Radici del Cielo – Cap. 22

22
Una visione
Potrei essere rimasto svenuto per pochi minuti, come per ore. Più probabilmente per ore, visto che mi risveglio su un pavimento di metallo, nudo e legato mani e piedi. Il freddo passa attraverso l'acciaio, come una tempesta di aghi, rendendomi preda di un tremito convulso. Il fiato si condensa in vapore appena fuori dalle mie labbra. Il ricordo del caldo della jeep e del palazzo ducale non fanno che aumentare la percezione del gelo che mi circonda.
L'ambiente in cui giaccio prigioniero è piccolo, illuminato da una debole luce rossastra. Fatico a percepirne la profondità, finché non mi viene in aiuto la visione di un altro corpo nudo, legato come me, un metro a sinistra. Per vederlo torco la testa, con un movimento che mi strappa lampi di dolore a ogni millimetro di spostamento.
Ci sono stracci, sul pavimento, e scatole rotte, che puzzano d'olio lubrificante e di ruggine.
Non riconosco, sulle prime, l'uomo legato, finché la piega bizzarra della sua spina dorsale non mi rivela che è il Duca. Ha gli occhi chiusi. Nudo come me, e altrettanto torturato dal freddo. Non mi sarei mai aspettato di vederlo così. Altri corpi si intravedono dietro il suo. Corpi che si muovono avanti e indietro, rotolando sul pavimento, perché il pavimento è instabile, mobile. Alcuni sono svegli, altri sembrano addormentati, o svenuti, e il movimento della stanza li sposta come farebbe il mare con una bottiglia. Gli occhi del giovane Duca, invece, sono tenuti chiusi a forza, le palpebre strette come se fossero cucite. È sveglio, ma non vuole vedere.
Spostandomi a fatica, strappando fitte di dolore al mio corpo ad ogni movimento, riesco a voltarmi a destra.
Il primo corpo che vedo è quello di Durand.
Gli occhi del capitano sono vigili, attenti. Anche quello chiuso per metà da un ematoma. Il colpo che gli ha spaccato il sopracciglio dev'essere stato tremendo. Qualcuno ha ricucito alla meno peggio la ferita con del filo da pesca. Il taglio è sporco, infetto.
Dietro di lui intravedo Bitka, e Bune.
Durand muove il capo facendo segno di no. Poi serra le labbra.
"Non parlare".
Faccio a mia volta segno di sì con la testa.
Chiudo gli occhi.
Vorrei sentire ancora nella mia mente la voce di Gregor Samsa. Ma c'è solo il silenzio, e il rumore del sangue che scorre intorpidito nelle vene del mio corpo.
Tutta la mia educazione in seno alla Chiesa mi ha insegnato che l'uomo va al di là dell'involucro che lo contiene. Che l'anima è eterna. Ma è difficile pensare a una cosa del genere, steso al freddo, nudo, nell'odore di sangue e merda che mi circonda. Dopo un po' sono costretto anch'io a orinare, e per un attimo la sensazione del liquido caldo che mi scorre fra le cosce è quasi confortevole. Poi subentra la vergogna. E poi la stanchezza, che misericordiosamente porta al sonno, e col sonno le visioni, i messaggi.
Stavolta non è la donna azzurra. Alessia.
Non sono le sue parole misteriose.
Sogno un'enorme foresta, così vasta da sembrare infinita. È giorno, ma non ho paura. Mi manca il fiato. Non vedo un albero da vent'anni. Ce ne sono alcuni in una delle foto di Maksim, quella che mostra un parco di Parigi in autunno. La certezza che quegli alberi sono cenere è una pugnalata dritta al costato, su fino al cuore.
Ma qui, nel sogno, in quello che la mia mente non distingue dalla realtà, gli alberi sono vivi, le loro chiome frusciano al vento come ventagli di carta, e ne sento persino l'odore.
Cammino lungo un sentiero nella foresta. Sono nudo, ma non ho freddo. La ghiaia sotto i miei piedi scalzi fa un rumore che sembra una risatina. Davanti agli occhi passa l'immagine di una ragazzina giapponese che ride coprendosi la bocca con la mano.
Il sentiero odora di pino e rugiada. La luce del sole filtra attraverso le chiome dei sempreverdi. Una nebbia leggera stagna fra i cespugli.
Il bosco è pieno di vita. La sento tutto intorno a me, nei piccoli rumori di rametti spezzati e foglie che frusciano, nello stillare della rugiada.
Cammino accarezzando leggermente i rami. Muovo una mano per cogliere una fragola perfetta. Poi mi fermo, all'ultimo istante. Lascio il frutto dov'è.
