Radici del Cielo – Cap. 20

20
La Città proibita
La nostra tappa successiva è meravigliosa. Non solo per la bellezza del paesaggio, che per quanto umiliato dai danni della guerra rimane comunque un morbido, spettacolare abbraccio di colline, ma soprattutto per il fumo che sale da molti tetti, e per gli inconfondibili segni di vita che appaiono anche guardandola da così lontano, da questa collina, in questa mezza luce. Certo, anche un incendio sprigiona fumo. Ma non così. Questa città è abitata. È un centro vivo, vitale. Lo si capisce anche guardandola nella luce incerta dell'alba.
– Bene, – sorride Durand, abbassando i suoi binocoli Zeiss. – Sembra tutto a posto.
– Pensa che sia sicuro, fermarci qui? – sussurra Wenzel.
– Non siamo mai stati qui. L'impressione è buona, ma potrebbe essere appunto solo un'impressione. Comunque di certo più sicuro che passare la giornata all'aperto. Avete visto qualche traccia strana? Tipo quel camion enorme? – chiede agli esploratori, che sono scesi a osservare la città più da vicino.
No, rispondono, chi prima e chi dopo.
La città si chiama, o si chiamava, Urbino. È un centro antico, abitato già al tempo dell'Impero Romano. Il nome deriva dalle parole latine urbs bina, città doppia, perché in origine era stata costruita su due colline. Nozioni che tornano a sprazzi, da letture di riviste turistiche e guide vecchie di vent'anni.
Un palazzo immenso l'attraversa, ed è come se la città fosse una dipendenza di quell'edificio. Quasi gli fosse cresciuta intorno, per rispondere alle sue esigenze ordinarie. Urbino era la sede della famiglia Montefeltro, una delle più potenti casate di un'Italia rinascimentale divisa in feudi e comuni e principati.
Il palazzo esiste ancora, ed è ancora molto bello. Anche il resto della città non sembra aver subito troppi danni. Certo, ci sono segni di incendi, su alcuni muri, e le cicatrici di pallottole di grosso calibro hanno rovinato la facciata di diversi edifici, ma guardarla è come guardare una delle cartoline di Maksim. Il tempo l'ha rovinata, i colori si sono sbiaditi fino a farla sembrare una foto in bianco e nero. Ma la perfezione di certi dettagli, come le due torrette simmetriche che racchiudono una facciata del palazzo, mozza il fiato. È incredibile che tanta bellezza abbia potuto sopravvivere alla distruzione del pianeta.
Poi un colpo di vento fa suonare una campana, da qualche parte, e quel suono casuale è così lugubre da mandare un brivido lungo la schiena. La luce, alzandosi, illumina la nebbia in fondo alle valli: una nebbia che si stende come un sudario grigio, di piombo.
Scendiamo dalla collina su cui ci eravamo appostati per studiare la città. Scendiamo lentamente, perché la strada è franata in più punti, e le buche nell'asfalto, alcune larghe più di un metro, sono state riparate solo con la ghiaia. Percorsa l'ultima curva ci troviamo davanti l'enorme piazzale sottostante l'abitato.
I motori dei fuoristrada ronzano leggermente, ma nel silenzio dell'aria gelida mi sembra facciano un frastuono tremendo. Mi sento prudere la pelle sulla nuca.
Durand scende dall'Hummer. Dopo un attimo di esitazione lo imito, e con me scende anche Adéle. Immagino che vedere una donna, tra di noi, possa avere un effetto calmante, sulle sentinelle che sicuramente vigilano sul posto.
Ma chissà come ragiona, questa gente.
Ogni volta che incontri un altro essere umano non sai cosa devi aspettarti, mi ha detto una volta un uomo appena tornato da una ricognizione all'esterno. Gli avevo chiesto se voleva confessarsi, ma l'uomo, un vecchio di quarant'anni, aveva fatto segno di no con la testa.
Ogni volta che incontri qualcuno, là fuori, devi studiarlo bene, perché se ti sbagli e lo valuti male sei morto. Una volta siamo arrivati in questo paese, vicino Pescara. C'erano tre famiglie, ci hanno ospitato per la notte. Erano gentili. Poi quella notte hanno sgozzato la sentinella, e ci avrebbero fatti fuori tutti e quattro se il giovane Vichi non avesse deciso di non fidarsi. Ha dato l'allarme, e noi tre siamo riusciti a far fuori gli aggressori. Nella loro cantina abbiamo trovato un bottino incredibile. Armi, monete d'oro, cibo, munizioni…
Potrei raccontargliene, di storie così…
Come si diceva in latino, una volta? Homo homini lupus… Ma i lupi, quelli veri, si offenderebbero per questo paragone.
