Radici del Cielo – Cap. 18

18
Dove sono i morti
Ci muoviamo dieci minuti prima del tramonto. Come un tempo, prima che tutto cambiasse, ci saremmo mossi all'alba.
La luce del sole passa rasente la cima delle colline, lasciando in ombra la piccola valle. Le ombre riprendono lentamente possesso della città.
Siamo in tenuta da combattimento: cerata, maschera antigas, mitra con la sicura disinserita. Ci copriamo l'un l'altro, puntando le armi su ogni possibile nascondiglio di mostri.
Ci muoviamo in fretta, per quanto appesantiti dalle taniche d'acqua trovate nel palazzo.
Prima andiamo a recuperare Bune, che dice di non aver dormito per tutta la notte, dopo gli spari.
– Aspettavo il cambio della guardia. E invece non venivate mai. E poi quegli spari…
– Sta' zitto, Bune. Avevamo altro da fare che darti il cambio, – taglia corto Durand.
In effetti il lavoro non è mancato, per cercare di rendere più o meno sicuro il perimetro dell'edificio. Dormire, per il resto della notte, era escluso. I rumori all'esterno erano troppi, e troppo forti, e orribili. Le finestre scosse ai vari piani. Per fortuna gran parte di esse avevano le imposte solide, e sbarre, in caso di bisogno. Ma anche così, in pochi che eravamo, abbiamo dovuto muoverci in continuazione da una stanza all'altra, dal piano all'altro, per sventare altre possibili irruzioni.
Ora i segni dell'attacco sono perfettamente visibili nella luce rossastra del sole calante. Lunghi graffi incidono sia il legno sia la pietra dei muri. Enormi, fortissimi artigli sono penetrati in profondità nelle pareti, come se un apocalittico uccello si fosse posato sull'edificio cercando di sradicarlo da terra e portarselo via in volo.
Bune fischia tra i denti, notando i lunghi graffi, le imposte scheggiate.
– Dio onnipotente...
Il garage non è stato attaccato. I muri sono intatti, come le porte.
Diop e Wenzel fanno uscire gli Hummer. I due italiani, Rossi e Greppi, prendono posto dietro le mitragliatrici da 14,5 mm. montate sul tettuccio. Sotto la protezione delle armi pesanti ci muoviamo seguendo le indicazioni date da Yegor Bitka.
Da dove vengono, quelle indicazioni?
Lui giura che gliele ha date l'essere mostruoso che ha fatto irruzione in soffitta. La creatura senza faccia.
Mi parlava nella testa. Nella testa, capisci? Mi ha detto dove sono. Che non sono stati loro. Non è colpa loro…
Durand l'ha zittito.
– Se è un'altra delle tue stupidaggini, giuro che questa volta me la paghi!
– Le dico che mi hanno parlato, capitano! Com'è vero che sono qui, l'ho sentita, la voce di quegli esseri!
– Adesso sono più di uno? Quanti sono? Dieci, venti? Razza di idiota…
Eppure adesso lo seguiamo, mentre ci fa strada correndo lungo le viuzze in salita del borgo, fino a una piazzetta. La neve grigia è intonsa, una superficie perfetta. Le orme di Yegor si imprimono nitide come timbri, segnando la sua corsa verso il portone aperto di una piccola chiesa.
Yegor si ferma sulla soglia. Posa le mani sulle architravi del portale, come se volesse sorreggerlo. O come se temesse di cadere a terra.
Durand lo raggiunge. Lo scosta, faticando a staccargli le mani dalle due colonne di marmo. Yegor si fa da parte, mugolando sillabe incomprensibili, con la cadenza di una preghiera.
Entriamo.
Niente poteva prepararci a una cosa del genere. Niente. Assolutamente niente.
L'interno della chiesetta sembra un macello. I muri sono rossi fino a un metro d'altezza. E non è per la luce del crepuscolo. Sono rossi di sangue.