Qualcosa – una specie di sorriso cosmico, non so come definirlo altrimenti – risponde con gioia alla mia rinuncia. Davanti ai miei occhi il sentiero si apre su una radura, cinta dai raggi del sole che formano un cerchio quasi perfetto intorno alla figura seduta al centro.
Il giovane mi dà le spalle. È assiso nella posizione del loto. La schiena eretta, il corpo perfettamente immobile.
In qualche modo so – sento – che mi sta guardando, anche se gli occhi sono chiusi, e anche questo lo so senza bisogno di vederlo. Quando sono di fronte a lui, i suoi occhi si aprono. Per un attimo la mia mente si ritira come una lumaca nel guscio. Gli occhi sono completamente bianchi. Provo un moto istintivo di repulsione. Ma poi le labbra del giovane si piegano in un sorriso, e l'orrore scompare.
Il braccio del ragazzo si solleva, mi fa segno di sedere di fronte a lui.
Obbedisco, quasi fosse un ordine.
La pelle del giovane è completamente nera, lucida e levigata come ebano, tranne che per alcuni disegni a rilievo, come cicatrici sottili che formano un intricato mandala sul suo petto. Non ha tratti somatici negroidi: piuttosto asiatici. Quando lo guardo nuovamente in viso, i suoi occhi non sono più bianchi e opachi, ma azzurri, normali, per quanto possano essere "normali" due occhi azzurri su un volto tanto scuro.
– Così va meglio? Non volevo metterti a disagio.
La voce risuona nitida nella mia mente.
– Volevo parlarti. Per questo sono entrato nel tuo sonno. Scusami.
– Pensavo che questo fosse un sogno.
– Lo è e non lo è. È qualcosa a metà. Molte cose sono a metà, in questo nuovo tempo. Ti piace, il mio mondo?
– Quale mondo?
– Il mondo che hai intorno.
– Non è il tuo mondo, – protesto. – È il mio. È il mondo del passato. È crudele da parte tua mostrarmi un mondo che non esiste più.
Il ragazzo scuote la testa. Il suo sorriso rivela una fila di denti bianchissimi, perfetti.
– Questo non è il passato. Questo è il mondo che verrà.
Mi manca il fiato.
Il ragazzo si alza con un movimento così fluido che per un attimo il suo corpo sembra fatto d'acqua.
Mi precede lungo il sentiero che si allontana dalla radura.
Camminiamo a lungo in silenzio, mentre tutto intorno a noi il bosco parla di vita. Uccelli i cui versi non riconosco cantano tra i rami, e c'è il frinire degli insetti, e il loro volo di foglia in foglia.
Tutto è così meraviglioso che avrei voglia di piangere.
Il ragazzo si volta.
– Non dovresti piangere. Tutto questo non c'è ancora. E al tempo stesso c'è.
– Cosa vuoi dire?
– Niente. Per ora voglio solo che tu veda.
E così dicendo, scosta un ramo come se aprisse una tenda. E quello che vedo è meraviglioso. Assolutamente meraviglioso.
Ai piedi della bassa collina su cui ci troviamo si stende un lago azzurro, circondato da basse scogliere ripide, avvolte dal muschio. Le scogliere hanno contorni netti, regolari.
Sull'acqua del lago scivolano piccole barche a vela. Figure minuscole si muovono sulle imbarcazioni. Altre salutano dalle scogliere. Non riesco a vederle bene, sono piccole come insetti, ma la loro sagoma è indiscutibilmente umana. Solo il colore è strano.
– Spero che tu non sia razzista, – sorride il ragazzo, leggendomi nel pensiero.
– Ho visto tante cose strane, in questi ultimi giorni, che non sono nemmeno più sicuro di cosa voglia dire, essere un umano. Ho conosciuto un uomo… una creatura…
– Chiamalo uomo. Per noi non è un'offesa.
Scuoto la testa.
Nel sogno – in quello che per forza dev'essere un sogno, anche se non ne sono più tanto convinto – è un movimento lento, come se fossimo sott'acqua.
– La Chiesa ci insegna a superare le distinzioni razziali. Fondamentalmente crediamo esista una sola distinzione: quella tra il Bene e il Male.
– Giusto. E il bene dove l'hai trovato, ultimamente?
– Più tra quelli che chiamiamo mostri che tra gli umani, – sospiro.
– Parlami dell'uomo che hai conosciuto.
– Lo chiamavo Gregor. Gregor Samsa, come nel racconto di Kafka…
– Conosco quel racconto.
– Certo che lo conosci. Sei nella mia mente. Sai tutto quello che so io.
– Non è precisamente così, ma vai pure avanti. Mi interessa, quello che dici. Parlami di Gregor.
– Lo chiamavano mostro. Ma da lui abbiamo ricevuto solo del bene. Ora io non so più da che parte sta, il Bene. Da che parte sto io.
