non ce l'hanno più. L'abbiamo distrutta.
– Ne è sicuro?
– Certo. E poi non si aspettano un attacco. Ha visto la nebbia? Ed è giorno. Dormiranno tutti, a parte un paio di sentinelle. Possiamo prenderli di sorpresa.
Il capitano non risponde. Riflette a lungo.
Poi scuote la testa.
– Non è la nostra guerra. Non vedo perché dovrei rischiare la mia vita e quella dei miei uomini per questa cosa. E poi la vita umana è talmente rara. Uccidere è doppiamente un delitto.
Gottschalk stringe gli occhi a fessura.
Poi sorride.
Non è un sorriso tranquillizzante.
– Ha ragione, capitano. La vita è rara. Un bene prezioso. La vita degli uomini, e delle donne… A proposito, è un po' che non vedo la dottoressa Lombard. Ha idea di dove possa essere finita? No? Beh, io un'idea ce l'ho. Anzi, più che un'idea è una certezza…
– Tu…
– Non penserà che io mi sia preso a bordo sette sconosciuti senza garantirmi con qualche… assicurazione personale, per così dire?
– Se le hai torto anche solo un capello…
– Oh, non minacci a vuoto, capitano. In questo momento non le conviene farmi arrabbiare. E poi, mi permetta di farle notare che voi avete solo dei coltelli, mentre i miei uomini hanno fucili automatici…
…oltre alla bella dottoressa Lombard, – sussurra, con aria compiaciuta.
Durand stringe i pugni.
– Questa la pagherà.
– Oh, non si preoccupi. Io sono un uomo preciso. Pago sempre i miei debiti. E ora, se non le dispiace, i miei uomini vi daranno le vostre armi. Abbiamo un lavoro da fare.
Mi stupisce il modo tranquillo con cui le guardie svizzere si preparano alla battaglia. Uomini senza fede, o con fedi che non comprendo, diverse l'una dall'altra, mostrano un solo credo comune: la fiducia nelle loro capacità, e in un'arma ben tenuta.
Li guardo pulire con cura maniacale i mitra, smontarli e rimontarli con pochi gesti, in silenzio. Sembra davvero un rito. Una preghiera.
Io che non sono un uomo d'armi posso fare ben poco. Mi ritiro in un angolo. Rannicchiato sul pavimento per difendermi dal freddo e dalla paura, più gelida ancora del freddo, chiudo gli occhi e comincio a pregare.
– John… Padre Daniels…
La voce è poco più di un sussurro.
Apro gli occhi.
È il caporale Rossi.
– Marco…
Rossi ha gli occhi lucidi di pianto.
– Posso parlarle?
– Certo.
Mi aspetto che si sieda. Invece si inginocchia davanti a me.
– Volevo dirle… Forse oggi moriremo tutti…
– Gottschalk è convinto di no.
Rossi fa un gesto sprezzante con la mano.
– Quello è così bugiardo che non riconoscerebbe la verità nemmeno se gli mordesse il culo.
Sorrido, mio malgrado.
– Volevo dirle che non sono mai stato un buon cristiano. Cioè, cazzo, è parecchio difficile credere, quando nasci e vivi in un mondo come questo. Per voi che siete nati prima, magari è diverso.
– Immagino di sì.
– Quello che volevo dirle… Insomma, sono sempre stato un soldato fedele della Chiesa. In nome di Dio ho fatto cose… Cose che non pensavo avrei mai fatto.
– L'hai fatto per una causa giusta.
La smorfia che gli attraversa il volto non è meno sprezzante del gesto che ha avuto nei confronti di Gottschalk.
– Non parliamo della Chiesa. Parliamo di me. Di dopo. Lei crede davvero che ci sia un Paradiso, per quelli che muoiono? E un Inferno?
Sospiro. – Sono piuttosto portato a credere che esista un Paradiso. Di questo sono certo. All'Inferno credo molto meno. Mi sembra una cosa così indegna di Dio. Così… piccina. Meschina.
Rossi annuisce.
