Radici del Cielo – Cap. 23

23
Nelle mani di Mangiafuoco
La faccia dell'uomo chino su di me è rossa di rabbia. La bocca che appare tra i cespugli incolti della barba ha fili di bava agli angoli. Sembra il ciclope Polifemo, o Mangiafuoco, il burattinaio terribile della fiaba di Pinocchio.
Un altro calcio, più forte del primo.
Al ventre, stavolta.
Ho un conato di vomito.
– Alzati, ti ho detto! – ringhia il bestione, in un italiano pesantemente accentato.
– Mi dici come cazzo fa ad alzarsi, stronzo? Non vedi che è legato?
Il ghigno del gigante barbuto si apre in una smorfia di stupore.
Si guarda intorno, con gli occhi che lanciano lampi.
– CHI HA PARLATO? CHI HA OSATO PARLARE?
Nessuno gli risponde.
Il gigante mi scosta da parte col piede, e poi fa lo stesso col Duca, che continua a tenere gli occhi chiusi, come se volesse convincersi che attorno a lui nulla è cambiato, che se aprisse gli occhi vedrebbe ancora intorno a sé i lussi e il calore della sua anacronistica corte di Urbino.
Chi ha parlato è Guido Greppi.
Lo vedo alzare lo sguardo, con aria di sfida, mentre l'orco gli si avvicina a passi pesanti.
È strano che sia stato proprio lui a ribellarsi. Delle guardie svizzere mi era sembrato uno dei meno coraggiosi. Uno che aveva scelto le armi come si sceglie un mestiere. Il tipo dell'impiegato. Non certo un eroe.
L'uomo barbuto indossa una tuta nera, pesante, con strani rigonfiamenti che fanno pensare a delle imbottiture. Invece sono muscoli. Lo capisco dal modo in cui si china, e raccoglie da terra Greppi e lo solleva come se fosse una bambola di stracci, e con un gesto fluido lo scaraventa contro il muro metallico. Il rumore dell'impatto è terribile: un rimbombo, uno scricchiolio di ossa spezzate.
Poi, con la stessa facilità, l'uomo solleva nella luce rossastra una lama – un enorme Bowie Knife lungo trenta centimetri – e con quello taglia la gola del caporale, e poi continua a segare finché la testa non si stacca.
L'uomo la solleva per i capelli, mostrandola in giro.
Il sangue di Greppi piove sul mio corpo nudo.
Gocce calde, che al contatto con la pelle sembrano quasi bollenti.
– QUALCUN ALTRO HA VOGLIA DI PARLARE?
È la voce nervosa di Durand a rispondergli.
– Hai ucciso un soldato della Chiesa! Hai fatto prigionieri gli inviati del Vaticano! Hai almeno idea di cosa vuol dire?
La bocca del gigante si spalanca in una "O" di sorpresa.
– Che cazzo dici?
– Dico che hai ucciso un soldato della Chiesa!
– Quale chiesa?
– La Chiesa di Roma! L'unica, cattolica e universale! Tu hai appena scannato un suo soldato! E l'uomo che hai preso a calci è un sacerdote!
Mi aspetto che l'orco rivolga la sua ira al capitano.
Invece l'uomo vestito di nero lascia cadere il coltellaccio insanguinato.
Torna accanto al cadavere di Greppi. Cerca grottescamente di riattaccare la testa al corpo. Bofonchia qualcosa fra i peli della barba. Qualcosa che suona come un mi dispiace.
Quando si volta, però, nei suoi occhi non c'è traccia di pentimento.
Sono occhi che in un primo momento sembrano intelligenti, ma poi si rivelano colmi di follia.
– Signori, dovete perdonare il mio errore. Francamente, sono così dispiaciuto. Mi ha tratto in inganno questa immondizia umana. Mi ha detto che eravate dei banditi. Non che mi fidi della sua parola, dopo quello che ho visto… Giacere con i morti è abominio peggiore di qualsiasi altro… Esclusa l'eresia, ovviamente…
È allora che Durand gioca la sua carta.