Si impara a non fidarsi di nessuno, là fuori…
Così quando abbiamo visto quell'uomo venire fuori dalla nebbia, e prima sembrava normale e poi invece quando ci ha visti si è messo a urlare come un matto…
Prima spari, e poi fai le domande.
Come potevo saperlo?
Come facevo a sapere che l'uomo correva a dirci che c'erano sua moglie e sua figlia, nascoste poco lontano?
Urlava perché era felice di vederci.
Ogni volta che incontri qualcuno, là fuori, non sai mai cosa devi aspettarti…
Un tempo il piazzale dev'essere stato un parcheggio, per questa città che era una delle mete turistiche più famose della regione. Ora è un enorme spazio vuoto, flagellato dal vento. L'ingresso ad un'entrata sotterranea chiusa da sbarre è vigilato da due guardie intorpidite dal sonno e dal freddo, armate di fucili automatici. Appena ci vedono si agitano di colpo. Uno scende di corsa le scale, inciampando, l'altro toglie la sicura all'arma, fregandosene del fatto che due fucili da cecchino – uno per ogni Hummer – stanno inquadrando la sua testa nel reticolo del mirino.
O è molto coraggioso o molto stupido.
Quando siamo a dieci metri dall'entrata, un gruppo di cinque persone sale le scale, venendoci incontro. Sono tutti armati di fucili. I cinque formano una V, con al centro, più avanti, quello che evidentemente è il capo. È un uomo di altezza media, dalle spalle robuste. Sul cranio rasato porta un berretto di lana nera. Si muove calcando ogni passo, studiandoci come se ci guardasse ai raggi X. Dalla sua persona emana un senso di potenza, di energia repressa a fatica. Una molla umana, pronta a scattare.
– Chi siete? – urla. – Cosa volete?
– Sono il capitano Marc Durand, della Guardia Svizzera Vaticana. E questi…
Prima che possa finire la frase, la risata dell'uomo lo travolge.
– La Guardia Svizzera…? E allora com'è che non sei vestito come un pagliaccio?
La faccia di Durand resta impassibile.
L'uomo continua ad avvicinarsi, spalleggiato da quelle che devono essere le sue quattro guardie del corpo. I fucili da caccia tenuti bassi, ma non troppo. Pronti per essere alzati e fare fuoco.
– Che cazzo ci fate, qui? Siete un bel po' lontani da Roma. E questi due gioiellini di jeep, dov'è che li avete trovati? Ne passano, di pezzenti che dicono di venire da Roma. Ma nessuno guida una roba del genere.
– Se ci fate entrare, abbiamo parecchie cose di cui parlare. Questa e tante altre.
– Sì, come no. Quanti siete, eh? Solo questi due gipponi? Solo questi, eh? Non è che lassù avete altra roba, tipo un carro armato?
Una risposta sbagliata potrebbe essere fatale. Sono contento di non dover essere io, a scegliere qual è la risposta giusta.
– Siamo solo noi, – fa Durand.
È evidente che l'uomo sta calcolando qualcosa, dentro di sé. Immagino che in questo momento i mirini dei nostri due tiratori siano puntati su di lui.
– E cosa mi dice che non mi raccontate una balla?
– Ha la mia parola di soldato.
L'uomo si volta verso la sua scorta. Dice qualcosa a voce bassa, che non riesco a sentire. Le sue guardie scoppiano a ridere.
Poi l'uomo si volta verso di noi.
– Venite dentro, dai, – fa, indicandoci la rampa d'accesso al garage sotterraneo.
Durand ha pochi secondi per decidere.
Non lo invidio.
Qualunque scelta faccia, potrebbe essere quella che ci condanna a morte.
– Ti decidi, allora, guardia svizzera? Guarda che tra un po' chiudiamo. Sta per arrivare il giorno. Vuoi restare fuori a friggere?
Durand fa segno alle due Hummer di venire avanti. Saliamo a bordo.
I cavalli di Frisia che bloccano l'accesso al garage vengono spostati. Un uomo si piazza davanti alla nostra jeep e ci indica il passaggio. Sembra uno di quei tecnici che sulle portaerei segnalava ai jet le manovre da fare. Ci guida in uno slalom lento e incomprensibile sul cemento crepato del parcheggio.
Campo minato, sussurra Wenzel.
L'uomo ci guida alzando e abbassando il braccio, facendoci strada fino al portone aperto, che sembra un'enorme bocca buia. Poi si fa da parte, indicandoci la direzione in cui andare.
Sentiamo lo stridore metallico dei cancelli che vengono rinchiusi alle nostre spalle. È un suono tutt'altro che tranquillizzante.
Alla luce dei fari scendiamo lentamente verso il basso. La luce rivela pareti incrostate di muffa e di accumuli calcarei. Col tempo questo posto diventerà uguale a una caverna.
