Radici del Cielo – Cap. 16

16
La Torre nera
Il paese sorge su una collinetta, in un'ansa del Tevere.
Un tempo doveva essere un paesaggio piacevole. Oggi sembra che qualcuno abbia rovesciato un immenso sacco di cenere e neve su ogni cosa. Nel chiarore incerto che precede l'alba il paesaggio appare devastato, come se il soffio di un drago l'avesse incenerito. La torre circolare che domina l'abitato è bruciata in un incendio, ed è quasi completamente nera. Anche le case intorno sembrano aver subito lo stesso destino.
Durand ripone il binocolo nella custodia. Si rivolge al sergente Wenzel, disteso al suo fianco nella neve, al riparo di quel che resta di un muretto di pietra.
– Sembrano tranquilli.
Il sergente sorride. Anche se sembra un ghigno. – Neanche una sentinella, – annuisce, scuotendo la testa.
Eppure un filo di fumo si leva da una costruzione grande e bassa, a poca distanza dal centro antico. C'è gente, laggiù.
Il caporale Rossi ci raggiunge, ansimando leggermente. Si stende accanto a noi.
– Ci sono tracce strane, in quel campo laggiù. La neve è tutta pestata. E c'è anche del sangue. Ma la cosa più strana di tutte sono le impronte di ruote. Ruote enormi. Mai visto niente del genere. È come se avessero preso un camion normale e l'avessero gonfiato fino a farlo diventare dieci volte più grande.
– Sicuro che era un camion?
– Beh, non l'ho visto. Ma le impronte erano quelle.
– Sei certo? È caduta un sacco di neve.
– Per coprire quelle impronte ce ne voleva un metro, di neve.
– Impronte vecchie di quanto?
– Due giorni. Tre al massimo.
Durand si gira sulla schiena. Si toglie la maschera.
Wenzel accenna a protestare, ma l'ufficiale taglia corto con un gesto secco.
– Scendiamo. Abbiamo perso già troppo tempo.
Ci avviciniamo lentamente, nella luce per fortuna ancora debole dell'alba. A bordo delle Hummer ci sono solo Wenzel e Diop, alla guida. Gli altri seguono i due mezzi, tenendosi bassi. È qualcosa che ho visto fare solo in vecchi film e documentari di guerra in bianco e nero. Impugniamo tutti un'arma, anche se non so cosa si aspettino ci faccia, con la mia. Probabilmente arrecherei più danno a me che agli altri.
I motori dei SUV sono al minimo, ma anche così mi sembra facciano un frastuono infernale. Gli stivali si alzano e si abbassano, facendo scricchiolare la neve. Non riesco a capire chi marcia al mio fianco. Dietro le maschere, sotto le cerate, siamo tutti uguali. Ma la figura impugna una pistola a tamburo anziché uno Schmeisser, quindi dev'essere Adéle Lombard.
Camminiamo senza pronunciare una parola. Ogni finestra, ogni porta vuota sembra una bocca morta spalancata. Da dietro ognuna di quelle cavità potrebbe spuntare all'improvviso la canna di un fucile, o peggio ancora della mitragliatrice pesante di cui parlava il sergente Wenzel.
Ma non succede niente. Il cuore accelera a mille, ma nessuno ci spara addosso.
Il paese è morto. Non ci sono impronte, per le vie periferiche che percorriamo, diretti al centro storico su cui incombe la torre, nera come il peccato.
A mano a mano che ci avviciniamo alle mura delle prime case, il nostro passo si fa più rapido, cadenzato, finché non diventa una corsa per raggiungere un riparo. Superiamo i due Hummer. Diop e Wenzel lasciano il posto di guida e si mettono dietro le due mitragliatrici pesanti montate sul tetto del SUV.
Durand, correndo, dà ordini in silenzio, muovendo le dita della destra. Basta un cenno e i soldati si dispongono nell'ordine voluto, coprendosi a vicenda.
Ma nessun pericolo si manifesta, nessun grido d'allarme spezza il silenzio. La cittadina sembra un luogo di morte. Un tempo sarebbe stata perfetta per ambientarci un film di vampiri. Ma oggi i vampiri siamo noi. Noi che fuggiamo la luce del sole, nascondendoci sottoterra. Il giorno appartiene ad altri, che non sono più umani. O forse non lo sono mai stati.