– Dipende da te. È una tua scelta.
– Non ne sono più sicuro. Mi è stata affidata una missione, ma non ha più nessun senso, ai miei occhi.
– Bene. Scendiamo verso la riva, vuoi?
Lo assecondo. Il sentiero su cui camminiamo scende verso la sponda del lago. È un declivio leggero. Di tanto in tanto i miei piedi nudi scivolano su una superficie diversa, nascosta sotto la ghiaia.
Il ragazzo si china, spazza via pietre e polvere da quello che si rivela essere un gradino di marmo, per quanto consunto.
Si rialza.
– Questa che vedi un tempo era l'orgogliosa città di Mosca. Gli scalini che calpesti sono quelli dell'antica Biblioteca di Stato. Avrei potuto mostrarti Washington, ma non la riconosceresti. E mostrarti questo sarebbe stato crudele…
Alla parola "questo" la scena bucolica sotto i miei occhi si trasforma. È come se agli alberi e al lago si sovrapponesse una pagina trasparente, che mostra una città dei miei tempi, viva e animata dal traffico. Le scogliere sono in realtà edifici, ancora intatti.
Poi appare una luce, dall'alto.
Un sibilo e uno schianto, immani.
Il fuoco e il vento devastano ogni cosa. Un vento incandescente, che scioglie il vetro e il cemento.
E poi su tutto cala il buio, e il silenzio, rotto solo da lontani boati, dal crepitare degli incendi.
E poi su tutto scende una pioggia nera, gocce pesanti come pallottole, un misto d'acqua e polvere riarsa.
E poi, dopo il fuoco, la tortura del gelo.
Il freddo scende a incapsulare per millenni la cenere, la pietra fusa degli edifici.
Gli scheletri delle auto arrugginiscono, collassano, sino a trasformarsi in chiazze di ruggine.
Il mio cuore si stringe.
Il mondo sotto i miei occhi è diventato una gelida tomba.
Il sole sorge e tramonta infinite volte, invisibile dietro una cappa di nubi grigie.
Giorno e notte, giorno e notte.
Migliaia di volte.
Milioni.
E poi un giorno, un mattino, un raggio di sole penetra le nubi.
Un altro, più fulgido e duraturo.
In uno squarcio tra le nubi appare un rettangolo azzurro.
Mi tornano in mente, imperiose, le parole del salmo a me più caro, lo stesso che ho recitato per la giovane con l'abito rosso:
"Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte".
Il ragazzo col mandala sul petto, come in risposta ai miei pensieri, recita i primi versetti dello stesso salmo:
"Signore, tu sei stato per noi un rifugio
di generazione in generazione.
Prima che nascessero i monti
e la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, o Dio.
Tu fai ritornare l'uomo in polvere,
quando dici: Ritornate, figli dell'uomo".
Lentamente, sotto il mio sguardo attonito, timidi fili d'erba cominciano a spuntare dai cumuli di pietre e ruggine. La voragine rimasta dal crollo di un'antica stazione della metropolitana si riempie d'acqua cristallina, un minuscolo laghetto che lentamente, secolo dopo secolo, si allarga, mentre le rovine dei palazzi mutano in grigie scogliere, e poi anch'esse si coprono d'erba.
E viene il giorno in cui la terra si smuove, e una creatura che sembra umana ma non è del tutto umana sbuca alla luce, stendendo le braccia verso il sole, crogiolandosi al suo calore.
Il ragazzo la indica. Poi mi guarda, e dalla sua bocca sgorga una voce potente: non la sua, ma una voce che sembra un coro di tante voci diverse:
"Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti,
per gli anni in cui abbiamo visto il male.
Si manifesti ai tuoi servi la tua opera
E il tuo splendore ai loro figli".
Mi passo una mano sul volto, e la ritiro umida di lacrime.
– Cosa cerchi di dirmi? Cosa stai cercando di dirmi?
Quasi le urlo, queste parole.
– Volevo farti vedere che c'è un domani, per la nostra specie.
– Per la mia o per la tua?
Il ragazzo scuote la testa.
– Non l'hai ancora capito? Sono la stessa cosa.
Poi solleva la testa. Annusa il vento, come un animale. I suoi occhi ritornano bianchi, occhi di un vuoto alieno.
– Adesso devi andare.
– Andare dove? – grido.
– È arrivato l'Uomo del Dolore.
Il volto del ragazzo si deforma in una smorfia.
E il verde e l'azzurro, e il tepore del sole svaniscono, come se il mondo si svuotasse.
Il rosso e il gelo ritornano, imperiosi.
Un calcio violento alle costole mi mozza il fiato.
– ALZATI, PECCATORE! IL GIORNO DEL GIUDIZIO È GIUNTO!