Mi rendo conto che per tutto il viaggio non mi sono quasi accorto della sua presenza. Lui e Greppi erano i membri più silenziosi e appartati del gruppo.
– Se c'è un Paradiso, padre, vorrei avere una possibilità di entrarci.
– Come posso aiutarti?
– Vorrei confessarmi. Ma prima avrei una cosa da chiederle.
– Dimmi.
– No, ma, insomma, è una cosa stupida.
– Dimmela lo stesso.
– Mi dice com'era, giocare con una Playstation?
Tra tutte le cose che mi aspettavo, questa proprio non c'era. Molte volte, attraversando questa landa desolata che è il nostro mondo, oltre ai miliardi di morti ho pensato agli ancora più numerosi apparecchi elettronici morti. Al silenzio delle Playstation, dei computer, dei telefoni cellulari. Agli antichi signori occulti di un mondo che non esiste più.
Così invece di pregare racconto a Marco Rossi, a questo ragazzo di vent'anni con l'acne e i gradi da caporale, com'era giocare con elfi e cavalieri, e uccidere draghi e correre un Gran Premio di Formula Uno. Lui mi ascolta con gli occhi che viaggiano lontano, e per un po' sembra davvero che i vecchi tempi siano tornati, e la luce, e il calore, e un mondo in cui il futuro non è segnato da un dosimetro.
Alla fine lui sorride.
Poi si confessa.
Non sono molti, i suoi peccati. Ma alcuni di essi sono atroci. Un fardello davvero difficile da portare, per spalle così giovani.
Lo ascolto. E poi l'assolvo. Sentendomi un ipocrita, perché gran parte dei peccati che mi ha confessato li ha commessi agli ordini della mia chiesa.
Quando ha finito si rialza, mi ringrazia. Torna a mettersi il berretto con le insegne del suo grado.
– Se oggi dovessi morire, padre, dirà una preghiera per me?
– Certo. Ma non morirai oggi.
Lui si morde le labbra. – Va bene.
E poi si volta, e riprende il suo posto tra i compagni.
Non so cosa mi aspettassi da quella che Gottschalk aveva chiamato la "fortezza di Rimini".
Certo non quello che abbiamo davanti.
La cosiddetta fortezza è in realtà un palazzo moderno, una struttura circolare alta diversi piani intorno alla quale è stata costruita, con materiale di recupero, una serie di torrette difensive.
Ai piedi della costruzione c'è quella che un tempo doveva essere una darsena da diporto. Ma il mare si è ritirato, e dalla neve che copre ogni cosa emergono gli alberi sghembi delle barche a vela sepolte da vent'anni, come cadaveri semiputrefatti.
Alle spalle dell'edificio si stende quello che sembra un deserto bianco, vasto fino all'orizzonte. La nebbia che ci ha protetto sino a qui si è alzata, lasciandoci esposti. Ci nascondiamo dietro un basso muretto.
Arrivare sin qui non è stato facile.
Il camion ci ha scaricati alla periferia della città, mentre la nebbia si diradava.
Gottschalk non vuole rischiare di perdere la sua preziosa cattedrale su ruote, anche se accampa la scusa di non voler mettere in allarme il nemico.
Così abbiamo dovuto farcela a piedi per un paio di miglia. In una città nemica.
Siamo scesi lungo una scaletta metallica, e ai piedi del camion sono rimasto senza parole.
È una cosa immensa, con ruote alte come due uomini. Rispetto a un qualsiasi mezzo di trasporto che abbia mai visto in vita mia, quello è un mostro preistorico, un Tyrannosaurus Rex. Completamente dipinto di nero, tranne che per la croce d'oro che spicca sulla fiancata.
Bune ha fischiato tra i denti, sbalordito.
Otto metri più in alto, Caliban ci ha fatto ciao con la mano dalla sua cabina.
Siamo scesi per primi noi, e poi gli uomini di Gottschalk. Immagino non fossero precisamente entusiasti all'idea di darci le spalle.