Il petto mi fa male.
Ansimo.
Non sono più abituato agli sforzi. Nemmeno a questa corsa da niente, con la neve che scricchiola sotto gli scarponi facendo un rumore terribile. Le lenti della maschera si appannano, per il sudore che la corsa ha spremuto dal mio corpo. Sono appannate da dentro, impossibile pulirle. Vedo ogni cosa come sotto un alone. Gli uomini dai movimenti rapidi sembrano fantasmi, e la luce…
La luce è già troppo forte, nonostante la cappa di nubi. Presto i raggi del sole oltrepasseranno i tetti delle case e sfioreranno le cime di quegli alberi, laggiù, facendole risaltare come un disegno su un libro, nitido in ogni dettaglio. Mi basterebbe slacciarmi la maschera, togliere la maschera...
Non vedo un'alba da vent'anni…
Qualcuno mi scuote con forza. Mi strattona la spalla.
La voce di Durand mi urla nell'orecchio: Che cazzo fai?
Sgrano gli occhi. La maschera di Durand sembra far parte della sua faccia. È diventato un elefante grigioverde, dalla proboscide metallica…
La sua bocca fitta di denti si spalanca…
Alzo il mitra…
Lo schiaffo sulla guancia mi fa esplodere gli occhi in un lampo bianco. Li riapro, e Durand è tornato normale.
– Svegliati, John!
Balbetto qualcosa che io stesso non capisco.
– Cosa ti è successo? Sei impazzito?
Scuoto la testa.
– Non puntarmi mai più un'arma addosso, razza di idiota! E rimetti la sicura!
– Non capisco…
È come se avessi avuto una visione, vorrei dirgli. Un sogno ad occhi aperti…
No, non un sogno: un incubo.
– Stai bene, adesso?
– Sì…
– Cerca di non fare più cazzate. Resta qui e coprici le spalle.
Poi Durand si volta, come se io non ci fossi più. A gesti ordina ai suoi uomini di muoversi a destra e a sinistra, verso le due porte chiuse. Porte vecchie, legno coperto da una vernice verde che si squama.
Uomini che sembrano goffi batraci corrono verso le porte, e dopo aver provato inutilmente ad aprirle le abbattono a calci. Le serrature saltano, le porte sbattono verso l'interno. Le due squadre entrano di corsa. I motori degli Hummer alle nostre spalle emettono un ruggito, quando balzano in avanti, per fermarsi a due metri da me. Diop e Wenzel si calano dalla postazione del mitragliere, chiudono la botola metallica. Scendono dai SUV ancora in moto, lanciandosi con le armi spianate verso di me.
– Cosa fa qui? – mi urla Diop nell'orecchio.
– Il capitano Durand mi ha detto di restare qui. Per coprire le spalle a…
– Per coprire o per sparare alle spalle? – ironizza il nero. – Ho visto quello che è successo. Se ci fossi stato io al posto di Durand adesso lei sarebbe carne morta. Che cazzo le è preso?
– Io… Credo di aver avuto un incubo ad occhi aperti.
Diop e Wenzel si guardano a lungo negli occhi. Poi il sergente mi afferra la spalla, stringendola forte.
– Se dovesse capitare di nuovo… Se dovesse avere un altro di questi… incubi… metta la sicura alla sua arma. Anzi, la butti per terra. Lontano.
– Cosa mi è successo? Lei lo sa?
Wenzel scrolla le spalle. – Non c'è tempo per fare conversazione. Adesso noi tre prendiamo la torre.
– Il capitano…
– Il capitano non c'è. Obbedisca a me! Svelto!
E prima di aspettare una mia reazione si lancia verso destra, seguito da Diop.
Non potendo fare altro, mi muovo dietro di loro.
Superiamo la porta sfondata, dietro la quale c'è il buio, interrotto solo dagli sprazzi di luce delle torce elettriche, che guizzano frenetiche.
Wenzel mi strattona, tirandomi verso l'angolo della casa. C'è una strada in salita, coperta da uno strato di neve intatta, alta almeno mezzo metro. In fondo la strada è dominata dalla massa nera della torre, con le sue finestre vuote, accanto a quello che sembra un piccolo castello.
