Radici del Cielo – Cap. 25

25
La terra del Domani
Mi sveglio di soprassalto, per un rumore alla mia sinistra.
Non è un rumore forte, o minaccioso. Ma è bastato a strapparmi al sonno.
Stavo sognando, prima che il rumore mi svegliasse.
Avrei tanto voluto tornare, nel sogno, alla terra del Domani: al lago azzurro, alla brezza che muoveva le vele sull'acqua.
Invece ho sognato di essere ancora a casa dei miei, a Medford.
Era mattina, la luce calda del giorno entrava dalla finestra aperta, assieme al rumore di una falciatrice all'opera, qualche casa più in là. Dal piano di sotto mi arrivava il suono di una televisione accesa.
Mi sono stiracchiato, nel pigiama azzurro che credo di aver smesso a quindici anni, quando lo sviluppo mi fece crescere di dieci centimetri in pochi mesi.
C'era mio padre, seduto in fondo al letto.
Era lui, e al tempo stesso non lo era.
I lineamenti del volto sembravano confusi, come in penombra, nonostante la stanza fosse invasa dalla luce.
Mio padre aveva l'aria seria.
– Fa caldo, per essere solo aprile. Hai idea di come passerai le vacanze? Hai pensato qualcosa da fare?
Dovrei rispondergli, ma non me ne lascia il tempo.
– Ho pensato che potresti andare in quel posto, come si chiama? Stazione Aurelia. Potresti imparare a cucinare il bambino al forno. Dicono sia buono.
Si batte la mano sulla pancia.
– Mi chiedo che vino si accompagni alla carne di bambino. Sono incerto tra uno Zinfandel e un Syrah. Tu prova e fammi sapere. Penso il Syrah. In fondo dev'essere come una specie di carne bianca…
Il sorriso gli apre la bocca da orecchio a orecchio, come se gliel'avesse tagliata una lametta.
– Tua mamma non ha preso bene questa storia della guerra termonucleare. Proprio adesso che avevamo pagato l'ultima rata del mutuo. E poi pensavamo che dopo la morte ci sarebbe stata, sai, la pace eterna, il giudizio finale. Quelle cose lì, insomma. Invece eccoci qui a fare le solite cose. Il prato da tagliare ogni fine settimana, la televisione via cavo, e tutte quelle notizie orribili del mondo che muore. E tu che continui a vivere, e non scrivi mai.
– Non posso scriverti, papà.
La voce mi esce di gola gracidante, secca.
– Non ci sono più francobolli. Non ho più una busta.
– Ogni scusa è buona. Sei sempre stato un ragazzo in gamba. Da quand'è che sei diventato così pigro?
Poi alza gli occhi, guardando oltre le mie spalle.
– Hai sentito quel rumore? Cos'è?
È il rumore che mi ha svegliato.
La luce della "cattedrale" è calata drasticamente, mentre dormivo. Dagli spiragli sotto il soffitto filtra una luce rossastra, appena sufficiente a distinguere i contorni del Cristo in croce.
E di un'altra figura, accucciata al centro della stanza. Anche i suoi occhi brillano leggermente nel buio, rossi.
Per un attimo mi sembra sia l'uomo scarafaggio.
Gregor Samsa.
La sua pelle riflette quel po' di luce che c'è.
Ma poi riesco a distinguere le ali piegate dietro le sue spalle. Ali chitinose, da pipistrello.
La creatura alza la testa.
La sua voce mi penetra nitida il cervello, fredda come uno spillo.
L'Uomo del Dolore ti ha preso, l'Uomo del Dolore…
– Chi sei?
Il mio nome è Legione. Sono la voce di molti.
Legione. Il nome del demone di Gerasa, nel vangelo di Marco. "Il mio nome è Legione, perché siamo molti".
– Puoi farti vedere meglio?
No.
– Legione, tu mi deludi. Sei il diavolo, e non sei nemmeno capace di fare un po' di luce?
Non scherzare con me...
– Non sto scherzando.
…Prete.
La parola schizza nella mia testa come uno sputo.
Uno sputo di insolente disprezzo.
La figura nell'ombra si solleva. Dispiega le sue membrane alari, diventando un'antica figura da incubo. Mancano solo le corna perché la sagoma nera sia quella di un diavolo.
Ma le braccia lunghissime rivelano che quella che ho davanti è una creatura come quelle che abbiamo incontrato a Torrita Tiberina.
Una delle due braccia si solleva, lentamente. L'indice abnorme punta verso il mio viso.
Ci siamo già incontrati. A Mosca. Nel futuro. Ricordi?
Davvero pensa che potrei essermi scordato di quella visione?
– Ricordo Mosca. Il lago, le barche. L'azzurro. Ma non ricordo di averti incontrato.
Hai incontrato come sarò allora.
– Non credo di aver capito.
Hai incontrato come sarò allora. Ora sono così. Il mio nome è Legione.
– Parlavi meglio, nel sogno. Parlavi in modo più chiaro.
Quale sogno? Questo, è il sogno.
– Cosa vuoi dire?
Non c'è tempo. Ascolta, non interrompere. Ascolta. È un messaggio importante. L'Uomo del Dolore è un pericolo, per voi. Ma senza di lui non arriverete mai dove dovete andare.
Sto per fermarlo con una domanda, ma un bagliore bianco mi colpisce il cervello.
Non interrompere. Ascolta. Fino a Venezia sarete sicuri, con l'Uomo del Dolore. Fino a Venezia non dovete mettervi contro di lui. Vedrete molte cose. Cose strane, cose tremende. Vedo una grande sofferenza, nel vostro domani. Ma voi restate con lui. Nella Città della Luce ti sarà tutto chiaro.