– Eresia? Ne parli con padre Daniels, allora. Lui è il capo della Santa Inquisizione!
Le narici dell'orco fiutano l'aria. Come se potesse usare l'olfatto per scovare un prete.
– Padre Daniels? Padre Daniels? Dov'è?
– È quello che hai preso a calci.
Goffamente, l'uomo si volta verso di me. China la testa di lato, per vedermi dritto in faccia.
– Sei davvero un inquisitore?
Lo sguardo del capitano Durand non lascia dubbi.
– Sì, – sospiro, chiudendo gli occhi.
Il gigante batte le mani.
– Fantastico! Fantastico!
Raccoglie da terra il pugnale.
Si china su di me.
La lama luccica a pochi centimetri dal mio naso.
– Mi perdoni, padre. Perdoni il mio errore.
Taglia la corda che mi lega i polsi. Mi libera le gambe. Poi mi aiuta a rialzarmi.
Sto per cadere, sulle gambe intorpidite. Ma l'uomo mi aiuta a stare in piedi.
– Ha freddo? Aspetti, le do i suoi vestiti. Devono essere questi. O questi?
Fruga nel mucchio degli indumenti che non abbiamo più addosso. Lo aiuto, scegliendo quelli che nella scarsa luce sembrano i miei vestiti. Nel frattempo lui non fa che biascicare frasi incomprensibili.
– Liberi anche loro, – gli dico.
– Certo. Immediatamente, padre Daniels. Lei è americano, vero?
– Lo ero.
– Americano… Americano… Oh, My Lord, what a day…, – canta, con una voce baritonale. – Da tanto tempo non incontro un connazionale…
– Lei è americano?
Mi tende la mano.
Io non la stringo. È macchiata del sangue del povero Greppi.
Lui capisce. Ritira la mano, senza protestare.
– Sì. Sono americano. Mi chiamo David Gottschalk. Forse ha sentito il mio nome…
– No, mi dispiace. Non mi pare...
– Ero un artista. Ora sono un servo di Dio.
– Che genere di artista? – chiede Durand, massaggiandosi i polsi.
Gottschalk lo ignora del tutto.
Mentre parla, si china sui suoi prigionieri, liberandoli dai legami.
Sta per farlo anche con il Duca, ma lo blocco posandogli una mano sul braccio. È duro come il marmo.
– No. Lui no.
– Giustissimo. Vero. Lui no, – annuisce, tirando un calcio al sedere dello storpio. – Lui è stato una delusione totale. Hai capito, stronzo? Una delusione totale! Uno spreco di tempo!
Solleva il Duca stringendolo per il collo, finché gli occhi del poveretto non sono a livello dei suoi. Il Duca annaspa, ansima. Ha gli occhi strabuzzati.
Gottschalk lo scuote come un gatto farebbe con un topo.
– Mi hai sentito, idiota? Avevo un sacco di progetti, per te. Stavamo facendo un bel lavoro, a Urbino. Ma tu hai dovuto per forza scoparti una non morta! Sei un pervertito! Tale e quale tuo padre! Ma lui valeva mille volte te!
– Lo lasci, – imploro.
Gottschalk molla la presa.
Il Duca rovina a terra, dove rimane a contorcersi, ansimando e cercando di respirare.
– Dov'è la donna? – chiede Durand, che si è rivestito completamente.
– Quale donna?
– La donna che era con noi.
– La dottoressa Lombard? È mia ospite.
– Noi ci ha legati e buttati nudi sul pavimento, e lei è una sua ospite? Esigo di vederla. Subito.
Qualsiasi impressione di bonomia sparisce dal volto e dalla postura di Gottschalk.
– Lei non è in condizione di esigere niente, signor…?
– Durand. Capitano Marc Durand, della Guardia Vaticana.