Il primo ad andare è il caporale Diop. Il suo passo di corsa sembra goffo, ma in pochi minuti lo porta a ridosso del buco nero che è il portone della torre. Il sergente Wenzel lo segue, saltando come un capriolo, incredibilmente agile per un fisico così tozzo.
Sto per muovermi anch'io, quando un rumore improvviso mi toglie il respiro.
Un tuono, come uno sparo.
Un altro. Dietro di noi, in alto.
Mi volto col cuore in gola. Il fucile puntato, più o meno.
Affacciato a una finestra al secondo piano della casa sulla destra, Karl Bune agita la mano in un saluto. Sorridendo come un idiota. La finestra è rotta, sfondata. Era quello il rumore che sembrava uno sparo.
Venti metri sulla sinistra un altro balcone, altrettanto sconquassato, è aperto, nell'altra casa presa d'assalto dalle Guardie. Yegor Bitka, più serio e professionale di Bune, punta il suo Schmeisser sulle finestre della torre. Mi fa segno di muovermi, di andare.
Seguo Wenzel e Diop lungo le scale a chiocciola della torre. La luce che entra dalle finestre illumina a tratti i muri, per il resto la torre è avvolta dall'ombra più nera, come se fosse fatta di buio.
Istintivamente ci allontaniamo dalla luce, facendo in modo che nemmeno un raggio ci sfiori. Siamo abitanti dell'ombra. Il peso del mitra che imbraccio è quasi parte del mio corpo. Lo punto contro ogni angolo illuminato, come se il nemico fosse la luce.
Di colpo sbuco su un pianerottolo. O meglio, su ciò che ne rimane.
Il caporale Diop mi afferra per la cinghia dello zaino, prima che precipiti giù.
Si vedono ancora i buchi in cui erano infisse le travi che reggevano il pavimento di legno, crollato nell'incendio. A due centimetri dalla punta dei miei scarponi si apre un pozzo profondo dieci metri, largo quanto la torre. Mormoro automaticamente una preghiera, col cuore che sobbalza nel petto. Il sergente Wenzel mi aiuta a tornare al sicuro sulla rampa di scale. Attraverso il vetro della mia maschera e il plexiglass della sua non riusciamo a vederci negli occhi. Fa un cenno con la testa. Gli rispondo annuendo a mia volta.
Tutto bene.
La rampa di scale riprende a un metro e mezzo di distanza. Ma è inutile tentare di salirci. Non c'è niente, lassù. La torre è un guscio vuoto.
Ci ritroviamo sulla piazzetta davanti all'edificio. Le due case in cui gli altri uomini sono entrati erano intatte, ma vuote.
– Sembra che siano state abitate fino a poche ore fa. In cucina c'era ancora della minestra, in un piatto. E non c'era polvere.
Il capitano Durand scuote la testa, prima di proseguire.
– Non mi meraviglierei se anche il resto del villaggio fosse deserto.
– Facciamo lo stesso un giro di perlustrazione? – chiede Paul Wenzel.
– No. Aspettiamo il buio, prima di muoverci. Piuttosto bisogna mettere al sicuro le auto.
– Ho visto un portone, in quella casa laggiù. Penso sia un garage.
– Ottimo, Pauli. Si fa così. Al resto ci pensiamo domani.
– Mi chiedo cos'è successo, a questo posto. Diciotto persone, hai detto?
– Secondo l'ultimo censimento.
– Magari diciassette – ridacchia Bune. – Se la fighetta in rosso veniva da qui…
Durand si volta lentamente, fino a fissare negli occhi il soldato semplice Bune.
– Adesso basta, Bune. Okay, ti sei guadagnato l'onore di fare il primo turno di guardia. Ci vai tu in garage, con le auto.
– Uh, capitano, non faccia il cattivo con il povero soldato Bune… Deve fare un freddo cane, in quel garage. E la porta è leggera. Come faccio a sapere che non mi prendo le radiazioni, dormendo lì…?
– Bune, tu non devi dormire. Devi restare sveglio e fare la guardia alle Hummer. E adesso zitto e fila.
– Noi dove passiamo la notte, capitano? – domanda il sergente Wenzel.
Durand si guarda intorno.
– Quelle due case le abbiamo fottute. Niente porta, una finestra rotta. Proviamo quella struttura là, accanto alla torre. Pauli, la tua impressione com'è? Da quanto tempo è bruciata, quella torre?
