Radici del Cielo – Cap. 21

21
Il Museo del Duca
Un luogo comune del passato era: "mi mancano le parole per descrivertelo".
Mi è tornato in mente tante volte, in queste due settimane.
Ma mai, mai come in questo momento.
La sala in cui entriamo è enorme, e lo capisci già dall'eco che i passi fanno sul parquet sconnesso e in molti punti scrostato. Ma hai la chiara percezione di quanto sia grande solo quando il Duca preme un interruttore, e lunghi tubi al neon si accendono sul soffitto. Un paio diffondono una luce intermittente, e un ronzio come di insetto ferito e rovesciato.
Resto a bocca aperta.
Lungo la base delle pareti sono accatastate pile di quadri antichi, dalle dimensioni più varie. Sono stati tolti dai muri per consentire di appendervi degli oggetti orribili.
Il puzzo della sala è quasi intollerabile.
Non c'è da stupirsi.
Chi ha imbalsamato gli esseri al centro della stanza non doveva essere un esperto. Sia per l'odore di carne putrefatta che per le pose assurde in cui le creature sono state disposte. Riconosco con un brivido tre esseri uguali a quelli che mi hanno aggredito sul fondo della piscina morta. E poi c'è un cane con tre teste, due delle quali piccole e deformi come tumori: un Cerbero che da vivo deve aver ululato di dolore ad ogni passo, a giudicare dalla piega assurda della sua spina dorsale. Evito di guardarla troppo a lungo, quella schiena, e soprattutto di guardare il Duca. Ma il ragazzo è semplicemente troppo preso per badare a noi. Saltella da una meraviglia all'altra, indicandole col dito, accarezzando quelle mostruosità come se fossero il corpo di un'amata.
– Questo, vedete, guardate, questo me l'ha portato una squadra di cacciatori la settimana scorsa. Guardate.
La cosa adagiata su una stuoia, è avvolta in plastica trasparente.
Sembra una medusa, finché non realizzi che quella cosa enorme è una faccia, dagli occhi grandi come piattini da dolce.
– Presa sulle colline vicino a Pennabilli. Bravi cacciatori. Ho esentato il loro insediamento da tributi per tutto l'anno, come ricompensa.
Anche attraverso la plastica l'odore è nauseante, orribile.
– Domani Tucci comincia a imbalsamarlo. Lascerai che ti dia una mano, Davide?
– Come desidera, signor Duca. Anche se penso che…
– Non vedo l'ora di cominciare.
L'attenzione del Duca è ondivaga, leggera, pronta a disperdersi per un nonnulla.
– Là, guardate! Quello è uno dei pezzi forti della collezione.
Il pezzo di legno nero, bruciato, ricorda un totem indiano. Raffigura una donna accovacciata. Piccole ali appena sbozzate spuntano dalla sua schiena. Dalla vagina sbuca una piccola testa umana. Sia la madre che il piccolo stringono i denti in una smorfia di dolore.
– L'abbiamo presa in un insediamento di cannibali. Era il loro dio, la loro dea, insomma. Una dea della fertilità, mi dicono.
– O un distributore automatico di snack, – commenta ironico Durand.
Nessuno ride.
– Ci sono insediamenti di cannibali, qui vicino? – domanda Adéle.
– Ce n'erano, – risponde Tucci con un ringhio feroce.
Ci aggiriamo lentamente tra i reperti del bizzarro museo. Non tutti sono recenti. Ci sono molti pezzi dall'aria antica, come una tartaruga talmente laccata da sembrare una statua e non qualcosa che un giorno è stato vivo, e un lungo corno di narvalo.
È come un gabinetto delle meraviglie, una di quelle raccolte di oggetti mirabolanti che facevano la gioia dei nobili di un tempo, contribuendo a dissiparne rapidamente le fortune. Non c'è niente che valga davvero qualcosa. È una semplice raccolta di curiosità, un bric-à-brac di stupidaggini.
Mi avvicino, incuriosito, ai quadri appoggiati in malo modo alle pareti.
Di colpo mi manca il fiato.
Allungo le dita tremanti verso una Madonna dipinta da Raffaello. E dietro quella c'è un Piero della Francesca. E poco più in là un Tiziano.
Sento una mano posarsi sulla mia spalla destra.
– So cosa pensi, – sussurra Adéle Lombard. – Sta' calmo.