Ci siamo addentrati in un intrico di edifici crollati o cadenti, edifici bassi, alcuni bruciati. Rimini, vista dall'alto, assomiglia a una scacchiera spezzata. Quartieri che sembrano quasi intatti confinano con aree devastate dagli incendi, e che ora la neve copre come un sudario pietoso. I nostri scarponi schiacciano ossa e oggetti invisibili. Meglio che restino tali, perché di tanto in tanto incappiamo in un passeggino da bebè rovesciato, o in qualche giocattolo. I colori vivaci della plastica emergono dal bianco della neve. Camminare lungo queste strade desolate, costeggiare gli edifici dalle finestre vuote, è come camminare nel regno della morte. Impossibile far tacere dentro di me la sensazione che le finestre siano occhi privi di vita, che dall'oltretomba continuano a spiarci.
Durand e i suoi uomini non sembrano avere di questi pensieri. O, se li hanno, non lo danno a vedere. Marciano lentamente, coprendosi a vicenda, sollevati dallo scoprire, strada dopo strada, che non ci sono tracce sulla neve, se non le nostre, oblique per come ci muoviamo, simili a quelle di uccelli in cerca di cibo.
I soldati del Vaticano sembrano aver ritrovato il buonumore. Incredibile, dato che stiamo marciando verso un nemico organizzato, per uno scopo in cui nessuno di noi crede. Immagino dipenda dal fatto che hanno riavuto le loro armi. Può darsi sia questo a fare la differenza, perché personalmente non mi sento per niente allegro.
Ci muoviamo nervosi alla luce del giorno. Se Gottschalk contava sulla protezione della nebbia, siamo fregati. Ma pare non sia così, perché lui e i suoi uomini, trenta metri dietro di noi, si muovono con tranquillità, a passo spedito. Bontà sua, hanno fornito anche a noi delle mantelle con cappuccio, bianche, ricavate da vecchi lenzuoli. Un minimo di protezione dovrebbero darcela. Conciati così sembriamo dei soldati tedeschi fra le rovine di Stalingrado, come li ho visti da ragazzo, in un documentario.
Non incontriamo nessuna creatura vivente, durante la marcia di avvicinamento. Solo ossa, e ovunque tracce di morte.
Una figura dietro una vetrina dà per un attimo l'illusione di un uomo vivo. Gli Schmeisser si puntano su di lui. Ma è solo un manichino, con indosso vestiti che rimarranno all'ultimo grido della moda per sempre, ora che non esiste più la moda.
La mano guantata di Durand si alza, facendo segno di fermarci.
Obbediamo, stendendoci a terra.
Il mio respiro, entro i confini della maschera, sembra il rantolo di una bestia. Frenetico, ansante. Nonostante il gelo sono sudato. Per fortuna il visore della maschera non si appanna.
Wenzel striscia verso il capitano. Confabulano sottovoce. Poi il sergente si allontana, e tenendosi carponi entra in un edificio sulla destra.
Per un po' non accade nulla.
Continuo a fissare il nulla davanti a me, finché un movimento appena percepibile attira la mia attenzione. Quello che sembra un mucchio di neve non lo è. C'è un uomo, là. Una sentinella, perfettamente mimetizzata. E perfettamente immobile, tranne che per quel gesto che l'ha tradita. Magari si è grattato per il prurito, o ha spostato una gamba intorpidita dall'immobilità. Ma ora lo vedo. Mi chiedo come ha fatto Durand a capire che c'era. Ma non c'è tempo per farsi troppe domande. Un guizzo improvviso alle spalle dell'uomo, una breve corsa scomposta, e una lama scintilla alla luce, colpisce. Uno squarcio rosso, un fiotto di sangue che schizza la neve. Due mani forti premono la sentinella a terra, dove resta immobile.
Il sergente Wenzel si rialza dal cadavere. Solleva in aria la mano, facendoci segno che possiamo avvicinarci.
Tenendoci bassi ci muoviamo verso di lui.
– Stai diventando vecchio, Pauli, – gli mormora Durand. – quanto tempo ci hai messo?
