Radici del Cielo – Cap. 24

24
"La Più Grande e Veloce Chiesa di Dio su Ruote"
Quando Adéle ci vede entrare nella stanza, gli occhi le si riempiono subito di lacrime. Corre a occhi chiusi ad abbracciare Durand. Lui la stringe forte, le accarezza piano i capelli. Sono sporchi, ma il capitano li bacia con una tenerezza inaspettata.
– Stai tremando, – le sussurra.
Sono imbarazzato. Mi sento un intruso, in questa stanzetta piccola, il cui unico pezzo d'arredamento è un secchio metallico dal quale esce un forte puzzo d'orina.
– Avevo paura di non vederti più, – risponde lei, affondando il viso nel bavero dell'uniforme di Durand.
– Non ti lascio sola. Non vado da nessuna parte, senza di te.
– Non smettere. Continua a parlare.
– Cosa ti ha fatto? Ti ha…?
Adéle scuote la testa.
– Non mi ha fatto niente. Ma adesso portami via, per favore.
– Stai tranquilla. Ti porto via. Ti porto via…
Gottschalk, alle nostre spalle, si schiarisce la gola.
– Ehm.
Durand si volta, lentamente.
– Cosa c'è?
– Non è così facile. Cioè, vorrei che poteste andarvene, visto il mio errore, e… e tutto il resto.
– Cos'è, "tutto il resto"? – fa Adéle, sospettosa.
Durand scuote la testa. – Lascia stare. Te ne parlo dopo.
Poi, sempre tenendo Adéle abbracciata, si volta verso Gottschalk.
Ci facciamo istintivamente di lato, così i due uomini sono soli, uno di fronte all'altro.
– Cosa vuol dire, che non sarà così facile andarcene?
– Non so come dirglielo, capitano, ma, vede…
– Vedo cosa?
– Le vostre due jeep… Io sono un ministro del culto, ma sono anche un commerciante. Gli abitanti di Urbino mi hanno ceduto voi, e quell'inetto del loro Duca… oltre ad alcune altre cose… Io dovevo in qualche modo ricambiarli…
– Gli hai dato i nostri Hummer?
Gottschalk abbassa le spalle.
– Quelle jeep ci servono!
– Lo so! Lo so!
– Riportaci indietro. Riportaci a Urbino.
La barba di Gottschalk si muove. Si sta mordendo le labbra.
– Temo non sia possibile.
– Perché?
– Gli accordi sono accordi. Se rompessi un contratto, la mia reputazione commerciale cadrebbe a zero. E io non posso permettermelo. La mia Crociata è troppo importante.
– Me ne fotto, della tua crociata. Riportaci indietro!
– Si calmi, capitano.
Gli occhi di Gottschalk mutano espressione di continuo. È come vedere un'immagine accelerata: furbizia e sincerità e contrizione ed odio si alternano così repentinamente da dare le vertigini.
– Pensavo che la vostra missione fosse raggiungere Venezia.
– Chi gliel'ha detto? Come fa a saperlo?
– Che importanza ha? È o non è quella, la sua missione?
– E se così fosse?
– Se così fosse, viaggerete molto più veloci, e soprattutto molto più sicuri, su questo mezzo, piuttosto che sulle vostre due macchinette.
Durand medita a lungo su quelle parole.
– Ci sta dicendo che può portarci a Venezia? O dovunque sia la nostra destinazione?
– Se non è su Marte…
– Non capisco che mezzo è, questo. Vuole dirmelo?
– Basta chiederlo.
– Glielo sto chiedendo.
– Venga, allora. È più facile se glielo faccio vedere.
Tornati alla cabina di pilotaggio, ci arrampichiamo su una scaletta che Gottschalk fa scendere dal soffitto.
– Usciamo, – dice, semplicemente.
– Usciamo dove, fuori? – fa il capitano, incredulo.
– Sì, certo che usciamo fuori.
– Ma è giorno!
– Questione di un paio di minuti, – taglia corto l'altro. – Copritevi bene. E indossate le maschere.