– Quale Città della Luce?
Ma la figura davanti a me perde consistenza, si confonde nel buio.
Gli ultimi a sparire sono i rubini rossi degli occhi.
Il pavimento freddo sussulta sotto la mia schiena.
Ho sognato tutto.
Non solo mio padre, e Medford, ma anche la creatura alata, sono stati solo un sogno.
Apro gli occhi. Non vedo più la nuvola bianca del mio respiro. Quindi dev'essere scesa la notte.
Il rumore che mi ha svegliato esiste davvero. È un raschiare, un grattare leggero sul pavimento, a sinistra. Qualcosa che si muove nel buio, cercando di non farsi sentire.
– Chi è? C'è qualcuno?
La mia voce esce stridula, incerta.
Come risposta, il rumore cessa di colpo.
– C'è qualcuno? – ripeto.
Una voce sottile, esile come il fumo di una candela.
Una voce di donna. Mi risponde dal buio. – Sto pulendo. Non volevo svegliarti.
– Chi sei?
– Sto pulendo. Ho finito.
Vorrei avere una pila, qualcosa per illuminare la stanza. Ma non ho niente.
– Aiutami, – faccio.
– Come posso aiutarti?
– Hai qualcosa per fare luce?
– No. Non ho niente per fare luce.
– Voglio uscire di qui.
– Posso accompagnarti.
– Te ne sarei grato.
– Non muoverti, allora.
Passi leggeri strisciano verso di me. Sembrano un fruscio di foglie secche. Per qualche motivo, mi danno i brividi.
I passi si avvicinano sempre di più, e di colpo realizzo che non vorrei sentirli avvicinare.
Che vorrei anzi si allontanassero da me.
Dita fredde mi sfiorano il viso. Poi mi prendono il polso, mi guidano nel buio.
Quando arriviamo all'uscita, la donna si ferma. Spinge una porta che era per me invisibile, si fa da parte.
Il corridoio è illuminato da una sola lampada a muro, in fondo. Qui arriva davvero poca luce. Ma quel poco basta.
La donna è giovane, e potrebbe essere anche bella, se si curasse. Ma i capelli biondi, o forse bianchi, sono tagliati corti, quasi a zero. È magrissima, diafana. E gli occhi…
Al posto degli occhi ha due orbite vuote, contornate da pelle raggrinzita. Il volto sembra un teschio.
La donna – la ragazza – è completamente cieca. Impugna il manico di una scopa come se fosse un bastone.
Balbetto un ringraziamento. Lei fa un leggero inchino, e poi si volta per tornare nel buio.
– Non si faccia commuovere, – tuona una voce, dal fondo del corridoio.
David Gottschalk avanza a passi pesanti, come se trasportasse un macigno. Sul suo volto appare la grande fatica che gli costa ogni passo.
– Quella è una peccatrice. Ma ha quasi finito di scontare la sua pena.
– Peccatrice? E quale sarebbe, il suo peccato?
– Beh, ma non è evidente? Non l'ha vista? È un mostro!
– Ho visto solo una ragazza cieca.
– È cieca perché l'abbiamo curata. Ma è nata con occhi mostruosi. Di un colore che nessuno aveva mai visto. Occhi completamente azzurri. Completamente: iride e sclera.
– Vuol dire che siete stati voi a…? Voi l'avete…?
– L'ho curata con queste mie mani. Correndo il rischio del contagio.
– Che contagio?
– Il contagio del peccato! Quando le ho curato gli occhi, il suo fluido maligno avrebbe potuto entrare in me.
Sto per fare qualcosa.
Sento che sto per fare qualcosa.
I miei pugni fremono. La mia lingua brucia, per l'urgenza di urlargli che è pazzo.
Ma una mano si posa sulla mia spalla.
– Cercavo proprio lei, padre Daniels.
Durand sorride. – Ho bisogno del suo consiglio. David, ci scusi se andiamo di là a parlare di un paio di cose?
Gottschalk scuote la testa. Vedo che ha l'aria perplessa, come un animale che non capisce cosa ha fatto di male perché il padrone ce l'abbia con lui.
Si fa da parte, lasciandoci passare.
– Grazie. Ci vediamo tra un paio di minuti, okay? Venga, padre Daniels.
Mentre mi guida tenendomi per il braccio verso la cabina del veicolo, Durand mi sussurra all'orecchio tre parole: Non. Dire. Niente.
Solo quando siamo davanti alla porta della cabina riprende a parlare, per quanto a voce molto bassa.
– Non entrare in polemica con Gottschalk. Non ancora. Se vedi qualcosa, inghiotti e non dire niente.
– Non è facile.
– Non ho detto che sia facile. Tu fallo e basta.
– Torni a darmi del "tu"?
– Cosa vuoi dire?
– Poco fa, mi hai chiamato "padre Daniels".
– Quello è per Gottschalk. Penso si aspetti che una Guardia Svizzera debba essere deferente, con un alto rappresentante del Vaticano.
– Alto rappresentante? Io?
– Sei il capo della Santa Inquisizione…
– Il capo e l'unico membro.
– Conta lo stesso.
– Sarà.
Durand studia la mia faccia. Non dev'essere un bello spettacolo.
– Non sei riuscito a dormire?
– Non bene. Non a lungo. E voi?
– Noi pensiamo sia meglio seguire le usanze locali.
– E quindi dormirete di notte e lavorerete di giorno?
– Sì.
– Immagino che dovrò adeguarmi anch'io.