– Non ero sicuro che fosse solo. Guardi, siamo arrivati.
E punta l'indice sulla struttura che Gottschalk chiama fortezza.
Un tempo doveva essere un condominio o un albergo, al servizio del piccolo porticciolo turistico. Ha una struttura strana. Una parte dell'edificio è curva, ricorda la poppa di una nave. Probabilmente è un effetto voluto. Un capriccio degli architetti. Ora gran parte delle finestre sono state murate, e solo il filo di fumo che si leva da un camino indica che il posto è abitato.
Siamo appostati lungo un muretto alto un metro. Gottschalk e i suoi si sono disposti in mezzo a noi. Sono armati con mitra che sembrano Kalashnikov. Ora che posso guardarli meglio, non sembrano temibili come il loro padrone. Quello alla mia sinistra ha una maschera con una visiera di plastica larga, che lascia vedere il viso. Ha la pelle butterata dall'acne. Non può avere più di quindici anni. Trema. Vorrei toccargli la spalla. Fargli coraggio. Ma non c'è tempo. Durand impartisce istruzioni al sergente e a Diop, che a loro volta le girano all'uomo che hanno a fianco. Una catena che porta l'ordine fino al ragazzo, che annuisce e lo trasmette a me.
– Al segnale del reverendo Gottschalk, tu scatti in avanti e io ti copro. Raggiungi quel muretto e poi facciamo il contrario, io corro e tu mi copri. Capito?
Faccio segno di sì con la testa. Prima che possa rispondergli a voce, Gottschalk alza la mano destra e punta una croce verso la fortezza.
Senza quasi emettere un suono, un uomo ogni due scavalca il muro e corre verso il riparo di un muretto, a una cinquantina di metri davanti a noi. Scatto anch'io. Wenzel, che corre apparentemente senza fatica, nonostante si porti dietro una sacca dall'aria pesantissima, mi fa segno di tenermi più basso. Obbedisco. Continuo a correre, chinato più che posso, aspettandomi da un momento all'altro che una raffica di mitragliatrice spezzi la mia corsa. Invece non accade nulla. Nessuno sparo, nessun grido d'allarme.
Raggiungiamo il muretto, molto diverso dall'altro. Questo è stato tirato su alla meglio, con materiali disparati: mattoni, ma anche pezzi di cemento armato, un insieme disomogeneo che offre decisamente meno protezione di quello che abbiamo lasciato.
Alzo la testa verso l'edificio, ora molto più vicino.
Mi volto. L'altro muretto sembra lontano come la luna.
La croce si solleva di nuovo.
Il capitano Durand e altri otto uomini saltano il muretto e corrono verso di noi. Dovrei voltarmi verso l'edificio, e coprirli col mio Schmeisser. Ma resto affascinato a guardarli, incapace di distogliere lo sguardo dalla loro corsa. Solo Gottschalk è rimasto dietro il muro, da dove guarda l'avanzata dei suoi uomini.
Sono a venti metri da noi. A dieci. Tra poco toccherà a me scattare.
Poi di colpo esplode l'inferno. Raffiche ed esplosioni singole, un concerto infernale. La bocca del ragazzo accanto a me si spalanca in una "O" di stupore. Tre buchi neri e rossi si aprono sul suo poncho di tela bianca. Un quarto colpo disintegra il plexiglas della maschera, devastandogli il volto.
La mitragliatrice falcia la fila degli uomini che avanzano allo scoperto. Uno dei nostri viene quasi tagliato a metà dalla raffica.
È Rossi.
Muore com'è vissuto. In silenzio. Cade in ginocchio, come se pregasse. E poi rotola a terra, con le ferite che fumano nell'aria gelida.
– SPARA, TESTA DI CAZZO!
L'urlo di Wenzel mi riscuote dal mio incubo a occhi aperti.
Alzo la testa oltre il muretto.
La parete della fortezza è illuminata dalle fiammate delle armi. Raffiche sparate dai nostri mitra disegnano righe di fori neri sul muro, colpiscono il bersaglio, riducono il numero di fiamme alle finestre.
