Radici del Cielo – Cap. 15

15
L'Autostrada del Sole
Non avrei mai pensato di poter viaggiare così lontano, così in fretta.
Mi ero abituato al guscio sicuro di San Callisto, alla protezione delle sue pareti. Al pensiero che ogni movimento della mia vita sarebbe stato fatto all'interno di quei sotterranei, senza mai rivedere la luce del sole.
Viaggiare sulla Hummer dà quasi un senso di euforia. Evitando le città e scegliendo strade di campagna non dobbiamo evitare ostacoli, o quasi. È vero che le frane e le alluvioni hanno danneggiato certi tratti di strada, e che altre volte la neve rende impossibile capire se siamo ancora sulla strada o in un campo. A tratti tra le due cose non c'è in realtà una gran differenza. Ma riusciamo comunque a tenere una media di venti, e a volte anche trenta, miglia all'ora.
Sul cruscotto dell'auto c'è una sorprendente reliquia del passato: un navigatore satellitare. Maksim mi aveva detto che ce n'erano alcuni, recuperati qui e là e poi messi da parte, perché cosa te ne fai di un navigatore a San Callisto, cinque metri sotto terra?
Ma non mi aspettavo certo di vederne uno. Soprattutto uno così, che sembra appena tirato fuori dalla scatola. La batteria non funziona più, ma un cavo lo collega alla presa elettrica dell'auto.
È sorprendente ascoltare la voce calda e gentile di donna che dà le sue istruzioni, guidandoci su strade che l'occhio non riesce a vedere. Ancora più sorprendente il fatto che siano rimasti dei satelliti in orbita, e che alcuni di loro continuino a fornire dati per la rotta. D'altra parte da ragazzo avevo letto su una rivista che il GPS, come internet, era una tecnologia di derivazione militare.
Internet non è sopravvissuto al disastro, ma il GPS sì.
Non dappertutto, forse. Chi può saperlo? Ma qui funziona.
Al prossimo incrocio, andate dritto.
Una volta, prima che il mondo ci crollasse addosso, ero salito su una Audi del Vaticano, un'automobile di lusso, con sedili in pelle.
Ricordo la voce del navigatore dell'Audi. Una voce femminile incredibilmente calda e sensuale, che mi sembrò inadatta ad un'auto della Chiesa. Quando arrivammo alla nostra destinazione, la voce non usò il tono brusco e semplice dei navigatori standard: Tra cento metri, arrivo.
No.
La voce disse: Tra meno di cento metri, avrete raggiunto la vostra meta.
Ecco un'auto che davvero ti coccola, ricordo di aver pensato.
Ma anche questa voce è un miracolo.
Al prossimo incrocio, girate a destra.
L'incrocio di cui parla la voce è invisibile. Tutto quello che si vede nella luce potente dei fari è una collinetta coperta di neve. Ma il GPS riesce a vedere la strada sotto quella neve, e a guidarci seguendo istruzioni programmate e lette da persone morte da almeno vent'anni.
I miracoli forse non sono più quelli di un tempo, ma accadono ancora.
La voce del navigatore è anch'essa, in un certo senso, la voce di un fantasma. Chissà se è viva, o altrimenti com'è morta, la donna la cui voce ci guida nella notte.
Dopo sei ore, alle tre del mattino il sergente Wenzel ha ceduto il volante a Durand. Non sono scesi, per effettuare il cambio, e le mosse che hanno fatto per scambiarsi di posto erano così goffe che non ho potuto trattenermi dal ridere.
Il capitano guida in modo completamente diverso da Wenzel. È più prudente, come uno che ha appena comprato un'auto nuova. O che sa che non esistono pezzi di ricambio, a meno di non fabbricarseli.
Sono tempi, i nostri, che non ammettono errori. La vita è fragile, e la Terra è diventata un immenso campo di battaglia. Questo è quanto ci viene insegnato, o impariamo a nostre spese ogni giorno, nel terrore e nel sangue.