– Non sei obbligato. Ma sarebbe meglio.
– Faremo più fatica a riabituarci ai nostri ritmi normali, quando saremo a Venezia.
Durand mi fissa a lungo negli occhi, prima di rispondermi, a voce bassa, a malapena udibile: – Non stiamo andando a Venezia.
Vorrei chiedergli cosa significa, ma lui apre la porta, ed entriamo nella cabina, dove sono riuniti gli altri del nostro gruppo.
Sono tutti seduti, con l'aria di chi si sta riposando. Come se la morte del povero Greppi non avesse modificato per nulla la routine della squadra.
Il sergente Wenzel sta affilando meticolosamente la lama del suo coltello da caccia. Yegor Bitka traffica intorno alla sua inutile radio da campo. Marcel Diop legge un libro rilegato in tela verde, e Bune si sta addirittura cucendo un calzino.
Manca solo Adéle.
Sto per aprire bocca, quando Durand mi fa un cenno con gli occhi indicando la telecamera a cui dà le spalle. È una telecamera orientabile fissata al soffitto, ed è puntata proprio sull'angolo della cabina che ospita il nostro gruppo.
Il capitano mi fa segno di sedermi sul pavimento. Entro nel cerchio dei soldati.
– Non ci sono microfoni, – sussurra. – O almeno, non ne abbiamo trovati. La telecamera non è in grado di trasmettere il sonoro. Forse non funziona nemmeno più, ma non possiamo darlo per certo. Continua a comportarti normalmente. Fai qualcosa, insomma. E intanto parla. Ma quando parli cerca di dare la schiena alla telecamera.
– E il nano? Caliban?
– Da lassù non può sentirci. Se parli sottovoce.
– Sembrerà una specie di balletto russo.
– Può darsi. Comunque facciamo così, d'accordo?
Poi si rivolge a Wenzel, senza spostare la testa.
– Com'è andato il tuo giro d'ispezione, Pauli?
Wenzel china il capo, in modo da nascondere le labbra alla telecamera.
– Piuttosto bene. Ho scoperto dove sono gli alloggi della servitù. Non c'è un solo rimorchio, dietro a questo bestione. È una specie di treno. Dietro il vagone della cattedrale, come la chiamano, ce n'è un altro dove vive la servitù di Gottschalk.
– Quanti sono?
– Non posso risponderti, al momento. Posso solo fare delle ipotesi.
– Falle.
– Una ventina. Trenta al massimo.
– Cazzo.
– Quelli che ho visto, una dozzina, non sono una grande minaccia. Sono tutti storpi, o con altri problemi. Ne ho visti un paio che da come si muovono sembrano ciechi.
Scuoto la testa. – Non lo sono. Non dalla nascita, voglio dire. Li hanno fatti diventare così.
Mi guardano fisso.
– Che razza di maniaco pervertito è, questo Gottschalk? – ringhia Wenzel, per una volta abbandonando la sua solita impassibilità.
– Uno della peggior specie, – gli risponde Bune. – Ma anche la sua malattia si può curare, con la giusta medicina, – conclude, togliendosi di tasca il suo coltello dalla lama dipinta di nero. Lo appoggia sul pavimento, lo fa ruotare. La lama gira a lungo, e poi si ferma puntando su di lui.
– Visto? Tocca a me, sistemare il coglione. Com'è che direbbe, lui?
– Dio lo vuole, – sussurra Marcel Diop. I suoi occhi, dalla morte di Greppi, hanno assunto una fissità preoccupante. È come se vedesse in qualche modo al di là delle cose. Come se sentisse una voce nella sua testa, un rumore di fondo che distoglie i suoi pensieri dall'oggi, per farlo concentrare su qualcosa d'altro. Su cosa, questo solo lui lo sa.
– Di', Marcel, cos'è quel libretto che leggi in continuazione, ultimamente? Non ti avevo mai visto leggere, prima.
– Non è niente.
– E dai, fa' un po' vedere, – insiste Bune.
E si alza, allungando il braccio verso il taschino della giubba di Diop, da cui sporge la copertina verde del libro.
La mano del caporale nero scatta fulminea, bloccando il braccio di Bune. Poi glielo storce, lentamente ma con forza. Gli occhi di Bune si spalancano.
– Cazzo, basta! Me lo spezzi!
Ma Diop non accenna a mollare la presa.
Tocca a Durand fermarlo. – Diop, smettila. Lascialo.
– Deve giurare che non si interesserà più a questo libro.
– Te lo prometto, cazzo! Adesso mollami!
– Non basta promettere. Devi giurare.
– Te lo giuro, va bene? Te lo giuro!
La mano di Diop si apre. Sul suo braccio spicca nitido ogni muscolo. Come se niente fosse, si rimette a leggere, provocatoriamente.
Bune si massaggia il polso, imprecando sottovoce in tedesco.
– Se possiamo tornare a quello di cui stavamo parlando, – riprende Durand, – vorrei informare padre Daniels sul perché non mi fido di Gottschalk. Dice che ci sta portando a Venezia, ma la direzione del camion è verso Est. Verso la costa. Così dicono le bussole. Quando gli ho chiesto informazioni sulla strada, avrebbe potuto dirmi che andiamo in quella direzione perché la strada verso nord è interrotta, o pericolosa. Invece mi ha mentito. Mi ha detto che stiamo andando verso nord, e che fra quattro giorni raggiungeremo Venezia.
– Delle due l'una: o la bussola di questo camion è rotta, oppure il matto mente, – conclude Bune.
Wenzel scuote la testa. – La bussola del camion funziona. Ho controllato. E poi sono già stato da queste parti. C'è un…
Guarda il suo capitano.