Durand prende posto accanto a me.
Non pronuncia una parola. Si limita a tirarmi su il braccio destro. La mia mano che impugna lo Schmeisser è debole, priva di volontà. Lui sposta la canna del mio mitra verso l'edificio, e poi fa segno di sì con la testa.
La maschera che porta mi impedisce di vedere la sua espressione, ma gli occhi sembrano tranquilli mentre punta il mitra prendendo di mira una finestra al terzo piano, da cui spunta la canna di quella che anche un profano di armi come me riconosce. È una mitragliatrice pesante.
Una raffica esplosa dall'arma spazza il muretto, costringendoci a tirare giù la testa.
– Pauli, fuori l'RPG! – ordina il capitano. – Finestra al terzo piano, ore due.
Wenzel annuisce. Apre la sacca che si è portata fin lì, e ne estrae un'arma che sembra un bazooka. Traffica con l'arma e poi, sollevandosi di scatto, la punta verso l'edificio. Una fiammata parte dal bazooka, una piuma bianca decolla dall'arma. Meno di un secondo più tardi la finestra da cui spuntava la canna della mitragliatrice esplode, proiettando schegge di cemento e pezzi di carne tutto intorno.
Wenzel butta a terra il bazooka, o quello che è.
Impugnando una pistola salta oltre il muretto.
Incuranti del fuoco di fucileria che piove dall'edificio, le altre guardie e gli uomini di Gottschalk, col capitano Durand in testa, scattano verso l'edificio, sotto la tempesta di pallottole che grandina loro addosso.
Non posso far altro che seguirli. Le mie gambe sembrano muoversi da sole. Mi sporgo sul muretto e mi lascio cadere dall'altra parte. Poi goffamente mi rialzo, stupito che nessun colpo mi raggiunga. Sparando a caso, con la speranza di non colpire nessuno dei nostri, corro verso la fortezza. Intorno a me due, e poi tre soldati cadono. Due non si rialzano. Il terzo sembra aver perso un braccio, ma corre ugualmente verso il nemico. Ora le fiamme alle finestre sono solo tre, ma un quarto uomo cade. Gottschalk è sempre fermo dietro al muro. Non si alza nemmeno per fornire il fuoco di copertura.
Con un urlo di rabbia trattenuto a forza in gola percorro gli ultimi metri, raggiungendo gli altri ai piedi dell'edificio.
Una tettoia ci ripara dall'alto. Bune e due degli uomini di Gottschalk tengono d'occhio i lati, mentre ci occupiamo del nostro ferito.
L'uomo che ha perso un braccio è Yegor Bitka. Wenzel lo sta faticosamente trascinando al riparo.
Il caporale Diop lo medica con il poco che ha nella cassetta del pronto soccorso che ha portato al posto dell'inutile radio da campo.
Il volto del sergente Wenzel è terreo, mentre guarda il braccio del suo sottoposto. Brandelli sfilacciati di muscoli e tendini, biancore d'ossa e un fiotto di sangue che non vuole arrestarsi, nonostante il laccio emostatico stretto dal caporale di colore. Il braccio di Bitka è stato troncato quasi all'altezza della spalla. Una ferita impossibile da medicare.
Il soldato è catatonico. Il corpo si muove a scatti, come se subisse una scossa elettrica. Il volto, libero dalla maschera, si fa più pallido di minuto in minuto, finché, dopo un ultimo scossone, Yegor non rimane immobile per sempre.
Automaticamente, quasi senza pensarci, mi inginocchio accanto a lui per recitare la formula dell'estrema unzione. Ma Durand scuote la testa.
– Non c'è tempo. Finiamo questo lavoro.
Lanciando uno sguardo verso quel vigliacco di Gottschalk, dà le istruzioni a Wenzel e Diop. I superstiti della squadra d'assalto forniranno la copertura.
I tre soldati vanno verso la porta dell'edificio. È pesante, ma non sembra spaventare Durand.