I banchi della chiesa sono stati sovrapposti come in un gioco di costruzione. Legati insieme in modo da non muoversi. Formano una piramide tronca che s'innalza fino al soffitto. E a quella piramide sono stati crocefissi una dozzina di uomini e donne. Nudi, magrissimi, i corpi contorti e scomposti. Gli occhi sbarrati per il dolore, e l'orrore. Agli uomini è stato tagliato il pene, alle donne i seni. I pezzi tagliati sono stati disposti in un cesto di vimini sull'altare. Come un'offerta.
Ma la cosa più orribile sono i bambini.
Tre femmine e un maschio, fra i sei e i dieci anni.
Prima di morire sono stati violentati.
Prima di morire gli hanno cavato gli occhi.
Lacrime miste a sangue hanno trasformato i loro volti in maschere.
E poi li hanno crocefissi. Appesi al muro con lunghi chiodi che hanno trapassato i loro fragili polsi, e le caviglie.
Appesi al muro come agnelli.
Come conigli.
Bune vomita sul pavimento sozzo di sangue rappreso.
Durand, ritto in mezzo alla navata, contempla a lungo quel museo degli orrori, senza pronunciare una sillaba.
Poi si volta.
– Adéle, – sussurra, la voce deformata dal filtro della maschera antigas, – puoi dirci a quanto risale la morte di queste persone?
– Posso provarci.
– Bene. Fallo, per favore.
La lasciamo sola. Usciamo.
Yegor Bitka è seduto per terra, la schiena appoggiata alla colonna del portale. Nella stessa posa in cui l'abbiamo trovato in soffitta. Ma le mani non riposano più lungo i fianchi. Tappano i vetri della maschera antigas. Gli nascondono gli occhi.
Il corpo di Yegor è scosso dai singhiozzi.
Durand lo strattona, tirandolo su di peso, e se lo trascina dietro. Mi fa cenno di seguirlo. Andiamo verso la Hummer del sergente Wenzel. Entriamo.
Durand si toglie la maschera. I segni delle guarnizione gli marcano guance e fronte come un tatuaggio rossastro.
– Chi ha fatto questa… cosa… è lo stesso che ha ucciso quella ragazza. Pensavo fossero stati gli abitanti di questo posto, ma è evidente che non è così.
Wenzel ascolta senza mostrare alcun segno di reazione. Forse vorrebbe chiedere cosa abbiamo trovato, nella chiesa, ma è troppo disciplinato per fare domande.
– I conti tornano. Più o meno. Tredici adulti e quattro bambini lì dentro. Più la donna dell'autostrada. Chi ha cancellato questa comunità veniva da fuori.
Riflette qualche secondo, prima di aggiungere: – Dobbiamo ricostruire cos'è successo esattamente, lì dentro. Tra poco la dottoressa Lombard ci dirà come sono andate le cose, più o meno. Ma poi resterà la domanda più importante: escluso che quella gente là dentro si sia suicidata, chi li ha uccisi? Quanti erano? E come hanno fatto?
Mi schiarisco la gola. Mi tolgo anch'io la maschera.
– Credo che dovremmo metterci d'accordo.
La testa di Durand si volta lentamente, fino a fissarmi. Ha gli occhi iniettati di sangue. Li abbiamo tutti, dopo questa notte.
– La nostra missione non è andare a caccia di assassini, – concludo.
Durand non replica.
– La nostra missione è raggiungere Venezia.
Lui annuisce. – Raggiungere Venezia… – ripete. Si passa la mano sulla barba di tre giorni.
Poi le sue labbra si piegano in un sorriso che non promette niente di buono.
– Sembra che la tua missione porti sfortuna, prete.
– Cosa vuoi dire?
– Beh, voglio dire che dovunque arriviamo ci lasciamo dietro la morte.
Resto incredulo. – Non vorrai dire sul serio che pensi che sia colpa mia…
– Non dico niente. Dico solo che ci lasciamo dietro una scia di morte. E non ci era mai capitato prima.
– Mi pare che la morte, in questo caso, ce la siamo trovata davanti.
Durand socchiude gli occhi. Sembra pesare quello che gli ho detto.