Durand annuisce.
– C'è un mitreo, da queste parti, – prosegue Wenzel. – A Sant'Arcangelo di Romagna. Sotto la città c'è un labirinto di grotte, disposte su tre livelli. Ci vive una comunità di una trentina di persone. È il principale luogo di culto del dio Mitra. Una specie di santuario, potremmo dire. Ogni seguace del Dio deve fare un pellegrinaggio lassù, almeno una volta nella vita. Io l'ho fatto, e vi dico che conosco la strada. È questa.
– Quindi ci resta una sola spiegazione, – annuisce Durand. – Ora, la domanda che mi faccio è: perché quel pazzo dovrebbe mentirci?
Rimaniamo in silenzio a lungo. Nessuna delle conclusioni che ci vengono in mente è rassicurante.
– C'è un'altra cosa da dire, – aggiunge Wenzel. – La storia delle nostre due Hummer lasciate a Urbino.
– Ti ascolto, – sorride Durand.
– Quando sono uscito di nascosto per spiare gli alloggiamenti della servitù, chiamiamoli così…
– Se stai per dire quello che penso, dillo, – fa il capitano.
– Ho visto qualcosa di giallo apparire e sparire dietro l'ultimo vagone. E dei fari. C'era il nevischio, d'accordo, e c'era la distanza. Ma giurerei che è una delle nostre auto. E potrei scommettere che dove c'è una c'è anche l'altra.
– Molto bene. Ottimo lavoro, Pauli. Adesso, una delle questioni che mi lascia perplesso è perché ci ha permesso di riprenderci le nostre armi.
Wenzel si gratta la testa.
– Ci ho pensato su, e mi sono venute in mente un paio di possibilità. Nessuna piacevole.
– Prova un po' a dircele.
– Le dico solo quella che mi sembra più probabile. Quel pazzo ha bisogno di noi. Della nostra potenza di fuoco. Ci farà pagare il biglietto del viaggio aiutandolo in qualcuna delle sue imprese folli. E, beh, attaccare un nido, o un alveare, o come diavolo lo chiama, di quegli spilungoni corazzati non è come andare a caccia di cervi.
– Già.
– Il fatto è che non sono sicuro che dopo averlo aiutato ci lascerà andare. Meno che meno ci porterà a Venezia. Quell'uomo è completamente matto, ma non è per niente stupido. Sa tutto.
– Tutto di cosa? – chiede Durand, socchiudendo gli occhi.
– Oh, andiamo, capitano. Semplicemente, sa che noi sappiamo. Sappiamo che è un assassino. La donna sull'autostrada…
– Potrebbero essere stati gli spilungoni neri.
– No. Quelli… loro… non le hanno fatto niente. Non l'hanno uccisa loro. E quanto ai morti di Torrita Tiberina, beh, non ho visto nemmeno un'impronta di mostri. A meno che non vogliamo parlare di mostri umani. E le tracce di questo camion assurdo erano anche là. Non ci vuole un genio, per fare due più due.
– Gottschalk è fiero di quello che fa. Si ritiene un santo.
– Sì, e magari certi santi di un tempo si comportavano come lui, e adesso stanno sugli altari con l'aureola e lo sguardo da agnellino. Ciò non toglie…
– Dillo, Pauli.
– Beh, lei gliel'ha giurata. È chiaro che vuole fargliela pagare. Gottschalk lo sa. In qualche modo lo sa. Può anche comportarsi da bravo ragazzo, ma se fossi in lei non gli volterei la schiena.
– Mi ricorderò del tuo consiglio. Bene, il sergente Wenzel ha espresso la sua opinione. Qualcun altro vuole aggiungere qualcosa di suo?
Bune annuisce.
Esita un po', prima di parlare. Sospira.
– Va bene. Vi dico quello che penso. Vi ho raccontato di ciò che ho visto nel sotterraneo fra le rovine di Ostia. La scritta sul muro. Era in greco. Un greco colto, elegante. Anche la grafia era quella di un uomo istruito, ma che aveva trovato appena la forza per incidere leggermente quelle frasi sull'intonaco della cella. Ve l'ho detto, che era una cella? Probabilmente quell'uomo graffì la scritta prima di essere portato in tribunale. Non pretendo di essere un grande archeologo, ma come epigrafista ho… avevo… una certa esperienza. Dall'uso di alcuni vocaboli, e dalla frequenza…
– Falla corta, per favore, – grugnisce Diop.
– Va bene. Io… Io sono riuscito a identificare la possibile epoca del testo. Non poteva essere più recente del primo secolo dopo Cristo. Con quasi assoluta certezza risaliva alla prima metà del secolo.
– Prima del 50 dopo Cristo… Quindi potrebbe essere stato scritto da un contemporaneo di Gesù…
Bune mi guarda. Sorride. – Esatto, padre Jack. E vuole saperne un'altra? Da certi indizi nella costruzione grammaticale, e da un paio di idiotismi… Scusate, non voglio essere pedante… Da una serie di indizi sono giunto alla conclusione che l'uomo che ha inciso quelle frasi sul muro veniva dal Medio Oriente. Molto probabilmente dalla Siria.
– Perché dici "un uomo"? – fa Diop. – Non poteva essere una donna?
– Nel primo secolo. Poco probabile. E comunque la grafia era maschile. Come anche l'uso del pronome personale.
– Un buon lavoro di deduzione, – conclude Durand.
– Vero?