Lui e Wenzel applicano sui bordi della porta alcune strisce di una specie di plastica grigia presa dallo zaino del capitano. Infilano qualcosa in quella specie di plastilina. Poi si allontanano.
L'esplosione è contenuta, ma la porta, dopo un attimo di sospensione, cade verso l'interno. I tre uomini scattano oltre la soglia, e noi li imitiamo.
Il combattimento all'interno dell'edificio dura appena una manciata di minuti. Sono rimasti pochi difensori, che non hanno modo di opporsi alla nostra furia omicida. Li spazziamo via con brevi raffiche, infierendo poi con altri inutili, sadici colpi sui corpi a terra.
L'ultimo difensore, asserragliato in uno stanzone all'ultimo piano dell'edificio, getta l'arma scarica e alza le mani, lo sguardo colmo di terrore.
Wenzel gli va vicino e lo fredda con due colpi al volto, a bruciapelo.
E poi tutto è finito.
Incredibilmente, nel silenzio che cade fra l'odore di cordite e il crepitio dei vetri che cadono a terra, si leva il pianto di un bambino. Di più bambini.
Quando il fumo degli spari si dirada, riusciamo a vedere cos'è che i difensori della fortezza proteggevano. Il loro tesoro. È un gruppo di donne e bambini, che si stringono tremanti l'uno all'altro, rannicchiati in fondo alla stanza. Sono una ventina.
Durand li guarda con sgomento.
Lascia cadere lo Schmeisser.
In quel momento Gottschalk entra nella stanza.
I suoi passi pesanti sembrano colpi battuti su un tamburo.
– Bravi! Il nostro coraggio è stato premiato! Un'altra grande vittoria Dio ci ha dato, dopo quella di Sant'Arcangelo, quando abbiamo cancellato quel vergognoso nido di eretici! Il nostro eroismo…
Durand lo fissa, attonito.
Poi si china a raccogliere il mitra.
Un clangore metallico fa eco a quel gesto.
Alle spalle di Gottschalk sono schierati dodici uomini armati di Kalashnikov. Non hanno niente a che vedere con i "soldati" che hanno espugnato la fortezza. Hanno occhi duri, uniformi curate. Niente poncho tagliati da vecchie lenzuola, per loro. Indossano divise nere, con due croci d'oro sul colletto. Le cerate antiradiazioni, anch'esse tinte di nero, sembrano appena uscite dalla fabbrica. E anche i fucili a ripetizione che impugnano hanno l'aria di essere nuovi.
– Al suo posto non lo farei, – sorride Gottschalk. – Anzi, visto che ci siamo, dica ai suoi uomini di deporre anche loro le armi.
Obbediamo.
Cos'altro potremmo fare?
Siamo stanchi, in schiacciante inferiorità numerica.
Posiamo a terra gli Schmeisser.
Gottschalk va verso i suoi uomini che hanno partecipato all'assalto.
– Siete stati formidabili. Veri guerrieri dell'Altissimo! Oggi avete scritto una pagina gloriosa nella storia dell'unica vera Chiesa, la Chiesa di Dio combattente.
– Pensavo che il vostro compito fosse uccidere i mutanti e schiacciare le eresie degli umani.
La voce è quella di Bune. Insolitamente seria e sobria.
Gottschalk volta la testa verso di lui. Ha l'espressione di chi è stato appena punto da un insetto fastidioso.
– Che cosa hai detto? – scandisce.
Bune fa un passo in avanti, staccandosi dal nostro gruppo. Poi si avvicina alle donne e ai bambini che abbiamo fatto prigionieri.
– Questi non sono mutanti. E quanto all'eresia, per la Chiesa, la Chiesa vera, è lei l'eretico.
Gottschalk fa una smorfia. Si gira, dando la schiena a Bune. Poi si volta di scatto. Dalla sua mano parte un coltello. La lama penetra nella spalla della Guardia Svizzera. Bune cade a terra senza un gemito.
– C'è qualcun altro che vuole lamentarsi?