Eppure…
Eppure, lasciandomi andare con la fantasia, coccolato dal tepore dell'auto, se chiudo gli occhi posso immaginare di essere ancora ragazzo, sul sedile posteriore dell'auto dei miei. Papà guida canticchiando una vecchia canzone dei Lemonheads, e mamma parla al cellulare con nonna, raccontandole del nostro viaggio. Stiamo andando a Sagaponack, negli Hamptons, per le vacanze estive. Mi aspettano lunghe settimane di bagni e sole e uscite in barca a vela, e gli amici…
Gli amici sono cenere nel vento.
Mio padre è cenere, mia madre è cenere.
E il mio Dio è per tutti un relitto del passato. Un vecchio re spodestato che vaga per una landa radioattiva, contando le anime sulla punta delle dita.
– A cosa pensi, John? – mi fa Adéle. Il suo alito è fresco, sa di erba. Una cosa quasi incredibile, in un mondo che non produce più un solo tubetto di dentifricio.
– Pensavo al passato.
– Ahi.
– Non era un brutto ricordo.
Lei scuote la testa. – Il passato è pericoloso. Il passato uccide. Molti si sono suicidati, dopo aver fatto un sogno che li aveva riportati al passato.
Guardo fuori dal finestrino, ma non vedo nulla. Appena il mio riflesso, leggero, e ancora più leggero quello del volto di Adéle.
– Il passato è tutto ciò che abbiamo, – rispondo. – Gli antichi Greci pensavano che l'uomo, nella vita, camminava all'indietro. Il futuro era alle sue spalle, invisibile. L'unica cosa che l'uomo vedeva, avanzando nel tempo, era il passato.
– Bello. Ma anche no. Questo va bene per quelli come te, che hanno vissuto nel mondo di prima. Ma per un ragazzo nato dopo l'apocalisse, il passato è un posto da cui allontanarsi il più velocemente possibile. Il futuro è tutto quello che abbiamo. Dobbiamo credere nel futuro.
– Amen – commenta sarcastico Durand, dal sedile davanti.
Con un tonfo e un sibilo di protesta degli ammortizzatori, il SUV fa un salto di trenta centimetri, piombando su una superficie solida. Durand apre il finestrino, manovrando i fari sul tetto dell'Hummer.
Il sergente Wenzel emette un'esclamazione di esultanza: – Trovato!
Un cartello verde, devastato dal tempo e dagli agenti atmosferici, porta la sigla A1.
L'autostrada A1, nota un tempo come "Autostrada del Sole", era la più lunga autostrada italiana. Inaugurata nel 1964, collegava Napoli a Milano. Era presto diventata il simbolo del boom economico dell'Italia negli anni '60.
A vederla adesso non sembra granché. Anzi, non sembra nulla. Come tutto il resto è coperta da dieci centimetri di neve, rotta in più punti e coperta di detriti: dalle auto abbandonate agli alberi caduti. Solo i guardrail rimasti interi per lunghi tratti rivelano che quella, prima della Tribolazione, era l'autostrada percorsa ogni giorni da milioni di veicoli.
Mi sembra quasi di sentirne il frastuono: i camion dai fumi neri, le belle auto italiane ferme in colonna, i colpi di clacson degli autisti impazienti…
Poi la voce di Durand mi riporta bruscamente alla realtà.
– Da qui in poi, in teoria, le cose dovrebbero procedere in fretta. Continueremo sull'autostrada per una trentina di chilometri. Poi, qui…
L'indice di Durand batte su un punto al centro della carta.
– Qui prenderemo la Roma-Cesena.
– Perché?
– Per evitare Firenze.
– Come mai?
– È una città pericolosa.
E non aggiunge altro.
