Radici del Cielo – Cap. 17

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La soffitta
I muri interni dell'edificio sono antichi. Al tatto sembrano ruvidi come la pelle di un coccodrillo.
Non c'è una sola parete dritta, un angolo netto. Tutto è stato costruito a mano, con le irregolarità tipica delle strutture che si sono formate a seguito di continui restauri e adattamenti. Sulle pareti appaiono segni più chiari, dove un tempo pendevano quadri e decorazioni. Il segno di un crocifisso rimosso è visibile sui muri di molte delle stanze che attraversiamo, alla luce incerta della lampada che Adéle tiene sollevata, abbassandola solo quando è incerta sulla solidità degli scalini.
Ci muoviamo in silenzio lungo i corridoi vuoti, su cui si affacciano stanze buie che spaventano, quasi fossero bocche spalancate sul niente. Istintivamente Adéle mi si fa più vicina, come a cercare conforto nella mia presenza.
Il rumore del vento arriva attraverso i vetri e le imposte chiuse. È un vento forte, che assomiglia all'ululato di un lupo.
Saliamo per tre piani, prima di arrivare su un ampio pianerottolo. Tre scalini di legno conducono alla porta della soffitta.
Mi fermo, prima degli scalini.
Mi porto la mano alla tempia.
Forse ho esagerato col vino. Non ci sono più abituato. Sento un dolore pulsante farsi strada nel mio cervello. E una sensazione di nausea, che tento di ignorare. Le mie narici annusano l'aria, come se avessero avvertito la traccia di un cattivo odore.
Adéle mi fissa, perplessa.
– Prego, – le faccio, invitandola con un gesto ad entrare per prima. Sentendomi incredibilmente goffo.
Adéle sorride. Sale i gradini, apre la porta.
La luce del giorno esplode sul pianerottolo, cogliendoci di sorpresa.
Il vento gelido ci aggredisce come se un animale morto – una bestia infernale fatta di ghiaccio – avesse fatto irruzione fra di noi. Adéle è scaraventata all'indietro, cade a terra. La lampada le sfugge di mano, infrangendosi a terra. Le fiamme guizzano sul pavimento, illuminando la scena quasi a giorno.
Sulla porta, occupandola tutta, è ferma una creatura incredibile.
Ha il corpo lucido e nero, di una lucentezza quasi metallica. Braccia lunghe, che terminano in artigli dall'aspetto terribile. Il volto sembra privo di lineamenti. Eppure la sensazione di essere guardato è quasi insopportabile. Guardato dentro, fino in fondo all'anima.
Provo una sensazione assurda.
Quella di essere rovesciato come un guanto, con tutti i miei pensieri messi a nudo.
Chiudo la mente a pugno su una preghiera.
Ave Maria, piena di grazia…
La presa sulla mia mente si allenta, cede.
Rientro in possesso delle mie facoltà appena in tempo per rendermi conto che il mostro è sceso sul pianerottolo, e sta muovendosi verso Adéle, che lo fissa paralizzata dall'orrore.
Tu… sei… la donna…
La creatura alza il braccio, puntando un dito sulla dottoressa. Le parole non escono dalla bocca, ammesso che ne abbia una, ma in qualche modo le sento ugualmente benissimo.
Non avere paura, dice un'altra voce nella mia testa, una voce che sembra quella di una bambina. Le resisto, per quanto a fatica.
Raccolgo da terra il mitra che avevo lasciato cadere.
Le fiamme illuminano la schiena della creatura.
Impossibile mancarlo, con questa luce.
Alzo il mitra, tolgo la sicura.
Non sparare, sussurra la vocina, ipnotica.
La canna dell'arma si abbassa, come se avesse una sua volontà.
Non sparare…
Ma in quel momento Adéle grida.
È come se quel grido spezzasse un vetro, liberando il tempo che si era congelato.
Punto di nuovo lo Schmeisser e sparo una raffica di proiettili nella schiena del mostro.