Non c'è nemmeno un'auto, nell'antro deserto del garage sotterraneo. Le ruote degli Hummer, in molti tratti, devono guadare pozze d'acqua.
In fondo all'enorme spazio vuoto, ardono cinque o sei fuochi.
Mi sembra di essere in quel vecchio libro italiano, Pinocchio.
Siamo nel ventre della balena.
Avvicinandoci ai fuochi vediamo che sulla parete di fondo del garage ci sono una dozzina di letti a castello. Dal disordine, alcuni hanno l'aria di essere stati abbandonati in tutta fretta.
L'uomo basso ci viene incontro, facendo grandi cenni con la mano. La sua scorta è aumentata, ora saranno almeno dieci persone, anche se la qualità delle armi è sempre scadente. Mi chiedo se non salutino l'arrivo delle nostre due jeep e delle armi automatiche che ci portiamo addosso come la venuta di Babbo Natale.
– Scendete, venite. Non abbiate paura.
Durand è il primo ad accogliere l'invito. Non è la prima volta che mi chiedo cosa passi nella testa di quest'uomo, dietro la sua facciata di impassibilità.
Vedere la sua figura eretta, mentre scende dalla jeep con un passo tranquillo, fa pensare a una tranquillità che forse è solo apparenza. Ma un'apparenza perfetta.
Va verso l'uomo col berretto nero, gli stringe la mano.
– Capitano Marc Durand, – si presenta.
– Lo so, cazzo, l'hai già detto prima. Non sono sordo, nonostante…
Si tocca con un gesto istintivo la tempia. Poi allontana la mano dalla testa.
– Sono Davide Tucci, conestabile del Duca di Urbino. Ho appena parlato col Duca. Siete i benvenuti nella nostra città.
Il sorriso sulle sue labbra sembra un vestito della taglia sbagliata, o un costume da clown messo addosso a un orco. Ma le armi dei suoi uomini restano puntate a terra, per quanto dubiti che anche una sola di esse abbia la sicura inserita.
– Potete lasciare le chiavi nel cruscotto delle auto. Si diceva così, vero? E anche le armi, consegnatele pure ai miei aiutanti, che ne avranno cura per la durata del vostro soggiorno.
Durand rimane perfettamente immobile.
– Forse è lei che è sordo, capitano…? – gli chiede il cosiddetto "conestabile del Duca".
– No, non sono sordo.
– Allora mi ha capito.
– L'ho capita, sì. Mi dispiace, ma dovrà dire al Duca che a queste condizioni sarò costretto a rinunciare alla sua ospitalità.
Tucci stringe gli occhi finché non diventano due sottili fessure.
– Rifiutare l'ospitalità del Duca non è una scelta intelligente.
– Fosse per me rinuncerei alla mia pistola, ma alcuni dei miei uomini sono poveri sfortunati. Le loro armi si sono fuse con le mani, e ora non possono lasciarle, a meno di non amputarsi un braccio.
Il conestabile sogghigna.
– Sarei davvero curioso di vederli, questi fenomeni.
– Sono dentro le jeep, – risponde tranquillo Durand. – Vada pure a vederli coi suoi occhi.
Tucci studia le jeep dai vetri oscurati, il motore al minimo ma ancora acceso. Un balzo in avanti di quei due bestioni e lui e i suoi uomini si trasformerebbero all'istante in altrettante polpette.
Si toglie il berretto, con un gesto rabbioso. Durand trasale. Quando Tucci si volta verso di me, capisco il perché del suo stupore.
Il lato destro del cranio del conestabile è fatto di metallo: una calotta di forma asimmetrica, lucida.
– Cosa guardi? – mi investe l'uomo, ringhiando. – Cos'hai da guardare?
– Niente…
– Niente, appunto.
Guarda ancora i finestrini neri delle Hummer. Specchi sinistri, minacciosi.
Se le tigri facessero le fusa, il rumore sarebbe come quello dei motori delle due jeep. Un suono apparentemente tranquillo, ma in realtà minaccioso.
L'uomo si gratta la testa, ma le sue dita toccano il metallo, e lui le ritrae di scatto, come scottato.
Tucci ha un gesto rabbioso.
– Siete ospiti del Duca, e seguirete le sue regole.
La voce di Durand è pacata, lo sguardo tranquillo: – Ringrazi il Duca per l'ospitalità, ma io e i miei uomini seguiamo le regole di Santa Romana Chiesa.
I fucili si alzano, impercettibilmente. Basterebbe una parola, un gesto sbagliato, e in questo sotterraneo buio e umido si scatenerebbe l'inferno.
Per un attimo ho la sensazione – no, la certezza – che Tucci stia per ordinare ai suoi sgherri di sparare. Ma poi una voce possente riempie ogni angolo del sotterraneo.