– Le dirò quello che Stalin, o Hitler, o insomma, uno di quei grandi assassini di massa del passato dissero del suo esercito: quante divisioni corazzate ha il papa?
– Abbastanza da prendersi cura di tutti i suoi nemici, – bluffa Durand, impassibile.
Gottschalk si strofina la barba.
– Già, certo. Il vostro grande papa Gelasio… Gelasio Quarto, vero?
– Gelasio Terzo.
– Già, è vero. Gelasio Terzo. Un bel nome, per un papa. Ne ho sentito parlare, sì. Però solo qui a Urbino, e solo ieri. Strano. Durante i miei viaggi ho sentito voci e racconti solo su un papa. L'ultimo. Quello morto il giorno della Bomba. Pace all'anima sua. Poi più niente. Nessun Gelasio. Nessun Nuovo Vaticano. Quindi la vostra forza militare è tutta da discutere, okay? Forse esiste solo nelle vostre teste.
– Avete visto le nostre due jeep? Quelle sono solo due veicoli da ricognizione. Immaginate i mezzi delle nostre forze corazzate.
– Oh, sì. Ben inventata, quella delle jeep. La stessa cosa che mi hanno detto i vostri due uomini, nel garage. E sapete cosa gli ho risposto? Gli ho risposto: Bene, allora al Vaticano non dispiacerà se mi tengo due semplici mezzi da ricognizione, vero? Immagino ne abbiate a dozzine, nei vostri sacri parcheggi…
– Non dovrebbe prendersi gioco della Chiesa.
– E lei non deve prendersi gioco di me, capitano Durand. Né lei né i suoi uomini, okay? Accetto la vostra parola che siete soldati della Guardia Vaticana, o Guardia Svizzera, o come cazzo si chiama. E accetto anche di credere, sino a prova contraria, che questo signore è un prete, e che fa parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, e non della Santa Inquisizione, che non esiste più da secoli. Ma questo è tutto. Per il resto dovrete convincermi, e vi dico subito che non sono uno che si fa convincere facilmente, okay? E tantomeno un coglione. Qualunque bugia richiede un prezzo da pagare. Come le ribellioni. Che sono del tutto inutili.
– Siamo in tanti, – sussurra il capitano.
– E io sono solo. È vero. Ma voi siete disarmati, e io no.
Si preme una mano sul petto. I rigonfiamenti di plastica che ha sulle spalle si aprono, e ne spuntano due mitragliette Uzi montate su supporti pieghevoli. Due pistole a tamburo appaiono come per incanto nelle mani del bestione.
– Questo tanto per togliervi ogni dubbio.
Durand si guarda intorno.
Poi fissa Gottschalk negli occhi.
Fatichiamo a restare in piedi, su questa strana superficie metallica che sussulta e si scuote come il dorso di un animale. Ma il capitano rimane ritto, immobile come una statua.
Tra i due uomini sembra essersi aperta una gara a chi distoglie lo sguardo per primo.
Nessuno dei due lo fa.
Nessuno cede.
Un colpo tremendo, un sollevamento dal basso, ci fa cadere tutti giù.
– Caliban, brutto pezzo di merda! – urla Gottschalk, – Ora vengo su e ti stacco quella testaccia dal collo.
Con un movimento così rapido da sembrare scimmiesco, l'uomo fa un balzo di quasi due metri e si aggrappa all'ultimo piolo di una scaletta metallica che scende da una botola circolare nel soffitto. Si arrampica su veloce, sparendo alla vista.
Metto una mano sulla spalla di Durand.
– Ci è andata bene, ma hai rischiato grosso. Poteva essere un musulmano…
– No, avevo visto la croce.
– Poteva essere un protestante.
– Non lo era, – taglia corto Durand.
Poi guarda Wenzel, che ha l'aria abbattuta, forse per essersi fatto catturare senza combattere nel garage di Urbino.