Fisso sgomento il lungo taglio che deturpa la guancia di Cristo. I grumi di polvere che imbrattano le tele.
– Venite!, – esclama il Duca. – Venite!
Scendiamo una, due rampe di scale, penetrando sempre di più nel sottosuolo. Le pareti non sono più affrescate, ma di nudi mattoni rossicci su cui si riverbera la luce delle torce. Sembra una scena grottesca. Gli ospiti dannati del principe Prospero nel racconto La maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe. Cosa diceva, quel racconto? Il palazzo cinto da mura altissime, chiuso da porte d'acciaio, dove il principe e i suoi cortigiani ridevano e danzavano, indifferenti al morbo implacabile che assediava il paese…
Non c'è luce elettrica, in questi sotterranei, in questi corridoi che piegano ad angoli impossibili, con svolte a sorpresa. Dopo un po', per seguire il Duca, dobbiamo metterci quasi a correre, traballando lungo le rampe irregolari, rischiando di farci male.
Sbuchiamo in una sala enorme, dal soffitto invisibile. Si gela, qui. Dobbiamo essere nei sotterranei del castello.
C'è un odore fortissimo. Indefinibile, come di una stalla mal tenuta, ma con un sottofondo strano.
La faccia del Duca è rossa per lo sforzo e per l'emozione.
– Queste erano le ghiacciaie del palazzo. Ci conservavano la neve per tutto l'anno, per rinfrescare il cibo e le bevande della corte.
– Dato che oggi l'ultima cosa che ci manca è la neve, lo usiamo per altre cose…, – commenta acido il conestabile.
– Era una meraviglia del passato. Che ora ospita una delle meraviglie del presente. Una cosa che abbiamo trovato nella nostra ultima spedizione a lungo raggio. Cercavamo provviste, e invece abbiamo trovato… Ma no: voglio che sia una sorpresa. Ammirate, ammirate!
A un cenno del Duca, una batteria di riflettori si accende sul soffitto, illuminando a giorno la scena.
Al centro del salone, dentro una gabbia di pali d'acciaio, una creatura lunga quasi tre metri si lamenta per la sferzata di luce. Si contorce su se stessa, come se stesse bruciando.
È un verme nero, dalla corazza lucida. La testa tonda non sembra avere occhi, o altri organi di senso. Il carapace sembra quello di uno scarafaggio.
La cosa più orribile, di quel mostro, sono le braccia e le gambe, minuscole in proporzione, che spuntano dal corpo. Gambe e braccia inconfondibilmente umane, anche se nere come la corazza dell'essere.
– Guardate, guardate, – fa il Duca. – Non avete ancora visto niente!
Si fa consegnare da una delle guardie una picca, che infila tra le sbarre. Batte la punta tre volte sul dorso della creatura, punzecchiandola. L'essere, lentamente, alza la testa, mettendosi in posizione semieretta. Il supporto per quella faticosa manovra non lo forniscono le gambe, ma la coda.
Il Duca e il mostro si fronteggiano, e dei due è il mostro ad avere paura. Lo si vede dai movimenti nervosi, dal tremito che percorre le sezioni del corpo, simili a quelle di un verme.
– Questa creatura è intelligente!
Teatralmente, il Duca alza le braccia, e con la sua voce blesa grida, o meglio stride: – Mostro, fai vedere cosa sai fare! Mostro, quanto fa due più due?
La creatura scrolla la testa.
Un colpo più forte della picca lo costringe a chinare il capo.
– Rispondi! Non te lo chiederò più! Due più due?
La testa dell'essere si piega. Una, due, tre. Quattro volte.
– Bravissimo! E adesso una cosa più difficile: quanto fa cinque meno due?
La testa è rapida a piegarsi tre volte.
– Avanti, su! Provate anche voi! Chiedeteglielo anche voi!
Scuoto la testa.
– Sa fare anche le moltiplicazioni. Le divisioni no, quelle ancora non le sa fare. Ma gliele stiamo insegnando.
Forse è la voce querula del Duca, a muovermi. Forse la dignitosa immobilità della creatura che sembra un verme corazzato. Un verme con braccia e gambe umane.
Mi piego in ginocchio.
C'è qualcosa, in questa creatura.
Qualcosa che grida.
La Chiesa ci insegna a vedere Cristo sofferente in ogni creatura.