– Davide, fai entrare questi uomini. Garantisce per loro la Chiesa. E poi, con la scarsità di ospiti che abbiamo, non possiamo lasciarceli sfuggire. Ho sentito tutto, e sono davvero emozionato. Non vedo l'ora di conoscerli.
– Agli ordini, signor Duca.
– Bravo, falli passare. Magari possiamo metterci d'accordo, che ne so, sul lasciare giù le armi pesanti… Le pistole vanno bene, dopo tutto. In fondo ci siamo abituati. Senza, ci sentiremmo nudi. Ma le bombe no. E nemmeno quei cosi, come si chiamano, i mitragliatori pesanti. Per l'amor di Dio, no. Quelli lasciateli, per favore.
Durand alza la testa. Parla rivolto al soffitto, agli altoparlanti che trasmettono la voce blesa del Duca.
– La ringrazio per la sua cortesia e la sua comprensione. C'è ancora un dettaglio. I nostri mezzi di trasporto. Sono molto delicati. Hanno bisogno di un'attenzione continua. Il mio sergente e il suo aiutante non li lasciano mai soli. Possono dormire dentro i mezzi. I sedili posteriori sono larghi abbastanza, e più comodi di tanti letti su cui abbiamo dormito.
Gli altoparlanti restano muti.
Poi si sente una risatina quasi infantile, accompagnata da altre risate, indubbiamente femminili.
– Lei è una sagoma, capitano. Venga, si faccia accompagnare su. Siete arrivati in tempo per la colazione. Non lasciate che si raffreddi.
Salutiamo Wenzel e Bune, che il capitano ha spacciato per l'aiutante del sergente. Quando Wenzel e Durand si stringono la mano, vedo le loro dita impegnate in una rapida conversazione in codice.
Lasciamo giù gli Schmeisser, le bombe e mano, le nostre razioni da campo. Ci svuotiamo praticamente le tasche. Wenzel in cambio consegna una pistola automatica a ognuno di quelli che non ce l'hanno. Poi scatta sull'attenti, con un saluto impeccabile.
– Ci vediamo presto, Pauli, – sorride Durand.
– Sissignore. Stia attento lassù, signore.
– La stessa cosa che stavo per dirti io. Stai attento, quaggiù.
– Non ne dubiti, capitano.
– Occhi aperti, comunque, e un colpo sempre in canna.
Si separano. Wenzel torna a sedersi al posto di guida. La stessa cosa ha già fatto Bune, sull'altra jeep. Per una volta, il tedesco si comporta con serietà.
Facendoci strada con delle lampade a petrolio dall'aria antica, Tucci e i suoi uomini ci guidano verso il fondo del garage sotterraneo, dove una porta tagliafuoco di metallo chiude l'uscita.
Tucci batte col calcio della pistola sulla porta, che si apre con un cigolio.
Dietro ci sono tre uomini, armati di lance e scudi. Io e Durand ci guardiamo negli occhi.
– Prego, venite – invita con un gesto il conestabile, mostrando una rampa elicoidale che sale verso l'alto. Poi dà una sberla sulla nuca di uno dei portalampade.
– Avanti, stupido: racconta ai nostri ospiti dove siamo.
Il ragazzo bruno, strizzando gli occhi in una smorfia di dolore, comincia a spiegare.
– Ci troviamo all'interno del Torrione del Mercatale. Questa era la principale struttura di difesa su questo lato della città. È stata costruita alla fine del Quattrocento dal grande architetto senese Francesco di Giorgio Martini. Porta dal Mercatale, cioè dal parcheggio sotterraneo, fino alla cima della rocca su cui è stata costruita Urbino. Una volta l'accesso al Torrione era al livello della terra, ma per ragioni di sicurezza il padre dell'attuale Duca l'ha fatto murare. Ora l'unico accesso è dal garage sotterraneo…
La voce del ragazzo, dal forte accento napoletano, continua a descrivere le caratteristiche della struttura, mentre saliamo la rampa, passando sotto le finestrelle, ora chiuse con mattoni, che un tempo dovevano servire alla difesa dell'edificio.
– John… – mi sussurra all'orecchio il capitano Durand.
– Sì?
– Che accidenti è un conestabile?
– Non so cos'è qui. So cos'era un tempo. È una carica che risale alla fine dell'Impero romano. La parola deriva dal latino comes stabuli, cioè il funzionario che aveva il controllo delle scuderie imperiali. Poi è diventato un grado militare…
La voce di Davide Tucci squarcia il silenzio.
– Ehi, voi due! Non è educato parlare sottovoce! Cos'è, il ragazzo ha detto cagate? Guarda che ti faccio frustare!
– No, il ragazzo è una guida eccellente, – mi affretto a rispondere. – Eravamo solo stupiti per come vi siete organizzati.