– Cosa dici, Pauli? Lo seguiamo?
– Mi sembra una mossa poco intelligente. Siamo disarmati.
– E allora…?
– Allora andiamo. Non mi pare che abbiamo altra scelta.
Senza che nessuno debba chiederglielo il sergente Wenzel fa scaletta con le mani, in modo da permettere a Durand di raggiungere i pioli. Poi tutti, a turno, imitiamo il capitano. Io sono l'ultimo ad arrampicarmi, e lo faccio a fatica. I muscoli delle braccia protestano, ma in qualche modo riesco a far presa sul secondo piolo. E poi sugli altri.
Subito dopo, Wenzel prende una breve rincorsa e salta. Il suo balzo non è altrettanto impressionante di quello di Gottschalk, ma raggiunge comunque lo scopo.
L'unico a rimanere nudo e legato sul pavimento metallico è il Duca.
Quando si rende conto di essere rimasto solo apre gli occhi, e comincia a urlare.
– Non potete lasciarmi qui! Portatemi con voi! Altrimenti URLO!
Con un sospiro, Wenzel molla la presa e si lascia cadere a terra. Raggiunge il Duca e gli assesta un calcio violento alla mascella. Lo schiocco dell'osso è tremendo. Usando uno straccio sporco d'olio trovato sul pavimento imbavaglia lo storpio.
– No. Non urlerai, – conclude, rifacendo il salto di prima e raggiungendomi sulla scala, da dove ho assistito alla scena.
– Vada avanti, padre. Abbiamo già perso troppo tempo.
Il condotto prosegue verso l'alto per un paio di metri, e poi piega in orizzontale. È abbastanza largo per consentire il passaggio, ma non molto di più. Provo una leggera claustrofobia, mentre mi trascino in orizzontale al buio, per quella che sembra un'infinità di tempo. Poi, finalmente, una luce appare in fondo al tubo. Si sente un tumulto di voci concitate, e poi un grido.
Wenzel si affretta, spingendomi in avanti. Esco dal condotto come un turacciolo dal collo di una bottiglia. Trascinandomi carponi sul pavimento oltrepasso una griglia di aerazione divelta.
Siamo in piedi su una piattaforma metallica, a tre metri dal suolo.
La stanza sotto di noi è enorme, almeno sei metri per sei, illuminata a giorno.
Guardando meglio, realizzo che non è una stanza, ma la cabina di un mezzo di trasporto, anche se Dio solo sa che mezzo sia. Le proporzioni dell'ambiente sono semplicemente assurde.
Fuori dagli ampi finestrini appare qualcosa che non vedevo da tempo, e che mi mozza il fiato: un paesaggio in movimento, illuminato dalla luce del giorno. Una luce grigia, velata dal nevischio che, spazzato dal vento, frusta i vetri della cabina.
Un posto di guida sopraelevato sembra vuoto.
Resto a bocca aperta, mentre la scena e le persone che vedo riacquistano un senso. Gottschalk impugna per la canna una delle sue pistole, e minaccia di colpire con il calcio dell'arma una figura invisibile, nascosta ai miei occhi dal sedile del posto di guida.
Poi la mano enorme di Gottschalk strappa il pilota al seggiolino, e tenendolo per il collo lo trascina giù sul pavimento coperto da un tappeto di gomma.
Il pilota rotola come una palla sul pavimento, e poi si tira in piedi di scatto, come un acrobata.
– Torna qui, bestia! Affronta la tua giusta punizione! – urla Gottschalk. Ma il pilota si arrampica su una parete liscia, e va ad appendersi a una maniglia posta a dieci centimetri dal soffitto.
– VIENI GIÙ! OBBEDISCI!
Per tutta risposta, il pilota si stringe ancora di più al precario appiglio della maniglia.
Gottschalk punta la pistola.
– Conto fino a tre!
All'improvviso il veicolo sbanda violentemente a sinistra, mandandoci tutti a gambe all'aria.