Ma non solo la Chiesa. Nello squallore di un carcere, pochi mesi prima di essere assassinata dai Freikorps, Rosa Luxemburg scrisse una pagina straordinaria sulla sofferenza di una coppia di buoi aggiogati a un carro.
Mi faccio il segno della croce.
La creatura volge la testa verso di me. La testa senza occhi, senza orecchi. Senza bocca per parlare.
Si china.
– Cos'è questa sciocchezza? Si rialzi! Non si copra di ridicolo!
La voce del Duca è stridula, petulante.
Com'è sicura e forte la mia, invece. – "Angelo di Dio, che sei il suo custode, illumina, custodisci, reggi e governa questa creatura che ti è stata affidata dalla pietà celeste, amen."
Una mano mi strattona, con forza. Tenta di tirarmi in piedi.
– Avanti, prete! Hai sentito cosa ha detto il Duca! Avanti, alzati!
Il braccio di Tucci si alza. Il mazzo di chiavi che stringe nella sinistra tintinna. Nell'altra mano impugna un manganello. Lo solleva in un arco, lo abbassa di scatto verso la mia testa.
In quel momento qualcosa di nero e pesante passa tra me e Tucci. Una specie di braccio. No: è la lingua della Creatura. Saetta tra le sbarre, una, due volte. Una lingua lunga un metro, che al secondo tentativo si avvolge intorno al braccio del conestabile. Si sente il rumore spaventoso di uno strappo. La lingua è rientrata nella bocca ora invisibile della bestia. Il braccio di Tucci, divelto dal corpo, giace ai piedi delle sbarre. Impugna ancora il manganello ferrato.
Il conestabile guarda incredulo il suo braccio per terra, e la ferita alla spalla da cui esce un fiotto lungo e copioso di sangue.
Con un gemito cade per terra.
Il Duca si è ritratto dalla gabbia, inorridito. Così tutti gli altri. Sono rimasto l'unico accanto alle sbarre.
Con una parte della mia mente – la parte razionale, quella che crede ancora nella possibilità del reale – guardo Adéle precipitarsi sul corpo a terra, cercando di bloccare come può la spaventosa emorragia. Ma il braccio è stato sradicato all'altezza della spalla, e la stoffa che lei preme sulla ferita si colora prima di rosa, e poi di rosso.
Con un'altra parte della mente, una parte che fino a pochi giorni fa non sapevo di avere, sento una voce debole, lamentosa. Sembra il rumore triste di un ingranaggio stridente, ma a poco a poco comincio a capire le parole.
Se sono parole, quelle che sento.
Falli smettere. Ti prego, falli smettere. Sono stanco, stanco, falli smettere.
Lentamente, alzo la testa e guardo il punto da cui sembra venire la voce.
Nell'angolo più lontano della gabbia, rannicchiato come se volesse rendersi invisibile, il mostro dagli arti umani, lo strano incubo kafkiano punta la testa cieca verso di me, mentre i suoi pensieri mi riempiono come un'acqua nera che cola da una brocca.
Lui sta arrivando… Non lasciare che mi consegnino a lui… L'uomo del dolore… Liberami…
È cosciente, il mio corpo, mentre sollevo la mano verso la serratura della gabbia?
Sono coscienti, i miei occhi, mentre studiano la scena, e si rendono conto che tutti sono occupati intorno al corpo del conestabile Tucci?
È cosciente la mano che raccoglie da terra il mazzo di chiavi caduto al conestabile?
È quella più piccola… Apri… Fammi uscire…
Sollevo la chiave.
L'accosto al buco della serratura.
Il pugno mi coglie al mento, facendomi sbattere contro le sbarre. E poi un altro pugno più forte, allo stomaco. Mi piego in due.
Durand mi afferra per i capelli, mi solleva con brutalità il mento.
– Ascoltami bene, prete, – sibila tra i denti. – Se provi ancora a farci correre un rischio del genere ti ammazzo. Anzi, ti ammazzo prima. Appena capisco che stai per fare una cazzata.
Si guarda intorno, per accertarsi che nessuno lo senta. – Ti rendi conto che siamo circondati? Se facciamo una mossa sbagliata, questi ci fottono. Chi pensi che ci faccia uscire da questo buco? Il tuo Dio?
– Io… posso farvi… uscire…
– Chi ha parlato? – scatta Durand, guardandosi intorno. Poi capisce.