Negli occhi di Tucci passa un lampo d'orgoglio.
– Sì, siamo davvero ben organizzati. Merito del Duca, e del suo povero padre. Due grandi persone. Due grandi cuori. Hanno dato ospitalità a chiunque chiedesse asilo. Hanno reso sicuro e prospero il territorio.
L'impressione che si ha, ascoltandolo, è che stia recitando una serie di slogan, di frasi fatte.
– Abbiamo fattorie sotterranee che producono tutto ciò di cui abbiamo bisogno. La nostra dieta è ottima e abbondante. Il nostro ospedale si prende cura della salute di tutti, e non ha nulla da invidiare a un ospedale di prima della guerra.
– Quanti trapianti di cuore avete fatto, quest'anno? – non resiste a chiedere Adéle Lombard.
– Come ha detto?
– Se l'ospedale lavora come prima del FUBARD… cioè, del Giorno del Giudizio, sarete in grado anche di fare operazioni complesse come un trapianto di cuore, no?
La faccia di Tucci assume un'espressione buffa, quasi bovina.
Poi scuote la testa. – Non scherzi su queste cose. No, non facciamo trapianti di cuore. Ma tra dieci anni, o forse meno, anche questo tipo d'intervento sarà di nuovo alla nostra portata.
– Vuol dire che lei davvero crede che l'umanità possa sopravvivere? E addirittura rimettere a posto il pianeta?
– Altrimenti perché vivere? Io ho tre figli, e non voglio certo che vivano una vita da recluso come la mia. Vogliamo riprenderci la Terra che ci appartiene, e la luce del giorno.
– E con i mostri che girano là fuori, come pensate di mettervi d'accordo con quelli? Mi sa che anche loro pensano che la Terra gli appartenga, – interviene Yegor Bitka.
Tucci si volta di scatto.
– Ne avete incontrati? Qui vicino?
È Durand a rispondergli. – Certo che ne abbiamo incontrati. Ma non qui vicino.
Tucci sorride. – Certo. Perché qui siamo al sicuro. Nessuno può farci del male. Venite.
Nessuno di noi replica.
L'uscita dal Torrione dà sua strada porticata. Un tempo, se il mio senso dell'orientamento non mi inganna, da qui si potevano vedere le torri gemelle del palazzo ducale. Ma ora le arcate sono chiuse da un muro di mattoni, con poche feritoie chiuse da lastre di metallo. Tutto questo contrasta con quello che ha detto Tucci, sulla sicurezza di del posto.
Urbino è una città murata. Non ci sono spazi aperti. Le piazze sono state coperte con tetti fatti più o meno bene, per tener fuori la luce del sole. È come se il centro urbano fosse diventato un solo grande edificio senza aperture verso l'esterno. Ci sono porte, di tanto in tanto: porte in metallo, chiuse da spranghe e catenacci. Un uomo o due sorvegliano quegli accessi, con un'aria svogliata. Davvero la sicurezza non sembra essere una priorità per gli abitanti del luogo.
Camminiamo lungo strade trasformate in corridoi.
– Anche Perugia è così, – sussurra Durand.
– Come dici?
– Perugia, in Umbria, è un insediamento fiorente perché i sopravvissuti hanno occupato i suoi sotterranei. Vivono nelle grotte scavate dentro la collina. Grotte che un tempo erano il livello medievale della città. Vivono nelle case e nelle cantine medievali, che col tempo erano state interrate per permettere la costruzione di altre case e strutture sopra di esse. Qui è più o meno lo stesso.
Non è la prima volta che Durand nomina luoghi che non appaiono sulla mappa ufficiale degli insediamenti che una volta ho trovato sul tavolo di Maksim. Luoghi di cui la Chiesa non ha notizia. Eppure Durand li conosce. Un altro mistero, come quello del Sigillo del Pescatore.
Ma non c'è tempo per chiarire misteri.
È strano pensare che almeno uno degli uomini con cui sono arrivato qui ha tentato di uccidermi. Altrettanto strano che non ci abbia più provato.
Sorrido ad Adéle Lombard, col suo passo elastico e l'aria di una che affronta allegramente una passeggiata. Io invece ho la schiena a pezzi per il lungo viaggio in auto. Ingrato, mi rimprovera una voce, dentro di me. Ingrato…
Chi, di questi tempi, può dire di aver fatto un viaggio in auto? Per i bambini, per i giovani nati dopo la Tribolazione, le auto sono creature immaginarie come i draghi, o i troll.