– Razza di idiota!, – urla Wenzel, lanciandosi a terra e correndo verso il posto di guida.
Sembra che il veicolo stia girando in tondo, con oscillazioni così violente da darmi il mal di mare. Gottschalk, disteso sul pavimento, continua a puntare la pistola sull'ometto appollaiato al soffitto.
Finalmente il sergente Wenzel riesce a raggiungere il seggiolino del pilota. Gli basta un'occhiata ai comandi per capire cosa deve fare. Combattendo con il volante e manovrando a fatica riesce come per miracolo a riportare il veicolo in orizzontale, e poi a rimetterlo in carreggiata. Rallenta progressivamente, fino ad arrestarne la corsa.
Ci rialziamo in piedi, massaggiandoci i lividi.
La canna della pistola impugnata da Gottschalk si sposta da Wenzel al pilota sul soffitto, a noi. Come se fosse indecisa su chi abbattere per primo.
Lo sguardo dell'uomo è privo di qualsiasi segno di intelligenza.
È Durand a sbloccare la situazione.
– Abbassi quella pistola, maledizione! Vuole ammazzarci tutti?
Gottschalk aggrotta le sopracciglia. Come se stesse meditando su quella possibilità.
Poi abbassa la canna dell'arma. Gli occhi iniettati di sangue si alzano a guardare Durand. Sembrano gli occhi miti di un cucciolo. Ma ormai ho imparato a non fidarmi di lui.
Si muove lentamente, passo dopo passo, come uno che non si alza dal letto da giorni. Sale la scaletta metallica che porta al posto di guida. Tende la mano enorme verso Wenzel.
– La ringrazio per quello che ha fatto.
Wenzel non stringe la mano di Gottschalk. Si limita ad annuire.
– Mi dispiace per quello che è successo. Un puro malinteso. Naturalmente i soldati della Chiesa sono i benvenuti, qui. Se posso fare qualcosa…
– Potrebbe riattaccare la testa al mio commilitone – sogghigna Bune.
Il gigante nero allarga le braccia. Un gesto d'impotenza.
– Temo che questo sia al di là delle mie possibilità umane. Posso pregare per l'anima del vostro amico, ma non riportarlo in vita.
– Chissà perché questa notizia non mi sorprende…
– Zitto, Bune, – taglia corto Durand. E poi, rivolgendosi a Gottschalk: – Mi consegni quella pistola. Come gesto di buona fede.
Un sorriso increspa la barba dell'uomo.
– Non serve. Potete riprendervi le vostre armi. Sono in quell'armadio.
Si toglie di tasca una chiave, la lancia a Bune, che si precipita ad aprire l'armadio.
– E tu puoi scendere. Non ti faccio niente.
L'ometto aggrappato alla maniglia vicino al soffitto si distende e si lascia cadere al suolo. Senza nessuna esitazione, come se fosse abituato a quei repentini cambiamenti d'umore.
Quando è in piedi sul pavimento la sua deformità appare evidente. È alto meno di un metro e mezzo. A parte la testa gibbosa, con un occhio semichiuso da una sporgenza frontale, quello che colpisce di più sono le braccia lunghissime, quasi quanto quelle degli esseri che abbiamo affrontato sulla strada, e a Torrita Tiberina. Sono braccia su cui i muscoli possenti si tendono come liane.
L'ometto si piazza con aria contrita di fronte a Gottschalk, inchinandosi fin quasi a toccare con la fronte il pavimento. Subito dopo va davanti a Durand, e sempre senza pronunciare una parola gli rivolge un impeccabile saluto militare, sull'attenti.
Poi sale la scaletta, spingendosi su a forza di braccia.
Arrivato in cima, strattona insistentemente la spalla di Wenzel finché il sergente non lascia il posto di guida. L'ometto si infila di nuovo al suo posto. Manovra leve e interruttori finché il veicolo – qualunque cosa sia questo incredibile veicolo – non si rimette in moto, lentamente, senza più scossoni.