– Qualcuno a Roma sa della nostra missione, a parte il cardinale?
Ci rifletto su.
– No.
– Sicuro?
Un lampo mi attraversa il cervello.
Maksim.
Il mio cuore accelera i battiti.
Lo sguardo del capitano si fa più penetrante.
– Sì, – rispondo, fissandolo negli occhi. – Sono sicuro.
Durand mi osserva a lungo. Il ronfare sommesso del motore diesel accentua il silenzio dell'abitacolo. Un silenzio che si potrebbe tagliare con un coltello.
– Va bene. Voglio crederti. Ma ti avverto che due coincidenze bastano.
Usciamo dall'auto. Il sole è calato quasi del tutto. Ci muoviamo alla luce dei fari. Le facciate delle case sono diventate colline nere, sagome minacciose che incombono su di noi. Dall'interno della chiesa proviene il lampeggiare delle torce elettriche.
Durand mi fa strada verso l'edificio. Entriamo.
Yegor Bitka si è ripreso. È sua la seconda torcia, oltre a quella della dottoressa Lombard.
La cerata della donna è sporca di sangue, come i guanti di plastica. Quando vede Durand si rialza lentamente da un corpo che sta esaminando. Lascia cadere a terra un coltello da macellaio.
Si piazza di fronte al capitano, scuotendo la testa.
– Hai capito cos'è successo? – le chiede lui, con una voce di insospettabile dolcezza.
– Sì, – fa lei. Ma non aggiunge altro.
– Vuoi dirmelo?
La Lombard sospira.
– Non è stata una cosa rapida. Prima è toccato ai bambini. Ci sono segni di violenza multipla, su ognuno di loro. Non è l'opera di un solo assassino. È stato uno stupro collettivo. Lo stesso vale per gli adulti.
Guardo sgomento i piccoli corpi inchiodati alle pareti, i cadaveri straziati appesi alla struttura di legno, come decorazioni di un mostruoso albero di Natale.
– Anche loro sono stati violentati, – espone fredda la Lombard. – O meglio, hanno avuto rapporti sessuali. Non c'è segno di violenza, su di loro. Anche se naturalmente non c'è modo di fare un'autopsia vera e propria. Ma i segni sono quelli. Non c'è stata violenza.
– Quanti sono?
– Non capisco.
– Chi ha fatto questo, – spiega Durand. – Quanti possono essere stati?
La Lombard lo guarda a lungo prima di rispondere. – Nessuno. Sono stati loro. Hanno fatto tutto loro. Violentato i bambini. Ucciso i bambini. Fatto sesso. E poi si sono crocifissi.
– Non è possibile.
– Dev'essere stato difficile. Soprattutto quando sono rimasti in pochi. L'ultimo lassù, se noti, ha una mano libera. L'ha usata per castrarsi. Con quel coltello lì.
Si guarda intorno. Gli occhi apparentemente freddi, ma le labbra scosse da un tremito.
– Questo posto dev'essere stato una babele di urla. O magari no. Magari sono morti in silenzio. Solo loro lo sanno…
– Mi stai dicendo…
– Ti sto dicendo che non siamo di fronte a un omicidio. È stato una specie di sacrificio. Questa gente si è sacrificata. Hanno preparato questa struttura e poi uno dopo l'altro si sono fatti inchiodare le mani e i piedi, e mutilare i genitali. L'ultimo ha dovuto farlo da solo.
Guardo sgomento l'altare dei morti. I segni sono evidenti. Adéle Lombard ha ragione.
– Ma perché…? – balbetto.
Lo sguardo della Lombard mi fulmina: – Perché? Perché, mi chiede? Dimmelo tu. Il prete sei tu. È il tuo Dio, che chiede sacrifici umani.
Non il mio.
– Nemmeno il mio.
La mano della Lombard scatta. Il suo pugno mi colpisce la spalla.
– Oh, stai zitto, prete! Cosa ne sai, tu? – grida la donna.
E poi corre fuori, nel buio, senza curarsi di indossare la maschera.
Durand fa segno a Bitka di seguirla, di proteggerla. Il soldato scatta fuori.