– Non ci hai detto niente che già non sappiamo, cazzo, – protesta Diop. – Dicci invece cosa c'era scritto su quel muro. Devi averlo detto solo al capitano…
Durand scuote la testa. – No. Non l'ha detto neanche a me. So della scritta, ma sino ad oggi non sapevo niente del lavoro di deduzione di Karl.
– E tanto meno di cosa c'era scritto, – conclude Bune.
– Hai intenzione di dircelo o pensi di tirarla ancora molto in lungo? – sbuffa Diop.
– Sto per dirvelo. La scritta era stata lasciata da un uomo che diceva di chiamarsi Saul.
– A proposito, – ride Diop, – chissà cosa ne è stato, del cosiddetto "popolo eletto". Magari Israele si è salvata, e adesso sono i soli a produrre pompelmi e ananas. Certo il mercato internazionale si è notevolmente ridotto, ma…
– Dacci un taglio, Marcel.
– Agli ordini, mon capitaine.
– Vai avanti, Karl. Non ti interromperemo più.
– Grazie, capitano. Stavo dicendo che il graffito era stato fatto da un uomo chiamato Saul. C'erano alcuni riferimenti a passi dell'Antico Testamento che solo un uomo molto erudito in fatto di religione avrebbe potuto conoscere a memoria.
– Perché a memoria? – domanda Diop.
– Perché i libri erano rari e costosissimi, a quel tempo. Non era il tipo d'oggetto che un prigioniero potesse tenersi in una cella. E poi c'erano delle particolarità, nelle citazioni, che dimostravano come l'autore del graffito le avesse imparate a memoria, ma con qualche incertezza qui e là. Comunque ciò che conta è il contenuto, di quel testo. Lo ricordo ancora a memoria.
– Senza incertezze qui e là? – lo sfotte Diop.
Bune non gli bada. Alza la testa verso il soffitto della cabina, chiude gli occhi e comincia a recitare.
– Verrà un tempo di albe nere, quando il cielo si chiuderà come un sudario sulla Terra fattasi tomba dei figli dell'uomo, e un sole crudele accecherà i pochi che si trascineranno nel fango e nel gelo. In quei giorni molti diranno "è la fine dei tempi", poiché le porte dell'inferno sembreranno aver inghiottito la Terra, e le grandi acque non nutriranno più la vita, e le grandi foreste saranno solo cenere. Un vento possente squasserà le alture e le piane, trascinando con sé la polvere in cui si ridurranno le genti e i troni. E altri verranno a reclamare la Terra, altri che sono anch'essi figli di Dio, ma non figli dell'uomo…
Diop sbuffa. – Sì, va be'… La solita profezia, come ne abbiamo lette a migliaia. Un antenato di Nostradamus, solo più sfigato. Probabile che l'hanno messo in gabbia perché rompeva il cazzo a tutti, con la sua profezia.
Bune scuote la testa. – Non hai pazienza. Devi ancora sentire la parte più interessante di quella che tu stesso chiami profezia, perché io non ho usato questo termine.
– E ascoltiamola. Tanto non abbiamo niente di meglio da fare.
– Ho visto con questi occhi i grandi Leviatani di ferro emergere dal mare, e vomitare fiamma sulle città degli uomini. E ho visto frecce nel cielo, frecce così grandi che sei uomini non potrebbero abbracciarne il fusto, e quelle frecce portavano il fuoco nelle città più lontane. E tra urla e pianti saliva al cielo una nuvola nera, che si spandeva nell'azzurro come il fumo degli olocausti, e chiudeva lo specchio del cielo per sempre. E ho visto i figli di Dio che non sono figli dell'uomo reclamare il possesso della Terra, e non vi era nessuno in grado di fermarli. Allora Dio metterà…
Bune chiude la bocca.
– Allora…? – lo incita Diop.
– Allora niente. Il testo finiva così.
– Così e basta? Non c'era, che ne so, una scritta che diceva "continua alla prossima cella"?
Durand alza la mano. – Basta così, Marcel. Falla finita.
Bune scuote la testa. – No. Marcel ha ragione. Sono io che devo farla finita. È tempo di decidere cosa fare, e non di seguire i vaneggiamenti di un vecchio. Scusatemi.
Si alza, con uno scricchiolio di giunture. "Vecchio", di questi tempi, non vuol dire niente. Ho conosciuto uomini e donne che a trent'anni erano già logori. Senza denti, i capelli prematuramente bianchi, o caduti del tutto. Il nostro è un mondo che non perdona. Al contrario ho conosciuto un uomo di ottant'anni, che era il più vecchio delle catacombe di San Callisto, che dimostrava vent'anni di meno. Magro come un filo di ferro, autorevole, duro.
Alessandro Mori.
Il Grande Assassino.
Sul letto di morte aveva mandato a chiamare un prete. Le sue guardie erano uscite dai quartieri del Comune e avevano preso il primo prete che avevano trovato.
Io.
Mi avevano scortato come se fossi un prigioniero. Senza dirmi nemmeno una parola sul perché mi prelevavano e dove mi stavano portando.
Mentre attraversavamo la zona del mercato la gente si faceva da parte, distogliendo lo sguardo. Negli anni, prima dell'arrivo delle truppe della Chiesa, avevano imposto sulla comunità un giogo pesante. Nessuno faceva domande. Nessuno alzava la testa.
Mi portarono fino a una porta di metallo, poco meno pesante di quelle di uscita dalle catacombe. E dietro quella, che si aprì a una parola d'ordine, ce n'erano altre due, difese ognuna da una squadra di uomini armati.