– Oh, mio Dio… Sei stato tu, Gregor Samsa?
Una risata, nella mia mente. Come un trillo di note argentine.
– Anche tu… pensi a me… come allo scarafaggio… di Kafka? Anche tu, scimmia?
– Scimmia?
– Quello che sei. Quello che siete. Scimmie.
La voce nella mia testa è decisa, mentre pronuncia queste parole.
Durand sta per replicare, quando la voce isterica del Duca gli urla a pochi centimetri dall'orecchio: – Uccidilo! Uccidi quel mostro!
Mi volto. Il corpo di Tucci è immobile, immerso in una pozza di sangue. Gli occhi sbarrati fissano il buio del soffitto, e forse ormai vedono molto più in là. Così disteso, inerme, sembra più piccolo. È come se già cominciasse a sciogliersi nella terra. Dovrei pronunciare una preghiera per lui, ma non c'è tempo. Le guardie puntano i fucili contro "Gregor Samsa". Non sembrano per niente ansiose di fare fuoco.
Ma è a Durand, che il Duca si rivolge.
– Uccidilo tu!
– Perché io?
– Perché ti stava parlando. Voglio vedere cosa succede, quando stai per sparargli.
– Cosa dovrebbe succedere?
Succede che io ti faccio saltare la testa, sussurra nelle nostre teste lo scarafaggio umano, con una voce che è come un soffio di vento.
Succede che la tua testa esplode, esplode, esplode…
Esplode come un palloncino.
A un cenno del Duca, le due guardie spostano la mira dei fucili automatici, dalla creatura al capitano.
Durand solleva l'arma.
Non farlo…
Punta la Beretta contro la testa della creatura.
Il Duca lo guarda a bocca aperta. Un filo di bava cola all'angolo delle labbra.
La fronte di Durand si increspa di rughe. Come se ogni movimento gli costasse uno sforzo tremendo.
Ma la pistola, lentamente, si alza fino a puntare la fronte del mostro.
L'arma trema nella sua mano, ma il dito preme lentamente sul grilletto.
In quel momento un ruggito primordiale, tremendo come quello di un tirannosauro, squarcia le volte dell'enorme sotterraneo.
Guardo terrorizzato verso l'alto.
L'Uomo del Dolore…, geme la voce della Creatura.
Gli occhi del Duca sono pieni di gioia.
– Lasciate stare il mostro. Ho di meglio da fare. A lui ci penserò dopo.
Le guardie si distraggono per un attimo.
A Durand basta.
Si inginocchia, spara due colpi.
Una guardia è colpita alla fronte, l'altra al petto. Un altro colpo la fredda.
Bitka è stato meno lesto a estrarre la sua pistola, colto anche lui di sorpresa. La punta verso il Duca.
– No! – ordina il capitano Durand. Con uno scatto raggiunge il giovane Duca. Gli piega un braccio dietro la spalla, strappandogli un grido di dolore.
Il caporale Diop e i due italiani si spostano rapidamente verso le scale da cui siamo entrati. Yegor Bitka prende uno dei mitra delle guardie morte. Poi lo rimette a terra, con una smorfia di disgusto. Anche il secondo mitra non incontra la sua approvazione.
– Queste armi fanno schifo.
– Che cosa pretendete? – strilla il Duca, piccato. – Non siamo soldati! La nostra sicurezza sta nelle mura, non nelle armi.
– Vallo a dire ai tuoi uomini, – taglia corto Bitka, indicando i tre morti a terra.
– Ci faremo bastare le pistole, – conclude Durand. – Quanti uomini dobbiamo aspettarci lassù, secondo te?
– Almeno una dozzina.
– D'accordo.
– Se le loro armi sono come queste, può darsi che sparando si ammazzino da soli.
– Io non ci conterei. Allora, noi siamo in sette. Diciamo che la squadra di punta siamo io e Yegor. Gli altri ci seguono, e ci forniscono copertura di fuoco mentre avanziamo. Noi invece controlliamo gli accessi laterali. Bene?
– Bene.
– Andiamo, allora.
Una voce forte come una campana rimbomba nel mio orecchio.
Portatemi con voi.
Mi volto.
La creatura è in piedi. Le sue mani – mani che non hanno nulla di mostruoso, mani normalissime – si aggrappano alle sbarre. Le scuotono, due volte.
