Radici del Cielo – Cap. 19

19
Opera di Dio?
Ci sono voluti tre giorni, per trovare un altro insediamento abitato. Tre giorni durante i quali ho benedetto il fatto di viaggiare di notte. Tutto quello che vedevo erano neve e muri spezzati, e i fantasmi dei boschi di un tempo. La notte stendeva un velo misericordioso su quelle distese di cose che una volta erano alberi ed ora sono solo mozziconi neri. Di tanto in tanto dovevamo abbandonare l'autostrada, bloccata da qualche ingorgo di camion e auto ridotti ad ammassi di lamiera bruciata. Percorrevamo così lente strade provinciali o comunali, attraversando paesi bui, lande deserte che nulla avevano a che fare con quello che un tempo era chiamato il Belpaese. Anche la neve, a vent'anni dal disastro, continuava a cadere sporca, un sudario grigio e unto. Le nostre colpe hanno avvelenato l'aria e l'acqua, forse per sempre. La vita sembra una pretesa inutile, un atto d'orgoglio che verrà punito. E la punizione, nel nostro terribile mondo nuovo, è una sola. Possiamo solo rinviarla. Non possiamo guarire le ferite che abbiamo inferto, la febbre del pianeta.
Per due notti (o per quella che chiamiamo notte, in mancanza di un termine più appropriato, per un mondo che ha invertito il ciclo sonno/veglia) abbiamo dormito in rifugi improvvisati. La prima in un garage abbandonato, accanto a un distributore di benzina dal quale abbiamo spremuto abbastanza carburante per arrivare alla tappa successiva, un altro distributore nei dintorni di Perugia.
Dormire in un garage, o in un prefabbricato di lamiera, non ti dà certo il senso di protezione che ho provato nel palazzo abbandonato di Torrita Tiberina. Durante la prima sosta siamo riusciti ad accendere il fuoco in un bidone arrugginito, alimentandolo con cartone, vecchi giornali e con la legna ricavata smontando alcuni pallet. Per fortuna queste zone non sono state toccate dal fallout. La rovina, qui, è stata portata dall'inverno nucleare. Ci vorranno secoli, forse millenni, perché queste terre ritrovino il verde e l'azzurro per cui erano famose. Ora i colori non esistono più, a parte infinite sfumature di grigio.
L'azzurro è tornato, nel sogno.
Indossato dalla donna che avevo già sognato a Stazione Aurelia.
La giovane, questa notte, ha un'espressione triste. Anche stavolta riesco a cogliere, di lei, soltanto la bocca dalle labbra meravigliosamente turgide e un guizzo degli occhi nell'ombra del cappuccio. Ma è abbastanza per farmi sentire felice in questo sogno, come un bambino fra le braccia della madre.
Le sue labbra si piegano a formare il mio nome.
Suona dolcissimo, su quelle labbra.
Dietro di lei non c'è il mare, stavolta, ma una città meravigliosa. Gli edifici sembrano fatti di vetro, o di zucchero filato. Mosaici meravigliosi decorano le facciate di palazzi degni di un re del passato, palazzi che si ergono su entrambe le sponde di quello che sembra un fiume dall'acqua cristallina.
– La realtà non è più quella di un tempo, – sussurra la donna, come se cantasse. – Ma esistono ancora luoghi meravigliosi. Questo è il luogo in cui non c'è ombra.
Si gira su se stessa, come in un passo di danza, e la realtà vortica intorno a lei, scomponendosi, riformandosi. I palazzi ora sono rovine crollate, il fiume in secca, un letto di fango cosparso di relitti e cadaveri.
Ma su tutto, come un raggio di luce, splende il sorriso della donna incappucciata.
– Mi chiamo Alessia. Cercami, quando arrivi nella Città della Luce.
– E se non dovessi trovarti? – balbetto, sentendomi perso.
– Allora dovrò trovarti io.