Percorriamo una strada in salita, a entrambi i lati della quale si aprono negozi dalle vetrine vuote, polverose. A ogni angolo vi sono dei rilevatori artigianali di radiazioni: ampolle di vetro con dentro delle lamine dorate. Maksim riderebbe senza ritegno. Utile come un canarino da miniera contro un gas nervino, commenterebbe, o qualcosa del genere. Sono abituato ai suoi commenti sarcastici, ma mi chiedo come li prenderebbe questa gente ossessionata dalla sicurezza.
Alla fine della strada, che poi curva a destra, c'è un posto di osservazione. Non resisto, mi avvicino alla tre sentinelle, e al vetro che sta dietro di loro. È un vetro pesante, spesso almeno tre centimetri. Oltre quello, la piazza del Palazzo Ducale sembra la scena di un film.
Gli edifici sembrano intatti, splendidi come prima della guerra. Abbiamo imparato che le cose costruite secoli fa hanno più speranza di sopravvivere degli edifici moderni. È come se avessero sopportato tante di quelle cose, nel corso del tempo, da essersi in qualche modo immunizzati contro i disastri.
O forse, più semplicemente, in passato si costruiva meglio che ai tempi della Tribolazione.
Solo guardando più attentamente la scena, attraverso il vetro macchiato, graffiato e sporco di polvere, solo aguzzando la vista si colgono particolari che dicono che la piazza non è più quella di un tempo, che la sua integrità è mera illusione.
Sulla facciata del Palazzo pendono due striscioni di tela di un rosa pallido, con scritte ormai illeggibili. Una volta si pubblicizzavano così le mostre d'arte.
Le finestre di una casa sul fondo della piazza hanno le imposte che sbattono al vento.
Nell'angolo destro dello slargo, da un mucchio di neve, emerge il paraurti di una vecchia automobile.
Una cappa pesante di nuvole grigie incombe sulla città come un sudario.
– Vogliamo andare? – fa impaziente il conestabile Tucci.
Il corridoio piega a destra, e poi di nuovo a sinistra, finché non ci troviamo all'ingresso del palazzo.
Qui l'illuminazione è fornita da torce a petrolio appese ai muri, fissate nei fori e coi ganci che nel medioevo ospitavano altre torce, forse identiche a queste.
Una guardia d'onore – sei soldati vestiti con uniformi nere pulite e stirate – danno il cambio agli uomini del conestabile, che tornano indietro senza una parola. Tucci invece ci fa segno di seguirlo, all'interno del palazzo. I sei uomini sono armati con pistole chiuse nelle fondine, ma impugnano lunghi manganelli dalla testa chiodata, e dall'aria micidiale.
Saliamo una lunga scalinata monumentale, ed è un peccato che le torce non riescano a illuminare il soffitto. A tratti appaiono alcuni dettagli: statue di putti, come gli italiani definivano gli angeli bambini, stucchi dorati che emergono come gemme e poi ripiombano subito nel buio.
La ricchezza e la bellezza di questo posto contrastano con lo squallore del Nuovo Vaticano. Questa sarebbe la sede giusta per il papato, mi dico. Ma poi scaccio il pensiero dalla mente. La Chiesa è dovunque ci siano fede e dottrina: gli ornamenti, gli orpelli, non sono necessari. Tornare alle origini non è sempre un male. La tempesta di fuoco ci ha temprato, e forse purificato. Lo dirà il tempo.
Al termine della scalinata ci aspetta un salone illuminato quasi a giorno da lunghi tubi luminescenti. È una meraviglia, quasi una magia. La temperatura della stanza raggiunge almeno i venticinque gradi.
Il conestabile coglie il mio sguardo.
– Pannelli solari. C'era una fabbrica, qui vicino, che li produceva. Installarli non è stato facile, ma ne valeva la pena. Presto estenderemo la rete elettrica a tutta la città. Molto presto.
Il suo passo si è fatto veloce, quasi una corsetta lungo il salone splendente di luce, verso una porta sul lato opposto, da cui esce una musica antica, suadente.
– Signori, salutate il Duca d'Urbino.
Non so cosa mi aspettassi.
Soprattutto non so come fanno gli altri, e come faccio io, a non ridere, alla vista del Duca.
Siede su un trono, in realtà una sedia di legno dallo schienale alto, dipinta con vernice dorata. I suoi piedi penzolano in aria, dondolandosi.
Sembra uno scherzo di natura.
Sta in una posa sghemba. È gobbo, magro, con la colonna vertebrale storta. Potrebbe avere dieci come vent'anni. I suoi capelli biondi sono troppo lunghi, gli nascondono gli occhi. Quando alza la testa il suo sguardo si fissa su di noi, cercando di compensare i movimenti della testa, da destra a sinistra, come per uno spasmo. Indossa un abito di velluto rosso, con un'enorme collana d'oro massiccio da cui pende un sole d'oro. In testa ha un diadema di perle dall'aspetto antico, più adatto a una duchessa che a un duca.