Fatemi uscire.
Anche gli altri nella stanza l'hanno sentita. Tutti tranne il Duca, che ci guarda stupito mentre ci voltiamo verso la gabbia.
Posso aiutarvi a uscire di qui. Posso guidarvi fuori.
– Ah sì? – fa Bitka. – E chi ci dice che quando sei fuori da quella gabbia non ci ammazzi tutti?
Ho paura. Come voi. Voglio uscire di qui. Come voi.
– Ammetto che è un buon motivo, – conclude Durand. – Ma anche così…
Posso guidarvi fuori da qui. Ma poi posso anche guidarvi lontano da qui.
Il capitano si passa la mano sul mento ispido di una barba grigia. Lo fa a lungo. Poi si volta verso l'uscita.
Gregor Samsa, perché ormai è così che lo chiamo dentro di me, l'uomo scarafaggio del racconto di Kafka, lascia cadere le braccia, con un gesto sconsolato.
Arriva l'Uomo del Dolore. Nessuno può salvarsi dall'Uomo del Dolore. Non uscirete vivi di qui.
Durand si ferma, a metà di un passo.
– Sei un mostro! – urla Yegor.
No. Non sono un mostro. Nessun essere vivente lo è. Là fuori regna la morte. Ogni vita è sacra. Fatemi uscire. Non lasciatemi qui. In nome della vita.
Durand riprende a salire la scalinata.
Posso portarvi a Venezia.
Quella parola, il nome di quella città, esplode tra di noi con la forza di una bomba.
Già a metà delle scale, Durand si ferma. – Fatelo uscire da lì, – dice. – Ma non perdetelo d'occhio un istante. Alla prima mossa sbagliata sparategli. Prima alle gambe. Poi all'addome. Sembra che lì la corazza sia più leggera. E adesso andiamo. Sbrighiamoci.
– Siete pazzi? Non potete liberare quel mostro! – squittisce il Duca.
Bitka lo zittisce con una sberla.
Durand mi guarda. Annuisce, solenne.
La chiave trema nella mia mano, mentre la infilo nella serratura.
Aiutato da Adéle apro la porta, che cigola sui giunti non oliati.
Grazie. Avete fatto la scelta giusta. Andiamo, adesso.
Lo strano essere ci scivola accanto, uscendo dalla gabbia, con un passo lento e solenne. Lo sforzo dei muscoli è evidente, sotto la pelle nera e liscia come plastica. Gambe e braccia pompano come parti di un macchinario, per spingere avanti il carapace pesante.
Il Duca balbetta, vedendolo avvicinarsi. Ma la Creatura non lo degna di alcuna attenzione. Passa oltre, con quei suoi movimenti regolari, inumani.
Non usciamo da dove siamo entrati. Lassù ci sono molte guardie.
– C'è un'altra uscita? – domando.
– No, – balbetta il Duca.
– Sì, – ribatte l'uomo scarafaggio, scattando a destra con un'agilità inaspettata. L'apparenza inganna, con questa creatura. Devo ricordarmi di non rilassarmi, con lui.
Giunto davanti a un muro, Gregor Samsa apre le braccia, e stacca dalla parete un pannello di cartongesso dipinto. L'illusione di un muro massiccio era perfetta. Nascosta da quel pannello c'è una porta. Non è chiusa a chiave. Dietro, appare una stretta scala a chiocciola.
– Ce la fai a salire? È stretta? – chiede Durand alla creatura.
È da lì che mi hanno fatto scendere.
– Va bene. Tu vai per primo.
Senza rispondere, Gregor Samsa comincia a salire. Ha un modo di muoversi strano. Preciso, quasi meccanico. Più da macchina che da essere vivente.
Purtroppo non è così, sospira la sua voce nella mia testa.
– Mi leggi nel pensiero?
Tu che dici, prete?
– Credo di sì.
Puoi scommetterci il culo. È così che dite dalle vostre parti, vero? Voglio dire… È così che dicevate... Ci sono un sacco di cose interessanti che potrei insegnarti, sul mondo d'oggi. Ma ogni cosa a suo tempo. Prima di tutto dobbiamo uscire di qui. E non è che abbiamo tanto tempo.
Annuisco.
– Hai ragione.
Ho ragione su tante cose, e guarda a cosa mi è servito. A finire in gabbia, per il divertimento di quel ragazzino viziato.