Poi l'ufficiale si volta verso di me.
– Non badare a quello che ha detto. È stata solo una reazione isterica.
– Cosa voleva dire, quando ha detto che Dio chiede sacrifici umani?
– Niente. Una frase senza senso. Andiamo, adesso.
Fa per andarsene, ma io rimango fermo.
– Un minuto, – dico. – Devo fare ancora una cosa.
– Non abbiamo tempo. Dobbiamo approfittare di ogni minuto di buio.
– Un minuto, – ripeto, togliendo dal mio tascapane la fiala di acqua benedetta e il vecchio spazzolino da denti che uso come aspersorio.
Durand guarda i due oggetti con una smorfia.
Poi dice un minuto, e se ne va.
Quando la luce della sua torcia ha smesso di illuminare la navata della chiesa e il suo orrendo contenuto, recito a voce alta la formula dell'estrema unzione.
– Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia, ti aiuti il Signore, con la grazia dello Spirito Santo…
Le mie parole suonano fredde, come gocce d'acqua che stillano sul fondo di una grotta gelata. Le orecchie dei morti non possono sentirla. Gli occhi dei morti accolgono il buio come hanno accolto la luce: con la stessa terribile indifferenza. Sono diventati cose, freddi come marmo. Ma la mia religione mi impedisce di considerarli tali, la mia religione mi dice che devo pregare per l'anima che un tempo era ospite di questa carne morta.
– …e, liberandoti dai peccati, ti salvi nella sua bontà e ti sollevi. Amen.
Solo il vento risponde alla mia preghiera. Il vento e il rumore dei due motori diesel là fuori.
Confidando nella poca luce che passa dalla porta spalancata immergo lo spazzolino nella fiala di acqua benedetta e aspergo alla cieca i corpi di fronte a me, e quelli dei bambini appesi alla parete come in una macelleria del tempo andato. Poi lentamente, senza dare le spalle al carnaio, retrocedo ed esco dalla chiesa.
Gli altri sono già a bordo. L'Hummer guidata dal caporale Diop si muove nervosamente, avanti e indietro, come un cavallo impaziente. Il clacson dell'altra Hummer suona due volte, indispettito. Mi affretto a salire a bordo.
– Era ora, – commenta Durand, che stavolta è al volante, mentre il sergente Wenzel gli siede accanto con uno Schmeisser sulle ginocchia.
– Ho impartito l'estrema unzione…
– Non mi interessa. L'importante è che abbia finito.
L'Hummer riparte.
– Pensavo… – accenno a dire.
– Pensavi cosa?
– Pensavo che li avremmo seppelliti. O almeno bruciati. Come abbiamo fatto con quella ragazza.
Durand fa segno di no col capo.
– Ci ho pensato. Ma non è il caso. Uno: non abbiamo abbastanza benzina. Due: un incendio rischierebbe di propagarsi, e di distruggere il paese. E noi questo non lo vogliamo. Questo posto è un buon rifugio.
– Non mi sembra. Quella gente…
– Quella gente è stata colta di sorpresa. Noi siamo stati in guardia e non abbiamo avuto vittime.
– A parte Yegor. Lì c'è mancato poco, no?
Durand si stringe nelle spalle.
– È andata bene anche a lui. Ne è uscito praticamente senza un graffio, no?
Durand riflette a lungo, prima di rispondere: – Sì. Apparentemente è così.
Poi, rallentando, si volta verso Adéle. La donna siede insaccata sul sedile, gli occhi mezzi nascosti dai capelli.
– Sei stata in gamba. Hai fatto un ottimo lavoro.
– No, non è vero. Se avessi avuto l'attrezzatura…
– Hai fatto un ottimo lavoro, – ripete Durand, convinto. – E adesso noi faremo il nostro.
Alle nostre spalle, il buio che vedo è quello del paese morto, e delle colline deserte, e del fiume che continua a scorrere in pace nella valle, come ha fatto per milioni di anni.
È un buio fatto di tante cose, ma se io guardo vedo un unico buio.