Gottschalk sale per primo. Durand dietro di lui.
Io li seguo.
– Solo noi tre, – ha insistito Gottschalk. – Sulla piattaforma non c'è posto per più di tre persone.
La scaletta metallica porta a una botola che sembra quella di un sottomarino. Deve pesare più di un quintale, ma l'orco barbuto la solleva senza fatica. Una folata di nevischio gelido entra nella cabina. Sento il sangue pulsare forte alle tempie mentre metto la testa fuori dalla sicurezza del boccaporto.
La luce è crudele. Per quanto velata dalle nubi grigio-nere ferisce comunque gli occhi abituati da vent'anni al buio o alla penombra. Il cuore mi batte all'impazzata. Quello che vedo, per un lungo momento, mi sembra privo di senso: un'enorme balena nera sembra essersi arenata tra le colline bianche di neve. Poi la balena si muove, il corpo si agita come se i muscoli, sotto la pelle lucida, si agitassero all'impazzata. È un corpo morto, realizzo, animato da un'energia sconosciuta, maligna. Il più grande morto vivente che sia mai esistito.
– Le piace, la mia creatura? – mi urla Gottschalk all'orecchio, per vincere il rumore del vento. La sua voce esce deformata dalla maschera antigas che gli dà le parvenze di un maiale.
Impugna la ringhiera metallica con la fierezza di un capitano ritto sul ponte della sua nave. E di colpo capisco dove siamo.
Capisco cos'ho sotto gli occhi.
Siamo sul tetto di un enorme camion. Il camion più grosso che sia mai esistito. Un camion in grado di trasportare Godzilla. E la balena nera è un'enorme sacca gonfia di gas, come quella che riforniva di energia Stazione Aurelia. È il gas contenuto in quella sacca, a fare andare avanti questo veicolo. Propulsione a biomassa, ecco come si chiamava. Pensavo fosse una cosa buona al massimo per una piccola utilitaria. Invece è evidente che mi sbagliavo. La prova è qui, sotto i miei occhi.
Il camion sarà lungo almeno venti metri, con ruote che devono essere alte più di un uomo. Dietro, trascina un rimorchio altrettanto gigantesco, sovrastato da quell'incredibile involucro di gas.
Il veicolo e il suo pesantissimo rimorchio si muovono a una velocità che mi sembra incredibile su quello che resta di una antica strada, lasciandosi dietro una traccia profonda almeno un metro.
– Signori, – tuona Gottschalk, – vi presento "La Più Grande e Veloce Chiesa di Dio su Ruote". Propulsione ibrida, a gasolio e a metano. Soprattutto a metano, visti i tempi… La mia creatura, il mio orgoglio, la mia ragione di vita. Se ci fossero ancora cose come i copyright avrei registrato il suo nome, perché è bellissimo. Noi siamo la Corazzata del signore, l'Incrociatore di Dio sulle acque perigliose della vita. Il braccio armato di Dio che leva la sua spada contro i corrotti e i miscredenti.
Gli occhi di Gottschalk si sono illuminati di una luce estatica.
Apre le braccia e comincia a cantare a squarciagola in tedesco un corale di Bach: Ein Festen Burg ist Unser Gott.
Una salda fortezza è il nostro Dio.
Per un attimo ho la tentazione di spingerlo giù, oltre questa ringhiera.
Ma poi colgo il messaggio negli occhi del capitano Durand.
Non ancora.
Non qui.
Mi guardo intorno.
Gli occhi semplicemente non si saziano di questo paesaggio che prima della Tribolazione sarebbe stato squallido e deprimente.
Ma ora no.
Ora no.
La sensazione di tanto spazio aperto, di tanto cielo libero intorno a me, mi fa sentire come se da un momento all'alto potessero spuntarmi le ali e io fossi in grado di levarmi in volo verso l'orizzonte. Verso l'oceano, e la terra di là dall'oceano dove ho lasciato la mia infanzia e la mia famiglia.