Continuiamo a salire le scale a chiocciola, finché il Duca non comincia a dare segni di insofferenza. Davanti a una porta si blocca.
– Non possiamo uscire di qui.
– Perché no? – lo interroga Durand.
Perché non vuole che vediamo, risponde Gregor.
– Cos'è che non dobbiamo vedere?
Il Duca scuote la testa.
– Apri quella cazzo di porta, – gli ordina Yegor Bitka, puntandogli alla fronte la sua pistola.
Il ragazzo non può far altro che obbedire. Apre la porta e si tira indietro, schiacciandosi contro il muro come se volesse infilarsi nelle commessure delle pietre.
Durand oltrepassa la soglia. Yegor lo segue, spingendo davanti a sé il Duca recalcitrante.
La stanza è illuminata da torce fumose appese al muro.
Lezzo di carne marcia, dappertutto.
Ecco cos'era quel fetore stomachevole, sotto il profumo di cui si cosparge il Duca.
Su un immenso letto a baldacchino dalle lenzuola sfatte è distesa una donna nuda. È legata mani e piedi alle colonne del letto. Ha gli occhi bianchi, sbarrati. Sembrano gli occhi di un pesce cotto alla griglia. La giovane donna si contorce, cercando di liberarsi. Una bava giallastra le cola dalla bocca.
– Cos'è questa cosa? – chiede Durand, strattonando per la spalla il Duca.
È il suo trastullo, il suo riposo, la sua gioia, canticchia la voce di Gregor.
– Non mi interessa cosa ci fa, con questa. Voglio sapere che cos'è questo mostro!
Quella che chiami mostro era una creatura umana, prima di perdersi nella Valle dell'Ombra della Morte.
Il capitano fissa con disgusto la creatura sbavante che si contorce sulle lenzuola come un verme.
Punta la pistola alla tempia del giovane Duca.
– Te lo chiedo per l'ultima volta! Cos'è questa… questa perversione?
Le labbra del Duca si muovono a vuoto, come incapaci di formare una parola. La canna della pistola batte contro la sua tempia.
Lo sfintere del Duca cede di colpo. Un puzzo di escrementi riempie la stanza, sovrastando anche il fetore della ragazza sul letto.
Durand lo afferra per il collo e lo scaglia a terra, in un angolo. Poi si piazza davanti alla creatura sul letto.
Le corde che la legano al letto le hanno inciso la carne ai polsi e alle caviglie. Da quelle ferite orrende non esce sangue, ma una secrezione giallastra, densa.
E fra le gambe…
Guardando com'è ridotta laggiù mi faccio il segno della croce.
C'è una bottiglia, infilata tra le sue gambe.
Una bottiglia rotta.
E il liquido che sgorga da lì è sangue.
Che razza di creatura può averle fatto questo, mi chiedo. Anche se questa cosa è un mostro…
Non è lei, il mostro. Lei è quello che è. È una Marionetta. Il mostro è chi le ha fatto queste cose.
– Gregor, cos'è una Marionetta? E chi le ha fatto questo?
Nella mia testa squilla una risata, come un trillo di campanelli.
Dai tuoi ricordi vedo che hai già incontrato le Marionette. Ne hai uccise tre, sul fondo di una buca. Sono creature che vivono in uno stadio intermedio tra la vita e la morte. Non sono morte, ma non sono nemmeno vive. Non del tutto, almeno. Ma sono umane, che vi piaccia o no. Come me. Quello che fate a uno di loro lo fate all'umanità. Anche quello che fate al più orribile tra loro.
– Non posso credere che si possa arrivare a tanto, – dice Durand, glaciale.
Perché, voi siete tanto migliori, quando ci usate come bersagli, o ci fate combattere tra noi per il vostro divertimento? Quando il Duca si fosse stancato di me, stancato della novità, io sarei finito nell'arena, a combattere contro i cani. E alla fine quello che sarebbe rimasto di me era destinato a finire impagliato, nella collezione del Duca. E voi mi dite che non credete si possa arrivare a tanto?
– Non ho tempo per farmi dare lezioni di etica da uno scarafaggio!
Questa forma di comunicazione è così intima che uno si immagina sia diretta, da persona a persona. Invece mi rendo conto che Gregor ora parla nella testa di tutti noi. Tranne forse del Duca, che siede in un angolo stringendosi le ginocchia tra le braccia, lo sguardo perso nel vuoto.