Nei quartieri del cosiddetto Comune l'aria era migliore, perché le apparecchiature di ricircolo e condizionamento venivano mantenute in efficienza, e controllate di continuo. Non come negli altri quartieri, dove era frequente che la gente, soprattutto i malati, morisse per le cattive condizioni dell'aria. Qui invece, dietro le tre porte a tenuta stagna, l'aria era buona. Faceva persino caldo.
Percorremmo lunghi corridoi deserti, un lusso inimmaginabile per gli altri quartieri di San Callisto. Corridoi deserti, ma non certo spogli. Le pareti erano coperte dal pavimento al soffitto di tele antiche, alcune dai colori così scuri da risultare illeggibili. Ritratti, scene mitologiche, crocefissioni, assunzioni… Certe tele erano graffiate, altre avevano cornici rotte. Chi le aveva recuperate non si era dato troppa cura, nel toglierle dai muri di musei e chiese.
Quell'ostentazione di ricchezza e, presumo, di cultura, serviva a preparare il visitatore allo sfarzo della residenza della famiglia Mori: una serie di stanze che erano state ampliate fino ad avere le dimensioni di una piccola reggia.
Sulla parete di fondo della sala principale c'era qualcosa di assolutamente inaspettato, una visione impensabile. Montato sul muro c'era un televisore ultrapiatto da 40 pollici. Ma la cosa più assurda era che il televisore funzionava: sullo schermo apparivano immagini a colori, in movimento. Non era una trasmissione televisiva, ovviamente. Era una registrazione digitale, di incredibile effetto: tre navicelle spaziali, tre caccia giallo e argento, sfrecciavano con un sibilo puntando verso un pianeta verde. Quella visione mi lasciò a bocca aperta. Poi una delle guardie mi strattonò bruscamente per un braccio, spingendomi dentro una stanzetta piccola e buia.
La porta si chiuse alle mie spalle.
Una candela rossa – un lumino come quelli che un tempo gli italiani mettevano sulle tombe dei cimiteri, il Giorno dei Morti – proiettava una luce incerta sugli oggetti della stanza. Il pavimento era di terra battuta, senza nemmeno un tappeto, o una stuoia.
Trovai a tentoni una sedia.
Ci misi un po' a capire che non ero solo.
Un respiro intermittente, leggero come il fruscio di una pagina, veniva dal basso. Quando gli occhi si furono abituati alla scarsa luce, vidi che su una brandina giaceva un vecchio, con la pelle tesa sugli zigomi. Gli occhi erano vuoti, spenti. Ci misi parecchio, prima di ricollegare il volto del morente a quello dell'uomo che aveva fondato, nel bene e nel male, San Callisto.
L'avevo visto solo un paio di volte, in altrettante occasioni pubbliche, gli unici momenti in cui lasciava la sua ala del rifugio. Mi avevano colpito l'aria giovanile, il piglio aggressivo. Era evidentemente un uomo da non inimicarsi. Uno sguardo magnetico e un'intelligenza incredibilmente rapida ne facevano un signore feudale degno di Machiavelli. Solo lui poteva volgere in un trionfo personale un momento difficile come quello dell'arrivo delle truppe vaticane. Aveva giocato l'equivalente politico di una partita a scacchi, con Albani, e aveva vinto.
E adesso eccolo lì, davanti a me. L'uomo più potente del nostro insediamento, per quello che ne sapevo forse l'uomo più potente della Terra, giaceva quasi immobile, con lo sguardo vacuo, e un odore di morte che emanava dal suo corpo, impregnando ogni cosa in quella stanza minuscola, dalle coperte ai miei abiti.
Il vecchio gracchiò qualcosa.
Avvicinai l'orecchio a quelle labbra secche, incartapecorite.
– Sei venuto… a darmi… l'estrema unzione? Guarda che non la voglio…
– Non è stata un'idea mia. Mi hanno portato qui di forza. Mi dica lei perché.
Dalla bocca di Mori uscì un gorgoglio catarroso. Un aborto di risata.
– Hai ragione. Sì, ti ho fatto chiamare io. E forse, in un momento di debolezza, ho pensato che mi servisse un prete. Per parlare, sai? Non per confessarmi. Non mi pento di niente. Ho fatto quello che era giusto fare. Non ho fatto… né il lavoro di Dio né quello del diavolo… Ho fatto quello che era necessario per la mia gente. E ne ho salvati tanti.
– Nessuno dice il contrario.
– Mi ricordo, quando sei arrivato qui. Non abbiamo bisogno di un prete, mi dicevano. Tantomeno di un prete americano. Mandiamolo con gli altri, al Letamaio…
– È così che lo chiamate?
– Che lo chiamavamo. Adesso nessuno parla più di queste cose. Se ne vergognano. Ma se non ci fossero state… Se non avessi preso le decisioni che ho preso… Adesso questa sarebbe solo la tomba che era sempre stata.
Una mano scheletrica si sollevò dal lenzuolo sudato, si appoggiò sul mio braccio. La pelle era secca come cuoio.
– Quello che ho fatto…
Ma non finì il pensiero. Un accesso di tosse lo colpì, squassandolo come un albero nella tempesta. Quando riuscì a riprendere fiato e a ricomporsi, i suoi occhi avevano una luce più viva.
Le dita adunche mi strinsero il polso.
– I miei figli non valgono un cazzo. Ottaviano è un debole, sta sempre dietro alle sottane di sua madre, o di qualche altra donna. Mario… Mario è un inetto, un alcolizzato. L'unico dei miei figli che ha ereditato un po' dei miei coglioni è Patrizio. Vincerà lui, ci scommetto. E gli altri due finiranno nel Letamaio.