Vorrei togliermi la maschera e respirare l'aria fresca del giorno, quest'aria imbevuta di luce. Sento l'azzurro che preme sopra la coltre di nubi, e il calore del Sole invisibile. Anche se l'aria dovesse avvelenarmi, anche se il sole dovesse bruciarmi, morirei felice.
Provo un senso di comunione totale con ciò che mi è attorno.
Mi tornano alla mente, dalle mie letture giovanili, le parole di Teilhard de Chardin, quando a cavallo nelle steppe dell'Asia, in un'estasi mistica, concepì la sua Messa sul mondo:
"Poiché ancora una volta, o Signore, non più nelle foreste dell'Aisne ma nelle steppe dell'Asia, sono senza pane, senza vino, senza altare, mi eleverò al di sopra dei simboli sino alla pura maestà del Reale; e Ti offrirò, io, Tuo sacerdote, sull'altare della Terra totale, il lavoro e la pena del Mondo.
Lì in fondo, il Sole, appena incomincia ad illuminare l'estremo lembo del primo Oriente. Ancora una volta, sotto l'onda delle sue fiamme, la superficie vivente della Terra si desta, vibra e riprende il suo formidabile travaglio. Sulla mia patena, porrò, o Signore, la messe attesa da questa nuova fatica e, nel mio calice, verserò il succo di tutti i frutti che oggi saranno spremuti…"
Un colpo brusco sul braccio mi strappa ai miei sogni.
– Andiamo, padre. Siamo già stati troppo qui fuori.
Mentre le mani di David Gottschalk mi trascinano giù nel ventre della macchina, i miei occhi cercano di cogliere anche l'ultimo guizzo di luce, l'ultima stilla di dolore data dai cristalli freddi dell'aria.
E poi il portellone si chiude sopra la mia testa, come il coperchio di una tomba.
Gottschalk svita una borraccia, versandosi in gola una lunga sorsata d'acqua. Poi la passa a Durand.
– Ho trovato questa bellezza in una cava sulle Alpi Apuane. Nella mia vita precedente, prima di essere chiamato da Dio, ero uno scultore. Le mie opere sono state esposte al MoMA, e al Guggenheim di Bilbao. Lavoravo il marmo. Quando il mondo è andato a puttane, mi scusi l'espressione, padre, ero in montagna, a scegliere un blocco per la mia nuova opera, un Cristo Trionfante. Abbiamo sentito la radio. Abbiamo visto le esplosioni in pianura. Siamo rimasti lassù per quasi un anno, proteggendoci dalle radiazioni in fondo a una cava. Avevamo acqua, e cibo, perché i boschi intorno erano pieni di selvaggina. Sapevamo che giù in pianura tutto doveva essere fuori uso, perché non riuscivamo a sentire nessuna trasmissione radio. Vedevamo i satelliti passare sulle nostre teste, perché le notti erano sempre più buie, e potevi quasi contare ogni stella che c'era nel cielo. Ma nessuno di quei satelliti trasmetteva più nulla.
Dopo un anno avevamo finito le provviste, e la selvaggina era diventata scarsa. Lo stesso dicasi per le cartucce. Cinque di noi, sui dodici che eravamo, decisero che era arrivato il momento di andare a vedere cos'era rimasto del mondo. Avevamo questo camion, che ovviamente non era ancora così, ma era comunque un bestione rassicurante, no? E avevamo abbastanza gasolio per riempire il serbatoio, e una decina di fusti di riserva da mettere sul retro del mostro. Così noi cinque partimmo, e gli altri restarono lassù. Non ho idea di come gli sia andata. Quando ci separammo, ognuno dei due gruppi salutò l'altro con commozione, convinti, noi come loro, che salutavamo dei condannati a morte.
Il racconto di Gottschalk quasi mi commuove, all'inizio, mentre ricorda le città morte che hanno attraversato scendendo verso la pianura. Lo sgomento di fronte alla distruzione. Lo spavento provato dormendo all'aperto, la prima notte.