– Liberami da questa immondizia, Yegor, – sussurra Durand.
– Con piacere, capitano, – sogghigna Bitka, estraendo una baionetta dallo stivale.
NO!
La voce di Gregor esplode come un tuono, fra le pareti dei nostri cervelli.
Non uccidetelo! Abbiamo ancora bisogno di lui, per uscire da qui!
– E di quella, cosa ne facciamo? – incalza Durand.
I pensieri di Gregor si fanno tristi, cupi.
Non dovete fare niente. Ho già fatto io.
Mi volto. Guardo la cosa sul letto. Non si muove più. Gli occhi puntano verso il cielo. Ammesso che abbia mai saputo cos'è, il cielo. Io stesso mi chiedo se per cielo, ormai, non intendo anch'io qualcosa di puramente fisico, reale. Un tempo, quando dicevo cielo, pensavo al Paradiso. Ora mi viene in mente un colore che non esiste più, l'azzurro, e quel basso coperchio di nubi che ci opprime, nubi grigie che portano la morte in grembo.
Chino la testa davanti alla morte.
Mi porto una mano alla fronte, per farmi il segno della croce.
NO!
Il ruggito nella mia testa è una sferzata di rabbia.
Lascia il tuo Dio fuori da questa cosa! Esci da qui! Uscite tutti!
Vedo Gregor chinarsi sul cadavere.
I suoi pensieri ci respingono fuori dalla stanza.
Non so che riti pratichino, queste creature. Sicuramente non quelli insegnatimi dalla Chiesa. Forse seguono culti antichi già prima di Cristo, riti che la Tribolazione ha riesumato. Come quello del dio Mitra. È come se gli antichi dei non se ne fossero mai andati, ma fossero rimasti in silenzio, nascosti, nell'attesa di essere richiamati in vita.
Rimane lì dentro per un paio di minuti, non di più. Quando esce, i suoi pensieri emanano pace, serenità. Ma è solo un momento.
Seguitemi, ordina.
Mi chiedo dove trovi le informazioni che ci fanno attraversare l'intero palazzo senza essere visti, sfruttando passaggi nascosti nei muri e corridoi talmente polverosi e coperti di ragnatele che è impossibile siano noti al Duca, che infatti mostra stupore nel percorrerli. Ma se non è dalla sua mente che Gregor prende tutte queste informazioni, allora dove le trova? Da che pozzo di conoscenza?
Questo Gregor Samsa, sento la voce chiedere dentro di me, è buono o cattivo?
Ci penso su, mentre cammino nell'ombra. – Né l'uno né l'altro. È un essere umano che un giorno si sveglia e scopre di essere diventato uno scarafaggio.
L'eco di una risata. Come un'onda che lambisce il mio cervello e si ritira.
È una storia che conosco... Chi te l'ha raccontata?
– Era un libro. Sai cos'è un libro?
Vagamente. Ti sarai accorto che non ho gli occhi. Comunque sì, vedo dalla tua mente cos'è un libro. È una storia incisa su una cosa chiamata carta, con dei segni che sembrano piccoli vermi neri. Quei vermi vi raccontano una storia, come gli anelli degli alberi. Hai mai visto gli anelli degli alberi, dopo che il mondo è cambiato? I pochi alberi rimasti? Hai visto come sono? Una volta erano cerchi perfetti come quelli che un sasso disegna nell'acqua. Adesso sono… Com'è la parola? Irregolari. Eccentrici. Raccontano una storia stramba, bizzarra. La storia di Gregor Samsa, la storia che hai in mente, come finisce?
– Finisce bene.
Gregor ride ancora.
Non sai mentire, John. E comunque la tua storia non si sarà curata dei pensieri del mostro. Ti sei mai chiesto chi siano i mostri veri, dal punto di vista di coloro che chiamate mostri?
Non ho bisogno di rispondergli. Lui legge già i miei pensieri.
Chiediti sempre chi è il mostro e chi è il normale. Soprattutto in un mondo in cui la mostruosità è diventata la regola. Cos'è, normale, per te?
Rifletto a lungo.
Quando ho trovato la risposta, siamo davanti a una porta di quercia, borchiata di metallo.
L'ultima porta. Rispondimi adesso, prete. Poi non ci sarà più tempo.