L'uomo terrificante che si fa chiamare David Gottschalk si asciuga il sudore che gli gocciola lungo le tempie, nonostante il gelo della stanza. Solo ora che ho il tempo di guardarlo bene mi accorgo che ha un'acconciatura rasta. I dreadlocks, come li chiamavano, quelle treccine afro che erano diventate di moda anche tra i bianchi, prima della Tribolazione.
– Con l'aiuto del Signore siamo riusciti a evitare i pericoli della strada…
Dalla poltroncina del pilota giunge una risatina ironica.
– …in modo da poter compiere la nostra sacra missione. Ma una cosa per volta, signori. Immagino avrete fame, e sete.
Durand scuote la testa.
– Potrebbe piantarla con questi salamelecchi? Voglio vedere la dottoressa Lombard.
– Come vuole, capitano. Non ho niente da nascondere alla Chiesa. La vostra missione è anche la mia. Mi casa es su casa. È spagnolo, sa? Vuol dire…
– Lo so cosa vuol dire. Mi porti dalla Lombard. Adesso.
Se questo è davvero un veicolo, dev'essere il veicolo più grande che sia mai stato costruito. Mi tornano in mente delle immagini viste da bambino alla televisione, i giganteschi camion della NASA che trasportavano i razzi Saturno delle missioni lunari sulla rampa di lancio. Ma siamo parecchio lontani da Cape Canaveral…
Percorriamo un breve corridoio dietro la cabina di guida, ed entriamo in un enorme spazio vuoto, dipinto completamente di nero, a parte un'immagine sulla parete di fondo. L'immagine è quella del Cristo in croce. Ma questa immagine non è d'oro, come quella che adornava la corazza indossata da Gottschalk quando ha fatto irruzione nel palazzo del Duca. È intagliata nel legno. È dritta, e non capovolta. E soprattutto mostra un essere umano, e non una delle creature dalle braccia lunghe.
È una statua perfetta in ogni dettaglio, incredibilmente realistica. Anzi, bisognerebbe dire insopportabilmente realistica. La sofferenza di Gesù è mostrata con una precisione anatomica incredibile. L'artista è stato preciso, nel rendere ogni ferita con la competenza tecnica di un anatomopatologo. Una precisione al limite del sadismo compiaciuto. Il risultato è che la figura in croce ispira orrore, anziché compassione.
Gottschalk è compiaciuto del mio sguardo.
– È stata scolpita nel legno di una vera croce. Quella a cui abbiamo appeso il capo degli Oscuri, quando abbiamo espugnato il loro alveare. Un degno ornamento della nostra cattedrale.
Lo guardo senza capire.
– Oscuri? Alveare?
– Perché? Voi come li chiamate, quei mostri? E le loro tane?
Scuoto la testa. – La Chiesa non ha un nome, per loro.
– Io li chiamo gli Oscuri. Altri li chiamano Braccialunghe, o Chiavapensieri. Ma io trovo che chiamarli Oscuri dia loro la dignità che meritano. "Crociata contro gli Oscuri" suona meglio di "Crociata contro i Chiavapensieri", no? Il marketing non è morto!
Ride, scompostamente. Una risata lunga come un ululato.
Alla fine si dà una pacca fortissima sulla coscia.
– Andiamo, via. È ora di andare a salvare la damigella in pericolo…
Durand sbuffa. – D'accordo. Vediamo di non perderci in chiacchiere.
Ma io ho ancora una domanda da fare a questo individuo assurdo.
– Che posto è questo? Dove siamo?
Gottschalk si gratta la testa.
– Ma come? Non te l'ho detto? Non ne avete mai sentito parlare? Questa è "La Più Grande e Veloce Chiesa di Dio su Ruote": l'unica, autentica, inimitabile! Venite, venite, vi faccio vedere!