– Allora non c'erano questi mostri, queste creature del Male. Ma c'erano comunque un sacco di pericoli. Le radiazioni, per dire. Mica lo sapevamo, che dovevamo difenderci dai raggi solari. Viaggiavamo di giorno e dormivamo di notte, perché pensavamo fosse più sicuro. Io per la verità nutrivo qualche sospetto, perché da ragazzo avevo un paio di giochi per la Playstation che parlavano del dopobomba, e sapevo che era meglio coprirsi, e magari usare una maschera antigas. Noi ne avevamo un sacco, nei magazzini della cava. Ne avevamo caricate due casse, ma io ero l'unico che se la metteva, quando uscivo dal camion. E avevo preteso di dormire in cabina. È stato questo, che mi ha salvato la vita.
– Gli altri sono morti?
– Nel giro di una settimana rimasi solo. Intorno avevo un mondo morto, e ti assicuro che ho provato spesso la tentazione di infilarmi la canna della pistola in bocca e tirare il grilletto. Ma Dio, nella sua misericordia, non ha voluto che fosse così. Ha preservato il suo servo, perché potesse onorarlo e servirlo con le parole e le opere.
– Amen, – borbotta Bune, lasciandosi poi sfuggire un risolino.
Gottschalk lo guarda storto. Avvicina le mani al braciere posto sul pavimento della cabina. Fuori, la notte preme sui finestrini corazzati del camion. Caliban, il nano dalle braccia smisurate, continua a guidare imperterrito, quasi fosse lui stesso una macchina, un pezzo di questo veicolo.
Gottschalk riprende a raccontare.
Descrive il suo primo incontro con un branco di sopravvissuti.
– La prima cosa che hanno fatto – dice scuotendo la testa – è stata attaccarmi, con dei bastoni e un paio di coltellacci. Io avevo due pistole. Indovina un po' come finì? Tre di loro alzarono le zampe. Si arrendevano. Una roba da film, no? Una di loro era una donna. Sporca, ma passabile, per essere una selvaggia. Un solo anno, e già gli uomini erano tornati ad essere dei selvaggi… Forse lo erano sempre stati… Ricaricai le pistole. Sparai in testa ai due maschi e mi portai via la donna. La tenevo legata, i primi tempi. Ovvio. Non volevo svegliarmi con la testa staccata dal collo.
– Dubito che ti saresti svegliato, – lo corregge Bune, rosicchiando un altro pezzo di ala di pollo.
– Lasciami raccontare. Zitto e mangia, tu.
Si era portato dietro la ragazza per un paio di settimane, mentre si addentrava sempre più nella pianura. La slegava solo per quelle che lui chiamava "esigenze impellenti". Se fossero della ragazza, o piuttosto le sue, non lo dice.
Alla fine, in una città chiamata Lucca, aveva trovato una comunità organizzata. Era una città cinta da mura antiche, facile da difendere. Avevano serre, e rifugi protetti da mura spesse, coperte di terra. Una comunità prospera.
– Ma ero l'unico ad avere una prospettiva. Una visione. L'avevo maturata durante quel lungo esilio in montagna, leggendo i libri che mi ero portato dietro dall'America. La Bibbia, il Mein Kampf… Ero l'unico il cui orizzonte spaziasse al di là delle ore di una giornata, e della cinta di quelle mura. Io avevo un progetto, per quella gente. Avevano un potenziale, solo che non sapevano cosa farsene. Io ero la chiave, e loro la serratura.
– E così li hai chiavati…
– Bune… – lo rimprovera sottovoce Durand. Una coperta sola racchiude lui e Adéle Lombard. Li invidio. Essere soli è una maledizione. Fa parte dei voti che ho pronunciato, ma li ho pronunciati quando la solitudine era ancora una scelta, e non il destino di tutti.
– E la ragazza? – chiedo.
Gottschalk alza le spalle. Fa un gesto infastidito con la mano. Non vuole parlarne.
Mi chiedo se quella "selvaggia passabile" sia mai arrivata a Lucca.
– All'inizio, quando cominciai a esporre i miei piani, ci fu qualche resistenza. Ma presto ogni dissidio venne appianato, e ci mettemmo a lavorare di comune accordo.