– Siate i benvenuti. Benvenuti, miei ospiti. Gli inviati della Chiesa, finalmente. Fantastico. Venite, accomodatevi.
La voce del giovane Duca sembra il belato di una capretta.
È troppo profumato. Sa di uno di quei vecchi profumi da poco di un tempo. Patchouli, ecco come si chiamava.
Con un movimento scomposto balza giù dal trono, avvicinandosi a una lunga tavola imbandita.
Con un largo e ospitale gesto della mano indica le sedie, ci invita ad accomodarci.
Se questo fosse un film del passato, una di quelle ricostruzioni "storiche" della vita dei Borgia o dei Tudor che avevano invaso gli schermi televisivi prima della catastrofe, sul lungo tavolo antico ci sarebbero coppe colme di frutta: uva, banane, arance. Ma il concetto di esotico è cambiato, dopo la Tribolazione. La tavola che a noi sembra riccamente imbandita parrebbe misera, a un uomo del passato. Ci sono forme di pane, e torte salate, e arrosti. Bottiglie di vino, e verdura fresca, e…
– Sedete. Mangiate, – sorride il Duca.
Non ce lo facciamo ripetere.
– Farei portare qualcosa anche per i due uomini che avete lasciato giù nel garage, ma immagino che non mangerebbero. In fondo potrei tentare di drogarli, no? O peggio ancora, di avvelenarli… Siete furbi, voi…
Si siede a capotavola.
Afferra una forchetta e infilza una fetta di carne, unta di salsa.
Carne bianca, morbida.
Alza gli occhi, incrociando il mio sguardo.
Sorride.
– Oh, capisco… È piccione. Un'antica specialità di Urbino. Qui non mangiamo topi, o altre schifezze. Noi siamo gente civile. Solo il meglio, per i nostri amati sudditi.
Infila in bocca una fetta di carne, un morso di pane. Mastica rumorosamente, deglutisce. Un filo di saliva e briciole gli cola dalle labbra.
Sotto il profumo, ora che siedo accanto a lui, avverto un sentore strano, un odore disgustoso.
– Siete i primi uomini della Chiesa che arrivano qui, – bofonchia, a bocca piena. – Chi è il papa? È sopravvissuto al disastro? Ma no, era troppo vecchio. Chi è, il nuovo papa?
Sto per rispondergli, quando Durand mi precede.
– Il nuovo papa si chiama Gelasio. Papa Gelasio Terzo. È tedesco. Ha rifondato la potenza militare della Chiesa, e intessuto una rete di alleanze in tutto il Centro Italia. Ma abbiamo avamposti nel resto del Paese, fino ai vecchi confini.
– Non ne abbiamo mai sentito parlare, di questa superpotenza, – obietta Tucci.
– Siediti, Davide, – lo invita il Duca. – Siediti con noi, facci compagnia.
– Ho già mangiato.
– Sì, va bene, d'accordo. Ma fammi lo stesso il piacere di sederti con noi. Mi fa impressione vederti lì in piedi. Siediti, su.
Le manone di Tucci spostano la sedia. Ci si lascia cadere di peso, con uno sguardo truce.
– Stava dicendo di papa Gelasio Terzo. Non sapevo ce ne fossero stati altri due. Quante cose non sappiamo, vero?
– Sì, è il terzo. Ha raccolto il testimone dal papa morto durante la… Tribolazione.
– Ah, voi la chiamate così? Noi lo chiamiamo Disastro. Il giorno del Disastro. Gradisce ancora un po' di salsa sul suo arrosto, signora…?
– Adéle Lombard. No, grazie, va benissimo così.
– Anche lei fa parte della Chiesa? È una suora, forse? Mi rendo conto che non abbiamo nemmeno fatto un giro di presentazioni prima di metterci a tavola. Che mancanza di gusto. Io sono Federico Tanzi, Duca d'Urbino. Avete già conosciuto il mio braccio destro, il conestabile Tucci…
Durand presenta Adéle, me e i suoi uomini. Credo si goda ogni sillaba, mentre mi definisce immeritatamente "capo della Santa Inquisizione".
– Addirittura, – sorride il Duca. – La Santa Inquisizione. Ma pensa. Era quella che bruciava le streghe, no? E gli eretici. Quanti eretici avete bruciato, ultimamente?
– Vuole rispondere lei, capitano? – chiedo a Durand, cercando di nascondere l'ironia.
– Con piacere. Vede, signor Duca, la Chiesa non è più quella di un tempo. Sappiamo che il… Disastro ha turbato enormemente gli animi, e può aver fatto tentennare in alcuni spiriti più deboli la fede in un Dio misericordioso…
Il Duca strizza l'occhio.
– Ci può scommettere, – sussurra, ma in modo che anch'io possa sentire il commento.