Cinque o sei fori si aprono in quella schiena da insetto.
La creatura si volta, il rosso delle fiamme guizza sul suo carapace.
Punta un dito verso di me. Forse vuole parlare. Ma in quel momento una scarica di colpi si abbatte su di lui, spezzandolo a metà e frantumandogli il cranio.
L'essere scuro si abbatte sul pavimento. Due guardie gli sono subito sopra, sparando almeno due caricatori in quel corpo già martoriato.
Il sergente Wenzel intanto spegne il principio d'incendio, usando una coperta.
– Tutto bene? – urla Durand, chinandosi sulla Lombard e aiutandola a rialzarsi. Poi si volta verso di me, guardandomi con furore.
– E tu che cazzo facevi, prete? Dormivi? Perché non hai sparato?
Ma non ho il tempo di inventarmi una risposta. Un grido stridente arriva dalla porta della soffitta.
Durand e Diop si lanciano su per gli scalini e attraverso la soglia, i mitra spianati.
Il rumore degli spari è incredibile. Le fiamme che escono dalla canna degli Schmeisser illuminano la scena, ora che il principio d'incendio è domato. Wenzel butta da parte la coperta e si lancia anche lui verso la soffitta.
Ma il combattimento lassù sembra già finito. Il silenzio, dopo il frastuono degli spari, è assordante.
Con le orecchie che ronzano salgo anch'io in soffitta.
Mi aspetto il peggio.
Invece Yegor è vivo. Seduto per terra, ha gli occhi spalancati, le braccia pendule lungo i fianchi, e sul viso un'espressione catatonica. Una delle finestre sembra essere esplosa verso l'esterno. Da lì entra la luce del giorno, gloriosa e mortale.
Adéle si china sul corpo immobile di Yegor Bitka. Gli tasta il polso, gli controlla gli occhi.
Io invece cammino, come ipnotizzato, verso la finestra esplosa.
A distruggerla però non è stata un'esplosione. Non c'è traccia di bruciatura, né l'odore caratteristico dell'esplosivo. Ciò che ha trapassato come un proiettile vetro e legno e acciaio dev'essere stata la… la cosa, l'essere contro cui Durand e Diop hanno sparato.
In quel momento, come evocato dagli inferi, un volto mostruoso appare alla finestra. Durand svuota il caricatore della pistola. Il volto scompare. Impossibile dire se sia stato colpito.
Sotto gli ordini rapidi dell'ufficiale ci diamo da fare come possiamo per barricare la finestra, spostandoci contro alcune casse pesanti, piene di giornali e di merda di topo. Devono essere lì da un sacco di tempo. Forse da prima della Tribolazione. Oggi i topi li alleviamo in cantina, perché la carne non venga contaminata. Quassù il dosimetro segna una quantità minima di radiazioni. Chi abitava questa casa ha fatto un buon lavoro, isolando il tetto alla perfezione, e stendendo un'intercapedine sul pavimento della soffitta.
Nell'ambiente torna il buio.
Mi inginocchio accanto a Yegor. Adéle ha acceso un fiammifero, e lo passa avanti e indietro sotto gli occhi del soldato catatonico. Le pupille di Bitka non reagiscono. Continuano a fissare il vuoto. È come se la mente del soldato fosse una casa abbandonata, o peggio, infestata dai fantasmi.
– Yegor! Ascoltami, Yegor. Torna in te. Torna!
La voce del capitano è forte, ma senza essere dura. Preoccupata, invece. Scuote il soldato per le spalle, come se stesse cercando di rimetterlo in moto. Alla fine Yegor si riscuote. Apre la bocca in un urlo, e quell'urlo sembra durare all'infinito. Durand lo schiaffeggia, due volte, finché il soldato non smette. La bocca trema, gli occhi guizzano di qua e di là, come animali impauriti. Uno sguardo da pazzo.
– I morti! I morti! – ripete, battendo i denti. – So dove sono tutti i morti!