Il camion era gigantesco, troppo grande per entrare in città. Fecero i lavori all'esterno delle mura, di notte, sorvegliati da sentinelle.
– Le modifiche principali furono i vetri corazzati antiproiettile. Per fortuna in città c'era un rivenditore di serramenti blindati. E poi il rimorchio speciale. Lo costruimmo mettendo insieme i pezzi di tre autoarticolati abbandonati lungo l'autostrada. Poi, dato che il gasolio non poteva durare in eterno, tirai fuori questa idea della sacca di gas. Pericolosa, ma che alternative avevo? Avevo visto una cosa del genere in Cina, durante un viaggio. Fu la parte del progetto più dura da realizzare. No, mi correggo: la più dura fu purificare la comunità…
– In che senso? – chiedo.
Gli occhi di Gottschalk riflettono le fiamme arancioni che brillano dentro il braciere.
– Nel senso che nel cuore di alcuni dei suoi abitanti c'erano sentimenti non puri. Cuori che quindi andavano purificati.
– In che modo?
Gottschalk chiude gli occhi. – Con l'acqua. Col fuoco.
Il momento in cui il camion fu pronto segnò l'inizio di una nuova fase, per la comunità che aveva accolto Gottschalk. Una fase che molti di loro non si sarebbero mai aspettati.
– Purificammo la città. Furono notti di festa, in cui le fiamme bruciarono via il peccato, restituendo freschezza all'aria. I miei seguaci si occuparono dei renitenti, dei tiepidi, di chi pensava che l'ozio in fondo a una tana fosse il destino ultimo dell'uomo.
– Dio onnipotente… – sussurra il sergente Wenzel.
Gottschalk annuisce. – Esatto. Dio onnipotente. Hai detto bene. Fu lui a mandarmi il segnale, a dirmi quale era la strada da percorrere. Apparve in cielo un arcobaleno.
– Impossibile!
È stato Diop, a parlare. Quella parola pronunciata in fretta gli è uscita di bocca con un accento straniero, un'eco della sua lingua madre.
– Nessuno ha più visto un arcobaleno, dal giorno del FUBARD! Non esistono più! Sono morti! Fottuti! Niente più arcobaleni!
Imperterrito, Gottschalk prosegue nel suo racconto.
– Apparve in cielo un arcobaleno, a indicarci la strada. E la strada era l'Est.
– Amen, fratello, – bofonchia Bune. Stavolta Durand non fa nulla per riprenderlo.
Ma Gottschalk non sembra farci caso.
– Partimmo in trenta. I più forti, i più giovani, i più ispirati. Salimmo a bordo di questa chiesa su ruote per una missione quale questo pianeta non ne ha viste di uguali dal tempo delle Sante Crociate. Domani conoscerete alcuni di quei guerrieri, di quei primi cavalieri. Solo sei ne rimangono, dei trenta originari.
E quanti ne hai fatti fuori tu?, vorrei chiedergli. Ma la menzione dell'arcobaleno mi ha sconvolto i pensieri.
Papà era capace di telefonarci dal lavoro, o dall'auto, per dirci di affacciarci a guardare un arcobaleno. Il più bell'arcobaleno che abbia mai visto, diceva sempre.
Povero papà.
Saresti felice di sentire questo pazzo, che racconta di arcobaleni impossibili. E ti piacerebbe, questo camion. Con tutto il disprezzo che potresti provare per questo maniaco omicida, il camion ti piacerebbe. Troveresti persino il modo di migliorarlo. Ne sono sicuro.
– Cosa c'è, padre Daniels? Il mio racconto non la interessa? La sto annoiando?
Sbadiglio.
– Al contrario. Ma sono molto stanco. È quasi l'alba. Dovremmo andare a dormire.
Gottschalk scuote la testa. – Sulla "Più Grande e Veloce Chiesa di Dio su Ruote" non seguiamo gli orari di questo tempo marcio e impuro. Ci manteniamo fedeli al tempo dei nostri padri, così come era stato tramandato loro dagli antichi di giorni. Noi dormiamo la notte e operiamo alla luce del sole, come Dio comanda.