Potrei rispondergli anch'io, volendo.
Anche attraverso i filtri della maschera, l'odore di fumo è ancora forte. Le pietre del muro sono calde.
– Due giorni. Tre al massimo.
Durand ci pensa su.
– Andiamo. Troviamo un riparo per stanotte. E tu, Bune, cerca di tenere gli occhi aperti. Rossi ti darà il cambio a mezzogiorno.
Bune si allontana, scuotendo la testa. Niente battute, stavolta. Wenzel e Diop gli lanciano le chiavi dei SUV. Lui le afferra al volo, senza neanche alzare il capo.
– Forza, ragazzi, – ci esorta il sergente.
Passiamo attraverso un arco in pietra, semplice ma bello. Il portone del palazzo non è chiuso a chiave.
Le Guardie entrano, coprendosi a vicenda con i mitra. Quando, cinque minuti dopo, hanno finito di ispezionare l'edificio, mi chiamano con un fischio. Diop scende a chiudere il portone con un chiavistello massiccio.
– Casa dolce casa, – scherza il sergente Wenzel. E poi, sorprendendomi, fischietta tra i denti la sigla di The Twilight Zone.
Ovviamente non c'è luce elettrica, e le imposte sono serrate così bene che non filtra nemmeno un raggio di sole. Perfetto, per noi vampiri.
C'è un caminetto quasi in ognuna delle stanze. E se dai rubinetti non esce una goccia, sul pavimento della cucina ci sono sei taniche piene d'acqua che sembra fresca.
– Fantastico. E chi si muove più, da qui? – fa Diop, svitando una tanica e versandosi in gola un fiotto d'acqua, come da una fontana..
Il sergente Wenzel lo gela con una sola frase.
– Resta da capire dov'è finita tutta la gente. Magari è morta avvelenata…
L'acqua va di traverso al caporale.
Wenzel, sogghignando, gli prende di mano la tanica e beve un lunghissimo sorso.
– Stabiliamo dei turni di guardia. C'è una postazione magnifica, in soffitta. Copre tutto meno che un angolo cieco, ma quello è sicuro. Yegor, il primo turno è tuo.
– Che culo…
– Almeno non ti aspetta una levataccia. Vedete di chiudere bene porte e finestre. E controllate che la luce non filtri di fuori.
Ci vuole meno di mezz'ora per rendere abitabile l'edificio di tre piani. L'efficienza di questo gruppo di soldati è sorprendente. I loro movimenti sono così precisi e ben sincronizzati da parere un balletto.
Non c'è cibo, in cucina, ma stoviglie, bicchieri e posate sono puliti e in ordine.
C'è anche una scorta di legna da ardere, che ben presto brucia nei numerosi camini, riscaldando l'aria e illuminando le stanze.
– Di sopra ci sono tre camere, – dice Diop. – I letti sono a posto. Non c'è neanche polvere. La signora può prendere quella di mezzo.
– Sembra che i padroni di casa siano usciti per fare una passeggiata, – sussurra Wenzel.
Ma quelle parole, anziché farci sorridere, mandano un brivido lungo la schiena.
– Beh, – scherza il nero Diop, – di sicuro non sono tagliato per la parte di Ricciolidoro…
Wenzel si stringe nelle spalle.
– Diamoci da fare con le camere. A cena fra un'ora.
Di questi tempi chiamiamo cena il pasto consumato alle otto del mattino, ora solare.
Chiamiamo mezzogiorno quello che un tempo era mezzanotte.
È come se ci fossimo trasferiti in un paese straniero, agli antipodi del nostro.
E in un certo senso è davvero così.
Sediamo attorno a una tavola. Una lampada a olio arde in mezzo a noi, tra le gavette smaltate e i bicchieri di plastica infrangibili, e i resti delle scatolette e del cibo sotto vuoto.
Nemmeno in cantina c'erano scorte di cibo.
Neanche una briciola.
In compenso c'erano file su file di bottiglie coperte da uno strato di polvere spesso come un tappeto, e da un vero e proprio tendaggio di ragnatele. Quando i due italiani, Greppi e il caporale Rossi, hanno letto l'etichetta di una delle bottiglie portate a caso in tavola da Diop, sono esplosi in un urlo di gioia.