Questo era l'unico epitaffio che quell'uomo riteneva di pronunciare per due dei suoi figli? Che razza di uomo era?
Il suo sguardo si fece furbo, ironico.
– So cosa pensi, sai? Ti chiedi che padre sono. Sono un padre affettuoso. Ho tenuto i miei tre figli sulle ginocchia. Gli ho insegnato tutto quello che sapevo. Voglio bene a tutti loro, nessuno escluso. Ma sono il capo di questa comunità, e devo pensare al suo bene. E il suo bene è Patrizio. È lui che deve vincere. È uno psicopatico, un sadico, ma sa come si governa. Sarà un buon capo, per voi.
Vedendo che non gli rispondevo si arrabbiò.
– Cosa c'è, prete? Cos'hai? Ti secca che non facciamo le cose che sei venuto a fare? Che non facciamo le cose per bene? Gli atti di dolore, la confessione, l'olio santo…
– Non so perché mi ha fatto chiamare, altrimenti.
– Te l'ho detto: un momento di debolezza. Comunque, adesso che sei qui, guardati intorno, perché hai molto da imparare.
La sua voce era sempre più secca.
C'era una bottiglia, appoggiata per terra. La sollevai, ma il vecchio fece un segno infastidito.
– Metti giù. Non ne ho bisogno. Ascoltami, invece, perché non ho molto tempo. Sei un ragazzo intelligente. Guardati intorno. Perché l'uomo più potente della nostra comunità muore in una stanzetta così misera? Te lo sei chiesto?
– Sì.
– Hai una risposta?
– No. Non ce l'ho.
– Te lo dico io, allora. Questa sarà la mia tomba. Quando sarò morto, sigilleranno l'entrata e ci metteranno su una bella lapide. Sono il primo patriarca della comunità che muore. Così ho avuto questa bella pensata. Faccio come i papi in Vaticano, che dici? In fondo non si sa mai, questo posto è così pieno di ossa di santi che magari un po' della loro santità mi resterà addosso. Che ne dici, prete? Che bello scherzo, ti immagini? Il cardinale Albani, il numero uno della Chiesa, arriva in Paradiso e chi ti trova ad attenderlo? Quel figlio di puttana di Alessandro Mori! Che scherzo, eh…?
La mano lasciò la presa sul mio polso. L'appoggiò di nuovo sul letto.
La voce, quando riprese a parlare, era più seria.
– Non so mica cosa mi aspetta, dopo questo mondo. Magari nulla, che dici? Magari non c'è niente, e quello che voi preti ci avete raccontato per duemila anni è solo un mare di cazzate, una favoletta per bambini…
– Lei cosa spera?
La risposta di Mori arrivò dopo un lungo silenzio.
– Spero che qualcosa ci sia. Qualunque cosa. Sempre meglio che il niente… E adesso su, fai il tuo lavoro. Metti la stola, tira fuori l'olio santo e fa' quello che devi fare. Anzi, non sprecare l'olio per me. Non ne vale la pena. Tanto quello che conta è il simbolo, no?
– Lei è il capo. Qualche goccia d'olio gliela dobbiamo.
– E allora dai, tirala fuori. Dammi il mio passaporto per il Regno dei Cieli.
Davvero Mori adesso è in cielo?
Davvero ci aspetta sulla soglia del Paradiso col suo sorriso strafottente?
Sarebbe una bella beffa. Per quanto creda in un Dio di misericordia, mi è difficile immaginare quell'assassino nel regno dei cieli, assieme alle sue vittime.
Quello che è certo è che adesso, su questa terra, Alessandro Mori è vicino a quelli che ha assassinato. Appena esalò l'ultimo respiro lo portarono fuori. Niente tomba monumentale. Una buca anonima nel Letamaio, assieme ai corpi martoriati delle sue vittime.
Raggiungo Bune nel corridoio che porta alla Cattedrale.
Cammina curvo, appoggiandosi alle pareti.
– Karl, – lo chiamo.
Si volta.
– Posso parlarti?
Alza le spalle.
Lo raggiungo. Entriamo nel grande stanzone vuoto. Stavolta mi sono portato una lampada Coleman accesa.
– La famosa lampada del Vangelo? – sogghigna Bune. – "Voi siete la luce del mondo; una città posta sopra un monte non può rimaner nascosta; e non si accende una lampada per metterla sotto il moggio"…
– Conosci il Vangelo…
– Gliel'ho detto, padre. Ero un seminarista.
– Hai detto tante cose. Anche che sei un bugiardo.
– Mentivo… A proposito, padre Daniels, sa mica dirmi cos'è, un moggio?
– È un contenitore per misurare il grano. E anche un'unità di misura.
– Ah.
Si siede sul pavimento.
Lo imito.
– Volevo parlarti di quello che ci hai raccontato, – faccio.
– Perché? Non li ha sentiti? Sono solo le farneticazioni di un vecchio.
– Solo uno ti ha deriso.
– Ma anche gli altri non erano interessati a sentirmi.
– Io sì. Ad esempio vorrei sentire quello che non hai detto. Perché c'è un seguito alle parole che hai menzionato, vero? C'era di più, su quella parete.
Bune rimane zitto per un po'.
Poi solleva lo sguardo.
Sorride.
– Allora Dio metterà pace tra i suoi figli, tra l'uno e l'altro popolo, affinché non siano più divisi. E il suo spirito aliterà sulle acque e ridarà loro vita, e la sua destra separerà le nubi, e la luce del Signore scenderà sulla terra. Le ferite guariranno, ciò che era sterile diverrà fertile, e l'albero che non dava più frutto metterà germogli. E la pace del Signore regnerà sulla Terra, nei secoli dei secoli.