Il risveglio dal sogno è stato triste come un addio. Come le parole che avrei voluto dire ai miei genitori, se fossi riuscito a chiamarli, il Giorno della Tribolazione. Ma i telefoni erano muti, e da allora sono rimasti per sempre così. Le parole mi si sono serrate in gola, mute per sempre, una scheggia di buio nel cuore. Perdere la ragazza del sogno è stato un altro colpo, altrettanto doloroso.
Mi chiedo quanti ne possa sopportare, un cuore umano. Vorrei avere un Vangelo con me. Cercare conforto nelle sue pagine. Ma i libri sono un bene troppo prezioso per rischiarne la perdita. Devo cercare le parole nella memoria, imprecise, incomplete. Decisamente meno vive dei miei sogni.
Anche la seconda "notte" all'esterno, prima di trovare un altro insediamento, l'abbiamo passata nello spazio ristretto di un distributore, messo persino peggio del primo. Il tetto mancava per metà, e abbiamo dovuto rappezzarlo alla meglio con lamiere e cartone. Nonostante il gelo fosse ancora peggiore, non abbiamo osato accendere un fuoco: sia perché si sarebbe visto il fumo, sia perché non abbiamo trovato un modo di contenere le fiamme. Non con un tetto fatto per metà di cartone. Quindi il capitano Durand ha deciso di non rischiare.
Non abbiamo dormito molto, durante la seconda sosta. Niente sogni, né incubi. Un dormiveglia inquieto, per niente riposante. Solo Bune ha dormito, russando come un vecchio macchinario. Il vento scrollava la struttura in lamiera, come un gigante feroce. La luce filtrava, messaggera di morte, attraverso le mille fessure delle pareti. Il freddo attanagliava le ossa, anche attraverso coperte e sacchi a pelo imbottiti. Inoltre i turni di guardia erano stati rafforzati, in modo da avere sempre due persone sveglie, con le armi pronte. A me era toccato il turno più vicino al tramonto. Non era stato facile. Il terrore veniva già dal fatto che oltre il vetro sporco, coperto con cartoni e giornali per tenere fuori la luce, c'era un mondo per me sconosciuto, un mondo in cui ogni passo falso potrebbe essere l'ultimo.
Ma i dosimetri, almeno, ci lasciavano tranquilli.
È stato così per tutta questa parte del viaggio, fino a questo tratto di strada che sale verso le cime degli Appennini, in quelle che un tempo erano le Marche.
– Perché nessuno ha pensato di trasferire la comunità quassù? – ho chiesto a Durand, sottovoce, per non disturbarlo. Guidare, oggi, è un esercizio difficile.
– Perché vivere nei sotterranei, ai margini di una città che è una tomba radioattiva? Qui il fallout sembra non aver fatto danni.
Lui non si è curato di rispondere subito. È rimasto a lungo in silenzio, consultando spesso il suo cronografo.
Poi ha risposto.
– Non è proprio così. E poi la radioattività non è il solo problema. Quello che sembra sicuro non è detto lo sia. Te ne accorgerai. Per esempio, guarda dietro quell'edificio… Aspetta: con calma. Non far vedere che sei nervoso. Sposta lo sguardo un po' alla volta. La vedi, quella zona d'ombra tra la casa crollata e quella rosa? Là davanti, a duecento metri?
Con un esercizio di autocontrollo mi sono sforzato di sembrare calmo, e di non far scorrere subito lo sguardo sulle case fra le quali l'auto si muove a quaranta chilometri l'ora, approfittando di un ottimo stato della strada.
Guardo il punto che Durand mi ha indicato. Sulle prime non riesco a distinguere niente, se non dei mucchi di stracci per terra, semicoperti di neve. Ma come passiamo accanto alle case uno di quei mucchi di stracci si muove, e poi un altro, cinque, sei: diventano esseri umani, sporchi e magri. Si alzano, goffamente. Si muovono verso di noi, trascinando le gambe.
Il capitano ferma l'auto sul ciglio opposto della strada. L'altra Hummer fa lo stesso. Il rumore attutito dei diesel è l'unico a fare da sottofondo ai passi lenti e strascicati delle cinque creature.