– Credo che per me la normalità coincida con la bontà. Dove c'è il bene c'è la normalità, per me.
Gregor Samsa avvicina la testa alla mia, finché i miei occhi e il punto dove dovrebbero esserci i suoi sono a pochi centimetri di distanza.
O sei un santo o sei un'idiota, padre Daniels. Quanta bontà avete, nel posto da cui vieni? E se ne avete così tanta, perché non ne esportate un po'? Perché non la regalate a chi è più sfortunato di voi, e vive all'ombra del Male? Se gli uomini che viaggiano con te sono gli araldi del Bene, perché usano le pistole e non il vostro libro sacro?
Alza il braccio, e colpisce la porta, al centro. Il legno si incrina. Un altro colpo, e la porta si fende a metà per il lungo, sotto gli occhi increduli di Durand e degli altri.
Ho letto nei tuoi pensieri come va a finire il racconto dell'uomo scarafaggio. È bella, quella fine. È normale. È così che vanno le cose. È così che va il mondo.
La porta cede, aprendosi. Metà rovina a terra, l'altra pende sui cardini.
Gregor si lancia all'esterno, nel nevischio gelato che turbina nel vento.
Una raffica di pallottole lo centra alla testa, al torace. Una mano viene spezzata di netto e vola via. Gocce di sangue mi schizzano il volto, imbrattano le pareti.
La creatura cade all'indietro, abbattendosi nello spazio dietro la porta. Rimane a terra, immobile.
Mi chino su di lui.
Il carapace nero è forato in almeno una dozzina di punti.
Il corpo vibra leggermente, sotto la mia mano, ed è tutto.
È difficile capire se sia vivo o meno, senza poterlo guardare negli occhi.
Poi la testa si gira verso di me, lentamente.
– Gregor, razza di stupido…
Perché?
– Tu sapevi che c'erano quegli uomini, dietro la porta. Non potevi ignorarlo. E allora perché hai voluto morire?
Perché sono Gregor Samsa, l'uomo scarafaggio. E perché questa è la fine giusta per me.
Avevi promesso di portarci a Venezia.
Ed è così. Ho mantenuto la promessa. Ci andrete. Grazie alla mia morte.
– Gregor…
Addio, prete. È stato un piacere conoscerti, come dicevate ai vostri tempi…
E poi il suo corpo smette di vibrare. E il vuoto occupa nella mia mente lo spazio dove prima parlava la sua voce.
Sento un colpo contro la spalla.
Un colpo forte, cattivo.
Il Duca impugna una torcia spenta, usandola come un randello.
Mi colpisce ancora.
Cerco con gli occhi Durand e lo vedo inginocchiato a terra, le mani giunte dietro la nuca. Tre uomini con respiratori e tute antiradiazione puntano armi automatiche su di lui e sulle altre Guardie.
Un altro uomo, con le mani piantate sui fianchi in una posa arrogante, occupa tutta la soglia. Indossa un'armatura nera, fatta di un metallo lucido che ricorda il carapace del povero Gregor. È quella corazza, a farlo sembrare un gigante. Il volto della figura titanica è coperto da una maschera d'acciaio, sul cui muso è integrato il filtro di un respiratore. Ma la cosa più incredibile è la decorazione sul petto dell'armatura: una croce d'oro, rovesciata, e appeso alla croce uno di quei mostri dalle braccia lunghissime che ci hanno aggredito a Torrita Tiberina. Il crocefisso è stato realizzato con una perizia incredibile. Chi l'ha scolpito, o fuso, era un vero artista.
Ma non ho tempo per cogliere altri dettagli, perché l'uomo entra nella stanza, contemplando me e Gregor da dietro la lastra di vetro nero della sua visiera.
Poi alza un piede e mi colpisce con forza al petto, facendomi rotolare contro la parete. Un altro calcio alla testa, cattivo. Vedo doppio. Una luce dolorosa mi attraversa il cervello come un lampo.
Con lo stesso piede calzato di metallo l'uomo dalla corazza nera preme poi la testa di Gregor, lentamente, fino a farla scoppiare come un melone troppo maturo.
Un ultimo messaggio, leggero come una voce da una grande distanza, mi raggiunge un attimo prima che io perda i sensi.
Maksim è pronto. Devi…
E poi il nulla. Terribile e misericordioso.