L'altra Hummer ci segue. Facendo uno slalom a trenta chilometri all'ora tra le carcasse d'auto e le buche nell'asfalto, riusciamo a mantenere una buona media. Siamo costretti a fermarci una sola volta, quando un brulicare di sagome nere, a una ventina di metri davanti a noi, si blocca nella luce dei fari. Per un istante la scena si congela in una visione dantesca di demoni appollaiati sul cofano di un'auto. Poi, prima che il cervello riesca a registrare l'orrore di quei corpi neri e lucidi, la scena si dissolve in un movimento frenetico. Un vorticare d'ali, un guizzare di code lunghe e scure, e quegli esseri mostruosi scompaiono alla nostra vista. Nel bagliore dei fari rimane solo l'auto scoperta, una decapottabile rossa, con qualcosa seduto al posto dell'autista.
Tra le due Hummer c'è un rapido scambio di segnali fatti con le luci di posizione e di stop. Sentiamo le portiere del secondo veicolo sbattere, e i due italiani del gruppo, Guido e Marco, scendono dall'auto imbracciando i mitra, e con le maschere antigas sul volto. Durand scende a sua volta. Bune salta in strada, con la maschera a sghimbescio.
Si muovono lentamente verso l'auto rossa, che brilla come un'apparizione in mezzo alla strada. Non resisto. Prima che qualcuno posa fermarmi, infilo la mia maschera, indosso la cerata di plastica e scendo anch'io dall'auto.
Durand si volta, infastidito. Ma non dice nulla. Fa segno ad Adéle di non scendere dall'auto.
Con i fucili spianati gli uomini si dispongono in cerchio intorno all'Alfa Romeo Giulietta.
La donna al volante è vestita di rosso. Per quanto l'abito sia strappato in più punti è comunque un capo d'alta sartoria. E la ragazza che lo indossa ne è assolutamente degna. La morte – una morte orribile, a giudicare dall'espressione sul volto – non è riuscita a spogliarla della sua bellezza.
Le mani sono legate al volante con del filo spinato.
Non può avere più di vent'anni. Gli occhi spalancati, che la neve sciogliendosi ha riempito di lacrime, sono di un azzurro che sembra una pietra preziosa.
Il vestito è troppo leggero. È come se l'auto, o la donna, fossero piombati qui da un'altra dimensione, o da uno di quei varchi temporali dei film di fantascienza. Il vento gelido solleva la stoffa leggera, scoprendo le gambe della donna.
Il pube è nudo, segnato da tagli profondi, l'interno delle cosce imbrattato di sangue.
Distolgo lo sguardo.
– Ecco il caso di una che se n'è andata venendo…
– Zitto, Bune. Zitto o passi un guaio.
– Sissignore. Comunque…
– Zitto!
Durand è sconvolto.
– Quei mostri… – sussurro.
– Aiutami a sollevarla.
– Sono stati loro a ridurla così?
Durand spalanca la portiera. Con delicatezza, come se fosse un padre che porta a dormire la figlia addormentata sul divano, solleva fra le braccia la ragazza morta. Lo aiuto, anche se non servirebbe. Non pesa molto. Le reggo le spalle. È magra, d'ossatura leggera. L'apparenza sofisticata suggerita dal vestito rosso viene vanificata dallo stato pietoso delle unghie della ragazza, e dal fatto che non dev'essersi mai depilata.
– Loro? No, non sono stati loro, – mormora il capitano, deponendo il corpo sul ciglio della strada..
Si toglie il guanto dalla destra. Con un gesto delicato scosta i capelli corvini dalla fronte della ragazza.
Sulla pelle bianca come alabastro qualcuno ha inciso un cerchio, e dentro il cerchio la lettera S.
– Prega per lei, per favore, – mi chiede Durand..
– Non c'è bisogno che me lo chieda.
Avrei pregato comunque. Recito le preghiere, compio i gesti appropriati.
Poi, d'istinto, senza sapere bene il perché, recito a memoria i versetti di un salmo.
– Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione. Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, o Dio. Tu fai ritornare l'uomo in polvere e dici "Ritornate, figli dell'uomo". Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte…
La voce, passando attraverso il filtro della maschera, assume un tono lugubre, quasi meccanico, alle mie stesse orecchie.
Impartisco la benedizione al corpo.
Nessuno, intorno a me, si fa il segno della croce.
Non c'è modo di scavare una fossa, nella terra gelata, ma Durand non vuole lasciare la ragazza senza sepoltura.
– Se non sono stati quei mostri, chi può aver fatto una cosa simile? – gli chiedo.
– Non lo so. Ma una cosa è certa. Chiunque sia stato, se mi capita per le mani dovrà pentirsi di essere nato.
– Capitano, dobbiamo andare, – fa in tono rispettoso il sergente Paul Wenzel.
Durand annuisce.
– C'è un insediamento, qui vicino?
– A quanto ne sappiamo, uno solo. Torrita Tiberina. Diciotto anime, all'ultimo censimento.
– Bene. Ci fermiamo lì. Ce la facciamo?
– La Tiberina è in buone condizioni. Possiamo farcela in due ore.
Durand si volta verso il buio.
– Quante erano, quelle bestie?
– Cinque.
– Pauli, guarda quanta benzina c'è nel serbatoio di quest'auto.
Wenzel toglie le chiavi dal cruscotto.
Apre il portellino del serbatoio.
– Abbastanza, – risponde, come se sapesse già per cosa quella benzina è abbastanza.
Il capitano si china a raccogliere da terra il cadavere. Lo depone con delicatezza sul sedile posteriore della spider rossa. Wenzel con un tubo ha succhiato dal serbatoio in una tanica almeno tre litri di benzina.
Durand si fa passare la tanica. Toglie il tappo e spruzza il liquido infiammabile sui sedili, sul corpo della ragazza. Intanto Wenzel ha raccolto dal retro di un camion rovesciato alcune cassette di legno rotte, che un tempo hanno contenuto arance. Le spezza, distribuendo poi le schegge e le stecche sul corpo della ragazza.
L'aria è mossa dai vapori del carburante.
Quando il corpo è del tutto invisibile sotto i pezzi di legno, Durand fa segno a tutti di allontanarsi, e avvicina la lingua di fiamma azzurra del suo accendino a un angolo del sedile posteriore.
Le fiamme divampano con un ruggito e un'esplosione soffocata. Il rosso si diffonde violento, cancellando le ombre. Il calore è insopportabile. Le vampe danzano sulla legna, e presto dalla pira improvvisata si leva un puzzo di carne bruciata, e un odore più sottile di arance.
Ci allontaniamo dal fuoco, tenendo d'occhio l'oscurità da cui ci sentiamo osservati.
Poi il capitano fa un cenno con la destra, e risaliamo sulle due Hummer.
Alla prima interruzione del guardrail, Wenzel ingrana le marce ridotte e fa scendere il SUV lungo il pendio che divide l'autostrada dalla statale. Cinque minuti di sobbalzi e inclinazioni proibitive e poi l'Hummer posa le ruote sull'asfalto logoro della strada più bassa.
– Ottimo lavoro, Pauli.
– Grazie, capitano. Se posso farle una domanda…
– Falla.
– Era previsto che facessimo sosta a Orte. Non a Torrita.
– Già.
Il capitano non aggiunge altro.
– Questo comporterà un ritardo, – commenta Wenzel, asciutto.
Durand non risponde.
Wenzel scuote la testa.
– Sempre stando all'ultimo censimento hanno un mortaio. E una mitragliatrice pesante.
– Buon per loro.
– Se rientriamo sull'autostrada possiamo ancora arrivare a Orte prima che sorga il sole.
Durand sorride. Non è un bel sorriso.
– Ma noi non andiamo a Orte. Ci fermiamo a Torrita Tiberina.