– …Così siamo diventati, come dire, un po' più tolleranti verso occasionali e non gravi forme di deviazione dall'ortodossia.
– Già. Considerando anche il fatto che in fondo, insomma, avete sbagliato le vostre previsioni. Voglio dire, la fine del mondo è arrivata, e il mondo c'è ancora.
Durand alza la destra. – Non sono un prete, Duca. Sono un soldato. Non sono pagato per pensare o per fare prediche, ma per difendere la Chiesa da i suoi nemici.
– Beh, devo ammettere che il vostro arrivo è stato decisamente impressionante. Quelle cose che guidate…
– I nostri veicoli leggeri da esplorazione.
– Leggeri?
– Sì. Se li paragona a un blindato Lince. O a un carro armato Leopard.
Il Duca guarda Durand di sottecchi. È rimasto evidentemente colpito da quella frase. Furbescamente finge disinteresse, rivolgendosi ad Adéle.
– E l'affascinante dottoressa Lombard, cosa mi dice di Urbino? Le piace, la mia città?
– Non ho ancora avuto modo di apprezzarla come merita, ma ne sono rimasta impressionata, sì. Le faccio i miei complimenti.
– Grazie. Ma non è stato tutto merito mio. È stato un lavoro di squadra. E gran parte del merito va a mio padre.
Come a un comando, il conestabile si alza in piedi, e gli uomini della guardia scattano sull'attenti.
– Onore al Duca Attilio, – esclama Tucci, imitato subito dagli altri.
– ONORE AL DUCA ATTILIO!
– Onore, sì, certo, – sussurra il giovane Duca Federico, storcendo la bocca in una smorfia.
La cena, dopo quel momento, diventa un film muto. La bonomia del ragazzo sembra sparita. Gioca col cibo, risponde a monosillabi alle nostre domande.
Finché Durand non parla dell'attacco a Turrita Tiberina.
L'attenzione del Duca sembra riscuotersi di colpo.
– La creatura che vi ha attaccato… quella che comunicava col pensiero… Non avete preso nessun trofeo?
– Come dice?
– Un trofeo! La testa, o le zampe… una di quelle zampe così lunghe…
– Noi non prendiamo trofei.
Il giovane Duca ha un moto di disappunto.
– Non ho niente del genere, nel mio museo…
– Che museo? – fa Durand.
– Il mio museo delle curiosità naturali. Dopo ve lo farò vedere, se siete interessati. Ma ora mi parli di queste strane creature.
Durand alza le spalle. – Non ho molto da dire. Le vedo, le uccido. Forse qualcosa in più può dirgliela il caporale Bitka.
Lo sguardo del Duca si volge di scatto verso Yegor.
Il giovane caporale deglutisce, imbarazzato.
– Io… Io non ho molto da dire. Cioè, quello che mi è successo non lo capisco neanch'io… Era come se quella cosa parlasse nella mia testa… Ero bloccato. Non potevo muovermi. Neanche chiudere gli occhi…
– Ma cosa le diceva, quella creatura?
Bitka guarda per terra. – Niente. Sciocchezze.
– Sciocchezze? Che sciocchezze?
Il caporale guarda di sottecchi la dottoressa Lombard.
– Niente. Non ricordo.
Il Duca insiste. Si fa descrivere nei minimi dettagli lo strano essere telepatico. È un vero e proprio interrogatorio: quanto era alto? Come si muoveva? A scatti, o con movimenti fluidi? Aveva organi di senso visibili? Era nudo?
Yegor risponde come può, come si ricorda, e a volte è la dottoressa Lombard a intervenire, precisando qualche dettaglio. Il Duca ascolta impaziente, replica, esige spiegazioni. Poi senza nessun preavviso si alza, con quel suo modo lento, sghembo.
– Venite. Vi faccio vedere una cosa. Vi piacerà!
Tucci si alza con lui.
Il corpo storpio del Duca è in preda a una frenesia assurda, mentre sgambetta lungo i corridoi con un passo quasi laterale, da gambero.
– Danni da radiazione? – chiedo alla Lombard, sottovoce per non farmi sentire.
– Non credo. Sembra più una tara genetica. Ha idea di dove ci sta portando?
– Speravo ce l'avesse lei…
Attraversiamo lunghi corridoi bui. Se è vero che hanno i pannelli solari, pare non abbiano invece una fabbrica di lampadine…
I corridoi sono puliti, ma in certi angoli puzzano di muffa. L'acqua sgocciola lungo una parete, raccogliendosi in un bacile smaltato.
Immagino non sia facile riparare una perdita d'acqua sul tetto. Mostri o non mostri.
– Entrate, entrate, – fa il Duca, indicando una porta alta e massiccia, che ha aperto con una chiave lunga dieci centimetri.
Entriamo.