– Cosa ti ricordano? – mi fa Durand.
E quando vede che non gli rispondo aggiunge: – Hai mai visto un film di zombi? Hai presente come camminano i morti viventi?
Guardo le creature. Sono lente, d'accordo, ma anche così stanno per raggiungerci. Durand non sembra per niente preoccupato. Lascia che arrivino all'auto. Una di loro appoggia un braccio al cofano della jeep. Dalla carne giallastra colano gocce di materia viscida, collosa, che imbrattano la vernice, e poi il vetro del finestrino, quando l'essere ci passa sopra la mano come se volesse pulire il vetro. Una mano che è un moncherino.
– Controllami anche l'olio, – lo prende in giro il sergente Wenzel.
La creatura ha i lineamenti del volto informi, come pasta per pane. Gli occhi hanno le pupille dilatate, tanto da sembrare completamente neri. La testa è glabra. Niente capelli, né ciglia. Ma la cosa più orribile è che non ha nemmeno il naso, o le orecchie. Al posto di quegli organi ci sono delle escrescenze rosa, grumose, che sembrano fatte di cera fusa.
– Non sono state usate solo bombe nucleari, – spiega sottovoce la dottoressa Lombard. – La trasformazione di questi poveretti dev'essere la conseguenza di un'arma batteriologica, o peggio.
– Cosa può essere peggio?
– Armi che mutano il DNA delle persone colpite, ad esempio. È probabile che qui siamo di fronte a un caso del genere. Pensa che usiamo le maschere antigas perché ci piace?
Gli occhi della creatura mi fissano attraverso il finestrino. So che lui, o lei, non può vedermi, attraverso il vetro oscurato, ma non riesco a togliermi di testa l'idea che invece lo stia facendo. Che mi stia guardando dritto negli occhi.
La sua espressione non è aggressiva, o minacciosa. Ma rimane comunque una visione da incubo.
– Okay, basta così, – sussurra Durand, inserendo la marcia e ripartendo di scatto. La creatura deforme viene spinta di lato, e rotola per terra. Sta per rialzarsi, quando la seconda Hummer l'investe in pieno, spezzandole la schiena.
– Dio onnipotente, cosa fate?
– Lascia Dio fuori da questa cosa, prete, – ringhia Durand. Poi afferra il fucile a ripetizione che Wenzel gli passa, e senza indossare maschera o cerata scende dal SUV.
Le creature si voltano verso di lui. Sembra di vedere altrettanti girasole. Anche la creatura colpita dall'Hummer di Diop cerca di rialzarsi. È patetico vederla muoversi puntellandosi sulle braccia, e trascinandosi dietro le gambe come se fossero un sacco di patate.
Durand aspetta che le creature si avvicinino. Poi, inaspettatamente, comincia a muoversi verso di loro.
Quando è a pochi passi dai mostri, solleva la canna del fucile, tenuto ad altezza d'anca. Spara due colpi, che centrano alla testa due delle creature. Gli esseri mostruosi stramazzano al suolo. Un altro viene colpito, e cade come se si sciogliesse. Un altro, centrato in mezzo alla fronte. È caduto, o caduta, come se facesse una riverenza.
Rimangono in piedi due sole creature, le più lente, oltre a quella che ancora tenta di trascinarsi verso di noi.
Senza battere ciglio Durand appoggia sulla neve il fucile ed estrae una pistola a tamburo. Con quella abbatte i due ancora in piedi. Poi va verso il mostro con la schiena spezzata. È quasi con dolcezza che si china, e punta la canna della pistola sull'occhio dell'essere deforme.
Preme il grilletto.
Quando scendo dall'auto, l'ufficiale sta ricaricando pistola e fucile.
Sono letteralmente furibondo.
– Ma bravo! È contento, adesso? Ha ucciso sei poveretti che chiedevano solo di essere aiutati!
– E l'ho fatto. Ora non soffrono più. Ehi, pensavo che ci dessimo del "tu".