– È un Barolo del 2006, della cantina Cordero di Montezemolo…
– È buono? – domanda Diop, smettendo per un attimo di curarsi i denti con uno stecchino.
– Vuoi scherzare? Era già carissimo prima del FUBARD!
– Carissimo non vuol dire buonissimo.
– Vedrai.
– Appunto. Vediamo. Stappa, dai.
L'ambiente è tiepido, quasi caldo. Un fuoco acceso ci attende anche nelle camere. Una stanza calda e illuminata è una cosa che non provavo più da tanto di quel tempo.
Di tanto in tanto, come a ricordarci il mondo fuori da qui, una folata di vento scende dal camino, alimentando il fuoco e sollevando una nuvola di scintille.
Concentro il mio sguardo sulla bottiglia nelle mani del caporale Rossi, cercando di escludere ogni altro pensiero.
Immagino sia un delitto bere questo vino in un bicchiere di plastica. Ma questa è un'epoca che ha visto delitti peggiori.
Restiamo tutti in silenzio mentre il caporale stappa, con la delicatezza di un artificiere al lavoro su un ordigno, la bottiglia dall'etichetta logora.
Il tappo viene via facilmente.
Rossi versa un dito di vino nel suo bicchiere.
L'assapora, facendolo girare a lungo in bocca, prima di mandarlo giù in un sorso.
– Buono? – chiede Diop, tendendo il suo bicchiere.
Rossi non risponde.
Si alza, va in cucina.
Fruga in ogni cassetto, finché non trova quello che cercava. Torna da noi reggendo tra le dita otto calici in cristallo.
Li dispone al centro della tavola. I calici, incredibilmente, sono puliti, e intatti. La loro visione, e quella del liquido scuro e al tempo stesso scintillante, ci commuovono fino al silenzio. È qualcosa di magico, pensare che questo vino viene da uve raccolte trent'anni fa, quando il sole era un dono e non una minaccia, i campi erano verdi e dorati e il mondo sembrava destinato a rimanere così per sempre.
Alzo il calice. Il vino scivola da un lato all'altro, catturando la luce. Lo porto alle labbra. Assaggio.
Come posso descrivere la sensazione che provo? È una specie di comunione mistica, non con Dio ma con il passato. Con un mondo di luce e calore che ci siamo lasciati alle spalle, e che possiamo ritrovare solo in momenti come questi, col fuoco che scoppietta nel camino e il liquido meraviglioso che portiamo alle labbra, gustando lo splendore e la gloria di un'età perduta.
Nessuno pronuncia una parola, per molto tempo. Assaporiamo in silenzio, ognuno perso nei suoi pensieri. Di colpo il cibo che abbiamo mangiato si fa pesante, indigeribile. Mescolare a quel cibo quotidiano il nettare di questo vino è un autentico crimine.
C'è commozione, attorno al tavolo. Nostalgia per un mondo perduto, che non tornerà mai.
Durand si schiarisce la gola.
– Dovremmo andare a portarne un bicchiere anche a Yegor.
– Ma è in servizio, – obietta Wenzel.
– Non siamo fanatici, sergente. Dai, chi va a portarglielo?
Mi alzo da tavola.
Durand inarca il sopracciglio.
– Lei, padre?
– Perché no?
– Come vuole. Grazie. Basta che salga le scale. Faccia un po' di rumore, prima di entrare. Yegor ha il grilletto facile.
Mi alzo da tavola.
– E Bune?
– Bune cosa?
– A lui niente?
– Il soldato Bune è in punizione. E poi non è il caso di uscire, non le pare?
Il fatto che dalle finestre non entri luce mi ha ingannato ancora una volta. È incredibile pensare che dietro gli scuri chiusi il mondo è avvolto dalla luce del sole. Viene così naturale illudersi che fuori sia notte. Notte quando dormiamo e notte quando usciamo. Come se abitassimo su un pianeta senza luce.
Prendo la bottiglia e un bicchiere.
Sono già sulla soglia, quando anche Adéle Lombard si alza.
– Vengo con te.
Rossi e Greppi si scambiano un'occhiata d'intesa e un mezzo sorriso, interrotto di colpo quando Durand volta lo sguardo verso di loro.
– Grazie, ma non è necessario.
– Con le mani impegnate avrà bisogno che qualcuno le illumini la via.
La donna prende su una lampada a petrolio.
– Andiamo?