Gottschalk punta un piede sul petto di Bune. Tira fuori il coltello. Pulisce la lama sulla divisa della Guardia.
– Oggi avete compiuto la volontà del Signore. Grazie a voi, Rimini è stata liberata, e si apre al commercio e alla parola di Dio.
Spalanca le braccia, in un gesto che vorrebbe essere rassicurante. Ma un bambino grida, davanti a quell'orco e alla sua corazza nera.
– Perché siete spaventati? Perché non avete più un padre? Sarò io, da oggi, vostro padre, e i miei uomini saranno i vostri fratelli. Venite, abbracciatemi.
Ma nessuno si muove, da quel gruppo spaventato. È Gottschalk a chinarsi. Passa in rassegna i bambini, e poi ne raccoglie uno. Lo solleva di peso. Il bambino biondo si agita, scalcia. Tenendolo davanti a sé, a braccia tese, lo esamina attentamente. Poi lo passa a uno dei suoi soldati.
– Tieni, Sergio. Mi sembra a posto. Lo daremo a Carla, che ha perso il suo. Chissà che non la faccia tornare normale. Bene, signore e signorini. Ora che abbiamo fatto conoscenza, vi enuncio le tre semplici regole della Chiesa in cui avete avuto l'onore di essere ammessi. La prima regola è: voi appartenete alla Chiesa. La seconda: voi obbedirete ciecamente e in silenzio alla Chiesa.
Fa un sorriso divertito, prima di proseguire.
– Ho detto che le regole erano tre. Nessuno di voi mi chiede quale è la terza? Bene. Vuol dire che non dovrete conoscerla. Buon per voi. Perché nessuno che abbia sentito la terza regola è vissuto abbastanza da poterla insegnare ad altri. E adesso andate, seguite i vostri nuovi fratelli. Vi scorteranno agli alloggiamenti che vi sono stati assegnati. Oggi avete visto l'alba di una nuova era, per la libera comunità di Rimini. Un'era aperta ai commerci e alla fede. Benvenuti, benvenuti, figlioli.
E poi, come se avesse voltato bruscamente pagina, si rivolge a noi.
– Avete svolto bene il vostro compito. Purtroppo eravamo male informati su quella mitragliatrice automatica. Cose che capitano. Mi dispiace anche per i vostri morti e feriti.
– Uno l'ha ferito lei, – precisa Durand, asciutto.
Gottschalk ignora del tutto la sua osservazione. Guarda i suoi soldati tirare in piedi, senza troppa gentilezza, i prigionieri, e guidarli fuori dalla stanza.
– Vi siete pagati il biglietto per Venezia. Partiamo all'alba di domani. Dopo la festa di purificazione.
– Vorrei vedere la dottoressa Lombard.
– La vedrà, la vedrà. Abbia pazienza. La vedrà alla festa.
– E fino a stasera?
Gottschalk sembra sinceramente stupito dalla domanda.
– Cosa vuol dire?
– Fino a stasera cosa facciamo?
– Beh, potreste darci una mano a ripulire questo posto. Seppellire i morti, mentre noi controlliamo che non ci sia rimasto nessuno, nella fortezza.
– Seppellire i morti… Possiamo avere le nostre armi?
– No, temo di no. Anzi, siate cortesi. Consegnate ai miei uomini anche i coltelli che avete addosso. Non vogliamo essere costretti a perquisirvi. Sarebbe umiliante sia per voi che per noi.
– Ci lasciate disarmati in zona di guerra?
– Oh, ma questa non è più zona di guerra. Rimini è in pace, finalmente. E poi stia tranquillo: i miei uomini vi scorteranno. Non avrete nulla da temere.
Poi si incammina tutto impettito verso l'uscita. Ma, arrivato sulla soglia, si volta a guardarci con un sorrisetto.
– Ah, capitano, volevo dirle una cosa. Ma forse l'avrà già capita da solo. Il mio piccolo Caliban ha qualche problema fisico, ma in compenso ha l'udito di un pipistrello. Nessuno può complottare impunemente alle mie spalle, capitano Durand.