Ecco spiegati i ventiquattro apostoli morti, penso. Ma non lo dico.
Maniaco omicida.
Sono queste le due parole magiche che non devo mai scordare.
Mai rilassarsi, accanto a quest'uomo. Mai abbassare la guardia.
Decido di non cedere.
– Anche così, sono stanco morto. Lo consideri un sonnellino pomeridiano.
– Come crede.
– Dove posso dormire?
– Dove vuole.
Lo guardo, sconcertato. – Non avete una branda, o qualcos'altro? Un sacco a pelo?
– Questo Popolo di Dio si tempra attraverso le difficoltà. Noi non crediamo nelle comodità. Si metta dove vuole. Lo spazio non manca.
– Posso avere almeno una coperta?
– Non abbiamo coperte. Il Popolo di Dio…
– Non crede nel freddo, – ridacchia Bune.
– Ok, ho capito, – taglio corto, alzando la mano.
Non ho mai amato i digiuni, le penitenze, e tutto l'apparato scenico del pentimento, che secondo me nasce dal cuore e lì finisce: è una questione di coscienza, insomma, e non di apparenza. Immagino che i miei antenati protestanti, a furia di rivoltarsi nella tomba, abbiano fatto scendere nel loro discendente papista un margine di dubbio sulla validità di un istituto come la confessione, quando non sia accompagnata da un sentimento sincero e da quello che un tempo si chiamava ravvedimento operoso.
Prima di uscire dalla cabina guardo la strana creatura che Gottschalk chiama Caliban. Da quando si è rimesso al posto di guida non si è mai mosso di lì. Come se fosse davvero una componente della macchina. Un tempo, prima della Tribolazione, era normale ignorare gli altri. Potevi camminare in mezzo a una folla di migliaia di persone e sentirti ugualmente solo. Non badare agli altri era la regola. Oggi dobbiamo prestare più attenzione al nostro prossimo, agli altri. Sia perché sono così pochi, sia perché ognuno di loro è una potenziale minaccia. Mi chiedo quanti di noi siano rimasti, sulla Terra. E quante, invece, di queste creature incredibili, di questi Uomini Nuovi dalle forme ardite, dall'origine incomprensibile. È stato davvero solo l'inferno delle armi nucleari, chimiche e batteriologiche, a produrli, o non sono piuttosto nati dal fuoco della Creazione, messa alle prese con un dilemma formidabile? In altre parole, se invece di pensare ad essi come a dei mostri pensassimo che sono la migliore risposta di Dio, o della Natura, a una sfida mortale?
Percorro a tentoni un corridoio traballante, fino a tornare nello strano spazio nero che Gottschalk chiama la sua cattedrale. Qui c'è un po' di luce: viene da alcuni spiragli lungo il soffitto. È una luce flebile, ma sufficiente a farmi vedere i tratti del volto del Cristo in croce.
Mi inginocchio a pregare davanti all'immagine dell'uomo torturato e ucciso duemila anni fa. Lo prego in nome dei miliardi che sono morti in una manciata di minuti, e di quelli che moriranno a causa di quell'attimo di follia. Nessuno sa come sia scoppiata, la guerra. E neppure se sia scoppiata davvero, o se tutto non sia invece successo per caso, per un errore umano, o di qualche macchina.
Nessuno scriverà la storia dell'Ultima Guerra. Nemmeno se l'umanità dovesse risorgere come la Fenice dalle sue ceneri.
Quando ho finito di pregare mi stendo ai piedi della croce. Appoggio la testa sul braccio, usandolo come improvvisato cuscino. Non ho coperte, così mi rannicchio, quasi in posizione fetale, per trattenere il calore. I pensieri, i dubbi, i ricordi terribili lottano per non farmi prender sonno. Ma alla fine la stanchezza prevale, e io mi abbandono a un sonno breve e inquieto.