– Non do del "tu" ad un mostro! Li ha assassinati a sangue freddo! Non ha nemmeno dato loro la possibilità di…
Senza preavviso, Durand mi strattona per la cinghia dello zaino, mi sbilancia rischiando di farmi ruzzolare nella neve.
– Io non ho dato loro la possibilità…? Io sono un mostro? Vieni con me, brutto stronzo!
Punto i piedi. Allora Durand mi sbilancia con uno sgambetto e poi mi trascina di peso sulla neve.
– Mi metta giù! Mettimi giù!
Agito gambe e braccia, ma inutilmente. La presa salda e forte di Durand mi tira ineluttabilmente verso le due case: quella intera e quella rasa al suolo.
Arrivati lì davanti, il capitano molla la presa, lasciandomi cadere sulla neve.
– Eccoti servito. Ti ho messo giù.
Poi si allontana, arretrando di qualche passo.
Mi rialzo. Mi spolvero le ginocchia, i gomiti.
Poi sento il rumore.
Sul momento sembra il rumore del vento. Ma poi mi arriva più chiaro, ed è davanti a me. Viene dal buio. È un mugolio sordo, continuo.
Viene dalle tenebre fra le due case.
Durand si toglie di tasca un tubo trasparente, lungo e stretto. Lo piega in due, lo raddrizza. Il tubo sprigiona una luce accecante.
Durand lo lancia nel buio.
Lo spazio tra le due case, illuminato dalla luce bianca come da un flash, sembra una scena da incubo. Una dozzina di creature simili a quelle che Durand ha appena ucciso è seduta per terra, la schiena appoggiata ai muri. Alcuni di quegli esseri sono coperti di stracci, altri sono nudi, indifferenti al freddo. Il puzzo mi fa rimpiangere di non avere addosso la maschera.
– Dio onnipotente… – balbetto.
– Spero che Dio non abbia niente a che vedere con questo, – tuona Durand, allontanandosi di un altro passo.
L'odore mi fa capire che le creature che mi stanno davanti, e che ora cominciano ad alzarsi, sono uguali a quelle che ho affrontato sul fondo della piscina. Devo costringermi a pensare che non sono creature, che sono esseri umani. Ma non ci riesco. Rimango lì inebetito a guardarli avanzare, con passo lento e impacciato. Gli occhi sono enormi, e sembrano guardarmi fin dentro il cervello. Occhi che diventano sempre più grandi. Sempre più luminosi…
Un braccio si solleva alla mia sinistra. Uno alla mia destra.
Impugnano pistole.
Quando la canna delle armi si accende di una fiammata rossa non sento il rumore dello sparo, e posso seguire il percorso del proiettile millimetro dopo millimetro, mentre vola attraverso l'aria fino ad esplodere nel corpo di una delle creature. Tutto è incredibilmente rallentato, sospeso. Seguo un altro proiettile, e stavolta la pistola che spara è quella di Diop, mentre il primo l'ha sparato Rossi, e anche il colpo di Diop abbatte uno zombi, e dopo parte un altro colpo. Mi sembra che tutto si muova come al rallentatore, e anch'io mi muovo in avanti, affondando ogni passo nella neve come se fosse un movimento lentissimo, e mi avvicino finché non sono in mezzo alle creature, e l'ultima di loro è una donna, e incredibilmente mi sorride mentre tende verso di me un osso ancora incrostato di carne, prima che tre pallottole la sfondino, sbattendola contro il muro. Di colpo tutto torna normale, il tempo e i movimenti, e l'odore di sangue e polvere da sparo è fortissimo. Sto in piedi in mezzo alle creature morte, e Diop è al mio fianco, per evitare sorprese.
– Come ti ho detto, prete, ci sono armi peggiori delle bombe atomiche.
Diop e Rossi rovesciano sul fianco le creature, in un caso impartendo il colpo di grazia. Si muovono quasi con eleganza, come in un balletto ritmato, mentre i miei movimenti sono goffi, e goffo il modo in cui impartisco a quegli esseri morti l'estrema unzione.