– C'era scritto questo?
– Sì.
– E nient'altro?
Bune fa un gesto infastidito. Uno scatto nervoso della mano.
– Sì. C'era scritto il suo nome: padre John Daniels. E il suo numero della previdenza sociale.
– Stai scherzando?
– Ovviamente.
– Non c'era nient'altro?
– Un paio di frasi.
– Vuoi dirmele?
Bune scuote la testa.
Insisto.
Alla fine cede. Annuisce.
– Nella città dell'evangelista Marco, la città che è una foresta morta ogni cosa avrà fine, e avrà inizio. Cieli nuovi e terra nuova. Lì l'arco della pace tra Dio e l'Uomo verrà eretto, croce per i malvagi, salvezza per i puri. I segni non saranno dati a questa generazione, ma la prossima vedrà la mano di Dio compiere prodigi. Morte e malattia non avranno più dominio. Quel giorno di gloria tremenda i vivi e i morti cammineranno insieme, l'uomo di prima con l'uomo che verrà. E il nuovo Patto sarà portato sul mare, fino ai confini del mondo e del tempo...
Bune tace.
– Tutto qui? – faccio.
– Sì. Non è abbastanza?
– Cosa vuol dire? Non capisco.
– No che non capisce. Se avesse studiato come me saprebbe…
– Saprei cosa?
– Che quel testo è impossibile. Dev'essere per forza un falso.
– Cosa vuol dire?
– Vuol dire che nessun uomo del primo secolo avrebbe scritto una cosa del genere. È un testo impossibile. In condizioni normali l'avrei definito un falso, una presa in giro organizzata da qualche studente ai miei danni. Il richiamo all'evangelista Marco, in particolare. Era un puro anacronismo. Nel primo secolo dopo Cristo nessuno avrebbe usato l'espressione "evangelista". Ero arrabbiato, per quella presa in giro. Ma poi sono uscito dagli scavi e ho visto il fungo della prima esplosione atomica spandersi su Roma. E poi le altre esplosioni. Sono tornato giù e… e ho fatto questo.
Bune si sbottona lentamente la camicia. Sulla sua pelle, come un tatuaggio di cicatrici, spiccano in rilievo lettere greche rozzamente incise, come aveva detto Durand. Tutto il corpo di Bune è coperto da quelle lettere, le frasi che ha appena recitato a memoria.
Rimango senza fiato.
– Basta, – lo imploro.
Bune si riabbottona la camicia. Lentamente, con estrema dignità.
– Che spiegazione dai, a questa cosa? – gli chiedo.
– Non ne ho, di spiegazioni. Cioè, di ipotesi ne ho fatte tante, ma nessuna che risponda alla logica. La meno bizzarra è quella di un viaggiatore nel tempo. Nostradamus che torna indietro di 1500 anni. Lo stile è il suo.
– E la più bizzarra?
– Che qualcuno, nel primo secolo dopo Cristo, abbia davvero visto il futuro.
– Hai idea di cosa può essere, questa città dell'evangelista Marco? La città che è una foresta morta?
Bune china la testa. Mugugna un no a mezza voce che non mi convince per niente.
– Proprio nessuna idea? – insisto.
Lui fa un gesto con la mano, come per cacciare via una mosca.
– Sappiamo poco, di Marco. Il più è leggenda. Alcuni indizi ci dicono che probabilmente nacque e visse a Gerusalemme. La prima lettera di Pietro dice, testualmente, "Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco". Nel linguaggio dei primi cristiani, Babilonia stava per Roma. La chiesa di San Marco, di fronte al Campidoglio, sarebbe stata eretta proprio sul luogo in cui aveva abitato Marco durante il suo soggiorno a Roma. E abbiamo già due città candidate al ruolo di città dell'evangelista. Ma nessuna delle due mi fa venire in mente una foresta morta.
– Le colonne…, – sussurro.
– Cosa?
– Le colonne del Foro. Hai detto che la casa di Marco era di fronte al Campidoglio…
– È solo un'illazione.
– Le colonne romane del Foro potrebbero sembrare i tronchi di una foresta morta…
Bune alza le spalle.
– Ci sono altre città candidate. Lasciamo stare Antiochia e Cipro, dove Marco predicò nel corso degli anni. Resta Alessandria, di cui fu vescovo e in cui venne martirizzato. E poi Aquileia, nel nord Italia, dove nominò il primo vescovo… Anche se questa ipotesi è un po' tirata per i capelli…
– Non riesco a collegarle a una foresta morta.
– Neanch'io. Poi, ovviamente, c'è Venezia. Dove le spoglie di Marco vennero portate nell'828 da due mercanti che le avevano trafugate ad Alessandria.
Mi batto una mano sulla fronte.
– Venezia, ma certo. Come ha fatto a non venirmi in mente?
– Spesso le cose ovvie sono quelle a cui uno non pensa…
– Ma a Venezia non ci sono alberi, vero? Cioè, a giudicare dalle foto che ho visto c'è qualche piccolo giardino, ma non una foresta…
Bune alza le spalle. – Non lo so. Non ci sono mai stato.
– Neanch'io.
– Per quello che ne sappiamo, adesso potrebbe essere sott'acqua. O magari l'ha colpita una bomba. C'erano parecchi impianti chimici, lì vicino. Un buon bersaglio. Magari anche solo per fare dispetto al nemico.
– Già. Se solo sapessimo chi era, il nemico…
– Nessuno lo saprà mai.
Una voce tuona dal corridoio.
La voce del capitano Durand.
– Karl, John! Venite, presto!