Una mano rude mi strappa via, portandomi di peso verso l'Hummer.
– Allora, John, cosa mi dici di questo? Pensi ancora che sbaglio, a uccidere quei mostri? Non preoccuparti per loro. Ce ne sono sempre di nuovi. Questo è un loro alveare. Torna domani e ne troverai altri dieci, intenti a nutrirsi coi corpi di questi, a indossare i loro stracci. Sono come formiche.
– È orribile…
– Sono d'accordo con te. È orribile. E l'unica medicina che abbiamo è una pallottola.
– Perché non li lasciate vivere?
Durand mi sbatte con la schiena contro il muro. Per un attimo temo per la mia vita.
– Prete del cazzo, – mi sibila addosso, la bocca a un centimetro dalla mia faccia. – Perché pensi che ci paghino? A cosa credi che serva, la Guardia Svizzera? Noi siamo quelli che fanno il lavoro sporco perché voi possiate vivere le vostre comode vite giù nelle tane. Siamo quelli che mantengono sicure le strade, che rendono possibili i commerci. Siamo i costruttori di un nuovo ordine. Di un nuovo mondo, migliore di questo. Perciò non ti permetto di criticare quello che faccio. Non te lo permetto!
– Basta, Marc. Ti prego, lascialo.
La voce di Adéle Lombard è dolce ma decisa. La sua mano si posa sul braccio del capitano. Durand allenta la presa su di me.
– Padre Daniels… John… non sa com'è, vivere qui fuori. Perdonalo. Sii paziente. Imparerà, come abbiamo imparato tutti.
Durand scuote la testa. L'ira è un mare in tempesta, nei suoi occhi gelidi.
Poi mi molla del tutto. Si volta, allontanandosi a testa bassa. Lontano da me e da Adéle.
Lei sospira.
– Tutto a posto?
– Abbastanza. – rispondo.
– Marc è una brava persona. Fa quello che ritiene sia giusto. Fa il suo dovere. E non dimentichi che le ha salvato la vita, come un giorno ha salvato la mia.
La guardo. Il tono della sua voce, quello che dice, mi sembra abbiano la stessa forza ipnotica degli occhi di quelle creature.
– Andiamo, adesso, – dice. – Non possiamo perdere altro tempo.
È bella, Adéle Lombard. Bella e serena. Se riuscissi a guardare solo lei, a vedere solo lei, potrei illudermi che per il mio mondo c'è speranza.
Ma attorno a lei c'è un paesaggio di morte. E la speranza mi sembra di nuovo solo un'illusione.
Alzo gli occhi, colpito da un movimento al margine del mio campo visivo.
La finestra al terzo piano è vuota come l'orbita cieca di un teschio.
Ma per un attimo, nella luce del bengala che sfrigolava sprigionando gli ultimi sprazzi di luce chimica, per un attimo in quel riquadro nero ho visto un volto. Il volto di una gargolla alata. Gli occhi del mostro fissavano Adéle. E in quegli occhi c'era l'espressione d'odio più intenso che io abbia mai visto.
Più tardi, Adéle dorme, la testa appoggiata al finestrino.
La cosa davvero meravigliosa di quest'auto, una cosa di cui mi ero scordato, è il caldo. È come essere immersi in un grembo protettivo. L'aria che esce dalle griglie dell'impianto di condizionamento e filtraggio ha una temperatura di più di venti gradi. Un lusso incredibile. Si vorrebbe viaggiare per sempre, cullati dal tepore dell'abitacolo e dal rombo sommesso del motore.
Tiro fuori dal taschino della giubba il taccuino di Maksim.
Non lo faccio mai. I suoi disegni mi rendono nervoso. Soprattutto ora che so che le creature mostruose disegnate sulle sue pagine non sono un frutto della fantasia, ma qualcosa di sin troppo reale. Qualcosa che in questo momento infesta la landa buia e martoriata intorno a noi. Intorno al guscio protetto e caldo di quest'auto.
Trovo una pagina vuota, a tre quarti del Moleskine. Per arrivarci devo passare lo sguardo su cose che spero di poter dimenticare. Solo un impulso irresistibile di scrivere mi costringe ad aprire il diario di Maksim.
Scrivo della notte.
La notte è questo buio che attraversiamo, sciabolato dai fari delle due auto.
Il buio è un luogo magico e sinistro, in cui ogni ramo secco, ogni roccia per un attimo possono sembrarti una minaccia.
Il buio è anche dentro il nostro cuore. Per quanto cerchiamo di ricacciarlo indietro, è in noi da così tanto tempo da essere diventato parte della nostra vita. Come il sangue che ci scorre nelle vene, o i polmoni che filtrano l'aria velenosa del pianeta.
Tante cose di questi ultimi giorni mi hanno fatto riflettere.
La scia di sangue che ci lasciamo dietro non è che una di queste. Nemmeno la più assillante. No: il pensiero più opprimente, quello che occupa ogni mio momento, persino nei sogni, è come possa Dio far parte di un simile disegno. Per quanto mi sforzi non riesco a inserirlo nella trama nera di questi giorni. Se il mondo è opera di Dio, non posso pensare che la sua opera si sia limitata alla creazione, ma devo pensare che come un buon padrone di casa si occupi ancora del benessere di chi abita questo pianeta. Ma come posso considerare tutto questo – la morte, le orrende malattie, lo squallore del mondo – come posso considerarlo opera di Dio? Come posso amarne la creazione senza vedere che molto spesso questa è crudele? Prendi la luce, ad esempio. O l'acqua. Un tempo erano qualcosa di cui godere. Oggi, invece, la luce è mortale, e un sorso d'acqua può distruggerti le viscere. Com'è possibile che Dio
– Cosa stai scrivendo?
La voce di Durand mi coglie di sorpresa, facendomi sporcare d'inchiostro la pagina. Le penne sono merce rara, e l'inchiostro di cui riempiamo le cannucce vuote è pessimo. Presto dovremo tornare alle penne d'oca. Solo che non ci sono più oche.
– Niente, – rispondo.
I suoi occhi mi guardano, dallo specchietto retrovisore. Manca meno di un'ora al cambio con Wenzel, ma il suo volto sembra del tutto riposato. Eppure nevica da prima del tramonto, e guidare su queste strade in salita, su un percorso tutto curve, non dev'essere per niente rilassante.
– Qualcosa stai scrivendo. Quel gnic gnic come il masticare di un topo è un fastidio. Anche se almeno mi tiene sveglio.
– Non scrivo niente di speciale.
– Sicché non vuoi dirmelo?
– Sono cose mie. Riflessioni, pensieri. Tutto qui.
– Tipo?
– Ma niente.
– Niente… – ripete lui, sogghignando. – Pensavo stessi segnando le nostre buone azioni.
– Se mi capita di vederne una, la segnerò di sicuro.
– Perché, sinora non ne hai viste?
– Ho visto molta morte.
– La morte non l'abbiamo portata noi.
– Dillo a quelli di Stazione Aurelia.
Durand rimane zitto, per un po'. Poi scuote la testa.
– Cosa potevamo fare, di loro? Lasciarli andare? Condannarli a morire di fame, o peggio, là fuori?
– E magari col rischio che qualcuno ce la facesse ad arrivare vivo fino al Nuovo Vaticano…
Il mio tono ironico non sembra offendere Durand.
– Nessuno di loro ce l'avrebbe fatta. È stato un atto di misericordia.
– Può darsi. Io però non la vedo così.
Passano almeno tre minuti senza che nessuno di noi parli.
Il silenzio diventa pesante.
Poi Durand sbotta: – Allora? Vuoi dirmelo o no, cosa stai scrivendo?
– No.
Testa di cazzo, mugugna tra i denti.
Onestamente, non posso dargli torto.